Rassegna stampa 21 aprile

 

Giustizia: dl sicurezza; ok da Commissione Senato, va in Aula

 

Apcom, 21 aprile 2009

 

Dopo che il governo ha cassato dal decreto sicurezza la norma sulle ronde, ora la Lega vuole che venga approvata la disciplina contenuta nel ddl sicurezza all’esame delle Commissioni di Montecitorio così come uscita dalla prima lettura fatta dal Senato.

Lo fa sapere Sandro Mazzatorta, componente del Carroccio della commissione Giustizia di Palazzo Madama, annunciando che la richiesta verrà messa nero su bianco in uno dei due ordini del giorno che la Lega presenterà domani in Aula al decreto sicurezza. "La norma sulle ronde approvata al Senato - sottolinea - è uguale alle leggi regionali della Lombardia, del Piemonte e dell’Emilia Romagna.

Vogliamo che resti quella e non quella inserita e poi cancellata dal governo nel dl sicurezza che prevedeva innanzitutto associazioni di ex agenti di polizia e carabinieri e una lista presso la prefettura". Mazzatorta non nasconde il timore che la norma sulle ronde alla fine non vada in porto, per questo la Lega impegna il governo con un odg: "I nostri dubbi sono fondati. Se hanno cassato la norma del governo che era più blanda, temiamo che analoga sorte possa toccare alla nostra che è invece più chiara".

Quanto alla permanenza nei Cie, su cui il Carroccio impegnerà il governo sempre con un odg, Mazzatorta ricorda che "la direttiva europea prevede norme più rigorose di quelle inserite (e poi bocciate dall’Aula della Camera col voto segreto) nel dl: per l’Ue oltre i 180 giorni i clandestini possono essere trattenuti per altri 12 mesi se l’immigrato o il Paese terzo non collaborano". Inoltre, la direttiva Ue prevede che i clandestini se non c’è posto nei Cie "possono essere trattenuti negli istituti penitenziari, separati dai detenuti ordinari".

Giustizia: in Abruzzo pool antimafia, per vigilare sugli appalti

di Meo Ponte

 

La Repubblica, 21 aprile 2009

 

Non ci sono dubbi: il collaudo delle strutture portanti dell’ospedale San Salvatore fu piuttosto anomalo. Lo ha confermato ieri Roberto Marzetti, direttore dell’Asl de L’Aquila al procuratore capo Alfredo Rossini durante una lunga audizione.

"Dal verbale di collaudo effettuato tra il 28 aprile e il 7 maggio del 1980 per i primi lotti dell’ospedale dove il terremoto ha fatto più danni - ha spiegato Marzetti - si evince che i collaudatori avevano ben chiara la situazione. E cioè che si era edificato su un terreno sismico di secondo livello e su un’area alluvionale formata dal deposito dei detriti del Monte Pettino e che la cui conformazione morfologica era di tipo sabbioso e limoso. Ciò nonostante fu rilasciato un certificato di collaudo. Non solo: dallo stesso verbale si scopre che i cubetti di cemento usati per le prove di tenuta dei solai non sono mai stati restituiti".

In più ci sarebbe un altro mistero: le improvvise dimissioni da direttore dei lavori dell’ingegner Marcello Vittorini che secondo alcuni sarebbero da attribuire ad un profondo dissenso sul tipo di cemento usato per l’edificazione dell’ospedale. "Sul modo in cui furono effettuati i collaudi stanno emergendo dati molti interessanti" ha sottolineato il procuratore Rossini che, con il sostituto Fabio Picuti, ha interrogato anche il sindaco Massimo Cialente a riguardo del telegramma inviato qualche giorno prima del sisma a Roma. "Era un passaggio obbligato anche sul piano amministrativo, un modo che mi serviva per poter aver la possibilità di fare i lavori" ha risposto il primo cittadino, aggiungendo che il comune è pronto a costituirsi parte civile in un eventuale processo. "Lo faremo sia per i nostri morti che per difendere l’immagine de l’Aquila, dipinta come una città di cartone".

L’inchiesta della Procura aquilana comunque continua a ritmo serrato. E il procuratore capo, che ieri ha ordinato il sequestro del palazzo dell’Inail, ha assicurato: "Arriveremo alla conclusione in tempi rapidi, probabilmente prima dell’estate". L’attenzione di Rossini però è appuntata anche le possibili infiltrazioni mafiose nella fase della ricostruzione dei centri terremotati. Dopo un lungo colloquio con lui Pietro Grasso, capo della Procura nazionale antimafia ha creato un pool di magistrati che affiancherà i colleghi aquilani per analisi preventive, accertamenti e monitoraggi per individuare la presenza di elementi delle organizzazioni criminali nella regione. "Non c’è ancora un allarme ma una legittima attenzione - ha detto Grasso - perché vogliamo evitare che gli sciacalli delle case si trasformino in sciacalli delle casse dello Stato. Vogliamo che i soldi della ricostruzione vadano a chi ha diritto".

L’Abruzzo nel frattempo cerca di tornare ad una vita più o meno normale. La riapertura delle scuole che si dava per scontata però deve fare i conti con la paura della popolazione. I bimbi, riuniti in multiclassi, infatti continuano a seguire le lezioni nelle tende. E agenti della Squadra Mobile ieri hanno salvato una donna che spinta dalla depressione per la vita nella tendopoli era tornata nella sua casa disastrata e minacciava di gettarsi nel vuoto. A peggiorare la situazione si aggiunge il maltempo. La Protezione Civile ha già lanciato un allarme-meteo: nei prossimi giorni piogge e freddo si accaniranno sulla regione che attende la ricostruzione.

Giustizia: poliziotti locali; pochi, armati a metà e senza regole

di Paolo Brogi e Gianni Santucci

 

Corriere della Sera, 21 aprile 2009

 

"Multate le prostitute!". E partono i vigili. "Basta con gli accattoni". I vigili creano nuove pattuglie. "Stop alla birra bevuta in strada". Far rispettare il provvedimento, spetta sempre ai vigili. Che trent’anni fa si occupavano solo di viabilità. Mentre oggi si stanno trasformando in poliziotti, sotto la pressione dei Comuni che si giocano sempre più il consenso sul tema sicurezza. E così sfornano ordinanze a raffica.

Chiedendo controllo dei campi rom, identificazione dei clandestini, retate contro il commercio abusivo. La mutazione è in corso per un contingente di 60 mila uomini in tutta Italia, che si stanno trasformando da "vigili urbani" in "polizia locale". Con risultati non omogenei. A Milano, per esempio, i vigili hanno la pistola. Ma appena oltre il confine comunale, a Cinisello Balsamo, non sono armati. Le carenze di uomini invece riguardano un po’ tutti i comandi: tra il 20 e il 25 per cento in meno rispetto all’organico nelle maggiori città italiane.

 

Gli scantinati

 

A Roma il Gruppo sicurezza urbana conta 120 uomini, per mesi hanno scorrazzato tra campi abusivi rom, vie della prostituzione, occupazioni illegali, cartelloni pubblicitari fuorilegge. E ora sono rimasti senza il capo: il comandante Antonio Di Maggio, stufo di sentirsi tirare la giacca da destra e da manca, ha guardato i suoi uomini ficcati in un ufficio fatiscente sotto l’Ambra Iovinelli, dove luce e servizi sono comuni al teatro e quindi ne subiscono capricci e sorti, e ha detto basta.

Dimissionario, Di Maggio resta a capo dell’ufficio antiabusivismo e dell’VIII Gruppo, insomma Tor Bella Monaca e dintorni. Lì un suo agente, Dario Guidaldi, è finito da poco all’ospedale: durante un controllo, mercoledì scorso, aveva fermato un sedicenne in motorino senza targa, ultima moda della piccola malavita romana per sbrigare meglio affari e raid anti immigrati. In cento l’hanno aggredito spedendolo al pronto soccorso. L’ultima sulla prostituzione, a Roma, è questa: su 4.000 verbali fatti sono 848 i domicili falsi forniti. A rivelarlo è il sindacalista Gabriele Di Bella. Risultato?

A questo punto gli agenti della municipale dovranno rintracciare le prostitute che hanno dichiarato il falso e contestare il nuovo reato. Altro punto: la pistola. A Roma ce l’hanno circa mille agenti su 6 mila. Il 2 maggio scadrà la possibilità che i vigili di Roma hanno di esprimere la propria opzione sull’armamento sancito dal consiglio comunale.

Nei 19 comandi della Capitale si cominciano a tirare le prime somme, un buon 25 per cento sembra dire no. Secondo i comandanti sono il 15 per cento ai Parioli, il 20 per cento sulla Cassia, il 25 al Portuense, addirittura la metà al Tiburtino. "Da noi stanno aspettando fine mese", spiega il comandante di XVII e XVIII, Antonio Bertola. E ad Ostia Angelo Moretti fotografa così il corpo: "Un giorno dicono sì, il giorno dopo no. Inizialmente erano favorevoli, poi sono iniziati i ripensamenti. Del resto sono trent’anni che si oscilla tra sì e no, ora molti sono invecchiati o vicini alla pensione".

