Rassegna stampa 2 luglio

 

Giustizia: paura? sì, ho molta paura del "pacchetto-sicurezza"

di Anna Simone

 

Liberazione, 2 luglio 2009

 

Chi ha visto La zona, un bellissimo film di Rodrigo Plà circolato lo scorso anno nelle sale cinematografiche italiane, chi ha letto Il condominio del compianto Ballard sa perfettamente quanto il discrimine tra finzione e realtà possa svanire dinanzi agli innumerevoli provvedimenti sicuritari messi a punto da questo governo.

La società che si va delineando a partire dalle norme contenute prima nella legge 125 e poi da questo ddl 733 ormai diventato legge è senza respiro, razzista, incline a fomentare una guerra tra poveri e a generare un continuo clima di sospetto tra la popolazione. I dati che circolano sul nesso paura-sicurezza e bisogno di ordine pubblico sono a loro volta fonte di sospetto e di paura perché ideologici e altamente contraddittori.

Barbagli, noto sociologo di parte, ci aveva detto che i reati commessi dagli immigrati sono raddoppiati tra il 1996 e il 2004, allarmando l’illuminato centro-sinistra già artefice di un "pacchetto" all’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani, ma non ci ha detto a sufficienza che questo dato ha come banalissima spiegazione l’aumento della popolazione immigrata in Italia.

Una prima legge elementarissima, intrisa di buon senso e non di numeri da accumulare sui pallottolieri dell’esclusione sociale, ci dice che laddove vi sono più persone aumenta la possibilità di compiere atti delittuosi. Una seconda legge elementarissima, invece, ci dice che la propensione a delinquere concerne qualsiasi tipologia di persona, indipendentemente dalla nazionalità di riferimento o dalla conformazione del cranio, colore della pelle etc.

Non occorre neppure andare a scomodare la criminologia critica per renderci conto di quanto sia stato per fortuna superato il "genio" lombrosiano. Superato dalla cultura, ma non dalla politica se nel 2009 ci ritroviamo dinanzi a leggi di siffatta assurdità e a rapporti costruiti ad hoc per distinguere i crimini a seconda che si sia nati dentro o fuori la comunità occidentale. Non a caso i dati di Barbagli stonano dinanzi al rapporto Istat sui crimini in Europa. Un rapporto che per fortuna non distingue la propensione a delinquere di un qualsiasi cittadino europeo da quella di un qualsiasi altro cittadino nato oltre i confini Schengen. L’Istat ci ha infatti detto che l’Italia è uno tra i paesi con il tasso più basso di crimini. E allora dove sta la verità? La risposta è banalissima.

Sta nell’aver messo a punto un progetto politico bipartisan in cui il nesso governante = ordine pubblico riduce lo stesso "politico" a mera stampella, un po’ erosa, di un autoritarismo del tutto simile a quello di un secondino frustrato. Un autoritarismo che trasforma le politiche migratorie in politiche securitarie, che travalica tutti i confini di quei principi minimi del garantismo penale che hanno per anni costituito l’ossatura dello Stato di diritto.

La sicurezza è la cifra primaria attraverso cui pensare la politica oggi. Un’ideologia senza soggettività, classi, corpi in carne e ossa, consumatori, chiamiamoli come vogliamo che, come un gatto che si morde la coda, produce quella stessa "opinione pubblica" impaurita dal diverso che pensa di poter soddisfare per aumentare il proprio budget di consenso. L’introduzione del reato di ingresso illegale sul territorio acuirà il già sclerotizzato sistema della giustizia nonostante la sanzione sia solo pecuniaria e non penale.

L’aumento dei tempi di detenzione amministrativa nei Cie (centri di identificazione ed espulsione, ex Cpt) sino a diciotto mesi alimenterà suicidi e soprusi di ogni tipo all’interno di una geografia complessiva della detenzione che, paradossalmente, renderà dei "paradisi" le carceri - non fosse altro perché al loro interno vige il diritto penitenziario, mentre, come è

noto, nei Cie vige l’arbitrarietà dei gestori e l’impossibilità di entrare da parte delle associazioni e dei movimenti. L’impossibilità di contrarre matrimoni priva di fatto gli immigrati senza permesso di soggiorno financo di un diritto all’amore istituzionalizzato e poi l’inaccettabile divieto di registrare i propri figli all’anagrafe che ha già mietuto le sue vittime prima ancora di diventare legge. Lo spirito che muove le politiche securitarie oggi, inoltre, ci interroga più profondamente sullo stato del diritto penale.

Assistiamo inermi ad un evidente processo di "etnicizzazione" del diritto penale da una parte e ad un oltrepassamento delle garanzie minime previste dallo stesso. Le sanzioni pecuniarie e amministrative, la detenzione amministrativa, le ordinanze amministrative dei cosiddetti "sindaci-sceriffo", infatti, non ci parlano solo di un doppio binario, nazionale e territoriale, amministrativo e penale, attraverso cui si dipana l’ideologia securitaria, ma ci portano anche verso un territorio in cui lo stesso diritto fondamentale all’habeas corpus sancito nel lontano 1215 dalla Magna Charta Libertatum - come giustamente sottolineava Luigi Ferrajoli qualche giorno fa durante la presentazione dell’ultimo rapporto di Antigone - scivola dinanzi ad una legge così liberticida e razzista.

Oltre il diritto penale, peraltro nato a partire dall’istituzionalizzazione della "vendetta" come ci insegnano Weber e Foucault, vige la "legge di nessuno". Una no man’s land che vieta qualsiasi forma di accesso a quel che resta dei diritti sociali e civili in questo paese da parte degli immigrati. Saremo governati dallo strapotere autoritario dei vigili urbani dotati di manganello nelle nostre città, dalle ronde della guardia nazionale padana e dalla polizia la quale, a partire dal colore della pelle, potrà tranquillamente, avallata dalla legge, irrompere nei tram per chiedere i documenti solo a coloro i quali appaiono "altro" da noi.

È la democrazia stessa che oggi crolla sotto l’egida delle camicie verdi al governo abbondantemente avallate da Berlusconi. Una democrazia malata che censura l’incensurabile e lascia tranquillamente che nelle nostre città o sulle nostre televisioni campeggino pubblicità altamente razziste. Come è possibile che in un paese sedicente "civile" come il nostro possano apparire per le strade di Milano pubblicità come quella di "Sandokan", l’insetticida che uccide "gli insetti clandestini", come recita lo spot? Come è possibile che la pubblicità del detergente intimo femminile Lactacyd costruisca il suo spot pubblicizzando l’istituzione delle ronde per "proteggere" le donne dall’ipotetica violenza sessuale dello straniero?

Tutti segni inequivocabili di quanto nei fatti l’ideologia securitaria permei la costruzione degli ordini discorsivi dell’opinione pubblica drogata da se stessa e da un modo di fare politica che ormai sta oltre tutto. Oltre i diritti fondamentali, delle persone e non solo dei cittadini. L’ideologia securitaria si nutre di troppi rimossi per poter essere credibile. Rimuove i principi giuridici, i principi su cui si basano le relazioni tra gli esseri umani, i principi politici della democrazia e della libertà. Rimuove tutto tranne il cinismo attraverso cui costruisce se stessa in funzione del consenso. Ma due speranze ancora ci restano, una si chiama disobbedienza, l’altra si chiama Corte Costituzionale.

Giustizia: varato il "pacchetto-sicurezza"... ecco cosa prevede

 

Ansa, 2 luglio 2009

 

Immigrazione, criminalità, sicurezza pubblica: i tre elementi forti del disegno di legge sulla sicurezza. Questi i punti principali del ddl.

 

Immigrazione

 

Il ddl introduce il reato di clandestinità: è punito con un’ammenda che va dai cinquemila ai diecimila euro lo straniero che, violando la legge, "fa ingresso o si trattiene nel territorio dello stato". Inoltre previsto il carcere per "chiunque, a titolo oneroso, al fine di trarre ingiusto profitto, dà alloggio ovvero cede, anche in locazione, un immobile ad uno straniero che sia privo di titolo di soggiorno al momento della stipula o del rinnovo del contratto di locazione, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni".

Dal testo sono sparite le norme sui cosiddetti "medici spia". Resta invece la norma sulla necessità di essere in regola con i documenti per accedere agli uffici pubblici.

