Rassegna stampa 14 febbraio

 

Giustizia: Seac; se recidiva cala dell’1% 51 mln € risparmiati

 

Redattore Sociale - Dire, 14 febbraio 2009

 

Il Presidente Nazionale del Seac Elisabetta Laganà a Palermo: "Basta una riduzione di un punto percentuale: il lavoro diminuisce la recidiva e quindi permette alla collettività di risparmiare. Ma finora si è investito poco per il reinserimento".

"Il problema del lavoro è fondamentale, oltre a essere un diritto-dovere sociale, ma al reinserimento lavorativo del detenuto sono stati dedicati pochi soldi e spesi male". Lo dichiara Elisabetta Laganà, presidente nazionale del Seac, nel corso del convegno a Palermo dedicato al tema.

"Solo una parte dei detenuti vengono occupati in attività lavorative all’interno del carcere e sono soprattutto lavori di manutenzione - prosegue Laganà - Abbiamo la legge Smuraglia, la 193 del 2000, che ha dato un grande impulso al lavoro dei detenuti, ma non è stata mai nel pieno della sua applicazione.

Oggi, se un imprenditore decide di creare le condizioni per il reinserimento, il primo scontro è con i problemi oggettivi dell’organizzazione penitenziaria e di fatto viene scoraggiato". "Oggi - prosegue Laganà - le strade sono in mano alla volontà, decisionalità e fantasia dei singoli provveditorati penitenziari regionali. L’aspetto del lavoro è davvero la carta vincente per il detenuto che in questo modo non si appoggia a qualcosa di fatuo, ma si sente utile per se stesso e la società. Il fatto di lavorare lo fa uscire dalla logica assistenzialistica.

Oggi il detenuto vuole essere aiutato a fare qualcosa di costruttivo per uscire dalla condizione di marginalità sociale e il Seac intende dare un grande impulso alla realtà del lavoro e confida soprattutto, per quanto attiene alle realtà regionali, nelle Commissioni del lavoro penitenziario il cui compito importante è di collegare tutte le realtà che si occupano del reinserimento con altri attori come Confartigianato, Confcooperative, Confindustria".

"Il lavoro riduce la recidiva - conclude Laganà - infatti, si calcola che la diminuzione di un solo punto percentuale della recidiva corrisponde a un risparmio per la collettività di circa 51 milioni di euro all’anno a livello nazionale. La percentuale attuale è di circa l’80%".

Giustizia: "Ristretti"; in Italia 59.419 detenuti e 39.156 agenti

 

Redattore Sociale - Dire, 14 febbraio 2009

 

I dati di Ristretti Orizzonti aggiornati al 13 febbraio 2009. Il maggior numero di detenuti in Lombardia (8.086), seguita da Campania (7.332), Sicilia (7.120), Lazio (5.458), Piemonte (4.600), Emilia Romagna (4.262).

Ristretti Orizzonti rende noti i dati, aggiornati al 13 febbraio 2009, concernenti i detenuti presenti nelle carceri italiane e gli agenti in servizio, con una elaborazione del suo Centro studi che richiama la situazione nelle singole regioni. Ad oggi, dunque, sono 59.419 i detenuti presenti (56.822 uomini e 2.597 donne), a fronte di 39.156 agenti in forza ai vari penitenziari (35.994 uomini e 3.162 donne). Il maggior numero di detenuti si registra in Lombardia (8.086), seguita da Campania (7.332), Sicilia (7.120), Lazio (5.458), Piemonte (4.600), Emilia Romagna (4.262), Toscana (3.892) e Puglia (3.718).

La capienza regolamentare totale conta nel nostro Paese 43.102 posti, quella tollerabile ne prevede 63.557. Dunque, fermo restando questo trend si arriverà presto a un altro "tutto esaurito". Quanto al personale di polizia penitenziaria gestito negli istituti, il saldo negativo tra agenti in forza e organico previsto è di 5.539 agenti.

Infine, il raffronto con gli altri Paesi europei. Il maggior numero di detenuti si registra in Polonia (88.647), Germania (79.146), Inghilterra e Galles (dato complessivo di 77.982), Spagna (64.120) e in Francia (57.876). Incredibili i dati di Russia (874.846 detenuti) e Ucraina (165.408).

Giustizia: Marroni; ok nuovi poteri Garanti, no a nuove carceri

 

Ansa, 14 febbraio 2009

 

Il Coordinatore Nazionale dei Garanti Angiolo Marroni commenta il pacchetto-sicurezza approvato dal Senato.

Il coordinatore della Conferenza Nazionale dei Garanti regionali delle persone sottoposte a limitazioni delle libertà personali, Angiolo Marroni - che è anche Garante dei diritti dei detenuti della Regione Lazio - ha espresso la propria soddisfazione per l’approvazione, da parte del Senato, della norma proposta dal Senatore Fleres che consentirà ai Garanti stessi di accedere nelle carceri e parlare con i reclusi senza bisogno di alcuna autorizzazione preventiva, come finora accaduto.

"Una norma che sancisce la necessità della tutela e del rispetto dei diritti dei detenuti - ha detto Marroni - e che consentirà finalmente alle ormai decine di Garanti regionali, provinciali e comunali di poter agire nella pienezza dei propri poteri".

La norma è contenuta all’interno del Pacchetto Sicurezza licenziato dal Senato che, fra le altre misure, prevede anche un piano per la realizzazione di nuove carceri.

Sul punto il Coordinatore Nazionale dei Garanti Angiolo Marroni si è detto tuttavia perplesso sulla misura di costruire nuove carceri, intanto perché prevede l’utilizzo dei fondi della Cassa ammende, che dovrebbero servire esclusivamente per il trattamento e il reinserimento sociale dei detenuti, poi perché "quello delle nuove carceri è un falso problema. Tra l’altro già oggi in Italia vi sono sedi utilizzabili come carcere che restano vuote per carenza di personale".

"Ricordo che In Italia - ha concluso Marroni - i detenuti in attesa di sentenza definitiva sono oltre la metà dei reclusi. La vera soluzione è la decarcerizzazione del sistema giudiziario, con un ampio ricorso a misure diverse, ma non per questo meno dissuasive. Era questa la strada tracciata nella nuova bozza di codice penale preparata la scorsa legislatura dalla Commissione Pisapia. Una bozza dimenticata nei cassetti del ministero di giustizia che il ministro Alfano dovrebbe valutare attentamente".

Giustizia: sanzioni più severe contro abusi su minori e donne

 

Redattore Sociale - Dire, 14 febbraio 2009

 

Pene più severe per chi recluta i minori per farli prostituire o li sfrutta in tal senso (da 6 a 12 anni di carcere e fino a 150mila euro di multa), ma anche per chi compie atti sessuali a pagamento con un minorenne tra i 14 ed i 18 anni (da 6 mesi a 4 anni di reclusione e fino a 6mila euro di multa). Termini di prescrizione raddoppiati per gli abusi sessuali commessi a danno di minorenni.

E ancora, un’autorità nazionale (il ministero dell’Interno) per la raccolta di "dati biologici" (il dna) di chi è condannato per reati sessuali. Sono questi i contenuti del disegno di legge approvato oggi "all’unanimità", come spiega il ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna, dal Consiglio dei ministri. Il ddl ratifica la Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale e prevede "modifiche al codice penale e al codice di procedura penale", in direzione, sottolinea Carfagna, di una "maggiore tutela dei minori". è prevista anche una eliminazione di parte delle attenuanti per abusi commessi a danno di minori.

In particolare il ddl, all’articolo 3, prevede l’istituzione di una Autorità nazionale (il ministero dell’Interno) che dovrà conservare "il dna e i dati biologici di chi è condannato per reati sessuali, in modo da agevolare le indagini", illustra Carfagna. Quanto al codice penale, vengono raddoppiati i termini di prescrizione per i reati di abuso sessuale commessi a danno dei minori di 14 anni.

