Rassegna stampa 22 gennaio

 

Giustizia: dimezzare detenuti, invece di raddoppiare le carceri

di Piero Sansonetti

 

Gli Altri, 22 gennaio 2010

 

Il governo ha deciso di rispondere all’emergenza carceri costruendone di nuove. Nessuno si è scandalizzato. L’opposizione non ha nulla da obiettare, tranne che sulla trasparenza degli appalti. I giornali neppure. In che cosa consiste l’emergenza carceri? Nel fatto che le celle sono stipate, i servizi scarsi, le condizioni di vita dei reclusi inaccettabili, la privazione della libertà insopportabile. E questo provoca gravissimi disagi, violazione dei diritti umani e un numero altissimo di suicidi: più di uno alla settimana. Per una popolazione di 60mila persone è una cifra altissima: in proporzione è come se a Roma ci fossero 60 o 70 suicidi a settimana. Dieci al giorno.

Il Partito Radicale, per esempio, da anni denuncia questa situazione. Poco prima di Natale è arrivata anche la denuncia drammatica di monsignor Tettamanzi, cardinale di Milano, dopo una visita a San Vittore. Ha detto: "Non me l’aspettavo, è un inferno, è indecente, è disumano". Il governo ha stabilito che il problema di fondo è il sovraffollamento (e l’opposizione concorda) e ha deciso di costruire circa 25mila nuovi posti letto. Naturalmente è vero che il sovraffollamento è un problema, anche se poi c’è una questione molto più grande: riguarda il funzionamento delle carceri, il grado di riduzione delle libertà individuali, la qualità della vita, il sistema delle repressioni; tutte cose non legate esclusivamente al sovraffollamento, ma piuttosto frutto di una mentalità autoritaria, punitiva, che è dominante nella nostra cultura giuridica.

Ammettiamo, per un momento, che davvero l’unico problema sia lo squilibrio tra spazi a disposizione e numero di carcerati. Come si risolve? Raddoppiando le carceri (o quasi), come propone il governo? Oppure dimezzando i carcerati? È possibile dimezzare (o più che dimezzare) il numero dei carcerari? I dati ufficiali ci dicono di sì.

Basterebbe ridurre le carcerazioni preventive - che sono il vero motivo del sovraffollamento, visto che la grande maggioranza dei detenuti non ha ricevuto la condanna definitiva - e depenalizzare i reati minori. In particolare basterebbe depenalizzare i reati relativi al consumo e al piccolo spaccio di droghe, dal momento che la maggioranza dei detenuti - in carcere preventivo o definitivo - è dietro le sbarre per piccoli reati.

Se si facesse così, cioè si puntasse alla riduzione della popolazione carceraria, si potrebbero ottenere ottimi risultati senza alcuna spesa. Anzi, con un forte risparmio di denari da parte dello Stato. I soldi risparmiati potrebbero essere investiti sia per il miglioramento della vita carceraria, sia per il reinserimento nella società e nel lavoro di quelli che lascerebbero il carcere. Non è una ricetta rivoluzionaria: è solo buonsenso. Potremmo addirittura usare una parola più nobile: è una soluzione riformista. Sembra che tutte le forze politiche italiane siano affascinate dal "riformismo". Sarebbe ora che qualcuna iniziasse a capire cos’è il riformismo. Raddoppiare le carceri, non è riformismo: è l’attuazione di una soluzione reazionaria, sia sul piano politico che su quello culturale e morale. È un rinculo verso una società autoritaria. Cioè, il contrario del riformismo classico, liberale o socialista.

È possibile che un giorno le forze politiche italiane si decidano ad accettare questo punto di vista riformista? È molto difficile che ciò avvenga. Perché? Per la semplice ragione che negli ultimi 15-20 anni l’opinione pubblica italiana e la cultura delle sue classi dirigenti si sono molto spostate su posizioni repressive e antigarantiste.

Come è successo? Con il procedere di due fenomeni paralleli: la sinistra, sul piano politico, ha stretto un patto di alleanza con la magistratura e persino con settori della polizia, rovesciando il proprio asse culturale. Per la verità la sinistra comunista, in parte permeata dai residui dello stalinismo, non aveva mai posseduto una grande cultura garantista. Mi riferisco al Pci. Che ha sempre avuto, nelle sue correnti maggioritarie, una tendenza legalitaria e "d’ordine".

Con una correzione però, piuttosto netta, maturata negli anni Ottanta, dopo il fallimento dell’unità nazionale e la svolta a sinistra di Berlinguer. In quel periodo il Pci si trovò a guidare la battaglia per alcune riforme molto importanti che modificarono profondamente la vita e le regole del carcere. Mi riferisco soprattutto alla legge Gozzini, che per la prima volta sradicava l’idea che il carcere fosse un luogo semplicemente di punizione e di vendetta. E tentava di affidargli una funzione sociale, umana. Gozzini era un parlamentare cattolico eletto nelle liste del Pci.

Comunque la cultura garantista era sempre stata un pilastro dell’ideologia dell’estrema sinistra da un lato e della sinistra socialista dall’altro. Entrambe nemiche giurate - proprio nel loro Dna - delle istituzioni totalitarie e in generale del potere giudiziario.

Negli ultimi quindici anni le cose sono cambiate radicalmente, anzi si sono rovesciate. Il rapporto strettissimo, quasi di identificazione, tra lotta politica e azione giudiziaria è diventato un elemento di identità della sinistra. E ha finito per condizionare non solo la sinistra moderata ma anche vasti settori "sovversivi". Anzi, per uno strano paradosso, con il fenomeno dei girotondi (2001-2003) e negli anni successivi col santorismo e col travaglismo, il cosiddetto giustizialismo ha finito per travolgere la sinistra "sovversiva" più ancora che quella moderata.

Questo è il primo dei due fenomeni. Il secondo fenomeno - di tipo opposto - è stato la rottura dell’alleanza tra magistratura e destra. Che però non ha prodotto un nuovo garantismo di destra - che in qualche modo compensasse la riduzione del garantismo di sinistra - ma semplicemente una forma di difesa del ceto politico. Il cosiddetto garantismo della destra è "selezionato" e ad personam.

Non ha neanche tentato di produrre leggi che attenuassero le pene e scalfissero le politiche repressive, ma si è attestato sulle leggi ad personam, o sulla ricerca delle immunità, accompagnando e compensando queste iniziative con una miriade di nuove regole e leggi che inasprivano le pene, riducevano le libertà, tiranneggiavano gli autori di piccoli reati o disobbedienze. Basta citare la Bossi-Fini, la Cirielli, le norme contro la recidiva, la legge contro gli spinelli, i decreti contro gli immigrati, e poi le miriadi di ordinanze cittadine per punire i mendicanti, o gli studenti, o gli avventori dei bar.

