Sprigionare gli affetti

 

Che strano, non ricordo di aver mai visto le tue scarpe

Anni di colloqui in carcere "a mezzo busto"

 

di Chicca

 

I malintesi, la rabbia, la gelosia, le parole dette senza ragionarci su in carcere si dilatano con tempi infiniti: litighi oggi con il tuo compagno, e devi aspettare fino al prossimo colloquio, una settimana, o due, o di più, per cercare un punto di accordo, un confronto, delle parole di scusa o di chiarimento: tutto faticoso, nella già faticosissima gestione di un rapporto di coppia. La lettera che Chicca scrive all’uomo che per dieci anni ha seguito di carcere in carcere è la testimonianza di questa fatica, di questa continua e rabbiosa ricerca di qualche attimo di intimità, di questa aspirazione impossibile a piccoli pezzi di felicità.

 

Caro M., se penso a noi due le emozioni sono ancora tante e mi accompagna sempre il continuo ricordare le carceri girate pur di vederti anche attraverso un vetro. Penso di aver lasciato tante impronte digitali nell’appoggiare le mie mani su quel vetro per avere un contatto freddo, ma che scaldava i nostri cuori. Mi domando come tu possa aver dimenticato tutto ciò, solitamente è il detenuto che viene lasciato dalla propria compagna o moglie, invece tu mi hai lasciata senza una spiegazione, un perché. Sai, quando eri nel carcere di Trani, anche se è un supercarcere, mi sembrava tutto più umano, dalla tua finestra vedevi il mare, quel mare che per te è vita, il mare della tua Puglia che tanto ami. Dopo tanto freddo e grigiore delle carceri del nord, ti sei trovato là, e io non sentivo la fatica di dodici ore di viaggio, perché il treno mi portava da te e dai tuoi occhi azzurri. In tutti i colloqui di quegli anni, in giro per le carceri di tutta Italia, quando tra noi c’era il vetro potevamo vederci solo a mezzo busto, e ora se chiudo gli occhi non ricordo di aver mai visto le tue scarpe. Se non c’era il vetro c’era il muretto e ci sedevamo sulle panche di ferro inchiodate al pavimento, e quando uscivo mi chiedevo: "Ma com’era vestito? Che pantaloni aveva? Di che colore?". Che strani particolari mi vengono in mente, vero? Penso che solo se ami intensamente noti e senti queste cose, perché sono le uniche intimità che puoi viverti. Ho bisogno di rivederti nella mia mente ogni giorno, ma poi ho in testa solo un viso e uno sguardo che a ogni "ciao alla prossima" mi accompagna con malinconia e sofferenza per quel nuovo distacco dopo un’unica ora di colloquio.

Eravamo così lontani in quei colloqui, che per sfiorare le tue labbra ho dovuto aspettare che ti trasferissero al nord e ho aspettato ancora anni prima di potermi sedere a un tavolino con te, e finalmente quando è successo, in un carcere un po’ più umano, ho potuto stringerti le mani, guardare le tue scarpe, salutarti con un abbraccio quando ti vedevo… ma non è servito, non c’è stato il tempo per capire, per spiegarci, e ci siamo allontanati… quel cancello si è chiuso alle nostre spalle. Sarebbe bastato un po’ più di tempo al colloquio per non gettare undici anni di vita, ma hanno vinto la rabbia e l’orgoglio per parole mai dette.

Il mio cuore è sempre lì vicino a te, ma in questi anni ci hanno portato via il tempo e quell’affetto intimo e privato che non è riuscito più a riscaldarci e a tenerci uniti. Vorrei del tempo, delle ore per essere vicina a te, ma non vorrei più essere guardata, spiata, vorrei stare sull’erba con te a rotolarmi, vorrei riempirti di baci farti il solletico per strapparti un sorriso, quel sorriso che non conosco, e quei baci tanto sognati e desiderati.

Ma è bastato un malinteso, un non capirsi e non potersi chiarire perché il colloquio era ormai finito… e io amore mio non potevo vederti se non dopo una settimana… non potevo tornare a casa e con calma telefonarti, parlarti, spiegarti o allungare una mano sul tuo viso per una carezza e per vedere il tuo sorriso. Nel viaggio di ritorno solo rabbia e un’immensa solitudine e l’orgoglio ferito e una continua domanda: perché? Perché non mi capisci mai? Perché non mi sento il tuo amore, perché è così difficile amarmi? La rabbia e l’orgoglio poi mi hanno tenuta lontana da te, aspettavo di giorno in giorno una tua lettera… e così chiusi nelle nostre ragioni, nei nostri silenzi, il tempo è passato, e mi sono chiesta: come hai potuto dimenticare dieci anni di colloqui?