Viene configurata, poi, una nuova forma di associazione a delinquere, quella finalizzata alla commissione di reati quali la prostituzione di minore, la pornografia minorile, la detenzione di materiale pedopornografico, la pedopornografia diffusa via Internet, la violenza sessuale (in tutti questi casi la detenzione va da 4 a 8 anni), la corruzione di minorenne, la violenza sessuale di gruppo (la detenzione va da 2 a 6 anni).

Chi recluta o induce alla prostituzione un minore o lo sfrutta a fini sessuali rischia da 6 a 12 anni di carcere e una multa da 15mila a 150mila euro. Chi compie atti sessuali a pagamento con un minorenne tra i 14 ed i 18 anni rischia da 6 mesi a 4 anni di reclusione e fino a 6mila euro di multa. Le pene sono aumentate da un terzo e fino alla metà se il minore ha meno di 16 anni. E non si ci si può appellare al fatto di non conoscere l’età della persona offesa.

Pugno duro anche con chi usa un minorenne per produrre materiale pornografico: da 6 a 12 anni di reclusione e fino a 240mila euro di multa. Chi assiste a spettacoli porno con minori rischia invece fino a 3 anni e fino a 6mila euro di multa. Si aggravano poi le pene per chi approfitta la condizione di "necessità" del minore per indurlo alla prostituzione. Anche i minori, in base alle nuove disposizioni, possono essere sentiti come testimoni durante l’incidente probatorio.

 

Berlusconi: aberrante violenza a donne e abuso sui minori

 

Ministero delle Pari opportunità come pezzo del governo che in questi primi mesi di legislatura ha lavorato "in tutte le direzioni", in modo "anche oscuro" e di "supporto ad altri ministeri", per "contrastare fenomeni aberranti come la violenza sulle donne e l’abuso di minori". Scende in conferenza stampa a Palazzo Chigi per la seconda volta, oggi, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Lo fa, accompagnato da Mara Carfagna, per illustrare un provvedimento per la tutela dei minori varato oggi dal Cdm. Ed è l’occasione, per il premier, per ripercorrere quasi tutti i provvedimenti varati dal dicastero guidato da Carfagna. Snocciola, ad esempio, Berlusconi: "Abbiamo approvato in uno dei primi Consigli dei ministri un ddl per combattere la violenza contro le donne".

E poi la Camera ha licenziato all’unanimità e ora si trova in Senato un testo sullo stalking "che è un fenomeno in aumento e costituisce un preambolo a violenze sessuali e omicidi". Non basta. Il ministero "finanzia - ricorda il capo del governo - altri programmi per l’assistenza alle vittime di violenza, che prima venivano lasciate a se stesse e che ora trovano un supporto". E il governo ha anche stabilito l’istituzione "del garante per l’infanzia, per tutelare i diritti dei minori".

Silvio Berlusconi nomina, infine, il disegno di legge sulla prostituzione: "un fenomeno - dice - che sta dilagando. Si calcola che ci siano in Italia, secondo stime non facili, dalle 70 mila alle 90 mila donne che si danno alla prostituzione: 50 mila sono sulla strada, 20 mila si prostituiscono contro la propria libertà e in schiavitù. Vengono attirate in Italia con lo specchietto di un lavoro nel mondo della moda e della televisione, e poi vengono minacciate di morte".

Dunque, scandisce, "si tratta di vera e propria schiavitù e dunque noi abbiamo varato un disegno di legge con pene elevate per chi sfrutta la prostituzione e per i clienti della prostituzione". Pene, conclude il premier, "molto giuste".

 

Mussolini: bene la tolleranza zero per le violenze

 

"Sono soddisfattissima: finalmente un provvedimento di tolleranza zero nei confronti di chi commette violenze contro i bambini e le donne". Lo afferma la deputata Pdl Alessandra Mussolini, presidente commissione parlamentare Infanzia, a proposito del Ddl sulla protezione dei minori contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali approvato oggi dal Consiglio dei ministri.

"Si tratta di provvedimenti fondamentali, segnali importanti da parte del governo - sottolinea Mussolini - mi appello ora al senso di responsabilità di tutto il Parlamento affinché senza perdere ulteriormente tempo, in tempi brevi, si dia finalmente al nostro paese una normativa efficace per contrastare questi abusi inaccettabili".

Giustizia: giurie popolari su mafia; i pm: disastro annunciato

di Felice Cavallaro

 

Corriere della Sera, 14 febbraio 2009

 

La riforma: tutti i processi in assise. Alfano: critiche sbagliate. Il ministro: siamo solo al primo girone, ora il testo andrà alle Camere, ma la maggior partecipazione popolare è giusta.

Scatta un nuovo allarme nel pianeta giustizia e riguarda direttamente i processi per mafia ai boss e agli imputati di concorso esterno, a colletti bianchi e personaggi eccellenti Perché, stando alla prima bozza di riforma messa a punto da esperti e collaborato-ri del ministro Angelino Alfano, tutti i dibattimenti per "416 bis" passerebbero di competenza dal Tribunale, composto da tre giudici togati, alla Corte di assise, quella con due togati e sei giudici popolari.

Una corte che ad oggi si occupa di omicidi, stragi 0 reati per i quali è prevista una pena superiore a 24 anni. Al contrario di quanto si fa per i processi che hanno visto alla sbarra da Andreotti a Contrada, da Cuffaro a Dell’Utri, ovvero Gaspare Giudice e Francesco Musotto, per indicare due parlamentari di Forza Italia usciti a testa alta dal verdetto espresso da collegi composti solo da magistrati in toga, senza giudici popolari.

Potrebbe cambiare tutto. E sarebbe "un errore, un’enormità", si sente echeggiare nei palazzi della politica e della giustizia. "Perché si rischia di ingolfare la macchina dei processi provocando un disastro, un rallentamento, con maggiori rischi di condizionamento", tuona non un magistrato schierato, non un irato Di Pietro, ma il braccio destro di Fini in Sicilia, il giovane Fabio Granata, vice presidente della Commissione Antimafia che si prepara a porre la questione martedì all’audizione fissata per ascoltare il Guardasigilli a Palazzo San Maculo.

Granata ad Alfano ha già soffiato la domandina che si prepara a fare. Anche perché giura sull’"innocenza" del ministro: "Saranno stati gli uffici a combinare il pasticcio, con il rischio-condizionamento dei giudici popolari...". Già, secondo Granata ci sono due gravi elementi che finirebbero per creare guasti al sistema: "Moltiplicare le corti di assise sarebbe sconsiderato. E bisognerebbe moltiplicare pure scorte e controlli per evitare pressioni e minacce sui cittadini-giudici".

Una riflessione che fa scattare immediate e qualificate adesioni. Perché dice che sarebbe "tecnicamente un disastro" un magistrato cresciuto con Borsellino, oggi assessore regionale alla Sanità, Massimo Russo, anche lui in passato consulente in via Arenula, con Mastella.

E di "un appesantimento estraneo alla finalità del giusto processo" parla il vertice dell’Associazione magistrati a Palermo, il segretario Giuseppe De Gregorio. Critico come il procuratore della Repubblica Francesco Messineo per il quale "non si comprende la "ratio" di questa riforma", pur sottolineando che "in effetti le corti di assise sono fortunatamente da qualche tempo a corto di lavoro, grazie alla repentina diminuzione degli omicidi".

Prende al volo quest’ultima osservazione il ministro Alfano per replicare a Granata e ai magistrati più critici, anticipando la risposta di martedì in Commissione: "La razionalizzazione delle forze è una delle ragioni che ispira la riforma. E l’estensione di alcuni processi ai giudici popolari non può diventare una obiezione perché la partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia, caldeggiata dalla Lega, è proprio la ratio del provvedimento".

Un dato che Alfano non intende trasformare in una questione di principio: "Facciamo pure una verifica tecnica...". Ma replica deciso al rischio del "disastro tecnico" soprattutto con riferimento al ruolo dei giudici popolari: "Non si può dire che sono meno attrezzati e meno professionali perché la finalità è di avere una giuria che rappresenti il popolo". E il condizionamento? "Come si fa a porre una simile questione per alcuni reati, per il "concorso esterno" e non per omicidi o stragi?".

