Rassegna stampa 16 giugno

 

Giustizia: 63.500 detenuti tra 7 giorni carceri "fuori controllo"

 

Ansa, 16 giugno 2009

 

Le carceri non sono state mai così sovraffollate dal dopoguerra ad oggi: nei 206 penitenziari ci sono 63.416 detenuti (39.894 italiani e 23.522 stranieri) che nel giro di una settimana arriveranno a sfondare la soglia "tollerabile", vale a dire un numero (63.702 posti letto) di per sé asettico e non in grado di rendere a sufficienza il dramma di chi sconta la pena in celle dove anziché quattro detenuti ce ne sono otto, con tanto di materassi in terra anche in palestre utilizzate come dormitorio.

Se si considera che il limite regolamentare dovrebbe essere di 43.201 posti, l’ultimo dato rilevato stamani dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) fotografa una situazione drammatica, soprattutto in considerazione del caldo dei mesi estivi. I cinque principali sindacati penitenziari (Sappe, Osapp, Uil-Pa, Cgil-Fp, Ussp-Ugl) denunciano da tempo difficoltà senza precedenti, con un crescente numero di casi di agenti aggrediti o di proteste difficili da gestire dal momento che i poliziotti penitenziari sono sotto organico.

Da giorni sono in stato di agitazione e per protesta fanno lo "sciopero" del vitto, rifiutando il cibo della mensa del carcere. La loro manifestazione di protesta, concomitante con la festa del Corpo dei "baschi azzurri", mercoledì prossimo, è stata momentaneamente sospesa visto che il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha deciso di convocarli per domani pomeriggio.

Il ministro Alfano ha escluso a più riprese che per ridare ossigeno alle carceri italiane si farà ricorso all’amnistia o all’indulto: verranno costruite nuove carceri. Ma il piano straordinario di edilizia consegnato dal capo del Dap, Franco Ionta, al Guardasigilli non sembra convincere i sindacati degli agenti che vogliono rappresentare la loro perplessità nell’incontro di oggi con il ministro Alfano rispetto a un progetto - la costruzione di 22 nuove carceri e di 46 padiglioni nei vecchi istituti - che dovrebbe portare alla creazione, entro dicembre 2012, di 17.129 posti letto in più. "Il piano edilizio del capo del Dap, Ionta è un fallimento annunciato", ha detto Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione "Antigone" che si batte per i diritti nelle carceri. "Potrà garantire solo il fabbisogno di due-tre mesi".

Ma a preoccupare, al Dap, sono anche le proteste dei detenuti, che a tutt’oggi vengono segnalate nell’ordine di 3-4 al giorno (le ultime segnalate sono lo sciopero della fame dei detenuti stranieri ad Ascoli e la battitura delle inferriate a Castelvetrano), ma che non escluso che possano aumentare nei prossimi mesi. Ecco perché al Dap stato deciso di monitorare giornalmente la situazione.

Tra le proteste (poche, al momento) monitorate dalla sala situazioni del Dap non vengono segnalate quelle dei circa 600 detenuti in regime di 41 bis che si trovano in carceri del Nord o al Centro (Cuneo, Novara, Milano Opera, Tolmezzo, Parma, Ascoli Piceno, Rebibbia, Terni e Spoleto, mentre quello dell’Aquila è stato evacuato dopo il terremoto).

Nell’estate del 2002 i boss di Cosa Nostra protestarono contro le norme che stabilizzavano il "carcere duro". Ora che in discussione sono le norme che nel ddl sicurezza introducono un giro di vite al 41 bis (portato da due a quattro anni, con più controlli anche durante i colloqui con i familiari e la previsione di istituti ‘ad hoc’ preferibilmente su isole) il livello di attenzione è alto.

Anche perché - viene fatto notare in ambienti del Dap - i boss in 41 bis, come è accaduto in passato, potrebbero utilizzare i detenuti stranieri per far arrivare segnali di protesta all’esterno. Forse anche per questo il Dap ha di recente attuato una nuova circolare, che ridefinisce i circuiti dell’elevato indice di vigilanza (ora abolito) e quello dell’alta sicurezza: i detenuti non più in 41 bis ma comunque pericolosi sono stati ridistribuiti così da evitare i contatti in carcere tra le diverse organizzazioni criminali e tra questi e le reti terroristiche nazionali e internazionali.

Giustizia: nelle carceri c’è il "tutto esaurito", solo posti in piedi

di Leo Beneduci

 

Polizia Penitenziaria Domani, 16 giugno 2009

 

Bene, anche questa è fatta, i dati ufficiali parlano di 63.400 detenuti presenti nelle carceri italiane equivalenti ad almeno 64.000 presenze effettive.

La presenza di detenuti negli istituti penitenziari italiani "tollerabile" (legalmente ammissibile?), pari alla presenza regolamentare incrementata del 50% che oggi è di gran lunga inferiore a quella data dalle cifre ufficiali è stata superata, le aggressioni, le minacce, persino qualche sequestro in sezione di Personale di Polizia Penitenziaria sono all’ordine del giorno e l’unica soluzione "proposta" è la realizzazione di nuovi padiglioni-carceri di cui per 4.615 posti entro il 31.12.2010.

Accade così che negli istituti penitenziari, in particolare in quelli di ben nota fama quali Torino L.C., Milano-S.Vittore, Roma-Regina Coeli, Napoli-Poggioreale etc., di posti detenuto non ce ne siano più, neanche nel terzo letto a castello (a Palermo sarebbero arrivati al quarto con rischi evidenti legati all’altitudine), neanche con i materassi per terra persino nelle aree non detentive. In sintesi e al momento, in via del tutto eccezionale per pochi giorni ancora, solo posti in piedi nelle carceri italiane.

Poi, per allocare gli ulteriori detenuti, si vedrà di recuperare spazi negli Uffici, nelle Direzioni, nei Provveditorati e al Dap come peraltro avevamo già proposto, magari anche presso qualche Scuola (sic!). Nel frattempo la protesta sindacale (di alcuni sindacati tra cui il nostro) è iniziata e non sembrano sussistere le condizioni oggettive per addivenire a reali punti di incontro rispetto ad una divergenza di opinioni, Sindacati vs. Amministrazione, su quanto sta accadendo e soprattutto su quanto accadrà nei prossimi mesi, in attesa che qualcuno che soprattutto ha il dovere politico di farlo non assumerà i necessari correttivi.

Ci riferiamo, ovviamente, al Ministro Alfano uscito a quanto si dice "vincitore", unitamente alla corrente facente capo al Presidente del Senato Schifani, dagli scontri elettorali in Sicilia e che, quindi, adesso e finalmente può occuparsi del carcere e della Polizia Penitenziaria più di quanto ad oggi abbia mai fatto.

Perché poi, dalla manifestazione del 4 giugno propedeutica a quella, più grande, del 17 giugno, è emerso un Capo del Dap nonché Commissario Straordinario per l’Edilizia penitenziaria Dott. Franco Ionta più "umile" e sincero del solito e con idee concrete che nell’incontro con le OO.SS. in protesta ha affermato essere il Piano Carceri il primo tassello degli interventi necessari per risolvere il problema penitenziario italiano e di avere in corso ulteriori iniziative in favore della Polizia Penitenziaria quali: l’abolizione delle convalide extra carcere, la revisione dei corsi presso le Scuole, la revisione dei procedimenti disciplinari, il recupero del personale addetto a servizi di sorveglianza impropri (quali quelli presso i Tribunali), alle sentinelle e agli spacci (circa 1.200 unità) e la revisione degli organici per quanto riguarda i servizi presso i Prap, le Scuole e il Dap. Tutto molto bello e molto sereno, quindi, solo che per qualsiasi cosa vogliano fare, che sia condivisa o meno, che sia utile o indispensabile, è veramente tardi!

Giustizia: l’ergastolo "ostativo" è come una condanna a morte

di Daniele Biella

 

Vita, 16 giugno 2009

 

Lettera di Paolo Ramonda, presidente dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La Comunità di don Benzi chiede l’abolizione dell’impossibilità, per un ergastolano ostativo, di beneficiare del reinserimento.

Una chiara presa di posizione per dare a tutti la possibilità di reinserirsi nella società. Giovanni Paolo Ramonda, responsabile generale dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata nel 1968 da don Oreste Benzi, è stato il primo firmatario di una lettera appello al Presidente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, per sollecitare la discussione del Ricorso proposto nel 2008 dagli ergastolani ostativi ai benefici per il reinserimento sociale, per denunciare che in Italia esiste una pena che non finisce veramente mai (art.4 bis o.p.).

