Rassegna stampa 19 febbraio

 

Giustizia: contro l’emergenza carceri… ecco avanza il cemento

di Paolo Casicci e Marco Romani

 

Venerdì di Repubblica, 19 febbraio 2010

 

Sovraffollamento? Il governo vuole costruire nuovi penitenziari. Uno spreco miliardario che si potrebbe evitare. Usando meglio le strutture che ci sono già, o depenalizzando i reati minori. Ma su questo fronte Alfano non ci sente.

In carcere i conti non tornano. Come si possono far stare 66.000 detenuti in 44.000 posti disponibili? La matematica non fornisce soluzioni, la pratica sì: ammassandoli su letti a castello dentro la stessa cella. Violando così le norme nazionali ed europee sugli standard dei metri quadri a disposizione per ogni carcerato. Ma il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, oltre a fornire i dati delle presenze e della capienza regolamentare (44.066 posti) degli istituti, dà anche la soglia di "tollerabilità" del sistema: 66.563 posti. Basterà quindi che la popolazione carceraria aumenti di 500 detenuti e dall’emergenza si passerà al disastro umanitario. Considerando che negli ultimi anni il saldo fra ingressi e uscite è di 800 persone al mese in più, già a marzo la situazione sarà ingestibile.

Al ministro della Giustizia Angelino Alfano è tutto fin troppo chiara e dopo aver presentato un primo Piano straordinario delle carceri nel gennaio 2009, un mese fa si è presentato alla Camera con un nuovo Piano, approvato poi dal Consiglio dei ministri. Ma neanche stavolta i conti tornano. Nel Piano del 2009, firmato dal Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria e capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Franco Ionta, si parla di un incremento (fra ristrutturazioni, aperture di nuovi reparti e costruzione di interi istituti) di 17.129 posti detentivi per un costo complessivo di un miliardo 590 milioni. A solo un anno di distanza, insomma, Alfano ha detto a Montecitorio di voler portare la capienza a 80 mila unità, ma ha messo sul piatto solo 600 milioni. Come è stato possibile ridurre di un miliardo di euro la spesa in soli dodici mesi?

"O i conti erano sbagliati prima" dice Luigi Manconi, presidente dell’associazione A buon diritto e direttore della rivista on-line www.innocentievasioni.net, "o sono sbagliati ora". Un sospetto Manconi ce l’ha. E gli viene dal fatto che Alfano alla Camera non ha detto quanti nuovi posti letto vuole aumentare, ma solo che entro il 2012 nelle carceri italiane potranno entrare fino a 80 mila detenuti. "Questo potrebbe voler dire che il ministro calcola i posti detentivi, attuali e futuri, già al limite della tollerabilità. Così l’incremento sarebbe di sole sette o ottomila unità".

Ma quanto costa costruire un posto letto in prigione? Secondo l’associazione Antigone più di 57 mila euro. E la somma aumenta vertiginosamente se si dà il via ai lavori di un istituto intero e non soltanto a nuovi padiglioni. "Senza ruberie o corruzione e con una gara d’appalto che punta al massimo ribasso" dice il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella "per costruire un istituto di pena da 200 posti oggi ci vogliono almeno 15 milioni: 75 mila euro a posto letto. Senza considerare i costi per gli espropri delle aree".

Alfano, che ha fretta, per accelerare ha chiesto lo stato d’emergenza per l’edilizia carceraria. Che in parole povere significa dare al commissario straordinario la facoltà di decidere, senza gara d’appalto, a chi affidare i lavori, secondo un modello sperimentato all’Aquila, con Ionta investito degli stessi poteri di Guido Bertolaso.

"Prima di capire se ci sono o no i soldi per le nuove carceri" dice però la radicale Rita Bernardini, che, dopo uno sciopero della fame, è riuscita a far votare dalla Camera alcuni punti della sua mozione per il miglioramento della vita dei detenuti e la riduzione dei tempi della carcerazione preventiva, "il ministro dovrebbe dirci perché istituti pronti da tempo, come quello di Rieti, Matera o Barcellona Pozzo di Gotto, non sono mai stati aperti per mancanza di organici".

Ma gli agenti mancano davvero? "L’Italia" spiega Alfonso Sabella, capo dell’ispettorato del Dap fino al 2001, quando l’allora numero uno del Dipartimento Giovanni Tinebra soppresse l’ufficio, "è il Paese con il miglior rapporto fra detenuti e polizia penitenziaria. A fronte di 65 mila detenuti possiamo contare su oltre 42 mila poliziotti penitenziari, a differenza di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna, che su circa 75 mila detenuti dispongono al massimo di 25 mila agenti".

E dove sono i nostri agenti? "Da un monitoraggio effettuato nella seconda metà del 2001" dice Sabella "è emerso che quelli effettivamente impiegati nella sicurezza dei detenuti non superavano i 23 mila". E gli altri? Buona parte in malattia: "È quotidianamente assente dal servizio il 40 per cento del personale, a fronte del 31 per cento delle altre forze di Polizia. Un’altra causa della mancanza di personale è la sconsiderata politica dei distacchi. Una volta a Napoli a fronte di circa 250 agenti distaccati da altri carceri ce n’erano 250 distaccati in altri istituti".

Una soluzione per impiegare meglio il personale, e migliorare a un tempo le condizioni di vita nelle carceri, secondo Sabella ci sarebbe: adottare il regime "aperto" per i detenuti di bassa e media sicurezza, rinunciando cioè agli agenti nelle sezioni, e sostituendo i tanti posti di servizio ai cancelli intermedi con una ronda di quattro-cinque uomini e con qualche sentinella sul muro di cinta, come avviene negli Usa e in altri Paesi europei. Così si impiegherebbe la metà del personale oggi necessario e i detenuti vivrebbero in condizioni più umane.

"Credo" dice Sabella "che ci sia una precisa volontà di mantenere i poliziotti penitenziari, che molti considerano buoni solo ad aprire e chiudere cancelli, come personale di serie B. Si dovrebbero invece motivare gli agenti trasformandoli in una moderna Polizia della Giustizia".

Un altro modo per liberare personale l’aveva escogitato sempre Sabella, ma il suo progetto è rimasto chiuso in un cassetto del Dap, insieme con i verbali delle ispezioni con le quali il magistrato aveva fatto notare, da Ancona a Trapani, come non mancassero in ogni istituto gli spazi chiusi senza un valido motivo e che avrebbero potuto ospitare detenuti in più, e in condizioni umane, rispetto a quelli effettivamente reclusi.

Si trattava di una convenzione tra il ministero della Giustizia e Poste Italiane per aprire dei Postamat negli istituti penitenziari. La convenzione avrebbe consentito ai carcerati di disporre sempre e comunque del loro denaro, ai loro familiari di versare le somme da qualunque ufficio postale, all’Erario di non pagare gli interessi legali sulle somme. "Quando ho sottoposto il piano, e le Poste erano molto interessate, ai vertici dell’Amministrazione, mi sono sentito rispondere che, se attuato, due o tre mila agenti sarebbero dovuti tornare all’interno del carcere e lasciare i loro comodi uffici Conti correnti e sopravvitto".