No, per Di Gregorio questo ed altri punti della riforma non vanno bene: "Il "concorso esterno" richiede una grande preparazione giuridica, visto che non si giudica secondo l’ottica del fatto".

Un punto condiviso dal procuratore Messineo: "Il giudizio professionale dei tribunali con membri togati ha dato buoni e rapidi risultati Capisco la spinta della Lega alla giustizia amministrata dal popolo, ma non considererei questo passo un progresso tecnico".

Osservazioni che Alfano intanto annota: "Il testo deve essere ancora trasferito alle Camere, siamo al primo girone". Come dire che ogni correzione è possibile.

Giustizia: "legittima difesa", da pugno duro a quasi perdono

 

La Stampa, 14 febbraio 2009

 

L’ultimissimo caso riguarda il tabaccaio milanese, che reagisce a una rapina nel suo negozio: insegue i ladri con la pistola, ne uccide uno e viene condannato a venti mesi. Tanti? Pochi? C’entra la legittima difesa. Se chi spara esagera, scatta una condanna. Se invece i giudici si convincono che la reazione è stata "proporzionale" all’offesa, si è assolti. Solo che non è mica facile tracciare una linea retta. Sono sempre processi drammatici. Anche perché l’imputato è chiaramente una vittima anche lui. E poi c’entra lo spirito dei tempi. Eccome se c’entra.

Il senso di insicurezza che pervade gli italiani non può certo restare del tutto fuori dalle aule di giustizia. E nel frattempo cambiano le leggi: l’ultima, voluta dalla Lega nel 2006, ha allargato le maglie e ora è legittima difesa anche difendere i propri beni e non soltanto la vita. C’entrano poi le emozioni, specie quando i processi si celebrano in corte d’assise dove a decidere è una giuria popolare. E anche i giudici togati stanno mostrando una mano molto più leggera di un tempo.

A scorrere le cronache, viviamo in un’Italia che mette mano abbastanza spesso alla pistola. Roma, 1987, un gioielliere spara a due slavi che stavano scassinandogli la vetrina e ne uccide uno: 10 anni. Nel 1989, a Venezia, un architetto napoletano folleggia al casinò e la fortuna gli sorride. Vince una bella somma. Uscendo, forse è un po’ stordito e non sa come tornare alla macchina. Si fida di uno che ha appena conosciuto e che invece ha appena perso tutto al tavolo verde. Finisce che il balordo lo porta in un vicolo cieco e tenta di rapinarlo. Ma il professionista è armato. Impugna la pistola e gli spara.

Non gli riconoscono la legittima difesa: sarà condannato a quattro anni. Qualche anno dopo, a Torvajanica, sul litorale romano, un altro caso che fa scalpore: di notte tre ladruncoli provano a rubare un’auto. Il proprietario è un carabiniere, si affaccia dalla finestra e spara con la pistola d’ordinanza. Un proiettile di rimbalzo colpisce uno dei tre, un ragazzo di 17 anni, che muore all’istante. Il maresciallo è condannato a 13 anni per omicidio volontario. Le condanne fioccano, in quegli anni.

Lecce, 1995: un dentista affronta un rapinatore che gli vuole portare via l’auto. Si accerta che aveva una pistola giocattolo. Il medico è condannato a 2 anni e 4 mesi.

Monza, 1996: a un operaio tentano di rubare l’auto. È un caso-fotocopia con quello di Torvajanica. L’uomo spara dalla finestra con il fucile da caccia e i pallini colpiscono alla schiena uno dei ladri, uccidendolo. È condannato a 7 anni dal gip nel corso di un rito abbreviato. Con gli anni, però, si nota una netta inversione di tendenza.

Oristano, 1999: due ladri tentano di rubare un furgone in piena notte. Il proprietario del furgone, un ambulante, esce di casa con la pistola e li affronta. Primo colpo in aria e uno dei due fugge. L’altro lo spintona verso un muro e parte un secondo colpo. Mortale. L’omicida si prende sei mesi al patteggiamento.

Ventimiglia, 1999: un agente uccide con una coltellata un ladro che si è introdotto in casa. Assolto. Como, 2000: prosciolto un imprenditore che ha ucciso con una fucilata un ladro che si era introdotto nella sua casa-azienda. Brescia, 2000: assolto un pensionato che ha sparato a un ladro, ferendolo, che tentava di entrare in casa. Firenze, 2004: un giovane studente americano, alticcio, entra con la ragazza in un giardino privato. Il proprietario è spaventato e lo affronta con un coltello. Tre fendenti e lo uccide. Gli danno 3 anni (che però diventano 8 in appello). Roma, 2005: un gioielliere uccide due rapinatori che hanno fatto irruzione nel suo negozio a Testaccio. È assolto in udienza preliminare perché è riconosciuta la legittima difesa. 2006, Bari: un benzinaio spara contro un rapinatore che sta minacciando, arma in pugno, un suo dipendente per prendere l’incasso della giornata. Il gip archivia: è legittima difesa. Roma, 2007: dopo un lunghissimo iter, un avvocato romano che aveva inseguito e ucciso a coltellate un ladro che stava per rubargli l’auto dal cortile condominiale si vede ridotta la

pena da 9 a 6 anni. Milano, 2008: condanna lievissima, diciotto mesi, per un gioielliere che ha ucciso un rapinatore nel suo negozio.

Intanto, nel 2007, subentra la nuova legge voluta dall’ex ministro Roberto Castelli che estende il perimetro della legittima difesa. Si grida da sinistra al Far West. Non sarà così, anche perché la Cassazione blocca sul nascere ogni possibile interpretazione estensiva: rimane salvo il principio che la reazione dev’essere "proporzionale" all’offesa e non c’è nessuno spazio per chi vuole farsi giustizia da sé. Anzi. Si fissa un criterio di fondo: non c’è e non ci sarà mai nessun automatismo. Chi ferisce o uccide per difendersi dovrà comunque subire un processo e starà ai giudici la valutazione dei fatti.

Marche: Sappe; le carceri strabordano, situazione disastrosa

 

Il Resto del Carlino, 14 febbraio 2009

 

Nelle prigioni della regione i detenuti sono 1.025, quando la capienza regolamentare di 755 unità. Ad aggravare la situazione, in particolare quella di Pesaro e di Ancona, c’è anche una "grave carenza organica".

Le carceri marchigiane strabordano. E la preoccupante denuncia arriva da Aldo Di Giacomo, consigliere nazionale del Sappe che parla di una "situazione catastrofica". Dati alla mano i detenuti delle carceri marchigiane sono 1.025 quando la capienza regolamentare si ferma a 755 unità. I detenuti sono quindi 270 in più rispetto alla norma, pari al 36%.

In particolare gli istituti di Pesaro e Ancona soffrono di una "grave carenza organica: infatti Pesaro ha 41 unità in meno e Ancona ben 61. È evidente - come sottolinea Di Giacomo - che con questi numeri la gestione diventa assolutamente complessa".

Nello specifico, nel capoluogo i detenuti sono 313 a fronte di una capienza regolamentare di 172, gli stranieri sono 158 pari al 50,4%, gli imputati sono 184, i condannati 128. Ad Ascoli Piceno, 116 detenuti presenti, 103 regolamentari, gli stranieri sono 25 (22%), gli imputati sono 64, i condannati 52. A Camerino, 41 i detenuti presenti contro i 33 ospitabili, gli stranieri sono 30 (73%), gli imputati 29, i condannati 12.

Situazione analoga a Fermo, con detenuti 67 presenti, 36 regolamentari. Qui gli stranieri sono 35 (52%), gli imputati 7, i condannati 60. Controtendenza Fossombrone dove i presenti sono 168 contro i 186 regolamentari, 24 gli stranieri (15%), 14 gli imputati, 154 i condannati. Ultima nella lista Pesaro con 291 carcerati dove la capienza regolamentare è di 201. Gli stranieri sono ben 132, di cui 10 donne, pari al 46%, gli imputati 163, i condannati 125.