Ramonda nella relazione sullo stato della Comunità ha dichiarato: "L’ergastolo ostativo è come una condanna a morte, non prevede alcun beneficio, sconto, né permesso, niente. Il detenuto non è la sua pena, le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Non si tratta di evitare le pene, né di dare facili regali e neppure di fare finta che non abbiano commesso reati pesantissimi. Ma bisogna garantire senza buonismi, il recupero di chi ha sbagliato. Chi è in carcere deve pagare il proprio debito, ma avere il diritto di riabilitarsi. Questo tipo di ergastolo va abolito".

La Comunità Papa Giovanni XXIII sostiene l’abolizione dell’ergastolo ostativo (art. 4 bis o.p.), affinché ogni detenuto possa avere la possibilità di dimostrare il proprio cambiamento e possa svolgere un progetto personalizzato che gli dia la possibilità di essere reinserito nella società.

"Sosteniamo che l’ergastolo senza benefici per il reinserimento sociale (art. 4 bis o.p.) è incostituzionale", prosegue Ramonda, "perché l’art. 27 della nostra Costituzione recita: "Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato". Invece le persone condannate all’ergastolo ostativo con la motivazione di aver agevolato l’attività dell’associazione criminosa (divieto di concessione di benefici: art. 4 bis legge n. 354 del 1975), anche se hanno già scontato 20-30 anni di reclusione e hanno ampiamente dimostrato il loro cambiamento interiore di vita all’interno degli istituti carcerari, non potranno uscire veramente mai dal carcere e, dunque, non si può parlare del fine rieducativo della pena". "Noi crediamo che la rieducazione contenga in sé il principio di reinserimento sociale della persona", conclude il presidente della Comunità, "senza reinserimento non c’è rieducazione".

Giustizia: Festa Polizia Penitenziaria, ma i sindacati protestano

 

Redattore Sociale - Dire, 16 giugno 2009

 

Cerimonia prevista per domani a Roma; stasera l’incontro tra ministro della Giustizia, Sappe, Osapp, Cgil, Ugl e Uil scioglierà il nodo. I sindacati chiedono "più personale e un aiuto della Difesa per sorvegliare i muri degli istituti di pena".

La festa nazionale del corpo di polizia penitenziaria, prevista per domani mattina a Roma, è a rischio di manifestazione di protesta da parte dei sindacati che rappresentano il personale che lavora all’interno delle carceri italiane. Il Sappe, l’Osapp (rispettivamente il Sindacato autonomo e l’Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria) e il settore funzione pubblica di Cgil, Ugl e Uil minacciano infatti di scendere in piazza se dall’incontro di stasera con il ministro della Giustizia Angelino Alfano - previsto per le 18 - non usciranno le risposte che si aspettano.

"Chiediamo di concertare con il governo, e anche con il ministro della Difesa Ignazio La Russa, almeno per quanto riguarda la sorveglianza dei muri di cinta degli istituti di pena e in attesa, entro 6 mesi e non un anno, dei nuovi 2.000 agenti pescati dalla graduatoria degli ammessi all’idoneità - spiega Donato Capace del Sappe -.

Dal momento che il "Piano Ionta" sul sistema carcerario non è all’altezza della situazione, vogliamo sapere quali sono le idee del governo in merito ai problemi delle aggressioni degli agenti di polizia penitenziaria e del sovraffollamento degli istituti di pena".

Ma se l’incontro di oggi finirà in una fumata nera, i sindacati domani scenderanno in piazza in concomitanza con la festa nazionale del corpo di polizia penitenziaria. Se da una parte il ministro della Giustizia e il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Franco Ionta saranno all’Altare della Patria alle 9 per depositare una corona d’alloro e poi si sposteranno all’Arco di Costantino dove, alle 11 e insieme al Presidente della Repubblica e alle altre cariche dello Stato, celebreranno il 192esimo anniversario del corpo di polizia penitenziaria (cerimonia trasmessa da Rai Tre), dall’altra parte ci sarà la manifestazione di protesta dei sindacati (da piazza Navona a piazza Cairoli).

"La drammatica condizione del sistema penitenziario in Italia - si legge in una nota -, rispetto cui non sembrano manifestarsi intenti risolutivi da parte del governo, e in particolare il disastro che affligge i circa 40 mila poliziotti penitenziari non più in grado di affrontare i 1.200 ingressi mensili che continuano ad aggravare la già precaria condizione degli istituti di pena, nonché la prospettiva di un piano carceri che affronta il problema prospettando come unica soluzione la costruzione di nuovi istituti e padiglioni senza prevedere alcun incremento di personale", inducono i sindacati autonomi di polizia penitenziaria, Cgil, Ugl e Uil, che rappresentano oltre il 70% degli agenti, a mantenere lo stato di agitazione nazionale fino a stasera.

Giustizia: lotta mafia; perquisizioni a 37 detenuti, in 15 carceri

 

Ansa, 16 giugno 2009

 

I boss detenuti, anche se sottoposti al carcere duro, facevano arrivare fuori del carcere messaggi anche al latitante Messina Denaro. Il particolare emerge dall’inchiesta che ha portato all’esecuzione dei 13 ordini di custodia cautelare. Proprio per questo collegamento fra dentro e fuori il carcere, sono in atto perquisizioni in 15 istituti di pena, con la collaborazione del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nei confronti di 37 detenuti trapanesi.

Le perquisizioni sono state disposte negli istituti di pena dell’Abruzzo, della Campania, della Calabria e della Sicilia. La polizia di Stato, in collaborazione con gli agenti della polizia penitenziaria, sta controllando detenuti che sarebbero legati a Matteo Messina Denaro. Fra i boss controllati Mariano Agate, 70 anni, capo del mandamento mafioso di Mazara del Vallo, detenuto da 15 anni, condannato a diversi ergastoli; Filippo Guttadauro, 58 anni, cognato di Messina Denaro, arrestato nel luglio 2006, indicato nei pizzini che si scambiavano Bernardo Provenzano e Messina Denaro, con il numero 121. Gli investigatori stanno valutando la possibilità di chiedere al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria l’immediato trasferimento di alcuni detenuti in altri istituti di pena.

Giustizia: "lesioni colpose", il mobbing diventa un reato penale

 

Ansa, 16 giugno 2009

 

"Stressati" ma risarciti. Questo il contenuto dell’innovativa sentenza emessa dalla Cassazione, secondo cui il capo che assilla in continuazione il dipendente, con un "continuo e pressante stillicidio finalizzato a sminuirne le capacità professionali", lo deve risarcire per i danni patiti. Il pronunciamento invita i capi irascibili a mettere mano ai "freni inibitori" in ufficio, diversamente dovranno rimborsare il lavoratore che a causa delle vessazioni ha subito uno "stress emotivo".

Il caso in questione riguardava un’operatrice amministrativa "tiranneggiata" da funzionario dirigente della pretura di Imperia. Le continue vessazioni lavorative avrebbero indotto la donna ad uno stato di stress eccessivo, caratterizzato da stato ansioso depressivo con tachicardia in stress emotivo. Il fatto è, sottolinea ancora la sentenza della Cassazione, che l’uomo aveva preso a vessare l’impiegata offendendone l’onore e il decoro e dicendole: "Lei è una falsa, non finisce qui, gliela farò pagare... È un’irresponsabile, non si vergogna".

Risultato, Rita certificato medico alla mano, era stata costretta a prendere sette giorni di riposo e cura e successivamente altri 15 giorni per "stress emotivo" causato dalle continue vessazioni del dirigente. Immediata la denuncia dell’impiegata e la condanna del dirigente a 20 giorni di reclusione (pena sospesa con la condizionale) nonché al risarcimento dei danni in favore della donna. Sanzione inflitta dal Tribunale di Imperia il 15 dicembre 2003 e convalidata dalla Corte d’Appello di Genova il 30 novembre 2005.