Insomma, le alternative al nuovo cemento ci sarebbero. E servirebbero anche a scongiurare il rischio di un nuovo scandalo "carceri d’oro", come quello scoppiato alla fine degli anni Ottanta, quando l’ex ministro dei Lavori pubblici, Franco Nicolazzi del Psdi, e il direttore generale dello stesso ministero, Gabriele Di Palma, furono accusati, e condannati in secondo grado (nel 1994), per aver ricevuto due miliardi e mezzo di lire di tangenti per i lavori di ristrutturazione di alcuni istituti penitenziari.

Ma ogni soluzione sul tema del sovraffollamento si chiude pensando che ogni anno la popolazione carceraria aumenta di circa diecimila persone. Analizzando la composizione dei detenuti, come ha fatto Antigone nel Rapporto sulle carceri del giugno 2009, si scopre che il 52,2 per cento è in custodia cautelare perché, come accade agli immigrati, non ha un indirizzo stabile. Fra chi invece è stato già condannato in via definitiva, il 32,4 per cento ha un residuo di pena inferiore a un anno e quindi potrebbero accedere ai domiciliari, ma la decisione è discrezionale e i giudici difficilmente la concedono.

Gli stranieri in carcere sono oltre 23.500 e circa il dieci per cento è dentro per non aver ottemperato all’obbligo di espulsione e non sono ancora disponibili i numeri sugli arresti di immigrati dopo l’approvazione del reato di clandestinità. Secondo stime ufficiose, degli oltre 21 mila detenuti per violazione della legge sulla droga sarebbero circa l’80 per cento i consumatori arrestati per detenzione di quantità modeste di stupefacenti e solo un 20 per cento ì trafficanti e i grandi spacciatori. "Con la mozione approvata a gennaio" dice Bernardini "il governo si è impegnato a ridurre i tempi della custodia cautelare. Ma se non si rimette mano alla legge sulle droghe e al reato di clandestinità l’emergenza carceri non si risolverà neanche con un miracolo". Per Alfano, però, è forse più facile costruire nuove celle che far capire alla Lega che la sicurezza non aumenta sbattendo tutti in galera.

Giustizia: emergenza carceri? per il Governo si tratta di affari

di Giovanni Russo Spena e Gennaro Santoro

 

Liberazione, 19 febbraio 2010

 

"Qui non c’è più decoro le carceri d’oro ma chi le ha mai viste chissà, cheste so fatiscenti pe chisto i fetenti si tenino l’immunità", così cantava De Andrè in "Don Raffaè".

Forse si è ispirato a Pasquale Cafiero il Governo quando ha presentato due emendamenti al decreto legge sul piano carceri attualmente in esame alla Camera: in beffa agli spot sugli arresti di mafia, si prevede per la costruzione di nuove carceri non solo l’affidamento senza gare d’appalto, ma anche la possibilità di subappaltare i lavori fino al 50 per cento del valore dell’opera. It’s business! Tra l’altro, è stata affidata alla Protezione civile, oltre che la gestione dei terremoti e dei grandi eventi, anche quella del sistema carcerario, sottratto, quindi, ad ogni controllo istituzionale e politico.

Intanto il clima (o delirio) di emergenza carceraria ha portato il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ad istituire delle Unità di ascolto per prevenire i suicidi (72 nel 2009, 7 nel solo gennaio di quest’anno), assegnando tale funzione - udite, udite - alla Polizia penitenziaria piuttosto che agli psicologi.

Mentre in Parlamento vi sono svariati disegni di legge che tendono a militarizzare il personale civile di chi lavora in carcere, a partire dagli educatori. Mentre il carcere, come ha ricordato Paola Giannelli (Società italiana Psicologia penitenziaria) nei giorni scorsi su Il fatto quotidiano, viene utilizzato sempre più "per affrontare problemi di natura sociale, spesso di disagio psichico (come il caso del suicidio avvenuto a Spoleto)".

E il dramma di chi vive in celle sovraffollate e disumane è dovuto in gran parte alla "chiusura delle prospettive di vita - sia durante la detenzione che dopo - determinata dalle modifiche apportate alla riforma del 1975 e alla Legge Gozzini che ne hanno capovolto la ratio; alla presenza massiccia di persone in attesa di giudizio (il 50% della popolazione detenuta, di cui il 40% viene poi assolta)… al Fine Pena Mai, ovvero quelle forme di ergastolo senza possibilità di avere benefici, né a media né a lunga scadenza".

A proposito di fine pena: mai, senza se e senza ma. Ci scrive Carmelo Musumeci, uno dei protagonisti della lotta contro la pena perpetua, per denunciare le ore di attesa e le angherie che suo figlio e, in generale, i figli dei detenuti (anche in tenera età) sono costretti a subire prima di poter avere un freddo colloquio col proprio genitore in carcere. Come a dire, la pena è un bene ereditario, una stigmate che anche i figli, seppur innocenti, devono scontare.

E allora non c’è da meravigliarsi se chi esce dal carcere torna a delinquere in 7 casi su 10 (mentre chi ha usufruito dei benefici penitenziari solo in 2 casi su 10) o se i tre quinti di chi è in carcere ha un grado di istruzione compreso tra l’analfabetismo e la terza media o, ancora, se in carcere c’è una media di suicidi di 21 volte superiore a quella di chi vive in libertà.

Per continuare a ricordare De Andrè, verrebbe da intonare "La Ballata del Miché": "Vent’anni gli avevano dato, venti anni in prigione a marcir, però adesso che lui si è impiccato, la porta gli devono aprir".

Ma Fabrizio non c’è più a ricordare gli ultimi, i poveri cristi blasfemi, quelli che come Stefano Cucchi o Federico Aldrovandi hanno avuto la colpa di finire nelle mani sbagliate. Nelle mani animate di violenza profusa e legittimata dalle stesse Istituzioni. Quelle stesse Istituzioni sorte per tutelare la dignità di tutti, anche (verrebbe da dire, soprattutto) di chi è ristretto nella propria libertà personale. "Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino, non avevano leggi per punire un blasfemo. Non mi uccise la morte ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte" (Fabrizio De Andrè, "Un blasfemo").

Giustizia: Dl Protezione civile; Governo battuto su Odg carceri

 

Ansa, 19 febbraio 2010

 

Governo battuto tre volte in rapida sequenza nelle votazioni degli ordini del giorno al decreto legge sulla protezione civile. Con il parere contrario del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Guido Bertolaso, l’Aula ha approvato due ordini del giorno del Pd. Il primo, a firma di Anna Rossomando, prevede che nell’ambito del piano carceri si dia "priorità, garantendo il necessario finanziamento, alla ristrutturazione e alla messa a norma delle numerose case circondariali attualmente esistenti".