"Il 18 febbraio - annuncia Di Giacomo - incontrerà il provveditore regionale, al quale chiederò interventi concreti alla risoluzione dei problemi, in caso contrario continueremo nelle proteste. Nelle ultime settimane gli episodi di aggressione nei confronti degli agenti sono aumentati: la situazione è insostenibile".

Firenze: garante di detenuti; detenuto 60enne muore suicida

 

Corriere di Firenze, 14 febbraio 2009

 

Un altro suicidio nel carcere di Sollicciano. Ed è subito polemica. A darne notizia ieri, Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze. Il tragico episodio è avvenuto venerdì 30 gennaio, intorno alle 18 della sera. Un detenuto di 60 anni, M. B,, in carcere da undici anni, si è tolto la vita impiccandosi alle sbarre di ferro della cella, sfuggendo al controllo degli agenti e del suo compagno di cella, una persona molto anziana che non si è neanche accorta di quello che stava accadendo in quel momento.

Il dramma si è svolto all’interno del Centro Clinico, dove il detenuto era ospitato per problemi di ordine psichico. L’ultimo controllo degli agenti era stato effettuato proprio pochi minuti prima del drammatico gesto. "Un episodio che conferma - secondo quanto scritto in una nota dal garante - la situazione di sovraffollamento e di carenza di personale che rende più insicure e precarie le condizioni di tutti".

Non è certamente il primo caso, infatti, di suicidio all’interno di un istituto penitenziario. E quello di Sollicciano rimane tra i più problematici: secondo i dati del 2008, il 66% della popolazione carceraria di Sollicciano è costituita da stranieri, per lo più extracomunitari. A parte questo, il 38% di chi è dietro le sbarre fiorentine è tossicodipendente, il 43% è in attesa di giudizio, mentre l’8% dei detenuti sta scontando pene lievi ed inferiori ai due anni.

A queste presenze si aggiungono quelle registrate nell’Istituto Minorile Meucci, che durante il 2007, sono oscillate dalle 8 alle 14 unità, con punte di 22 unità a novembre, e nella quasi totalità si è trattato di immigrati. Il problema più grosso da gestire consiste anche nel reinserimento sociale, spesso difficile. Questo porta più facilmente alla reiterazione del reato, e quindi a tornare in carcere una volta usciti.

Napoli: Antigone; a Poggioreale, affollamento e disperazione

di Luisa Bossa (Associazione Antigone)

 

Il Mattino, 14 febbraio 2009

 

C’è chi, ironicamente, durante gli anni di Tangentopoli, con "illustri" ospiti che entravano ed uscivano, lo ha chiamato "Grand Hotel Poggioreale". C’è chi, più realisticamente, vivendolo giorno per giorno, lo chiama inferno. Io ho visto un luogo di dolore, ovviamente, ma anche di profonda disperazione. Qualche giorno fa, con un collega parlamentare, esercitando le mie prerogative di deputato, sono andata in visita al carcere napoletano di Poggioreale.

Ci sono andata a sorpresa, senza preavviso, com’è giusto che sia quando si ha intenzione di verificare condizioni "vere". Ci sono andata senza clamore, evitando di allertare la stampa, rifiutando di fare di una visita al carcere un fenomeno mediatico. E ne parlo oggi, dopo qualche giorno, con la giusta distanza, dopo che l’emozione si è depositata e si è aperto lo spazio per un ragionamento.

La mia intenzione era di capire, direttamente, proprio nel periodo in cui il Governo approva un Piano straordinario per la carceri, come si vive l’esperienza detentiva in una casa circondariale così complessa come Poggioreale, dove transitano i detenuti in attesa di giudizio e dove si mescolano carcerati eccellenti, come l’imprenditore Alfredo Romeo, e una miriade di piccoli delinquenti, spacciatori, ladri, per buona parte immigrati. Nel mio giro sono stata accompagnata dal comandante della Polizia penitenziaria.

Ho visitato gli ambienti interni, le celle dei cosiddetti "primari" (quelli che sono in carcere per la prima volta), i padiglioni dei recidivi. Ci sono andata nel tardo pomeriggio: dalle celle proveniva un odore aspro di cucinato, che si mescolava ad un olezzo insistente di detersivo. Nelle celle ho trovato un sovraffollamento disumano. In stanze minuscole ho visto uomini compressi, che facevano fatica a muoversi. Poggioreale è strutturata per ospitare 1500 detenuti. Attualmente ce ne sono 2700. In ogni cella c’è una media di 7-8 persone. I letti sono a castello. La sensazione è quella terribile del soffocamento.

Ma c’è di più. Ho ascoltato i racconti di alcuni detenuti. Ci sono le storie personali. La storia di ragazzi che mostrano di non avere speranza. Ce n’è uno che mi ha colpito in particolare. Ha 22 anni, un figlio di un mese. È dentro per spaccio, è di Scampia. Gli ho chiesto cos’avrebbe fatto quando sarebbe uscito. Mi ha risposto che sarebbe tornato a spacciare perché per lui, fuori, non c’è altra strada. È questa la cosa che mi ha colpito di più.

La mancanza di prospettiva e l’assunzione del carcere come un intervallo obbligato nel corso di una esistenza dove la marginalità e l’illegalità sono una sorta di destino segnato. È partendo da questa riflessione che mi preme sottolineare l’inadeguatezza del Piano carceri presentato dal Ministro Alfano; un piano che quando si pone il problema del sovraffollamento, della necessità di misure alternative, del bisogno di nuovi spazi, affronta una questione vera ma che elude il nodo centrale della questione carceraria in Italia, quella del reinserimento sociale.

La nostra Carta costituzionale affida alla pena una chiara funzione rieducativa. Questa passa attraverso una esperienza carceraria rigorosa ma anche umana e soprattutto attraverso l’attivazione di strumenti di sostegno. A cosa serve il carcere se chi vi entra, nel momento stesso in cui sta espiando la pena, è già convinto che fuori di lì tornerà a delinquere perché non ha alternativa, né culturale né materiale? Questo è l’interrogativo che mi ha accompagnato in quella visita a Poggioreale e questo sarà la domanda su cui inviterò il governo a riflettere quando in Parlamento discuteremo di detenzione e carcere.

Sassari: la promessa di Alfano; il nuovo carcere entro il 2010

 

La Nuova Sardegna, 14 febbraio 2009

 

Il nuovo carcere aprirà i battenti entro il marzo del 2010. Parola di Angelino Alfano, ministro della Giustizia, a margine del suo intervento di ieri nella campagna elettorale del centrodestra. Alfano ha approfittato dell’occasione per scandire i tempi della realizzazione della casa circondariale. L’occasione è arrivata da un incontro con i vertici della magistratura e dell’avvocatura sassaresi. Erano presenti, tra gli altri, il presidente del Tribunale; il presidente della Corte d’Appello, altri responsabili degli uffici giudiziari; il presidente del consiglio dell’Ordine forense e alcuni rappresentanti dell’avvocatura.

Il breve vertice tecnico, svoltosi prima dell’incontro elettorale, è anche servito per fare chiarezza sulle voci che girano da mesi in città circa l’intenzione del Governo di chiudere la sezione distaccata della corte d’appello. Una eventualità che preoccupa, per le sue conseguenze negative, gli utenti della giustizia e gli addetti ai lavori. Ipotesi di chiusura che il ministro ha smentito, con i giornalisti, prima ancora di entrare nella saletta dove si è svolto il vertice.

Con giudici e avvocati, però, Angelino Alfano è stato ancora più chiaro quando ha elencato cifre comprovanti il buon funzionamento dell’ufficio giudiziario. Il breve incontro è quindi servito per fare il punto della situazione giudiziaria nel distretto di Sassari. Tirato il respiro di sollievo per la rassicurazione circa la sopravvivenza della corte d’appello, i cui soddisfacenti numeri la fanno anzi considerare irrinunciabile al ministro della Giustizia, si è passati ai problemi della nuova casa circondariale. Il vecchio carcere, realizzato alla fine dell’Ottocento nel cuore della città, è infatti un simbolo di inadeguatezza.