La concorrenza tra destra e sinistra sul piano della giustizia è diventata una corsa all’esaltazione dell’ordine pubblico e della repressione. La parola d’ordine è: certezza della pena. Nessuno si occupa di certezza della colpa. Persino nel dibattito che si è aperto sulle nuove norme per il "processo breve", nessuno ha voluto polemizzare sul fatto che quelle norme escludevano centinaia di reati e perciò erano delle cattive norme. Selettive e perciò ingiuste. Non lassiste e perciò ingiuste. La discussione, surreale, è avvenuta sul fatto che fossero o no sufficienti 8 o 9 anni per processare e punire il premier. Anche in questo caso la polemica politica ha finito con lo spingere ancora di più l’opinione pubblica verso l’idea che una buona società e una buona politica si fondano sulla capacità di impartire buone punizioni.

Qui, forse, è il punto vero. Può una società che punta a migliorare se stessa, a diventare più moderna, a sviluppare l’idea di libertà, avvitarsi su se stessa e ridurre il fine dello Stato all’obbligo della punizione? Dico ancora di più: che civiltà è una civiltà che considera la punizione un fatto di equità, di giustizia, addirittura un principio di regolazione della vita pubblica e delle relazione tra persone e gruppi?

Penso che sia la domanda delle domande. Nel senso che da come si riesce a dare una risposta dipende il futuro che si delinea per la nostra società. Nella seconda metà del Novecento erano stati fatti passi avanti molto grandi verso l’idea che la repressione e la punizione fossero comunque aspetti negativi del potere. Purtroppo stiamo assistendo a una inversione di tendenza. A un ritorno a valori e schemi che erano propri della prima metà del secolo scorso, cioè del periodo delle grandi dittature.

Non credete che la battaglia contro l’idea che la punizione sia un caposaldo dello stato di diritto sia la grande battaglia che deve combattere la sinistra libertaria? (Se esiste la sinistra libertaria...). Affrontandola con il coraggio di scontrarsi con gran parte dell’opinione pubblica e della stessa opinione pubblica di sinistra. E non credete che un punto di partenza sia il carcere? Io penso di sì. Il carcere è l’emblema della repressione, della punizione, della prepotenza dello Stato, della "presunta società giusta".

Finché esisterà e sarà considerato un bastione della convivenza civile, è difficile che la nostra civiltà possa fare dei passi avanti. L’abolizione del carcere, o la sua riduzione a fatto assolutamente d’emergenza e marginale, è un grande obiettivo. Molto meno utopistico di quello che si pensa. E molto più essenziale di quello che può sembrare. È un punto di partenza, credo, non un obiettivo lontano e secondario.

Giustizia: il Dap deve firmare l’appello del Manifesto e Antigone

di Eleonora Martini

 

Il Manifesto, 22 gennaio 2010

 

"L’amministrazione penitenziaria dovrebbe essere la vostra prima alleata, la prima a sottoscrivere l’appello lanciato dal manifesto e da Antigone. Perché il carcere è un problema di tutti e non solo degli addetti ai lavori. Ridare speranza al mondo detentivo è anche l’unico modo per contrastare l’impressionante sequela di suicidi". Mauro Palma, presidente del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, sottoscrive in pieno la campagna per aprire le carceri alle visite dei giornalisti lanciata da questo quotidiano e dall’associazione che tutela i diritti dei detenuti di cui Palma stesso è tra i fondatori.

 

Siamo al settimo suicidio dall’inizio dell’anno: due giorni fa nel carcere di Spoleto si è ucciso un giovane di 29 anni. Sembra inspiegabile a chi non ha occhi per vedere come vivono realmente i detenuti. Il Dap però nega che ci siano restrizioni d’accesso. È un appello inutile, dunque, quello pubblicato sul sito del Manifesto?

No, l’appello ha un senso perché esprime una richiesta di riappropriazione sociale del problema carceri, una questione che non va lasciata agli addetti ai lavori. È un’iniziativa positiva perché non dice che il carcere non è trasparente, che è opaco, ma dice invece che il problema della detenzione ci riguarda e ci coinvolge tutti. Perciò chiediamo che i nostri occhi, attraverso quelli della stampa, possano guardarvi dentro. Abbiamo sempre detto che il carcere sta diventando un mondo separato, dove la società racchiude ciò che non vuole vedere. L’appello è un segnale di controtendenza.

 

Com’è la situazione negli altri paesi europei?

Devo riconoscere che in Italia ci sono maggiori possibilità di ingresso nelle carceri rispetto a quello di altri paesi: possono accedere i volontari, i parlamentari, i consiglieri regionali. Ciò non toglie, però, che nei momenti di crisi ci sia il rischio di tornare indietro e perdere, con le procedura d’urgenza, uno dei pochi punti di vanto che il nostro sistema penitenziario aveva, quello di non sottrarsi allo sguardo esterno. Con la stampa però il Dap ha sempre mostrato un pò di diffidenza, tanto che l’ipotesi che un giornalista accompagnasse un parlamentare in visita ha sempre creato grandissimi problemi. Invece io credo che il Dap dovrebbe capire che la stampa è parte di quella riappropriazione sociale del problema che poi è utile anche agli stessi che hanno responsabilità amministrative.

 

L’Espresso di oggi pubblica stralci di un dossier riservato del Dap e le dichiarazioni del giudice Alfonso Sabella secondo il quale il sovraffollamento delle carceri sarebbe dovuto anche alla riduzione degli spazi riservati ai detenuti. Intere sezioni disponibili e mai aperte in modo da ridurre la capienza regolamentare. Sabella sostiene insomma che le carceri hanno molti più posti di quanto dicano i dati ufficiali.

Sabella ha avuto grandi responsabilità nell’amministrazione penitenziaria quindi non vedo motivi per dubitare delle sue parole. E quello che ne emerge è una situazione ancora più drammatica. Allora il Dap dovrebbe muoversi su due linee: innanzi tutto, essere il primo a firmare l’appello del manifesto e a dire "ben venga la società perché il carcere è un problema di tutti e non solo nostro". Secondo, dovrebbe essere il primo a chiedere modifiche legislative sulle droghe, sugli immigrati e sulla ex Cirielli, per evitare che si ricorra sempre più al carcere. Quello che il Dap dovrebbe capire è che chi lancia questi appelli è un suo alleato.

 

Cosa pensa del piano carceri governativo che dà a Franco Ionta poteri straordinari per affrontare l’emergenza anche in deroga alle norme vigenti?

Mi deprime sapere che ad una situazione disperata si risponde con progetti di tipo edilizio e con procedure accelerate, perché qualunque progetto edilizio non può stare dietro al ritmo di crescita della popolazione carceraria. Le misure alternative, necessarie, sono state invece espunte dal Piano. E non si dà alcuna risposta, per esempio, al problema di un intervento sanitario preventivo che tenti di ridurre il numero di suicidi. Dei poteri eccezionali, poi, non mi fido: più sono eccezionali più il progetto deve essere discusso con la società.