 

Strade e sicurezza

 

A Milano, in un anno, i vigili hanno ritirato 1.164 patenti per alcol. A Verona, 400 per alcol e altre 50 per droga. "Questa è sicurezza in senso stretto - attacca Luigi Altamura, capo dei vigili di Verona - perché previene gli incidenti mortali sulle strade". Poi ci sono altri compiti: i ghisa milanesi nel 2008 hanno smascherato 94 matrimoni combinati (per aggirare le leggi sulla cittadinanza) e sgomberato 40 aree occupate dai rom.

E qui cominciano i problemi: "Non abbiamo caschi e scudi - racconta Daniele Vincini, segretario del sindacato Sulpm Lombardia - e così quando ci prendono a sassate polizia e carabinieri sono protetti, mentre noi restiamo indifesi". È in situazioni come questa che si sperimenta a che punto sia l’incompleta transizione da vigile a "poliziotto locale". "Negli ultimi anni le nostre competenze si sono sempre più allargate - riassume Francesco Delvino, presidente dell’associazione Marcopolo, che raggruppa comandanti e ufficiali dei vigili italiani- ma manca un adeguamento degli organici e soffriamo per l’endemica ristrettezza finanziaria dei Comuni. Molte città hanno raggiunto un ottimo livello di professionalità, ma è tutto su iniziativa locale".

 

Impiegati con la divisa

 

Attendono una legge di riforma dal 1986. Per ora, gli agenti della polizia locale restano impiegati dei Comuni quanto i dipendenti dell’ufficio anagrafe, ma hanno compiti di polizia giudiziaria. Due progetti di legge attendono da anni in Parlamento di essere approvati. Più che l’istituzione delle ronde, molti sindaci e ufficiali si augurano che sia il passaggio verso il compimento della "sicurezza federalista".

"È fondamentale definire con chiarezza il nuovo ruolo e il maggior potere che si intende dare alle polizie locali - spiega il primo cittadino di Torino, Sergio Chiamparino - sia per gli strumenti di offesa e difesa, sia perché dai Comuni spesso non si riesce a far fronte alle carenze di organico". Un solo esempio di come ognuno proceda sulla sua strada: lo spray urticante è entrato in dotazione ai vigili di Torino, mentre a Milano hanno i nuovi manganelli ma chiedono lo spray.

Nella transizione verso la nuova polizia, i sindacati sono d’accordo con i sindaci. Anzi, spesso vanno oltre: "Senza la riforma - spiega Piero Primucci, coordinatore torinese del Sulpm - si rischia che alcune città usino i vigili più per ripianare la cassa che per occuparsi di sicurezza". Passi avanti in ordine sparso. Soprattutto nelle grandi città del Nord, l’organizzazione funziona soprattutto grazie ai patti per la sicurezza che da anni riuniscono intorno a un tavolo questori, prefetti, comandanti dei carabinieri e capi dei vigili. Così tutte le forze vengono impiegate senza sovrapposizioni. Tenendo presente sempre un punto: "Interventi su scippi e rapine - conclude il comandante Delvino - resteranno sempre compito delle forze dell’ordine".

Giustizia: processi diventano "maxi", ma tribunali sono "mini"

di Vittorio Grevi

 

Corriere della Sera, 21 aprile 2009

 

Sebbene trattata senza particolare rilievo dalla stampa nei giorni scorsi, non merita di passare sotto una cortina di rassegnata indifferenza la notizia dell’avvenuta liberazione, a Bari, per decorrenza dei termini di custodia preventiva, di 21 imputati appartenenti al "clan Strisciuglio", già condannati in primo grado per reati di stampo mafioso a pene detentive inferiori ai 10 anni. Tanto più che, com’è probabile, ulteriori scarcerazioni potranno seguire entro i prossimi sei mesi, nei confronti di altri imputati già condannati nel medesimo processo a pene superiori ai 10 anni.

La circostanza che, a 15 mesi dalla conclusione del giudizio di primo grado relativo al maxi processo "Eclissi" (celebratosi con rito abbreviato contro 160 imputati, di cui 150 condannati, di fronte al Gup di Bari) la relativa sentenza non sia stata depositata desta certamente sconcerto, e suscita non lievi interrogativi.

Sconcerto e interrogativi che non si attenuano di fronte all’ampia stima professionale di cui, a quanto risulta, gode il giudice responsabile del mancato deposito, ancora nei mesi scorsi valutato dal Csm come magistrato di "elevata laboriosità ", in occasione di una recente promozione, sebbene già fosse trascorso vanamente un anno da quel giudizio. Infatti, se questo è vero (come sembra attestare anche un equilibrato documento emesso dagli avvocati della Camera penale barese), se cioè non si tratta del "solito" magistrato negligente o neghittoso, allora la questione è ancora più grave.

Perché chiama in causa, al di là del grado di impegno del singolo magistrato, alcuni problemi di fondo del nostro sistema processuale penale, in rapporto al fenomeno dei maxi processi per delitti di criminalità organizzata. Talora si è osservato, in proposito, che simili inconvenienti non si verificherebbero se gli uffici del pubblico ministero non impostassero processi di grandi dimensioni, con centinaia di imputati, ed invece li frazionassero in tanti separati procedimenti.

Obiezione antica, ma non attendibile - a parte l’esigenza di una valutazione unitaria delle prove - almeno di fronte alle attuali carenti strutture degli apparati giudiziari. Se infatti, schematizzando, un processo destinato per sua natura a coinvolgere 160 imputati (e, se tanti sono, il pm non può certo fingere di non accorgersene) venisse frazionato, per esempio, in 10 processi ciascuno con 16 imputati, non ci sarebbero quasi mai né i magistrati, né i cancellieri, né le aule sufficienti per celebrarli in contemporanea.

E, d’altro canto, se i 10 processi così separati andassero a giudizio l’uno dopo l’altro, differiti nel tempo, sarebbe pressoché certa la scadenza dei termini di prescrizione con riguardo a quelli celebrati successivamente al primo. In realtà, il problema nasce non tanto dalla dimensione dei processi, quanto dalla dimensione delle associazioni criminali, di cui i processi finiscono per essere un inevitabile riflesso.

Ed allora, posto che nel nostro sistema non può ammettersi alcuna forma di esecuzione anticipata della sentenza di condanna non ancora definitiva (almeno finché nella nostra costituzione, a differenza di altri Paesi, la presunzione di non colpevolezza dell’imputato sarà dichiarata operante "sino alla condanna definitiva"), il rischio della scarcerazione di imputati detenuti, ancorché già condannati, dovrà essere fronteggiato soprattutto sul piano della organizzazione giudiziaria, a parte qualche eventuale ritocco normativo ido neo a restringerne l’ambito di incidenza.

Per esempio, in un caso come quello di Bari, di fronte alla complessità del processo ed alla quantità enorme degli atti, il giudice competente a redigere la sentenza avrebbe dovuto essere subito esonerato dalle altre incombenze giudiziarie. E, qualora il ridotto organico dell’ufficio Gip-Gup di Bari non lo avesse consentito, il dirigente di tale ufficio avrebbe dovuto informarne il presidente del tribunale, e quindi anche il presidente della corte d’appello, al fine di ottenere l’applicazione provvisoria di altri magistrati.

Esiste, infatti, un preciso dovere di vigilanza e di organizzazione, proprio dei capi degli uffici, anche se non sempre gli stessi ne hanno la compiuta consapevolezza. Su questo e su altri aspetti del concreto funzionamento degli uffici giudiziari sarà bene che si soffermi il Csm, quando tra breve sarà chiamato ad esaminare la vicenda barese, anche allo scopo di dettare rigorose direttive sul piano organizzativo.

Ma, nel contempo, dovrà anche essere sollevato con forza in sede politica il problema delle piante organiche di molti uffici giudiziari (spesso sottodimensionate rispetto alle esigenze pratiche, come a Bari), che risulta evidentemente connesso all’annosa questione della riforma della geografia delle circoscrizioni dei tribunali. Un problema urgente, che purtroppo però nessun ministro ha mai avuto la capacità di risolvere. E tuttavia, se non verrà risolto, episodi come quello delle scarcerazioni di Bari rischiano di essere sempre più frequenti.

Giustizia: carcere per chi condivide files con diritto d’autore?

di Fulvio Sarzana

 

Punto Informatico, 21 aprile 2009

 

Come già riportato da Punto Informatico quattro persone a diverso titolo in relazione con il sito Pirate Bay sono state condannate in Svezia ad un anno di carcere per aver agevolato la condivisione di files protetti da diritto d’autore. Quali sono i presupposti per la condanna e qual è la situazione invece in Italia?

Da quanto è dato apprendere dai media che hanno affrontato la vicenda sembra che i titolari del sito siano stati condannati perché hanno "promosso l’infrazione delle leggi sul diritto d’autore" e più in particolare per complicity in violation of copyright law. In pratica i titolari del sito avrebbero agevolato la commissione dei reati di violazione del copyright.

