L'opinione dei detenuti

 

Studenti e detenuti a confronto sul tema della legalità

A cura della Redazione di Ristretti Orizzonti

 

Mattino di Padova, rubrica "Lettere dal carcere", 4 dicembre 2006

 

È difficile parlare di educazione alla legalità nelle scuole, e capire che cosa può essere davvero efficace per contrastare certe forme di violenza e sopraffazione, che forse non sono così diffuse, ma che ci sono, e non possono essere sottovalutate. È interessante il tentativo che fa il carcere, in collaborazione con il Comune di Padova, di affrontare questa questione facendo parlare chi la legalità non l’ha rispettata, le persone detenute, e poi ponendo anche i ragazzi delle scuole di fronte alle loro responsabilità, chiamandoli a ragionare sui loro comportamenti, a non dare per scontato che le piccole violazioni delle regole siano cose di poco conto. Quelle che seguono sono proprio riflessioni di studenti delle scuole medie inferiori, e poi storie di ragazzi che in carcere ci sono finiti per comportamenti, che all’inizio sembravano solo irresponsabili e "un po’ violenti": è un confronto forte, importante, che costringe a parlare di legalità in modo concreto, a partire dalla vita vera.

 

Più affetto dai genitori per i figli che sbagliano

Riflessioni di studenti delle scuole medie inferiori di Padova sulla legalità

 

I reati che commettono più frequentemente i ragazzi della mia generazione sono fregare dei soldi a un amico o ai genitori e non rispettare il codice stradale. Questi sono dei piccoli reati, però i ragazzi sono giovani e chissà, crescendo forse commetteranno reati peggiori. Per la maggior parte questi reati vengono fatti dai ragazzi che hanno problemi in famiglia e le istituzioni dovrebbero dire ai loro genitori di dargli più affetto (Laura).

Secondo me ci sono dei comportamenti che potrebbero porre i ragazzi della mia età nel rischio di finire in carcere, come la violenza verso altri, anche lo stare con ragazzi più grandi ed essere disposti a fare tutto ciò che dicono, oppure la voglia di provare il brivido di non essere beccati dalla polizia dopo aver commesso un furto: è il sentirsi più grandi che ci spinge a commettere atti che non dovremmo fare. Questi comportamenti sono molto diffusi, a mio avviso, e per prevenirli, le istituzioni dovrebbero cercare a fondo gli interessi di questi ragazzi ed incoraggiarli nel portali avanti, sempre che siano interessi costruttivi e non distruttivi (Luca).

Io penso che nella mia generazione l’unico comportamento che potrebbe fare scattare qualcosa di più grave è il bullismo. Quei gruppetti di ragazzi che minacciano gli altri se non gli danno i soldi o qualcos’altro. Vedo che le istituzioni tardano nel dare il buon esempio soprattutto attraverso la tv, dovrebbero aiutare le famiglie che hanno più problemi finanziari (Elena).

Secondo me sono i comportamenti delle persone adulte ad influenzare quelli dei ragazzi; nel senso che i più piccoli prendono esempio dai più grandi e da quello che vedono in tv. Molti ragazzi, specialmente quelli delle superiori, marinano la scuola per fare uso di stupefacenti con altri ragazzi, perciò credo che sia anche colpa dei genitori che lasciano andare a scuola i ragazzi da soli e di conseguenza non sanno se entrano a scuola veramente. Il modo più giusto perché non finiscano in carcere è che i genitori siano più responsabili dei loro figli (Veronica).

 

Dal bullismo al carcere il passo è davvero breve

 

In questi giorni, i giornali non fanno altro che parlare di ragazzi che si aggregano in gruppi cosiddetti baby gang, e poi vanno in giro a fare le prepotenze ai coetanei spesso usando anche metodi violenti, oppure spacciano e commettono dei furti.

Io ho trascorso quasi due anni della mia carcerazione in un carcere minorile e durante questo periodo ho potuto vedere come tanti di questi ragazzi arrestati per violenze ai compagni e alle compagne di scuola, non erano altro che bambini viziati. Loro di bullo avevano poco, poiché appena li portavano in carcere scoppiavano subito a piangere, piangevano di giorno e di notte. E qualche sfortunato che ha dovuto fare qualche settimana di carcere, si prendeva anche parole da noi altri che avevamo condanne molto più lunghe, e che sicuramente non piangevamo e cercavamo di farci forza. Il loro continuo piagnucolare ci disturbava e non vedevamo l’ora che li rimandassero a casa.