È riuscito a scampare la sanzione penale (causa: la prescrizione del reato) ricorrendo in Cassazione il dirigente amministrativo, che dovrà comunque risarcire la sua dipendente per lo stato di stress causato dal mobbing anche perché, come sottoscrive la Suprema Corte, "appare di intuitiva evidenza che, sotto il profilo della prevedibilità, quel comportamento addebitato" al capo "potesse sfociare nelle conseguenze lesive lamentate, secondo il parametro di apprezzamento riferibile all’uomo medio, cioè ad un qualsiasi soggetto che, dotato di comuni poteri percettivi e valutativi, intenda doverosamente prefigurarsi la gamma delle possibili conseguenze del suo agire e sia, perciò, indotto ad attivare i suoi conseguenti poteri inibitori".

La rilevanza penale data al caso costituisce un precedente significativo. L’orientamento prevalente seguito dalla Giurisprudenza negli ultimi tempi, infatti, sembrerebbe indirizzato verso una crescente severità nei confronti dei casi di mobbing, sebbene non ci sia ancora una vera e propria legge a disciplina della materia come nel caso dello stalking.

La Suprema Corte non ha confermato la condanna penale solo perché, come già detto, era intervenuta la prescrizione del reato ma di fronte al mobbing il Giudice si è pronunciato sia sotto l’aspetto civile (risarcimento danni), sia sotto l’aspetto penale, configurando il reato di lesione colpose. Sono in molti però ad auspicare a questo punto una disciplina specifica in materia. Regole chiare, infatti, consentirebbero una maggiore tutela, da un lato e permetterebbero alle vittime di conoscere i tipi di tutela a loro disposizione.

Giustizia: la Rete digitale unisce Polizia, Carabinieri e Finanza

di Angelo Lupoli

 

La Ripubblica, 16 giugno 2009

 

È la rete telefonica più grande d’Italia dopo quella di Telecom, una rete digitale capillare ed estesa che collega Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di Finanza: un sistema di comunicazione-chiave che dall’estate sarà potenziato. I ponti radio digitali delle forze dell’ordine diventeranno la spina dorsale sul quale saranno costruiti una serie di servizi complessi di controllo e sicurezza.

La rete servirà, oltre a far comunicare le "tre polizie", anche a monitorare interi quartieri con telecamere sistemate in punti strategici, a verificare l’abusivismo edilizio con controlli via satellite e a sorvegliare i confini marittimi. Non solo, sulla stessa rete viaggeranno informazioni utili per il cittadino e servizi turistici (il Comune di Venezia farà da apripista).

Il rilancio della rete coincide con la cessione di Eda, la società che ora la gestisce, a Vitrociset, il gruppo che fino al 2007 ha controllato il traffico aereo italiano. "Potrà finalmente ripartire - spiega Tommaso Pompei, da novembre scorso amministratore delegato del gruppo romano, dopo aver ricoperto lo stesso incarico in Tiscali e Wind - il progetto Sita dell’Arma dei Carabinieri per la tutela dell’ambiente. E sarà rafforzato il piano di controllo del ministero dell’Interno sulle frontiere marittime". In sostanza la rete digitale, la cui acquisizione sarà formalizzata il 26 giugno per 70 milioni di euro, servirà a rafforzare la nuova anima di Vitrociset che due anni fa ha dovuto cedere la gestione del traffico aereo all’Enav.

Da allora è stata scelta una strada nuova: realizzare per la pubblica amministrazione una serie di progetti ad alta tecnologia. "Sta nascendo la nuova Vitrociset - aggiunge Pompei - e l’acquisizione rafforza una società che è già tra le maggiori ad operare nell’alta tecnologia informatica e nella logistica integrata". "In sostanza ora siamo al servizio del cittadino - continua Lorenzo D’Onghia, direttore generale di Vitrociset - abbiamo realizzato la web tv della Camera Deputati e i servizi informatici del Senato ma anche sistemi di tracciabilità per l’agricoltura in modo da poter provare tutti i passaggi dal produttore al consumatore".

Un altro progetto in fase di realizzazione è la rete wi-fi di Venezia: i turisti girando per le calli potranno collegarsi e avere informazioni in tempo reale sulla città, sugli eventi in corso, sui trasporti. E da sviluppare è anche il sistema Tetra, che serve ai dipendenti dell’aeroporto di Fiumicino per comunicare tra loro: altri scali sono interessati e si sta già lavorando per diffonderlo ulteriormente. La rete digitale di Eda, quindi, sarà la base sulla quale costruire tutta una serie di servizi di Vitrociset, è servirà a sviluppare ancora il valore alla produzione del gruppo che a fine 2008 ha raggiunto i 240 milioni.

Calabria: il Vademecum dell’assistente volontario nelle carceri

 

Agi, 16 giugno 2009

 

Mercoledì prossimo, 17 giugno, alle ore 12, nella sede del dipartimento regionale "Programmazione nazionale e comunitaria", sarà presentato alla stampa il "Vademecum dell’assistente volontario nelle carceri", realizzato dalla Conferenza regionale volontariato giustizia della Calabria in collaborazione con il settore Politiche Sociali della Regione Calabria.

La guida, tradotta in quattro lingue, ha lo scopo di fornire ai volontari impegnati nelle attività di assistenza ai detenuti, e ai detenuti stessi, un utile strumento operativo e culturale. Nel corso dell’incontro saranno presentate, inoltre, le innumerevoli iniziative previste nel Protocollo d’intesa, sottoscritto tra la Conferenza e la Regione Calabria, in cui si riconosce la Conferenza come soggetto referente per le scelte programmatiche negli ambiti di intervento del volontariato nel settore dell’esecuzione penale e, più ampiamente, nel settore della giustizia.

Alla conferenza stampa interverranno Mario Maiolo, assessore regionale alle Politiche del Lavoro e Politiche Sociali, Paolino Quattrone, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, Antonio Morelli, responsabile della Conferenza regionale volontariato giustizia, Giuseppe Altomare, dirigente del settore Politiche Sociali della Regione.

Venezia: Verdi; il carcere può esplodere, in qualsiasi momento

 

Comunicato stampa, 16 giugno 2009

 

Presentati in Comune e Regione due Ordini del Giorno indirizzati al Governo: "Il ministero deve intervenire subito". Gianfranco Bettin: "Situazione ingestibile. Sono in 315 là dove la capienza ideale è di 111".

Il 1° giugno i Consiglieri dei Verdi, Gianfranco Bettin in Consiglio regionale e Beppe Caccia in Consiglio comunale, hanno depositato un identico Ordine del Giorno, che invita "il Presidente della Giunta regionale e il Sindaco di Venezia a rivolgersi al Governo, e al Ministro della Giustizia in particolare, affinché intervengano immediatamente" per disinnescare la situazione che si è creata al carcere maschile veneziano, la Casa circondariale di Santa Maria Maggiore.

Una "situazione drammatica e ingestibile" per il consigliere Bettin che venerdì, insieme a Beppe Caccia, capogruppo in Comune, si era recato in sopralluogo al carcere per verificare coi propri occhi il sovraffollamento. Dopo aver visitato le due sezioni detentive e aver incontrato la Direttrice dottoressa Gabriella Straffi, Bettin ha raccontato: "In celle da tre stanno ormai in otto, in quelle da uno almeno in quattro. Giacigli improvvisati, promiscuità tra i detenuti, condizioni igieniche a rischio e attività di reinserimento sociale diventate impossibili".

Caccia spiega: "L’inasprimento delle norme sui reati minori e sulla recidiva, intervenuto nell’ultimo anno, non ha fatto altro che aggravare il carico che la struttura deve sopportare." Più della metà dei detenuti entrano ed escono nel giro di tre giorni, accusati di "micro-reati" e immediatamente scarcerati.

Un via vai che pesa ulteriormente sull’organico già risicato del personale di custodia. "A oggi ce ne sono almeno una sessantina in meno rispetto alle effettive necessità. - aggiunge Bettin - Con questi numeri, la nuova ala che sarà pronta in autunno, non potrà mai essere aperta."

Pesantissima la condizione degli spazi per l’ora d’aria: "In una superficie grande come un campo da pallamano - racconta Caccia - devono starci in 170. Non possono nemmeno muoversi. Così in cella, se tre stanno in piedi gli altri devono restare confinati a letto. È una situazione esplosiva, che può scoppiare da un momento all’altro. Altro che sicurezza, il governo deve intervenire subito."

 

Bozza Mozione presentata in Comune da Beppe Caccia

 

Il governo intervenga per superare la condizione di sovraffollamento del carcere di Santa Maria Maggiore.