Dopo gli annunci e le false partenze, da qualche tempo i lavori nell’area di Bancali proseguono speditamente. Ieri Alfano ha dettato i tempi per la consegna del nuovo carcere e ha parlato di politica di edilizia penitenziaria. Così come aveva detto poco prima ai giornalisti, il ministro della Giustizia ha assicurato anche alla magistratura e all’avvocatura sassaresi che l’isola-parco dell’Asinara non ritornerà a ospitare i mafiosi detenuti in regime di massima sicurezza. Questo perché, ha spiegato, la linea del Governo è quella della realizzazione di nuovi istituti. Dopo anni di attesa, i tempi per il carcere di Sassari saranno accelerati.

"Il primo lotto dei lavori è in avanzato stato di realizzazione - ha spiegato il ministro -. Contiamo di concluderlo entro il marzo del 2010". Entro un anno, quindi, dovrebbe chiudere definitivamente battenti la casa circondariale di San Sebastiano. Stando ai dati forniti dal ministro della Giustizia, l’ala in avanzata fase di realizzazione sarà in grado di ospitare duecento detenuti. Una volta completato il trasferimento dei reclusi, le imprese appaltatrici continueranno a lavorare per gli portare a compimento gli altri lotti.

Pianosa: riapertura del carcere divide il Pd, la Regione dice no

 

Il Tirreno, 14 febbraio 2009

 

Per la Regione, che contesta il metodo ma anche il merito, sarebbe un errore riaprire Pianosa in chiave 41 bis, il carcere duro. E il presidente del Parco dell’Arcipelago Mario Tozzi, che ha anche minacciato di incatenarsi, ha spedito una lettera a Roma, invitando il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo a visitare l’isola "per capire e toccare con mano la grande perdita di natura, di quiete e di cultura che dovremmo subire e l’opportunità per il ministero di lanciare un progetto virtuoso di tutela ambientale".

"Realizzare un carcere speciale - spiega invece il presidente della Regione Claudio Martini - vorrebbe dire aggiungere cemento e sottrarre metri alla natura. Un provvedimento che nel merito sembra avere più costi che benefici e che stravolge le scelte e gli investimenti per un futuro diverso fatti in questi anni. Ma è anche sbagliato il metodo - prosegue - perché sulla proposta non c’è stato alcun confronto e la decisione arriva come calata dall’alto". Per Marco Betti, assessore ai parchi, "riaprire Pianosa con il carcere duro vorrebbe dire la fine del turismo sostenibile".

Il disegno di legge sulla sicurezza, che prevede la riapertura delle carceri speciali per il 41 bis, è stato già approvato dal Senato e ora è alla Camera. Nella minoranza parlamentare, che è maggioranza nel governo della Toscana, emergono posizioni diverse. Mercoledì gli onorevoli Silvia Velo ed Ermete Realacci, entrambi Pd, hanno presentato un’interrogazione al ministro Prestigiacomo preoccupati per l’ipotesi della riapertura di Pianosa.

Ma il senatore siciliano del Pd Giuseppe Lumia, membro della commissione antimafia, va avanti deciso: a settembre ipotizzò la riapertura di Pianosa e Asinara per i mafiosi, ed è sua l’iniziativa dell’emendamento che a Roma ha visto insieme maggioranza e opposizione.

Lumia, prima che di Pianosa, parla della lotta alla mafia: "Il 41 bis è indispensabile per la democrazia - dice - perché è accertato che i mafiosi, dalle carceri continentali, continuano a impartire ordini verso l’esterno: indicano l’appalto, chi deve pagare il pizzo, chi deve essere ucciso. Se vogliamo combattere veramente la mafia abbiamo bisogno di un 41 bis efficace. È risaputo che in alcune isole ci sono strutture penitenziarie: non capisco perché non ci debba essere il 41 bis. E non è vero che un carcere sia incompatibile con lo sviluppo e la tutela ambientale. Per ristrutturare occorrono tanti soldi? Va bene, tutti quelli che ci vogliono: il 41 bis va garantito".

Ma il senatore Lumia, cosa pensa di Pianosa? "A mio avviso deve essere valutata - sostiene - occorre un progetto di valutazione sulle ipotesi possibili. Comunque su un’isola come quella si porterebbero occupazione e sviluppo sostenibile, mentre oggi le strutture sono in abbandono. Se poi si valuta che a Pianosa è meglio fare altre cose, come la detenzione alleggerita, e il 41 bis va meglio a Porto Azzurro, o viceversa, lo vedremo. A noi interessa un 41 bis rigoroso".

Secondo Lumia, anche se tornassero i detenuti del 41 bis - "massimo un centinaio di persone" - le gite a Pianosa potrebbero proseguire, perché c’è la possibilità di una struttura appartata: ovvero la diramazione Agrippa, quella del carcere duro degli anni ‘70- ‘90, dove sono già passati boss come Michele Greco. "Penso che il governo debba decidere presto - conclude Lumia - ma non posso dirlo io. Ho chiesto alla Fondazione Caponnetto, perché l’idea del 41 bis sulle isole è nata con loro, un incontro". Potrebbe esserci a fine mese, in sede pubblica, a Campo nell’Elba, il Comune a cui amministrativamente appartiene l’isola del diavolo.

Per Marco Filippi, livornese, senatore del Pd, bisogna osservare bene il modello Gorgona, dove c’è una colonia penale agricola: "Il carcere non preclude la convivenza. La riapertura di alcune strutture non è solo funzionale, ma va vista come elemento di garanzia per valorizzare l’isola stessa". Intanto dall’Elba è partita un’interrogazione ai ministri Prestigiacomo, Tremonti e Alfano: "Cosa intendete fare di Pianosa e del suo patrimonio archeologico e ambientale?" Lo chiede l’on. Bosi (Udc), che è anche sindaco di Rio Marina.

Velletri: convegno su prevenzione suicidi e tutela dei detenuti

 

Il Messaggero, 14 febbraio 2009

 

Il seminario che si è svolto oggi presso la Casa Circondariale di Velletri sul tema della prevenzione del suicidio e della vita di coloro che sono detenuti, viene aperto dal direttore della struttura Giuseppe Makovec. Il primo obiettivo del convegno è quello di poter far capire il valore reale del carcere, non un luogo dove i detenuti sono in vacanza, assolutamente, ma luogo di privazione, di perdita di quanto ci si era costruiti bene o male nella vita di tutti i giorni. Il primo disagio che il detenuto affronta all’entrata in carcere, soprattutto per chi vi accede per la prima volta, è la privazione, la privazione della sua vita dei suoi affetti e di tutto ciò che lo circondava prima di essere agli arresti. Egli non ha libertà di fare nulla, tutto ciò che gli è concesso deve essere autorizzato.

Il Direttore Giuseppe Makovec inizia dandoci un po’ di numeri: "nel 1985 in Italia si contavano circa 45 mila detenuti e di questi 45 si suicidarono nello stesso anno in Italia si registrarono circa 3 mila suicidi un dato molto importante questo, che porto ad instituire nell’anno successivo il servizio nuovi giunti per cercare di intervenire in anticipo sul disagio dei nuovi arrivati e quindi sul rischio del suicidio. Un anno e mezzo fa il nome del servizio è cambiato diventando servizio di accoglienza".

Makovec prosegue affermando che il carcere è una società stretta ed è proprio per questo che si deve fare in modo che questa società abbia spazi sempre più aperti dove l’individuo si riconosca e dove possa in qualche modo sentirsi libero, spazi di riflessione e di riesame. Giuseppe Makovec lascia poi la parola al dottor Alfredo De Risio che, con ormai alle spalle 15 anni di esperienza in questo settore, si dilunga in interessanti annotazioni su quello che è il disagio psicologico e il trauma psichico che derivano dalla prima detenzione. Elenca varie tipologie di suicidio ma quello che è più importante è che anche lui come tutti gli altri è convinto che il loro lavoro primario sia prevenire ma soprattutto evitare il suicidio.

