Rassegna stampa 23 gennaio

 

Giustizia: il Consiglio dei Ministri ha approva il Piano carceri

 

Agi, 23 gennaio 2009

 

Via libera dal Consiglio dei Ministri al piano carceri. Il provvedimento per contrastare l’emergenza penitenziaria sarà inserito come emendamento al Decreto Milleproroghe. Così si realizzeranno nuovi penitenziari per accogliere in modo regolare oltre 60mila detenuti (attualmente i posti regolamentari sono 43mila).

Lo ha detto il Guardasigilli Angelino Alfano. L’ultimo dato, risalente a ieri pomeriggio, parla di 58.200 detenuti in Italia e il piano approvato oggi in Cdm "permette di stare al passo con i tempi, di rispondere alle urgenze che causano un aumento dei detenuti - ha detto Alfano - e di salvaguardare sempre la dignità dei detenuti".

Tre i canali di finanziamento per il nuovo piano di edilizia carceraria: una parte dei fondi saranno attinti dalla Cassa delle Ammende, mentre "una corsia preferenziale consente l’accesso a determinate tipologie di fondi in atto, come previsto dal decreto anticrisi" e "last, but not least", ha detto il ministro Alfano, "il possibile ricorso a finanziamenti privati, come accade in tanti stati occidentali". Poteri straordinari al capo del Dap Franco Ionta, iter più veloci per l’edilizia carceraria. Sono questi, conferma il guardasigilli, i punti centrali del piano carceri approvato dal Consiglio dei ministri.

Per la prima volta, continua Alfano, "il paese sarà dotato di una pianificazione straordinaria dell’edilizia carceraria - spiega Alfano - In tal senso abbiamo conferito poteri straordinari al capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Il suo compito sarà presentare entro 60 giorni un piano che consideri la migliore e più razionale allocazione dei nuovi istituti penitenziari. Il Cdm ha dato anche la possibilità di dimezzare i termini relativi per autorizzare le carceri".

Individuare i siti e indicare il fabbisogno finanziario (tenendo conto anche del ricorso ai "privati") per la costruzione dei nuovi edifici. Questi i compiti affidati a Ionta. "Abbiamo poi scelto la via più rapida - continua Alfano - per ottenere la traduzione in legge di questo provvedimento. Anziché il decreto legge, che richiede sessanta giorni per diventare legge, ci siamo agganciati al decreto Milleproroghe, che scade il primo marzo".

Il Governo apre anche i "privati", ad esempio attraverso lo strumento del "project financing": potranno concorrere al piano straordinario carceri varato oggi dal Consiglio dei ministri per la costruzione di nuovi edifici carcerari. "Questa strada è stata battuta anche in passato ma non è stato centrato l’obiettivo - spiega Alfano - sottoporremo all’attenzione degli imprenditori italiani questa opzione e lo faremo con maggiore concretezza quando il piano sarà redatto".

Giustizia: 75 nuove "carceri leggere", costo di 750 mln di euro

di Claudia Fusani

 

L’Unità, 23 gennaio 2009

 

Snelle, agevoli, modulari, in cemento ma anche prefabbricate, confortevoli, rigorosamente "nei pressi o nell’ambito delle aree degli istituti penitenziari". Vere e proprie colonie penali, almeno 75 in tutto il paese, ciascuna per un massimo di duecento posti dove ogni detenuto avrà una stanza tutta per sé. Carceri un po’ speciali per detenuti un po’ speciali: quelli in attesa di giudizio e per reati minori, giudicati meno pericolosi, circa 15 mila sul totale degli oltre 58 mila ristretti nei 205 penitenziari italiani.

Si chiama circuito di "minima sicurezza" ed è il cuore del provvedimento stamani alla firma del Consiglio dei ministri. Per l’onorevole Niccolò Ghedini, avvocato e consigliere giuridico del Presidente del Consiglio, è "l’unico modo per rispondere in tempi certi all’emergenza del sovraffollamento nelle carceri". Emergenza che, ha detto il premier Berlusconi, "nei mesi estivi potrebbe provocare drammatiche rivolte". È anche tutto quello che rimane nelle mani della maggioranza del "fu" variegato pacchetto giustizia di cui si riparlerà quando Lega e Pdl si saranno messi d’accordo su cosa fare e come.

L’operazione "nuove carceri" avrà un regista - l’attuale presidente del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Franco Ionta - e tempi definiti: 60 giorni per individuare i luoghi dove costruire i nuovi padiglioni; sei-sette mesi per realizzarli con lo strumento finanziario del project f-nancing, capitale privato in cambio di affitti o altri usufrutti.

Ha anche un preventivo di spesa di massima: circa 750 milioni di euro. Ghedini assicura la copertura finanziaria "grazie a residui di fondi per l’edilizia carceraria destinati ma mai utilizzati perché alcuni cantieri non sono mai stati avviati e grazie ai privati che saranno coinvolti - precisa - solo nella costruzione dei padiglioni ma non nella gestione". Si parla anche di utilizzare i depositi della Cassa delle Ammende, 170-180 milioni destinati a progetti di reinserimento dei detenuti.

L’idea di costruire nuove strutture carcerarie e destinarle ai detenuti-soft è stato uno primi progetti del Guardasigilli Alfano e del n. 1 del Dap Franco Ionta. L’unica via d’uscita di fronte al sovraffollamento e ai cantieri infiniti che, secondo l’ultima mappa del Dap, riguardano dieci nuovi istituti in altrettante città e circa quindici interventi di ristrutturazione e ampliamento. Numeri per difetto perché la mappa dei cantieri pensati, finanziati e avviati è tanto complessa quanto ferma. Per lentezze burocratiche.

Ecco allora la necessità del Commissario straordinario e dei pieni poteri come la possibilità di affidare i nuovi cantieri a trattativa privata. "La realizzazione di un padiglione da 200 posti nel comprensorio di un complesso penitenziario già esistente implica una spesa inferiore ai 10 milioni di euro" spiegò Alfano, contro i 45 necessari per costruire ex novo in altre aree. Per non parlare del risparmio di personale di sicurezza e amministrativo.

Giustizia: le carceri diventeranno affari privati in atti pubblici

di Patrizio Gonnella (Presidente di Antigone)

 

Il Manifesto, 23 gennaio 2009

 

"Nuovi istituti, per decreto legge", ha promesso il premier dopo aver cestinato la riforma della giustizia. Torna l’ombra della gestione affidata agli imprenditori. Castelli ci provò nel 2001, spendendo molti soldi senza posare neppure una pietra. Mentre Londra e Washington tornano a fidarsi dello Stato i penitenziari italiani scoppiano. 58mila detenuti, 43mila posti letto. E il ministro riapre il capitolo privatizzazione.

Crescono i detenuti in modo inversamente proporzionale alla cultura giuridica di questo Paese. Oggi sono 58 mila. I posti letto sono solo 43 mila. Ogni mese entrano nelle prigioni italiane circa mille nuovi detenuti. Sino a poco tempo fa, la popolazione reclusa cresceva di mille unità l’anno. Erano 61 mila qualche giorno prima dell’approvazione del provvedimento di indulto. Lo saranno nuovamente tra tre mesi. Tra le proposte del ministro della giustizia Angelino Alfano per affrontare il sovraffollamento vi è quella dell’istituzione di un commissario straordinario all’edilizia penitenziaria con poteri speciali tali da superare a suo dire le pastoie burocratiche e i contenziosi amministrativi che rallentano la costruzione di nuovi istituti penitenziari, ritenuti dal ministero indispensabili vista l’emergenza sovraffollamento.

Il ministro della giustizia si riaffida quindi all’edilizia penitenziaria e c’è chi mormora al bluff del coinvolgimento dei privati. Era il 30 gennaio 2001 quando con decreto il ministro Fassino dispose la dismissione di 21 carceri, incaricando il direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) di reperire le aree ove localizzare nuovi istituti penitenziari da costruire in sostituzione di quelli che sarebbero stati dismessi. Furono stanziati 400 milioni di euro. Fu bandito un concorso di architettura per idee avente a oggetto l’elaborazione di un prototipo originale e inedito di istituto penitenziario di media sicurezza a trattamento penitenziario qualificato. Era la primavera del 2001.