Quante sofferenze passate… Sì, forse tu non lo sai ma io ho sofferto con te, perché so quanto ami il mare, quanto ami l’aria e il sole sul viso e il vento; ricordo quando eravamo ragazzi e ti vedevo sfrecciare con la moto, e il mio cuore batteva, ed ha sempre battuto anche dopo, ogni volta che riuscivo a rivederti in un carcere del nord o del sud. Sì, ne ho girati di carceri, anche solo per poterti vedere attraverso un vetro, e il mio cuore batteva come a quindici anni. Ma tu ti sei dimenticato di come in questi anni ho salito di corsa le scale del tribunale anche solo per accompagnarti mentre ti portavano via, perché pensavo che la mia presenza per pochi attimi potesse alleviare tutte le tue sofferenze. Mi sentivo vicina a te e per me erano importanti gli attimi che riuscivo a vederti, per me eri tutto. Hai dimenticato quando stavi male e io sono corsa e ti ho visto nel letto di un ospedale, ma non eri come tutti gli altri degenti, no tu eri in un reparto bunker in un letto di ferro in un buco, controllato a vista, e che fatica far finta di niente, e doverti lasciare ancora una volta lì da solo. Quante lacrime in quei viaggi di ritorno, e quanta gioia nel contare i giorni che mi avvicinavano di nuovo a te.

Ora non so più quello che tu dici o pensi, ma so quanto ancora è lunga la tua carcerazione, e se nelle tue lunghe giornate hai un pensiero per me non allontanarlo, non allontanarmi.

Le difficoltà di essere la compagna di un detenuto

 

Gli racconto i sogni... le speranze... le paure… "Faccio di tutto per fargli sentire che non è solo". Non è facile essere la compagna di un detenuto, ma l’amore supera anche queste barriere

 

di Elena

 

Un foglio bianco, davanti a me, è sempre quello che mi trovo davanti tutti i giorni, per mettere per iscritto sensazioni, per raccontare giornate, per "parlare" con il mio compagno, per coccolarsi, per scambiarci carezze.

Sì, perché il mio compagno purtroppo è uno dei tanti esseri umani che sono detenuti nelle carceri italiane…

Non è facile essere la compagna di un detenuto, ma l’amore supera anche queste barriere.

Solo che le coccole e le carezze sì, si leggono ma non si sentono sulla pelle, mancano, e questa mancanza la si sente reciprocamente, e crea un piccolo vuoto dentro, una specie di tarlo che rode, che fa male.

Ci si sente impotenti l’uno verso l’altro specialmente se si sa che il proprio compagno e/o compagna sta male… e non si può fare nulla per curarlo, per accudirlo, per essergli vicino, per confortarlo.

Quello che mi fa anche soffrire è dovuto ai chilometri di distanza tra dove vivo e il carcere in cui è rinchiuso il mio compagno, e questo non mi permette, a causa anche della mia pessima salute, di andare ai colloqui, quindi si sta per tutto il periodo della pena senza vedersi mai… in attesa di quella oasi, come la chiamo io, della telefonata di dieci minuti, la possibilità di parlarci direttamente… dieci minuti che volano, sembrano secondi, e non si riesce mai a dirsi tutto, specialmente se ci sono comunicazioni importanti da farsi, nel più bello che ci si potrebbe fare qualche coccola arriva la voce dell’agente che dice: "saluta" o "stacca" o "…è finita la telefonata".

Lo so, l’agente sta facendo il suo lavoro, ma quanto "odio" quelle parole…

Si arriva a prendere un telefono che conta gli effettivi minuti di telefonata per vedere se le telefonate sono proprio di dieci minuti o se sono di meno… E quando il display segna di più ci sembra che ci sia stato regalato il mondo su un piatto d’argento…

Si arriva ad acquistare una segreteria solo per registrare la voce del proprio amato, per riascoltare infinitamente quelle telefonate, per sentire il suono della sua voce, voce che starei ad ascoltare per giornate intere senza mai stancarmi…

La mia voce manca tanto anche a lui, mi dice sempre che la mia voce lo rilassa… che gli piacerebbe sentirmi cantare… ‘sì io che sono stonata come una campana’, ma non importa, registratore a portata di mano, e ci si improvvisa cantanti tenendo la radio di sottofondo e cantando seguendo le canzoni. Parlo al registratore come se fosse il mio compagno, lì presente davanti a me, chissà quante persone mi avranno presa per pazza quando mi vedevano parlare da sola, tutto questo per far arrivare a lui la mia voce, per fargli sentire che sono sempre lì con lui… Registro mentre canto, mentre faccio le pulizie in casa, mentre leggo e mentre registro cerco di immedesimarmi in lui, e provo a pensare cosa mi farebbe piacere ricevere, per sentire meno o sopportare la mancata libertà… sopportare la routine di quelle 4 mura… per non cadere in depressione… e quando la mia salute lo permette, cerco di fargli avere queste mie dimostrazioni d’affetto… per fargli sentire che non è solo, che non è dimenticato, che è ancora un essere umano con la sua dignità…

Gli racconto i sogni, le speranze, le paure…

Nonostante le tante attenzioni che abbiamo l’uno verso l’altro, nascono spesso incomprensioni dovute alla distanza, alle lettere che vanno perse, o che tornano al mittente a causa degli spostamenti da un carcere all’altro; sì, i trasferimenti sono atroci da superare… vengono prelevati all’improvviso e i documenti che li riguardano li raggiungono a date da destinarsi, quindi le telefonate saltano, e a casa ci si rode il fegato pensando a cosa mai sia successo, il cervello entra in funzione negativamente, si inizia a pensare "cosa gli sarà capitato?", "che stia male?"…

Il cervello dà fondo a tutta la conoscenza che si è riusciti ad avere con il passare degli anni, e si cerca tra la memoria le cause del perché la telefonata non è stata fatta…

E mentre io penso questo so che lui sta peggio di me, perché sa del mio star male, e perché gli hanno tolto "una boccata d’ossigeno" (come la chiama lui la telefonata), perché non l’hanno lasciato chiamare. E dura infatti trovarsi davanti persone che, o perché non ci sono fondi sul suo conto, o per provvedimenti disciplinari, non gliela lasciano fare, quella telefonata...

