Rassegna stampa 17 settembre

 

Giustizia: la civiltà delle carceri, una sfida culturale e di diritto

di Ermanno Caccia

 

Il Socialista Lab, 17 settembre 2009

 

La Corte Europea dei diritti dell’uomo, ci ha recentemente condannati per il trattamento "disumano e degradante" dei nostri carcerati dove obblighiamo a vivere in 16 metri quadri 5 persone per 12, 18 ore giornaliere.

Si badi bene la questione carceraria e la situazione dell’amministrazione penitenziaria non è un pallino dei quattro radicali irrequieti, è una questione che riguarda tutti quanti, i costi di questo problema ricadono sulla testa di ciascuno di noi, anche di coloro che pur di non perdere consenso elettorale fagocitano la piazza, con l’idea di applicare una "tolleranza zero" nei confronti di chiunque abbia sbagliato, ma che proponendo soluzioni sensazionaliste mentono sapendo di mentire. Le leggi, leggi buone esistono e vanno fatte applicare, ciò che manca è un ripensamento generale della politica giudiziaria italiana che coniughi esigenze di sicurezza e possibilità di riscatto.

Passano anni, passano i governi e ciclicamente, come si trattasse di stagioni della nostra vita, ci troviamo a discutere del problema carcere e quindi di sovraffollamento penitenziario e della necessità, più o meno condivisibile di provvedimenti straordinari quali l’indulto, l’amnistia o di altre soluzioni quali quelle di costruire nuove carceri e di altre innumerevoli panzane che, di volta in volta ci inventiamo, grazie alla fantasia di cui siamo dotati noi italiani.

La situazione carceraria attuale, che peggiora di giorno in giorno, è ormai giunta a livelli drammatici e da persone intelligenti, sulla questione dobbiamo necessariamente ragionare, anziché sragionare, se non vogliamo che la stessa ci travolga.

A voler ben guardare i dati ci dicono che siamo già stati, in parte, travolti: a fronte di una capienza regolamentare di circa 43 mila persone le nostre carceri hanno al proprio interno ben 64.200 detenuti, il numero più alto dei detenuti presenti nelle carceri italiani nella storia della Repubblica. Celle sporche, letti ammassati uno sopra l’altro con all’interno otto, dieci quindici persone.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo, ci ha recentemente condannati per il trattamento "disumano e degradante" dei nostri carcerati dove obblighiamo a vivere in 16 metri quadri 5 persone per 12, 18 ore giornaliere. In Italia l’istigazione al suicidio è reato penale (art. 580 C.P.), in realtà nelle nostre carceri italiane si deve registrare un’ondata raccapricciante di suicidi: negli ultimi 10 anni (1998 - 2008) i suicidi registrati sono stati 590 con un tasso suicidi ogni 10.000 detenuti del 10,19%, nello stesso periodo il tasso di suicidi nella popolazione italiana è stato dello 0,50 ogni 10,000 abitanti, una frequenza di circa 21 volte superiore.

Attanagliati dalla morsa di un opinione pubblica assettata di giustizia e di sicurezza, si tentato di dare risposte palliative al problema del sovraffollamento carcerario con la redazione e l’implementazione di piani straordinari di edilizia carceraria che a lungo termine potrebbero significare un miglioramento, ma che nel breve e medio termine lasciano drammaticamente immutata la situazione dietro la quale è opportuno ricordare vi sono sempre e comunque delle persone con dignità propria. Si badi bene la questione carceraria e la situazione dell’amministrazione penitenziaria non è un pallino dei quattro radicali irrequieti, è una questione che riguarda tutti quanti, i costi di questo problema ricadono sulla testa di ciascuno di noi, anche di coloro che pur di non perdere consenso elettorale fagocitano la piazza, con l’idea di applicare una "tolleranza zero" nei confronti di chiunque abbia sbagliato, ma che proponendo soluzioni sensazionaliste mentono sapendo di mentire.

Da ormai troppo tempo si chiacchiera e si cerca di arginare il peso di dati incontrovertibili, reali e contingenti della nostra drammatica situazione penitenziaria e circolano ipotesi sull’apertura di nuove carceri e di ampliamento di quelli esistenti ma di quelli che già esistono, già realizzati che non funzionano si dice poco e nulla, e a ben guardare le cose da dire su vistosi e già denunciati buchi neri che riguardano carceri fantasma o di situazioni "limite" ce ne sono tanti, troppi!

A Udine, per esempio, si è denunciato da tempo la chiusura della sezione femminile del penitenziario; a Gorizia è inagibile un intero piano del penitenziario. A Venezia e a Vicenza ci sono state chiusure parziali. Nel Piemonte e d esattamente a Pinerolo il carcere è chiuso da dieci anni e di quello nuovo c’è solo il terreno, non il cantiere. In Lombardia in provincia di Mantova, a Revere, dopo 17 anni il carcere da 90 detenuti (costo 5 miliardi) è ancora incompleto. I lavori sono fermi dal 2000, ma i locali costati più di 2,5 milioni di euro non c’è traccia. In Emilia ed esattamente nel ferrarese a Codigoro, c’è un carcere che nel 2001, dopo lunghi lavori, sembrava pronto all’uso e invece è ancora chiuso.

In Toscana, a Pescia, il Ministero ha soppresso la casa mandamentale e a Pontremoli, carcere femminile inaugurato nel 1993; c’è posto per 30 detenute, ma in media le "ospiti", sono meno di 4 e dal mese di febbraio 2009 è sbarrato. Nelle Marche, ad Ancona-Barcaglione con il carcere di 180 posti inaugurato nel 2005, nonostante le spese di mantenimento della struttura vuota ammontassero a mezzo milione di euro l’anno, gli ospiti non sono mai stati più di 20, i dipendenti 50.

In Umbria con la chiusura del vecchio carcere di Perugia-centro si è inaugurata la nuova struttura di Capanne, un intero padiglione, con celle per 150 detenuti, risulta inutilizzato, nonostante tutto a Terni, nel 2008 sono stati appaltati lavori per costruirne uno nuovo. In Abruzzo, nel penitenziario di San Valentino, costruito da 15 anni, non c’è detenuto che vi abbia alloggiato: nella struttura le guardie raccontano di aver visto girare cani, pecore e mucche.

In Campania il carcere di Gragnano è stato inaugurato, è funzionante ma rimane chiuso. Stessa sorte per Frigento. A Morcone, a due passi da Benevento, 45 chilometri da Ceppaloni patria dell’ex Ministro della Giustizia Mastella, è pronto ma inspiegabilmente non parte. La situazione in Puglia non è delle migliori. A Minervino Murge (Bari), il carcere è finito ma non è mai entrato in funzione. A Monopoli, nell’ex carcere mai inaugurato, non ci sono detenuti, bensì sfrattati che hanno occupato abusivamente le celle abbandonate da 30 anni. Ad Altamura si aspetta ancora l’inaugurazione di una delle tre sezioni della prigione. Nel foggiano il carcere di Accadia, consegnato nel 1993, ora di proprietà del Comune risulta essere inutilizzato. A Bovino (FG) esiste una struttura da 120 posti, ma è chiusa dalla sua realizzazione.

In Basilicata il carcere di Irsina, vicino a Matera, costato 3,5 miliardi negli anni 80 ha funzionato un anno, oggi è un deposito del Comune. A Reggio Calabria nel nuovo carcere di Arghilà, che doveva aprire due anni fa, i lavori vanno a rilento, secondo una facile stima, lo stesso alla fine costerà 25 milioni di euro.

In Sicilia c’è lo scandalo di Gela: carcere enorme, nuovo di zecca, mai aperto. In provincia di Caltanissetta a Villalba,vent’anni fa hanno inaugurato una prigione per 140 detenuti costata all’epoca 8 miliardi di lire, ma dal 1990 è chiusa, recentemente ne hanno fatto un centro polifunzionale, ad Agrigento solo sei detenute occupano i 100 posti della sezione femminile.

In Sardegna, mandate in pensione le case mandamentali di Terralba, Sanluri, Santavi, Carbonia, Bono, Ales, Ghilarza e, soprattutto, Busachi (5 miliardi di lire mai inaugurata), c’è la storia del penitenziario "la Rotonda" di Tempio Pausania, ristrutturato e riadattato, mai riaperto.

Rimane tutto un mistero poi la questione del personale da assumere che è da sempre carente, assente e magari anche mal distribuito. Per fare fronte al piano carceri non si prevede l’assunzione di nuovo personale di Polizia Penitenziaria, né di Educatori, né tanto meno di personale medico, tutte figure professionali che un Carcere porta insito con sé, da una stima al ribasso il personale che ad oggi manca all’appello è di circa 5.600 unità.

Un detenuto, per definizione, è colui che contravvenendo la legge "paga" con la propria libertà il danno arrecato alla collettività. Richiedere che questo cosiddetto processo "retributivo" avvenga è un dovere. Ma quanto costa alla Stato, garantire questo compito? Quanto costa un detenuto allo stato?

Domanda delle mille pistole. L’amministrazione statale che ben fa i conti nelle tasche di ogni suo cittadino di fronte a questa domanda non è in grado di rispondere in quanto al costo iscritto al bilancio del Ministero della Giustizia dovrebbe quantificare territorialmente (Regioni, Provincie e Comuni) i vari contributi e conseguentemente dividerlo per ciascun detenuto, impresa veramente difficile. Limitiamoci allora ad un calcolo minimo prendendo come riferimento il bilancio del Ministero della Giustizia-Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria e della Corte dei Conti secondo un Elaborazione del Centro Studi di Ristretti Orizzonti. Secondo questa stima il costo medio giornaliero di un detenuto, calcolato dividendo il bilancio delle spese dell’Amministrazione Penitenziaria per la presenza media detenuti ed il tutto suddiviso per i 365 giorni dell’anno è di ben 157,00 euro… il costo di un albergo a quattro stelle!