Il Consiglio Comunale di Venezia, considerato che attualmente la Casa Circondariale di Santa Maria Maggiore ha superato il numero di trecento detenuti, a fronte di una capienza massima ufficiale della struttura di centoundici presenze;

preso atto che tale situazione di sovraffollamento determina gravi disagi nella vita quotidiana all’interno dell’Istituto, sia per le persone ristrette sia per il personale di custodia, stabilendo condizioni di pericolosa promiscuità tra i detenuti, creando problemi di carattere igienico-sanitario e limitando di fatto quelle attività di recupero e risocializzazione, che dovrebbero contribuire alla funzione riabilitativa della pena, prevista dalla Costituzione;

rilevata inoltre la strutturale carenza di personale addetto alla custodia, attualmente sotto organico ed impegnato in gravose attività di traduzione e scorta, nonché il sostanziale dimezzamento, nel corso dell’ultimo anno, dei finanziamenti ministeriali per i posti di lavoro interni alla struttura;

richiamato l’impegno mantenuto, nel corso degli ultimi anni, da parte dell’Amministrazione Comunale nel sostegno agli interventi delle Associazioni di volontariato e delle Cooperative sociali, che operano in ambito penitenziario, per la creazione di opportunità lavorative per i detenuti e nella realizzazione di attività formative, culturali e socializzanti all’interno degli Istituti cittadini;

considerata la necessità di adeguare l’organico del personale di custodia alle esigenze della struttura e all’imminente apertura di una sezione restaurata all’interno di Santa Maria Maggiore; nonché la possibilità di realizzare nuovi posti, in particolare ristrutturando la sede della Giudecca;

tutto ciò premesso, il Consiglio Comunale di Venezia impegna il Sindaco ad intervenire presso il Ministro della Giustizia affinché il Governo disponga un’adeguata integrazione dell’organico del personale di custodia in servizio negli Istituti penali di Venezia e un ulteriore stanziamento per il finanziamento dei posti di lavoro interni alla struttura e per fondi dedicati al sostegno del lavoro esterno;

affinché, inoltre, il Governo valuti la fattibilità della ristrutturazione e restauro degli spazi dell’ex Sat maschile all’Isola della Giudecca, da destinarsi a detenuti definitivi sottoposti a misure di custodia attenuata, benefici di legge e misure alternative;

invita, infine, i Parlamentari veneziani a farsi parte attiva nel sostenere queste richieste.

Pisa: Callaioli (Garante); quasi 400 detenuti, il carcere scoppia

di Federico Cortesi

 

La Nazione, 16 giugno 2009

 

Mentre la Casa Circondariale "Don Bosco" scoppia, a causa del "solito" sovraffollamento, e di tanto in tanto scatta l’allarme-topi - a Pisa sono in arrivo 10 milioni di euro per 200 nuovi posti per i detenuti. Che nessuno, al momento, sa dove e come verranno realizzati.

Neppure il direttore del carcere, il dottor Vittorio Cerri: "L’ho sentito dire in tv - afferma - e poi ho letto qualcosa su alcuni siti internet. Ma ufficialmente non so ancora nulla". A fronte di una capienza regolamentare di 226 detenuti (uomini 204 - donne 22) ed una tollerabile di 305 (uomini 268 - donne 37), ad oggi le presenze nella casa circondariale di Pisa sono attorno alle 380 (di cui 38 donne); perdura quindi da molti mesi una situazione di estremo disagio per detenuti e tutti gli operatori del penitenziario, né si intravedono segnali di inversione di tendenza.

"In questa situazione, come ha già correttamente rilevato il Garante di Firenze, Franco Corleone - sostiene l’avvocato Andrea Callaioli, garante del Comune di Pisa per i diritti delle persone private della libertà personale - , bisogna rifiutare la logica del puro deposito dei corpi che sembra ispirare il cosiddetto Piano carceri recentemente avanzato dal Dap e dal ministro Alfano.

Difatti tale piano è concepito esclusivamente in termini numerici e prevede la realizzazione di tre padiglioni con 500 nuovi posti per i detenuti degli istituti di Firenze (200), Livorno (100) e Pisa (200) senza dare alcuna indicazione in ordine alle caratteristiche dei nuovi padiglioni o alla costruzione di nuove strutture. Per Pisa si prevede, entro dicembre 2012, una spesa di 10 milioni di euro, senza, tuttavia, che vi sia una riflessione se intervenire sulla struttura del Don Bosco, vecchia e figlia di una superata concezione degli spazi carcerari, peraltro oggi al limite del collasso, oppure procedere ex novo, coinvolgendo la città e la sua amministrazione nell’individuazione della collocazione e sulle possibilità di pensare ad una nuova struttura che meglio riesca a conciliare le necessità di sicurezza - per i detenuti e gli operatori - con quelle di socializzazione e lavoro.

Inoltre il piano non affronta nessuna delle cause del sovraffollamento delle carceri italiane (fattispecie incriminatrici, scarso accesso alle misure alternative, mancanza di educatori, limitatissime opportunità lavorative), ma pare ragionare in una prospettiva stabile di 90-100 mila detenuti, un numero impressionante di per sé e assolutamente spaventoso laddove si consideri che nel piano nulla si dice sull’aumento degli appartenenti al corpo di polizia penitenziaria né degli educatori e degli assistenti sociali.

"Il piano dell’attuale ministro - prosegue l’avvocato Callaioli - pare quindi figlio della concezione ottocentesca del carcere, visto come discarica dei reietti e di tutti i soggetti che il corpo sociale intende "vomitare" lontano dagli occhi. Peraltro, in tutti questi anni i vari governi non hanno affrontato il tema della ristrutturazione dei penitenziari e della loro vivibilità e le risorse sono state indirizzate solo verso i temi securitari, mentre si sono trascurati investimenti sulla formazione del personale, sull’ampliamento dei ruoli degli operatori, sulle convenzioni con il mondo del volontariato. Inoltre, per la struttura del Don Bosco è opportuno e urgente un intervento strutturale che risolva la insostenibile situazione dell’area colloqui, al fine di garantire condizioni minime di intimità e riservatezza, in special modo nelle visite dei familiari e dei bambini".

Napoli: richiesta a Procura per indagine su condizioni detentive

 

Comunicato stampa, 16 giugno 2009

 

"Il Carcere Possibile Onlus" si rivolge alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli chiedendo un’indagine sulle condizioni igienico-sanitarie in cui sono costretti a vivere i detenuti e su eventuali violazioni di legge.

Depositata oggi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli la denuncia della nostra Associazione. La drammatica, e purtroppo notoria, emergenza che sta vivendo, in questi giorni, il sistema penitenziario, ci vede costretti ad intervenire in difesa di coloro che stanno subendo una non più tollerabile ed incivile aggressione alla loro salute, alla loro vita di relazione e vedono del tutto compromessa la possibilità di partecipare a programmi di rieducazione.

I dati del sovraffollamento sono, di giorno in giorno, più allarmanti. La Casa Circondariale di Poggioreale, ad esempio, che ha una capienza "tollerabile" di 1.300 detenuti, ne ospita più di 2.600. Tali dati comportano, come facilmente intuibile, condizioni igieniche che compromettono la salute e l’equilibrio psico-fisico dei detenuti, costretti a vivere in spazi angusti in una promiscuità che priva ciascuno della propria dignità, in violazione dei principi costituzionali (artt. 3, 27, 32), delle norme dell’ordinamento penitenziario (l. 26 luglio 1975, n. 354), del Regolamento Penitenziario (d.p.r. 30 giugno 2000, n. 230) e della legislazione speciale in materia di salute (r.d. 27 luglio 1934, n. 1265, t.u. leggi sanitarie e succ. mod.), igiene e distribuzione e consumo di alimenti (l. 30 aprile 1962, n.283).

"Il Carcere Possibile Onlus", prendendo atto di questa situazione e dei dati ufficiali diffusi dallo stesso Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ha ritenuto non più procrastinabile un’azione di denuncia mirata a verificare se tutti i soggetti tenuti, per legge, al controllo dello stato in cui vivono i detenuti abbiano effettivamente svolto il proprio compito, se abbiano descritto le reali condizioni di vita all’interno degli Istituti, e se i soggetti destinatari di tali verifiche abbiano adottato tutti i provvedimenti necessari.