L’istituto-modello avrebbe dovuto prevedere duecento posti letto con celle a due posti dotate di servizi igienici oppure a quattro posti con spazi per il pernottamento e il soggiorno. Di quel concorso non è rimasta traccia. Successe che fui personalmente contattato da un ditta torinese interessata, dopo le aperture di Piero Fassino ai privati, a costruire e gestire un carcere. Voleva sapere se Antigone fosse disponibile a una consulenza gestionale. Non lo eravamo. Nel frattempo, la allora Cdl vinse le elezioni. Così nel 2002 ci provarono il nuovo guardasigilli Roberto Castelli e il premier Silvio Berlusconi a lanciare il tema della privatizzazione. Quest’ultimo al rientro da una visita in Cile elogiò "l’ottimo" modello penitenziario privato cileno.

Reagirono malamente i sindacati autonomi di polizia penitenziaria. Giovanni Tinebra, allora capo del Dap, al rientro da una visita-studio negli Usa affermò pubblicamente: "I primi nove carceri saranno realizzati con fondi dello Stato, messi a disposizione dal ministero delle Infrastrutture. Per tutti gli altri, invece, le risorse verranno raccolte attraverso la Patrimonio S.p.A. Saranno fondi messi insieme grazie alla dismissione della vecchie carceri". Non successe nulla anche quella volta. Nessun privato fu disponibile a mettere un centesimo. Nessuna dismissione di carceri vecchie fu realizzata. O meglio qualcosa successe. Fu costituita da Castelli e Tremonti - anche allora ministro dell’economia - una società, la Dike Aedifica, il cui operato ha interessato non tanto i privati quanto la magistratura.

Uno dei suoi consulenti, Giuseppe Magni, già sindaco leghista di Calco (Lecco), fu indagato per concorso in corruzione e istigazione alla corruzione. Alcune immagini lo riprendevano mentre si vantava di decidere lui i vincitori delle gare d’appalto. L’Espresso definì l’inchiesta come la seconda tangentopoli carceraria. La prima risaliva agli anni ‘80. Protagonista fu il ministro dei lavori pubblici Nicolazzi. Era lo scandalo delle carceri d’oro. I soldi finivano prima della costruzione di un carcere. La Dike Aedifica, al 95% della Patrimonio S.p.A. (controllata dal governo), era amministrata da Vico Valassi, anche lui lombardo e amico del ministro.

La Corte dei Conti il 28 giugno 2005 sostenne che "la costruzione di nuove carceri, la ristrutturazione e l’ampliamento di quelle esistenti assorbono ingenti risorse finanziarie, ma non riescono a migliorare in modo tangibile le condizioni di vita dei detenuti, a causa del continuo aumento del loro numero. Gli stanziamenti del 1986, per complessivi 2.600 miliardi di lire, sono stati diluiti fino al 2000 vale a dire in un arco temporale di ben 13 anni, pari a più di tre volte quello originariamente previsto". In realtà la Convenzione non fu mai formalmente approvata. Del project financing prima e del leasing immobiliare dopo non se ne fece nulla. Un privato di buon senso è disponibile a mettere i soldi per costruire un carcere solo se può guadagnare dalla successiva gestione, oggi chiaramente preclusa dalle leggi e dalla Costituzione. In quegli anni provarono a privatizzare il carcere di Castelfranco Emilia affidandolo alla Comunità di San Patrignano. Fortunatamente anche quella volta il progetto fallì.

 

In Usa e Regno Unito torna la gestione statale

 

L’industria privata delle prigioni è oggi in una fase di stallo dopo il boom degli anni ottanta negli Stati Uniti e degli anni novanta in Gran Bretagna. 111 mila sono i detenuti ristretti nelle carceri private americane. Corrispondono più o meno a un ventesimo del totale della popolazione detenuta. Il sistema penitenziario Usa è articolato: vi sono carceri federali, statali e locali. Sia il governo federale che quello statale possono cedere la gestione del carcere a industrie private pagando una retta per ogni detenuto. È il federalismo penale americano.

I detenuti "privatizzati" sono cresciuti di 20 mila unità dal 2000 a oggi. Nonostante ciò il business è in crisi. Si è infatti fermata la costruzione di nuove galere private e si è interrotto il processo di liberalizzazione dell’apparato securitario americano. Dal 2000 nessun nuovo contratto di gestione è stato stipulato e alcuni accordi sono stati addirittura rescissi. Ad esempio il governo del North Carolina, adducendo un cattivo management, ha interrotto due rapporti commerciali riprendendosi la gestione pubblica e vietando l’importazione di detenuti da altri Stati. Nel febbraio 2001 l’Arkansas ha sciolto i suoi due contratti di gestione privata. Vista la crisi del settore penitenziario privato, è intervenuto nel pieno dell’era Bush il governo centrale avviando alcuni processi di privatizzazione di prigioni federali, sino ad allora indenni dal business. Connecticut, Maine, Massachusetts, New Hampshire, New York, Rhode Islands, Illinois, Iowa, Kansas, Missouri, Nebraska, Wisconsin, Arkansas, Delaware, Nevada, New Mexico Oregon, Utah non hanno galere gestite da industrie private.

Il record di detenuti "privatizzati", non a caso, lo detiene il Texas con 18 mila detenuti, seguito dalla Florida con circa 6 mila. Erano gli anni ottanta, in piena sbornia reaganiana, quando si sviluppò il business delle prigioni negli Stati Uniti d’America. La Corrections Corporation of America (CCA) è l’azienda che tutt’oggi ha la leadership mondiale nel management penitenziario.

Oltre il 50% dei posti letto privati nelle prigioni Usa appartiene alla CCA. Un altro quarto dei posti letto è della Wackenhut Corrections Corporation (WCC). Chi si occupa di galere di solito si occupa anche di ospedali. Così la WCC gestisce 59 tra carceri e ospedali negli Usa, in Europa, in Australia, in Nuova Zelanda e in Sud-Africa. Oggi sia la CCC che la WWC sono tutt’altro che solide dal punto di vista finanziario. Le azioni CCA sono crollate in borsa.

Sono invece 11 le prigioni gestite da privati nel Regno Unito. Una delle prime fu inaugurata a Liverpool nel 1997. La proprietà è della Group 4 Securicour, multinazionale della sicurezza che gestisce altre quattro prigioni in Inghilterra. Anch’essa è nel business della sanità privata. From justice to healthcare è il motto della Serco, che ha in dotazione la gestione di quattro carceri britanniche. Infine vi è la Kalyx, new entry nel business galeotto. Tra il 2000 e il 2005 ne ha aperte tre a Bronzefield, Forest Bank e Peterborough.

Un ottavo circa dei detenuti britannici è gestito da multinazionali della sicurezza. Nel Regno Unito, a differenza che negli Usa, le carceri private sono dirette da un funzionario di Stato e il Prison Ombudsman può liberamente ispezionarle. Anche in Inghilterra è in corso un ripensamento delle politiche di privatizzazione. La BBC ha aperto quest’anno il dibattito sulla inefficienza delle carceri private. L’associazione dei direttori di carcere ha chiesto ufficialmente di ripensare la politica di privatizzazione.

L’esplosione del business si è quindi fermata. Non però per ragioni umanitarie o in ossequio alle indicazioni delle Nazioni Unite, che sin dal 1990 denunciavano i rischi della privatizzazione (violazioni dei diritti umani, assenza di politiche di reinserimento sociale, scarsa trasparenza, cattiva formazione del personale, condizionamento della politica degli arresti e della giustizia in ossequio al principio che più detenuti significa avere più soldi dallo Stato). Il ripensamento è stato dettato da ragioni di sicurezza: il tasso di violenza nelle carceri private (detenuti contro poliziotti e viceversa) è molto più alto e l’ordine pubblico è molto meno garantito.

 

Via ai cantieri, ma il governo aspetta l’emergenza estiva

 

La riforma della giustizia non c’è più. E, a prescindere dalle ambizioni del ministro Alfano, nessuno membro della maggioranza si straccia le vesti più che tanto. La cena a palazzo Grazioli due giorni fa, alla presenza di Umberto Bossi, Ignazio La Russa, con lo stesso premier accompagnato da Gianni Letta, si è conclusa senza dessert: le modifiche al processo penale sono rimandate, ma bisognerà trovare un accordo sulle intercettazioni, visto che oggi scade il termine per presentare gli emendamenti al testo tenuto per mesi a lievitare in commissione giustizia.

Su tutto il resto, però, il premier ha scelto di soprassedere, anche perché le nubi giudiziarie al momento sono ben lontane dalla sua testa. La Corte costituzionale non ha deciso neppure sull’ammissibilità del conflitto sollevato a Milano in relazione al Lodo Alfano e, giusto martedì mattina, i magistrati milanesi hanno deciso di fissare la prossima udienza del processo Mills sì e no tra un anno e mezzo a partire da oggi.