 

Da cosa dipende, secondo lei, la sequela di suicidi in carcere?

Più che dal sovraffollamento o dalla mancanza di spazi vitali, è il senso di abbandono. Chi entra in carcere ha la sensazione di essere precipitato in un mondo di non ritorno, un luogo che non è più un pezzo della società esterna, un mondo disperato dove i problemi non hanno soluzione. È questo l’elemento scatenante del suicidio. Ecco perché ha senso chiedere di aprire le carceri agli occhi dei giornalisti.

Giustizia: nelle carceri si pulisce di meno… e si mangia peggio!

di Emilio Gioventù

 

Italia Oggi, 22 gennaio 2010

 

Nelle carceri italiane si spazza di meno e si mangia peggio. Praticamente la qualità della vita sembra decisamente scadente. Questo non è un giudizio né un commento. Ma una notizia. Data dal capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (il Dap), Franco Ionta, nella relazione al parlamento sulle attività lavorative dei detenuti. Nel documento, trasmesso dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, alla presidenza del Senato l’11 gennaio scorso, il Dap in pratica ammette che "la riduzione del budget dell’amministrazione penitenziaria ha condizionato in modo particolare le attività lavorative necessarie per la gestione quotidiana dell’istituto penitenziario".

Il taglio si aggira intorno al 20% e incide sulle risorse destinate al pagamento delle retribuzioni dei detenuti impiegati nei cosiddetti servizi domestici, praticamente i servizi di pulizia, cucina e manutenzione dei fabbricati. Ed è per questo che Ionta non ha difficoltà ad ammettere che tutto ciò "incide negativamente e inevitabilmente sulla qualità della vita all’interno degli istituti penitenziari".

Non soltanto, visto che il taglia e cuci del ministero della Giustizia ha avuto ricadute anche sul numero dei detenuti addetti a queste mansioni: dai 10.624 euro del giugno 2008 si è passati ai 10.413 dello stesso mese del 2009. In un momento di crisi negli istituti di pena italiani c’è chi invece sorride. Sono i detenuti che lavorano in specifiche realtà agricole. Sono aumentati di numero, segno che lì la crisi non è passata: dai 375 impiegati nel 2008 ai 436 dello scorso anno. Ma va ancora meglio per i 200 detenuti che potranno seguire i corsi professionali di apicoltura, visto che anche per la campagna 2009 sono stati assicurati i fondi comunitari.

Ma quanto prende un detenuto addetto ai servizi di pulizia, un cuoco oppure un manovale? Il lavoro carcerario è retribuito con una mercede proporzionale alla quantità e alla qualità del lavoro prestato. In ogni caso, la retribuzione non può essere inferiore ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi di lavoro per attività similare. Tanto per fare un esempio, un detenuto addetto ai lavori di pulizia con un impegno quotidiano di 6 ore e 40 minuti può anche ricevere tra i 25 e i 30 euro al giorno: cifra che vale anche ai fini pensionistici.

L’ammontare della mercede è stabilita da una commissione composta dal capo del Dap, dal direttore dell’ufficio del lavoro dei detenuti della direzione generale per gli istituti di prevenzione e pena, da un ispettore generale, da un rappresentante del ministero del Tesoro, da un rappresentante del ministero del lavoro e da un delegato per ciascuna delle più rappresentative organizzazioni sindacali.

Oltre alla retribuzione, i detenuti lavoratori hanno diritto a un giorno di riposo settimanale e maturano due giorni di ferie al mese. Inoltre, ai detenuti impiegati in servizi sette giorni su sette, come per esempio gli addetti alle cucine, viene riconosciuto anche il cosiddetto domenicale con relativo riposo infrasettimanale. C’è da aggiungere, comunque, che alla mercede viene detratta, soltanto per i detenuti con pena definitiva, una quota di mantenimento.

Giustizia: carceri e sanità… problema a cui si cercano soluzioni

di Dario La Rosa

 

www.siciliainformazioni.com, 22 gennaio 2010

 

La vita dietro le sbarre: una forzatura per alcuni, una necessità per altri. Ma, che si sia favorevoli o no al sistema di espiazione delle pene, è certo che in Italia si è superato il limite, su tanti fronti. Da Nord a Sud le prigioni scoppiano ed il numero di detenuti è ampiamente superiore al consentito. Ciò, inevitabilmente, comporta malessere da parte dei detenuti, costretti a vivere in spazi sempre più stretti, ma anche per gli agenti stressati da un carico di lavoro sempre più pesante.

Il dibattito diventa ancora più aspro se si pensa alle condizioni di salute dei detenuti, anche alla luce dei recenti fatti di cronaca, ed anche delle guardie sempre più appesantite psicologicamente. Secondo i dati pubblicati da Repubblica e riferiti al mese di dicembre del 2009 il totale dei detenuti era di quasi sessantaseimila. I suicidi, dal 2008 all’anno successivo, sono passati da 46 a 72 e le morti da 142 a 173.

Dati preoccupanti se si pensa che, adesso, sono le regioni a doversi occupare della salute dei detenuti attraverso il sistema sanitario nazionale e non più le carceri stesse come invece avveniva fino a qualche tempo fa. Ciò significa tempi più lunghi per una visita, problemi logistici e tanto altro. Ed è proprio quel tanto altro che ha anche portato qualcuno ad ipotizzare un federalismo carcerario che libererebbe le carceri del Nord Italia a discapito di quelle del Mezzogiorno.

Adesso è però l’ora di una inchiesta parlamentare sulla garanzia del diritto alla salute dei detenuti, il suo promotore è Leoluca Orlando, presidente della Commissione parlamentare sugli errori sanitari. "Agli inizi di febbraio - spiega Orlando - inizieranno le audizioni che ci consentiranno di avere un quadro sempre più chiaro della situazione. In questo momento è più che mai importante lavorare sul sistema carcerario sia per la salute ed i diritti dei detenuti che degli operatori degli istituti stessi. È un lavoro che verrà fatto proprio in rispetto di chi le carceri le vive quotidianamente, dall’una o dall’altra parte".

E, se l’Italia soffre in ogni suo angolo di un sistema al collasso, in Sicilia alcuni aspetti sembrano aggravarsi rispetto al panorama nazionale. "In Sicilia - prosegue Orlando - ci sono circa tremila detenuti in più del consentito (8.000 contro 5.000). In più l’isola ha strutture ormai vetuste e spesso nate con scopi ben diversi". Dall’inchiesta si potrà saperne di più e Orlando stesso si espone circa la possibilità di proporre eventuali modifiche al sistema penitenziario e sanitario per migliorare le condizioni all’interno delle carceri.