Il carcere non può essere considerata una "zona franca", ove la Legge dello Stato non va applicata. La misura cautelare (circa il 60% dei detenuti è in attesa di una sentenza definitiva, ed è pertanto un "presunto innocente") e la sanzione inflitta non possono consistere in umiliazioni e vessazioni con una vera e propria negazione della dignità umana che è "contra legem" e contro la stessa idea di civiltà. I detenuti sono portatori di diritti pieni ed inalienabili, proprio come i soggetti liberi.

 

Il Carcere Possibile Onlus

Massa: carcere di Pontremoli; 10 agenti sorvegliano celle vuote

di Sergio Mastrini

 

Il Tirreno, 16 giugno 2009

 

Il carcere mandamentale di via IV Novembre a Pontremoli torna a far parlare di sé perché, dopo due anni dal completamento dei lavori di ristrutturazione che aveva visto il totale rifacimento del tetto e la messa a norma degli ambienti interni, è entrato in funzione ma, pur mantenendo l’organico come se la struttura ospitasse tutta la popolazione carceraria consentita dalla tipologia dell’edificio, è ancora vuoto.

In poche parole la gente si meraviglia per il fatto che la decina di unità impiegate, tra personale dirigente e guardie carcerarie, continuano a vigilare su di un carcere vuoto con turni di guardia che coprono tutto l’arco del giorno e della notte. Insomma: si fa la guardia alle mura. Il carcere di Pontremoli era nato come carcere circoscrizionale e aveva svolto i suoi compiti di casa di reclusione fino agli inizi degli anni Novanta.

Tutti sapevano che il suo muro di cinta era facilmente scavalcabile, ma dal momento che i detenuti dovevano scontare lievi pene o gli ultimi periodi di condanna, non si era mai registrato alcun tentativo di fuga. Fino alla primavera del 1994 quando un pomeriggio un giovane recluso scavalcò il muro di cinta cercando una via di fuga verso il fiume.

Ma, bagnato fradicio, sotto una pioggerellina fredda e battente preferì farsi riprendere dai carabinieri avvisati dalla popolazione che aveva visto l’evaso rifugiarsi sotto il ponte della Cresa. Da allora il muro di cinta fu rialzato e rinforzata la rete di recinzione posta alla sommità. Per la cronaca non si segnalò più nessun tentativo di fuga, ma il carcere da circondariale fu trasformato in casa mandamentale femminile in grado di ospitare una trentina di detenute.

Il resto della vicenda è storia recente. La struttura si era dimostrata non all’altezza delle nuove norme di sicurezza previste per le carceri e i conseguenti lavori per la messa a norma sono stati eseguiti. In un primo tempo sembrava che il carcere femminile di Pontremoli avrebbe dovuto ospitare giovani madri recluse assieme ai figli di età inferiore alla scuola dell’obbligo.

Ma non se ne è fatto niente. È circolata infine la voce che gli ospiti di Via IV Novembre sarebbero stati un esiguo numero di detenuti "transessuali", ma anche questa soluzione al momento si è dimostrata priva di fondamento, almeno dal lato pratico. Per ora, l’unica certezza, è che il carcere è e rimane desolatamente vuoto. E si tratta di una vicenda davvero singolare.

Genova: la rinascita della "Consulta carcere-città" è prossima

di Bruno Viani

 

Secolo XIX, 16 giugno 2009

 

A Pontedecimo e Marassi 864 detenuti, 300 oltre la capienza. "Per una città sicura aiutiamo a lavorare chi ha scontato la pena". Risolvere i problemi delle carceri per avere una città più sicura. È l’appello che parte dalle associazioni di volontariato ascoltate ieri in commissione a Palazzo Tursi. E si concretizzerà in una iniziativa politica: "Promuoveremo la rinascita della Consulta carcere-città", dice Maria Rosa Biggi, presidente della commissione. Ovvero quello strumento chiamato ad ascoltare la voce di chi vive in cella ma anche i mille problemi delle famiglie incolpevoli dei detenuti, dei lavoratori della case circondariali e dei cittadini che chiedono semplicemente sicurezza.

Problemi che diventano insormontabili nella situazione attuale di sovraffollamento. Il carcere di Marassi, oggi, ospita 722 detenuti, mentre la capienza regolamentare è di 465. E non è migliore la situazione di Pontedecimo, dove - a fronte di 97 posti previsti sulla carta - i detenuti sono 142, 75 donne e 67 uomini. Significa che in cella ci sono oltre trecento persone più di quelle che le case circondariali cittadine sarebbero in grado di contenere.

"Ma il problema delle carceri riguarda molte più persone, non è una realtà chiusa - dice Anna Grosso, della conferenza regionale "Volontariato e giustizia" - lo stesso numero dei detenuti, è molto più alto perché non si parla di una popolazione stabile: i 900 complessivi che sono la fotografia di questo momento devono essere almeno quadruplicati se si considerano gli ingressi in un solo anno". Persone che entrano ed escono, spesso più volte per brevi periodi a distanza ravvicinata.

Livia Botto, della cooperativa di Pontedecimo "Reinserimento e lavoro", parla degli ex detenuti come "mine vaganti" lasciate colpevolmente in mezzo al mare della città. "Le persone che arrivano al momento atteso del "fine pena" - racconta - si ritrovano a cercare lavoro nelle condizioni difficilissime che tutti conosciamo. Se sono fortunate, lo trovano magari dopo tre mesi, il primo stipendio arriverà dopo un ulteriore mese di attesa. Per questo dico che non c’è niente di peggio che scarcerare una persona da un giorno all’altro saltando i passaggi intermedi, come la semilibertà o le misure alternative, senza i quali la recidiva diventa quasi inevitabile".

Tendere una mano a chi ha scontato i suoi debiti con la giustizia, allora, diventa più di un atto di carità o solidarietà. "La creazione di percorsi di reinserimento sociale - dice l’assessore ai Servizi Sociali Roberta Papi - è strettamente legata alla sicurezza urbana, prima ancora delle azioni repressive".

Trapani: Favignana "peggior carcere d’Italia" protestano agenti

 

La Sicilia, 16 giugno 2009

 

Le segreterie provinciali di Trapani di Sappe, Uilpa, Fns Cisl, Sinappe, Cnpp, Uspp e Siappe hanno proclamato lo stato di agitazione della Polizia Penitenziaria in servizio nelle carceri di Favignana. "È stata raggiunta e oltrepassata la massima tollerabilità ricettiva di utenza detentiva - afferma una nota - con quota 130 detenuti presenti all’alba di oggi, quando la capienza si aggira sulle 80 presenze. Il sovraffollamento, sommato alla ben nota carenza di personale del corpo di polizia penitenziaria, significa che a breve la situazione diventerà davvero ingovernabile, esplosiva". I rappresentanti sindacali hanno chiesto un incontro con il prefetto di Trapani, Stefano Trotta.

Dal punto di vista geografico, Favignana è l’ultimo carcere d’Italia. Ma è il primo nella classifica delle peggiori carceri italiane. Si tratta di una piccola struttura, che ospita 85 detenuti. Quello che rende particolare questo carcere è il fatto che è costruito sotto terra. Si deve scendere per andare negli uffici del carcere. Ancora più in profondità c’è l’infermeria. E si deve scendere ancora per arrivare nelle piccole celle. Celle che sono situate a dieci metri sotto il livello del mare.

Assomigliano più a caverne che a luoghi dove espiare la detenzione. Non ci sono finestre e i muri sono corrosi dall’umidità e dalla salsedine. Dentro ogni cella: un piccolo muretto, altro 40 centimetri, separa il bagno dalle brande. 3 o 4 detenuti, occupano la stessa piccola cella e restano chiusi in quelle "caverne" per 22 ore al giorno.

Pur essendo un carcere per detenuti condannati, non vi è di fatto alcuna attività rieducativa. Unico svago è l’ora d’aria, fatta in un cortile posto sempre a dieci metri sotto il livello del mare.

Le condizioni igieniche all’interno del carcere di Favignana sono a dir poco precarie. Le celle sono sporche e non viene fatta manutenzione. Scarafaggi e topi girano indisturbati per le celle. Tutto ciò che è ferro si presenta arrugginito. I detenuti non possono bere l’acqua dai rubinetti in quanto non è potabile. È l’acqua del mare. Se qualche detenuto protesta per queste indegne condizioni di vita, viene messo nella cella di isolamento. Denudato, viene lasciato lì per giorni. E come letto ha una rete di ferro, senza materasso.