Viene prolungata fino a 180 giorni la possibilità di trattenimento degli irregolari nei Centri di identificazione ed espulsione. In caso di mancata cooperazione al rimpatrio da parte del paese terzo interessato o nel caso di ritardi per ottenere la documentazione necessaria il questore può chiedere una prima proroga di 60 giorni di questo periodo, cui se ne può aggiungere una seconda.

Viene istituito presso il ministero dell’Interno un fondo rimpatri per finanziare le spese per il rimpatrio degli stranieri verso i paesi di origine.

La richiesta di rilascio e di rinnovo del permesso di soggiorno è sottoposta al versamento di un contributo il cui importo è fissato da un minimo di 80 a un massimo di 200 euro con decreto del ministro dell’Economia di concerto con il ministro dell’Interno che stabilirà anche le modalità del versamento.

Il rinnovo del permesso deve essere chiesto dallo straniero al questore della provincia in cui dimora, almeno 60 giorni prima della scadenza.

Per l’acquisto della cittadinanza il contributo da versare allo Stato è di 200 euro.

Il coniuge straniero di un cittadino italiano può acquisire la cittadinanza quando, dopo il matrimonio, risieda legalmente da almeno due anni nel territorio della Repubblica, oppure dopo tre anni dalla data del matrimonio se risiede all’estero.

Entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore della legge vengono stabiliti con regolamento - su proposta del presidente del Consiglio e del ministro dell’Interno, di concerto con i ministri dell’Istruzione e del Welfare - i criteri e le modalità per la sottoscrizione, da parte dello straniero, contestualmente alla presentazione della domanda di rilascio del premesso di soggiorno, di un accordo di integrazione, articolato per crediti, con l’impegno a sottoscrivere specifici obiettivi di integrazione, da conseguire nel periodo di validità del permesso di soggiorno.

La firma dell’accordo è condizione necessaria per il rilascio, la perdita totale dei crediti determina la revoca del soggiorno e l’espulsione dello straniero; per integrazione si intende "quel processo finalizzato a promuovere la convivenza dei cittadini italiani e di quelli stranieri, con il reciproco impegno a partecipare alla vita economica, sociale e culturale della società" nel rispetto dei valori della Costituzione.

 

Albo degli addetti alla sicurezza

 

Nasce l’albo degli addetti alla sicurezza dei locali pubblici che dovranno rispondere ai requisiti stabiliti da un decreto del ministro dell’Interno. L’elenco è tenuto dal prefetto competente per territorio. Nasce anche il registro dei senza fissa dimora presso il ministero dell’interno.

 

Stragi del sabato sera

 

Giro di vite per chi si mette alla guida ubriaco o drogato. Viene istituito un fondo contro "l’incidentalità notturna" che servirà all’acquisto di materiali, attrezzature e mezzi per le forze di polizia e per campagne di sensibilizzazione e formazione degli utenti della strada. Per chi si mette alla guida sotto effetto di stupefacenti scatta la revoca della patente e la sospensione del certificato di abilitazione professionale per la guida di motoveicoli e del certificato di idoneità alla guida di ciclomotori o divieto di conseguirli, per un periodo fino a tre anni.

 

Enti locali e infiltrazioni mafiose

 

A fianco alla responsabilità degli organi elettivi si introduce quella degli organi amministrativi e si stabilisce anche che con decreto del ministro dell’Interno, su proposta del prefetto, può essere sospeso dall’incarico chiunque, direttore generale, segretario comunale o provinciale, funzionario o dipendente a qualsiasi titolo dell’ente locale abbia collegamenti con la criminalità organizzata, anche quando non si proceda allo scioglimento del consiglio comunale o provinciale.

 

Prefetto ai cantieri

 

Per prevenire infiltrazioni mafiose nei pubblici appalti il prefetto può disporre accessi e accertamenti nei cantieri delle imprese interessate. Nasce l’albo nazionale degli amministratori giudiziari per l’amministrazione dei beni sequestrati alla criminalità.

Si intensificano i controlli sul trasferimento di valuta per contrastare il riciclaggio anche ai fini di finanziamento al terrorismo. Gli agenti di attività finanziaria che prestano servizi di pagamento nella forma dell’incasso e del trasferimento fondi acquisiscono e conservano per dieci anni copia del titolo di soggiorno se il soggetto che ordina l’operazione è cittadino extracomunitario. La cancellazione dall’elenco degli agenti è la sanzione per chi non ottempera a quest’obbligo.

 

Criminalità

 

Giro di vite sul regime del carcere duro per i boss della criminalità organizzata. Il pacchetto sicurezza vincola gli imprenditori a denunciare il "pizzo", manda a casa non solo i sindaci e i consigli comunali in odor di mafia, ma anche i singoli dirigenti amministrativi, se collusi.

 

Obbligo denuncia pizzo

 

Gli imprenditori devono denunciare le richieste di pizzo che subiscono. Se non lo fanno vengono esclusi dalla possibilità di partecipare alle gare di appalto (a meno che non ricorrano le cause di esclusione di responsabilità previste dalla legge del 1981). La responsabilità dell’imprenditore omertoso ‘deve emergere dagli indizi a base della richiesta di rinvio a giudizio formulata nei confronti dell’imputato nei tre anni antecedenti alla pubblicazione del bando e deve esser comunicata, unitamente alle generalità del soggetto che ha omesso la predetta denuncia, dal procuratore della Repubblica procedente all’autorità" per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, che deve curare la pubblicazione della comunicazione sul sito dell’osservatorio.

 

41-bis

 

Aumenta a quattro anni la durata del carcere duro per chi è accusato di mafia e si sposta la competenza funzionale per i ricorsi al tribunale di sorveglianza di Roma in modo da garantire omogeneità di giudizio su tutto il territorio nazionale. I detenuti sottoposti a regime speciale saranno ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, per lo più sulle isole. I colloqui con i familiari saranno sempre registrati; quelli telefonici saranno possibili solo se non vi saranno colloqui personali. Saranno ridotti a tre gli incontri settimanali con i difensori e a maggiori restrizioni sarà sottoposta anche la permanenza all’aperto. Infine, viene punito con il carcere da uno a quattro anni chiunque consenta ad un detenuto sottoposto al 41 bis di comunicare con altri.

 

Poteri antimafia

 

Il Procuratore Nazionale Antimafia manterrà i poteri di intervento nei procedimenti, che la legge attualmente gli attribuisce. Dal ddl è stata soppressa la norma (comma 2 articolo 2) che di fatto ne prevedeva una sorta di limitazione e che lo stesso procuratore nazionale antimafia aveva criticato durante la sua audizione in commissione giustizia.

 

Sicurezza pubblica

 

Il provvedimento legalizza le associazioni ormai note come "ronde", costituite da privati cittadini. Ripristina il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, punisce fino a tre anni di reclusione chi impiega minorenni nell’accattonaggio, sanziona gli imbrattatori della cosa altrui, e consente l’uso - introdotto dal Senato - di bombolette spray al peperoncino per l’autodifesa.

 

Oltraggio a pubblico ufficiale

 

Viene reintrodotto il reato abrogato con la legge 25 giugno 1999. La pena è la reclusione fino a tre anni.

 

Le ronde

 

Gli enti locali possono avvalersi della collaborazione delle associazioni di cittadini al fine di segnalare agli organi di polizia locale eventi che possono arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale. I sindaci si avvalgono in via prioritaria di quelle associazioni costituite fra gli appartenenti in congedo alle forze dell’ordine, forze armate e altri corpi dello stato. Le associazioni sono iscritte in apposito elenco, a cura del prefetto. Sarà un decreto del ministro dell’Interno a disciplinare i requisiti necessari.

 

Bombolette spray

 

Sì all’uso delle bombolette spray al peperoncino da utilizzare per autodifesa. Un regolamento del ministro dell’interno di concerto con il ministro del lavoro, salute e politiche sociali disciplina le caratteristiche tecniche e il contenuto dei dispositivi di autodifesa.

Giustizia: Finocchiaro (Pd); vogliono creare un paese di invisibili

 

Asca, 2 luglio 2009

 

"Con questo provvedimento la maggioranza e il governo propongono all’Italia il simulacro di un intervento sulla sicurezza, un simulacro tutto votato all’immagine e alla comunicazione ma disinteressato dell’efficacia e del senso. Le misure contenute in questo disegno di legge sono senza senso, perché sono insieme inefficaci e profondamente incoerenti con i principi e i valori della nostra Costituzione". Così, Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato, intervenendo in aula per la dichiarazione di voto finale sulla fiducia al ddl sicurezza.