Tutto ciò che la detenzione comporta non viene vissuto solo dal detenuto, ma anche dai famigliari, in particolar modo dalla compagna (o dal compagno). È vero, se sono in crisi depressiva io almeno posso andare in un centro commerciale e svagarmi un po’, ma la mente e il cuore sono costantemente da lui, ogni cosa che vedo, ogni cosa che acquisto, il mio pensiero corre a lui…

Lui è la mia priorità…

Per me non trovo più piacere a far nulla, tutto ruota intorno a lui…

È lui ora il più debole (debole nel senso che si trova in una situazione di svantaggio rispetto a me), ci si deve fare forza… non c’è tempo per abbattersi… si deve trovare la forza per essere su, e non far sentire che ci si sente abbattute, anche se oramai lui lo percepisce dalla mia voce, e dal tono (il modo in cui esprimo i pensieri) delle lettere.

In queste occasioni mi manca il fatto di averlo vicino, mi mancano gli abbracci, i baci, le carezze…

Forse mi chiederete se non mi manca il fare l’amore… Beh, non l’ho, e non l’abbiamo mai fatto perché ci siamo conosciuti che lui era già in carcere…

Inoltre, io e lui di persona non ci siamo mai visti… io ho solo una sua foto, lui di mie ne ha un po’ di più…

Quindi mi manca anche il fatto di sapere com’è fisicamente, per fortuna siamo arrivati a conoscerci così profondamente la nostra reciproca persona interiore, che il nostro aspetto fisico sta passando in secondo piano…

Molti dei suoi pensieri lamentano l’odore, che si sente ed esiste tra quelle mura… gli animali indesiderati con i quali deve convivere (scarafaggi, pidocchi) e il dolore che provocano…

Fuori ci si sente impotenti… Questo senso di impotenza mi fiacca…

Tanta è la voglia di piangere, ma oramai non ho più lacrime, vorrei essere io tra quelle mura al posto suo, darei la mia vita per lui…

Non è facile raccontare o scrivere quello che si prova, dovuto alla mancanza della reciproca vicinanza della persona amata… e non è facile per chi ce l’ha accanto comprendere queste situazioni di vita…

Io parlando personalmente dico che sono maturata tantissimo, anche lui mi scrive d’essere maturato, ma il contatto fisico, il semplice sorriso, guardarsi negli occhi dove ci si capisce senza proferire una parola, sentire la voce ogni giorno, potersi telefonare quando si ha voglia, condividere un pasto assieme, cucinare per lui, cucinare assieme, vedere un fiore sbocciare, vedere la neve scendere, o un bel tramonto colorato, essere spaventate da un tuono e cercare la protezione tra le sue braccia, queste cose mancano… perché lui non è lì accanto a me per condividerle…

Sì… la sua presenza manca in tutta la quotidianità, e non solo nelle grandi od eclatanti cose, ma nelle piccole cose, negli attimi…

Sì, io invidio quelle compagne che possono recarsi al colloquio, perché possono gustare un attimo… seppur breve e forse in una stanza affollata da altre compagne e vicini di cella del loro compagno… ma è sempre un po’ di tempo a contatto con il proprio amato…

Spesso mi sento colpevole d’esser malata, e non poter fare tante cose che una donna "sana" potrebbe fare per lui, per fargli sentire di più la mia vicinanza…

Ma le malattie capitano, mica si cercano…

Ricordo le prime lettere dove gli raccontavo di come la mia malattia mi permette di vivere… e so che la vita che lo aspetta una volta fuori dal carcere non è delle migliori, in quanto spesso questa malattia mi costringe a una specie di arresti domiciliari, e infatti è da novembre che io non metto piede fuori casa…

Ma il solo pensiero di averlo accanto, per me è il mondo…

E questo è quello che lui mi ripete in continuazione… il potermi vedere, sentire, baciare, abbracciare lo appaga più che tutto il resto…

Avrei tanto da dire, da raccontare di cose successe positive e negative, ma mi sto infilando a piangere… Il pensare e ripensare a questa mancanza d’affettività con il mio compagno sono pugnalate vive al cuore…

Ma una frase di Stefania Chiusoli* mi incoraggia sempre: Sì, abbiamo "quasi tutto ancora da vivere"…

 

*Stefania Chiusoli, compagna di un detenuto, che ha seguito per anni da carcere a carcere, è autrice del libro "Quasi tutto ancora da vivere"

 

 

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