Il semplice assunto sembra già difficilmente comprensibile. Se così fosse, infatti, ovvero se ci fosse stata una qualche forma di complicità, allora il Tribunale avrebbe dovuto condannare anche chi scarica: solo se la violazione del diritto d’autore da parte di terzi è accertata e gli autori del reato sono perseguiti allora i titolari di The Pirate Bay possono essere considerati responsabili di un reato in concorso. Altrimenti la complicità avviene rispetto a chi e che cosa?

L’istigazione di per sé, in pressoché tutti gli ordinamenti (e tranne per tipi di reato ben più gravi, quali i reati di terrorismo) generalmente non comporta sanzioni penali dirette quali ad esempio la reclusione, ma generalmente misure secondarie (come le misure di sicurezza).

Inoltre, come giustamente rilevato dall’avvocato Samuelson, difensore di Lundstrom, e portavoce degli altri condannati, vi deve essere un nesso di causalità tra l’azione consapevole di coloro che scaricano (e che non si capisce perché non siano stati a questo punto condannati anch’essi) e l’azione dei titolari del sito, nonché una consapevolezza da parte di quest’ultimi, perché altrimenti vedremmo addossati a soggetti una forma di responsabilità oggettiva che prescinde dagli ordinari criteri di imputabilità.

Per fare un esempio pratico dovremmo pensare che sia responsabile di concorso in omicidio colui il quale produce cacciaviti perché un cacciavite è stato usato da un soggetto assolutamente sconosciuto al produttore, per commettere un omicidio. La responsabilità quindi dei titolari del sito sembrerebbe essere stata una responsabilità di tipo "morale". Orbene in Italia la responsabilità morale nella commissione di un reato si ha allorquando si fa sorgere o si rafforza l’altrui proposito criminoso (si pensi, ad esempio, a chi istiga un determinato soggetto a commettere un furto o, addirittura, al caso del "mandante" di un omicidio). In ogni caso però, come si diceva prima, ci deve essere un reato compiuto da qualcuno.

E allora sorge spontanea la domanda: è reato in sé scaricare musica protetta da diritto d’autore? La risposta è no, almeno in Italia. Nel nostro ordinamento il mero downloading di file protetti da diritto d’autore non si può considerare un reato ma un illecito amministrativo, mentre lo è in certi limiti l’uploading ovvero la condivisione: per questo c’è una sanzione penale, entro certi limiti oblazionabile, cioè convertibile in denaro. In particolare, chi scarica illecitamente file protetti dal diritto d’autore (utilizza, duplica o riproduce) per scopi personali può essere punito con la sanzione amministrativa pecuniaria di 154 euro. In realtà questa sanzione può essere ipotizzata solo se questa attività non concorre con quella di upload. Pene più dure (1.032 euro e pubblicazione in due giornali) sono previste nel caso di recidiva (art. 174-ter comma 2).

La condivisione invece (o uploading), ovvero l’azione di "Chiunque mette a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche mediante connessioni di qualsiasi genere" anche solo una parte dell’opera protetta, per scopi estranei a quello di lucro è punito con una multa da 52 euro a 2.066 euro (art. 171 lett. a-bis). Quindi, ancorché con una sanzione modesta, quest’ultima ipotesi configura un reato. L’art. 171 comma 2 prevede in questo caso la possibilità di oblazione (pagamento pecuniario che estingue il reato), pagando un importo pecuniario pari alla metà del massimo edittale della pena (2.066 euro / 2) cui aggiungere le spese del procedimento.

Orbene in questa ultima ipotesi i titolari di The Pirate Bay potrebbero essere indicati come responsabili di un concorso morale in quanto avrebbero rafforzato l’intenzione criminosa di chi ha compiuto il reato di condivisione a scopo personale, rispondendo di un reato che prevede come sanzione al massimo 2066 euro di multa, e non certo la reclusione, come invece accaduto in Svezia.

In realtà in Italia (così come avvenuto a Stoccolma) si è provato (e si prova tuttora) nell’unico caso finora noto introdotto presso il Tribunale di Bergamo, a vedere nel comportamento di The Pirate Bay una violazione della legge sul diritto d’autore per scopi di lucro, fattispecie ben più grave e che invece è sanzionata anche con la reclusione. L’immissione in rete infatti di contenuti protetti dal diritto d’autore per scopi lucrativi (diciamo impropriamente commerciali), dopo l’entrata in vigore del plesso normativo noto volgarmente come Decreto Urbani del 2004, prevede la reclusione.

In pratica The Pirate Bay risponderebbe di concorso (a titolo lucrativo) del reato (non lucrativo) di chi condivide, che però (secondo la Procura di Bergamo ed evidentemente anche della Corte di Stoccolma) resterebbe ignoto, ma che a rigor di logica, e seguendo questa impostazione, dovrebbe a questo punto essere perseguito non per la condivisione ad uso personale ma per il più grave reato di condivisione a scopo di lucro.

Nel provvedimento del Gip di Bergamo del 1 agosto 2008, poi revocato ma per motivi di carattere essenzialmente procedurale infatti si legge che il reato ipotizzato per i titolari di The Pirate Bay (e per terzi ignoti) è quello "previsto e punito dagli articoli 110 c.p. e 171 - ter, comma 2, lettera a bis della Legge 22 aprile 1941 n. 633 in concorso tra loro e con altri attualmente ignoti, in violazione dell’articolo 16 della suddetta legge ed a fini di lucro, comunicavano al pubblico opere dell’ingegno protette dai diritto di autore, in particolare file musicali; documenti di testo; riproduzioni digitali di pubblicazioni a stampa; audiolibri; immagini; opere cinematografiche a televisive; programmi informatici...". Quindi il titolo di reato per The Pirate Bay è concorso in proprio e con terzi ignoti nel reato lucrativo di violazione del diritto d’autore, punito appunto con la reclusione. Ma chi potrebbero essere questi terzi ignoti, se non gli utenti?

La conseguenza aberrante (ma logica) della sentenza di Stoccolma e dell’impostazione della Procura di Bergamo sarebbe quella di attribuire agli utenti che scaricano la stessa responsabilità di The Pirate Bay assoggettandoli alla reclusione e aggirando di fatto le norme che non prevedono sanzioni penali per chi scarica per uso personale.

Infatti l’articolo 116 (cd. aberratio delicti) del nostro codice penale, detto anche "concorso anomalo", prevede che se uno dei partecipanti all’esecuzione di un reato commette un fatto diverso da quello realmente voluto (o un altro oltre quello voluto dai concorrenti) risponde anche di quest’altro reato, anche se più grave. L’articolo 116 c.p. stabilisce infatti che "qualora il reato commesso sia diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti, anche questi ne risponde, se l’evento è conseguenza della sua azione o omissione. Se il reato commesso è più grave di quello voluto, la pena è diminuita riguardo a chi volle il reato meno grave".

Quindi se io condivido un file protetto dal diritto d’autore e mi espongo alla sanzione della multa, automaticamente mi vedo "appioppare" il reato di comunicazione al pubblico a fini di lucro, che prevede appunto la sanzione della reclusione. Ovvero se un soggetto ha solo condiviso per scopo personale ma viene chiamato a rispondere in un processo in cui è presente anche The Pirate Bay (e ovviamente da ora in poi sarà sempre così) dovrà necessariamente rispondere anche del reato lucrativo del concorrente con sanzioni che pur diminuite prevedono comunque la reclusione, ovvero il carcere. In entrambi i casi i giudici hanno "glissato" sulle conseguenze di questa impostazione che però appare l’unica possibile, forse per evitare prevedibili reazioni da parte dell’opinione pubblica. Si spera che nel futuro chi dovrà giudicare della questione si ponga questo "spinoso" problema.

Giustizia: in Albania un carcere costruito con i soldi dell’Italia

di Stefano Zurlo

 

Il Giornale, 21 aprile 2009

 

I numeri della vergogna. Quasi mille detenuti albanesi con condanne definitive nelle carceri italiane. Altrettanti di nazionalità romena. In base ad accordi bilaterali firmati da anni dovrebbero essere da tempo nelle prigioni dei rispettivi Paesi. Invece congestionano i nostri già congestionati penitenziari. E costano al contribuente cifre elevatissime. I calcoli sono presto fatti: un detenuto, non importa se italiano o straniero, costa alla collettività circa 100mila euro l’anno. Fanno a spanne cento milioni di euro ogni dodici mesi per gli albanesi e altri cento per i romeni. Duecento milioni di euro. Cifre che l’Italia potrebbe utilizzare per risolvere mille altri problemi e invece devono essere impiegate per fronteggiare la continua emergenza che viene dall’Est.