"Nel nostro ordinamento - ha proseguito Anna Finocchiaro - una norma ha senso se è coerente con la Carta costituzionale, con il corredo di valori e con gli elementi di fatto che pongono in essere la nostra comunità e il cui rispetto è dunque un requisito fondamentale per tutte le leggi. E invece questo governo e questa maggioranza introducono una serie di norme profondamente incostituzionali e inefficaci.

Parlo dell’introduzione dell’ingresso e del soggiorno illegali nel nostro Paese, con la chiamata alla correità per centinaia di migliaia di famiglie per cui lavorano colf, badanti, babysitter. Penso alla permanenza nei Centri di identificazione ed espulsione per gli immigrati, che è stata prolungata fino a 6 mesi.

Penso alla negazione, per gli immigrati clandestini, dell’accesso ai servizi pubblici e allo stato civile con la conseguente impossibilità di comunicare al Comune la nascita di un figlio, la morte di un congiunto, la volontà di contrarre matrimonio. E tutto questo pur nella permanenza del divieto dell’obbligo, per i medici e gli insegnanti in particolare, di denunciare alle Forze dell’Ordine persone clandestine che si recano in ospedale per le cure o i bambini che vengono iscritti a scuola.

La cosa che mi impressiona è che questa maggioranza e questo governo hanno evidentemente immaginato di rendere impossibile la vita delle persone, di queste persone immigrate, di rendergli impossibile vivere in un alloggio in cui se si apre un rubinetto possa uscire acqua, in cui si possa accendere la luce; di rendergli impossibile vivere in un Paese in cui si possa trovare un occupazione, andare in ospedale a partorire, iscrivere i figli a scuola".

Giustizia: Antigone; è questo un triste ritorno alle leggi razziali

 

Ristretti Orizzonti, 2 luglio 2009

 

"La legge approvata oggi è una legge infame, in quanto individua nello straniero il nemico. È una legge che criminalizza coloro i quali vivono in una condizione di mera irregolarità formale. Con il reato di clandestinità ci saranno ora centinaia di migliaia di processi penali che ingolferanno il sistema della giustizia.

I Giudici di Pace saranno invasi da centinaia di migliaia di processi contro inermi badanti o lavoratori edili i quali, se non pagheranno la multa e non andranno via dall’Italia, rischieranno il carcere. Questa norma, insieme a quella che legittima le ronde o a quella che estende la permanenza degli immigrati nei Cie fino a 6 mesi, costituisce un primo passo verso un diritto speciale per gli immigrati che tanto assomiglia a quello del 1938".

 

Patrizio Gonnella, Associazione Antigone

Giustizia: parliamo di quel "buco nero"… che è la galera di oggi

di Franco Corleone

 

Terra, 2 luglio 2009

 

Ieri è stato presentato sia il Rapporto annuale di Antigone sullo stato delle carceri che la Relazione al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze da parte dell’ineffabile Carlo Giovanardi. Una coincidenza che aiuta a capire un fenomeno drammatico e le cause.

Parliamo di quel buco nero che è la galera oggi. Galere ridotte in condizioni bestiali e che diventano ogni giorno di più insopportabili per l’ammassamento di corpi eufemisticamente chiamato sovraffollamento. La fantasia della burocrazia penitenziaria ha anche inventato il termine di capienza tollerabile, forse tale solo per i detenuti che ancora mostrano una capacità di sopportazione infinita, ma non certo per chi abbia una coscienza non imbarbarita.

Purtroppo l’opinione pubblica di questo paese profondamente incattivito, non si scandalizza, convinta di essere immune dal rischio e che la detenzione riguardi lo straniero, il nemico, il drogato. Il cittadino "onesto, bianco, perbene" accetta ormai che le regole di convivenza civile, i principi di tolleranza, la presunzione di innocenza, insomma le basi dello stato di diritto siano calpestate sull’altare della sicurezza.

Che le carceri siano piene di tossicodipendenti, di immigrati e di poveri non turba il senso comune di soggetti corrosi dall’egoismo più bieco. Giovanardi afferma impunemente che "la droga è come la spazzatura: va rimossa". Per ora va ancora bene perché le vittime finiscono in carcere e non nell’inceneritore, ma domani chissà!

Se non si fa nulla, andremo incontro a un’estate calda. Non scoppieranno rivolte programmate con richieste precise di riforme come accadeva tanti anni fa, ma potranno esplodere sommosse incontrollate i cui bagliori illumineranno le nostre città. Il ministro della giustizia e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria stanno dando la dimostrazione di essere incapaci, ma capaci di tutto.

Si stanno baloccando con un piano carcere per incrementare l’edilizia carceraria mentre la casa brucia. L’unica cosa che prevedono per l’estate è di rinchiudere nelle celle i detenuti per 22 ore al giorno come le bestie feroci nelle gabbie degli zoo: pronti al bagno di sangue in caso di ribellione secondo gli esempi di Sassari e Bolzaneto.

È ora che le forze democratiche lancino l’allarme e avanzino una proposta di riforma radicale della giustizia con l’obiettivo di un nuovo Codice Penale subito, della abrogazione delle leggi criminogene, in primo luogo quella sulla droga e comunque l’uscita dal carcere dei tossicodipendenti. Una campagna per il diritto e per i diritti è davvero urgente.

Giustizia: troppi "presunti innocenti" e pochi "sicuri colpevoli"

di Gianluca Perricone

 

www.giustiziagiusta.info, 2 luglio 2009

 

L’associazione Antigone - nata per la difesa dei diritti nelle carceri - ha presentato il suo sesto rapporto sugli istituti di pena italiani.

Apparentemente si tratta di freddi numeri che, in realtà, danno il quadro di una situazione (appunto quella delle carceri) che dimostrerebbe di aver bisogno assai più di un indulto una tantum. Oggi, nelle carceri del nostro Paese, sono detenute 63.460 persone, 20mila in più rispetto alla capienza regolamentare e oltre anche la cosiddetta capienza tollerabile, l’indice che individua il limite massimo per la stessa amministrazione penitenziaria. In alcune regioni il numero dei detenuti è addirittura quasi il doppio di quello consentito: in Emilia Romagna il tasso di affollamento è del 193%, in Lombardia, Sicilia, Veneto e Friuli è intorno al 160%.

Ancora qualche numero. Tra il primo maggio e il 15 giugno di quest’anno i detenuti sono cresciuti di 1.340 unità. Dal primo gennaio 2009, l’aumento è stato di 5.500 detenuti. Il tasso di crescita è di poco inferiore alle 1.000 unità al mese. Se il trend dovesse continuare, si può dedurre che a fine anno la popolazione carceraria raggiungerebbe quota 70 mila detenuti. E nel giugno del 2012 si arriverebbe a 100 mila unità!

Dicevamo che nelle nostre carceri sono rinchiusi 63.460 detenuti, meno della metà dei quali (30.186) sta scontando una condanna passata in giudicato: il dato risale allo scorso 15 giugno. La maggioranza (52,2%), invece, è in galera in custodia cautelare, "ovvero - scrive nel rapporto l’associazione Antigone - in una condizione teoricamente eccezionale, che implica la privazione della libertà a danno di persone per cui ancora vige la presunzione di innocenza".

La cosa non ci sembra di poco conto: più della metà dei detenuti è in stato di detenzione in attesa di sapere se merita di essere detenuto. Insomma, piaccia o no, è dentro da innocente in quanto nessuna sentenza lo ha dichiarato colpevole di aver commesso un reato. A queste condizioni, l’ordinamento giuridico e la certezza della pena sono destinati ad andare a farsi benedire.

Non sappiamo se la colpa è attribuibile alla lentezza dei processi o delle indagini relative, o di cos’altro sia la responsabilità: ma noi, a differenza di tanti giustizialisti di basso profilo, riteniamo da sempre che dietro le sbarre debba andare a finirci il sicuro colpevole, non il presunto innocente. È questione di civiltà giuridica e, a questo punto, ne varrebbe anche un lieve miglioramento della vita di chi in carcere vi è perché condannato.