Prendendo come dato consolidato attuale che attesta la presenza di 64.000 detenuti e moltiplicandolo per il costo/medio riferito al 2008 si ottiene una spesa giornaliera di oltre 10 milioni di euro, che moltiplicati per i 365 giorni, si arriva alla stratosferica cifra di oltre 3.500 milioni di euro. Una spesa con i fiocchi, non c’è da dire! Una cifra due volte superiore all’impegno previsto dal nostro Ministero della Giustizia per il Piano Edilizio straordinario Carcerario. Insomma il costo di un detenuto allo Stato è pari ad un soggiorno di un buon Hotel di tre stelle, ma il trattamento riservato è da Paese terzo mondiale.

Ma perché non farli lavorare? Quanti di questi "ospiti" lavora? Il dato non è certo quello da sbandierare come successo. Per un Paese che ha fatto delle proprie capacità lavorative un vanto, secondo i dati riferiti al 30 giugno 2008, su una popolazione presente nei carceri di 58.393 detenuti solo 12.380 erano i lavoranti una percentuale del 21%, solo 2, e poco più, detenuti su dieci!

I dati che emergono e disponibili in rete per ciascuno voglia interessarsi della questione, dovrebbero far emergere inquietanti interrogativi: quanto è umano ciò che stanno vivendo i detenuti? quanto è efficace per una tutela adeguata della giustizia? quanto serve alla riabilitazione e al recupero dei detenuti? che cosa ci guadagna, e ci perde, una società da un sistema del genere? E sopratutto, risponde veramente al bisogno delle vittime e al bisogno della difesa dei cittadini?

È ben difficile circoscrivere sentimenti, risentimenti nei confronti di chi ha sbagliato in un contesto nel quale i problemi del carcere, sembrano prendere il sopravento specie per chi incita ingiustificate ondate giustizialiste che di fatto portano a mischiare in un unico calderone professionisti del crimine con poveracci incappati nella rigidità assurda di leggi, ma è necessario altresì ragionare e confrontarsi serenamente su una soluzione del problema.

Le leggi, leggi buone esistono e vanno fatte applicare, ciò che manca è un ripensamento generale della politica giudiziaria italiana che coniughi esigenze di sicurezza e possibilità di riscatto.

È auspicabile che venga superata una certa cieca fiducia nella pena retributiva e meccanica quale unica forma capace di migliorare i comportamenti del colpevole. Chi è vittima del proprio delitto deve poter compiere un’autocritica e va perciò aiutato ad andare oltre una conoscenza superficiale di sé. C’è la possibilità, e storie disseminate in tutta Italia ce lo dimostrano, di un’attiva cooperazione da parte del detenuto quando l’espiazione perde la valenza vendicativa per assumere quella medicinale.

La carcerazione va vista come un intervento di emergenza, un estremo rimedio per arginare una violenza gratuita e ingiusta, impazzita e disumana; è un rimedio necessario per fermare coloro che, afferrati da un istinto egoistico e distruttivo, hanno perso il controllo di sé, calpestano i valori sacri della vita e delle persone e il senso della convivenza civile.

Il carcere deve diventare, in una logica educativa e non solo punitiva, un luogo forte di austera socializzazione. Abbiamo purtroppo bisogno di strutture che mostrano come nel mondo c’è il male e che cercano di arginarlo. I modelli sanzionatori non devono ritenere scontate le modalità di risposta al reato fondate semplicemente sulla ritorsione, sulla pena fine a se stessa e sull’emarginazione. Si impone il superamento della centralità del carcere nell’ambito penale.

Bisogna impegnarsi al meglio perché il carcere sia almeno luogo di forte e austera risocializzazione, con programmi chiari e controllati, con il contributo di persone motivate e con incentivi atti a promuovere tali processi; in particolare aiutando efficacemente, all’uscita dal carcere, a trovare casa e lavoro.

È sempre più evidente l’inadeguatezza di misure semplicemente repressive o punitive e, per questo, è necessario ripensare la situazione carceraria nei suoi fondamenti e nelle sue finalità, partendo proprio dalle attuali contraddizioni.

La preoccupazione per la tutela della società, che è grave dovere dell’autorità pubblica, non è per nulla in contrasto con il rispetto e la promozione della dignità del condannato. È più produttiva, in termini di prevenzione generale, una politica criminale tesa a investire sulle capacità dell’uomo di tornare a scegliere il bene più che non una politica fondata sul solo fattore della forza e della deterrenza. Ciò non esclude, ma comprende tutte le necessarie cautele nel caso in cui sussista il reale pericolo della reiterazione di delitti gravi, soprattutto su persone inermi e su bambini. È necessario superare un certo tipo di informazione che appare sempre più inzuppata dal sensazionalismo, superare commenti di esponenti più o meno autorevoli che fabbricano paure, creano nemici. Non è una giustizia "giusta" una giustizia che rimane ingessata nella "tolleranza zero" con l’immigrato, il tossicodipendente, che per paura di dimostrare che "cambiare si può" sta ignorando le politiche delle alternative alla pena detentiva.

Non dimentichiamoci, e i dati statistici quotidiani sono tutti lì a ricordarcelo, che questo tipo di giustizia ha ripercussioni gravissime sull’affollamento delle carceri sulla possibilità reale di svolgere reali e concreti percorsi rieducativi, così come i nostri padri costituenti all’articolo 27 della nostra Costituzione avevano previsto. Ricordiamoci che se è vero che esistono delinquenti, che esiste il male, esistono ancor in numero maggiore i disperati dei quali i nostri carceri sono pieni zeppi.

Giustizia: sul 41-bis l’Italia finisce sotto lente degli ispettori Ue

di Patrizio Gonnella

 

Italia Oggi, 17 settembre 2009

 

L’Italia nuovamente sotto la lente degli ispettori europei, questa volta impegnati in procedimenti che riguardano l’applicazione del rito abbreviato e il 41-bis. Sono attese per stamani a Strasburgo le due sentenze della Grande camera della Corte europea dei Diritti dell’Uomo relative ai procedimenti n. 9174/02, Enea v. Italia, e n. 10249/03, Scoppola v. Italia.

Franco Scoppola è detenuto a Parma per eventi che risalgono al settembre del 1999, quando una lite con i figli lo portò all’uccisione della moglie. Fu rinviato a giudizio per omicidio, tentato omicidio, maltrattamenti in famiglia e possesso illegale di arma da fuoco. Nell’udienza davanti al Gup scelse di avvalersi del giudizio abbreviato.

L’allora versione del codice di procedura penale prevedeva che l’ergastolo venisse sostituito, in caso di giudizio abbreviato, con 30 anni di reclusione. Il 24 novembre 2000 il giudice condanna Scoppola a 30 anni. Ma proprio quel giorno entrava in vigore il decreto legge 341 apportante alcune modifiche al c.c.p., tra le quali quella all’art. 442 per cui, nei casi di concorso di reati e di reato continuato, si prevede ora, con il giudizio abbreviato, la sostituzione della pena dell’ergastolo a quella dell’ergastolo con isolamento diurno.

Il pubblico ministero presso la Corte d’Appello di Roma fa ricorso contro la decisione del Gup, sostenendo che la sentenza dovesse confacersi al codice riformato. Il 10 gennaio 2002 la Corte d’Assise di Roma condanna il signor Scoppola alla pena perpetua, sostenendo che le norme procedurali debbano applicarsi a tutti i procedimenti pendenti al momento della loro entrata in vigore.

Il signor Scoppola ricorre alla Corte europea nel marzo 2003. Nel maggio 2008 la sua richiesta è dichiarata parzialmente ammissibile. Essa riguarda la presunta violazione dell’articolo 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (nessuna pena senza legge) e la compatibilità dell’art. 6 primo comma (diritto a un processo equo) con quanto introdotto dal decreto legge 341. Nel settembre 2008 la Camera cui il caso era stato assegnato rinuncia alla sua giurisdizione in favore della Grande camera.

Salvatore Enea è detenuto dal 1993 per varie ordinanze di custodia cautelare emesse nel quadro di inchieste sulla mafia e sconta oggi un cumulo di pena a trent’anni di reclusione. Questi gli eventi denunciati: dal 10 agosto 1994 fino almeno al dicembre 2003 è ininterrottamente sottoposto al regime di cui all’art. 41-bis ordinamento penitenziario con almeno 16 provvedimenti che rinnovano ciascuno il precedente.

Il signor Enea è affetto da patologie che lo costringono su sedia a rotelle. Dal 18 giugno 2000 è ristretto nella sezione 41-bis del centro clinico di Secondigliano (Napoli). Fa richiesta di differimento pena e sospensione pena, entrambe rigettate con la motivazione che presso il centro gli è possibile beneficiare di ogni cura necessaria. Fa ricorso alla Corte, che lo accoglie parzialmente nelle parti riguardanti: la supposta violazione dell’art. 3 della Convenzione, che proibisce trattamenti inumani e degradanti cui Enea assimila la sua lunga detenzione in 41 bis; la compatibilità del regime di cui all’art. 41 bis con le condizioni di salute del sig. Enea; la censura della corrispondenza cui il detenuto è stato sottoposto (artt. 3 e 8 della Convenzione); il ritardo nel fissare l’udienza davanti al tribunale di sorveglianza per l’esame dei ricorsi avanzati dall’interessato (art. 6 comma 1 della Convenzione, diritto a un tribunale); la supposta violazione della libertà di manifestazione religiosa (art. 9). Si attende ora quest’ulteriore sentenza europea sul 41-bis, proprio all’indomani dell’entrata in vigore della norma che lo ha reso ancora più duro.