Via libera anche al testo di Cinzia Capano che impegna il Governo a "stilare e ad utilizzare la cosiddetta "black list", ovvero un insieme di elenchi di fornitori e prestatori di servizi, considerati soggetti a rischio di inquinamento mafioso, con i quali non possono essere stipulati i contratti pubblici e i successivi subappalti e subcontratti aventi ad oggetto lavori, servizi e forniture riguardanti le opere pubbliche". La terza battuta d’arresto è arrivata su un ordine del giorno dell’Udc.

 

Cosa prevede il Decreto legge

 

Il provvedimento dà poteri amplissimi al Commissario straordinario per l’emergenza carceri che localizza le aree destinate alla realizzazione di nuovi istituti penitenziari in deroga a numerose norme: tra queste le previsioni urbanistiche, il testo unico sugli espropri di pubblica utilità, il limite ai subappalti delle lavorazioni prevalenti che potranno aumentare dall`attuale 30 per cento fino al 50 per cento. Il provvedimento di localizzazione deve contenere una dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza delle opere e costituisce decreto di occupazione d’urgenza delle aree individuate. Contro la decisione è ammesso esclusivamente il ricorso giurisdizionale o il ricorso straordinario al Capo dello Stato mentre non sono ammesse le opposizioni amministrative previste dalla normativa vigente. Il Commissario straordinario può avvalersi della Protezione civile per le attività di progettazione, scelta del contraente, direzione lavori e vigilanza degli interventi.

Giustizia: Alfano; corsia preferenziale a probation e domiciliari

 

Apcom, 19 febbraio 2010

 

Una "corsia preferenziale" per l’approvazione delle norme sulla "messa in prova" e sulla possibilità di scontare ai domiciliari le pene residue inferiori a un anno: lo ha chiesto il ministro della Giustizia Angelino Alfano ai capigruppo di Montecitorio. È lo stesso ministro a spiegare ai giornalisti: "Ho proposto ai capigruppo di tutti i partiti di concedere una corsia preferenziale, la cosiddetta legislativa, per le due norme di accompagnamento al piano carceri". Si tratta, spiega il ministro, delle "norme relative alla messa in prova (ovvero l’affidamento in prova ai servizi sociali, ndr) e la possibilità di scontare ai domiciliari le pene residue inferiori ad un anno". Conclude Alfano: "Spero che ciò possa convincere l’onorevole Rita Bernardini a sospendere lo sciopero della fame".

Giustizia: Ferranti (Pd); con nostri Odg trasparenza su carceri

 

Ansa, 19 febbraio 2010

 

"Con l’approvazione degli ordini del giorno proposti dai deputati Pd della commissione Giustizia (su cui maggioranza e governo sono stati battuti o che sono stati costretti ad accogliere) si smonta, in sostanza, l’approccio che il governo aveva ideato per affrontare l’emergenza carceri e si impongono regole per avere maggiore trasparenza nella gestione degli appalti e nelle soluzioni che vanno adottate".

Lo dichiara la deputata Donatella Ferranti capogruppo del Pd in commissione Giustizia. "Vigileremo sul rispetto degli impegni ottenuti in aula - prosegue l’esponente del Pd - per ottenere, fra le altre cose, una rigorosa trasparenza nelle gare per appalti, subappalti e gestione, sulla creazione di una black list per le imprese a rischio di inquinamento mafioso, perché ci siano finanziamenti per la ristrutturazione dei carceri esistenti, per il trasferimento del carcere di Sassari in un struttura più idonea".

Giustizia: Ria (Udc); nuove carceri, obbligo intese con i Comuni

 

Ansa, 19 febbraio 2010

 

"Con l’approvazione del nostro ordine del giorno abbiamo vincolato il governo ad andare verso la modifica del decreto 195/2009, che contiene anche il cosiddetto "Piano carceri", impegnandolo a rendere obbligatorio un processo di condivisione e intesa con i comuni individuati come sede degli istituti penitenziari". È quanto afferma in una nota il deputato Udc, Lorenzo Ria.

"Il decreto - aggiunge Ria - prevedeva la costruzione di nuove carceri in territori scelti unilateralmente dallo Stato, senza concertazione con gli enti locali, col rischio di creare disarmonia con gli indirizzi di sviluppo delle città interessate. È impensabile che si affrontino scelte così importanti senza un’adeguata informazione sulle situazioni urbanistiche e fisiche dei territori interessati".

"La sconfitta del governo su questo punto è il chiaro segnale - osserva il deputato centrista - che c’è qualcosa che non va nel ricorso alla decretazione d’urgenza per affrontare determinate materie. Non mi spiego perché - conclude Ria - si debba ricorrere a questo decreto legge, che si occupa di eventi eccezionali, per risolvere la situazione degli istituti penitenziari e soprattutto non capisco come il ministro Alfano, che pure conosce da tempo la condizione del sistema carcerario, non abbia avuto, in due anni di governo, il modo e il tempo di intervenire in via ordinaria sulla materia. Tutto questo è inaccettabile"

Giustizia: Anci; per piano carceri, serve istituire sede confronto

 

Asca, 19 febbraio 2010

 

"Istituire una sede di confronto in cui si persegua l’obiettivo di armonizzare i provvedimenti in corso e gli altri urgenti finalizzati all’ampliamento della carceri e alla realizzazione di nuovi padiglioni detentivi".

È questa la richiesta contenuta nella lettera che il Presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino ha inviato al Ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Il motivo principale della lettera del Presidente dell’Anci è quello di segnalare al Ministro Alfano "la delicata condizione presente nei Comuni Italiani che ospitano le infrastrutture carcerarie dove la situazione da tempo sta assumendo caratteristiche di vera e propria emergenza".

"Le attuali strutture - scrive infatti Chiamparino - presentano gravi insufficienze, che impongono d’individuare con assoluta urgenza una soluzione tecnico-manutentiva idonea a garantire un ambiente decoroso e vivibile a tutti coloro che , a qualsiasi titolo, frequentino il carcere. A ciò si aggiunge una carenza di personale di vigilanza che, con il fenomeno del sovraffollamento, rappresentano le cause di fondo del disagio in cui vive la popolazione carceraria, gli agenti di polizia penitenziaria e il personale direttivo".

Da qui la richiesta dell’Associazione dei Comuni di istituire una sede di confronto con l’auspicio che "le previsioni progettuali di ampliamento e di costruzione di nuove strutture previste dal nuovo Piano Carceri tengano conto delle azioni precedentemente intraprese nell’ambito dei provvedimenti adottati dagli altri livelli di governo come Regioni e Comuni" perché "il Piano Carceri potrebbe essere l’occasione per coinvolgere responsabilmente tutti gli attori istituzionali interessati ed arrivare rapidamente all’effettiva risoluzione dei problemi che affliggono le strutture detentive".