La giustizia, insomma, non è più una priorità e poco importa che ieri il Csm abbia condannato le parole del premier sui magistrati napoletani, accusandolo di averli "delegittimati". L’unica cosa che conta è quanto negativamente l’argomento giustizia potrebbe influenzare l’esito del dibattito con Alleanza nazionale, in vista del congresso di "fusione" del prossimo 27 marzo. Senza dimenticare che la Lega ha bisogno di tener duro almeno fino alle elezioni europee.

Con una breve conferenza stampa, Berlusconi ha chiuso la vicenda: "Ho cominciato la messa a punto del tema giustizia". Resta il nodo delle intercettazioni, affidato alla mediazione della presidente Giulia Bongiorno. Fino a ieri la Lega chiedeva di allungare la lista dei reati "ascoltabili" a furto in appartamento e scippo. Quelli dei colletti bianchi resteranno tutti, comprese corruzione e peculato, ma FI è contraria ad ogni ulteriore allungamento. Oggi si capirà se l’intesa c’è.

L’unico punto rimasto in calendario per il consiglio dei ministri del 23 gennaio è la costruzione di nuove carceri. Ma anche se il via sarà "per decreto", come ha detto il premier, non serve la calcolatrice per sapere che i cantieri non si chiuderanno mai entro il prossimo marzo, data entro la quale le nostre galere torneranno ad essere strapiene, esattamente come accadeva prima dell’indulto.

Su questo punto, però, pare che il governo abbia deciso di giocare d’azzardo. Secondo i calcoli del Dap, la vera emergenza sovraffollamento scoppierà quest’estate, tra luglio e agosto. Ed è lì che il governo Berlusconi vuole arrivare: portare le galere italiane e i loro detenuti sull’orlo del collasso, per poi proporre un intervento di emergenza da far passare sulla testa di Lega e An che prima delle elezioni non sono disposte a cedere.

L’ampliamento dell’affidamento in prova, magari per decreto, visto che l’indulto è ancora un tabù. Il gioco, inutile dirlo, è pericolosissimo. Ieri, davanti ai cronisti, il Cavaliere ha già buttato lì la prima sibillina argomentazione: "Sbrighiamoci, altrimenti a luglio...".

 

1.000 prigionieri in più ogni mese

 

I detenuti sono oggi 58.152. I posti letto regolamentari sono 43.084, anche se si continua a usare il parametro della capienza tollerabile per ridimensionare il dramma, ci sono già 15.068 persone in più. Dal 31 dicembre del 2007, quando erano, 48.693, i prigionieri sono cresciuti di 1000 unità al mese. Un tasso ben più ampio di tutti quelli passati. Il 31 dicembre del 2005, sette mesi prima dell’approvazione dell’indulto, la popolazione detenuta ammontava a 59.523 unità.

Se si considera che il 31 dicembre del 2001 i reclusi erano 55.275, vuol dire che il tasso di crescita nel quadriennio del primo governo Berlusconi (2001-2005) è stato di circa mille unità l’anno. Il 31 dicembre del 1996 i detenuti erano 47.709, dunque, nei cinque anni di governo del centro-sinistra i detenuti sono cresciuti di poco più di 1.500 unità l’anno. L’aumento progressivo del tasso di crescita carcerario è l’effetto di tre leggi: la ex Cirielli sulla recidiva, la Fini-Giovanardi sulle droghe e la Bossi-Fini sull’immigrazione. Leggi che oggi iniziano a produrre i loro drammatici effetti inflattivi.

Giustizia: piano carceri ok, su intercettazioni ancora limature

 

Il Velino, 23 gennaio 2009

 

Oggi, con l’approdo del piano carceri in Consiglio dei ministri, il governo comincia a sbrogliare la matassa-giustizia. Il provvedimento per fronteggiare l’emergenza del sovraffollamento nelle carceri sarà inserito nel Decreto Milleproroghe - ora all’esame della commissione Affari costituzionali del Senato - da convertire entro il primo marzo.

L’esecutivo - dopo un incontro fra il Guardasigilli e il capo dello Stato - avrebbe deciso di non procedere con un decreto legge ad hoc per non "ingolfare il percorso parlamentare" con un altro provvedimento urgente. Intanto è stato nominato il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria previsto dal provvedimento, che sarà Franco Ionta, attuale capo del Dap. Il piano carceri è il primo testo del complessivo pacchetto sulla giustizia su cui il ministro Angelino Alfano sta lavorando da tempo. L’intenzione del governo è quella di arrivare, nelle prossime settimane, a presentare le nuove norme sul processo penale e, successivamente, la riforma costituzionale.

Sulle intercettazioni il confronto in corso nella maggioranza ha visto l’apertura da parte del presidente del Consiglio alle richieste di An e Lega di includere tra i reati intercettabili anche quelli contro la pubblica amministrazione, dal peculato alla corruzione (cosa per altro già prevista dal disegno di legge Alfano già all’esame del Parlamento). Nella riforma cadrebbe insomma il meccanismo dei divieti costruiti sull’elenco dei reati intercettabili, ma subentrerebbe quello dei limiti temporali che varieranno a secondo della gravità del reato. Il premier apre anche sulla possibilità di abbassare da dieci a cinque anni il "tetto" dei reati per cui sarebbero permesse le intercettazioni: "Non credo sia così importante - dice - è sufficiente che vi sia una limitazione temporale nel loro utilizzo". Ma è netto nel condannare il sistema delle intercettazioni: "Un sistema marcio che ha consentito cose inenarrabili". Per Berlusconi resta fondamentale il principio, inserito in un emendamento presentato dal capogruppo Pdl in commissione Giustizia alla Camera, Enrico Costa -, che le intercettazioni dovranno essere autorizzate non in base ad una generica notizia di reato ma quando vi sia un preciso indizio di colpevolezza.

Nella riforma "sta passando un principio fondamentale" secondo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti "non si va più a pesca con le reti a strascico, cioè in base a una generica notizia di reato ma quando vi sia un preciso indizio di colpevolezza. Allo stesso tempo - aggiunge - si cerca ragionevolmente di ridurre i tempi di queste intercettazioni, che tra l’altro sono costose, ma devono essere limitate nel tempo come tutti gli strumenti". Enrico Costa spiega le tre direttrici fondamentali su cui intervengono gli emendamenti del Pdl al testo Alfano: "In primis, evitare l’abuso del ricorso alle intercettazioni e quindi consentirle solo in presenza di indizi di colpevolezza". Quindi evitare la pubblicizzazione di dati relativi alle intercettazioni, "fenomeno che purtroppo negli anni - dice Costa - è andato acuendosi, provvedendo quindi a sanzionare l’omesso controllo da parte dei soggetti preposti".

E infine "evitare uno spreco di denaro pubblico attraverso il controllo della Corte dei Conti e un limite di spesa alle Procure". La disciplina delle intercettazioni è il primo banco di prova del confronto tra maggioranza e opposizione sulla riforma della giustizia. Il Pd ha presentato settanta emendamenti al disegno di legge del governo (il termine scadeva oggi alle 17), allo scopo di ampliare la lista dei reati intercettabili, evitare che le indagini contro la criminalità organizzata subiscano limitazioni, salvaguardare il diritto di cronaca. Ai 70 del Pd, si sono aggiunti 30 emendamenti dell’Udc, che sommati ai circa 200 dell’Italia dei valori e ai 60 presentati da Pdl e Lega, fanno un totale di 360 emendamenti.

Il Pd ha giudicato positivamente l’apertura del premier a includere tra i reati intercettabili quelli contro la pubblica amministrazione, ma il giudizio complessivo è che la maggioranza non ha una politica della giustizia ed è profondamente divisa sia sulle intercettazioni, sia sul processo penale. "Da tre mesi Berlusconi annuncia che nel prossimo Consiglio dei ministri verrà approvata la riforma della giustizia: è evidente che c’è una divisione nella maggioranza non risolta, e questo ci preoccupa" dice il capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro. "Domani - ha aggiunto il ministro della Giustizia ombra Lanfranco Tenaglia - in Cdm la maggioranza delle divisioni partorirà un topolino, il piano carceri".