Di seguito la dottoressa Franca Mancini, che lavora ormai dal 1998 al carcere di Velletri ci racconta le sue esperienze e i sentimenti che invadono i detenuti al momento della reclusione, la paura la nostalgia, la rabbia e tanti altri sentimenti che a volte sfociano nell’autolesionismo, una forma estrema di comunicazione e di richiesta di aiuto. In carcere gli individui perdono la possibilità di vivere e organizzare il loro presente è questa la forma di disagio peggiore. Il discorso del disagio viene concluso dalla dottoressa Lanciotti che illustra i disturbi del comportamento del detenuto che è affetto anche da una dipendenza da sostanze stupefacenti questo per lui è un altro grande punto di rottura, il distacco dalla sostanza determina molto spesso nel recluso una forte propensione al suicidio.

Siamo ormai al break e veniamo condotti nella mensa dei detenuti dove mi soffermo a parlare con una volontaria della Caritas di Velletri Roberta Lombardozzi che mi racconta un po’ la sua esperienza, confermandomi che per la maggior parte dei detenuti il distacco peggiore è quello dagli affetti e mi racconta che spesso gli viene chiesto di fare una telefonata di sentire i famigliari del detenuto in modo poi di potergli raccontare qualcosa dei suoi cari. Al termine del pranzo la compagnia teatrale "Ponte magico" del carcere ci offre un piccolo assaggio degli spettacoli che prepara ogni anno e che spesso sono riusciti a portare in vari teatri. La cosa che più mi colpisce è che al termine dello spettacolo i detenuti acclamono la presenza del direttore al loro fianco e si rivolgono a lui come ad un componente della compagnia.

Napoli: si conclude la oggi settimana su prevenzione di suicidi

 

Comunicato stampa, 14 febbraio 2009

 

Si comunica che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha proclamato, dal 9 al 14 febbraio 2009, una settimana nazionale di iniziative sul tema della prevenzione dei suicidi e tutela della salute delle persone detenute e/o internate. Per la realizzazione di iniziative sul tema che si terranno in molti istituti del paese, ha coinvolto i Provveditorati Regionali dell’Amministrazione Penitenziaria e gli Assessorati Regionali alla Sanità, anche in considerazione del recente passaggio della sanità penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale.

In Campania è stata organizzato un Convegno che si terrà il 13 febbraio c.a. presso il Centro Penitenziario di Napoli-Secondigliano e che vedrà presenti, quali relatori il Provveditore Regionale A.P., dr. Tommaso Contestabile (che interverrà sugli eventi critici nel sistema penitenziario della Campania), la dott.ssa Eleonora Amato, Dirigente Regionale in rappresentanza dell’Assessorato alla Sanità (che parlerà del passaggio di cui sopra), il Prof. Raffaele Pempinello, dell’A.O. Cotugno (che affronterà il tema la relazione tra medico e paziente), il dr. Fabrizio Starace, psichiatra dell’A.O. Cotugno (con un intervento sui suicidi e gli atti autolesionistici in ambito penitenziario), P.Fabrizio Valletti s.j. responsabile del Centro Hurtado Scampia (che parlerà dell’intervento della società civile in carcere).

Aprirà i lavori il Direttore del C.P. di Napoli-Secondigliano (dr. Liberato Guerriero), don Franco Esposito porterà i saluti del Cardinale Crescenzio Sepe il quale ha già fatto pervenire una lettera di compartecipazione all’evento; saluteranno i presenti la Prof.ssa Adriana Tocco (Garante Regionale dei detenuti), dott.ssa Angelica Di Giovanni (Presidente Tribunale Sorveglianza di Napoli).

Modererà la Tavola Rotonda, il dr. Elio Scribani - Giornalista

Dopo un breve intervallo durante il quale i presenti ascolteranno brani e poesie lette dall’attrice Annie Pempinello accompagnala dai maestri: Maria Rosaria Improta al violino e da Ciro Cascino al piano, interverranno operatori penitenziari, rappresentanti della comunità esterna e degli organismi che gravitano intorno al carcere (es. scuola, volontariato, ASL, ecc.). Prenderà la parola anche un detenuto.

Alla manifestazione, infatti, alla quale sono state invitate autorità e rappresentanti degli enti istituzionali della Campania, sarà presente una rappresentanza di detenuti, provenienti dai diversi circuiti.

La manifestazione intende sensibilizzare gli operatori del settore, gli enti esterni, i mass media su una problematica particolarmente delicata e complessa qual è quella dei gesti autolesionistici ed auto soppressivi in carcere. Alcuni interventi sono già stati realizzati, con l’emanazione di direttive, con la creazione di staff multidisciplinari per l’accoglienza, con la formazione professionale del personale dipendente. Incontri come quelli programmati per questa settimana hanno lo scopo di allacciare ulteriori rapporti di collaborazione con la comunità esterna, rapporti indispensabili per alleggerire le condizioni detentive della popolazione ristretta e per innalzare quei livelli di attenzione indispensabile per cogliere stati di particolare disagio esistenziale.

La presenza della stampa sarà particolarmente gradita oltre che indispensabile proprio per trasmettere all’esterno: notizie, racconti, esigenze, proposte provenienti dalla realtà penitenziaria

 

Il Provveditore Regionale A.P.

Dr. Tommaso Contestabile

Torino: arrestato per tangenti ex capo della Procura Pinerolo

 

Corriere della Sera, 14 febbraio 2009

 

Giuseppe Marabotto, l’ex capo della Procura di Pinerolo (Torino), è stato arrestato con l’accusa di corruzione avrebbe incassato il 30% dei pagamenti effettuati sulle consulenze da lui disposte. Secondo quanto si è appreso a Milano, le consulenze ammontano a circa 10 milioni di euro e l’ex magistrato avrebbe avuto un ritorno, negli anni, di circa 3 milioni di euro. I pagamenti sarebbero avvenuti generalmente in contanti

L’indagine che ha portato all’arresto risale a diversi mesi fa. La Guardia di Finanza si era concentrata su un giro di consulenze che Marabotto affidava a un gruppo di professionisti: gli accertamenti sulle aziende della zona di Pinerolo venivano condotti "a modello 45", vale a dire senza notizia di reato. Quando trapelò la notizia dell’inchiesta, l’allora procuratore spiegò che il suo modo di procedere poteva permettere all’Erario di recuperare cospicue somme di denaro.

Sono stati emessi anche altri tre mandati di cattura che riguardano un medico, Dario Vizzotto, e due commercialisti, Ruggero Ragazzoni e Mario Emanuele Florio, quest’ultimo piuttosto noto a Torino. Il fascicolo è gestito dal pubblico ministero Maurizio Romanelli, della procura di Milano, competente per reati che riguardino a qualsiasi titolo i magistrati piemontesi. Nel frattempo sono state disposte diverse perquisizioni. In tutto ci sono poi ventitré indagati a piede libero.

Immigrati: Miraglia (Arci); Lampedusa è Guantanamo italiana

 

Apcom, 14 febbraio 2009

 

L’Arci è vicina "alla protesta che la popolazione di Lampedusa e ai migranti stanno portando avanti contro una scelta del governo che trasforma di fatto l’isola in una Guantanamo italiana". Lo dice Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci, in visita nei centri di detenzione per stranieri a Lampedusa che parla di "un’isola prigione dove vengono quotidianamente calpestati i diritti umani e dove la giusta rabbia di centinaia di persone che, illegittimamente vengono trattenuti per un periodo così lungo senza alcuna speranza, si trasforma in rivolta. Facciamo appello al Governo affinché riveda le sue scelte, trasferisca dall’isola di Lampedusa i circa 1000 migranti detenuti nel Cie e consenta l’accesso al centro alle organizzazioni di tutela non governative".