Il sotterraneo carcere di Favignana è anche costoso. Ogni detenuto costa 300 euro al giorno. E lo Stato spende ben nove milioni di euro all’anno per mantenere tutti gli 85 "fortunati" detenuti dell’isola.

Bologna: operatori Cpt minacciati, direttrice chiede protezione

di Carlo Gulotta

 

La Repubblica, 16 giugno 2009

 

"Abbiamo il fax ingorgato di volantini e lettere dove ci chiamano assassini. E per la prima volta, dopo l’incendio alla nostra sede di Modena, ho sporto denuncia alla polizia. Dobbiamo proteggerci. E non solo da questo. Lavorare in certe condizioni è difficile. Penso a tanti ex detenuti che arrivano qui dalla Dozza storditi dagli psicofarmaci, in stato di dipendenza, e spesso il carcere non ci trasmette nemmeno le cartelle cliniche".

Parla Anna Lombardo, direttrice del Cie di via Mattei gestito dalla Misericordia di Modena, e per una volta - è un paradosso - pare che i problemi all’ ex Cpt arrivino più "dall’esterno", rispetto alle lamentele degli ospiti che comunque, a dispetto dei miglioramenti strutturali voluti dalla Prefettura, parlano di "lager a cielo aperto". Parole forti. Di sicuro c’ è che se dovesse passare la proposta di portare da due a sei mesi il trattenimento dei clandestini nei Cie, in discussione al Senato e contenuta nel pacchetto-sicurezza, ci saranno altre difficoltà per gli operatori e problemi gestionali.

"Dovremo rimodulare tutti nostri servizi - dice la direttrice - perché un conto è fornire assistenza a chi vive qui per non più di due mesi, altra cosa è farlo per il triplo del tempo". Novantacinque posti letto, ieri 50 uomini e 27 donne nei due settori separati da un muro, camere divise spontaneamente per etnie, disegni e foto di giornali di moda sulle pareti del reparto femminile, una trentina di evasi in 10 anni di attività, una sessantina di persone al lavoro fra dipendenti della Misericordia, medici, infermieri, psicologi e mediatori culturali.

Niente più grate sul tetto degli spazi all’ aperto e nemmeno filo spinato, ma lastre di plexiglas sulle sbarre per scoraggiare i tentativi di fuga. Videocamere dappertutto ma non nelle stanze da letto. E fuori, quasi ogni fine settimana, i sit in degli anarchici. Ieri, qualche protesta degli ospiti per le cattive condizioni dei materassi nelle stanze, poggiati su blocchi di cemento ancorati al pavimento, e per la pulizia. Ma le attività sono tante: corsi di italiano, una biblioteca con mille libri, laboratori creativi, sportello di informazione legale, ascolto psicologico. E dal centro stranieri Cgil, l’assistenza per recuperare i crediti dei lavoratori che nel frattempo, perso il diritto al soggiorno, sono finiti qui e poi sono stati espulsi.

Napoli: polemiche su impiego ex-detenuti per sicurezza turisti

di Stefano Piedimonte

 

Corriere del Mezzogiorno, 16 giugno 2009

 

Fanno discutere gli ex detenuti usati a mo’ di guide turistiche, per accogliere i crocieristi che sbarcano al Porto di Napoli. Fanno discutere, e non sempre bene. The Guardian raccontava domenica come "i turisti a Napoli sono accolti da ex carcerati che li aiutano ad attraversare la strada", mentre alcuni giornali "padani" osservano - evidentemente polemici - che "i democratici incoraggiano e organizzano le pattuglie di volontari, purché non siano composte da onesti cittadini ma da pregiudicati per reati comuni. Come è noto, a Napoli ci sono zone dove la polizia fatica a farsi rispettare, mentre i criminali dettano legge: quale garanzia migliore, dunque, di quella offerta dagli ex detenuti?".

Ironia e politica a parte, cori di proteste si sollevano anche dai sindacati di polizia. Il segretario nazionale della Consap, Sergio Scalzo, ha inviato una lettera al ministro dell’Interno Maroni e al capo della Polizia Manganelli nella quale definisce l’iniziativa sostenuta dall’assessore regionale Corrado Gabriele "indecente e inqualificabile".

"Questa decisione ci lascia schifati e indignati - prosegue Scalzo - umiliando le forze dell’ordine e la Polizia di Stato. Un altro schiaffo in pieno volto al nostro corpo di Polizia che, dalla sua fondazione, ha visto cadere uomini e donne per il rispetto delle leggi, con una criminalità sempre più agguerrita ed organizzata". Secondo il sindacalista, l’unica cosa che resta da fare è "sciogliere tutti i corpi di polizia e andarcene a casa". Sostanzialmente d’accordo il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, che commenta: "Aspetto ancora una risposta dal prefetto di Napoli sull’indecente operazione promossa dalla Giunta Bassolino", definendola "una decisione criminogena che irride il lavoro delle forze dell’ordine, i cittadini, i turisti". Secondo Gasparri, le persone coinvolte nel progetto Esco Dentro sono "ex carcerati di nuovo liberi di depredare i turisti, e per di più a pagamento".

Sulle critiche arriva la replica dalla Regione. "Mi domando dov’era l’opinione pubblica quando uscivano dal carcere centinaia di detenuti abbandonati a loro stessi - commenta l’assessore Gabriele - Oggi che, invece, si applica solo una legge ministeriale sono tutti pronti a criticare perché qualcuno ha dato una opportunità a 400 ex detenuti, evitando loro di tornare fra le braccia della camorra. Una cosa dovuta, normale, che aiuta questi soggetti ad avere un reddito immediato in attesa di un’occupazione più stabile senza ricorrere a rapine, scippi, o quant’altro".

Sull’esperimento degli ex detenuti a scorta dei turisti, il governatore campano Antonio Bassolino invoca il coinvolgimento anche di altre istituzioni, a partire dal governo nazionale. "Non possiamo farcene carico da soli - ha detto stasera rispondendo a margine della presentazione dei due nuovi assessori regionali - anche il governo deve fare la propria parte nel garantire i fondi per un problema, l’utilizzo di chi è uscito da galera e ha scontato la pena, che è di natura sociale".

Bassolino poi, replicando alle polemiche sollevate dal centrodestra, ha ricordato che l’utilizzo sociale degli ex detenuti anche come guide turistiche è previsto dalle normative europee. "Seguiamo una giusta ispirazione sociale prevista dalle politiche europee - ha osservato - ora mi aspetto la collaborazione di tutte le istituzioni.

Comunque monitoreremo e vedremo in corso d’opera come va". Secondo alcuni commercianti di via Cristoforo Colombo (di fronte al Molo Beverello), non c’è molto da fidarsi: "Le guide con la pettorina gialla? Sono le stesse persone che fino a qualche giorno fa, senza pettorina, facevano il pacco ai turisti. Ora il pacco lo fanno ancora, ma solo part-time".

Frosinone: detenuto tenta suicidio, salvato da intervento agenti

 

Go Fasano, 16 giugno 2009

 

In carcere dal settembre scorso, tenta di farla finita. Si tratta di Claudio Russo, 33 anni di Montalbano, accusato di sequestro di persona a scopo di estorsione, e detenuto, sino a qualche giorno fa, nel carcere di Frosinone. Nei giorni scorsi Russo ha tentato di togliersi la vita nella propria cella. Il tentativo di suicidio non è andato a buon fine grazie al tempestivo intervento degli agenti penitenziari.

Il 33enne per essere sicuro che il suo progetto suicida andasse a buon fine ha tentato di togliersi la vita in due modi diversi. Per fortuna il progetto non è riuscito. Ma, comunque, Russo un risultato l’ha raggiunto: ha ottenuto il trasferimento da Frosinone nel carcere di Taranto.

Russo era finito in carcere nel settembre 2008 coinvolto nel rapimento di un giovane pescarese. Da allora non aveva perso occasione per denunciare la sua situazione di disagio che viveva nel carcere laziale. Era stato lui stesso, nel marzo scorso, in occasione dell’udienza preliminare in cui doveva essere deciso il rinvio a giudizio della banda che progettò e mise a segno il sequestro a scopo di estorsione del pescarese Paolo Vianale, a gridare in aula, in un vero e proprio fuori programma, il malessere che stava vivendo nella casa circondariale di Frosinone. Tradotto a Lecce dal carcere di Frosinone per partecipare all’udienza a Brindisi, Claudio Russo colse l’occasione per denunciare il profondo disagio che, a suo dire, stava vivendo nel carcere della Ciociaria.