Giustizia: Uil; già 7 suicidi, si rivedano assegnazioni personale

 

Il Velino, 22 gennaio 2010

 

"Purtroppo il numero dei suicidi è impressionante. In questi primi giorni del 2010 abbiamo già registrato ben sette auto soppressioni, molte delle quali poste in essere da persone molto giovani (quattro under 30, un under 40, un under 50, un over 60).

Nello stesso periodo (1 gennaio - 21 gennaio 2010) sono 14 i tentativi di suicidio sventati in extremis dal personale di polizia penitenziaria. Registriamo con favore l’intento del capo del Dap di pianificare interventi idonei a prevenire questo stillicidio di suicidi. Non vorremmo però che ci si limitasse alla sola buona volontà. Una vera strategia di contrasto al triste fenomeno dei suicidi in carcere non può prescindere anche da una implementazione del personale penitenziario. In attesa delle annunciate assunzioni straordinarie, serve rivedere le assegnazioni e l’impiego delle risorse umane disponibili".

Lo afferma Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Pa Penitenziari. "Noi riproponiamo al capo del Dap la nostra proposta di convocare le rappresentanze sindacali per discutere nel merito questa situazione. Fatte salve le necessità di nuove assunzioni - prosegue Sarno -, si può e si deve procedere al recupero di quelle unità impiegate nei vari palazzi del potere, a volte senza mansioni specifiche e operative. Non si tratta solo di recuperare le circa 800 unità di polizia penitenziaria che consideriamo in esubero rispetto alle necessità dei servizi complementari e amministrativi, quant’anche di definire un piano di assegnazioni che garantisca la presenza di un direttore titolare in ogni penitenziario. Oggi sono circa 50 gli istituti privi di un direttore, benché in organico risultino circa 500 dirigenti penitenziari a fronte delle circa 230 strutture. Analogamente va monitorato l’impiego di personale addetto al trattamento (educatori, assistenti sociali): troppe di queste figure professionali sono impiegate in compiti e mansioni improprie. Basti pensare che il Dap ha affidato a un educatore il ruolo di addetto stampa.

Recentemente il Dap ha inviato una informativa alle Oo.ss dalla quale si rilevano aspetti che la Uil Pa Penitenziari definisce interessanti. Tali comunicazioni confermano i nostri appunti critici sulle dotazioni organiche sovradimensionate. Sono infatti circa 1.800 le unità (di ogni profilo, ruolo e grado) che lavorano al Dap, di cui 1.300 unità di polizia penitenziaria. Sono numeri che si commentano da soli - conclude il segretario generale della Uil Pa - e che riteniamo debbano essere immediatamente oggetto di rivalutazioni, anche perché è la stessa amministrazione a sottolineare un sovradimensionamento rispetto alle reali esigenze, solo per il Dap, di circa 340 poliziotti penitenziari. Il resto va scovato negli altri palazzi, a cominciare da Via Arenula".

Giustizia: Ance; la "Protezione Civile Spa" ucciderà il mercato

di Giorgio Santilli

 

Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2010

 

"Nulla di personale con Bertolaso che conosco e stimo dai tempi del Giubileo romano, ma la Spa della Protezione civile è, insieme al Commissario per il piano carceri, un altro segnale della volontà di procedere negli appalti pubblici con procedure straordinarie ed emergenziali, in deroga alle regole ordinarie. Una cosa del genere non può passare con un decreto legge senza che si svolga un ampio dibattito".

Il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, ha appena chiuso un seminario di due giorni con i vertici nazionali e territoriali dell’associazione per mettere a punto riflessioni e strategie di uscita dalla crisi. "Abbiamo superato le punte di panico del 2009 - dice Buzzetti - ma l’impressione delle imprese è che non ci sia ancora l’inversione di tendenza mentre si comincia a sentire l’impatto occupazionale della crisi. Ora serve un segnale forte di incentivazione anche per la casa e per l’edilizia, come è avvenuto in tutta Europa e come è avvenuto in Italia per altri settori. Stavolta non ci basta che il governo ci dica: non ci sono i soldi. È un atteggiamento ormai incomprensibile".

 

Il prossimo Cipe dovrebbe finalmente dare il via a piani regionali per il Sud e a infrastrutture per 24 miliardi…

Sono passi avanti di misure e risorse già discusse nel 2009. La percezione è che si prendano decisioni ma poi, al livello sottostante, non accada nulla. Le cose vengono deliberate ma non riescono a partire. C’è un incredibile lentezza. In Spagna hanno fatto un piano di piccole opere come quello di cui noi discutiamo da mesi. Sono partiti il 1° gennaio 2009 e a fine anno avevano speso otto miliardi. Noi siamo a zero e gli investimenti continuano a scendere.

 

Auspica interventi di incentivazione per l’edilizia nel decreto legge Scajola in corso di preparazione?

Esatto. Chiediamo una manovra sull’Iva per il settore abitativo e per l’acquisto della prima casa più un robusto incentivo fiscale per l’acquisto di nuovi edifici di classe energetica A e B. Ci vuole un segnale forte sul risparmio energetico per ripartire.

 

Torniamo a Protezione civile Spa. Cosa vi preoccupa?

Dopo aver vinto con la legge sui servizi pubblici locali una battaglia storica contro l’in house, ora lo stato si dota di una struttura in house le cui competenze hanno confini incerti. Un general contractor di stato che ci fa tornare ai tempi dello stato costruttore. Incredibile.

 

I confini incerti sono un’altra fonte di preoccupazione?

Esatto. C’è il timore largamente condiviso nel nostro mondo che si vogliano estendere a questa struttura le competenze relative a eventi speciali di ogni tipo. Ora, passi per emergenze vere come la prima ricostruzione in Abruzzo, ma sarebbe assurdo pensare di affidare a questa spa, fuori di tutte le regole di mercato, organizzazione di eventi come Olimpiadi, G8 o Expo. Il decreto legge presenta profili di incostituzionalità. Lo dicono anche autorevoli esponenti della maggioranza.

 

Cosa è successo con il piano carceri?

È successo che il ministro Alfano sei mesi fa ha chiamato Confindustria e noi, ci ha chiesto se c’era spazio per operazioni finanziate dai privati. Abbiamo dato questa disponibilità e abbiamo prospettato alcuni strumenti: dismissioni di carceri in città in cambio di strutture più funzionali in periferia, project financing con affidamento della gestione di servizi a privati, forme di leasing. Ci siamo messi a studiare le soluzioni, poi improvvisamente apprendiamo, senza che nessuno neanche ci avvisi, che si procederà con un commissario e le regole di emergenza della protezione civile. Non va bene.

 

Perché?