Giustizia: Garavini (Pd); impedire i contatti dei detenuti mafiosi

 

Ansa, 17 settembre 2009

 

"Quello che colpisce è sicuramente la continua capacità della ‘ndrangheta di riorganizzarsi, anche mentre i suoi capi sono in carcere, e di riuscire sempre a sfruttare ogni spazio per inserirsi nelle attività economiche"

La capogruppo in Commissione parlamentare Antimafia del Pd, Laura Garavini, ha commentato l’operazione contro la ‘ndrangheta portata a termine oggi a Locri: "L’operazione conclusa oggi è la prosecuzione di un lavoro importante portato avanti da tempo dalle forze dell’ordine e dalla magistratura per restituire quel territorio al controllo dello Stato. È la dimostrazione che la battaglia per la legalità è ancora difficile ma può essere vinta, anche con la collaborazione dei cittadini. Quello che colpisce è sicuramente la continua capacità della ‘ndrangheta di riorganizzarsi, anche mentre i suoi capi sono in carcere, e di riuscire sempre a sfruttare ogni spazio per inserirsi nelle attività economiche. Una capacità sempre più evoluta grazie al fatto di avere enormi capitali da riciclare ed una capacità di gestire attività imprenditoriali con metodi mafiosi che, purtroppo, cresce ogni giorno. Per questo bisogna ancora lavorare per rendere più difficile i contatti con l’esterno dei detenuti, cosa resa possibile dalle norme sul 41 bis che dall’opposizione abbiamo fatto inserire nella legge approvata a luglio, e sulla confisca dei beni".

Giustizia: polizia penitenziaria; il Governo è ostile e inaffidabile

 

Ansa, 17 settembre 2009

 

Risorse economiche "insufficienti", governo "ostile e inaffidabile"; per i sindacati della polizia penitenziaria "mancano le condizioni per l’avvio della trattativa" per il rinnovo del contratto del personale del comparto sicurezza. E dunque senza un’inversione di rotta si "aprirà una lunga ed inevitabile stagione conflittuale e di mobilitazione generale". In una nota congiunta i segretari generali di Sappe, Osapp, Sinappe, Cisl Fns, Fp Cgil e Ugl, definiscono "offensivo" l’ aumento di circa 40 euro mensili, che "corrisponde a circa il 50 per cento in meno di quanto accordato dal governo Prodi nel biennio 2006/2007?, tanto più che si parla di stipendi "già tra i più bassi d’Europa".

I rappresentanti dei lavoratori accusano il governo di "tentare di minacciare i sindacati",visto che il ministro Brunetta ha sostenuto che "se la trattativa sul rinnovo non sarà chiusa entro la fine dell’anno egli si riserva la facoltà di utilizzare la norma che gli consente di anticipare unilateralmente al personale l’80 per cento della somma stanziata".

Nel sottolineare che Brunetta ha detto che le risorse economiche per il rinnovo del contratto restano quelle stanziate con la legge finanziaria 2009, e che "il riconoscimento della specificità del personale del Comparto è di là da venire", i sindacati sostengono che "è ora" che il governo manifesti "concretamente l’attenzione che sempre dichiara di avere verso il personale che garantisce la sicurezza di questo Paese", preoccupandosi di "trovare le risorse economiche necessarie a far partire realmente le trattative".

Giustizia: Osapp; il Governo dimezza i fondi stanziati da Prodi

 

Adnkronos, 17 settembre 2009

 

"Il tema doveva essere il rinnovo contrattuale della parte economica 2008/2009, presenti oggi il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, che ha velocemente aperto i lavori, ma nessun altro ministro in rappresentanza dell’esecutivo se non i Sottosegretari compreso il quello alla Giustizia Caliendo".

Così Leo Beneduci, segretario generale dell’Organizzazione Sindacale Polizia Penitenziaria (Osapp) riferisce, in una nota, dell’incontro oggi alla Funzione Pubblica di organizzazioni sindacali e Cocer del comparto Sicurezza e Difesa. "Nell’incontro peraltro nessun accenno a cifre che dovrebbero essere pari ad un aumento mensile del 3,2%, invece che come richiesto superiore al 4,5%, e che comunque sono circa la metà - sottolinea Beneduci - di quelli stanziati dal precedente Governo Prodi e per le quali, allora, furono organizzate vibranti proteste in ambito nazionale.

In pratica si tratterebbe di un aumento medio di 86 euro lordi mensili per il 2009 pari a 40 euro netti medi, 30 euro per gli Agenti. Le somme sono state, quindi e da tutte le Componenti presenti ritenute del tutto insufficienti ed è stato richiesto che il Governo le reintegri in sede di Legge Finanziaria".

"Analogo discorso di carenza di risorse, inoltre, quello sul Riordino delle Carriere la cui trattazione il Governo vorrebbe aprire senza specificare le disponibilità economiche. Sembra chiaro che questo Governo non intenda pagare debitamente le Forze dell’ordine ed è bizzarro che basi tutta la sua politica sul discorso della sicurezza, non ultime le parole del premier ieri a Porta a Porta. Diciamo - conclude Beneduci - che ci rassegneremo presto alle mitiche ronde!".

Giustizia: la Consulta è avvertita, senza Lodo rischio dimissioni

di Barbara Jerkov

 

Il Messaggero, 17 settembre 2009

 

"Danni a funzioni elettive", ove mai il lodo Alfano venisse ritenuto incostituzionale, "che non potrebbero essere esercitate con l’impegno dovuto". Con conseguenti possibili, se non probabili, "dimissioni" del governo. L’Avvocatura generale dello Stato ha depositato ieri alla Consulta, per conto di Palazzo Chigi, le memorie difensive della norma che sospende i processi nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato e che i giudici cominceranno ad esaminare il prossimo 6 ottobre.

Ventuno pagine in cui la difesa della ratio della legge unisce giudizi giuridici ad altri squisitamente politici, come peraltro fa già notare l’opposizione laddove, con la capogruppo Pd in commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, dichiara che la Consulta non giudica sull’opportunità politica delle leggi bensì sulla loro legittimità costituzionale. "Un ulteriore provvedimento normativo potrebbe neutralizzare gli effetti di una eventuale dichiarazione di incostituzionalità", la lapidaria replica di Giuseppe Consolo, vicepresidente della Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio.

La memoria difensiva, scritta dall’avvocato dello Stato Glauco Nori, si riferisce al lodo come a una legge dovuta, una sorta di male minore"in grado di coordinare due interessi: quello "personale dell’imputato a difendersi in giudizio" e "quello generale, oltre che personale, all’esercizio efficiente delle funzioni pubbliche" svolte dal premier.

Se invece la legge venisse bocciata, si ricorda nella memoria difensiva, c’è il pericolo che si ripeta quanto accadde a Giovanni Leone quando lasciò anzitempo il Quirinale perché travolto dalle polemiche sullo scandalo Lockheed: "Talvolta la sola minaccia di un procedimento penale può costringere alle dimissioni prima che intervenga una sentenza". "L’eccessiva esposizione" del processo Berlusconi sui media, si legge, unita alla oggettiva lentezza della giustizia italiana, rappresenterebbero un’ulteriore danno all’immagine pubblica del premier.

"Il titolare di funzioni di massimo rilievo politico non solo deve avere la serenità sufficiente per il loro esercizio corretto", sottolineano i difensori di Palazzo Chigi, "ma prima di tutto deve essere sottratto ad ogni condizionamento, che possa pregiudicare la stessa continuità dell’esercizio". Nel giudicare il lodo Alfano, dice espressamente l’Avvocato dello Stato, i giudici costituzionali devono tener conto non solo di "ipotesi astratte" ma anche della "reale situazione attuale". Ovvero "il modo in cui i processi si svolgono", "la fuga di notizie coperte da segreto", la "durata dei processi".

E ancora, i "rapporti tra uffici giudiziari e media", lo stile giornalistico con il quale processi di un certo genere vengono trattati". In altre parole, i "danni irreparabili" prodotti dalla ripresa dei processi avverrebbero "senza che ci siano intenti persecutori e senza alcuna responsabilità dei magistrati", ma "per la sola disfunzione del sistema per un certo modo in cui oggi operano i media". La conclusione è che senza lodo Alfano, "anche se non si arriva alle dimissioni" del premier, che sono il "pericolo estremo", "si può creare una forte corrente di opinione contraria, che rende quantomeno precarie le condizioni personali di serenità che secondo la Costituzione debbono essere assicurate all’interessato".

Giustizia: Renato Vallanzasca; "io sarei un mito? roba da idioti"

di Enrico Lagattolla

 

Il Giornale, 17 settembre 2009

 

"Una volta un ragazzo mi ha detto "grande, voglio essere come te, voglio essere il Renato Vallanzasca del Duemila". Gli ho risposto "come vuoi, ma prima guardami. Mi sono fatto quarant’anni di galera, ed ecco come sono ridotto. Ora, se credi, fai pure".

L’uomo con gli occhi azzurro ghiaccio siede in un corridoio del tribunale. Lo sguardo è quello di sempre, come quando fissava le telecamere da dietro le sbarre e le ragazze impazzivano per lui, come quando il processo era palco e teatro, una vita fa, un’epopea del passato. L’uomo ha messo su qualche chilo e ha perso capelli, e se non fosse che lui è lui, sarebbe solo uno dei tanti detenuti in attesa di udienza. Ma lui non è un detenuto qualunque. Perché l’uomo tra i tanti è il "bel René" - anche se un nome così lo fa quasi incazzare -, è la "primula rossa", il criminale che ha riempito le strade di sangue, e di inchiostro le cronache dei giornali. Lui è Renato Vallanzasca, trentotto anni dopo.