E mentre Antonio Di Pietro prepara le barricate e annuncia per il 28 gennaio una manifestazione contro la riforma della giustizia e delle intercettazioni - "Berlusconi vuole mettere il bavaglio ai magistrati", dice il leader del Idv -, un appello al dialogo sulla riforma della giustizia, "banco di prova decisivo per riannodare un dialogo fruttuoso tra le diverse forze politiche e indicare con credibilità a tutti i cittadini i principi della legalità e della giustizia", arriva oggi dal presidente del Senato Renato Schifani.

Per Schifani "forse per troppo tempo si è voluto, o comunque si è permesso, che una sorta di competizione giudiziaria divenisse motivo di opposizione con la politica e addirittura, tra i diversi partiti. Confido che alla vigilia del dibattito sulla riforma della giustizia - è l’augurio di Schifani - il confronto sia costruttivo, in un clima di reale collaborazione tra le diverse forze politiche". Intanto, un consiglio al Cavaliere arriva da Umberto Bossi: "Sulla giustizia valuti l’idea di trattare su tutto. Perdi un po’ di tempo, ma non troppo", dice il leader della Lega. "Berlusconi faccia come me: ho mandato avanti Calderoli, ma io ero dietro".

Giustizia: Pd; "piano" dia sicurezza cittadini e dignità detenuti

 

Apcom, 23 gennaio 2008

 

"La soluzione del problema del sovraffollamento delle carceri italiane attraverso la costruzione di nuovi istituti penitenziari deve segnare un momento significativo per ripensare il modello edilizio penitenziario e affrontare le nuove esigenze e i nuovi bisogni dei detenuti". È quanto afferma il capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera Donatella Ferranti.

"Non basta dire costruiremo nuove carceri - aggiunge - il ministro Alfano deve agire in modo organico e razionale ripensando anche il modello edilizio penitenziario, tenendo conto sia delle esigenze di elevata sicurezza per i detenuti in regime di 41-bis, Alta sicurezza (As), Elevato indice di vigilanza (Eiv), sia delle condizioni dei detenuti comuni per i quali si dovrà prevedere un potenziamento degli spazi comuni e maggiori possibilità del lavoro in carcere, anche attraverso convenzioni con gli enti locali ed eventualmente le imprese private".

Riguardo alla scelta di utilizzare fondi privati per finanziare i nuovi carceri, sottolinea Ferranti, "l’importante è che sia assicurata in modo peculiare la trasparenza del procedimento, l’affidabilità delle imprese e l’assoluta assenza di qualsiasi legame diretto e indiretto con le imprese criminali. Fermo restando che questo non può rappresentare un primo passo per la privatizzazione della gestione delle carceri.

Alla quale siamo fermamente contrari". "Inoltre - conclude - il ministro non dovrà dimenticare di rivedere il piano organizzativo e di valorizzazione della professione e formazione della polizia e degli operatori penitenziari la cui professionalità è troppo spesso avvilita e le condizioni di lavoro rischiano di non essere molto diverse da una carcerazione immeritata".

Giustizia: per Berlusconi in arrivo "grane" che non s’aspettava

 

Aprile on-line, 23 gennaio 2009

 

Maggioranza sempre più in alto mare sul fronte della giustizia. Berlusconi rinuncia a presentare in Consiglio dei ministri la riforma del processo penale. Non c’è accordo, e non vuole ritrovarsi impallinato in Parlamento. Sulle intercettazioni, prosegue la discussione tra le diverse anime del centrodestra.

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi aveva promesso che di giustizia si sarebbe occupato il primo Consiglio dei ministri del 2009. Era in cantiere, in effetti, il primo passo di quella che dovrebbe essere, negli intenti dell’esecutivo, una rivoluzione strutturale del sistema: la riforma del processo penale. Ma Berlusconi non aveva fatto i conti, evidentemente, con la sua maggioranza. Così ha dovuto fare marcia indietro.

In Cdm solo l’esame e l’approvazione del pacchetto carceri, con relativa istituzione di un supercommissario all’edilizia penitenziaria. Per quanto riguarda il penale e la modifica del rapporto tra pm e polizia giudiziaria (ovvero: paletti all’autonomia dei primi), il premier di concerto con il Guardasigilli Angelino Alfano ha deciso di soprassedere.

Il provvedimento verrà presentato dopo ulteriori approfondimenti e vertici, non sono bastati gli innumerevoli, tecnici e politici, degli ultimi giorni. Il timore del Cavaliere è quello di spedire in Parlamento un testo su cui non c’è accordo complessivo e ritrovarsi sotto lo sgradevole fuoco di fila dei franchi tiratori.

E se per il penale si piange, per le intercettazioni di certo non si ride. Oggi è scaduto, in Commissione Giustizia alla Camera, il termine di presentazione degli emendamenti al disegno di legge governativo, che pende in Parlamento dal giugno scorso.

Il testo base prevede una brusca diminuzione dei reati "intercettabili", stabilendo una soglia minima di dieci anni di pena. Si fa eccezione per i reati contro la Pubblica amministrazione, nonostante il malumore di Berlusconi che, a più riprese, ha manifestato la volontà di correggere il testo in senso ancora più restrittivo.

Qui si è sviluppata una battaglia con la Lega nord e Alleanza nazionale, che si sono battute, invece, per allargare ancora lo spettro dei permessi, chiedendo ad esempio autorizzazioni automatica ai pm per reati come sequestro di persona, estorsione, rapina, scippo e furto. Anche qui la discussione è in alto mare, l’ultimo campo di battaglia si è sviluppato attorno alla durata: Berlusconi e Alfano hanno proposto, in cambio di un allargamento dello spettro, un sistema a durata variabile. Per i reati più gravi (mafia e terrorismo) le intercettazioni sono consentite all’infinito, per gli altri, a seconda della durata della pena, si andrebbe da un limite di 15 a uno 90 giorni. C’è parecchio da discutere, ancora, e pare che il testo non sarà licenziato in tempi brevi.

In commissione, nel frattempo sono stati depositati 360 emendamenti. Settanta dal Pd, trenta dall’Udc, una sessantina tra Lega nord e Popolo della libertà. L’Italia dei valori è sul piede di guerra, ne ha presentati duecento. Antonio Di Pietro non si fida "di un governo che ha fatto il lodo Alfano" e ha promesso di contrastare "questa riforma e quella della giustizia sia in aula che fuori: il 28 gennaio in piazza della Repubblica faremo una seconda Piazza Navona di protesta".

Emendamenti a doppia firma, Lega - Pdl, non ce ne sono, a parte uno che stabilisce che le intercettazioni potranno essere richieste solo in presenza di "indizi di colpevolezza". Si profila quindi una fuga in avanti in senso restrittivo, visto che il ddl del governo attualmente prevede che si possano autorizzare "quando vi sono gravi indizi di reato". Il Pd è andato subito sulle barricate.

C’è abbondante spazio, poi, per ulteriori modifiche, visto che relatore e governo possono presentare proposte anche oltre il termine di scadenza. Pare che Giulia Bongiorno (che appunto è relatrice) abbia intenzione di depositare un pacchetto di modifiche per allargare la lista dei reati intercettabili alla rapina, al sequestro di persona ed estorsione e non apportare limitazioni, rispetto alla normativa vigente, alle intercettazioni ambientali per mafia e terrorismo. La Bongiorno vorrebbe prevedere infine una pena in alternativa (arresto o ammenda) per chi viola il divieto di pubblicazione degli atti.

Il folto gruppo degli emendamenti del centrodestra, in ogni caso, sarà assottigliato la settimana prossima, quando sopravvivranno soltanto quelli su cui tutta la maggioranza avrà trovato l’accordo. Ed, eventualmente, la Bongiorno calerà i suoi.

Il pacchetto di emendamenti del Pd ha come scopo principale quello di ampliare l’ambito dei reati che costituiscono il presupposto per le intercettazioni, inserendo il sequestro di persona, la violenza sessuale e atti sessuali con minorenne, la prostituzione, la rapina, l’estorsione, la truffa ai danni dello Stato, la circonvenzione di incapaci, l’usura, la ricettazione, il traffico illecito di rifiuti, l’associazione per delinquere, l’adulterazione, contraffazione e commercio di sostanze alimentari, l’incendio e l’incendio boschivo, la bancarotta fraudolenta. In alternativa, proposta di abbassare la soglia minima portandola a coincidere con i reati con almeno sette anni di pena detentiva.

Dai democratici anche la richiesta di inasprire le intercettazioni per reati di mafia e camorra. Il Pd contesta inoltre il divieto, voluto dal governo, di pubblicare qualsiasi notizia concernente un procedimento penale fino alla chiusura delle indagini preliminari.