I numeri della vergogna. L’ex Guardasigilli Roberto Castelli è un fiume in piena: "Ho firmato personalmente i due accordi. Con l’Albania nel 2002, con la Romania nel 2003. L’Italia è un Paese senza memoria, non ricorda che cosa era scritto in quei documenti ufficiali". La filosofia di fondo era molto semplice: i condannati con sentenza definitiva dovevano essere rimandati indietro, a Tirana e a Bucarest. Anche senza il loro consenso. Era questo il grimaldello giuridico-diplomatico escogitato dopo estenuanti trattative dal nostro staff di via Arenula. In sostanza, con questo sistema l’Italia apriva due canali per alleggerire la sempre esplosiva situazione delle nostre carceri e per condividere con Tirana e Bucarest il problema della criminalità importata da quei Paesi. Solo che il meccanismo si è inceppato quasi subito. "Bucarest e Tirana si erano impegnate - aggiunge Castelli - ma non hanno mantenuto la parola data".

I numeri della vergogna sono custoditi in via Arenula, al Ministero della giustizia. Sette anni dopo, l’Albania si è ripresa meno di trenta criminali. Una percentuale da zero virgola. E la Romania? Qui le carte rivelano numeri quasi impronunciabili: due. Due in sei anni. Ma ci sarebbero sei procedure di rimpatrio in stato avanzato e trentuno casi all’ordine del giorno. Coriandoli, rispetto a qual che succede tutti i giorni. Il nuovo ministro Angelino Alfano ha ripreso il dialogo, ha incontrato i colleghi di Albania e Romania, ha rinegoziato gli accordi, ha esercitato pressioni. Ma non è facile invertire il trend, non è semplice combattere contro l’ostruzionismo.

I numeri della vergogna nascondono una beffa che ha dell’incredibile. L’allora ministro Castelli perfeziona un progetto avviato da Piero Fassino: la costruzione a spese dell’Italia di un carcere non lontano da Tirana, a Pequin, destinato a ospitare i detenuti in arrivo da San Vittore, Poggioreale, Regina Coeli e dalle altre prigioni della penisola. Il carcere costa circa 8 milioni di euro, ha una capienza di 500 posti, viene inaugurato nel 2003. Ma dall’Italia, come detto, non si muove nessuno. O quasi. Gli albanesi fanno prima: lo riempiono con i criminali di casa che, a quanto pare, non mancano. "È uno scandalo senza fine - tuona Castelli - io andai a visitare Pequin, mi ricordo che costava un quinto di quello che avremmo speso per costruire una struttura equivalente qui in Italia. Ricordo anche il mio stupore perché non c’era l’impianto di riscaldamento. Ma qualche funzionario albanese mi spiegò che laggiù i caloriferi non ci sono neppure nelle case, figurarsi nelle celle. Comunque, noi abbiamo finanziato l’opera e loro l’hanno usata, senza farsi troppi problemi nei nostri confronti". Altri soldi da aggiungere a quelli che il nostro Paese sborsa ogni anno per mantenere i "prigionieri" albanesi e romeni.

I numeri della vergogna. L’ultimo è inquietante. Nel 2008 Roma ha consegnato una black list a Tirana: ventotto nomi di pesi massimi della più spietata criminalità albanese, tutti con condanne in Italia per reati gravissimi e con pene superiori ai 25 anni. Tutti latitanti in Albania. Tutti, o quasi, alla luce del sole. Nessuno, per quanto se ne sa, è stato catturato. Almeno finora. Roma spera che ora la musica cambi. I latitanti in carcere. E, finalmente, i criminali a casa. A Bucarest. E a Tirana.

Giustizia: Osapp; situazione delle carceri non è sotto controllo

 

Il Velino, 21 aprile 2009

 

"Facciamo appello affinché il Guardasigilli garantisca il corpo di Polizia di cui è referente quale titolare del dicastero che amministra". A dirlo è Leo Beneduci, segretario generale dell’organizzazione sindacale autonoma della Polizia penitenziaria (Osapp), a proposito dell’aggressione che avrebbero subito, due giorni fa a Trapani, cinque agenti penitenziari ad opera di un gruppo di detenuti tunisini.

"Le parole del ministro della Giustizia Angelino Alfano possono anche rassicurare ma le cifre parlano senz’altro un’altra lingua - aggiunge -. Con una presenza effettiva di 7.406 reclusi, oltre il limite tollerabile delle 7.156 unità (quando la capienza regolamentare dei 4.820 reclusi è già stata superata da un bel pezzo) la Sicilia rappresenta uno dei casi limite che descrive al meglio il problema del sovraffollamento. La situazione sarà anche sotto controllo, come dice il ministro, ma a fronte di una situazione complessiva che conta oltre 61 mila detenuti presenti negli istituti del territorio italiano - conclude l’Osapp - ci chiediamo se il Guardasigilli si renda conto della gravità di un fenomeno che reca danno soprattutto a chi è lì per far rispettare l’ordine e mantenere la sicurezza".

Giustizia: Osapp; più personale, o esercito a tutelare le carceri

 

Redattore Sociale - Dire, 21 aprile 2009

 

"La situazione penitenziaria che vive il Paese non permette ulteriori ritardi, e il Guardasigilli non può cavarsela con le rassicurazioni di circostanza". A dichiararlo è Leo Beneduci, segretario generale dell’Organizzazione sindacale autonoma della polizia penitenziaria, che si rivolge "al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, alle prese con l’emergenza abruzzese" per dirgli che "magari i terremoti non potranno essere presagiti, ma le catastrofi umane, derivanti da una condizione come quella che stiamo vivendo negli istituti, certamente si" e che "quello che è accaduto a Trapani due giorni fa (il riferimento è all’aggressione da parte di un gruppo di extracomunitari a danno di cinque agenti penitenziari, n.d.r.) è la dimostrazione lampante che manca personale sufficiente e già si profila il rischio che gli agenti in servizio nelle sezioni detentive non potranno usufruire quest’anno delle ferie estive".

"Come avevamo, invece, preannunciato noi - spiega Beneduci -, entro la fine della scorsa settimana la quota dei ristretti ha superato le 61 mila unità (su una capienza regolamentare di 43 mila posti letto) e si approssima velocemente a colmare la cifra della tollerabilità. Segno che oltre le 62 mila anime questo sistema è destinato a chiudere".

Il segretario generale dell’Osapp lamenta poi che "come Corpo di polizia, come forza dell’ordine deputata a mantenere la sicurezza non ci sentiamo più tutelati. A questo punto- deduce- le conclusioni sono molto semplici: o il Governo schiera l’esercito a tutela degli istituti, dichiarando lo stato d’emergenza nazionale, come è stato fatto per il terremoto in Abruzzo, oppure il ministro, con il capo del Dipartimento assieme al commissario straordinario Ionta, prevedono un piano d’intervento urgente per implementare il personale operativo nelle sezioni detentive più a rischio. Tutto questo - conclude Beneduci - affinché non si arrivi al punto di ritrovarci, veramente con la necessità di dichiarare, invece, lo stato marziale nel Paese".

Sicilia: Albo dei tutor per l’assistenza a progetti per i detenuti

 

Ansa, 21 aprile 2009

 

In vista della scadenza, prevista il prossimo ottobre, dell’avviso dell’assessorato alla Cooperazione, pubblicato sulla Gurs il 12 dicembre 2008, che destina ai detenuti in espiazione di pena, per il 2008, un fondo di 500mila euro (circa 25mila euro a beneficiario) per progetti di lavoro autonomo, l’assessore regionale alla Cooperazione, Roberto Di Mauro, ha istituito con decreto l’albo regionale dei tutor, "professionisti di fiducia". A loro sarà affidato l’incarico di assistere i beneficiari degli aiuti nel lavoro di progettazione e avviamento delle attività da realizzare.

All’albo (previsto dalla legge regionale n. 16 del 19 agosto 1999), possono accedere tutti i professionisti che dimostrino di avere già svolto le attività di assistenza stabilite dalle leggi nazionali sull’imprenditoria giovanile e che siano iscritti, con relativo titolo di studio, all’albo professionale. I tutor, se richiesti dal beneficiario delle agevolazioni, saranno nominati dall’assessore alla Cooperazione e percepiranno un compenso nella misura massima del 10 per cento del costo del progetto, decurtato dallo stesso contributo concesso.

"Nell’attribuzione degli incarichi, - ha spiegato l’assessore Di Mauro - si terrà conto del principio della rotazione degli iscritti e della professionalità pregressa del tutor rispetto alla tipologia del suo intervento. Un maggior rigore nell’individuazione delle figure dei professionisti consentirà un risultato più concreto nell’attività di reinserimento del detenuto nella società sana che lavora. Una vera opportunità - ha concluso - di rieducazione e di recupero". Sulla base delle istanze pervenute, l’elenco degli iscritti sarà distinto per province e sarà pubblicato sulla Gurs e sul sito www.regione.sicilia.it.

Sardegna: alla Fiera Campionaria espongono i minori detenuti

 

Redattore Sociale - Dire, 21 aprile 2009

 

In uno stand dell’istituto minorile di Quartucciu saranno venduti porta cellulari, cinture, borse e sandali, ma anche ceramiche e magliette stampate. Con il ricavato sarà finanziato il laboratorio di pelletteria del prossimo anno.