Dopo una detenzione che l’ha fiaccato nel fisico. Dopo tutto quel tempo che l’ha fatto cambiare. Un pezzo di storia d’Italia degli anni Settanta, Renato e la banda della Comasina. A suo modo - un modo tutto suo, un modo tutto sbagliato - un mito. Ed ecco il punto. "Un mito io? Macché. Quando qualcuno mi dice che sono un mito, gli rispondo che un mito che ha passato una vita in galera è un mito da coglioni".

La nuova vita di Vallanzasca è il purgatorio dei ragazzi difficili. Da tre mesi - dal 16 giugno - gli è stato concesso un differimento della pena per motivi di salute. L’hanno operato all’anca, ha bisogno di una riabilitazione. Per questo, ieri, aveva udienza al tribunale di sorveglianza di Milano. Ma da tempo gode di permessi che gli consentono di lavorare e dedicarsi a una nuova attività, ed è "una cosa che mi piace".

"Sono un dissuasore", la spiega così. Lavora nelle comunità di recupero. Parla ai giovani, sono loro che vuole "dissuadere". Proprio lui - primatista delle condanne con quattro ergastoli, 260 anni di galera e un curriculum criminale fatto di sette omicidi, tre sequestri e almeno 70 rapine compiute nell’arco di 200 giorni - diventa un contraltare vivente.

Una storia così poco edificante da essere esemplare. Un anti-modello. Eppure, una voce ascoltata dai ragazzi che vengono dalla strada, quelli che - come lui - la strada se li è presi da piccoli. "Perché con gli adulti non c’è più niente da fare, quelli sono corrotti, ormai sono andati. Con i giovani è diverso, anche con il peggiore "scugnizzo", loro in fondo sono ancora puri. E a loro dico di non avere miti, perché i miti sono pieni di debolezze. E peggio ancora, un mito come il mio è da idioti".

Qualcosa è cambiato, ma niente folgorazione. Vallanzasca non è San Paolo e non c’è nessuna Damasco. La storia è storia, e la sua è un solco profondo che non ha spazio per il pentimento. "Perché io non sono un pentito, non sono cattolico e forse non sono nemmeno cristiano. La mia è una visione critica del mio passato e di quello che ho fatto".

Per questo, forse, i ragazzi lo ascoltano. Perché Vallanzasca non ha nulla da insegnare, se non la traccia di una vita a perdere. Quella che lui si è lasciato alle spalle, e quella che loro hanno ancora davanti. Morte e vita. Morte, delle sue vittime. Vita, dei parenti di quanti sono caduti sotto il suo piombo. A loro ci pensa, Vallanzasca. "Ma preferisco non dire niente, perché ho delle idee su come dare il segno di una "riparazione", ma nel dirlo non vorrei trovare dei pregiudizi, preferisco metterle in pratica e quando sarà, sono certo che si verrà a sapere".

Intanto, c’è il tentativo di una vita diversa. C’è lui, seduto nei corridoi di un tribunale. C’è un uomo con gli occhi azzurro ghiaccio che sono quelli di sempre, mentre il resto porta i segni del tempo. C’è Renato Vallanzasca, il "bel René" che viaggia verso i sessanta e s’incazza se lo chiami così, e c’è il ragazzo che gli dice quello che lui, quarant’anni fa, diceva agli altri. "Sono nato bandito, e questo so fare". Sperando che lo convinca del contrario.

Lettere: i detenuti, da varie carceri, scrivono a Riccardo Arena

 

www.radiocarcere.com, 17 settembre 2009

 

Udine: un suicidio annunciato. Caro Arena, anche a Udine c’è il sovraffollamento, pensi che il carcere è fatto per ospitare 150 detenuti mentre noi siamo circa 260. Questo significa che in una piccola cella noi siamo in 4 detenuti. Ma c’è anche altro. Deve infatti sapere che un nostro compagno che si chiama Lamberto soffre di una grave forma di depressione. Per la depressione, Lamberto è spesso colto da crisi di panico. Oppure altre volte sfoga la sua angoscia facendosi del male da solo, tagliandosi le braccia. Ma la cosa che ci preoccupa di più è che Lamberto manifesta ogni giorno intenti suicidi.

È brutto vedere una persona malata di depressione dentro una cella e per di più non curato. Qui infatti nessun medico fa nulla per la malattia di Lamberto e lui peggiora sempre di più.

L’unica medicina che gli danno sono le gocce. Ovvero i tranquillanti che sono usatissimi in carcere. Noi facciamo di tutto per aiutare il nostro compagno di cella, ma la verità è che dovrebbe intervenire la magistratura di sorveglianza per mettere Lamberto in un luogo dove possa essere curato. Io tra pochi mesi uscirò da questo inferno. Un inferno fatto di sbarre, cemento e indifferenza dove l’unica nostra voce è quella di Radiocarcere!

 

Andrea, dal carcere di Udine

 

L’Ucciardone: cieco per una pena. Cara Radiocarcere, ti scrivo da una cella di pochi metri quadri. Cella che condivido con altre 7 persone. Il nostro bagno è rotto e al posto del sifone abbiamo dovuto mettere un secchio, ma capita spesso che la mattina ci svegliamo e troviamo la cella invasa dai liquami. Abbiamo più volte chiesto alla direzione di risolvere il problema, ma nessuno ci ha risposto. La verità è che noi detenuti dell’Ucciardone viviamo in un letamaio puzzolente e siamo costretti a soffrire un caldo soffocante.

Come se non bastasse uno di noi è gravemente malato di diabete e non è adeguatamente curato. La glicemia non gli viene controllata con regolarità e il risultato è che questo nostro compagno sta diventando completamente cieco. Cieco in carcere perché qui non hanno strumenti per misurare la glicemia. Ti rendi conto? Qui la disperazione è tanta, non a caso negli ultimi giorni qui già due detenuti si sono impiccati, ma nessuno ha scritto nulla sui giornali. La cosa che ci preoccupa di più è il disinteresse della politica alla tragedia che si sta consumando nelle carceri italiane e noi speriamo che i Radicali si impegnino ancora una volta per far approvare un’amnistia per alcuni reati. Grazie per avermi ascoltato.

 

Pietro, dal carcere l’Ucciardone di Palermo

Sicilia: contro il sovraffollamento, soluzioni "a lungo termine"

di Valentina Battaglia

 

www.giornaledisiracusa.it, 17 settembre 2009

 

I dati sulla presenza di detenuti all’interno delle carceri italiane sono agghiaccianti. Secondo le informazioni aggiornate al 7 settembre 2009 sulle presenze negli istituti penitenziari italiani (64.111 persone di cui 37% stranieri) si constata una forte irregolarità in molte regioni nelle quali le carceri hanno superato la capienza tollerabile di persone detenute.

Tutti ricorderanno il caso di Izet Sulejmanovic - questo il nome dell’uomo - condannato per furto aggravato a due anni di detenzione, che è stato vittima di "trattamenti inumani e degradanti". L’Italia, infatti, per questo caso, è stata condannata a risarcire un detenuto bosniaco per i "danni morali" subìti a causa del sovraffollamento della cella in cui è stato recluso nel carcere di Rebibbia.

Tra il novembre 2002 e l’aprile 2003, secondo quanto accertato dalla Corte, Sulejmanovic ha condiviso con ben cinque persone una cella grande poco più di 16 metri quadrati disponendo, dunque, di una superficie di nemmeno 3 metri quadrati all’interno della quale ha trascorso oltre diciotto ore al giorno.

Il fatto che queste persone abbiano commesso dei reati e che debbano scontare una pena per questo non può assolutamente precludere i diritti fondamentali di un essere umano al quale comunque va garantito il diritto di esistere.

In un articolo pubblicato da "Repubblica" ad agosto si riportavano le dichiarazioni del sindaco di Roma Gianni Alemanno il quale affermava: "Bisogna rendere più efficiente il sistema carcerario perché spesso molte scarcerazioni facili vengono giustificate, in maniera sbagliata, proprio in ragione del sovraffollamento", ha dichiarato il sindaco di Roma Gianni Alemanno. Secondo il primo cittadino, un sistema carcerario più efficiente serve "per garantire sia situazioni di umanità dei detenuti che la sicurezza dei cittadini".

In Italia questo problema è davvero invalidante e riguarda tutte le Regioni, nessuna esclusa. Le soluzioni esistono, ma il problema è che bisognerebbe trovare soluzioni che siano efficaci a lungo termine e non solo per arco temporale determinato.

Tra queste c’è la Sicilia. A Ragusa sfiora il 200 per centro di detenuti rispetto alla capienza regolamentare. Compresa la sezione femminile, la capienza è pari a 146 detenuti, quella tollerabile a 218 unità mentre i detenuti presenti ieri erano 273 con una presenza straniera pari a 114(41,75% del totale. Per quanto riguarda la casa Circondariale di Modica alla data del 7 settembre, rispetto alla capienza regolamentare pari a 35 detenuti ed a quella tollerabile pari a 48 unità, i reclusi presenti sono 57 con una presenza stranieri di 33 unità pari al 57,89%. Le presenze sono pari al 118% della tollerabilità ed il 162% di quella regolamentare.

Toscana: affollamento 141%, Sappe incontra prefetto Firenze

 

Ansa, 17 settembre 2009

 

"Siamo in una situazione di sovraffollamento pari ad oltre il 141% della capienza regolamentare e del 102% di quella tollerabile". Lo scrive in una nota il Sappe (sindacato autonomo polizia penitenziaria) in merito alla situazione delle carceri in Toscana.

Oggi, il segretario nazionale del sindacato, Pasquale Salemme, ha incontrato il prefetto di Firenze, Andrea de Martino. "A fronte di una capienza regolamentare pari a 3.032 posti letto ed una tollerabile di 4.197 - spiega la nota - oggi le carceri regionali ospitano 4.282 detenuti, dei quali circa il 50% stranieri. La Toscana è una delle dodici regioni italiane fuori legge dal punto di vista penitenziario. Dato altrettanto grave è quello relativo al personale di polizia penitenziaria in servizio in Toscana - continua la nota -. Mancano 800 unità: sono 2.227 invece di 3.021".