Abbandonando le regole ordinarie, convinti che con la protezione civile si faccia prima, non solo vengono meno regole fondamentali di trasparenza, ma si rinuncia anche ad accelerare le procedure ordinarie come noi chiediamo da tempo. La via maestra deve essere quella, procedure ordinarie veloci, non le leggi speciali.

Lettere: a Piacenza cresce livello di esasperazione dei detenuti

di Fiorentina Barbieri (Difensore civico dell’Associazione Antigone)

 

Terra, 22 gennaio 2010

 

A Piacenza il livello di esasperazione dei detenuti sembra evidentemente salire. Dopo la lettera di Salvador, il detenuto spagnolo che da mesi rifiuta la terapia insulinica per protestare contro le condizioni in cui è lasciato, ce n’è giunta un’altra, collettiva, stavolta, con una trentina di firme di detenuti che ci descrivono la cattiva gestione del carcere. Richiamano i fatti di novembre, quando era morto un detenuto tunisino, Isam Khaudri, 27 anni, sposato con un’italiana e con una bambina.

Era stato trovato per terra, dopo aver forse inalato il gas della bomboletta utilizzata per cucinare. I suoi compagni si erano chiesti, e ne avevano chiesto a quelli che ritenevano loro interlocutori privilegiati - le istituzioni preposte, prima di tutto, gli organi di stampa, le associazioni - perché Isam, in cella di isolamento proprio perché qualche giorno prima era stato sorpreso a sniffare il gas, non fosse sorvegliato 24 ore su 24. Il "suicidio", del resto, potrebbe non essere stato tale, perché spesso nelle carceri che versano in condizioni di degrado - Piacenza è certo tra queste - chi non è in grado di pagarsi la droga può finire per sniffare gas non per uccidersi ma solo per stordirsi un po’: uno "sballo" per poveri, certo a rischio overdose, come forse è avvenuto per Isam, troppo disperato per dosare correttamente il mix (propano e butano) che andava inalando. E a suo tempo i detenuti ne avevano fatto un esposto-denuncia alla Procura locale per chiarire le modalità di quella morte. Le indagini condotte con una speciale "task force" non sono ancora chiuse.

Chiaro e incisivo, invece, l’antidoto individuato dall’Amministrazione Penitenziaria: per togliersi ogni responsabilità una circolare ai direttori delle carceri suggerisce di far firmare una liberatoria ai detenuti che acquistano bombolette! Senza intervenire sulle cause per cui negli ultimi 10 anni nelle carceri italiane sono morti più di 1.500 detenuti, oltre 1/3 per suicidio, nel 2009 il picco di 20-30 morti in più degli anni precedenti.

I detenuti che ci scrivono ora riprendono quanto denunziato anche al giornale locale, La Cronaca di Piacenza, dove uno dei sindacati degli agenti si era anche affrettato a bloccare "insinuazioni" sulle responsabilità degli agenti, invitando " ..a smetterla con le accuse ai poliziotti che operano in carcere ".

D’altro canto è evidente che la Direzione voglia scientemente isolare i reparti dei "cattivi", le sezioni dove sono i detenuti che avevano inviato posta (con le firme) al giornale, impedendo la partecipazione anche a funzioni religiose, infliggendo punizioni che la stessa magistratura di sorveglianza aveva annullato, e - che errore! - impedendo la visita in quelle sezioni alla delegazione dell’Osservatorio di Antigone.

Bologna: Pd; interrogazione, su costruzione nuovo padiglione

 

Dire, 22 gennaio 2010

 

L’ipotesi di realizzare un padiglione accanto al carcere della Dozza di Bologna (per ospitare altre 200 persone), dopo essere stata bocciata da Desi Bruno, garante dei detenuti nel capoluogo emiliano, ora finisce al centro di una interrogazione dei senatori Pd al Guardasigilli Angelino Alfano. I parlamentari democratici bolognesi Rita Ghedini, Gian Carlo Sangalli e Walter Vitali hanno infatti presentato un’interrogazione a risposta orale al presidente del Consiglio dei Ministri e al ministro Alfano per sapere "se fra le sedi individuate per la realizzazione di nuove strutture di detenzione vi sia anche Bologna" e se, in caso di risposta affermativa, la si ritenga una "risposta adeguata e sufficiente alla grave situazione carceraria cittadina". Chiedono, inoltre, "se e con quali risorse ritengano che debbano essere affrontati i gravissimi problemi di manutenzione e ripristino della struttura esistente".

I senatori Pd pongono poi altre questioni: le carenze di organico della Polizia penitenziaria, i "seri problemi di manutenzione straordinaria ed ordinaria", la mancanza di risorse per il lavoro, la gestione "di una vastissima popolazione di detenuti tossicodipendenti o sofferenti psichici". La situazione della Dozza (1.200 contro una capienza di 423 posti), tra l’altro, era stata denunciata dai tre senatori in due precedenti interrogazioni (gennaio e maggio 2009) "che non hanno però avuto risposta". E nel frattempo del Piano straordinario per l’edilizia carceraria, non si ha traccia di "alcun documento formale, né di alcun provvedimento del Governo", concludono i democratici.

Spoleto: Sindaco; in carcere affollamento e carenza personale

 

Ansa, 22 gennaio 2010

 

"Il sovraffollamento del carcere di massima sicurezza di Maiano resta una questione molto problematica su cui la politica deve assolutamente intervenire". Il giorno dopo il suicidio del giovane ventinovenne di Norcia, il sindaco Daniele Benedetti torna sulla questione del sovraffollamento carcerario.

"Non possiamo ignorare, anche alla luce del gesto drammatico che questo ragazzo ha compiuto ieri, la situazione di enorme difficoltà che si vive all’interno delle carceri italiane. È una condizione che grava sulle spalle dei tanti agenti di Polizia Penitenziaria che, in questo contesto, sono quotidianamente chiamati a compiere il proprio dovere, ma che allo stesso tempo genera situazioni di estremo disagio anche tra la popolazione detenuta.

Il numero dei detenuti supera le 500 unità e già così siamo oltre la capienza massima consentita. Sappiamo anche che questi numeri sono purtroppo destinati ad aumentare, come conseguenza della chiusura di alcune sezioni carcerarie in altri penitenziari d’Italia, con il rischio di ingenerare una crisi profonda nella gestione quotidiana dei carcerati e delle diverse misure cautelative a cui sono sottoposti". "Non dobbiamo dimenticarci - ha sottolineato con forza il sindaco Benedetti - che al sovraffollamento si aggiunge una carenza cronica di personale. È necessario che tutti, al di là delle appartenenze partitiche e nel rispetto del ruolo istituzionale che ciascuno ricopre, agiscano affinché le cause all’origine delle difficoltà che ancora oggi riscontriamo nel carcere di Maiano vengano risolte una volta per tutte".