Avranno uno stand tutto loro, nella più importante vetrina commerciale della Sardegna. I detenuti del carcere minorile di Quartucciu, sabato mattina, sono andati nella passeggiata coperta del Bastione Saint Remy per esporre e vendere i prodotti che fabbricano all’interno del penitenziario. È la prima volta che i ragazzi escono per mettere in commercio porta cellulari, cinture, borse e sandali confezionati nel laboratorio allestito all’interno della casa di rieducazione per minori. Grazie ai volontari dell’associazione "Oltre le sbarre" i venti detenuti anche la prossima settimana usciranno dal carcere per andare nella Fiera Campionaria della Sardegna, così da esporre nuovamente i loro prodotti di pelletteria e artigianato.

"Con il ricavato delle vendite - assicura Giuseppe Zoccheddu, direttore dell’istituto - speriamo di poter finanziare il laboratorio di pelletteria anche per il prossimo anno. I ragazzi si sono dati da fare e hanno creato i manufatti grazie all’aiuto di un artigiano, che li ha assistiti con attenzione. Non hanno potuto contare su tanti strumenti, ma sono ugualmente riusciti a creare diversi oggetti". Ma l’appuntamento clou sarà quello con la Fiera Campionaria della Sardegna, che inizia giovedì prossimo. Nella più importante vetrina commerciale isolana i ragazzi del carcere di Quartucciu avranno uno stand dedicato, dove mettere in vendita anche magliette stampate, ceramiche e altri manufatti. L’istituto di Su Pezzu Mannu può contare su laboratori di pelletteria, giardinaggio, ma anche su attività sportive, musica e teatro. Interventi finanziati dalla regione che consentono ai detenuti di studiare o imparare un lavoro per quando torneranno in libertà.

Livorno: domani presidio per la verità sulla morte di Marcello

di Susanna Marietti

 

www.linkontro.info, 21 aprile 2009

 

"Stato assassino, vendetta per Marcello", è scritto a grandi lettere rosse su un muro che costeggia un canale del quartiere livornese chiamato Piccola Venezia. Il prossimo mercoledì 22 aprile, a partire dalle ore 10.00, si terrà un presidio di fronte alla Procura di Livorno (Via Lardarel 82) "per protestare contro l’ennesimo tentativo di nascondere la verità sull’uccisione di Marcello Lonzi".

Marcello è morto nel carcere di quella città l’11 luglio del 2003, a neanche trent’anni. Il medico certifica una morte per cause naturali. Sul web cominciano a girare fotografie che ritraggono il suo corpo tumefatto a terra in una pozza di sangue. La vicenda processuale è travagliata. La madre di Marcello Lonzi, Maria Ciuffi, non crede all’ipotesi della morte naturale e fa aprire un fascicolo contro ignoti per omicidio.

Il pm chiede l’archiviazione del procedimento, che dopo un po’ di traversie viene accolta. Maria Ciuffi non si dà per vinta e denuncia il magistrato che era di turno la notte della morte del figlio (lo stesso pm che aveva chiesto l’archiviazione del caso), il medico legale che ha eseguito l’autopsia e un agente di polizia penitenziaria. All’udienza davanti al giudice per le indagini preliminari di Genova porta una contro-perizia medica. Il gip archivia la denuncia, ma la contro-perizia ottiene il risultato di far riaprire il caso.

Il corpo di Marcello è stato riesumato e la nuova perizia ha accertato che il ragazzo è stato assassinato. Le costole rotte sono passate dalle due della prima perizia a ben otto. L’ipotesi della morte per cause naturali non è più riproponibile. Ed ecco che ora il Procuratore della Repubblica di Livorno è costretto a rivolgersi verso una congettura alternativa. Cosa ci racconta oggi? Che a uccidere Marcello potrebbe essere stato il suo compagno di cella, prontamente indagato per omicidio volontario. Anche i nomi di due agenti entrano nel nuovo fascicolo. Ma con quale capo di imputazione? Quello di mancata vigilanza.

"Adesso per coprire la responsabilità degli agenti di polizia penitenziaria si indaga addirittura il compagno di cella", scrive Maria Ciuffi in un comunicato dato alla stampa. E invita tutti a partecipare al presidio del 22 aprile. La madre di Marcello vive con 250 euro al mese di pensione. Le spese legali sono tante. Propongo giusto un grottesco aneddoto: è stata lei a dover pagare 500 euro per il viaggio del medico legale che ha riesumato la salma del figlio. Chi volesse aiutare Maria Ciuffi può farlo attraverso il conto corrente postale a lei intestato numero 66865767.

Trieste: direttore carcere; mancano soldi, i cittadini ci aiutino

di Piero Rauber

 

Il Piccolo, 21 aprile 2009

 

Materassi ammassati sul pavimento, a divorare anche il minimo spazio vitale. Uomini con il morale sotto i tacchi, psicologicamente fragili e talvolta vinti dalla tossicodipendenza, costretti a convivere in celle che di detenuti dovrebbero ospitarne la metà. Fisici debilitati dalle malattie a corto di assistenza medica. E una tensione latente, accompagnata da un elevato tasso di multietnicità compresso in pochissimo spazio, che rischia di tradursi in violenza contro gli altri e/o contro se stessi.

Dal di fuori passerà pure inosservato, eppure anche il carcere triestino di via del Coroneo - come la gran parte delle patrie galere - è ormai un bubbone che scoppia, per effetto di una media quotidiana di "ospiti" superiore alle 230 unità. Un terzo in più della tenuta standard teorica - 150, 155 persone al massimo - calcolata in occasione dell’ultima ristrutturazione. Un’inflazione di ingressi che non viaggia di pari passo con le risorse a disposizione del carcere stesso che rappresenta lo Stato, il soggetto "moralizzatore" garante della dignità della persona, e che oggi si trova a corto di materiali per la manutenzione strutturale, di dottori, di psicologi. E persino di carta igienica e bagnoschiuma.

Va da sé che se per i detenuti la permanenza in via Coroneo è insostenibile, anche gli agenti di polizia penitenziaria si ritrovano a dover onorare un lavoro più difficile, tecnicamente e umanamente, di quanto esso sia già in condizioni di ordinaria amministrazione. E infatti lo stesso direttore della casa circondariale, Enrico Sbriglia, davanti a quello che definisce "un mal comune delle carceri, ma senza il mezzo gaudio", si augura almeno che "la Regione, titolare di importanti azioni di formazione professionale, rivolga la massima attenzione alla formazione del nostro personale, che pur lavora già con buonsenso e ragionevolezza, per metterlo nelle condizioni di rapportarsi sempre meglio con i detenuti, con la dovuta psicologia nei confronti di chi si trova in una posizione di debolezza e talvolta d’instabilità, perché già di base nessuno prova piacere a tenere in gabbia la gente. Qui formazione significa anche sicurezza".

Che dentro il Coroneo "si vive male", riproponendo un problema che già si sapeva critico, lo testimonia una lettera scritta a penna in una cella, firmata Andrea D., datata 4 aprile e arrivata nei giorni scorsi al Piccolo . "La cosa più urgente - si domanda il detenuto - è la sanità, ovunque uno si trovi, giusto? Ecco, è da circa un mese che non siamo tutelati per la mancanza di dottori e infermieri, che dovrebbero esserci per almeno dodici ore al giorno. Purtroppo ci sono persone con problemi psichici seri, che non assumendo i medicinali ricorrono a gesti purtroppo estremi come il tagliarsi, o impiccarsi. Ricordo che a dicembre un giovane recluso è morto sucida col gas e nessuno ha fatto niente. In questo carcere - prosegue Andrea D. - non c’è una palestra, né sono previste attività sportive per farci sfogare. Venti ore chiusi in cella, e celle da dieci persone o cinque con materassi a terra. La situazione è invivibile! Io mi auguro che qualcuno faccia qualcosa perché non si può andare avanti così. Ricordo - chiude l’autore della lettera - che l’espiazione della pena dovrebbe reinserire la persona che ha commesso un errore e non privarlo dei diritti civili. È giusto pagare ma in maniera dignitosa".

"Le lamentele del detenuto - ammette Sbriglia - non sono prive di fondamento. In questo momento registriamo numeri ben maggiori di quelli che avevamo alla vigilia dell’indulto. Scontiamo poi una distribuzione talvolta irregolare tra sezioni, che accentua la percezione di sofferenza. Penso a quella maschile dove ci possono stare solo gli uomini, a quella degli indagati dove ci possono stare solo gli indagati, all’infermeria dove ci possono stare solo gli ammalati e a quella femminile dove ci possono stare solo le donne e che, per paradosso, presenta ancora dei posti disponibili, ma lì non ci posso mica mettere gli uomini. La conseguenza è che si prefigura un peggioramento rilevante delle condizioni di vita dei reclusi, dai servizi igienici al vitto, dall’assistenza sanitaria al mero spazio di movimento. Chiunque può immaginare che succederebbe a casa sua se, di colpo, si ritrovasse il doppio delle persone nella stessa metratura, e con gli stessi servizi".