Giustizia: dopo l’indulto diminuito il ricorso a misure alternative

 

Redattore Sociale - Dire, 2 luglio 2009

 

Negli ultimi anni accolto solo il 22% delle domande di semilibertà, il 40% delle domande per affidamento in prova al servizio sociale, il 30% delle domande di detenzione domiciliare e il 3% delle domande per liberazione condizionale

"L’unica risposta plausibile nell’immediato al sovraffollamento delle carceri è quella di una decarcerizzazione, ottenuta attraverso la depenalizzazione e un più massiccio ricorso alle misure alternative, pensato come alternativa al carcere e non come estensione del controllo penale". In questo modo Daniela Ronco (Antigone) ha commentato, questa mattina a Roma, la presentazione dei dati del sesto rapporto dell’associazione Antigone sulle carceri. "Non ci sono segnali di grande speranza - ha proseguito - nel senso che dopo l’approvazione dell’indulto, accanto alla crescita della popolazione detenuta, abbiamo assistito, soprattutto nel primo periodo, al calo del ricorso alle misure alternative".

Negli ultimi anni, infatti, è stato respinto tra il 40 e il 50% delle richieste di misure alternative, mentre hanno trovato risposta positiva il 22% delle domande di semilibertà, il 40% delle domande per affidamento in prova al servizio sociale, il 30% delle domande di detenzione domiciliare e solo il 3% delle domande per liberazione condizionale. "Vi è dunque una più limitata concessione di misure alternative rispetto al passato, e rispetto al periodo pre indulto in particolare", ha sottolineato Ronco. Basti pensare, ha aggiunto, che secondo il Dap i detenuti in misura alternativa sono attualmente 9.406, mentre erano 10.389 nel 2007, quando la popolazione carceraria era comunque meno numerosa rispetto ad oggi.

Alla presentazione del Rapporto di Antigone è intervenuto anche il presidente della Corte Costituzionale, Francesco Amirante, che ha ricordato: "Uno dei principali problemi già del presente, ma soprattutto di un futuro non lontano, è quello di garantire, quali che saranno gli scenari che ci aspettano, i diritti fondamentali. Possono mutare - ha aggiunto - e probabilmente sarà inevitabile che mutino gli strumenti e gli organi che tale tutela assicurano, ma occorre impedire che vi siano regressioni con la motivazione della straordinarietà delle situazioni".

Giustizia: Khalid; se di ergastolo si muore... malati, vecchi e soli

di Carmelo Musumeci

 

www.linkontro.info, 2 luglio 2009

 

Khalid Hussein, 79 anni, il più anziano prigioniero politico palestinese rinchiuso nelle carceri italiane, è morto lunedì scorso in una cella del carcere di Benevento. Ho conosciuto Khalid, combattente per la libertà della Palestina e dei palestinesi, condannato all’ergastolo in contumacia per il sequestro della nave Achille Lauro, nel carcere di Parma nel 1998. Parlava perfettamente diverse lingue: russo, arabo, israeliano, inglese, francese, italiano e greco. Giocavo a scacchi con lui, io ero più bravo, ma lui era più anziano e qualche volta lo facevo vincere, perché altrimenti ci rimaneva male e non giocava più. In tutti questi anni non l’ho mai perso di vista, gli ho sempre mandato, e mi sono sempre arrivati i suoi saluti da un carcere all’altro.

In tutti questi anni Khalid ha sempre partecipato a tutte le iniziative del movimento degli ergastolani in lotta per la vita per l’abolizione dell’ergastolo. Ha partecipato a due scioperi della fame, quello dal primo dicembre 2007 ad oltranza e quello del primo dicembre del 2008 a staffetta.

Nell’anno del 2007 anche lui ha fatto parte di quei 310 ergastolani che hanno chiesto la pena di morte in sostituzione dell’ergastolo al Presidente della Repubblica (fonte "Mai dire Mai - Il risveglio dei dannati" - Edizioni Liberarsi).

Molti, troppi, di quella famosa lista: La rivolta degli ergastolani "Condannateci a morte" (vedi La Repubblica 31/05/07) sono morti di suicidio o di morte naturale, ma l’ergastolo ostativo a tutti i benefici esiste ancora. Il carcere in questo strano paese viene usato solo come un luogo dove s’invecchia e si muore. L’ergastolo in Italia trasforma la giustizia in vendetta e violenza.

Io e Khalid nelle nostre passeggiate all’aria parlavamo spesso di politica, di Dio e della morte. La pensavamo quasi allo stesso modo, tutti e due atei, lui comunista, io anarchico, e della morte, quando capita ad un ergastolano, dicevamo che è giusta, bella e buona.

Khalid, se tutte e due ci siamo sbagliati ed esiste l’aldilà e incontri il diavolo, salutamelo, sicuramente sarà molto più giusto e umano dei politici e dei giudici italiani che ti hanno fatto morire, stanco e malato fra quattro mura. Un uomo che combatte per la libertà del suo popolo non dovrebbe mai morire in carcere, lontano dalla sua terra, dalla sua gente e dalla sua famiglia.

Ti lascio con una frase che ha scritto Maria su Aziz, un ragazzo morto suicida nel carcere di Spoleto. Ogni uomo che si toglie la vita in carcere lo fa anche per causa mia, per un qualcosa che io non ho fatto, per un’attenzione ad una sofferenza che non ho voluto o saputo vedere.

In un certo modo la stessa cosa è accaduta anche per te. Addio Khalid, riposa in pace, ora sarai di sicuro in un posto migliore dell’Italia, un paese crudele che tiene e fa morire una persona anziana e malata di 79 anni chiuso a chiave in una cella. Buona morte.

Giustizia: i casi del "Difensore civico" dei detenuti, di Antigone

di Stefano Anastasia e Tullia Cecchetti

 

Terra, 2 luglio 2009

 

A. è uno dei tantissimi stranieri detenuti nelle carceri italiane. Condannato ad una pena di 8 anni, li sta scontando in un carcere pugliese. Ha dei problemi di salute, in particolare dei dolorosi calcoli, e dispera di essere operato prima di un fine pena ancora lontano, ma soprattutto, chiede di scontare il resto della pena nel proprio paese, in Egitto.

Il trasferimento delle persone condannate da un paese all’altro rientra nell’ambito della cooperazione penale tra Stati. Attraverso questo strumento giuridico, è consentito ai cittadini di uno Stato, detenuti in espiazione di pena in un altro Stato, di essere trasferiti in quello d’origine per la continuazione dell’espiazione della pena stessa. La materia è regolata innanzitutto dalla Convenzione sul trasferimento delle persone condannate, adottata a Strasburgo il 21 marzo 1983, e ratificata dall’Italia con la legge 25 luglio 1988 n. 334. La Convenzione, adottata in seno al Consiglio d’Europa, è stata tuttavia ratificata anche da molti paesi extra-europei, come l’Australia, il Giappone e gli Stati Uniti.

Ma l’Egitto non è firmatario della Convenzione di Strasburgo, né esiste un accordo bilaterale con l’Italia in merito. Sorge dunque il problema di quale strumento giuridico adottare per poter trasferire il sig. A. nel suo paese natale, affinché vi sconti il resto della pena. In un momento in cui il Governo insiste tanto nel voler rimandare nei Paesi d’origine gli stranieri condannati e non, sembra paradossale che non si riesca a rimpatriare chi effettivamente vuole tornare nel suo paese.

Probabilmente A. si è fatto anche i suoi conti: che ci resta a fare, in carcere, in Italia, per di più sofferente, se poi - una volta scarcerato - dovrà anche esserne espulso? Meglio tornare a casa, in carcere sì, ma nel proprio Paese, probabilmente vicino a chi gli vuole bene, per poter immaginare il suo futuro oltre la pena.

Perché impedirglielo? Perché non definire uno strumento giuridico "ad hoc", che magari possa aprire la porta all’adesione dell’Egitto e di altri Stati alla Convenzione di Strasburgo?

Giustizia: Associazioni; "Manifesto" per difendere Stato sociale

 

Redattore Sociale - Dire, 2 luglio 2009

 

Ristrutturare il welfare senza ridurre le tutele, perché sia in grado di rispondere alle nuove difficoltà. Lo chiedono Antigone, Arci, Cnca, Fish, Lunaria e altre associazioni che hanno presentato il documento. "Risposta al Libro bianco".

Ristrutturare il welfare italiano senza ridurre le tutele e che sia in grado di rispondere alle nuove situazioni di difficoltà. È quanto chiedono Antigone, Arci, Cnca, Fish, Lunaria e altre associazioni che stamattina a Roma, presso la Città dell’Altra Economia, hanno presentato un Manifesto per il welfare, intitolato "Il benessere è un diritto, la disuguaglianza un"ingiustizia". Per le diverse organizzazioni, l’attacco ai diritti fondamentali, le povertà e le diseguaglianze crescenti, l’insufficiente stanziamento di risorse economiche per i bisogni primari rischiano di provocare un ulteriore indebolimento del sistema welfare del nostro Paese.