Giustizia: 80 bambini detenuti con madri, 10 più di un anno fa

 

Ansa, 19 febbraio 2010

 

Sono 80 i bambini "detenuti" in Italia con le loro madri e che rischiano di essere privati di un’infanzia serena. Lo scorso anno erano 10 di meno.

Un’esperienza positiva è quella della Icam di Milano (Istituto a custodia attenuata per detenute madri con figli fino ai tre anni) che, inaugurato nel 2007, attualmente ospita undici detenute ma, nel suo periodo di attività ha ospitato 114 madri e 120 bambini, il 50% dei quali fino ad un anno di età. L’età media delle madri è di 26 anni e 65 di loro hanno conseguito la licenza di terza media.

Per parlare di questa esperienza e trovare il modo di diffonderla in tutt’Italia la Lista Penati della Provincia di Milano ha organizzato ieri un convegno che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Benedetta Tobagi, figlia del giornalista ucciso dalla Brigata XVIII marzo e eletta al Consiglio provinciale (eletta al Consiglio provinciale) per la Lista Penati, Mariapia Giuffrida, provveditore regionale per le carceri della Toscana, Maria Laura Fadda, magistrato di sorveglianza di Milano, e Francesca Corso, ex assessore alla Provincia.

Mariapia Giuffrida ha spiegato che in Toscana si sono fatti passi avanti per la realizzazione di un Icam il cui protocollo d’intesa tra Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), e Regione Toscana è già stato firmato e per la cui realizzazione si prevedono tempi brevi. Il provveditore toscano ha anche fatto il punto sulla situazione della popolazione carceraria in Italia, ad oggi, è di 65.737 detenuti, 2.832 dei quali sono donne. Settantacinque quelle che hanno figli, mentre cinque di queste sono incinte. Quella milanese, è stato detto, è un esperienza riuscita e dinamica ma che deve aver un seguito anche in altre realtà italiane.

Tutti concordi sulla necessità di "mantenere alto il livello d’attenzione su questi temi affinché il Parlamento metta fine all’ignobile oltraggio perpetrato dagli adulti verso bimbi indifesi" qual è la loro custodia in carcere con le loro madri. Al seminario a palazzo Isimbardi, sede della Provincia di Milano, ha partecipato anche l’eurodeputato Patrizia Toia la quale ha auspicato che in Europa si arrivi a una legislazione organica in materia di carceri e diritti.

Giustizia: Osapp; trasferimenti d’ufficio per i direttori di carceri

 

Ansa, 19 febbraio 2010

 

"Il ministro Alfano, il Governo ed il Parlamento hanno agito in maniera ammirevole nel rendere possibile che il Csm possa disporre per il trasferimento d’ufficio di magistrati nelle sedi carenti di organico o eventualmente sgradite". È quanto afferma il segretario generale dell’Osapp Leo Beneduci commentando la notizia dell’approvazione definitiva al Senato del decreto sulla funzionalità del sistema giudiziario.

"Di strumenti analoghi - aggiunge - ne servirebbero anche nell’Amministrazione penitenziaria nei confronti dei Direttori Amministrativi per le numerose vacanze nelle Direzioni degli istituti penitenziari al momento coperte solo mediante dispendiosi provvedimenti di missione in favore di tali funzionari e tenuto conto che la possibilità di dirigere in pieno un carcere, nonostante la norma, non è mai stata data ai Commissari di Polizia Penitenziaria che, invece, rappresentano il vertice del Corpo. Più in generale ed al di là dei piani di edilizia penitenziaria - conclude - appare opportuno che il ministro Alfano ponga definitivamente mano, con sicuri effetti positivi, all’attuale marasma organizzativo dell’Amministrazione penitenziaria e della stessa Polizia Penitenziaria".

Sardegna: Sdr; un solo direttore deve gestire… quattro istituti

 

Agi, 19 febbraio 2010

 

"Nuova assurda situazione per le carceri in Sardegna. Un direttore gestisce quattro istituti. Altri due, a Sassari e a Mamone, sono in scadenza di mandato e quello di Alghero tra poco più di un anno andrà in pensione. Insomma lo stato di emergenza, dichiarato dal governo, esclude l’isola da qualunque positiva considerazione". Lo denuncia la presidente dell’associazione Socialismo Diritti Riforme Maria Grazia Caligaris, sottolineando che "l’andata in pensione del direttore della casa circondariale di Iglesias e l’assenza per infortunio della direttrice di Badu ‘e Carros, responsabile anche del carcere di Lanusei, ha aggravato una situazione da tempo pesante".

"I vuoti di organico tra i direttori degli istituti di pena in Sardegna - ha aggiunto l’esponente socialista - non facilitano la gestione dell’emergenza provocata dal sovraffollamento, dall’ancora irrisolto problema del passaggio della sanità penitenziaria alle Asl e dalle numerose questioni che affliggono le carceri dell’isola ad iniziare dall’insufficienza del personale della polizia penitenziaria e di quello civile. Attualmente tre istituti di pena e una colonia penale sono privi di titolari e vengono gestiti ‘a scavalcò dai responsabili di altri istituti. Il direttore di Buoncammino sta seguendo anche le Case Circondariali Nuoro, Lanusei ed Iglesias; quelli di Sassari e Oristano hanno rispettivamente anche la responsabilità degli Istituti di Tempio Pausania e della colonia penale di Is Arenas".

"È una situazione inaccettabile se si considera - conclude Caligaris - la mole di lavoro e di responsabilità assegnate ai direttori con le recenti circolari del Dap in attuazione del piano di emergenza approvato dal Consiglio dei Ministri per far fronte ai gravi disagi, al fenomeno dei suicidi, agli atti di autolesionismo in seguito all’eccessivo numero di detenuti. L’irrisolta questione della sanità penitenziaria infine grava pesantemente sugli equilibri di realtà complesse come Buoncammino dove si rischia di compromettere un diritto sancito dalla Costituzione e dalle leggi".

Pavia: 412 detenuti al via lavori per l’ampliamento del carcere

di Carlo Gariboldi

 

La Provincia Pavese, 19 febbraio 2010

 

Al via i lavori per l’ampliamento del carcere di Pavia. La struttura passerà, entro il 2012, da una capienza teorica di 247 detenuti - al momento infatti sono ben 412 le persone detenute - a 550 posti.

I lavori sono già iniziati, entro il 2012 il carcere di Pavia raddoppierà, passando dalla capienza attuale (247 detenuti teorici) a 550 posti. Già oggi i detenuti sono 412 e stanno per raggiungere la capienza massima tollerabile (450). "Il progetto di Pavia rientra indirettamente nel piano carceri varato dal governo - spiega il provveditore delle carceri lombarde Pier Luigi Pagano -. In effetti, per talune situazioni, è meglio aggiungere spazi piuttosto che costruire ex novo strutture carcerarie. In questo modo si economizza sulla sorveglianza, sui costi amministrativi e su quelli generali".