"Allo stato attuale purtroppo - aggiunge Sbriglia - soluzioni non se ne possono immaginare. Mica possiamo chiedere alle forze dell’ordine di fermarsi e non indagare, o ai magistrati di non condannare chi viene riconosciuto colpevole. Stiamo cercando, quello sì, di rispondere all’emergenza con soluzioni tampone in tempi velocissimi. È il caso della nuova camerata da dieci che ospita ora i semiliberi, quelli cioè che escono al mattino e rientrano alla sera. Questo ci ha consentito di evitare che un numero eccessivo di detenuti continuasse a dormire col materasso steso per terra".

"Inoltre - conclude Sbriglia - abbiamo messo apposto di recente diversi rubinetti, servizi igienici e citofoni che necessitavano di manutenzione. Ci mancano invece i materiali per ritinteggiare le pareti, che renderebbero un po’ più dignitose le stanze. Se ci arrivasse qualcosa da fuori, dagli stessi cittadini, dalla carta igienica ai prodotti per la pulizia personale, saremmo loro grati. Sono tutte cose che dovremmo acquistare, ma se non abbiamo risorse adeguate dobbiamo appoggiarci per forza ad aiuti esterni. Riceviamo ad esempio una mano importante dalla Caritas e ci sono anche diversi imprenditori che, senza apparire, girano ai volontari che operano nel carcere cose e materiali utili alla vita dei detenuti. Sono un po’ le nostre ronde. Ronde alternative".

Trieste: Consigliere dei Verdi richiede sopralluogo nel carcere

 

Il Piccolo, 21 aprile 2009

 

"Nei prossimi giorni presenterò la richiesta di un sopralluogo, da parte della Prima Commissione del Consiglio comunale, nella Casa Circondariale di via Coroneo". Non molla, il verde Alfredo Racovelli, dopo la seduta di venerdì di un’altra commissione, la Seconda competente sul bilancio, nella quale lo stato di sofferenza del carcere è stato affrontato di striscio in quanto l’ordine del giorno era il rinnovo della convenzione tra Comune e Coroneo per l’utilizzo di alcuni detenuti in lavori di pubblica utilità all’esterno, finalizzati al reinserimento sociale, come la pulizia e la manutenzione delle aree verdi.

"Leggi come la Fini-Giovanardi, la Bossi-Fini e anche l’ex Cirielli si sono rivelate degli spaventosi boomerang - insiste Racovelli in un comunicato stampa - che fanno delle carceri del nostro Paese la discarica sociale. La situazione qui a Trieste (dove nelle settimane scorse erano arrivati "ospiti" anche da altre carceri ancor più sovraffollate, ndr ) è insostenibile anche per chi ci lavora (nei giorni scorsi un agente della polizia penitenziaria è stato aggredito da un carcerato sofferente di problemi psichici, ndr ) e non solamente per la popolazione detenuta, composta tra l’altro per la stragrande maggioranza da cittadini stranieri, da figure socialmente marginali e da ragazzi sempre più giovani. Se a questo aggiungiamo che il "pacchetto sicurezza" impone l’ordine di carcerazione per un’ulteriore serie di reati è chiaro come ci sia un pesante ritorno al "carcere dei poveri e degli avanzi di giustizia", dove oltre alle spese della detenzione a carico dello Stato, 250 euro al giorno, si devono aggiungere quelle delle amministrazioni locali per il reinserimento e la riabilitazione degli ex detenuti".

Pordenone: direttore del carcere; i fondi sono tagliati del 40%

di Stefano Polzot

 

Messaggero Veneto, 21 aprile 2009

 

Alle carenze di una struttura vetusta e al limite dell’agibilità, si aggiungono, per il carcere di Pordenone, quelle legate al taglio dei fondi, anche fino al 40 per cento. Una stretta generalizzata che rende difficile il recupero dei detenuti: "Bisogna prendere atto - ha detto ieri intervenendo alla tavola rotonda dedicata al penitenziario cittadino il direttore Alberto Quagliotto - che si fanno le nozze con i fichi secchi".

Difficoltà che si traducono nella mancanza di una seria attività di riabilitazione e di una strutturata accoglienza post-pena tale da ridurre le recidive. L’occasione è stata offerta, nella giornata conclusiva del festival "Le voci dell’inchiesta", dalla proiezione a Cinemazero del documentario di Penelope Bortoluzzi "Oltre le sbarre" frutto di un anno di frequentazione con le telecamere del carcere femminile di Venezia.

Il racconto dell’ordinaria quotidianità della vita da recluse che è stato possibile, come ha sottolineato la regista, solo dopo due anni di insistenze al ministero per ottenere l’autorizzazione. La tavola rotonda successiva ha investito la questione del castello, in primo luogo dal punto di vista infrastrutturale. "C’è l’ordinanza del sindaco - ha detto l’assessore alle Politiche sociali, Gianni Zanolin - ma anche l’assicurazione del ministero che verranno individuate le risorse per il nuovo penitenziario cittadino con il concorso della Regione.

Se è positiva la decisione della giunta Tondo di cofinanziare la struttura, fa specie dal punto di vista costituzionale che la Regione debba intervenire a sostegno di una competenza, quella dell’edilizia carceraria, che è dello Stato". Una situazione, ha aggiunto il consigliere regionale Stefano Pustetto, reduce, insieme ad Alessandro Corazza e a Piero Colussi, da una recente visita al castello servita per sottolineare la necessità del recepimento da parte della Regione delle norme nazionali sull’assistenza ai detenuti, che testimonia il paradosso delle priorità.

"Si trovano i soldi per le ronde - ha rimarcato - ma non per investire su carceri più dignitose anche nelle attività di recupero nonostante si invochi la carcerazione come soluzione per tutti i problemi". Se il carcere serve, ha premesso Zanolin, dall’altro "sarebbe interessante, per alcuni reati, insistere di più sull’esecuzione delle pene fuori dalle strutture stesse". Ma il problema delle recidive, ovvero delle persone che entrano, escono e poi, delinquendo ancora, rientrano n carcere, è legato anche alla carenza "di un’assistenza post detenzione", come ha ricordato il direttore Quagliotto, che va integrata, ha aggiunto Zanolin, con attività formative e di riabilitazione da effettuare durante l’esecuzione della pena.

"Ma a Pordenone - ha aggiunto l’assessore - sia queste ultime, sia l’assistenza dopo l’uscita dal castello sono affidate alle poche risorse statali integrate con quelle dei Comuni e con la buona volontà delle cooperative e dei volontari", il cui lavoro, però, si è inserito Quagliotto, "denuncia le difficoltà di gestione. È inutile immaginare progetti importanti se non ci sono le risorse e in questo momento i fondi a disposizione sono sempre di meno, con tagli fino al 40 per cento".

Quagliotto ha ricordato che, rispetto a una capienza massima teorica di circa 40 detenuti, oggi il castello ne ospita 72, di cui una quarantina di pedofili e sex offender, in una sezione speciale, e i restanti detenuti comuni a disposizione dell’autorità giudiziaria.

Gorizia: costruzione del nuovo carcere, ultima parola a giugno

di Nicola Comelli

 

Il Piccolo, 21 aprile 2009

 

Potrebbe già venire segnata entro la fine di maggio la sorte del carcere di via Barzellini. Nella prima metà del prossimo mese, infatti, il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, presenterà al ministro Angelino Alfano la relazione sullo stato delle carceri italiane e sulle sue esigenze di riorganizzazione.

Nel documento, figurerà anche la richiesta di chiudere Gorizia, accogliendo l’istanza avanzata non più tardi di una decina di giorni fa dal numero uno dell’amministrazione penitenziaria del Triveneto, Felice Bocchino, effettuata alla luce "dell’irrecuperabilità" dell’edificio di via Barzellini. Il ministro prenderà una decisione in tempi brevissimi: probabilmente già a giugno.

E a quel punto la travagliata storia della struttura di via Barzellini potrebbe davvero giungere al capolinea, con il conseguente trasferimento dei 45 agenti della Polizia penitenziaria che all’interno vi lavorano (e ai quali si aggiungono i dieci dipendenti amministrativi) e della decina di detenuti che attualmente occupano le sue (scalcinate) celle.

"La presenza di un penitenziario non deve essere considerata un peso per la società e non deve essere visto come un qualcosa che mette a rischio la popolazione locale - spiegano Vito Marinelli e Paolo Della Ricca, rappresentanti provinciali del Sappe, il sindacato autonomo di Polizia penitenziaria -. Eppure, nessuno in tutti questi anni si è mai dato veramente da fare per realizzare su questo territorio una nuova struttura, anche di maggiori dimensioni in modo da impiegare più personale. Se così fosse stato fatto, soprattutto in questo momento, oggi avremmo un maggior numero di posti di lavoro che avrebbero inciso positivamente sul tessuto economico isontino".

Antonietta Esposito, referente del settore per la Cisl isontina, fra gli altri temi, evidenzia i "notevoli e pesanti disagi che subirà il personale oggi in servizio a Gorizia". Le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria, aggiunge Esposito, "verranno trasferiti anche a grande distanza dal capoluogo e, oltre a loro, anche le famiglie si troveranno in difficoltà".