La proposta, quindi, è quella di "mantenere per gli atti di indagine coperti da segreto il divieto di pubblicazione" e di "mantenere il divieto di pubblicazione delle intercettazioni finché non siano concluse le indagini preliminari", vietando sempre quelle dichiarate irrilevanti "che verranno distrutte". In ogni caso, per i cronisti che violino il divieto di pubblicazione non si prevede il carcere, ma solo "sanzioni pecuniarie consistenti" per tutti i responsabili della violazione del segreto.

"Il governo - ha criticato il Guardasigilli "ombra" Lanfranco Tenaglia - non ha una politica della giustizia, che è fatta dai voleri del premier al quale ogni tanto qualcuno cerca di opporsi". Per il dialogo, comunque, "attendiamo con ansia l’inizio del confronto parlamentare". Per ora, soddisfazione dal capogruppo Antonello Soro per la soluzione che si profila sul fronte dei reati contro la Pubblica amministrazione, che dovrebbero rimanere intercettabili.

Giustizia: Saponara (Csm); i giudici devono darsi delle regole

di Luca Fazio

 

Il Giornale, 23 gennaio 2009

 

Della necessità di intercettare, della scelta dei reati per cui è sensato farlo e di quelli per cui non lo è, il Consiglio superiore della magistratura si è occupato più volte. Ma ora è necessario che si cominci a occupare anche di "come" si intercetta: di come si scelgono le aziende ammesse dalle Procure a questo business, di quali controlli vengono effettuati per evitare intrecci strani e sperperi di denaro pubblico. A dirlo è Michele Saponara, avvocato milanese, ex parlamentare, oggi consigliere laico - cioè di nomina parlamentare - del Csm.

"È chiaro - dice Saponara - che in prima battuta il controllo sulla regolarità di questi appalti e la vigilanza per evitare commistioni spettano ai capi degli uffici, cioè ai Procuratori della Repubblica, e che il controllo su quello che accade tocca al ministero della Giustizia, eventualmente anche attraverso il suo ufficio ispettivo. Ma il Csm ha anche una funzione di indirizzo sulla gestione degli uffici, ed è una funzione che ha sempre esercitato con attenzione. Anche in questo delicato settore io credo che dobbiamo fare sentire la nostra voce".

Di allarmi, d’altronde, ne è scattato più di uno. In dicembre le rivelazioni del Giornale sulla inverosimile disparità di costo tra le intercettazioni delle varie Procure, con pm "virtuosi" come quelli di Roma e altri che pagano fino a cinque volte tanto le stesse microspie. Poi la visita nella Procura milanese degli ispettori del ministro Alfano che riscontrano irregolarità a raffica nella gestione proprio delle intercettazioni. Infine la "Gola Profonda" che dall’interno del business del Grande Orecchio lancia accuse ad alzo zero sulle commistioni tra investigatori e intercettatori.

"Già in una occasione - racconta Saponara - come Consiglio abbiamo affrontato direttamente la questione, nel corso dell’audizione del procuratore di Bolzano, Cuno Tarfusser. Il dottor Tarfusser ci ha spiegato, insieme alle tante misure prese per razionalizzare il suo ufficio, anche come abbiano messo ordine negli appalti esterni per l’affitto delle microspie e per le altre attività collegate alle intercettazioni telefoniche e ambientali".

"Io credo - dice ancora Saponara - che misure analoghe di razionalizzazione, e anche di trasparenza, vadano estese a tutti gli uffici giudiziari. Si tratta in primo luogo di districare la giungla dei prezzi gonfiati, in modo da ridurre i costi che gravano sul contribuente. Di questi tempi, direi che è una esigenza prioritaria.

Ma si tratta anche di fare chiarezza sul modo in cui vengono selezionate le aziende ammesse a questo tipo di attività che è estremamente delicata. Si tratta di un’attività per sua natura invasiva della vita dei cittadini, e che passa per le mani di un soggetto privato: credo che si debba capire bene chi sono questi privati. E, detto in parole povere, bisogna fare in modo che gli incarichi vengano affidati in base a criteri di correttezza e economicità, e non all’amico dell’amico".

Giustizia: presentata "carta dei diritti" per la salute in carcere

 

Agi, 23 gennaio 2008

 

Una "carta dei diritti" per l’assistenza sanitaria ai detenuti è stata presentata questa mattina a Roma dalla Cgil- Funzione Pubblica. Si tratta di una carta che ha come fine diventare un punto di riferimento per tutti coloro che lavorano nell’ambito della sanità all’interno delle carceri italiane. "Il carcere è il luogo per definizione di costruzione dei diritti - ha detto Fabrizio Rossetti, coordinatore nazionale della Fp-Cgil - il diritto alla salute non è mai stato dichiarato nelle carceri e oggi abbiamo bisogno tutti insieme di una piattaforma rivendicativa per chi lavora all’interno del carcere".

La carta dei diritti segnala al primo punto il "diritto alla prevenzione e promozione della salute" nelle carceri che deve avvenire attraverso l’informazione, l’educazione e lo scambio di esperienze. Secondo la Fp-Cgil anche il detenuto che è costretto nelle strutture penitenziarie minorili o negli ospedali psichiatrici giudiziari di aver diritto alla libertà di cura alla scelta da una pluralità di terapie.

C’è quello destinato ai detenuti tossicodipendenti per i quali la carta dei diritti prevede delle terapie appropriate che siano anche integrate e sostitutive della detenzione. Un altro aspetto toccato dalla carte dei diritti è quello del "rispetto della privacy" con la riservatezza delle cure, della gestione dei dati e degli ambienti. Si richiede inoltre il diritto alla maternità "consapevole e responsabile" e a viverla anche al di fuori degli ambienti detentivi.

Sono in tutto dieci punti con i quali la Cgil ritiene di offrire una propria visione sul diritto alla salute nelle carceri. Ma la Fp-Cgil si rivolge anche agli operatori sanitari che lavorano all’interno degli istituti penitenziari chiedendo per loro il diritto di "partecipazione alla programmazione, alla verifica ed al controllo". Un diritto alla formazione nella certezza delle risorse economiche.

Giustizia: Uisp; Dipartimento Minorile rischia smembramento

 

Comunicato stampa, 23 gennaio 2009

 

Il Dipartimento Giustizia Minorile rischia lo smembramento: la denuncia dell’Uisp si fonda sulla bozza di riforma della giustizia che prevede, tra le altre cose, una nuova configurazione delle circoscrizioni giudiziarie, attraverso un accorpamento degli uffici giudiziari più piccoli.

Inoltre, per il settore giustizia minorile, l’anno 2009 si apre all’insegna di un’ormai insostenibile precarietà sul piano delle risorse finanziarie: sono stati operati tagli che variano, tra i diversi capitoli di bilancio, dal 30% al 60% del già insufficiente budget 2008.

L’Uisp lancia l’allarme: così si rischia la cancellazione della Giustizia Minorile italiana, un sistema che oggi, di fatto, è uno dei più avanzati d’Europa.

Lo smembramento del sistema influirà negativamente sul livello delle garanzie dei diritti e su quello delle funzioni istituzionali e sociali della Giustizia Minorile. La riforma, inoltre, sarebbe in netto contrasto con le indicazioni europee in materia e con la Raccomandazione del Comitato dei Ministri agli Stati membri concernente le nuove modalità di trattamento e prevenzione della delinquenza minorile.

In altre parole l’Italia sarebbe in controtendenza: mentre l’Europa va verso un’accentuazione della specificità del settore, l’Italia scivola verso uno smantellamento di un sistema che oggi, malgrado le difficoltà ottiene risultati importanti, registrando un tasso di recidività dei minori molto contenuto.

L’Uisp che da sempre interviene negli istituti minorili attraverso lo sport, concorrendo alla diffusione di una cultura della legalità e del reinserimento, rivolge un appello al governo affinché il sistema della giustizia minorile italiano non venga smantellato ma, al contrario, venga valorizzato e adeguatamente finanziato.

 

Ufficio stampa Uisp

Como: detenuto genio del computer "matricola" a Ingegneria

di Paola Pioppi

 

Il Giorno, 23 gennaio 2009

 

Debutta in facoltà con "Analisi informatica" e "Fondamenti di informatica", i primi due esami del corso di Ingegneria informatica al quale si è iscritto Bogdan Gabriel Ionescu, hacker romeno di 20 anni detenuto al Bassone per una grossa truffa informatica commessa ai danni di BancoPosta. A novembre è stato tra i pochi a superare il test di ammissione al Politecnico di Milano, nella sede comasca di viale Roosevelt, il primo in assoluto a consegnare il risultato, sollevato dalla sua semplicità. Una semplicità che invece è risultata insuperabile per molti studenti che ambivano ad iscriversi allo stesso corso di laurea.