Con qualcuno di loro ho potuto anche parlare e credo di essermi fatto una idea. Questi ragazzi vogliono soltanto essere al centro dell’attenzione e desiderano tanto che gli altri li prendano in considerazione rispettandoli non per quello che sono, ma per quello che fanno – fare paura ai compagni più deboli. Ma fondamentalmente non sono cattivi. Non hanno quella mentalità criminale che i mass media cercano di far apparire, e sono sicuro che non sono il problema più grave di questo paese. Perciò spero che gli organi d’informazione mollino la presa su questo argomento e non continuino a gonfiare le cose. Non per altro, se non per il fatto che si rischia sempre che questi ragazzi credano veramente di poter rimanere al centro dell’attenzione attraverso la violenza, e in questo finiscano per mettersi in qualche giro più grosso di loro, che inevitabilmente li porterà ad incastrarsi nel ginepraio della malavita vera. E allora sì che diventeranno un problema per la società, e un problema anche per se stessi, dopo che si troveranno come me a passare la gioventù dietro alle sbarre, nel carcere vero, fatto di tanti lunghi anni in condizioni disumane, dove non ti puoi permettere di piangere come si fa al minorile.

 

Elvis

 

Ci chiamavano "i forti". Guardate dove siamo finiti!

 

In America, Europa, in Italia li chiamano "Baby Gang", invece noi in Albania li chiamiamo "I forti". Anzi, ci chiamavano, visto che pure io ho sempre fatto parte della banda de "I forti" del mio quartiere. Io vivevo a Berat, un’antica città che era rinata intorno alla più grande fabbrica tessile dell’Albania, durante il regime comunista, quando non c’erano le mode di oggi e il consumismo dei giovani. L’unica "proprietà" che avevamo per distinguerci dagli altri era il coraggio. Oggi la cronaca di Padova sta marcando con insistenza alcuni episodi che interessano gruppi di ragazzi violenti, e a me ritornano in mente gli anni di scuola, quando io in modo molto irresponsabile ero orgoglioso di fare parte di questa banda di ragazzi che ci faceva sentire superiori, duri, al confronto di altri ragazzi del nostro quartiere. Il problema era che questo "status" di superiorità lo dovevi conquistare e mantenere solo con la violenza. In realtà io fin da piccolo ero ribelle e stavo sempre con ragazzi più grandi di me. Stando con loro avevo imparato a fare a pugni, ed ero sempre il capo della classe in materia di violenza.

A me non interessava avere come amico uno che sapeva solo studiare e non aveva il coraggio di battersi per difendersi. Su certi valori come la lealtà e l’onore, avevo una cieca convinzione, e disprezzavo chi non la pensava come me. Cioè un uomo si doveva distinguere per il suo coraggio nell'affrontare altri ragazzi, e nei momenti critici non doveva mai calare la testa. Un duro poteva essere picchiato da un altro gruppo, ma mai doveva darsela a gambe. Un altro aspetto della nostra follia era che camminavamo armati con dei coltelli, e questo ci dava molta sicurezza, perché in qualsiasi situazione, se mostravi il coltello, la gente scappava.

Compiuti i diciotto anni sono emigrato in Italia per lavorare e aiutare economicamente la mia famiglia. Nel rivivere quei tempi non posso fare a meno di pensare anche alle strade diverse che hanno preso i miei compagni di avventura che sono rimasti a Berat.

"È una fortuna che sei in carcere in Italia", mi ha detto mio padre quando nel 1997 l’Albania sprofondò nell’anarchia più totale. Lui aveva visto i miei amici saccheggiare le caserme portando via le armi e, ricordando il carattere che avevo da ragazzo, pensava sempre che era meglio che io non fossi lì a rischiare la vita in ogni momento. In quei pochi mesi di anarchia quasi tutti i miei compagni del quartiere sono morti uccisi in guerre tra bande, oppure dalle forze dell’ordine che sono ritornate a prendere il controllo delle città. E quando telefonavo a casa, mio padre continuava a ripetermi che preferiva ascoltare la mia voce dal telefono della galera piuttosto che andare a piangermi in cimitero.

Capisco benissimo cosa provano questi ragazzi delle "baby gang" di oggi. Loro si sentono importanti e rispettati dai loro compagni di scuola o del quartiere, e però non vedono che il rispetto guadagnato con la paura è finto. È solo un sorriso strappato a chi non vuole averti come nemico in quanto gli puoi creare dei problemi, ma in realtà sei detestato da tutti. Questa stupida mentalità di voler dimostrare coraggio e dare prova di essere un uomo attraverso la violenza, di non accettare di calare la testa e di voler camminare sempre armati, mi ha portato ad uccidere un mio connazionale per un banale litigio. Anche io ero convinto che non avrei mai potuto arrivare a questo, ma è andata diversamente e adesso più che mai ho capito che certi atteggiamenti, certi comportamenti ti accompagnano anche da grande e ti possono portare dritto in carcere. Perciò, direi ai bulli di oggi di riflettere un po'. Noi eravamo dei veri bulli e guardate dove siamo finiti.

 

Altin

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