Per capire quanto pesano i costi delle strutture basta ricordare che un detenuto - in media - costa 157 euro. Di questi, secondo l’associazione Antigone, solo tre euro servono per pagare i tre pasti giornalieri e cinque per le spese di salute. Per controllare poco più di duecento celle, a Torre del Gallo lavorano 190 agenti di polizia. In questo caso 25 in meno rispetto all’organico stabilito dal ministero della Giustizia.

"Pavia in futuro dovrebbe continuare a ospitare detenuti comuni - riprende Pagano - poi si vedrà, anche alla luce del piano delle carceri che è ancora in fase di definizione". Nel progetto potrebbero anche essere coinvolti gli istituti di Voghera (un tempo supercarcere) e Vigevano (che ospita anche cento donne). "Questa struttura è stata inaugurata meno di 20 anni fa, ma ci sono già problemi - dice il cappellano, don Giuseppe Bossi -. Le chiamarono scandalo delle carceri d’oro. Il progettista di Torre del Gallo finì dentro".

Anche l’allargamento del carcere comporterà una serie di problemi logistici, urbanistici e sociali. "Con il vescovo abbiamo iniziato ad affrontare quella che per tutti noi si presenta come un’autentica sfida - spiega don Dario Crotti, coordinatore della Caritas -. Dovremo attrezzarci sotto diversi punti di vista, dovremo preparare le persone e adeguarci ai nuovi bisogni. Bisogna considerare che molte delle persone che vanno a trovare i carcerati vivono al limite della soglia di povertà, hanno bisogno di assistenza psicologica, ma anche di beni materiali. Spesso sono immigrati che vivono lontano da casa".

L’agosto scorso i detenuti stranieri erano 197, il 47% del totale. Poco meno di un terzo (62 persone) erano i marocchini, 45 gli albanesi, 25 i tunisini e 17 i romeni. "Durante la discussione del Piano di governo del territorio dovremo occuparci dei problemi connessi al raddoppio del carcere - spiega Sandro Bruni, capogruppo consiliare del Pdl, ex sindaco e volontario della Casa del Giovane -. Forse dovremo interrogarci se è giusto mantenere l’area per gli spettacoli viaggianti fuori da Torre del Gallo. O se non sarebbe opportuno realizzare, magari con il contributo dell’Aler, una struttura con minialloggi per ospitare i familiari di chi è costretto in carcere".

Tempio Pausania: detenuto ingoia 2 batterie, rischia di morire

di Andrea Busia

 

L’Unione Sarda, 19 febbraio 2010

 

Lo ha fatto sapere a tutti in carcere. Luigi Contini, 44 anni, calangianese dice di stare male e di essere pronto ad un gesto disperato per uscire dal penitenziario di Tempio. L’operaio, arrestato il 4 gennaio, non bleffa. È finito per due volte in ospedale per aver ingerito due batterie stilo e le conseguenze sono state molto gravi. Contini ha rischiato di morire, l’intervento tempestivo dei medici del carcere di Tempio e poi degli specialisti del Paolo Dettori gli hanno salvato la vita.

Le condizioni psico-fisiche del calangianese erano pessime già al momento dell’arresto e i medici si sono trovati davanti ad una situazione difficile e rischiosa. Non è stato possibile infatti sottoporre Contini ad un intervento chirurgico, il suo stato di salute non lo consente. L’operaio continua a stare male e il suo avvocato nei giorni scorsi ha presentato una istanza per la revoca della custodia cautelare in carcere.

Il Tribunale di Tempio ha ritenuto fondate le richieste del legale di Contini, Tommaso Masu, ma non accolto la richiesta di scarcerazione. Per l’operaio è stato disposto il trasferimento nel carcere di Buoncammino a Cagliari. Il calangianese sarà affidato ai medici della clinica del penitenziario per tutte le cure del caso. Ma il problema di Contini resta tutto, il suo difensore è molto preoccupato. I gesti di autolesionismo potrebbero ripetersi, lo dicono anche le relazioni dei medici che si sono occupati dell’operaio.

La storia di Luigi Contini lascia pochi dubbi sulla fondatezza delle richieste rivolte dal suo difensore ai giudici di Tempio. L’uomo, alla fine della partita tra Calangianus e San Teodoro, il giorno dell’ Epifania, va in escandescenze e i carabinieri sono costretti ad interventire. I militari vengono accolti da Contini con un insulti e urla. Inevitabile l’arresto e il trasferimento in caserma per tutte le formalità del caso. Stando alle contestazioni della Procura l’uomo avrebbe anche tentato di afferrare la pistola d’ordinanza del comandante della stazione di Calangianus. Da qui l’accusa di tentata rapina. Contini, agli stessi carabinieri appare disorientato e sconvolto.

Le sue condizioni peggiorano in carcere, nonostante l’assistenza del personale del penitenziario di Tempio e dei volontari che si occupano di lui. Ora Contini dovrà essere trasferito a Cagliari, il suo legale attende di conoscere le altre decisioni del Tribunale.

Genova: Marassi; detenuto aggredisce un agente penitenziario

 

Agi, 19 febbraio 2010

 

Un detenuto ha aggredito un agente di Polizia penitenziaria nel carcere di Marassi, dopo aver ricevuto un provvedimento disciplinare. Il poliziotto ha riportato una frattura alla mano, con una prognosi di 30 giorni. A riferire l’episodio è Fabio Pagani, segretario regionale Uil Penitenziari della Liguria, che racconta: "in quel momento al piano terra della seconda sezione del carcere di Marassi erano presenti molti detenuti, impegnati nei corsi scolastici, mentre il personale di polizia penitenziaria contava appena 4 unità in servizio.

Se la situazione fosse degenerata l’incolumità di tutte le unità di polizia penitenziaria sarebbe stata posta in grave rischio". Il sindacalista rivolge al direttore del carcere "un pubblico apprezzamento per la disponibilità e la sensibilità mostrata nell’occasione avendo deciso di accompagnare personalmente il collega all’ospedale", ma sottolinea la "incredibile situazione di sovraffollamento" nell’istituto penitenziario, che stamattina ospitava 740 detenuti, a fronte di una capienza di massima pari a 432.

"Nei prossimi giorni sarà aperta un altro reparto - denuncia Pagani - ed è facile immaginare che si incrementeranno le presenze detentive, mentre il personale di polizia penitenziaria lamenta una carenza di 150 unità". Anche il segretario generale aggiunto e commissario straordinario per la Liguria del sindacato Sappe Roberto Martinelli dichiara che quella di Marassi "è purtroppo un’aggressione annunciata, l’ennesima, frutto del combinato disposto tra il pesante sovraffollamento della struttura e la grave carenza di poliziotti penitenziari.