Varese: il carcere "cade a pezzi", gli agenti scrivono al ministro

 

Varese News, 22 gennaio 2010

 

I rappresentanti sindacali di Polizia Penitenziaria si rivolgono alle istituzioni: "La casa circondariale cade a pezzi.

Esasperati, scrivono al ministro della Giustizia, ai responsabili del dipartimento di Amministrazione penitenziaria, ai parlamentari e ai consiglieri regionali varesini. Dopo aver denunciato più volte la situazione critica nella Casa Circondariale varesina, i rappresentanti sindacali degli agenti di Polizia penitenziaria (Cisl-Fns - Uil-Pa - Sappe - Osapp) hanno preso in mano carta e penna e hanno deciso di descrivere nel dettaglio le condizioni in cui vivono detenuti e in cui loro stessi devono lavorare ogni giorno.

"C’è una grave carenza strutturale - denunciano - e, seppur tra mille difficoltà, il personale è riuscito ad affrontare nel migliore dei modi gli ostacoli che quotidianamente si sono presentati. L’attuale pesante sovraffollamento dell’Istituto e la carenza di agenti, costringe i poliziotti a sostenere carichi di lavoro inaccettabili, oltre ogni limite di sopportabilità. Questo naturalmente a discapito della sicurezza dell’Istituto e dell’incolumità degli operatori coinvolti".

Di fatto, la situazione che i sindacati denunciano è la seguente: capienza regolamentare 53, capienza massima tollerabile 100. I detenuti ora presenti sono 140, quindi il 40 per cento in più della massima tollerabilità. I detenuti sono compressi, tre/quattro per cella, 9 metri quadri per 4 detenuti, ovvero poco più di due metri per persona. "Questo significa - continuano i rappresentanti - che dopo avere ammassato i detenuti in quattro per cella, l’unica soluzione possibile, molto probabilmente, sarà quella di sistemarli nell’unico locale ancora libero: una stanza di 5 metri per 4, adibita alle attività ricreative e scolastiche, dove non vi sono servizi igienici" Tradotto significa continua tensione.

"Non ci sono spazi dove separare i detenuti, numerosi sono i divieti d’incontro tra la popolazione detenuta, sia per garantire quelli espressamente previsti dalla Legge che per problemi di incompatibilità dovuta al reato e, soprattutto, a problemi di convivenza "etnica".

Ma non è solo il sovraffollamento a preoccupare i sindacati. "Il problema è che il carcere di Varese sta cadendo a pezzi; il personale si sforza per garantire appieno il mandato istituzionale affidato, però di fronte all’immobilismo delle Istituzioni non si può andare più avanti. Attualmente mancano ventotto unità di Polizia Penitenziaria: non si può più continuare a chiedere sacrifici ai colleghi".

La loro posizione è quindi molto critica verso il dipartimento di amministrazione penitenziaria. "Abbiamo l’impressione che l’Amministrazione Centrale sia ben lontana dal comprendere la gravità più volte denunciata da queste OO.SS. e siamo certi che anche le problematiche evidenziate dal Dirigente dell’Istituto, che vive insieme al Personale in una zona di frontiera, non vengano prese in considerazione. Siamo comunque consapevoli che la direzione dell’istituto è oggettivamente impossibilitata a poter risolvere i problemi".

Sulmona: 30-40 gli agenti candidati alle elezioni, scoppia il caso

 

Il Centro, 22 gennaio 2010

 

Non una furbata, ma un’iniziativa dettata dallo "spirito di sopravvivenza": i rappresentanti sindacali ne sono convinti da quando fa discutere il caso degli agenti di polizia penitenziaria che andranno in aspettativa per trenta giorni perché candidati alle prossime elezioni comunali.

Assenze che peseranno ulteriormente sull’organico del penitenziario di via Lamaccio. Nel supercarcere peligno oscillerà fra trenta e quaranta il numero di guardie in permesso, così come avvenuto anche alle ultime amministrative. Un’autentica fuga dal lavoro stressante. "Si sceglie la candidatura", racconta in anonimato uno degli agenti in servizio a Sulmona, "spesso offerta in piccoli comuni dove si hanno difficoltà a raggiungere il numero di componenti di una lista.

Le offerte sono tante da parte di partiti meno noti. È una vera e propria scappatoia. Una costante da qualche anno. Ma non solo nel penitenziario di Sulmona. Questo perché le condizioni di lavoro sono diventate infernali, come dimostra anche l’aumento dei congedi straordinari di 45 giorni". La candidatura degli agenti di polizia penitenziaria e di tutti gli altri rappresentanti delle forze di polizia è disciplinata dall’articolo 81 della legge primo aprile 1981.

L’aspettativa per motivi politici scatta dal momento della presentazione delle liste elettorali e termina il secondo giorno precedente la data stabilita per le elezioni. Se ci si candita nella circoscrizione dove si presta servizio (in questo caso Sulmona) scatta un trasferimento in altra sede per un periodo di tre anni. Per tale motivo quasi tutti si candidano in altre circoscrizioni più o meno vicine. Il ministero della Giustizia, visto l’aumento dei casi, ha allo studio provvedimenti per meglio disciplinare l’assenza per elezioni.

Aversa (Ce): arrestato direttore dell’Opg "una scena assurda"

di Conchita Sannino

 

La Repubblica, 22 gennaio 2010

 

Parla l’attore Silvio Orlando. Silvio Orlando, l’anti-eroe del cinema italiano d’autore, il poliedrico attore di teatro, chiede notizie dell’arresto di Ferraro, suo amico di scorribande artistiche e testi teatrali. "Sono proprio certo che Adolfo chiarirà ogni cosa".

"Facevamo insieme un testo molto divertente, solo io e Fofò Ferraro sul palco. Era: "Oh, mio giudice". Che cosa assurda, pensare che adesso è sotto accusa. Una scena irreale. Ma è solo il mio parere". Silvio Orlando è se stesso: un amico, gli vuole bene. "Ma è proprio detenuto, è ancora in carcere?".

Il professor Adolfo Ferraro è detenuto a Secondigliano. "Che strano, assurdo effetto immaginare Fofò sottoposto a un provvedimento del genere. Ho profondo rispetto del ruolo e del lavoro dei magistrati, ci mancherebbe: penso che debbano compiere ogni verifica nella totale serenità, di questi tempi poi... Ma sono sicuro che al più presto lui riuscirà a chiarire tutto. Mi sembra una scena così assurda. Inserita per sbaglio in un film che non lo prevedeva".