L’udienza che doveva durare il tempo necessario per formalizzare il rinvio di ufficio, fu interrotta dalla denuncia di Russo che fu ascoltata dal gup Nicola Lariccia, che, comunque, non poté fare nulla per lui.

In aula quel giorno erano presenti anche gli altri cinque imputati: il fratello di Russo, Claudio di 23 anni, un loro cugino, Pietro Liuzzi, di 25 anni, Francesco Pinto di 21 anni, tutti di Montalbano, Sante Pantaleo (19 anni), di Pezze di Greco, e il 44enne Mario Donnarumma, di Torre Annunziata, luogotenente del clan Gionta, uno dei più attivi sodalizi della camorra, ritenuto dagli inquirenti il capo del commando. L’udienza fu rinviata. Ma Claudio Russo sfruttò l’occasione per evidenziare ai giudici il suo profondo disagio che viveva nel carcere di Frosinone. Dopo tre mesi il giovane montalbanese ha tentato di farla finita. Un insano gesto che, comunque, gli ha fatto ottenere il trasferimento nel carcere di Taranto.

I sei imputati a settembre rapirono a Pescara il 27enne Paolo Vianale (chiedendo successivamente un riscatto di 50 mila euro) e lo tennero prigioniero per tre giorni in vari nascondigli nel fasanese, fino a quando, con un blitz in piena regola, fu liberato dagli agenti della Squadra mobile della Questura di Brindisi mentre era tenuto segregato in un appartamento in pieno centro a Torre Canne.

Campobasso: "Lettera ad un detenuto"; studentessa premiata

 

Il Centro, 16 giugno 2009

 

Un meritato primo premio per Alessandra Mariotti, alunna dell’Istituto Magistrale "D. Pace" al concorso "Oltre le sbarre" promosso dall’Itis "E. Majorana", sede carceraria di Larino. Più di mille gli alunni di ogni ordine di scuola, dalla primaria alla secondaria di secondo grado, che hanno partecipato al concorso "Caro amico ti scrivo", giunto alla sua seconda edizione. Una commissione di esperti, associata agli studenti-detenuti, hanno valutato le opere in concorso e hanno premiato tre opere per ogni grado scolastico.

"Sono stata spronata a partecipare al concorso dalla mia insegnante di lettere, che ringrazio" ha detto Alessandra, commossa e soddisfatta per il premio ricevuto. "La vita dietro le sbarre era ben lontana dal mio modo di sentire prima di varcare idealmente le porte del carcere. La lettera mi è sgorgata dal cuore, come un fiume in piena, ed è in fondo una dichiarazione d’amore a mio padre, che mi è sempre molto vicino.

Mi sono particolarmente commossa quando il testo è stato letto da un detenuto perché dal timbro della voce, ho percepito tutto il suo dolore di padre". Nel corso della cerimonia di premiazione, alla quale ha partecipato anche il preside del magistrale Di Pietro, è stata apprezzata per le sue sentite e commoventi parole anche la lettera scritta da un’altra alunna dell’Istituto Magistrale, G. Di Tommaso a un presunto papà in prigione.

Foggia: progetto "Vale la pena", per l'intercultura nelle carceri

 

Asca, 16 giugno 2009

 

Il carcere come rieducazione e reinserimento; così lo concepisce la costituzione. Il processo si complica inevitabilmente se il soggetto da recuperare è un immigrato. Se ne è parlato oggi presso l’istituto penitenziario di foggia dove è stato presentato il progetto Vale la pena. Obiettivo, quello di valorizzare la figura del mediatore culturale nell’ambito carcerario.

A patrocinare l’iniziativa cofinanziata dal Ministero degli interni e dall’Unione europea c’era anche l’assessorato provinciale alle politiche sociali. Foggia più volte è stata segnalata come un caso limite relativamente al problema del sovraffollamento delle carceri. Molti di quei detenuti sono infatti extracomunitari. "Il problema principale - ha sottolineato il direttore dell’istituto penitenziario di Lucera, Davide Di Florio - è legato alla lingua. Mai come in questo momento si rende necessario l’azione della figura del mediatore interculturale".

Spoleto: detenuto kosovaro vince Premio Fondazione Capitini

 

Asca, 16 giugno 2009

 

Un giovane di origine kosovara, Ismet Dedi’nka, attualmente detenuto nel carcere di alta sicurezza di Maiano di Spoleto è il vincitore del concorso indetto dalla Regione Umbria e dall’Ufficio Scolastico Regionale per il nuovo logo della Fondazione Aldo Capitini.

Sono state 37 le opere in concorso, provenienti da 8 istituti scolastici. Dedi’nka è uno dei numerosi studenti, che frequentano regolarmente i corsi organizzati per i detenuti di Maiano dall’Istituto Statale d’Arte "Leoncillo Leonardi" di Spoleto, e come tale ha partecipato al concorso per il bozzetto del nuovo logo della Fondazione Capitini, promosso nel quadro delle iniziative del Quarantennale della morte del filosofo perugino.

Il bozzetto presenta un’Umbria stilizzata sulla quale impronte di scarpe fanno intendere un cammino che è marcia della pace e marcia verso il nome "Aldo Capitini", dipinto nei colori della bandiera della pace, in cui la "A" e la "C" iniziali si uniscono in un grafo, che trova la conclusione in tre parole vergate a lato, come di pugno di Capitini, Compresenza, Nonviolenza, Potere di Tutti, sintesi del pensiero dell’intellettuale.

Immigrazione: Fini a Libia; aprite i campi profughi ai controlli

di Lorenzo Salvia

 

Corriere della Sera, 16 giugno 2009

 

La lettera è quasi pronta, mancano le ultime limature e la firma. Ma la richiesta è chiara e precisa: consentire ad una delegazione di parlamentari italiani l’accesso ai campi libici dove sono portati gli immigrati respinti mentre cercano di raggiungere il nostro Paese. In modo che possano controllare le condizioni nelle quali vivono gli stranieri.

E verificare l’assenza di irregolarità di qualsiasi tipo. Per ottenere garanzie su una materia così delicata, il presidente della Camera Gianfranco Fini scrive al suo "pari grado" libico, il segretario generale del Congresso del popolo, Embarak El Shamakh. A lui ripete le stesse parole che avrebbe rivolto direttamente a Gheddafi venerdì scorso, se l’ennesimo ritardo del colonnello non avesse spinto Fini ad annullare il convegno previsto alla Camera.

"Auspico che una delegazione di deputati italiani - scrive Fini nella lettera che partirà nei prossimi giorni - possa recarsi presto in visita nei campi libici di raccolta degli immigrati". L’obiettivo è quello di "verificare il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo sanciti dalle Nazioni Unite e dal Trattato di Bengasi", l’accordo firmato meno di un anno fa e che ha inaugurato la stagione della collaborazione tra Italia e Libia. Le verifiche della delegazione parlamentare sarebbero svolte con "particolare riguardo ai richiedenti asilo e ai perseguitati politici". In modo da accertare che tra i respinti non ci sia chi fugge dal proprio Paese d’origine non solo per cercare un futuro migliore ma per avere salva la vita. Non è un passo da poco quello di Fini.

Da più parti Tripoli è accusata di non rispettare i diritti umani. Compresi quelli degli immigrati intercettati in acque internazionali, che vengono respinti e riportati in Libia. L’ultima denuncia, solo pochi giorni fa, porta la firma di Amnesty International che ha parlato di "torture ed altri maltrattamenti " e puntato il dito sul caso dei richiedenti asilo politico che in Libia non avrebbero speranza di essere protetti come invece previsto dalle regole internazionali.

Secondo il governo italiano il rispetto dei diritti degli immigrati, compreso quello di asilo, può essere garantito anche in territorio libico. Una posizione condivisa da Fini, che però chiede un controllo esterno e diretto delle garanzie offerte da Tripoli.

Il presidente della Camera propone al collega libico anche una più stretta collaborazione tra i due parlamenti nazionali. Nel discorso poi saltato alla Camera, Fini avrebbe ipotizzato la creazione di un gruppo congiunto di monitoraggio parlamentare, sempre sul tema dell’immigrazione. Così come avrebbe avanzato l’idea di un programma di scambi periodici di visite per discutere i problemi comuni e favorire la reciproca comprensione.