È evidente che il numero di poliziotti penitenziari impiegati nel servizio di sorveglianza all’interno dei reparti detentivi dell’istituto è, in proporzione ai detenuti presenti, veramente insufficiente. La grave aggressione ripropone drammaticamente all’ordine del giorno la questione della sicurezza individuale dei Baschi Azzurri in servizio nelle prigioni del Paese. Servono risposte certe e urgenti - conclude Martinelli - da parte dell’Amministrazione Penitenziaria".

Arezzo: domani la Senatrice Radicale Poretti visiterà il carcere

 

Ansa, 19 febbraio 2010

 

"Sabato 20 febbraio andrò in visita alla Casa Circondariale San Benedetto di Arezzo per una ordinaria visita ispettiva e verificare le condizioni dell’istituto e, in particolare, quelle di lavoro degli agenti di polizia penitenziaria e di detenzione dei reclusi; ma anche lo stato dei lavori di ristrutturazione programmati da tempo, già assegnati con bando di gara, con soldi stanziati ma mai partiti". Lo afferma Donatella Poretti, parlamentare radicale.

"Il piano di ristrutturazione, per un valore di circa 2.500.000 euro, di cui 1.800.000 per la messa in sicurezza di una parte del muro di cinta, prevedeva la chiusura per 18 mesi dell’istituto. I lavori sarebbero dovuti partire all’inizio del 2009, poi a giugno, poi a settembre, poi a dicembre e riguardavano solo interventi esterni (muro di cinta, camminatoio, centrale operativa...) ma nulla all’interno di reparti e celle che sono in condizioni fatiscenti, e necessitano quantomeno di lavori su impianti idraulici ed elettrici. Le condizioni di incertezza sulla chiusura rendono più complicata una gestione giù grave per sovraffollamento di detenuti e carenze di organico. La programmazione delle attività è precaria, attività senza le quali la pena perde quell’obiettivo di riabilitazione e rieducazione necessario al recupero e reinserimento sociale del condannato. Al termine della visita ci sarà una conferenza stampa. Alle 11.30, in Piazza S. Jacopo angolo banca Mps, al tavolo del Comitato raccolta firme lista Bonino-Pannella e Liberaperta".

Napoli: convegno del Centro diocesano di pastorale carceraria

 

Il Mattino, 19 febbraio 2010

 

Il convegno promosso dal Centro Diocesano di Pastorale Carceraria nella sala del Tempio di Capodimonte per sabato prossimo dal titolo "Il carcere problema di tutti", è un’occasione per riflettere sull’universo carcere e sulla condizione in cui vivono tanti detenuti nella nostra regione. Negli ultimi mesi si è molto parlato del sovraffollamento, della necessità di costruire nuovi Istituti di Pena, della tragica morte di Stefano Cucchi e dell’esigenza di garantire la sicurezza attraverso la certezza della pena.

Un dibattito spesso caratterizzato dall’emotività e da tante semplificazioni. Ma vediamo le cifre. In Campania a fronte di una capienza regolamentare di circa 5.300, sono oltre 7.600 le persone recluse, dato che riflette il trend nazionale, poiché sono oltre 66mila i carcerati ospitati nelle patrie galere sui 44mila previsti. Il penitenziario di Poggioreale, il più grande d’Europa, è l’emblema di questa situazione con un sovraffollamento che supera di oltre 1300 unità le circa 1400 presenze previste. Che fare allora?

Bisogna costruire altre prigioni per alleviare la condizione delle carceri campane? Visito da anni con la Comunità di Sant’Egidio i reclusi nel carcere di Poggioreale, e in quest’ultimo periodo, oltre a constatare le difficoltà con cui essi vivono per il sovraffollamento, ho visto anche come è cambiata la conformazione della popolazione dei detenuti. Il carcere è diventato sempre più contenitore di povertà e disagio della nostra società. I recenti provvedimenti legislativi, noti all’opinione pubblica come "pacchetti sicurezza", hanno prodotto un effetto.

Hanno portato - ed in futuro sempre più porteranno - negli istituti di pena cittadini extracomunitari per condotte non sempre correlate ad un effettivo allarme sociale. Ma accanto ad essi si nota la presenza dei senza dimora, alcuni dei quali abbiamo incontrato durante le distribuzioni di cibo con la Comunità di Sant’Egidio. E di persone con problemi psichici. La marginalità sociale spinge in carcere tante persone che ci restano più a lungo di altri, anche per la scarsità di mezzi economici con cui dovrebbero provvedere alla propria difesa legale. Colpisce anche la presenza di tanti giovani e giovanissimi, soprattutto nei padiglioni dove sono recluse le persone alla loro prima esperienza carceraria.

Ma l’età media di tutta la popolazione detenuta si è notevolmente abbassata. Anche i reati connessi alle organizzazioni criminali vedono tanti giovani come protagonisti. La presenza di un discreto tasso di analfabetismo è un altro dato sui cui riflettere. La fragilità di tanti giovani, il dilagare del consumo della droga (soprattutto della cocaina), la mancanza di un sistema di protezione sociale sono tra le cause dell’aumento della popolazione carceraria. La richiesta di sicurezza nella nostra società sembra che possa essere soddisfatta solo rinserrando le porte del carcere per chi minaccia il nostro vivere e il nostro benessere. Ma così vengono solo placate le paure collettive. Quando una società è in crisi si invocano più prigioni. Il problema, invece, è come "rieducare" queste persone, cioè come cercare di farle essere migliori, perché il lungo tempo che possono utilizzare per "pensare" da solo non basta a farne dei buoni cittadini.

Dobbiamo ricordare che chi sta in carcere, nella stragrande maggioranza dei casi, prima o poi ne esce. Sono pochi quelli che ci restano a vita. Allora la nostra società non può porsi solo il problema di far rispettare la pena (che è sacrosanto, soprattutto quando c’è il rischio di reiterare il reato), ma deve chiedersi con quale carico di rabbia e di disperazione vivranno questi ex detenuti una volta riacquistata la libertà, privi di prospettive di reinserimento e più emarginati di prima. Questo è il problema di fondo. Sappiamo come la camorra sia un grande sistema di protezione sociale su cui tanti fanno affidamento in mancanza di risorse economiche e di opportunità lavorative.

Certo, la presenza di soli 63 educatori negli Istituti della Campania e di un numero di psicologi che garantisce un colloquio di meno di 7 minuti mensili per ogni detenuto sembra ben poca cosa rispetto "all’offerta" della criminalità organizzata. La scelta del cardinale Sepe di promuovere questo incontro, accanto a tante altre iniziative come la proposta fatta alle parrocchie di adottare un detenuto, vuole allora responsabilizzare tutti i credenti della nostra diocesi verso la vita di chi vive in prigione. Se è vero che diverse sono le storie e le vicende di chi finisce in carcere, altrettanto diverse sono le risposte da dare.