Sardegna: Pd; carceri regione usate come "valvola di sfogo"

 

Ansa, 17 settembre 2009

 

"Il Governo deve intervenire per evitare che l’emergenza carceri continui a scoppiare". Lo ha dichiarato Silvio Lai, candidato alla segreteria del Pd - presente stamani assieme ai consiglieri regionali del Pd Antonio Solinas e Giuseppe Luigi Cucca, al sit-in di protesta promosso dalla Uil - che ha annunciato che i rappresentanti del Pd inizieranno una serie di ispezioni nelle carceri sarde per denunciare la drammatica situazione in cui sono costretti a vivere i detenuti e a operare il personale della Polizia penitenziaria.

"In Sardegna su una capienza complessiva di 1.700 posti, ci sono 2.100 detenuti - è il commento degli esponenti del Pd - seguendo una tendenza nazionale che vede nelle carceri sovraffollate una presenza di 23mila persone in più rispetto al dato tollerabile". Ricordando poi che un terzo dei detenuti presenti è in custodia cautelare e in attesa di giudizio e che il 50% dei presenti attende la sentenza definitiva, gli esponenti del Pd aggiungono anche un altro aspetto. "Le carceri della Sardegna stanno diventando la valvola di sfogo delle carceri della penisola. Una specie di soluzione alternativa che crea numerosi problemi sia al personale, sempre più esiguo, sia ai detenuti costretti a vivere in spazi sempre più ristretti".

Lazio: nuovo presidente di Consiglio regionale a Regina Coeli

 

Ansa, 17 settembre 2009

 

Il nuovo presidente del Consiglio Regionale del Lazio Bruno Astorre ha visitato, accompagnato dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni, il carcere romano di Regina Coeli. Si tratta della prima visita ufficiale compiuta dal nuovo presidente dell’assemblea regionale dopo la sua nomina. Astorre, accompagnato da Marroni, ha voluto rendersi conto della situazione di vivibilità all’interno dello storico carcere di via della Lungara.

Il presidente dell’assemblea regionale ha visitato le storiche rotonde della struttura (fra cui quella resa nota dalle visite di Giovanni Paolo II), il Centro Clinico e le celle di numerose sezioni; quelle restaurante di recente e quelle dove, ancora, i lavori di restauro non sono iniziati. Astorre ha, quindi, parlato con il direttore Mauro Mariani e con un funzionario del Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria e si è intrattenuto a lungo a colloquio con agenti di polizia penitenziaria e detenuti.

"Ritengo di estrema importanza il fatto che il nuovo presidente del Consiglio Regionale abbia voluto, come primo atto ufficiale dopo la sua nomina, visitare il carcere di Regina Coeli - ha detto al termine della visita il Garante dei detenuti Angiolo Marroni - Io credo che tale gesto confermi l’intenzione della Regione Lazio, e in particolare del Consiglio, di puntare la propria attenzione sulle fasce più deboli e a rischio di esclusione sociale della popolazione. E mai come in questo momento tutto il pianeta-carcere, fra carenze strutturali e nuove emergenze come il sovraffollamento, ha bisogno dell’attenzione e del sostengo delle istituzioni".

Napoli: a Poggioreale 2.200 i detenuti "in attesa… di umanità"

 

Il Mattino, 17 settembre 2009

 

Continua il tour istituzionale nelle carceri campane del Capogruppo regionale de "La Sinistra", Tonino Scala. "A Poggioreale è negato anche il diritto alla salute", sostiene il consigliere che chiede alla Commissione Sanità di invitare l’Asl Na1 a un tavolo istituzionale da convocare ad horas.

Tonino Scala, insieme a una delegazione dei Giovani Socialisti, accompagnati dal loro segretario nazionale Luigi Iorio, e ad Arturo Scotto responsabile del Mezzogiorno di Sinistra Democratica, ha visitato il carcere di Poggioreale. Il tour istituzionale del capogruppo regionale de "La Sinistra" è iniziato nel mese di luglio. Le visite hanno uno scopo ben preciso: fotografare la situazione delle carceri campane, in crisi da tempo, che rischiano il collasso definitivo in assenza di una strategia d’intervento da parte del governo nazionale e, per quanto di competenza, di quello regionale.

"Incominciamo dai numeri. - dichiara Scala al rientro dalla visita al carcere di Poggioreale - Ogni giorno nella Casa Circondariale napoletana arrivano dai 35 ai 40 detenuti. La struttura potrebbe ospitarne 1.495, ma allo stato ne troviamo 2.290. Da qui a poco, questa cifra è desinata a levitare. Per la sospensione dei processi in atto, fra 6 mesi rientreranno nel carcere quanti aspettano il giudizio definitivo agli "arresti domiciliari". Quindi i 2.290 detenuti ospitati oggi potrebbero diventare 2.600/2.800".

"Un sovraffollamento disumano e già denunciato. - continua il capogruppo - La casa detentiva è stata oggetto di una ristrutturazione. Nella nuova ala le condizioni di vita e igienico sanitarie sono migliorate. Ma la vecchia ala continua a fa registrare una situazione drammatica. Stipati in tanti in cellette minuscole, con servizi igienici quasi inesistenti. Ma ciò che necessita di una risposta immediata è l’assistenza sanitaria".

"Il trasferimento delle competenze sanitarie dal Dipartimento dell´amministrazione penitenziaria e dal Dipartimento della giustizia minorile del Ministero della Giustizia alle Aziende sanitarie è stato definito con il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell´1 aprile 2008. - Spiega Scala - Per questo oggi stesso chiederò alla Commissione regionale alla sanità di convocare un istituzionale che veda la presenza dell’assessore regionale Mario Santangelo e l’Asl Na1, affinché si arrivi ad un programma articolato che nell’immediato garantisca l´assistenza e riabiliti le persone tossicodipendenti, e che miri anche al reinserimento attivando processi di formazione e attività lavorative. Ma per fare bisogna adeguare le strutture. Ristrutturare le case circondariali, aumentare l’organico, prevedere personale specializzato". "

"Il Ministero deve stanziare dei fondi finalizzati a questo. - Sottolinea il rappresentante de "La Sinistra" - Sono convinto che la risposta al sovraffollamento delle strutture e alla crisi delle carceri non può essere la rincorsa alla costruzione di nuovi istituti di pena, magari con un ampliamento della gamma dei reati e un inasprimento delle pene previste ma deve passare attraverso una politica volta alla rieducazione e al reinserimento sociale, affettivo e culturale dei detenuti, in alternativa a soluzioni unicamente repressive e punitive destinate a riempire le carceri della popolazione più vulnerabile della nostra società".

"Da qui, - conclude Tonino Scala - l’appello alla Giunta regionale di garantire una costante vigilanza, di cercare soluzioni adeguate per il rispetto dei diritti umani e della normativa italiana e internazionale. Avere più rispetto della vita umana. Questo è un messaggio che le istituzioni devono veicolare con forza e con ogni mezzo. Per questo bisogna sapere anche informare per mantenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica e il dibattito nella società civile su quanto accade all’interno degli istituti di pena".

Bologna: udienze convalida dell'arresto direttamente in carcere

 

Ansa, 17 settembre 2009

 

Si terranno nel carcere della Dozza e non più negli uffici del Gip le udienze di convalida degli arrestati. Lo riferisce un comunicato del Sappe, il sindacato autonomo polizia penitenziaria.

"Abbiamo appreso - spiega il comunicato - che ieri c’è stato un incontro tra i dirigenti del carcere di Bologna e il capo dei Gip del Tribunale della stessa città, nel corso del quale si è discusso proprio dell’opportunità di effettuare le udienze di convalida all’interno del carcere. Sulla questione è stato raggiunto l’accordo di effettuare le udienze in carcere, per cui una volta alla settimana i giudici si recheranno al carcere della Dozza".

"Come sindacato - aggiunge il Segretario generale aggiunto Sappe, Giovanni Battista Durante - non possiamo che esprimere profondo apprezzamento per la sensibilità istituzionale e per la collaborazione offerta dai giudici bolognesi, in questo momento di grande difficoltà per l’amministrazione penitenziaria, nonché per i vertici dell’istituto bolognese che si sono resi protagonisti dell’iniziativa. Ci auguriamo che analoga iniziativa venga intrapresa in tutte le città d’Italia, proprio al fine di alleggerire i grandi carichi di lavoro degli operatori penitenziari e, in particolare, della polizia penitenziaria".

"Il Sappe - è stato ricordato - ha più volte evidenziato la necessità di svolgere le udienze di convalida in carcere, così come previsto dal codice di procedura penale, invece di effettuarle in tribunale, considerato che ciò comporta un notevole dispendio di risorse umane e materiali. Infatti, per effettuare una traduzione di un detenuto nelle aule di giustizia bisogna impiegare almeno due agenti e un automezzo blindato, se non si tratta di detenuti ad alto indice di pericolosità, per i quali aumenta il numero degli agenti da impiegare".

Verona: Consiglio comunale decide sull’istituzione del Garante

 

www.lafraternita.it, 17 settembre 2009

 

Venerdì 18 settembre, il Consiglio Comunale discuterà la proposta di delibera che istituisce la figura del "Garante dei diritti delle persone private della libertà personale".

L’introduzione di questa figura è stata proposta da Antonia Pavesi, Presidente V Commissione in collaborazione con l’Assessore ai Servizi Sociali, Stefano Bertacco. Trait-d’union tra società civile, associazioni di volontariato, enti locali e persone private della libertà personale (ossia detenuti in carcere o persone agli arresti domiciliari), il garante esiste già in molti comuni e regioni italiane.