Difficile dire ora quali saranno i tempi necessari nel concreto a dismettere la casa circondariale di Gorizia (questo il suo nome esatto), se effettivamente a Roma dovesse essere presa una decisione di questo genere. Non è da escludere, però, che possano essere anche particolarmente brevi.

Livorno: oggi il teatro in carcere, con "Corpi non identificati"

 

Il Tirreno, 21 aprile 2009

 

Rieducare attraverso l’arte. Questo l’obiettivo del progetto regionale "Teatro in carcere", con compagnie teatrali animate dagli stessi detenuti che mettono in scena spettacoli tra le mura delle prigioni, ma soprattutto al di fuori negli spazi teatrali delle varie città toscane. Si tratta di un’occasione per far conoscere anche al grande pubblico ciò che di significativo avviene nel chiuso di tante carceri con un teatro che si fa impegno civile e sociale.

In programma al Teatro Goldoni di Livorno, oggi 21 aprile, alle ore 21, vi è la rappresentazione dello spettacolo "Corpi non identificati" della compagnia teatrale della Casa Circondariale della città labronica, per la regia di Alessio Traversi. Un viaggio tra le vittime delle stragi del Novecento, dalla seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri e ai barconi ricolmi di migranti disperati in lotta per la sopravvivenza tra le acque delle coste italiane. Innocenza e potere, sofferenza umana e autorità, i due poli opposti di una società contemporanea fortemente lacerata. Sul portale www.intoscana.it vi sarà un aggiornamento costante sul programma dell’iniziativa.

Immigrazione: Melossi; il controllo sociale e la criminalizzazione

 

www.meltingpot.org, 21 aprile 2009

 

Intervista al Prof Dario Melossi, sociologo e criminologo, ordinario di sociologia della devianza e del controllo sociale all’Università di Bologna e autore di studi e saggi sulla relazione tra crimine, controllo sociale, migrazioni.

 

Nell’ultimo periodo in Italia stiamo assistendo ad un fenomeno che vede estendere le misure del controllo dallo spazio privato e privatizzato allo spazio pubblico: pensiamo alle ronde già istituite in molti territori, ai poliziotti di quartiere, alla video-sorveglianza, all’aumento della visibilità di pattuglie delle forze dell’ordine, fino all’invito a denunciare i migranti irregolari e alle ordinanze anti degrado. Secondo lei ci troviamo di fronte a una nuova qualità del controllo accelerata anche dalla crisi economica e politica che sta investendo il sistema di governo globale?

Starei attento a considerare troppo unificate le misure che lei ha menzionato nel senso che molte delle proposte e delle ipotesi dette sono spinte in varie direzioni e molto spesso non trovano un quadro così necessariamente unitario, ci sono delle frammentazioni e dei conflitti, per fortuna, di cui è necessario tenere conto.

Però la questione di fondo è che la campagna sulla sicurezza così come noi l’abbiamo vista negli ultimi anni, soprattutto ad opera del centro destra - anche se con un centro sinistra che non era in grado di presentare alternative e che in qualche modo si accodava - riguarda retoriche, politiche e campagne che vengono parecchio da lontano e che in Italia si sono presentate solamente negli ultimi anni, ma con una somiglianza impressionante con gli Stati Uniti, luogo dove per prime sono state formulate fra gli anni 60 e 70.

Diciamo che la retorica della criminalità è stata ideata e si è affermata con la famosa rivoluzione reaganiana del 1980 che era stata preparata prima da una serie di tentativi i quali si inserivano nella strategia della destra americana per combattere sia il sistema del welfare che quella tradizione democratica che rappresentava lo stato del welfare. Quello che è da capire a mio avviso è che la retorica della criminalità e della pena disegna una sorta di ideologia "neo utilitarista", cioè basata su questa idea delle ricompense delle pene individuali che era profondamente affine al tipo di valori e di società che quelle forze cercavano di costruire e che poi è diventato quello che abbiamo chiamato liberismo o neo liberismo. Man mano questo tipo di società si è andato espandendo dal centro degli Stati Uniti prima, all’Inghilterra e poi all’Europa continentale, basti pensare a parole d’ordine come Tolleranza Zero ecc. Si tratta a mio parere di un discorso, di una retorica, di un modo di presentare il modo in cui bisognerebbe vivere e i valori che sono importanti nella vita e nella società che è così bene incapsulato dalla questione penale fin dalle origini: da Beccaria, l’area del diritto penale è servita egregiamente - e non dal punto di vista fuonzionalistico - ad esprimere quelli che erano i valori fondamentali della società. Noi l’abbiamo osservato in Italia solamente in anni recenti perché quel tipo di progetto si è presentato in Italia solamente di recente. Vorrei segnalare agli ascoltatori un libro di un sociologo americano, Jonathan Simon intitolato Il governo della paura - Guerra alla criminalità e democrazia in America.

 

A cosa serve per gli istituti della governance orientare la paura ed il sospetto verso un soggetto specifico fino a farlo diventare "nemico pubblico" - in Italia in questi tempi è l’icona del migrante irregolare - in un momento in cui si vuole coinvolgere tutta la collettività, quindi anche i soggetti civici, non professionisti della sicurezza, nella collaborazione a vigilare a controllare?

Nel testo che segnalo c’è un aspetto molto interessante che mostra come nel caso degli Stati Uniti ci sia stato una sorta di esportazione del modello criminale-penale verso tutta una serie di aree sociali, ad esempio nel campo delle relazioni domestiche o nel campo della scuola. Questo "modello securitario" fatto di un sistema di pene e di ricompense, di un sistema di controllo tecnologico come le telecamere, fatto di tornelli all’entrata delle scuole o addirittura di impiego della polizia privata nelle scuole, tutti questi apparati si sono espansi dal campo del penale, che negli Stati Uniti è comunque sempre più ampio, infatti riguarda milioni e milioni di persone, verso nuove aree della società. Mi sembra che in alcuni dei fenomeni che lei ha detto ci sia lo stesso tipo di meccanismo, supportato dal punto di vista ideologico da discorsi di tipo populista. In un certo senso mi sembra di individuare dietro a questi discorsi il tentativo di orientare in senso conservatore e reazionario esigenze che in passato avevano un segno diverso, ad esempio di partecipazione sociale dei cittadini, di gestione in prima persona degli spazi sociali e della vita politica. Mi sembra di individuare la stessa contraddizione che ha caratterizzato il discorso sul federalismo, nel senso che il federalismo per molto tempo è stato una bandiera della sinistra (si pensi all’autonomia delle regioni e all’applicazione della norma costituzionale sulle regioni) che poi però è diventato simbolo di una atteggiamento di chiusura, evolvendo verso un atteggiamento di rifiuto dell’altro, del diverso. Naturalmente ci sono fenomeni storici, materiali, concreti che sono estremamente importanti e che è molto difficile governare, come le migrazioni. Le migrazioni sono infatti un fenomeno su cui nessun governo, quale che sia la sua politica, riesce veramente ad incidere e che richiederebbe una collaborazione internazionale ed europea, comunitaria e non più solamente dei singoli stati nazione. In realtà vediamo che l’Unione Europea fa una enorme fatica ad individuare una politica unitaria che non sia quella della cosiddetta lotta all’immigrazione clandestina attorno alla quale tutti si riconoscono, ma senza poi porsi il problema di come regolare la politica dei movimenti migratori per motivi di lavoro che resta incompiuta e non affrontata, mentre poi si mette tutto l’accento sul contrasto della immigrazione cosiddetta irregolare o clandestina, con l’unico risultato di alimentare di fatto questa immigrazione irregolare perché il meccanismo di fondo in base al quale le persone attratte dall’offerta di lavoro - la crisi ha arrestato questo meccanismo - devono fare lunghi periodi di clandestinità in cui si aumentano i rischi che si leghino a fenomeni ed organizzazioni criminali e poi chi riuscirà verrà regolarizzato e sarà finalmente regolare. Uno dei problemi seri dell’opinione pubblica è la difficoltà di capire che l’irregolarità non è una caratteristica delle persone, uno stigma, non si nasce clandestino, ma è una scelta obbligata dal momento che chi vuole venire qui a lavorare sa che deve scontare periodi di irregolarità, se potesse venire in modo civile ed autorizzato, prendendo un battello di linea senza dover rischiare la vita e pagando un sacco di soldi.

 

È possibile ritenere che la nuova produzione di immaginario contro il migrante irregolare sia in qualche maniera particolarmente utile in questo momento di forza lavoro in eccesso, di esubero della forza lavoro. Le campagne securitarie sembrano quindi collegate al momento di crisi e alla difficoltà da parte dei centri di potere di gestire la crisi laddove vanno ad incitare risposte di difesa, di neo-protezionismo e di neo-razzismo a fronte di una contrazione del benessere e delle possibilità economiche.

Sicuramente in un momento di crisi economica è possibile una accelerazione di questo tipo, e ciò richiede una enorme vigilanza perché sappiamo come in altri periodi storici sono andate a finire le cose (le guerre purtroppo diventano il destino di queste tendenze nazionalistiche e protezionistiche) .