Non è questa la sede per analizzarle e per parlarne, ma quello che oggi va ribadito e che il carcere è un problema di tutti. La chiesa di Napoli osserva il precetto evangelico di visitare i carcerati, ma la società civile si deve interrogare su come investire, su quali azioni intraprendere per avere una città "veramente" più sicura. Più sicurezza si ottiene se si riesce a trasformare chi ha sbagliato in un uomo nuovo nel momento in cui uscirà dal carcere. Non è vero che il bene sta tutto "fuori" e il male tutto "dentro". In una società in cui il confine tra il bene e il male non è molto chiaro, una città piena di celle sembra rassicurante. Ma è un grande fallimento anche per chi in carcere non ci finisce. Ci sarebbe bisogno di più aiuto e di meno prigioni.

 

Antonio Mattone, Comunità di Sant’Egidio

Viterbo: promosso dal Pd oggi convegno su sistema carcerario

 

Tuscia web, 19 febbraio 2010

 

L’area Giustizia del Partito Democratico di Viterbo organizza per il giorno venerdì 19 febbraio ore 16.30 presso sala conferenze della provincia in via Saffi. Un’iniziativa dal titolo: il sistema carcerario Mammagialla nella città di Viterbo.

Analizzano i problemi del sistema penitenziario italiano, con particolare attenzione per la situazione del carcere Mammagialla, il viterbese Pierpaolo D’Andria, il Deputato Ugo Sposetti, capogruppo Pd al Consiglio Comunale di Viterbo, Angiolo Marroni, garante regionale dei diritti dei detenuti. Giovanni Tomasselli dei giovani democratici che ci racconterà la sua visita al carcere. Francesco Cascini del dipartimento amministrazione penitenziaria. Massimiliano Bagaglini di Antigone. Francesco Quinti coordinatore nazionale sicurezza Cgil. Introduce Sabina Cantarella, modera Angelo Allegrini, Segretario provinciale Pd, conclude l’onorevole Donatella Ferranti, capogruppo Pd alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati. Numerosi poi gli interventi annunciati di partecipanti rappresentativi delle varie realtà .

Si è voluto creare una occasione di approfondimento certamente non esaustiva di tutte le problematiche legate alla situazione delle carceri italiane, con un occhio più attento a "Mammagialla ", terzo carcere del Lazio, uno dei più grandi d’ Italia con 600 - 700 detenuti e 400 dipendenti importante indotto di una realtà complessa, non solo sociale e giudiziaria, ma anche economica per l’intera provincia di Viterbo, non sempre adeguatamente valorizzata dalla politica.

Del carcere infatti ci si ricorda solo in occasione di fatti di cronaca nera, come se fosse un corpo estraneo alla comunità locale, mentre troppo spesso si dimentica che non è solo il luogo della espiazione della pena, ma è anche e soprattutto il luogo dove deve essere avviato e attuato un programma di recupero del detenuto, in vista del suo reinserimento da cittadino responsabile nella società civile.

Il Pd giunge a questo evento dopo una serie di incontri con operatori del settore, dopo una recente visita dell’On Donatella Ferranti e i componenti del gruppo giustizia al carcere di Mammagialla, con la proposta operativa di aprire un forum permanente partecipato da partiti, istituzioni,operatori economici e del settore giustizia .

L’iniziativa dell’ area giustizia Pd Viterbo, coordinata da Rodolfo Perosillo, vuole rappresentare anche l’avvio di un metodo per affrontare le tematiche di rilievo sociale e politico, improntato all’ascolto, all’approfondimento, al dibattito pubblico, finalizzato alla predisposizione di proposte operative di ampio respiro: non quindi iniziative estemporanee ed isolate, ma volte a costruire risultati, mediante la sensibilizzazione, la formazione e la responsabilizzazione di donne e uomini impegnati nella politica , organizzati in aree tematiche. L’informazione realizzata attraverso la stampa ha un ruolo fondamentale per ricongiungere il carcere di Mammagialla al territorio e al suo contesto sociale ed economico e il convegno di venerdì 19, presso la Sala della Provincia di Viterbo, sarà anche un’occasione per i giornalisti per conoscere una realtà, quella carceraria, da angoli di vista diversi da quello che troppo spesso fa da sfondo agli articoli di cronaca giudiziaria.

Immigrazione: gli eritrei; fermate rimpatrio forzato dalla Libia

 

Redattore Sociale, 19 febbraio 2010

 

Sotto accusa la politica di Tripoli, che rimpatria con la forza gli eritrei arrestati sul suolo libico. Domani manifestazione a Roma per chiedere l’applicazione delle sanzioni decise dall’Onu contro il regime di Asmara.

Gettare luce sulla continua violazione dei diritti umani e civili in Eritrea e chiedere da un lato la fine dei rimpatri forzati in atto in Libia e quella dei rapimenti di profughi eritrei in Sudan, e dall’altro l’applicazione delle sanzioni decise dalle Nazioni Unite. È lo scopo della manifestazione, prevista per domani mattina a Roma, organizzata dai rifugiati eritrei presenti in Italia. L’appello a partecipare è soprattutto un grido perché l’attenzione di tutta la comunità internazionale si volga al "popolo eritreo che ha bisogno - scrivono i rifugiati - del vostro sostegno morale e umanitario perché da anni soffre la tirannia e le torture del regime: la nostra voce è la voce della vittime delle torture e delle persecuzioni".

I rifugiati denunciano le violazioni dei diritti umani perpetrati dal governo eritreo nei confronto dei propri cittadini, abusi motivati con l’irrisolto conflitto con l’Etiopia: "Un alibi - spiegano i rifugiati - per non avviare il processo di democratizzazione nel paese". Una situazione che d’altronde è ben conosciuta a livello nazionale, tanto che il 23 dicembre scorso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con 13 voti favorevoli su 15 (contraria la Libia, astenuta la Cina), ha approvato una risoluzione (1907/2009) con la quale ha deciso dure sanzioni nei confronti del regime eritreo.

Il testo, preparato dall’Uganda e voluto insistentemente dall’Unione africana, sottolinea il sostegno del governo eritreo ai gruppi armati islamici radicali somali, accusati di aver forti legami con Al Qaeda, che si oppongono al governo di transizione somalo, sostenuto dalla comunità internazionale, e il mancato ritiro da una striscia di territorio di Gibuti, ordinata dallo stesso Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 1862 (2009) a seguito di sconfinamenti dell’esercito eritreo a causa di incidenti di confine mai del tutto chiariti, e negati dal governo eritreo contro ogni evidenza.

Fra le sanzioni, nelle intenzioni dell’Onu mirate a colpire il regime e non la popolazione, prevede l’embargo sul commercio di ogni tipo di armamento, sia verso che dall’Eritrea, il congelamento delle risorse finanziarie riconducibili al governo eritreo o a suoi esponenti di rilievo e l’impedimento ai viaggi all’estero di alcuni esponenti del governo eritreo.