Silvio Orlando, l’anti-eroe del cinema italiano d’autore, il poliedrico attore di teatro, chiede notizie dell’arresto di Ferraro, suo amico di scorribande artistiche e testi teatrali, e infila una di quelle pause che nessun copione, ma solo lo smarrimento di un amico porta con sé. Dall’altro lato del telefono, gli si indovina il celebre sguardo malinconico, insieme al pudore di non essere invasivo, pur nella volontà di testimoniare vicinanza, fiducia.

D’altro canto, la stessa incredulità avvolge gli altri amici dello spettacolo, un’interprete delle scene italiane come Cristina Donadio, l’attore Tonino Taiuti. La Donadio è particolarmente turbata: "Un uomo dotato di poesia, dall’ironia surreale: questo per me è Ferraro. Abbiamo cominciato a fare teatro con lui e Mimmo Ciruzzi, quando io ero una ragazzina. Ricordo un suo testo che ancora è scolpito nella memoria per il divertimento, si chiamava "I love you, Titina". Poi, quanti percorsi insieme, per anni, quante battaglie comuni. Anche con gli psicodrammi, a sostegno della battaglia per un’assistenza umana ai pazienti".

Erano un gruppo affiatato. Anni Settanta. Molte vite fa. Il più disorientato, anche per il dispiacere di una frequentazione diradata nel tempo, oggi è Orlando. Quando lo ha saputo?

"Mercoledì sera. Alla fine del lavoro, trovo questi messaggi. Ma non riuscivo a crederci, non mi sembra possibile".

 

Ci sono intercettazioni, indagini scrupolose. Ma questo non può riguardare un rapporto affettivo.

"Certo, io gli sono legato, sono suo amico. Faccio fatica anche solo a immaginare le cose che ho sentito. Per come l’ho sempre conosciuto, è una persona lontanissima da queste accuse. Fofò è sempre stato ai miei occhi uno psichiatra innovatore, un uomo coraggioso, del resto come Enrico (De Notaris, ndr), gente che opera in ambienti così complessi, così difficili, che si espone a tanti rischi, che combatte contro la burocrazia. E ora vederlo associato a parole come "boss", "favoreggiamento", procura malessere. È come se le due sequenze non quadrassero, messe l’una accanto all’altra. Come quando si sbaglia il montaggio di un film. Che tu lo guardi e dici: "e sta scena che c’entra?".

 

Il vostro gruppo, il Teatro dei Resti, era noto. Ma ciascuno ha preso la sua strada: lei attore di successo, Mimmo Ciruzzi avvocato, Ferraro psichiatra, non vi siete mai persi di vista.

"Riesco a frequentare più spesso Mimmo, ma c’è poco da fare: le amicizie che si saldano negli anni giovanili, il vissuto che si instaura resta sempre, l’affetto è solido".

 

I vostri ricordi insieme riguardano solo la sfera artistica, e dell’amicizia ludica, o anche della condivisione quotidiana?

"Riguardano soprattutto la vita un po’ in comune che si faceva quando eravamo giovani. Ma l’esuberanza e il coraggio che lui metteva nelle scene io l’ho sempre visto proiettato anche nella vita. L’ho sempre visto a capo di un manicomio giudiziario, a duellare con angosce e problemi e tante vite in bilico, e mi son sempre chiesto: ma come fa, che grande forza".

Roma: Uil; l’8 febbraio Alfano partecipa a convegno su 41-bis

 

Il Velino, 22 gennaio 2010

 

"In un momento di estrema difficoltà, per ricorrere ad un eufemismo, dell’intero sistema penitenziario non possiamo non rilevare come la custodia e la sorveglianza di soggetti sottoposti al regime penitenziario del 41-bis risenta solo marginalmente delle notevoli criticità che investono l’universo carcerario. Ciò per la notevole professionalità degli uomini e delle donne del Gom (Gruppo Operativo Mobile) della polizia penitenziaria e per la condivisa volontà del ministro Alfano a rendere ancora più stringenti le norme sulla detenzione per i detenuti sottoposti al 41-bis, che ricordiamo sono poco meno di 650".

Lo ha dichiarato Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Pa Penitenziari, lancia il decimo convegno nazionale che occuperà i lavori della giornata di apertura del terzo congresso nazionale (Roma, 8-9-10 febbraio) del sindacato, dal titolo "L’attualità del 41-bis quale strumento di contrasto a tutte le mafie". "Noi - ha aggiunto - riteniamo che l’adozione delle norme sulla custodia di soggetti particolarmente pericolosi abbia prodotto effetti importanti nel contrasto al crimine organizzato, tanto da scatenare una reazione violentissima da parte delle mafie culminata con episodi di particolare efferatezza. Abbiamo, pertanto, il dovere di non dimenticare le vittime che si sono contrapposte, fino al martirio, alla protervia criminale".

Cagliari: i giovani e il carcere; incontro don Ettore Cannavera

 

L’Unione Sarda, 22 gennaio 2010

 

Al tavolo dei relatori c’era chi ha commesso errori, ma ha deciso di cambiare vita. In platea uno stuolo di ragazzi con numerose domande da porre. Ma tutti animati da una curiosità speciale, perché particolare e speciale era il tema in discussione.

Ieri mattina gli studenti di quattro seconde A e B dello scientifico e commerciale dell’Istituto Sergio Atzeni hanno incontrato Ettore Cannavera (sacerdote, fondatore della comunità di Serdiana La Collina), i volontari dell’associazione "Oltre le sbarre" e alcuni ragazzi ospiti della comunità guidata da don Ettore Cannavera, cappellano del carcere minorile di Quartucciu.

Scuola e carcere: due realtà che per una mattinata hanno ben interagito grazie al progetto "Costruzione e ricostruzione: percorsi di vita", portato avanti su iniziativa della preside Angela Testone del Dipartimento materie Umanistiche dell’Isis.

"È importante guardare con altri occhi chi ha sbagliato", ha detto Ettore Cannavera, "per comprendere meglio una realtà, quella carceraria, e quella delle comunità come la nostra che offrono nuove chance a giovani che hanno inciampato nella loro vita e fatto scelte poco opportune. Sono ragazzi come voi. Non hanno avuto la fortuna che hanno avuto altri, sono loro mancati buoni modelli e opportunità dalla vita: io ho scelto di dedicarmi a loro".

A raccontare il suo percorso dalla devianza alla legalità assieme ai volontari della struttura di Serdiana, c’era Roberto, ospite da un anno a La Collina: da ragazzo deviante studia all’università e presto diventerà educatore.

I ragazzi lo hanno sottoposto ad un fuoco di fila di domande. Tante le curiosità e la voglia di scoprire il volto umano di un mondo, quello carcerario minorile, conosciuto solo per luoghi comuni o per sentito dire. Matteo Picci ("Come si comporta, don Ettore, davanti a casi impossibili da recuperare?"); Michela Aru ("Vi sono stati tentativi di fuga?"), Noemi Utzeri ("Quali difficoltà incontrano le ragazze volontarie nell’affrontare queste realtà?"), Vanessa Contu ("Nel film Jimmy della Collina o Mary per sempre si parla sempre di carceri maschili, mai femminili, perché?").