Secondo Lucio Babolin, presidente del Cnca, il documento è un primo passo di un percorso che dia più forza politica alle organizzazioni che operano nel sociale a difesa del welfare italiano. "Crediamo che sia necessario rilanciare il ruolo di protagonismo politico delle organizzazioni sociali - ha detto Babolin - e che queste siano interpellate nel dare voce a chi voce non ha, mettendosi in una logica di mobilitazione sociale e aprire nel nostro Paese delle opportunità di conflitto sociale che in genere produce cambiamento e possibilità di avanzamento".

Il manifesto, spiegano le organizzazioni, vuole essere una risposta al Libro Bianco e vuole rispondere a tematiche quali la non autosufficienza, la precarietà del lavoro, le marginalità gravi, il problema della casa senza dimenticare le esigenze dei più deboli e degli immigrati . "Siamo arrivati ad una situazione - ha detto Babolin - rispetto alla quale è in discussione complessivamente il benessere dei cittadini, non è nemmeno più solo un problema di chi sta peggio, della povertà assoluta. Il problema nel nostro paese comincia ad essere quello della povertà relativa e di fasce sempre più larghe di cittadini che vedono che i loro diritti fondamentali vengono messi in discussione".

Al documento presentato oggi seguiranno altre iniziative in autunno, come la preparazione di una proposta politica indirizzata al mondo istituzionale sia a livello nazionale che locale. Proposta, inoltre, una giornata nazionale di mobilitazione in difesa e per il rilancio del welfare nel nostro Paese. "Alla base c’è una preoccupazione seria - spiega Babolin -.

Ci sembra che in modo non sempre esplicito lo stato sociale italiano sia in una condizione in cui viene destabilizzato e disarticolato. Sta diventando prevalente in Italia una cultura che pensa che i diritti dei cittadini siano un optional e non una necessità. Si rischia che questo avvenga in una situazione di silenzio sia dal punto di vista dell’area politica, ma anche in pezzi di area del privato sociale della società civile".

Macomer (Nu): la Commissione Diritti Civili, visiterà il carcere

 

Agi, 2 luglio 2009

 

"La situazione nel carcere di Macomer, in provincia di Nuoro, dopo il cambio di destinazione della struttura che ospita attualmente molti detenuti arabi in regime di 41/bis, richiede la visita urgente della Commissione Diritti Civili del Consiglio regionale.

Anche perché si moltiplicano le segnalazioni di un presunto regime carcerario particolarmente rigido con trattamenti per molti aspetti disumani". Lo denuncia l’ex consigliera regionale socialista Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione "Socialismo Diritti Riforme", in riferimento ad alcune lettere inviate da cittadini ristretti nell’istituto nuorese, alcuni per scontare la pena e altri in attesa di giudizio.

"Troppo spesso la Sardegna - sottolinea l’esponente socialista - viene utilizzata come isola-carcere di detenuti extracomunitari provenienti dalle regioni del Nord del Paese. Ciò avviene sistematicamente nel carcere di Buoncammino, dove il sovraffollamento è insostenibile.

Nel caso di Macomer desta preoccupazione il fatto che la struttura carceraria possa divenire il luogo ideale per ospitare cittadini arabi ritenuti pericolosi, ma soprattutto la mancanza delle infrastrutture necessarie a rendere la detenzione secondo i dettami della Costituzione e delle dichiarazioni internazionali sul rispetto dei diritti umani".

"In assenza a livello regionale del Garante dei Detenuti - sottolinea Caligaris - la Commissione "Diritti Civili" con una visita potrebbe verificare le condizioni di vita dentro la struttura, dialogare con gli operatori penitenziari e sentire i diretti interessati su ciò che avviene nella casa circondariale. Ciò rassicurerebbe i cittadini sardi liberi oltre che i detenuti ed eviterebbe illazioni".

Milano: la Uil ha visitato San Vittore… una "vergogna nazionale"

 

Asca, 2 luglio 2009

 

"Le condizioni che abbiamo riscontrato nel corso della visita di ieri alla Casa Circondariale di Milano S. Vittore contribuiscono ad annientare la persona umana e non solo la dignità di essa. Credo che San Vittore rappresenti il livello più basso del disastrato sistema penitenziario e può essere eletta a vergogna nazionale"

Caustico il commento di Eugenio Sarno, Segretario Generale della Uil Pa Penitenziari, che ieri ha visitato il carcere milanese di San Vittore insieme ad Angelo Urso componente della Segreteria Nazionale e Pasquale Toto responsabile locale della Uil Penitenziari.

"Nei reparti già ristrutturati le condizioni sono ai limiti della legalità. Nel VI raggio, non ancora ristrutturato, le condizioni sono pessime e indegne. In tutto l’istituto le persone sono ammassate nelle celle. Viene, quindi, negato lo spazio fisico e l’unica posizione possibile quando si è in cella è quella orizzontale da stesi sul letto. Analogamente i poliziotti penitenziari sono costretti quotidianamente a lavorare in ambienti insalubri e insicuri a contatto con la disperazione , il dolore e la bruttura che alimentano le aggressività e fomentano le tensioni"

Numeri da capogiro quelli verificati dalla Uil Pa Penitenziari nel corso della visita. All’aumento esponenziale dei detenuti corrisponde un proporzionale depauperamento degli organici. "A San Vittore sono chiusi due reparti (II e IV raggio) per cui la massima ricettività - dice Sarno - dovrebbe essere di circa 780 posti.

Ieri, invece, i detenuti presenti a San Vittore assommavano a 1.610 (1.503 uomini e 107 donne). I detenuti stranieri sono a 976 (937 uomini e 39 donne). I detenuti con condanna definitiva sono pari a 297 (264 uomini e 33 donne) in attesa di condanna definitiva sono 1313 (1.239 uomini e 74 donne). I numeri della Polizia Penitenziaria - sottolinea il Segretario della UIL Penitenziari - sono ancora più allarmanti. A fronte di circa 1.000 unità assegnate ne risultano presenti circa 620 per i servizi d’istituto e 160 per il servizio traduzioni, circa 200 sono le unità distaccate in altre sedi."

A testimonianza di come S. Vittore sia un carcere di "frontiera" la Uil rende noto anche i numeri delle movimentazioni complessive. "Alla data di ieri sono 3.655 i detenuti entrati dal 1° gennaio mentre 3.492 i detenuti usciti. Particolarmente significativo anche il dato che attiene al servizio traduzione. Dal 1° gennaio sono stati 2.214 i servizi di traduzione per una movimentazione di ben 9248 detenuti tradotti (di cui 6.362 al tribunale di Milano per motivi di giustizia) con un impiego di 6488 unità di polizia penitenziaria".

Gli esiti della visita saranno oggetto di una dettagliata relazione che il Segretario della Uil inoltrerà ai vertici dell’Amministrazione Penitenziaria. "Quanto abbiamo potuto accertare sarà oggetto di comunicazione con i responsabili del Dipartimento, pur consapevoli che nell’immobilismo che contraddistingue il Dap nessuno, probabilmente, troverà il tempo e la voglia di leggere le nostre denunce. Meno che mai di trovare soluzioni. Non posso, quindi, biasimare chi riferendosi a San Vittore ha parlato di degrado, vergogna e persino di torture".

Parma: Cgil; mancano 200 operatori, le turnazioni insostenibili

 

Lungo Parma, 2 luglio 2009

 

Il sovraffollamento, le condizioni di lavoro gravose con insostenibili turnazioni, riposi e ferie negati e mancati pagamenti di emolumenti, la forte carenza di organico, un piano carceri che è basato esclusivamente sulla costruzione di nuove strutture e senza un piano di automazione e di ammodernamento di strumenti di lavoro, questi sono solo alcuni problemi che coinvolgono tutti gli Istituti della penisola. Questi ed altri problemi, invece, sono presenti nell’istituto parmense.

Mancano circa 200 operatori. Molte sono state le sollecitazioni fatte per attenuare questo problema; basterebbe l’invio del personale del Gom da parte dell’Amministrazione centrale, il quale è preposto alla vigilanza dei detenuti 41 bis ed il problema non sarebbe risolto, ma almeno alleviato.