Ora, all’inizio di febbraio, darà i primi due esami (e quasi sicuramente saranno i docenti ad entrare in carcere, piuttosto che lui ad essere tradotto in facoltà), ma in realtà avrebbe voluto poter affrontare più materie contemporaneamente, cosa che invece è resa impossibile dal calendario universitario.

Il ragazzo, che ora ha deciso di affrontare un corso di studio serio, è ritenuto da tutti una sorta di genio informatico, capace di gestire la materia a livelli ineguagliabili. Tale padronanza lo ha però portato a realizzare il sistema di truffe via mail di BancoPosta, con il quale sono stati sottratti decine di migliaia di euro a persone che, prive della sufficiente dimestichezza con il web, hanno risposto alle false indicazioni distribuite a pioggia in tutta Italia dal gruppo che aveva assoldato Ionescu.

Il ragazzo, figlio di una docente universitaria e di un dirigente del governo romeno, ha patteggiato tre anni, uscendo dal processo ancora aperto per gli altri indagati. Domenica avrà scontato un anno della sua condanna, facendo scendere il residuo sotto i due anni, condizione che potrebbe consentirgli di essere assegnato ai domiciliari. La domanda sarà presentata a breve dal suo avvocato, Pierpaolo Livio, e nel frattempo, i padri Somaschi viale Roosevelt a Como, accanto alla basilica del Crocifisso, si sono dichiarati disponibili ad accoglierlo in cambio di assistenza tecnica al loro sistema informatico, e nella speranza che possa coinvolgere nei suoi interessi e motivare altri ragazzi ospiti della casa di accoglienza.

Soprattutto i religiosi credono fortemente nel recupero degli errori commessi da Ionescu, motivo per cui stanno collaborando alla possibilità di farlo uscire dal carcere per consentirgli di studiare in condizioni migliori. Per lui è stata chiesta anche la grazia al Presidente della Repubblica, e Ionescu ha scatenato l’interessamento di molte persone, tra cui il console generale di Romania in Italia.

Immigrazione: dall’Ue 167 milioni per rimpatri e l'integrazione

 

Redattore Sociale - Dire, 23 gennaio 2009

 

L’Unione Europea ha concesso all’Italia 157 milioni per gestire le politiche di immigrazione. Lo annuncia il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, spiegando che si tratta di "71 milioni concessi per il piano di rimpatri e 96 milioni per progetti di integrazione di cittadini comunitari che hanno il diritto di restare in Italia".

 

Maroni: "Da oggi a Lampedusa è attivo il centro espulsione"

 

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera, su proposta del ministro dell’Interno Roberto Maroni, all’attivazione di un "centro di identificazione ed espulsione" a Lampedusa che affiancherà "da oggi" il centro di accoglienza.

Lo ha annunciato in conferenza stampa a palazzo Chigi lo stesso ministro Maroni spiegando che il centro "si trova in vecchia base militare all’estremità occidentale dell’isola, lontano dai centri abitati" e che vi sono "già stati trasferiti i primi cittadini extracomunitari per l’identificazione". Il Cdm, spiega Maroni, "ha approvato la mia linea di rigore". Il ministro ha dunque deciso di mantenere "i clandestini nell’isola".

Maroni ha ricordato che a Lampedusa sono presenti "1.677 cittadini extracomunitari" e che dal primo gennaio si è proceduto al "rimpatrio di 150 persone, egiziani e nigeriani, direttamente da Lampedusa". Il titolare del Viminale parla poi di "circa 850 domande di asilo presentate alla commissione d’esame sull’isola, di queste - spiega - ne sono state accolte 377. Si tratta solo di cittadini provenienti da paesi in guerra". Inoltre, aggiunge Maroni, "a Lampedusa sono stati accolti 344 minori immigrati, già portati in centri per appositi".

Immigrazione: Lampedusa contro Maroni; 2.000 i clandestini

 

La Repubblica, 23 gennaio 2009

 

La giovane nigeriana giunta due giorni fa a Lampedusa con altri 62 disperati, non ce l’ha fatta. È morta nell’ospedale di Palermo per gravi ustioni e assideramento, che l’hanno tormentata nei sette giorni di viaggio dal mare libico fino alle coste siciliane.

Il suo compagno, Odemije, ha appreso la notizia ieri mattina nel centro di accoglienza dell’isola, dove la situazione da giorni è vicina al collasso e centinaia di extracomunitari dormono all’addiaccio: nella struttura che può ospitare fino a 800 persone ce ne sono quasi 2.000.

La scorsa notte un centinaio di clandestini è riuscito a fuggire dal Centro mentre era in corso una rumorosa protesta dei lampedusani che non accettano la decisione del ministro degli Interni, Roberto Maroni, di istituire un altro centro di accoglienza nella base Loran della Marina sull’isola. La tensione è altissima e ieri il prefetto Morcone, Capo Dipartimento per l’immigrazione inviato dal Viminale a Lampedusa, è stato contestato vivacemente dagli isolani, che hanno impedito il trasferimento di centinaia di clandestini dal vecchio Centro al nuovo bloccando le strade di accesso alla base.

Nonostante piovesse a dirotto, centinaia di uomini, donne e bambini dell’isola non hanno mollato. A Lampedusa è giunto in fretta e furia anche il questore di Agrigento che ha tentato di convincerei manifestanti, ma inutilmente, ad andare via.

"Vogliono militarizzarci, quest’isola vive di turismo che è il nostro pane quotidiano ed il ministro Maroni non può permettersi di distruggere anni ed anni di fatiche" è la protesta dei lampedusani, che non risparmiano critiche alla loro ormai ex leader Angela Maraventano la quale, prima di diventare senatrice della Lega, era in prima fila a guidare le rivolte.

Sulla facciata del comune è stato affisso un grande lenzuolo con su scritto: "Cosa dirai ai tuoi figli, Senatrice "venduta"?". Per Morcone e gli altri funzionari del Viminale inviati a Lampedusa non è affatto facile continuare a gestire una situazione che di ora in ora diventa sempre più complessa.

Ora sono difficili anche i rapporti con il "118", che molto spesso rifiuta di trasferire negli ospedali di Palermo o di Agrigento extracomunitari che secondo i sanitari del piccolo ospedale dell’isola necessiterebbero di cure e di interventi vitali. L’ultimo caso in ordine di tempo, proprio l’altro ieri, un nordafricano che aveva ingerito 5 lamette. I medici dell’ospedale ne hanno chiesto l’immediato trasferimento sulla terraferma ma senza successo. Oggi a Lampedusa arriverà una delegazione del Pd, guidata dal vicesegretario Dario Franceschini.

Droghe: l’Associazione Libera contesta dati Osservatorio Onu

 

Redattore Sociale - Dire, 23 gennaio 2009

 

Sono 1.400 le tonnellate di droga "invisibili" agli occhi delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti secondo il rapporto presentato stamattina: 600 annue per l’Unodc, 2000 per Libera.

Colombia, Stati Uniti e Unodc (United Nations Office on Drugs and Crime) sono il nuovo triangolo delle Bermuda, ma nel nulla non scompaiono aerei o mercantili, bensì i dati sulla droga. Interi carichi di cocaina pura e migliaia di ettari di piantagioni. Soltanto lo scorso anno circa 1.400 tonnellate di stupefacente sono infatti diventate invisibili agli occhi delle Nazioni unite e degli Stati uniti.

Lo rivela Libera in una ricerca sulla produzione e il traffico di cocaina mondiale presentata oggi a Roma nella sede della Federazione Nazionale della Stampa. Sotto accusa i dati forniti dall’Unodc, ufficio deputato alla raccolta dei dati sul traffico di droga mondiale e al contrasto del fenomeno, e dalle autorità americane, secondo i quali la produzione di cocaina corrisponderebbe a 600 tonnellate annue, contro le 2.000 contestate dall’associazione di don Ciotti.

Nel corso del 2008, grazie al lavoro di Sandro Donati, Libera ha raccolto un’enorme quantità di dati (per un totale di 25.914) che dimostrano come tra le carte dell’Unodc ci siano falle enormi. Secondo quanto riporta lo studio, solo nel 2008 l’Observatorio Nacional de drogas de Colombia, che raccoglie e diffonde in comunicati giornalieri l’attività di contrasto al traffico di cocaina di diversi organismi governativi, militari e di polizia, sono state registrate 2.338 azioni antidroga che hanno portato alla scoperta e alla distruzione di 3.348 laboratori del prodotto intermedio, ovvero la coca base.