"Stamattina - aggiunge Miraglia - c’è stata l’ennesima rivolta nel centro di identificazione ed espulsione di Imbriacola dove alcuni migranti, provati da una permanenza di oltre un mese nella struttura, non hanno voluto firmare i decreti di convalida dei provvedimenti di trattenimento. Da alcuni giorni l’Arci sta ricevendo al numero verde 800.99.99.77 Sos Diritti, le denunce dei familiari di molti dei migranti trattenuti nel Centro dell’isola che denunciano una situazione gravissima di violazione dei diritti umani e di condizioni igienico-sanitarie allarmanti.

Immigrazione: Marcenaro (Pd); la "vergogna" di Lampedusa

di Pietro Marcenaro

 

Il Riformista, 14 febbraio 2009

 

978 immigrati in un Centro progettato per 350. L’impressione è di grovigli umani inestricabili. Le mutande vengono cambiate ogni 10/15 giorni.

Lampedusa, 11 febbraio 2009. La prima cosa che si incontra oltre il cancello presidiato da decine di agenti in assetto antisommossa è la cucina. All’interno su un nastro trasportatore, addetti muniti di cuffia e guanti, confezionano un’insalata. Insieme a una razione di pasta e a un panino è il pasto dei reclusi nel Centro di Identificazione e Espulsione di contrada Imbriacola, a Lampedusa. Si tratta di 978 persone, per circa i quattro quinti tunisini, di sesso maschile, per la grande maggioranza giovani al di sotto dei trenta anni, la gran parte dei quali sono rinchiusi in queste condizioni dal 26/27 dicembre. Il centro era stato progettato per circa 350 persone.

A ognuno viene aggiunta qualche sigaretta che viene prelevata da pacchetti di Winston aperti in un contenitore a fianco della distribuzione del cibo. Le posate sono di plastica in confezione monouso. Quando il pasto arriva nelle mani di chi lo deve consumare è completamente freddo. I trattenuti lamentano sia la scarsità delle razioni che l’insufficienza del loro numero. Il direttore dell’ente gestore - Lampedusa Accoglienza - sostiene al contrario che vengono confezionate cento razioni in più di quelle strettamente necessarie.

La coda per mangiare dà un’impressione di disordine e di ansietà. Il pasto viene consumato in mano, seduti per terra o sui letti. Di una vera e propria mensa non si può parlare. Nelle camerate, uno spazio tra i venti e i trenta metri quadrati, sono ammassate venticinque e a volte più persone. L’ambiente è sudicio e l’aria mefitica. Sui pavimenti rifiuti di ogni genere. Ci sono letti a castello, ma anche chi dorme a terra.

Avanti pochi metri e cominciano le camerate. Non ho preso le misure e quindi non sono certo di essere preciso: ma direi che in uno spazio tra i venti e i trenta metri quadrati sono ammassate 25 e a volte più persone. L’impressione è di grovigli umani inestricabili. Nonostante il vento che entra dalle finestre sfondate con i serramenti divelti, l’ambiente è sudicio e l’aria mefitica Sui pavimenti rifiuti di ogni genere, ovunque. Da quanto tempo nessuno fa alcun genere di pulizie?

In ogni stanza due file fitte di letti a castello: ma forse meno della metà delle persone sono sistemate in questo modo. Sotto i letti e in ogni altro spazio residuo sono infilati in qualche modo delle specie di materassi di gommapiuma. Alcuni hanno semplicemente steso una coperta per terra. Altri materassi occupano le scale esterne in metallo, completamente all’aperto. Mi portano in giro in questo labirinto di giacigli sui quali ogni tanto stanno stese persone con l’aria malata. Molti non chiedono nulla: semplicemente mostrano la loro sofferenza.

Nelle stanze manca la luce. Le plafoniere sono diverte e i fili elettrici pendono pericolosamente dal soffitto. I telefoni a scheda sono letteralmente sradicati dai muri. Alcuni hanno incolpato gli agenti, ma a me pare molto più probabile che si tratti di vandalismo, che peraltro è evidentemente una pratica diffusa e incentivata dal degrado di tutta la situazione. È una situazione nella quale nessuna identità personale è possibile, che costringe gli individui a scomparire e li riduce a una massa anonima nella quale è quasi impossibile riconoscere le singole persone. Letteralmente trattati come bestie.

Mi portano nelle stanze che confinano con i servizi igienici: l’acqua e la pipì filtrano attraverso i muri e imbevono lenzuola e coperte di chi dorme da quella parte. C’è ovunque una puzza di latrina che prende alla gola. Per quanto riguarda l’igiene personale il direttore di Lampedusa Gestione afferma che vengono distribuiti ogni tre giorni kit che contengono due slip e un asciugamano: i trattenuti dicono che le mutande vengono cambiate ogni 10/15 giorni, mostrano i piedi nudi, in molti casi senza calze né scarpe. Quasi tutti chiedono di potersi sbarbare e si lamentano che anche questo gli sia impedito.

Mostrano le barbe e i capelli lunghi e sporchi. Un ragazzo che parla un francese perfetto e che sicuramente ha alle spalle studi superiori mi dice che sarebbero, disposti a rasarsi a turno, sotto il controllo del personale di vigilanza, senza naturalmente trattenere i rasoi che potrebbero diventare uno degli strumenti di quell’autolesionismo che molti hanno già usato e ancora useranno pensando di arrivare in questo modo dove non riescono con altri. Alcuni mostrano ferite e chiedono di essere accompagnati in infermeria. Altri sostengono che i medicinali, quando vengono dati, prescindono completamente dalle diverse situazioni personali. Alcuni pensano che col cibo vengano somministrati dei calmanti.

Quanti hanno fatto richiesta di asilo sono tenuti insieme a tutti gli altri, senza nessuna distinzione. Molti dichiarano di non aver avuto in oltre 45 giorni di trattenimento alcuna informazione su diritti e doveri, né alcuna possibilità di disporre degli strumenti per far valere le proprie ragioni e ricorrere attraverso la giurisdizione avverso le decisioni considerate ingiuste.

A mia richiesta nessuna delle persone con le quali ha parlato ha detto di aver potuto incontrare un legale, né d’ufficio né naturalmente di fiducia. D’altra parte nell’incontro con i responsabili del centro e con i volontari era stato detto che il primo volantino era ancora in stesura. Qualcuno parla italiano e un certo numero di persone ha una discreta conoscenza del francese, la maggioranza delle persone non parla che arabo. Non parliamo delle informazioni sui rapporti del governo italiano con la Tunisia riguardanti il loro rimpatrio: le voci sono indubbiamente circolate e la mancanza di una informazione adeguata ha contribuito e contribuisce ad aumentare la tensione.

Neanche da pensare a radio, televisioni o a qualsiasi altro tipo di attività ricreativa. Quello che appare - a mio parere senza ombra di dubbio - è non solo il sovraffollamento, ma una struttura e un’organizzazione pensata per brevi soggiorni di pochissimi giorni di persone che venivano rapidamente trasferite a altri Centri, e ora impiegata senza alcun mutamento per gestire trattenimenti per periodi molto lunghi e con le caratteristiche a tutti gli effetti di una vera e propria reclusione. Il quadro che ne emerge è quello di un degrado dove qualsiasi diritto è violato e nel quale è l’umanità delle persone ad essere cancellata.

Immigrazione: il business Stati Uniti; più detenuti = più soldi

di Alessandra Cardinale

 

Il Riformista, 14 febbraio 2009

 

Marcellus Ganesh ha 28 anni ed è nato a San Paulo in Brasile. È arrivato con i genitori a New York quando aveva otto anni e stava studiando economia all’Università di Long Island. Il passato è d’obbligo perché ora Marcellus, dopo quattro mesi di detenzione in un centro per immigrati clandestini in Texas, è stato rispedito in Brasile.