"L’istituto di via Burla - spiega Donato Coltelli, della segreteria Fp Cgil Parma - ha un elevato sovraffollamento, se si considerano i reparti chiusi: oggi sono presenti poco più di 450 detenuti, entro la fine del 2009 saranno presenti poco meno di 700 detenuti, a causa dell’apertura di 5 reparti. La Fp Cgil di Parma esprime la totale contrarietà a questa apertura, visti i dati del personale; il piano carceri, complessivamente, prevede 200 posti entro il giugno 2011, ciò significa che si toccherà quota 800; il numero di detenuti pre-indulto era pari a poco meno di 650".

"Tutto ciò - aggiunge Coltelli - ha forti ricadute sui carichi di lavoro. Numerosi sono gli ingressi e le dimissioni presso la sola Casa Circondariale: 184 ingressi e 183 dimissioni nei primi 5 mesi del 2009. Come Fp Cgil abbiamo chiesto alla Direzione un impegno, affinché coinvolga le autorità competenti sulla questione udienze per "direttissima"; peraltro questo è un punto evidenziato anche dal Capo del Dipartimento".

Gli istituti penitenziari di Parma, inoltre, ospitano detenuti di categorie diverse (41 bis - As - Congiunti di collaboratori di giustizia - protetti etc.) e questo ha una forte ricaduta sul lavoro di tutto il personale. "Oltre all’ammodernamento degli strumenti tecnologici - precisa Coltelli - i lavoratori chiedono il regolare pagamento degli emolumenti (questione prettamente nazionale) e il corretto computo dello straordinario".

La Fp Cgil ritiene che il connubio sovraffollamento e carenza di organico sia insostenibile e per questi motivi una delegazione della categoria di Parma parteciperà alla manifestazione dell’8 luglio a Bologna davanti al locale carcere "la Dozza".

Modena: tenta il suicidio per fumo in cella, ottiene "domiciliari"

 

Ansa, 2 luglio 2009

 

I compagni di cella fumano come turchi, lui già depresso tenta il suicidio, il giudice gli concede gli arresti domiciliari per la sua salute. È successo a Modena a Stefano Parrinello, pensionato in carcere da febbraio per aver sparato al figlio Giacomo a Migliarino di Carpi dopo una lite culminata davanti alla tv che trasmetteva un programma sul caso Englaro. Avrebbe richiesto inutilmente ai compagni di una cella sovraffollata di non affumicarlo, senza esito, e forse anche per questo ha tentato di impiccarsi. Il legale ha ottenuto che tornasse a casa.

Ascoli: detenuti vendono manufatti per donazione terremotati

 

Corriere Adriatico, 2 luglio 2009

 

I detenuti del carcere di Marino del Tronto hanno donato generi alimentari per i terremotati aquilani presenti a San Benedetto, tramite il gruppo comunale di volontari della Protezione civile.

I detenuti realizzano infatti una serie di oggetti che mettono poi in vendita, e dopo il terremoto che ha colpito l’Abruzzo hanno deciso di destinare parte del ricavato all’acquisto di beni di prima necessità, già consegnati presso la sede di viale dello Sport, lato sud del Palaspeca. Il tipo di beni da acquistare era stato precedentemente concordato proprio con la Protezione civile, onde rispondere meglio alle esigenze dei terremotati.

Per ringraziare di questo gesto, nel pomeriggio di martedì 30 giugno il responsabile del gruppo comunale dei volontari di Protezione civile Gualtiero Chiappini, accompagnato da una delle volontarie, Monia Gabrielli, si è recato presso il carcere, dove ha avuto modo di incontrare circa 25 detenuti, oltre che la direttrice Lucia Di Feliciantonio. Ringraziamenti reciproci e molta curiosità da parte dei detenuti sulle funzioni della Protezione civile, impegnata durante le emergenze dovute alle calamità naturali, ma anche per garantire assistenza alla Polizia municipale durante manifestazioni pubbliche.

Rovigo: il 10 luglio "Il carcere in piazza (per non dimenticare)"

 

Iris, 2 luglio 2009

 

"Sono circa più di 8.000 i volontari che continuativamente entrano nelle carceri italiane nel corso dell’anno, una presenza numerosa che finora non è servita per modificare i drammi che dentro le mura si consumano". Lo dichiara Livio Ferrari, direttore del Centro francescano di ascolto, in vista della quarta edizione della manifestazione "Il carcere in piazza (per non dimenticare)" organizzata dal Coordinamento dei volontari della Casa Circondariale di Rovigo in collaborazione con gli assessorati alle politiche sociali del Comune e Provincia, al Centro servizi volontariato e al carcere cittadino.

L’iniziativa si terrà a Rovigo venerdì 10 luglio, in piazza Vittorio Emanuele II alle ore 21. Tra i problemi del carcere, sottolinea Ferrari, "un aumento significativo di presenze, nonostante l’indulto, considerato che siamo ritornati al sovraffollamento con circa 60.000 presenze nei 207 istituti per adulti, che hanno una capienza complessiva per circa 42.000 posti" e "con l’arrivo del caldo dell’estate, come accade da troppi anni, aumenta l’emergenza in quanto le celle diventano invivibili sia dal punto di vista umano e soprattutto igienico". Nel corso della serata si alterneranno momenti di riflessione, musica, poesia e testimonianze sulla condizione carceraria. Info: www.centrofrancescanodiascolto.it.

Nuoro: reading con fiabe e poesie dei detenuti Badu ‘e Carros

di Francesco Pirisi

 

La Nuova Sardegna, 2 luglio 2009

 

Una storia speciale nell’Isola delle storie, dal 2 luglio in scena a Gavoi. È quella dei carcerati di Badu ‘e Carros, delle loro poesie e fiabe. Lette ieri nella cappella di Badu ‘e Carros, da venerdì saranno esposte a Gavoi a Casa Maoddi. Il Festival è partito dal penitenziario nuorese, così com’era successo negli anni precedenti. Da scrittore, Marcello Fois, presidente di "Isola delle storie", ha presentato le opere dei detenuti.

Lo ha fatto con l’animo incuriosito di chi per mestiere ha deciso di raccontare le cose della vita, della sua Nuoro, che a settembre sarà possibile leggere nel romanzo "Stirpe" edito da Einaudi. È la saga di una famiglia del capoluogo. Nel palcoscenico del carcere, la voce di Alessandro. Pugliese, 20 anni dietro le sbarre e un ergastolo da scontare. Il piccione della sua favola potrebbe essere l’imnmagine di una libertà perduta. La sua è l’opera di un illetterato che in carcere ha trovato la forza di studiare. "Ho preso la licenza elementare e oggi mi preparo all’esame per la quarta dello Scientifico".

In carcere viene seguito dal Ctp (Centro territoriale permanente). Tra gli insegnanti, Pasquina Ledda, nuorese, che ha seguito i carcerati nella loro avventura letteraria. "È fondamentale non avere pregiudizi per lavorare con i detenuti". A maggior ragione quando gli allievi sono per lo più affiliati a mafia, camorra e ‘ndrangheta. Giuseppe, siciliano, una condanna per favoreggiamento del boss Provenzano, narra una filastrocca insegnatagli dalla nonna. Piovono gli applausi dei compagni di detenzione.

Ma non si entusiasmano di meno la direttrice Patrizia Incollu, il giudice di sorveglianza Adriana Carta, don Giampaolo Muresu, il cappellano, gli agenti, i volontari della Sesta Opera. Marcello Fois fa la sua lettura interiore: "Colpisce la loro volontà di recuperare l’infanzia, qualcosa che gli è stato tolto". In carcere sono diventati "lettori forti". L’anno prossimo il Festival vorrebbe portare il progetto a Gavoi. Per il momento l’appuntamento nel penitenziario, dice la scrittrice, Michela Murgia, è il più letto e gradito del sito del Festival.

Immigrazione: "bad news", sono le notizie preferite dai media

 

Redattore Sociale - Dire, 2 luglio 2009

 

Il ritratto del migrante rimane collegato sempre al tema sicurezza e identificato solo per la sua origine etnica. Sono i dati che emergono dalla ricerca del Centro studi dell’Osservatorio "Carta di Roma" e presentata ieri alla Fnsi.

Sono le "bad news" le notizie preferite da quotidiani e telegiornali italiani per parlare di immigrazione. Il ritratto del migrante rimane monodimensionale, collegato sempre al tema sicurezza e identificato solo per la sua origine etnica e al massimo per la sua età. Sono questi i dati principali che emergono dalla ricerca pilota effettuata dal Centro studi ricerche dell’Osservatorio "Carta di Roma", presentata ieri mattina a Roma presso la sede dell’Fnsi in un incontro-momento di verifica sull’andamento dei lavori per l’insediamento ufficiale dell’Osservatorio.