I più recenti interventi legislativi nazionali mirano a un ampliamento delle prerogative del garante, riconoscendone la preziosa attività e il contributo a un migliore funzionamento dell’istituzione penitenziaria, soprattutto in un momento di tensione come l’attuale. Anche per Verona, la Dott.ssa Pavesi ritiene sia giusto prevedere questo incarico, peraltro gratuito, quale segnale di civiltà dell’amministrazione comunale. La mediazione è l’ottica in cui agirà il garante, le sue competenze saranno dirette a creare circuiti virtuosi tra le realtà professionali che già esistono dentro e fuori dal carcere e le istituzioni affinché si integrino, favorendone la collaborazione e il dialogo per evitare situazioni di degrado delle persone detenute, per facilitare il reinserimento di persone soggette a misure alternative alla detenzione. Potrà promuovere iniziative dirette alla sensibilizzazione pubblica e si attiverà nel caso di segnalazioni di gravi violazioni dei diritti fondamentali delle persone private della libertà.

Dopo l’approvazione del Consiglio, verranno comunicati i modi e i tempi relativi alla presentazione delle candidature.

Messina: Osapp; sezione è "cantiere aperto", ma con i detenuti

 

Ansa, 17 settembre 2009

 

Visita al carcere di Messina Gazzi da parte di Domenico Nicotra, vice presidente del sindacato Osapp Sicilia (Polizia Penitenziaria) per verificare di persona le condizioni della Casa Circondariale. È emersa una disamina poco confortante. "Sono in corso - afferma Nicotra - lavori di manutenzione straordinaria nel reparto cellulari dove di norma vengono ospitati i detenuti comuni. Pare che questi lavori vengano effettuati senza aver provveduto ad un temporaneo sfollamento della popolazione detenuta ristretta nel reparto, con evidente aumento di carichi di lavoro del già poco personale operante".

Vista l’attuale situazione il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria è costretto ad operare in un reparto-cantiere dove, oltre al sovraffollamento, non si possono escludere possibili incidenti derivanti dalle operazioni di ristrutturazione. Il sindacato Osapp chiede un incontro al più presto con le autorità preposte per ottenere la temporanea chiusura del reparto finché non saranno ultimati gli interventi.

Velletri: festa per il quarto compleanno Progetto San Lorenzo

 

Comunicato stampa, 17 settembre 2009

 

Le mura. Quelle della Città, che cingono per difenderlo il lembo di terra eletto da una comunità a sua dimora ed uniscono chi lo abita. Le mura del carcere, che cingono per dividere dal resto della comunità chi rifiuta di sottostare alle regole che questa si è data. La giustizia, che governa il difficile equilibrio tra diritti individuali spesso contrastanti. Il rischio, leitmotiv che sempre più accompagna le descrizioni della società contemporanea.

Questi i temi cardine attorno ai quali ruoterà "Giustizia tra dentro e fuori le mura. Quali equilibri nella società del rischio?", tavola rotonda aperta al pubblico che si terrà sabato 26 settembre, alle ore 20.00, in Piazza Ignazio Galli a Velletri, nel quadro dei festeggiamenti per il quarto anniversario del "Progetto San Lorenzo", progetto della Caritas Diocesana di Velletri-Segni per l’accompagnamento dei detenuti, degli ex-detenuti, delle loro famiglie e per l’educazione alla legalità e alla giustizia.

Dopo la tavola rotonda, musica dal vivo e la possibilità di trattenersi a chiacchierare mangiando qualcosa. Volontari ed operatori rivolgono a tutti un caloroso invito a partecipare. Progetto San Lorenzo: e-mail casa_sanlorenzo@hotmail.it.

Immigrazione: sconosciuti diritti fondamentali delle minoranze 

di Paolo Bozzacchi

 

Italia Oggi, 17 settembre 2009

 

Le riforme non bastano. I diritti fondamentali vanno fatti conoscere a chi è in condizione di bisogno. Questo l’allarme lanciato dall’Agenzia Ue per i Diritti Fondamentali, che alla vigilia dell’approvazione europea del Programma di Stoccolma (prevista per il prossimo dicembre con il voto favorevole del Consiglio europeo), ha presentato i risultati di uno studio condotto da Eumidis presso le principali comunità di migranti presenti in Europa.

La schiacciante maggioranza degli oltre 23 mila interpellati (Rom in Grecia, Africani di Malta, Somali in Svezia, Russi in Finlandia ecc.), infatti, ha dichiarato di "non essere a conoscenza dell’esistenza di alcuna organizzazione impegnata nella difesa dei diritti delle minoranze". L’esito dello studio conferma, secondo l’Agenzia, che "la conoscenza dei diritti fondamentali è oggi la principale debolezza del sistema di tutela europeo".

E dunque che "le riforme normative da sole non hanno il giusto impatto se la conoscenza dei diritti che si possono effettivamente reclamare poi non arriva alle persone". L’Agenzia suggerisce alle Istituzioni comunitarie i "investire più risorse" per colmare questa lacuna", ponendo in cima all’agenda comunitaria le politiche dedicate alla diversità, che "a oggi rimane una nozione vaga".

Il Programma di Stoccolma dovrebbe sottolineare come il motto europeo "Uniti nella diversità" non riguarda soltanto la ricchezza frutto della diversità tra gli Stati membri, "ma anche le diversità interne alle società di tutti gli Stati membri". Quest’ultima diversità, secondo l’Agenzia, "viene messa troppo spesso sotto pressione".

Lo dimostra il fatto che un Rom su cinque e un Musulmano su 10 interpellati, hanno denunciato di essere stati almeno una volta nell’ultimo anno vittime di episodi di intolleranza razziale, incluse aggressioni e minacce. I dati dell’Agenzia riportano tra il 2000 e il 2007 crescita per "crimini razzisti" in 11 dei 12 Paesi che hanno fornito i propri dati nazionali. Per queste ragioni il Programma di Stoccolma dovrebbe essere integrato con "proposte concrete di protezione maggiore i più vulnerabili".

Un migliore coordinamento tra le autorità giudiziarie nazionali e un più intenso scambio di buone pratiche potrebbe essere di grande aiuto. Sulla base dei risultati dello studio, l’Agenzia sottolinea come ci sia "urgente bisogno di maggiore inclusione dei Rom", interpellati in 7 Paesi membri. Per questo il Programma di Stoccolma dovrebbe compiere uno sforzo per integrare pienamente la comunità Rom nella società europea, "attraverso la promozione della loro inclusione nei sistemi educativo, abitativo e del mercato del lavoro".

Ad ogni modo l’Agenzia plaude alla proposta di Direttiva del Consiglio sull’implementazione del principio di eguale trattamento tra persone, a prescindere dal credo religioso, disabilità, età o orientamento sessuale. In questo senso il Programma di Stoccolma dovrebbe mandare un chiaro segnale in favore di una pronta adozione e implementazione di questa Direttiva. Uno studio Eumidis del 2008, inoltre, ha dimostrato le grandi differenze di trattamento da parte degli Stati membri delle persone a seconda del proprio orientamento sessuale e sottolineato la "totale assenza normativa in alcuni Stati membri".

Per questo il diritto di libera circolazione e residenza dei cittadini comunitari dovrebbe essere esteso quanto prima alle coppie di fatto riconosciute da alcuni Stati membri. L’Agenzia preme anche per "un più coordinato sforzo comunitario nella protezione dei bambini da qualsiasi forma di abuso dei loro diritti".

Quando interpellati, gli stessi minori hanno denunciato violenze, discriminazione, esclusione sociale e razzismo, lavoro minorile, prostituzione e traffico. Ma quasi nessuno di loro è a conoscenza del fatto che l’Ue può in qualche modo proteggerli. Per questo l’Agenzia ha sottolineato la bontà della proposta di Decisione quadro della Commissione per combattere gli abusi sessuali dei bambini.

Il Programma di Stoccolma dovrebbe su questa materia "sottolineare la dimensione dei diritti fondamentali per la libera circolazione". La Commissione si è già mostrata preoccupata perché l’implementazione di questo provvedimento procede a livello nazionale a macchia di leopardo. In materia penale l’Agenzia è d’accordo con la Commissione sul fatto che sia "necessaria maggiore armonizzazione normativa e migliore mutuo riconoscimento delle decisioni giudiziarie".

Su questo il Programma di Stoccolma fa differenza in merito alle tipologie di vittime di reati, ma sottolinea la volontà di "promuovere una risposta coordinata a tutte le vittime". L’esempio normativo che potrebbe essere preso a modello è quello relativo alla tratta dei minori: un recente rapporto dell’Agenzia sottolinea come "un approccio che pone al centro la vittima è essenziale se i bisogni e i diritti delle vittime debbono essere effettivamente garantiti e tutelati".

Immigrazione: Giudici di pace pronti a scioperare ad oltranza

di Francesco Cersosimo (Presidente Associazione Nazionale Giudici di Pace)

 

Italia Oggi, 17 settembre 2009

 

Tutti in sede. Siamo tutti rientrati dalle ferie non pagate: come sempre, pronti a fare la nostra parte con lealtà nei confronti delle istituzioni . Stia tranquillo, lo dico senza polemica, il quotidiano Il Tempo di Roma, che il giorno 5 settembre 2009 titolava "Clandestini, beffata la legge". Incipit "Fatta la legge, scoperto l’inganno".

Motivo? La sentenza di un collega di Recco, che non aveva espresso un giudizio di condanna per il reato di clandestinità ed aveva ritenuto la tenuità del fatto e quindi permesso in sostanza che "l’essere umano" continuasse a vivere in Italia, dove era domiciliato da più anni. Ovviamente, non conoscendo completamente il fatto, mi astengo da qualsiasi giudizio nel merito.