Nella lettera Fini ricorda anche che l’anno prossimo il Parlamento italiano ospiterà l’assemblea dei parlamenti della zona euro mediterranea. E per quell’occasione invita una delegazione parlamentare libica a partecipare ai lavori direttamente nell’aula di Montecitorio. Un braccio teso verso l’altra sponda del Mediterraneo. In attesa che da Tripoli arrivi una risposta alla sua richiesta.

Immigrazione: i Comboniani protestano contro il ddl sicurezza

 

Redattore Sociale - Dire, 16 giugno 2009

 

Il 20 giugno, Giornata mondiale del rifugiato i missionari distribuiranno agli immigrati i "permessi di soggiorno in nome di Dio". In programma anche fiaccolate e conferenze. Padre Poletti: "Gli africani i più discriminati".

Si allarga la mobilitazione dei missionari comboniani che scendono in campo contro il pacchetto sicurezza del governo Berlusconi. I religiosi invitano le associazioni a partecipare alla Giornata mondiale del rifugiato il prossimo 20 giugno distribuendo "Permessi di soggiorno in nome di Dio". Partito da Castelvolturno (in provincia di Caserta) ora il fronte della protesta si sta allargando in tutta Italia dove i missionari sono presenti.

"Da nord a sud, da Bolzano a Palermo saremo presenti con diverse forme di protesta - spiega padre Giorgio Poletti - in primis attraverso la distribuzione di volantino fac-simili dei permessi di soggiorno che noi distribuiremo agli immigrati in nome di Dio, ma anche attraverso fiaccolate, conferenze, incontri". Punti caldi della mobilitazione saranno le città di Lamezia Terme, Rosarno, Reggio Calabria, Crotone ma anche Torino, Padova, Firenze, Genova.

"Intendiamo protestare contro il pacchetto sicurezza del governo assolutamente discriminatorio per gli immigrati, in particolare gli africani che sono i soggetti più esposti", aggiunge Poletti. I religiosi si sono fatti promotori, contattando numerose organizzazioni, dell’iniziativa e attendono altre adesioni.

"Riteniamo - dicono i padri - che in una società come la nostra frazionata, divisa in molti modi, in cui il nome di Dio viene usato in mille modi, spesso per interessi politici ed economici, che Dio stia dalla parte dei più deboli e indifesi.. Riteniamo importante che questa manifestazione avvenga il 20 giugno, Giornata Mondiale del Rifugiato - dicono i Comboniani - con questa azione vogliamo dire il nostro no alle attuali politiche sull’immigrazione.

È questa un’azione che parte dal diritto di ogni persona ad esistere, ad essere rispettata nella sua umanità, nella sua ricerca di vita democratica e libertà. Il diritto a costruire un futuro per sé e per i propri figli. Oggi questo mondo chiede, e noi che ci consideriamo colti e civilizzati siamo chiamati a rispondere, a rispettare quei valori che da anni proclamiamo".

Droghe: neopatentati zero-alcol; ad ubriachi pene fino 15 anni

di Carlo Mercuri

 

Il Messaggero, 16 giugno 2009

 

Il giro di vite più poderoso in materia di sicurezza stradale sta per essere portato a compimento. Il testo unico, che prevede importanti modifiche al Codice della strada, è stato votato e approvato all’unanimità presso la Commissione Trasporti della Camera e sta per essere inviato presso l’analoga Commissione del Senato.

Entro i primi giorni di luglio l’iter sarà completato e gli italiani potranno partire per le vacanze con un sistema di regole sulla sicurezza stradale spolverate e tirate a lucido. Mario Valducci, presidente della Commissione Trasporti della Camera, fotografa così la filosofia del provvedimento: "Chi guida non beve e chi beve non guida", stavolta non ci sono vie di mezzo.

Nel senso che, almeno per due categorie di guidatori, i neopatentati e gli autotrasportatori, il tasso alcolico consentito è di 0,0. Cioè niente: per costoro è proibito anche bagnarsi le labbra nell’alcol. Chi venga sorpreso alla guida, anche solo con lo 0,1 di alcol nel sangue, rischia una multa da 200 a 800 euro; la sanzione raddoppia in caso di provocato incidente stradale. Se si causa, in stato d’ebbrezza alla guida, un incidente mortale, si rischia fino a 15 anni di carcere. Spiega Valducci che "si è depenalizzato lo 0,5 per cento e si è portata l’asticella allo 0,8".

Che significa? "Significa che con lo 0,8 di alcol nel sangue diventa più certa la pena mentre con lo 0,5 in galera non ci andava nessuno". La stretta riguarda anche i Comuni. E anche qui, la filosofia è quella che invita gli Enti locali a "non fare i furbi", come dice Valducci. Molti Comuni, infatti, si sono fatti una pessima fama, quanto a impianti per la sicurezza stradale: autovelox sistemati in punti strategici, semafori con il giallo che dura poco eccetera.

"Ci sono stati alcuni Comuni - dice ancora Valducci - che hanno avuto entrate in modo truffaldino per decine di milioni di euro all’anno. E questo non deve più accadere. Ci saranno i semafori omologati e ci penserà la Polizia a sistemare gli autovelox sulle strade extraurbane primarie. Se poi - continua Valducci - i Comuni non reinvestiranno sulla sicurezza stradale il 50 per cento dei fondi che provengono dalle contravvenzioni, verranno puniti con una riduzione del 3 per cento dei finanziamenti statali a valere sul Fondo ordinario per l’anno successivo".

Insomma, è un mostrare i denti. E un mostrare i denti bipartisan: tutti sono d’accordo che la misura è colma. Però non c’è solo la parte dei divieti; c’è anche la parte della edificazione della sicurezza. Per esempio: il rilascio della patente diverrà un fatto più importante di come è oggi. L’allievo dovrà fare delle prove in autostrada e di guida notturna. Potrà inoltre fare esercizi di guida dall’età di 17 anni a condizione che sia titolare di patente A e che sia accompagnato da un titolare di patente B da almeno dieci anni. Anche la scuola farà la sua parte: dall’anno scolastico 2010-2011 i corsi di educazione stradale diverranno obbligatori.

India: Zamparutti (Pd) scrive a Frattini per gli italiani detenuti

 

Ansa, 16 giugno 2009

 

La deputata radicale del Pd, Elisabetta Zamparutti, ha chiesto "un intervento urgente" del Ministro degli Esteri, Franco Frattini, affinché Angelo Falcone e Simone Nobili - detenuti in India dal 9 marzo 2007 - e gli altri italiani incarcerati in quel Paese possano avere contatti telefonici con i loro parenti in Italia. Falcone e Nobili sono stati condannati il 22 agosto 2008 a dieci anni di carcere con l’accusa di detenzione di 18 chilogrammi di hascisc. Il padre di Falcone da alcuni giorni ha cominciato uno sciopero della fame per richiamare l’attenzione del Governo italiano sulla mancanza di contatti con il figlio. L’on. Zamparutti, nello scorso mese di aprile, ha accompagnato l’uomo in India, dove ha incontrato, oltre ai due detenuti, anche funzionari dell’ambasciata italiana.

Stati Uniti: tre ex-detenuti di Guantanamo arriveranno in Italia

 

Ansa, 16 giugno 2009

 

L’Italia ha accettato di ospitare 3 ex sospetti terroristi detenuti nel campo di detenzione di Guantanamo. Lo ha annunciato il presidente Barack Obama al termine dell’incontro alla Casa Bianca con il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Tra i due presidenti si è anche parlato di un rafforzamento della presenza italiana in Afghanistan. Il presidente del Consiglio ha espresso l’auspicio che il G8 dell’Aquila possa contribuire a sbloccare le trattative sul commercio riguardanti il Doha Round da tempo in fase di stallo.

Dopo quasi due ore di colloquio nello studio ovale (era previsto un incontro di un’ora e un quarto) i due leader si sono concessi a lungo anche alla stampa. "I nostri popoli si amano e non c’è strada migliore per continuare la nostra collaborazione", ha detto il presidente americano. Obama ha poi riconosciuto all’Italia il fatto di essere stato "un alleato cruciale per la coalizione e per gli aiuti alla stabilizzazione" dell’Afghanistan e ha annunciato che l’Italia ospiterà appunto tre detenuti del carcere di Guantanamo.

 

 

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