Tra poche settimane la stessa sorte toccherà ai genitori sessantenni il cui unico pensiero ora è: "speriamo di non rimanere troppo a lungo dentro quelle prigioni". La storia di Marcellus e della sua famiglia è uguale a quella di centinaia di immigrati che sono arrivati negli Stati Uniti, attraversando il border, lungo 3.141 chilometri tra il Messico e gli Usa e che ora è anche la trama di Crossing over un film in uscita in queste settimane con Harrison Ford e Sean Penn per cui alcune associazioni di cittadini americani stanno preparando un boicottaggio selvaggio perché istigherebbe all’immigrazione illegale. Per le centinaia di migliaia di illegali l’attesa nei centri per clandestini è il momento più traumatico che, a detta delle autorità americane che gestiscono questi centri, durerebbe massimo 30 giorni, nella realtà può sfiorare anche i dieci mesi.

La noia e l’ansia riempiono gli stanzoni di queste che vengono definite "facilitazioni per la deportazione degli immigrati clandestini": le carte, i giornali e le chiacchiere con gli altri detenuti scandiscono il tempo ma i dirigenti dei centri di permanenza temporanei americani sembrano non aver troppa fretta di rispedirli a casa. Infatti, da alcuni anni, le prigioni per immigrati sono divenuti un vero e proprio business e sono sempre di più quelle che decidono di aprire dei settori ad hoc per ospitare i clandestini in attesa del ritorno nel proprio paese.

Il carcere della contea di Bristol, in Massachusettes, è tra questi. I motivi sono due: il numero di illegali cresce a dismisura, si quadruplicato rispetto al 2005, e il governo americano, in parti-colar modo il ministero della Difesa, almeno prima dell’insediamento della nuova amministrazione, disponeva di miliardi di dollari per agevolarne l’apertura. La paga giornaliera di una guardia all’interno dei centri, ad esempio, è di circa 90 dollari al giorno, dunque, più detenuti popolano i dormitori-celle più consistenti sono i finanziamenti

federali. Il carcere di Bristol, dal 2001, ha ricevuto dallo Stato del Massachusettes 33 milioni di dollari e ha utilizzato i soldi per aprire un campus, acquistare ambulanze nuove e creare uffici per "le relazioni con gli operatori carcerari". Fin qua niente di male, il problema è nella disumana attesa e nelle condizioni, fisiche e psicologiche, in cui riversano gli oltre trentamila clandestini detenuti giornalmente (dati del Political Asylum Immigration Representation Poject di Boston). Le associazioni degli avvocati che si occupano di immigrazione clandestina hanno più volte chiesto al governo americano con petizioni e denunce di ridurre il numero di detenuti e di alleggerire il peso fiscale sui contribuenti americani.

Con George W. Bush il governo americano ha speso quasi due miliardi di dollari per le nuove infrastrutture senza però migliorare le condizioni di vivibilità e i rischi per i detenuti. L’anno scorso la storia di Hiu Lui Ng, un cinese di 34 anni morto di cancro nel Wyatt Detention Facility di Rhode Island, sollevò l’indignazione dell’opinione pubblica americana. L’uomo, che era rimasto negli Stati Uniti con un visto scaduto, fu tenuto nel centro per mesi. Gli investigatori scoprirono, poco tempo dopo, che le guardie carcerarie gli avevano negato le necessarie cure mediche accelerandone la morte. "L’uomo che un anno fa è morto al Wyatt Detention - spiega Sara Ignatius direttrice del Political Asylum Representation Project - non doveva trovarsi là. Pagare 90 dollari una guardia per chiudere a chiave una persona a cui è scaduto il visto mi sembra un modo inappropriato di spendere soldi federali". Senza prendere in considerazione il trauma personale di un soggiorno forzato in queste strutture: gli avvocati hanno denunciato le pessime condizioni igieniche, le uniformi umilianti che i detenuti devono indossare (di color arancio, come quelle a Guantanamo, se si è commesso un reato, giallo se si tratta di violazione civile), la dieta alimentare fatta di cibi scaduti o di pessima qualità.

Immigrazione: allarme dell'Oms; le malattie non hanno confini

 

Il Riformista, 14 febbraio 2009

 

"Le malattie non hanno confini. E una salute fuori controllo, anche in un angolo remoto del mondo, può costituire un pericolo per tutti, rendendo il mondo insicuro". Con queste parole il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Margaret Chan; ha risposto ieri a una domanda sull’emendamento al pacchetto sicurezza che consente ai medici di denunciare i cittadini clandestini che si presentano nelle strutture sanitarie italiane per farsi curare. Lo ha detto alla giornata organizzata a Roma dall’Aspen Institute in vista della presidenza italiana del G8, e dedicata alle emergenze sanitarie. "Non entro nelle vicende specifiche di un singolo Paese - ha commentato Chan - però bisogna prendere atto di una globalizzazione che implica una solidarietà globale". Sui clandestini e l’accesso alle cure mediche "ci vorrà un provvedimento più ampio".

Ne è convinto il senatore Antonio Tomassini (Pdl), presidente delta commissione Sanità di Palazzo Madama. "Personalmente - ha detto - penso a un periodo di franchigia e di tutela per tutta la fase di malattia. Come anche altri Paesi hanno fatto". Un’ipotesi - quella di sospendere ogni azione nei confronti dei clandestini e di tutelarli fino alla guarigione - che potrebbe essere presa in considerazione anche per l’Italia. Quanto all’emendamento al Ddt sulla sicurezza, che ha fatto tanto discutere in quanto dà ai medici la possibilità di denunciare i clandestini, Tomassini precisa: "Secondo me c’è stato un difetto di informazione. Fino al ‘98 vigeva un obbligo assoluto di denuncia. Poi, nell’intento sicuramente favorevole di proteggere chi si voleva curare in anonimato, fu imposto FI divieto di denuncia. Ma i risultati non sono stati buoni. In questi 7 anni ci sono state persone deboli che, come fantasmi, sono entrate e uscite dagli ospedali".

Secondo il senatore l’emendamento fa "un passo avanti" perché "lascia questa denuncia alla potestà e coscienza del medico". In ogni caso, conclude, "garantisce a chi è esposto a un problema penale, come un clandestino, l’esenzione di referto. Detto questo, ci vorrà senz’altro un provvedimento più complessivo".

Immigrazione: no di Fini a denunce medici contro clandestini

 

Il Riformista, 14 febbraio 2009

 

Una norma che spaventa i clandestini provocando caos e che suscita malessere tra i medici La fondazione Farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini, scende in campo contro il provvedimento, approvato pochi giorni fa in Senato, che consente a medici e infermieri di denunciare gli immigrati clandestini che si rivolgono in ospedale. La Fondazione ricorda che il Giuramento di Ippocrate impone ai medici il vincolo del segreto. E spiega che questa norma rischia di provocare effetti indesiderati: "Quanti, colti dal timore di essere denunciati, eviteranno di presentarsi in ospedale, ripiegando in strutture clandestine, magari deficitarie dal punto di vista igienico-sanitario?".

Il clandestino malato, "terrorizzato per le conseguenze penale, è come una scheggia impazzita". Non solo. Tra gli operatori sanitari "c’è una situazione di incertezza assoluta. Se da un lato ci sono gli obiettori di coscienza, dall’altro chi provvedere a curare quei malati che non si presenteranno in una struttura sanitaria sul territorio italiano?". Obiezioni respinte al mittente dalla Lega, n deputato Ettore Pirovano ricorda che "in Germania c’è l’obbligo di denunciare i clandestini. Da noi c’era il divieto, finora". La facoltà di denunciarli non provocherà rischi?

"Da noi ai clandestini, che non si devono neanche qualificare, danno un tesserino sanitario di sei mesi rinnovabile. E così hanno cure gratis e passano davanti agli italiani". Ma i rischi di epidemie e il diritto alla salute? "I clandestini non devono esistere. Stanno riportando da noi malattie dimenticate. Sono contento che Fini si preoccupi di loro, ma invece di blaterare a vanvera potrebbe farsi un giro in un pronto soccorso del Nord".

 

 

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