Toccanti le parole di Roberto. Ha spiegato ai suoi coetanei più fortunati che la vera libertà è vivere nella legalità, lavorare, amare, sposarsi, avere figli. "Il progetto prevede altri due incontri e, a conclusione del percorso, ci sarà la visita al carcere minorile di Quartucciu", ha spiegato la presidente Angela Testone.

Porto Azzurro: domani partita calcio, detenuti contro sacerdoti

 

Il Tirreno, 22 gennaio 2010

 

Una partita di calcio davvero speciale si svolgerà sabato prossimo fra le mura del carcere di Porto Azzurro. A scendere in campo per sfidare i detenuti, sarà una squadra particolare che vedrà nelle proprie fila il sindaco di Rio Elba Danilo Alessi, il parroco Don Leonardo Biancalani, Don Luca Fedi di Piombino, e una delegazione della squadra della Croce Rossa di S. Vincenzo allenata da Enzo Bellucci.

L’idea è nata dalla fantasia del presidente della Polisportiva Rio Elba Gaetano D’Auria, ma è stato Don Leonardo, il parroco del paese, a dargli forma: "Gaetano è un vulcano di idee - ha raccontato Don Leo - e quella di organizzare una partita di calcio a Forte San Giacomo mi è piaciuta subito. Ma so che i detenuti sono molto forti a pallone e l’idea di prendere una batosta proprio non mi piaceva- dice con un sorriso- così ho pensato di cercare qualche giocatore forte e credo di aver messo in piedi una squadra competitiva".

In effetti la compagine è formata da elementi di esperienza: Alessi gioca a calcio da quando era ragazzino, i due sacerdoti militano nella Nazionale Religiosi e i ragazzi di San Vincenzo sono volontari giovani e entusiasti che da anni giocano insieme gare di beneficenza. "Speriamo di regalare ai detenuti - ha detto ancora Don Leo - una mattinata di svago, ma soprattutto di vincere!

Scherzi a parte, Gaetano ed io speriamo che questa manifestazione possa essere la prima di una lunga serie in futuro vorremmo portare anche qualche "vip" nazionale del mondo sportivo. Devo ringraziare - ha aggiunto il parroco di Rio Elba - Gerardo La Berbera e la Youritaly che hanno voluto supportare questo progetto e che ci permetteranno di regalare targhe e materiale sportivo ai carcerati. Gerardo è sempre in prima fila quando c’è da aiutare i ragazzi, anche quelli che possono aver sbagliato. È un impegno davvero lodevole e so che per lui è qualcosa di davvero importante."

Immigrazione: clandestinità; pochi processi tante archiviazioni

di Vladimiro Polchi

 

La Repubblica, 22 gennaio 2010

 

Richieste d’archiviazione, eccezioni di incostituzionalità, conflitti tra procure e giudici di pace. Reato di clandestinità, sei mesi dopo: com’è andata a finire? A guardare i numeri delle condanne, un flop: l’arma pensata per colpire l’esercito degli irregolari pare inceppata. Il reato d’immigrazione clandestina, introdotto col pacchetto sicurezza (legge 94/2009), è in vigore dall’8 agosto: l’ingresso e il soggiorno illegale vengono puniti con ammenda e conseguente espulsione.

Competente a decidere è il giudice di pace. Risultati? Scarsi. A Genova si registrano finora solo dodici condanne, sei giudizi sono stati sospesi per eccezioni di incostituzionalità. Nessuna condanna a Palermo ed Agrigento (competente su Lampedusa); a Firenze, l’ufficio del giudice di pace ha ricevuto dalla procura pochi fascicoli; stessa situazione a Parma, Bologna e Napoli; a Santa Maria Capua Vetere, le sentenze si contano sulle dita di una mano (cinque); nessuna condanna a Bari. Diversa la situazione a Torino: qui i giudici ricevono circa 250 pratiche al mese.

A Milano sono 500 le richieste d’archiviazione inviate dalla procura: se un irregolare è indagato anche per un altro reato, la procura preferisce contestare la clandestinità come aggravante piuttosto che procedere all’imputazione per il nuovo reato. "A Roma - spiega Gabriele Longo, presidente dell’Unione giudici di pace - abbiamo avuto finora solo 40 processi, ma i decreti d’espulsione emessi dal prefetto sono stati 611.

Questo è l’assurdo doppio binario: l’espulsione può essere ottenuta attraverso il reato, di difficile attuazione, o con il più celere decreto amministrativo". Insomma, la vecchia strada è ancora la più battuta. "È normale - replica Stefania Trincanato, presidente della Confederazione Giudici di Pace - perché era nelle intenzioni del legislatore continuare a prediligere la via amministrativa". E il nuovo reato? "È accessorio".

Immigrazione: permesso temporaneo a irregolari con figli piccoli

 

Notiziario Aduc, 22 gennaio 2010

 

I clandestini con figli minori possono rimanere "con un permesso di soggiorno temporaneo" nel nostro Paese. Lo sottolinea la Cassazione secondo la quale "non può ragionevolmente dubitarsi che, per un minore, specie se in tenerissima età, subire l’allontanamento di un genitore, con conseguente impossibilità di avere rapporti con lui e di poterlo anche soltanto vedere, costituisca un sicuro danno che può porre in serio pericolo uno sviluppo psicofisico, armonico e compiuto". In questo modo, la prima sezione civile (ordinanza 823) ha accordato un permesso temporaneo di due anni ad un padre clandestino N.C. che chiedeva di rimanere a Milano per rimanere vicino ai due figli piccoli. A negargli la possibilità di restare nel nostro Paese era stata la Corte d’Appello di Milano nel maggio 2008. Contro l’espulsione la difesa del clandestino ha fatto ricorso con successo in Cassazione.

Piazza Cavour, accogliendo il ricorso, ha accordato al clandestino la possibilità di rimanere "per due anni" sostenendo che "non si può ritenere che l’interesse del minore venga strumentalizzato al solo fine di legittimare la presenza di soggetti privi dei requisiti dovuti per la permanenza in Italia". Del resto, annota ancora la suprema Corte articolo 31 del decreto legislativo 286 del ‘98 alla mano, viene riconosciuto "allo straniero adulto la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno, necessariamente temporaneo o non convertibile in permesso per motivi di lavoro". Una disposizione favorevole all’immigrato irregolare che in quanto tale non avrebbe più i requisiti per rimanere nel nostro Paese che deve essere inquadrata dicono gli ermellini, in una incisiva protezione del diritto del minore alla famiglia e a mantenere rapporti continuativi con i genitori".

 

 

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