La ricerca "Cattive notizie. Sicurezza e immigrazione nei media italiani", effettuata dalla facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza è stata realizzata una settimana al mese per 6 mesi da gennaio a giugno 2008 su cinque testate nazionali (Repubblica, Corriere della Sera; Il Giornale, Avvenire, L’Unità) e una free press (Metro) e sette telegiornali (Rai, Mediaset, La7 nell’edizione serale di "prime time").

Dalla ricerca è emerso che fanno notizia soprattutto omicidi e reati violenti, e quando tra i protagonisti figurano minoranze o immigrati, il ritratto dei migranti resta monodimensionale e ancora senza voce. Fatta eccezione per la dimensione dell’appartenenza "etnica", non emergono grandi differenze di rilievo rispetto alla ricerca della cause, alle soluzioni proposte e quindi alla tematizzazione dei fatti di cronaca.

Continua però, spiega la ricerca "ad essere stretto il binomio immigrazione-sicurezza: nel racconto dei media i due fenomeni si rimandano e si rafforzano a vicenda, diventando di frequente un oggetto di dibattito politico che si sviluppa intorno alla ricerca delle soluzioni esclusivamente normative e giudiziarie, e che appare dominato dai fatti di cronaca.

Per quanto riguarda i temi emersi quindi sono i fatti di cronaca nera o giudiziaria ad emergere maggiormente nell’informazione italiana con l’ 87,4% di presenze su carta e tv, la sicurezza è stata rappresentata nel 11,5% dei casi, i migranti, le minoranze o i richiedenti asilo protagonisti di un fatto solo nel 18,8%. A parlare di cronaca sono maggiormente i tg (83,3%) contro il 61,7% dei quotidiani.

Si parla solo di cronaca nei quotidiani al 61,7%, nei tg all’83,3% niente economia, società, approfondimenti e cultura sui migranti. Anche se a fare notizia sono soprattutto fatti di cronaca nera non si parla moltissimo di immigrati: nel 53% dei casi i reati vengono commessi da italiani (264 a fronte di 49 cittadini non Ue).

Quali sono le parole preferite per parlare dei migranti? "Clandestino" e "immigrato" sono scelte nel 11,1% dei casi; "disperato" e "migrante" nel 9,3%, "extracomunitario" nel 8,6% e "profugo" o "naufrago" nel 8% dei casi, solo nel 7,4% dei casi si parla di "rifugiato" o "richiedente asilo".

L’influenza dei fatti di cronaca sulle scelte politiche è evidente nella ricerca pilota: nel 46% dei casi si verificano decisioni politiche seguenti a clamorosi fatti di violenza o di sangue e le risposte a questa situazione sono di aumentare sul territorio le forze dell’ordine (nel 40% dei casi) o di modificare la magistratura e l’iter giudiziario (nel 30% dei casi).

Droghe: la controversa questione di tossicodipendenti detenuti

di Giulia Pandolfi

 

Terra, 2 luglio 2009

 

Parla Alessio Scandurra, il ricercatore che ha curato per l’associazione Antigone un capitolo del Sesto Rapporto sulle carceri.

"Antigone dà dati a casaccio". Con queste parole Carlo Giovanardi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alla droga, presentando lunedì scorso la Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze, ha liquidato i dati utilizzati per il Rapporto di Antigone e per il Libro bianco preparato assieme a Forum droghe e società della ragione in occasione della Conferenza nazionale sulle droghe di Trieste. Lo stesso giorno Antigone presentava il suo Sesto Rapporto sulle carceri.

 

Giovanardi vi dà dei bugiardi. Cosa rispondete?

Quella del sottosegretario è un’affermazione davvero sorprendente. Quel documento da lui sbeffeggiato era basato sui numeri forniti nella relazione al Parlamento del 2008, dati dunque fermi al 2007. Nei prossimi giorni sarà interessante verificare la questione alla luce dei nuovi dati.

 

Cosa emergeva nel Libro bianco?

Segnalavamo come proprio le relazioni del dipartimento di Giovanardi evidenziassero negli ultimi anni, dall’entrata in vigore della Fini-Giovanardi, una crescita delle segnalazioni all’autorità giudiziaria per i reati previsti dal Testo unico sugli stupefacenti; un aumento delle sanzioni amministrative irrogate e della loro durata; un incremento delle condanne ex art. 73 e soprattutto una moltiplicazione impressionante del numero dei procedimenti pendenti. Il che vuol dire che gli effetti della Fini-Giovanardi si faranno sentire ancora di più negli anni a venire. Inoltre si è allargata la percentuale dei tossicodipendenti tra quelli che entrano in carcere (+8,4% rispetto a prima dell’indulto). Oggi Giovanardi ci dà ragione, segnalando un’ulteriore crescita di questi ultimi (+3% rispetto al 2007) e un aumento nella popolazione detenuta di chi usa droghe (+3,7% rispetto al 2007). E immediatamente dopo, senza muovere alcuna critica sostanziale al nostro lavoro, afferma che diamo dati a casaccio. Incomprensibile.

 

Come mai starebbe crescendo il fenomeno della tossicodipendenza in carcere?

La legge Fini-Giorvanardi ha reso ancora più severo il quadro normativo nei confronti del piccolo spaccio e ha equiparato le droghe pesanti a quelle leggere. La repressione si è fatta dunque più dura nei confronti dei piccoli trafficanti, molti dei quali, diversamente dai grandi, sono tossicodipendenti. Dall’anno precedente si è registrato anche un incremento impressionante (+38%) degli ingressi di minori in carcere per reati legati al Dpr 309/90, e anche questo sembra confermare l’idea che cresca la penalizzazione del piccolo traffico. A fronte di ciò, come abbiamo detto più volte, il sistema delle misure alternative è inceppato. Il numero dei tossicodipendenti in carcere cresce rapidamente, mentre l’accesso alle misure alternative è fermo a un quinto, rispetto a prima dell’indulto.

 

Come mai questa difficoltà nell’accesso alle misure alternative?

Alcune novità introdotte dalla Fini-Giovanardi, gli effetti della legge ex Cirielli sui recidivi (molti tossicodipendenti lo sono mentre, è superfluo dirlo, sono pochi tra gli imputati di falso in bilancio) e infine una politica di crescente e immotivata diffidenza verso le misure alterative, hanno fatto sì che oggi è più difficile accedervi e i risultati, in questi tempi di sovraffollamento, si vedono.

Droghe: Giovanardi; nessuno è in carcere per il solo "consumo"

 

Redattore Sociale - Dire, 2 luglio 2009

 

Il sottosegretario risponde alle critiche rivoltegli da Antigone: "Danno dati a casaccio: la legge è equilibrata e colpisce solo gli spacciatori. Nessuno è in carcere solo per consumo". Straniero un terzo degli spacciatori.

"Non un solo consumatore di droga è finito il carcere per il solo fatto di aver fatto uso di sostanze stupefacenti: chi va in carcere ci va per aver commesso un qualche reato. Fra questi aumenta il numero degli spacciatori: un terzo del totale è straniero e si tratta in particolare maghrebini e albanesi che operano nelle regioni del nord". Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle tossicodipendenze Carlo Giovanardi illustra la situazione delle carceri italiane e risponde alle critiche che gli sono state mosse quest’oggi nel corso della presentazione del Rapporto sul carcere redatto da Antigone. Il giudizio del sottosegretario è netto: "Antigone, come al solito, dà dati a casaccio".

Secondo i numeri presentati oggi da Giovanardi - e che in parte aggiornano quelli resi noti da Antigone - nel 2008 i soggetti che complessivamente, cioè per qualsivoglia fattispecie di reato, sono transitati in carcere sono stati 92.800, con un incremento del 2,6% rispetto a quelli del 2007 (90.441). Di questi, ben il 33% (cioè 30.528) erano tossicodipendenti, con un incremento del 25,3% rispetto all’anno precedente, quando i tossicodipendenti in carcere erano stati 24.371.