Ma da rappresentante dei gdp reputo negativamente i servizi giornalistici che traggono scandalo per una sentenza ed intervistano ministri ed ex ministri, senza contemporaneamente sentire l’esigenza di sentire lo stesso giudice e/o un rappresentante della categoria.

Ma si sa, non è la prima volta e purtroppo non sarà l’ultima, che la stampa si occupa dei gdp solo e sempre allorché, a turno le varie testate, reputano che il tal giudice non sia allineato ai loro format di giustizia o quantomeno all’idea che essi hanno della giustizia e dei giudici chiamati ad applicare le leggi, anche le più tortuose.

Mai che le opinioni vengano messe a confronto. Mai come in questi anni, il giornalismo più che informare, parteggia per questa o per quella idea di giustizia ed informa in modo distorto, se non in pochissimi casi, secondo una logica di parte. E così perde autorevolezza. Tant’è. Sono i tempi e non ce ne dogliamo più di tanto. Lo dico anche ai tanti colleghi che, operando con tanti sacrifici, ogni volta che capitano di questi fatti saltano sulla sedia e dicono: "Ma possibile che da un caso, generalizzano sempre?".

È così. Prendiamone atto e non facciamoci il sangue più amaro di quanto già non l’abbiamo. Ritornando al reato di clandestinità, che ha costretto i coordinatori degli uffici a ferie corte per assoluta mancanza di indicazioni da parte di chi aveva l’obbligo di fornirle. In primis il Ministero di Giustizia. Si è navigato a vista e si naviga a vista.

La magistratura nel suo complesso, in special modo le Procure della Repubblica, si sono fatte carico di dare esecuzione ad una legge farraginosa e mal formulata. Tanto, se sbaglia qualcuno è il giudice di pace. E giù a dare legnate. Tanto è l’anello debole della giustizia. Così ritiene la stampa e qualcuno nel Ministero della Giustizia. Stanno sbagliando i calcoli. Dopo anni di incomprensioni le due maggiori rappresentanze si sono unificate negli intenti, nel programma e nell’azione.

In questi giorni hanno avviato congiuntamente l’ennesima richiesta di incontro al Ministro Alfano, ad un anno dal precedente. Nell’occasione venne incaricato il sottosegretario di tenere i contatti ed elaborare una proposta legislativa. Non sappiamo niente. Il segreto di stato è ben custodito. Abbiamo bussato più volte. Continuiamo a bussare, qualcuno cui sta a cuore la giustizia prima o poi ci aprirà. In tal senso abbiamo richiesto un incontro al Presidente della Repubblica ed al Consiglio Superiore della Magistratura.

Eppure la casa brucia. Al giornalista de Il Tempo, se fossi stato intervistato, avrei detto: a) in tempi non sospetti il ministro Calderoli mi dava atto di senso dello stato allorché , in fase di elaborazione del disegno di legge sul reato di clandestinità avevo preannunciato che avremmo fatto la nostra parte se chiamati a giudicare, pur avendo presente l’enorme difficoltà operativa ed il sacrificio cui saremmo stati chiamati soprattutto in caso di "citazione contestuale"; b) avrei spiegato che essendo un reato diffuso su tutto il territorio nazionale non tutti gli uffici erano attrezzati a farvi fronte; c) che gli attuali 2846 gdp (sugli originari 4700, come da organico) il 4 aprile 2010 si sarebbero ridotti a duemila e negli anni a seguire sempre di meno per la scadenza del terzo mandato per tutti, in mancanza di un atto legislativo che permetta i mandati continui sino al raggiungimento dei settantacinque anni e con verifica di professionalità ogni quattro anni; d) che i gdp non ne possono più e sono in piena crisi ,come si potrà leggere dalla lettera di addio del collega Sampaolesi di Trento.

In sostanza avrei detto con forza che il sistema gdp, continuando di questo passo, già ad aprile 2010 sarebbe imploso con effetti dirompenti e devastanti anche per i Tribunali, impossibilitati a reggere l’impatto di circa un milione cinquecentomila procedimenti che ogni anno ormai si riversano egli uffici del gdp.

Allora sì che tutti clandestini del mondo avrebbero scelto come terra di approdo il Bel Paese. Patria del diritto e dei diritti? È questo che si vuole? Chi gioca contro? Se lo chieda Il Tempo. Io non ho una risposta. Noi la nostra parte di sensibilizzazione l’abbiamo fatta. Nel mese di luglio siamo scesi in sciopero per sei giorni.

Risposte del governo zero. Altro che sciopero bianco contro la legge sul reato di clandestinità. Siamo pronti a scioperi prolungati e su tutti fronti per la salvaguardia della nostra dignità di precari della giustizia, senza ferie retribuite, previdenza ed assistenza, e per continuare a dare risposte all’enorme richiesta di tutela dei diritti di tutti i cittadini. Nel direttivo dell’Angdp il 25 p.v., e nel successivo incontro con l’Unagipa, proporrò un’altra settimana di sciopero per ottobre ed una per novembre.

Sono scioperi di sensibilizzazione affinché nessuno possa dire di non avere saputo, neanche l’Associazione Nazionale Magistrati né l’Organismo Unitario dell’Avvocatura. Mi auguro che Il Tempo, la stessa Italia Oggi e tutta la stampa si renda conto che non c’è tempo da perdere. Nei mesi scorsi gli onorevoli Pelino, Marinello ed altri hanno proposto emendamenti e disegni di legge che vanno in direzione di mettere mano alla materia, salvaguardando le professionalità acquisite degli attuali gdp. Il Senato ha approvato un ordine del giorno in tal senso. Analogo odg è stato presentato alla camera dei deputati. Il sottosegretario agli Interni Mantovano a nome del Governo lo ha accolto. Il Ministero della Giustizia tace.

Immigrazione: procure contro, è caos sul reato di clandestinità

di Corrado Giustiniani

 

Il Messaggero , 17 settembre 2009

 

Io multo il clandestino, tu invece ne decreti l’espulsione, ma loro preferiscono rinviare le norme alla Consulta, ritenendole incostituzionali. I magistrati di tutta Italia stanno applicando la legge 94, il famoso pacchetto sicurezza entrato in vigore l’8 agosto scorso che contempla il reato di immigrazione clandestina, e in questi 40 giorni hanno prodotto decisioni varie e contrastanti. Il primo a sollevare la questione di illegittimità costituzionale è stato il giudice del tribunale di Pesaro Vincenzo Andreucci, il 31 agosto scorso, seguito ieri dalla Procura di Bologna. A Milano, invece, si registrano già quattro condanne. Il giudice di pace Antonio Mazzella, al quale per legge viene affidata la procedura, ha condannato due algerini alla pena pecuniaria di 5 mila euro (la sanzione della 94 va da 5 mila a 10 mila euro) sostituendola poi con l’espulsione per 5 anni dal territorio nazionale. Altri due nordafricani hanno subito invece un’ammenda da 7.500 euro, che si ridurranno a 5 mila se il pagamento verrà effettuato entro 60 giorni: per loro, niente espulsione. Contrasto tra polizia e giudici, invece, sull’asse Reggio Emilia Brindisi. Il giudice di pace brindisino ha infatti lasciato in libertà un marocchino (che aveva subito un decreto di espulsione del prefetto di Reggio Emilia), perché pendeva un suo ricorso sull’espulsione e sul mancato ottenimento del permesso di soggiorno. Ottenuta la libertà, il marocchino ha poi commesso un furto. La questura di Reggio Emilia ha inviato un fascicolo al ministro Maroni. Ma del reato di clandestinità si occuperà presto la Corte costituzionale. Secondo il Tribunale di Pesaro, che ha sospeso un giudizio in corso, viola ben quattro articoli della nostra Carta, il 2, il 3, il 10 e il 27. Viene intaccato il principio di ragionevolezza dell’azione penale, perché le forze dell’ordine, nel caso in questione, non avevano potuto effettuare l’espulsione in quanto l’immigrato Diouf Ibrahima, senegalese, non aveva i documenti. Eppure, subito dopo, la prefettura gli aveva intimato di lasciare da solo entro 5 giorni l’Italia. Come faceva, senza documenti? Diouf aveva dunque un giustificato motivo per restare in Italia. Inoltre quasi nessun clandestino sarebbe in grado di pagare la prevista ammenda. Violati poi i principi di eguaglianza e di solidarietà, mentre non verrebbero rispettati i principi internazionali in materia di immigrazione. Quanto all’eccezione sollevata dalla Procura di Bologna, sarebbe incostituzionale, fra l’altro, la disparità di trattamento fra colf e badanti da un lato, che possono essere sanate, e gli altri lavoratori, da multare o espellere. Il giudice di pace di Bologna, Mario Cocco, deciderà entro il 21 ottobre se trasmettere questa istanza alla Corte costituzionale.

Droghe: Torino; narco-sale ancora lontane, 30 morti in 2 mesi

 

Notiziario Aduc, 17 settembre 2009

 

Questa mattina Bruno Mellano, Presidente di Radicali Italiani, ha partecipato alla prima sezione della tavola di consultazione permanente del Dipartimento Antidroga della Presidenza del Consiglio, che fa seguito alla V Conferenza Nazionale sulle politiche antidroga.