Inoltre, le autorità hanno scoperto e distrutto anche 311 cristalizaderos, raffinerie dalle quali esce il prodotto finale: il cloridrato di cocaina. Il prodotto immesso sul mercato. Dalle stime fornite sulla produzione mensile di circa la metà dei cristalizaderos individuati dalle autorità, il dato dell’Unodc pare immediatamente inadeguato. La somma della produzione media di 152 raffinerie è pari a 599 tonnellate e 494 chilogrammi di prodotto finito. Mezzo chilo in meno del dato Unodc. A tale dato mancano, però, le stime dei restanti 159 cristalizaderos. Nonostante le dimensioni paragonabili ai 152 per cui sono state rese note le stime, lo studio calcola per prudenza la loro produzione in sole 200 tonnellate. Per un totale di 800 tonnellate prodotte in un solo mese.

Il risultato finale dell’elaborazione permette di ritenere che i 311 cristalizaderos colombiani abbiano prodotto nel 2008 almeno 1.400 tonnellate di cocaina. A questo dato, continua il rapporto, va aggiunta la produzione delle raffinerie non individuate dalle autorità, che in base alla quantità di droga sequestrata nelle fabbriche clandestine è molto più alta della produzione dei cristalizaderos distrutti.

Seguendo criteri restrittivi le raffinerie non distrutte hanno prodotto soltanto 600 tonnellate di droga. Da questo dato si giunge ad un "prudente" totale di almeno 2.000 tonnellate di cocaina, una produzione 3,3 volte superiore alle stime dell’Unodc e 3,7 volte maggiore delle stime statunitensi.

"Sulla raccolta dei dati - spiega Donati - sono stati adottati criteri restrittivi per poter il più possibile dare una stima realistica della produzione annua di cocaina. Questo a causa delle possibili obiezioni sul rischio propaganda delle diverse forze di polizia colombiane".

Tra le varie stime provenienti anche da diverse fonti, però, c’è un’omogeneità di fondo, anche rispetto ai sequestri e sulla dimensione complessiva delle rotte aeree e navali sospette rilevate dalle autorità statunitensi. Tutti i dati dello studio, come già fatto in occasioni precedenti, verranno messi a disposizione delle istituzioni nazionali e internazionali che vogliano verificarli e prenderne atto.

 

L’Unodc "non vede" 500 mila ettari di coltivazioni di coca

 

Quasi 500 mila ettari di superficie colombiana sono stati destinati alla coltivazione di coca, contro i 99 mila ettari individuati dall’Unodc nel 2007. È quando salta fuori dai calcoli proposti dallo studio sulla produzione di cocaina mondiale presentati da Libera questa mattina. Secondo i dati forniti dall’Unodc, le 600 tonnellate di cocaina prodotte in un anno dovrebbero essere la produzione stimata per il 2007 corrispondente a 99 mila ettari di superficie coltivata. Secondo lo stesso parametro di rendimento i dati di Libera riguarderebbero, invece, una superficie di oltre 330 mila ettari netti coltivati.

La superficie netta è quella restante dopo le eradicazioni o le fumigazioni aeree. Secondo i dati del 2008 le eradicazioni hanno interessato circa 96 mila ettari e 130 mila sono stati fumigati per via aerea. Sommando i 330 mila calcolati in base al rendimento proposto dalle Nazioni unite nel 2008, si ottiene la superficie destinata alla coltivazione di coca nel 2008 di quasi 500 mila ettari.

La stima dell’Unodc, spiega la ricerca, è incompatibile con i dati delle eradicazioni e delle fumigazioni. Secondo Francisco Thoumi, esperto colombiano del Trans National Institute, è evidente una netta sproporzione tra i dati. L’incompatibilità del dato Unodc, però, trova altre conferme. All’inizio di dicembre 2008 il vice presidente colombiano Francisco Santos ha infatti dichiarato che gli ettari di selva tropicale distrutti annualmente dalle coltivazioni di coca nel territorio colombiano sono circa 300 mila, anche se il dato presentato in altre occasioni dallo stesso Santos si aggirava intorno ai 200 mila. La sottostima dell’Ufficio delle Nazioni unite per la lotta alla droga è stato inoltre contestato da vari Dipartimenti.

Solo nel caso del Dipartimento di Narino, uno dei più importanti per la produzione di coca, la sottostima della zona coltivata è enorme: 60 mila ettari, contro i 15.606 individuati dalle Nazioni unite. In questa occasione anche l’Ambasciatore statunitense in Colombia William Wood, ha riconosciuto l’errore: "è evidente la sottostima allorché la superficie fumigata risulta ben superiore a quella stimata".

In altri Dipartimenti, poi le eradicazioni manuali superano, a volte anche di tanto, le stime. Anche le recenti ammissioni di Salvatore Mancuso, paramilitare colombiano dell’Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) sono contrastanti con i dati delle Nazioni unite. Secondo quest’ultimi infatti nel Distretto di Cordoba gli ettari destinati alla coltivazione di foglie di coca erano circa 1.500, mentre secondo le dichiarazioni di Mancuso erano dieci volte tanto, circa 18 mila.

Droghe: Ciotti; mafie alimentate da mancanza trasparenza

 

Redattore Sociale - Dire, 23 gennaio 2009

 

Rapporto Libera. Indirizzare la repressione non tanto sulle mafie, ma contro chi le usa "riempie" le carceri: "negli Usa il 25% della popolazione mondiale di detenuti e buona parte per reati legati al consumo e allo spaccio".

"Le mafie si alimentano della mancanza di trasparenza, traggono forza da un’informazione non obiettiva, dalle letture superficiali o interessate" è quanto ha denunciato questa mattina don Luigi Ciotti, presidente di Libera, durante la presentazione del rapporto sulla produzione e traffico di cocaina mondiale. "Il primo passo per combattere efficacemente le organizzazioni criminali è fornire un"immagine credibile dei traffici in cui sono coinvolte, mettendo in luce le loro reali dimensioni e tutti i loro possibili risvolti".

Durante l’intervento di apertura, don Ciotti ha richiamato l’attenzione sulle contraddizioni statistiche presenti nei dati sulla cocaina presenti nei rapporti delle autorità americane e dell’Unodc.

"La lotta alla droga - ha affermato don Ciotti - può essere vinta solo con una ricerca di verità che faccia luce sulle responsabilità proprio per aiutare tutti a essere più responsabili". L’incongruenza e le manipolazioni dei dati sulla produzione di cocaina non devono far dimenticare che dietro i dati ci sono le persone. "Non si può contrastare l’offerta - continua don Ciotti - senza porsi il problema della domanda che nasce spesso da vuoti educativi e relazionali, da percorsi di crescita monchi, da una mancanza di riferimenti e opportunità". Ma se il consumo di droga è proporzionale alla povertà delle politiche sociali, come afferma il presidente di Libera, la produzione di coca cresce con successo lì dove contadini e corrieri vivono in situazioni di povertà estreme. "Il narcotraffico - spiega don Ciotti - si regge anche su politiche inique, sul deficit diffuso di giustizia sociale, su misure di contrasto alla povertà inadeguate e retoriche, su strategie prive del necessario realismo, destinate a fallire in partenza".

Un altro problema, riguardo la lotta alla droga, conclude don Ciotti è anche l’aver indirizzato gli strumenti della repressione non tanto sulle mafie, ma contro chi le usa. "Da quando gli Stati uniti hanno lanciato le loro strategie alla fine degli anni ‘80, c’è stata una esplosione delle presenze delle carceri, e ora gli Usa hanno nelle carceri il 25% della popolazione mondiale di detenuti e buona parte per reati legati al consumo e allo spaccio". Stesso discorso per l’Italia. Secondo il fondatore di Libera dal 1991 al 2006 i detenuti sono passati da 21 mila a oltre 60 mila. "Si tratta per due terzi di persone immigrate o tossicodipendenti, ristrette per reati previsti da normative che hanno sempre più ridotto l’area del sociale a favore dell’area del penale".