"Stiamo manifestando - affermano i rifugiati eritrei in Italia - per ringraziare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per avere emesso contro il regime eritreo la risoluzione 1907 del 23/12/2009 e per chiedere l’applicazione di più sanzioni affinché venga rispettata la legalità e siano garantiti i diritti umani. Noi eritrei - continuano - siamo altresì molto addolorati per la situazione dei nostri fratelli imprigionati nelle carceri di Gheddafi: chiediamo che vengano sospesi i rimpatri forzati già in atto in Libia e impediti anche i quotidiani rapimenti di profughi eritrei in Sudan da parte dei servizi segreti governativi.

Manifestiamo - aggiungono - anche per chiedere che venga rispettata la risoluzione dell’Onu dell’aprile 2002, che ha stabilito il confine dei due paesi belligeranti". I partecipanti alla manifestazione confluiranno alle ore 09 a piazza Venezia per un sit-in davanti alla sede delle Nazioni Unite e successivamente, alle ore 11,00, consegneranno una lettera al Rappresentante delle Nazioni Unite in Italia.

Iran: 21enne è stato condannato a morte perché "nemico di Dio"

 

Apcom, 19 febbraio 2010

 

Le autorità iraniane hanno condannato alla pena capitale un prigioniero politico di 21 anni, Amir Reza Aarefi, con l’accusa di essere un "mohareb" (nemico di Dio). Lo afferma in un comunicato il Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Cnri).

Aarefi era stato arrestato nell’aprile 2009 ed era in carcere durante la rivolta seguita alle elezioni presidenziali dello scorso giugno in Iran. Ciò nonostante, le autorità giudiziarie gli hanno contestato anche l’accusa di partecipazione ai "disordini" post-elettorali della primavera scorsa. Il 28 gennaio il regime ha giustiziato Arash Rahmani Pour, 20 anni, e Mohammad Reza Ali Zamani, 37, anch’essi con l’accusa di essere dei "moharebeh" (nemico di Dio). L’obiettivo delle barbare esecuzioni, scrive il Cnri, "è quello di creare un clima di terrore e di paura e di preparare il terreno per la repressione della rivolta del popolo". La Resistenza Iraniana, pertanto, lancia un appello al Segretario Generale dell’Onu, al Consiglio di sicurezza e all’intera comunità internazionale "ad adottare misure urgenti e vincolanti per impedire l’esecuzione della sentenza di morte di Amir Reza Arefi e ottenere il rilascio di tutti i prigionieri politici".

Cuba: sciopero fame, dissidente detenuto in condizioni critiche

 

Ansa, 19 febbraio 2010

 

Un dissidente incarcerato si trova in "condizioni critiche" dopo 78 giorni di sciopero della fame. Lo ha riferito all’Ansa, Elizardo Sanchez, portavoce della Commissione cubana dei diritti umani e riconciliazione nazionale (Ccdhrn). Orlando Zapata, operaio di 42 anni, adottato come prigioniero di coscienza da Amnesty International nel 2003, è stato portato martedì dalla prigione di Camaguey (centro dell’isola) fino all’Ospedale nazionale giudiziario dell’Avana. Il detenuto aveva cominciato lo sciopero della fame il 3 dicembre per protestare contro gli abusi che, secondo la madre, Reyna Luis Tamayo, ha subito nel carcere di Camaguey. Zapata fa parte del gruppo di 75 dissidenti detenuti dal 2003, di cui 53 rimangono in carcere. È stato condannato a 36 anni per diversi reati, fra cui "vilipendio della figura del Comandante" Fidel Castro. Una ventina di oppositori, secondo quanto ha denunciato la Ccdhrn, sono stati "brutalmente colpiti e fermati" questo mese a Camaguey quando protestavano contro il "trattamento crudele e inumano" che Zapata sta subendo.

Stati Uniti: 12enne scrive sul banco… ammanettata e arrestata

 

Ansa, 19 febbraio 2010

 

È stata fermata dai poliziotti che l’hanno portata via dalla sua scuola in manette, incuranti delle sue lacrime e grida di disperazione. L’hanno trattata da vera criminale, nonostante abbia solo 12 anni. E nonostante il suo reato consista nell’avere scritto con un pennarello verde "Amo i miei amici Abby e Fait. Lex è stata qui il 2.1.10" sul banco di scuola. Una colpa che non le è costata un semplice richiamo, una nota ai genitori o una ramanzina da parte del preside. Alexa Gonzales, una giovane studentessa della Junior High School di Forsest Hill, nello stato di New York, non è finita in carcere ma ha dovuto subire qualcosa che per un’adolescente come lei è forse peggio: l’umiliazione davanti a tutti i compagni di classe.

La storia è raccontata dal sito Internet dell’emittente americana Cnn, che punta il dito contro l’eccesso di zelo con cui le autorità scolastiche interpretano la cosiddetta "tolleranza zero". Negli istituti americani si registrano numerosi casi di violenza ed è noto che nelle diverse scuole siano all’ordine del giorno metal detector e vere e proprie "ronde" da parte di sorveglianti. Questi ultimi, in molti casi, sono associati proprio alle autorità di polizia municipale con cui lavorano a stretto contatto. Ma dall’essere quasi poliziotti al fare intervenire i veri agenti per portare via una ragazzina che ha lasciato una scritta sul banco (alzi la mano chi non lo ha mai fatto....) ce ne corre. O, almeno, dovrebbe. Invece la storia è arrivata ai media e ora negli Usa si riapre il dibattito sui metodi di controllo e di prevenzione della micro-criminalità giovanile.

Scrivere su un banco può essere un indizio di un futuro comportamento deviato e, come tale, da reprimere bruscamente? Gli operatori sociali interpellati dalla Cnn hanno i loro dubbi. "L’ultima cosa che vogliamo" ha spiegato un’assistente sociale citata dall’emittente è che i bambini vengano spediti n galera. Tuttavia nella sola città di New York è dal 1998 che la politica della tolleranza zero in linea con il trend inaugurato dall’ex sindaco Rudolph Giuliani ha portato all’assunzione negli istituti di addetti alla sicurezza che fanno capo direttamente all’Nypd, il dipartimento di polizia celebrato in molti film e telefilm. Sono almeno 5 mila, fa sapere la Cnn, contro meno di 3 mila assistenti sociali e counselor, figure simili allo psicologo che hanno il compito di ricevere e ascoltare i ragazzi che presentano problemi di inserimento o che manifestano criticità nei loro comportamenti.

E la polizia? La Cnn riferisce di avere cercato più volte di entrare in contatto con qualche ufficiale per farsi dare conto dell’accaduto. Il Nypd non ha però ritenuto di dover fornire una propria versione. Il caso, del resto, non è il primo caso del genere: non ci sono statistiche precise, visto che essendoci coinvolti dei minori gli istituti tendono a non classificare questo tipo di episodi. Tuttavia non è la prima volta che un fatto come questo si verifica. E secondo i commentatori americani, probabilmente non sarà neanche l’ultimo.

 

 

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