Il titolo della consultazione era: "La prevenzione delle patologie correlate alla tossicodipendenza e delle situazioni devianti: quali evidenze di utilità ed efficacia?". Il Dipartimento Antidroga ha reso pubbliche le linee di indirizzo per la determinazione e applicazione dei Livelli Essenziali di assistenza, prodotte con l’aiuto di un gruppo di consulenza tecnico come sintesi degli elementi condivisi delle azioni da mettere in campo innanzitutto nei servizi di bassa soglia. Il documento, però, contiene anche un "Addendum" del Dipartimento stesso in cui si trattano tre misure su cui il gruppo di lavoro non ha trovato la condivisione e l’approvazione del Dipartimento e che il Dipartimento stesso ritiene di escludere dai programmi di prevenzione: si tratta del "pill testing" (analisi chimica delle droghe sintetiche), della distribuzione controllata di eroina e delle "stanze di auto-somministrazione" (narcosale). L’inserimento dell’Addendum ha prodotto la dissociazione dal documento finale del Cnca - Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza (rappresentato da Riccardo De Facci e Leopoldo Grosso) e della Lila (Lega Italiana per la lotta contro l’Aids).

Leopoldo Grosso del Gruppo Abele ha svolto un’accurata e dettagliata relazione sulle strutture chiamate "narcosale", sull’esperienza pluriennale in varie città europee ed americane. In particolare è stato trasmesso un efficace video-documento sull’attività della sala di autoconsumo di Vancouver in Canada. Il vice presidente del Gruppo Abele ha anche riferito, in sede istituzionale, dell’esperienza maturata dall’Associazione torinese nella co-gestione di un progetto di servizi integrati di bassa soglia nella città di Amsterdam, in collaborazione con Villa Maraini e con l’associazione olandese Amoc, che comprende un drop-in ed una sala d’uso. L’intervento del Gruppo Abele, disponibile fra poche ore - è stato detto dal direttore Dna Giovanni Serpelloni - anche sul sito del Dipartimento con le schede e le note tecniche, si è chiuso con una breve illustrazione dei costi di gestione di una struttura come una narcosala: 300.000 euro all’anno, con operatori qualificati e la possibilità di accogliere fino a 100 tossicodipendenti al giorno.

Bruno Mellano ha dichiarato: "Voglio ringraziare vivamente Leopoldo Grosso per il suo tentativo di arricchire di contenuti, prassi ed azioni le linee guida che il Governo ha proposto al tavolo Stato-Regioni. L’inserimento della scheda con l’esplicitazione dei veti politici del Dipartimento Antidroga è un clamoroso autogol. A fronte di un approccio realistico e pratico alle misure utili alla prevenzione delle patologie correlate alla tossicodipendenza, si deve registrare - in un documento ufficiale, inviato alle Regioni ed alla Commissione Europea - l’apposizione di limiti ideologici e non scientifici. Grosso ha riferito del caso Torino, dove grazie all’iniziativa dei radicali, si è discusso in diverse occasioni delle narcosale, senza, però, approdare a nessuna decisione operativa a causa delle indecisioni di Chiamparino e alle incapacità del Ministro Livia Turco.

Ora, secondo i dati riferiti in sede ufficiale da Grosso (fonte: Procura della Repubblica di Torino), si sono dovute registrare ben 30 morti fra i tossicodipendenti torinesi in meno di 60 giorni, un’emergenza appena dichiarata chiusa dal Dipartimento. Nel silenzio dei giornali, nel silenzio delle istituzioni, nel disinteresse generale. Una narcosala a Torino avrebbe di certo impedito parte di questi decessi ed avrebbe contribuito, almeno, a far emergere prima l’emergenza di cui nessuno si è occupato. Oggi le agenzie danno notizia del successo di una sperimentazione delle narcosale in Gran Bretagna; in tutta Europa sono già operative un’ottantina di strutture. La Regione Piemonte, le altre Regioni partano dall’esperienza europea per proporre iniziative di riduzione del danno nuove per l’Italia ma ormai ben radicate in tante città europee".

Gran Bretagna: Governo vuole chiudere blog gestito detenuto

 

www.giornalettismo.com, 17 settembre 2009

 

Continua in Inghilterra il dibattito sui diritti dei detenuti, in particolare su quello - sancito dalla legge - di tenere un blog. Il "Guardian on-line" lascia parlare direttamente uno di loro. Lo fa pubblicandone un post, quello che egli tempo fa aveva previsto prospettivamente potesse essere addirittura la sua ultima possibilità di parlare in rete

C’è qualcosa di più forte delle mura di una cella. C’è qualcosa di più pericoloso e di più socialmente utile delle guardie che sorvegliano le sbarre. È il pensiero. Quello di chi ci vive dentro. Non gli si può sempre mettere un catenaccio. Capita che esso si racconti nelle pagine di un blog, senza i ricatti del "conveniente" che censurano, talvolta, quello di chi, fuori, crede di essere libero. Ciò fa paura, o, semplicemente, mina i pregiudizi della massa. Impone delle riflessioni, suscita dei cambi di prospettive. In Inghilterra si sta sviluppando un dibattito intorno ai diritti dei detenuti, in particolare rispetto all’opportunità che sia ancora concesso loro di tenere un blog. Fin’ora è possibile, rispettando alcune norme, ma non è certo possa essere così anche in futuro. Il Guardian on-line ieri pubblica il post di Ben Gunn, autore del sito "prisonerben", in carcere da 30 anni per aver ucciso un suo amico quando ne aveva solo 14.

L’ultimo post? Si chiede, alludendo alla minaccia che sentiva allora già nell’aria. In realtà no. È uno dei primi che egli abbia scritto. L’aveva messo da parte, riservandosi di consegnarlo a John Hirst, il suo avvocato, nel momento in cui avesse sentito minata la propria libertà di comunicare con il mondo attraverso le sue parole. E John ha fatto. Ieri ha pubblicato la sfida di Ben, quella al sistema di pregiudizi che sta animando, a suo parere, il dibattito intorno ai diritti dei detenuti. Fin’ora, ci spiega, era loro consentito di bloggare, per legge. Lo aveva stabilito nel 2008 l’attuale ministro della giustizia e delle pari opportunità Maria Eagle. Chi è in carcere può tenere un diario personale online. Deve però affidare ad altri, autorizzati, l’atto concreto di metterlo in rete, cui il detenuto non ha completo accesso. Ultimamente sembra però si stia preparando un’inversione di rotta. Oltretutto, ed è questo il punto, Ben ritiene che il dibattito condotto sui media intorno a coloro che vivono la sua situazione proceda per stereotipi. È sterile - scrive - non fa altro relegare i criminali ad una sorta di stato subumano.

Insomma, è vero, capita che noi ci si interroghi su di loro come fossero oggetti, o una specie a parte, o animali feroci domestici da monitorare e tenere sotto controllo. Al di là ed al di qua delle sbarre ci sono persone però. Non può certo il confine stabilito da una prigione farne due tipi differenti di esseri viventi. Questo discutere senza mai capire a fondo, senza nemmeno sforzarci di farlo, spesso, rischia di sostituirsi ad una convinta indagine e presa posizione politica sulla situazione dei detenuti. In sintesi, secondo Ben, almeno in Inghilterra, i ministri si affidano a quello che leggono sui tabloid per guidare le proprie scelte. Una volta che sbattono qualcuno in cella se ne dimenticano, preferiscono sentirne parlare sui giornali, tentano di tappargli la bocca se poi dice qualcosa di diverso da quello che si aspetterebbero di ascoltare.

Quando pensava che questo post avrebbe dovuto un giorno essere pubblicato, in una visione prospettica, scriveva: "se state leggendo vuol dire che io sono entrato nelle vostre vite, che son riuscito a farmi ascoltare". "Se il Ministero della Giustizia ed il Prison Service stanno tentando di chiudere questo blog, allora io non posso che essere ancor più convinto di aver fatto bene ad aver iniziato a scriverci su. Dare un volto umano al crimine - continua Ben - non può che contribuire ad informare, non può che sfidare le concezioni popolari, minarne i pregiudizi. Ero solo un ragazzo quando ho commesso il mio crimine. Poi ho consegnato me stessa alla polizia", quei custodi dei quali in 30 anni ha imparato a conoscere le menzogne, ci spiega in un altro punto. "Quello è stato l’unico atto di violenza della mia vita. Poi mi è capitato di trovarmi dall’altra parte, quella della vittima. Mia sorella, infatti, è stata uccisa da adolescente. So che significa… ho studiato tanto fino a ritrovarmi ora, in attesa di prendere un dottorato. Non è stato facile, perché son partito da niente, non ero istruito. Il fatto che io abbia scontato 20 anni in più dei 10 previsti per il mio crimine non ha fatto altro che rafforzare il senso del mio prendere la parola per dar voce a quello che quest’esperienza mi ha insegnato, rendendomi moralmente più forte di molti che sono fuori da queste sbarre-ci racconta. Tanti potrebbero farlo ma pochi ne hanno il coraggio. Pochi si raccontano come ho fatto io. Questa mia di voler riportare lo sterile dibattito dei media intorno al nostro dibattito di bloggare ad una dimensione vera, scevra da preconcetti, è una sfida. Mi rendo conto che sono arrogante, presuntuoso ma devo farlo. Benvenuti alla discussione".

Così chiude Ben il suo post, qui evidentemente riportato solo parzialmente. Ci auguriamo che non sia l’ultimo, perché quest’uomo, il cui profilo pubblico che lo svela impegnatissimo nella ricerca intorno ai diritti umani e nella tutela e promozione di quelli dei detenuti, per i quali è convinti sia necessaria una mobilitazione da parte degli stessi, sembra abbia tanto da insegnarci, o, in ogni caso, sa come fermarci a riflettere. Sulla vita. A chiusura riportiamo queste altre sue parole, pubblicate nei giorni scorsi.

Le cose che vediamo "Nel tessuto opaco della vita capitano sono piccoli eventi, di cui abbiamo la possibilità solo di intravedere parzialmente qualcosa. Non ne conosciamo né l’inizio né la fine. Ciò ci concede il lusso di immaginare storie fantastiche a riguardo, o di rimanerne semplicemente sconcertati".

 

 

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