 

Inascoltate le denunce di Libera alle agenzie internazionali

 

Droghe invisibili. Oggi il secondo atto. La ricerca presentata questa mattina a Roma da Libera ‘Associazioni,nomi e numero contro le mafie" sulla debolezza dei dati ufficiali riguardo la produzione internazionale di cocaina ha avuto, infatti, un primo episodio. Non a lieto fine. La denuncia dei dati "ritoccati" riguardo la produzione di cocaina e delle discordanze tra varie fonti ufficiali partì già nel giugno 2007. In quell’occasione si contestavano 400/700 tonnellate di cocaina prodotta nel mondo che restavano fuori dai calcoli ufficiali. Nel dossier presentato, curato sempre da Sandro Donati, venivano analizzati dati presi tra il 1999 e il 2004 e mostravano come le diverse agenzie non concordavano sul totale di cocaina prodotta annualmente. Secondo l"Onu, infatti, al 2004 la produzione mondiale ammontava a 937 tonnellate, mentre per il Drug Enforcement Admninistration statunitense (Dea) era di 640 tonnellate. Secondo l’Unione europea, infine, 687 tonnellate.

La denuncia di Libera metteva in luce come, secondo i dati delle Nazioni unite, nel 2004 le tonnellate di cocaina sequestrate, sommate con il consumo di droga nelle nel continente americano portassero ad un "passivo" di tre tonnellate. Aggiunti a questi dati le 99 tonnellate dei sequestri nel resto del mondo, il passivo cresceva fino a 102. Poi la richiesta di cocaina nel resto del mondo stimata intorno alle 300 tonnellate. Somma: 400 tonnellate di droga non censita se si prendono i dati dell’Onu, 700 se prendiamo i dati del Dea. I conti non tornavano neanche allora. Tali evidenze non passarono inosservate, furono raccolte dal governo Prodi ed inviate a Vienna insieme ad una richiesta di chiarimenti, proprio nella sede dell’Ufficio Onu per la lotta alla droga.

L’Unodc, con il suo direttore Antonio Maria Costa, invitò i curatori dello studio per un incontro chiarificatore. A questo ne è seguì un altro con una delegazione italiana guidata dal Ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero e dall’Ambasciatore italiano presso l’Onu. Secondo Sandro Donati, gli esiti degli incontri sembravano positivi: l’Unodc chiese all’autore della ricerca di collaborare con l’ufficio per il perfezionamento delle metodiche di rilevamento. Ma non è questo il finale. Caduto il governo Prodi, Libera e Sandro Donati non sono più stati contattati.

Droghe: Padova; 500 euro di multa, a chi acquista "sostanze"

 

Ansa, 23 gennaio 2009

 

È attesa tra oggi e sabato la firma dell’ordinanza da parte del sindaco Flavio Zanonato che sanzionerà a Padova con multe da 500 euro chi compra, vende o detiene sostanze stupefacenti. "Siamo convinti che l’ordinanza avrà effetti positivi sull’ordine pubblico in città - commenta l’assessore Marco Carrai - La situazione è già migliorata dopo i controlli straordinari iniziati lunedì". L’ordinanza, che verrà sottoposta alla Giunta martedì e dovrebbe entrare in vigore mercoledì, dovrebbe dare secondo Carrai "un importante contributo alla lotta allo spaccio ed al consumo di droga".

Usa: Obama firma i Decreti; Guantanamo chiusa entro l’anno

 

Associated Press, 23 gennaio 2009

 

Il Presidente degli Stati Uniti: "Così ristabilito un ordine in linea con la Costituzione e i nostri valori, proseguiremo la battaglia anti-terrorismo". Lo aveva promesso in campagna elettorale e oggi Barak Obama ha firmato l’ordine esecutivo per la chiusura del carcere militare di Guantanamo, a Cuba, entro "un anno da ora". L’annuncio ha voluto darlo lui stesso,ed ha colto l’occasione per sottolineare che così è ristabilito un ordine in linea con la costituzione e i valori degli Stati Uniti".

"Intendiamo proseguire la battaglia contro la violenza ed il terrorismo", ha detto Obama, "vinceremo questa battaglia". Tra i diversi decreti firmati dal presidente anche quello che ribadisce il divieto di tortura nei confronti dei detenuti nelle carceri statunitensi, nel rispetto della Convenzione di Ginevra.

Usa: Obama; basta torture… ma come la mettiamo con Iran?

di Marcello Foa

 

Il Giornale, 23 gennaio 2009

 

"L’America non tortura", ha dichiarato ieri Obama rinfrancando chi ha sempre visto nell’America un baluardo di civiltà, saldamente ancorato ai valori della democrazia e della Costituzione. Quell’America è tornata. Bravo Obama, ma McCain, se avesse vinto, avrebbe fatto altrettanto. Entrambi sono convinti che la guerra al terrorismo non possa essere condotta violando i principi che l’America ha sempre proclamato di rispettare, proponendosi pertanto come un modello virtuoso per gli altri Paesi.

La stragrande maggioranza dei detenuti di Guantanamo è risultata innocente, ma per molti mesi ha vissuto in condizioni orribili, da lager sovietico, senza assistenza legale, per molto tempo senza nemmeno il monitoraggio della Croce Rossa. Segregati, senza colpa. E nelle prigioni segrete della Cia è successo di tutto: sevizie orribili, alcuni prigionieri sono spariti nel nulla. Ma quanti di loro erano terroristi? Pochi.

Obama (e McCain) sono convinti che la guerra ad Al Qaida debba essere risoluta ed energica, ma senza ricorrere a metodi tipici di una dittatura e non di una grande democrazia. La chiusura di Guantanamo e delle prigioni Cia ha anche una valenza politica, perché rafforza e precisa il messaggio di apertura al mondo arabo e all’Iran, con cui la Casa Bianca è pronta ad avviare "negoziati diretti senza precondizioni", come spiego in questo articolo, mentre si rafforzano i segnali di un raffreddamento dei rapporti con Israele (anticipati su questo blog il 14 gennaio). Ieri ho parlato con alcuni esperti di Washington e, off the record, una fonte qualificata del governo americano mi ha fatto notare che Obama nel suo discorso di insediamento non ha citato Israele. E chi è il primo leader straniero con cui Barack ha parlato? Il palestinese Abu Mazen.

Basta torture ed è un bene; ma anche meno Israele e più Iran, rapporti ancora più stretti con le potenze del Golfo persico e dunque mano tesa all’Islam fondamentalista sia sunnita che sciita. Scelta strategica lungimirante o clamoroso errore che contraddice i valori degli Usa, premiando regimi come l’Iran e l’Arabia Saudita che calpestano i diritti umani?

Usa: eseguite due condanne a morte in Texas e in Oklahoma

 

Associated Press, 23 gennaio 2009

 

Due omicidi sono stati giustiziati ieri sera, uno in Texas e uno in Oklahoma, con iniezioni letali. In Texas, Reginald Perkins otto anni fa aveva strangolato e derubato la sua matrigna a Forth Worth. Il corpo della donna di 64 anni era stato trovato nel cofano della sua Cadillac.

Perkins in precedenza era stato condannato per stupro di minore e era sospettato di altri omicidi di donne. In Oklahoma, Darwin Demond Brown quattordici anni fa, quando ne aveva diciotto, massacrò a Tulsa con una mazza da baseball un commesso di un negozio nella stanza frigorifero del locale. Era con due complici che attendono ora il loro turno nel braccio della morte.

Albania: rapporto Ue; carceri migliorate, ma ancora problemi

 

Rinascita Balcanica, 23 gennaio 2009

 

Il Comitato anti-tortura del Consiglio Europeo, ha pubblicato il rapporto sulla visita avvenuta nel giugno del 2008, sulle condizioni delle reclusioni nelle carceri in Albania. Secondo questo rapporto, il Paese ha fatto un progresso sensibile nella gestione dei centri di reclusione dei detenuti, prima di accedere al carcere vero e proprio, pur ammettendo l’esistenza di numerosi problemi.

Il Consiglio Europeo ha considerato che i miglioramenti nella gestione delle reclusioni si sono concentrati solamente in alcuni campi, ma c’è ancora molto da fare e molti problemi da risolvere. Secondo gli osservatori della delegazione, le reclusioni in Albania non sono più nelle stesse condizioni del passato, anche se restano insufficienti. Sono evidenti i casi di maltrattamento dei prigionieri e le pessime condizioni delle celle dei commissariati. Il Comitato anti-tortura del Consiglio Europeo ha raccomandato alle autorità albanesi di raddoppiare i fondi per la gestione dei prigionieri da parte della polizia, e di migliorare urgentemente le condizioni di vivibilità delle carceri.

 

 

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