"Non si tratta di persone in carcere perché tossicodipendenti - precisa però Giovanardi - ma di persone in carcere perché coinvolte in reati e che risultavano, poi, anche consumatori di droghe". Forniti anche i dati sugli arresti per spaccio: nel 2007 - secondo quanto riferito da Giovanardi - erano stati 27.490, mentre nel 2008 sono stati 28.522, con un aumento dovuto in gran parte agli stranieri. Nel 2007 gli stranieri segnalati all’autorità giudiziaria erano stati 10.666, nel 2008 sono stati 11.406, cioè il 32,5% del totale".

"Facendo le adeguate proporzioni sulla popolazione generale, è evidente che un numero straordinariamente alto, circa un terzo di chi viene arrestato per spaccio, è straniero: in particolare l’aumento si nota nelle regioni del nord e riguarda soprattutto albanesi e maghrebini, comunità che in cui evidentemente c’è una specializzazione verso lo spaccio". "In questo contesto - spiega Giovanardi - è evidente che l’aumento del numero delle persone che entra in carcere in base all’art. 73 del Testo Unico è dovuto ad un aumento del contrasto agli spacciatori". E dunque tale incremento rappresenta una "buona notizia", e sbaglia Antigone invece a interpretare questo dato come un aumento del numero di semplici consumatori che entrano in carcere.

Del resto, continua Giovanardi, "non un solo giovane è finito in carcere per il solo consumo: a tre anni dalla legge (la Fini-Giovanardi) non si è visto uno solo degli sconvolgimenti che erano stati previsti, con decine di migliaia di giovani che finivano in carcere semplicemente perché consumavano uno spinello". E anzi, "continuo a chiedere a chiunque registri un solo caso in cui un giovane va in carcere solo perché consumatore di droghe di segnalarmelo al più presto: per il momento, nessuno lo ha mai fatto. Encefalogramma piatto".

Per il sottosegretario la normativa è "equilibrata perché colpisce giustamente gli spacciatori, concedendo anche la possibilità di misure alternative che purtroppo non vengono sfruttate adeguatamente: quanto poi ai soggette che commettono furti, rapine, stupri e altri reati e che sono anche tossicodipendenti, è evidente che sono in carcere per aver commesso quei reati, e non per il fatto di essere dei consumatori. Non si può - conclude Giovanardi - darne la responsabilità alla legge sul contrasto delle droghe".

Droghe: shiatsu & tossicodipendenza; ricerche sui "casi difficili"

 

Galileo, 2 luglio 2009

 

Il Gruppo Ricerca F.I.S. Shiatsu & Tossicodipendenza è stato appositamente creato per operare nell’ambito del "bassa soglia" (comunità di recupero per tossicodipendenti e alcolisti, centri di pronto intervento, case famiglia per sieropositivi, Sert, carceri).

L’intenzione è quella di offrire benessere, riequilibrio energetico, ritorno alla consapevolezza del proprio corpo, educazione alla cura e al rispetto di sé, rilassamento ed esercizi di respirazione, per un miglior stato di equilibrio psichico, tecniche di auto shiatsu ed esercizi fisici che permettano di imparare a prendersi cura di se stessi autonomamente, esercizi di ginnastica posturale, yoga e stretching, per migliorare la condizione fisica, apprendimento e messa in opera delle proprie capacità, al fine di mettersi a disposizione degli altri in maniera positiva.

 

L’esperienza vissuta in carcere

 

Mani Gold è il progetto realizzato dalla Fis (Federazione Italiana Shiatsu) nel reparto trattamento avanzato per tossicodipendenti del carcere milanese di San Vittore. detto La Nave. Barbara Caspani ne è la responsabile: "Per chi si trova in una situazione di disagio e non ha grosse risorse, lo Shiatsu è una modalità per portare benessere, insieme alle varie attività rieducative proposte dal carcere (arte, musica, giornalismo).

Siamo stati chiamati dall’Asl nel 2004 grazie a esperienze precedenti dove i detenuti erano rimasti entusiasti. Abbiamo ideato un corso ad hoc con una base di esercizi fisici e respiratori e quindi un piccolo kit di sopravvivenza a base di Shiatsu per una durata di 4 mesi, 1 o 2 volte la settimana. I corsisti erano una decina, con età media di 25 anni e con detenzioni di vario tipo. È andata benissimo sotto tutti gli aspetti.

L’attenzione dell’utenza era molto alta, nonostante le difficoltà: le porte delle celle che sbattevano, le urla, le guardie che passavano, la presenza incostante dei detenuti (colloqui con avvocati, visite mediche). La Fis ha rilasciato al termine del corso un attestato di educazione allo Shiatsu e ancora oggi siamo in contatto con loro. Uno dei ragazzi, durante il secondo corso, mi ha fatto da assistente. Oggi è libero, lavora come gruista e si è iscritto alla Federazione: ha quasi finito la scuola e vorrebbe fare l’operatore".

È stato recuperato dunque? "Sì". Perché operare Shiatsu proprio in questo campo? "Ho una lunga esperienza nel settore tossicodipendenze con centri di prima accoglienza e comunità di recupero, conosco quindi le patologie correlate. Le sostanze stupefacenti aprono i canali percettivi in maniera violenta. Lo Shiatsu lavora proprio sulle percezioni, quindi i tossicodipendenti rispondono immediatamente perché hanno una sensibilità più sviluppata (psiche destabilizzata). I detenuti sono spesso tenuti a distanza, ancor più se tossicodipendenti e sieropositivi. Lo shiatsu è contatto, quindi per loro è accettazione ed è un aspetto molto importante. La percezione è spesso deviata, lo Shiatsu rimette in contatto con la propria ancestralità, con la forza vitale".

E i ragazzi della Nave cosa ne pensano di questa esperienza? F.G. detenuto di 40 anni, tossicodipendente e sieropositivo: "In questi anni la sopravvivenza fisica è divenuta la necessità primaria. La mancanza di spazi aperti riduce al minimo qualunque attività, anche quella sportiva. Mi sono arrangiato con la ginnastica fai da te. Con lo Shiatsu invece ho ritrovato la concentrazione necessaria per vivere la malattia e non per subirla.

Ma quello che ritengo ancora più importante è che grazie a questo progetto molti ragazzi si sono avvicinati ai miei problemi, aiutandomi quando ne avevo bisogno". A.T., 25 anni, tossicodipendente: "Ciò che mi è piaciuto di più è stato sentirmi "parte di un gruppo" e di un progetto che mi ha aiutato a capire il mio corpo da un punto di vista più interessante. Il mio umore è migliore, il mio fisico è più preparato e più attento, la mia pazienza è migliorata, e per quello avrei bisogno di continuare a fare shiatsu anche al di fuori della mura".

G.P., 27 anni, tossicodipendente: "Relax e benessere, il mio umore è migliorato, la mia capacità di contatto fisico con gli altri si è ampliata. Sono riuscito a rimanere costante nella presenza, nell’attenzione e nell’allenamento, nel non scoraggiarmi di fronte a limiti e difficoltà". Altre esperienza importanti si sono sviluppate negli ultimi anni nelle carceri di Padova e Rovigo e presso il Servizio Tossicodipendenze della ASL di Torino.

Australia: febbre suina ha colpito 70 detenuti e il carcere chiude

 

Ansa, 2 luglio 2009

 

Prigione chiusa per influenza. Accade in Australia, nel Qeensland, dove il virus H1N1 avrebbe colpito 70 detenuti del carcere di Lotus Glen. Un portavoce dell’istituto penitenziario ha riferito infatti che un ‘ospitè di 34 anni è risultato positivo all’influenza A, e che altri 69 detenuti mostrano sintomi potenzialmente riconducibili all’infezione pandemica.

Gran B.: bussole ai detenuti islamici, per orientare la preghiera

 

Ansa, 2 luglio 2009

 

La polizia della contea di Norfolk, in Gran Bretagna, doterà i detenuti musulmani di una bussola, in modo da consentire loro di orientarsi correttamente verso la Mecca nelle loro cinque preghiere giornaliere. Inoltre, "le bussole dipinte sui soffitti della stazione di polizia di Bethel Street - ha spiegato un portavoce - verranno replicate nel resto della contea", in modo da consentire l’orientamento anche senza bussole tascabili.

La motivazione ufficiale per la decisione è che a volte i carcerati islamici potrebbero trovarsi, nell’ora della preghiera, in una cella senza bussola dipinta. Ma una fonte interna ha dichiarato al Daily Mail: "Un detenuto islamico potrebbe non fidarsi di chi lo sta tenendo in prigione e una bussola gli permetterebbe di stabilire da solo dove deve indirizzarsi".

 

 

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