Sulla questione della subordinazione del migrante sto producendo uno studio sul numero della rivista Studi sulla questione criminale in uscita adesso insieme a Pavarini, Picci e Mosconi che sarà pubblicato sulla rivista che abbiamo voluto intitolare "Subordinazione informale, criminalizzazione dei migranti" per mettere in luce il rapporto tra i processi di subordinazione dei migranti nel mercato del lavoro, di subordinazione a livello culturale, a livello di immagine e i processi di criminalizzazione. Questo è andato avanti dall’inizio del fenomeno migratorio in Italia. Una sociologa del diritto americana che aveva studiato questi fenomeni, nel contesto dell’immigrazione messicana non documentata in California, e che ha poi studiato il caso di Spagna e Italia, ha sostenuto una tesi molto interessante, ossia che nonostante diverse politiche, nonostante diversi governi di diverso orientamento che si sono succeduti sia in un paese che nell’altro, sostanzialmente vi sia stata una continuità delle politiche migratorie che hanno puntato sul rapporto tra illegalità, irregolarità e subordinazione dei migranti nel mercato del lavoro, in un circolo vizioso con processi di "razzializzazione" o di "inferiorizzazione razziale" a prescindere dalla loro origine, legandoli allo sfruttamento di questa forza lavoro in tutta una serie di attività economiche che sembrano essere marginali o arretrate ma in realtà fanno parte della flessibilizzazione del mercato del lavoro tipica del postfordismo, che ha ben preso piede in paesi come il sud Europa, Gracia, Italia, Spagna.

C’è un elemento che ha a che fare con una certa fragilità di queste economie, non dimentichiamo che l’immigrazione è comunque sempre un modo in cui le trasformazioni in seno al capitalismo in qualche modo attaccano una classe operaia indigena domestica che era diventata troppo forte, l’immigrazione è anche un modo in cui si rimescolano le carte, si introduce nuova forza lavoro scomponendo e rimettendo i vecchi equilibri sociali e di classe. È una esigenza anche della forza lavoro stessa

 

C’è però il tentativo di imbrigliare la mobilità della forza lavoro attraverso leggi, decreti, organizzazione dei flussi...

Di fatto però queste leggi non vengono controllare e dunque gli effetti concreti sono quelli di avere una forza lavoro che è particolarmente marginale e ricattabile. La ricattabilità del mercato del lavoro è tale per cui la forza lavoro non si può contenere in un luogo, quindi questa ricattabilità serve a disciplinare e controllare la forza lavoro in modo sempre più duro e preciso. La differenza qui è se questo è fatto in modo assolutamente selvaggio, come accade in Italia attraverso l’uso di forza lavoro irregolare e che quindi è particolarmente impossibilitata a difendersi ed organizzarsi oppure se viene fatto rispettando le regole del gioco e cercando di facilitare la regolarizzazione di questa forza lavoro così che possa più facilmente unirsi alla vecchia forza lavoro indigena e possa così usufruire del tipo di protezioni normative, sindacali, costituzionali che quella ha. In ogni caso si tratta di un indebolimento del vecchio quadro sindacale, ciò è implicito nell’ingresso di nuovi lavoratori, ad esempio in una fabbrica in cui si parla in 20 lingue diverse diventa più complesso parlarsi, organizzarsi, unirsi. Un’altra cosa però è che vi sia chi è costretto a vendere la sua forza lavoro a metà pezzo e sotto banco al caporale, ciò disegna un tipo di sviluppo che probabilmente protegge settori del capitalismo più debole che più difficilmente riuscirebbero a competere, come forse è il caso nel settore della piccola impresa in Spagna e Italia.

Il paradosso è che coloro che sembrano più intensamente combattere la presenza di questo tipo di forza lavoro immigrata attraverso il tipo di leggi e di azione politica che mettono in atto raggiungono lo scopo di procacciarsi una forza lavoro più flessibile e più docile.

Immigrazione: le tragedie del mare e l’Europa che non c’è mai

 

Aprile on-line, 21 aprile 2009

 

Per far fronte ad emergenze come quella del Pinar, l’imbarcazione con a bordo 140 clandestini e al centro di una disputa tra Italia e Malta, "è necessaria più Europa". Parola del ministro degli Esteri Franco Frattini, che insieme al titolare degli Interni, Roberto Maroni potrebbe portare la questione al prossimo vertice del Consiglio Affari generali e relazioni esterne (Cagre) di lunedì prossimo.

Se per i 154 immigrati del cargo turco Pinar l’odissea durata tre giorni è ormai finita, non si placano tensioni e polemiche tra istituzioni. La vicenda della nave guidata dal comandante turco Asik Tuygum e diretta verso il porto tunisino di Sfax, è stata infatti, al centro di uno scontro diplomatico tra Italia e Malta, che si sono rinfacciate reciprocamente il dovere di accogliere il cargo con il suo carico di immigrati.

Tuttavia, dopo la decisione del nostro Paese di dare accoglienza ai migranti, ha preso il via un vero e proprio botta e risposta che ha coinvolto anche l’Unione europea chiamata in causa da Malta che chiedeva "appoggio" sulla politica legata agli immigrati. Sull’emergenza immigrazione "l’Unione Europea deve esprimere una solidarietà più concreta ed efficace" ha affermato oggi il commissario Ue alla Giustizia, Jacques Barrot, che ha espresso inoltre "soddisfazione" per la soluzione del caso Pinar ringraziando l’Italia per aver accolto gli immigrati nell’isola di Lampedusa. "Si tratta - ha precisato Barrot - di un compito difficile alla luce dell’attuale crisi. Non è facile convincere i governi ad accettare queste persone, ma dobbiamo ugualmente trovare una soluzione. D’altro canto - ha sottolineato da Bruxelles il commissario alla Giustizia - credo che i maltesi siano in una situazione più difficile dal momento che l’ampiezza del loro territorio è limitata".

Mentre la procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta sulla morte per annegamento della giovane donna nigeriana, del caso Pinar, dell’evoluzione e degli sviluppi legati alla vicenda, si discuterà domani a Strasburgo in occasione della riunione settimanale della Commissione europea: è stato stabilito infatti, alla riunione dei capi di gabinetto Ue che preparano i lavori del collegio.

Il commissario Ue alla giustizia, il francese Jacques Barrot, sulla base dei contatti avuti in questi giorni con Roma e La Valletta, farà dunque il punto della situazione che ha visto contrapposte le autorità italiane e quelle maltesi. Del resto, come oggi ha sottolineato da Belino il ministro degli Esteri, Franco Frattini "Per affrontare il tema dell’immigrazione ed episodi come quello della nave Pinar serve più Europa".

"La questione della sorveglianza del Mediterraneo - ha inoltre aggiunto il capo della Farnesina - è una questione europea. Berlino e Roma insistono, anche per questo, che si vada ad una ratifica del Trattato di Lisbona da parte di quei Paesi che non l’hanno ancora fatto, come la Repubblica Ceca. Questo è il nostro obiettivo politico - ha sottolineato il ministro - serve un’Europa più forte e più politica poiché un’Europa debole è debole sul piano internazionale".

Droghe: anche a Brescia i "narco-test" gratuiti, per i genitori

 

Notiziario Aduc, 21 aprile 2009

 

Si chiama drug detector, verrà distribuito gratuitamente in 73 farmacie di Brescia e provincia e consentirà ai genitori di scoprire se i figli si drogano. L’iniziativa è dell’amministrazione provinciale di Brescia e s’inserisce nella campagna No alla droga!. Le famiglie che lo vorranno, avranno a disposizione un kit che, attraverso l’esame delle urine, consentirà di scoprire se il figlio ha fatto uso di cannabis, di cocaina, di ecstasy, di anfetamine o di eroina.

Un progetto analogo era stato lanciato negli anni scorsi dal Comune di Milano. Per l’assessore provinciale ai Giovani e all’Università Corrado Ghiardelli non si tratta della prima iniziativa volta a promuovere un maggior controllo dei figli nelle famiglie. Nei mesi scorsi - ha ricordato - è stato presentato un braccialetto con etilometro in grado d’inviare un sms al genitore qualora il figlio avesse alzato il gomito e quindi non fosse in condizioni di guidare.

Negli ultimi anni - ha affermato Ghiardelli - in linea con la tendenza nazionale e internazionale, il consumo e il traffico di stupefacenti hanno subito un’impennata anche in provincia di Brescia, tra i giovani e i giovanissimi. È ora di finirla con l’omertà, serva uno sforzo di tutti. Anche in famiglia bisogna prestare la massima attenzione e quindi la Provincia vuole essere d’aiuto in tale direzione.

Stati Uniti: "Dallas Dna Unit", il reality dei detenuti innocenti

 

Ansa, 21 aprile 2009

 

Si chiama Dallas Dna Unit il reality show statunitense incentrato sulle dolorose vicende di ex-detenuti giustamente incarcerati, la cui innocenza è poi stata riconosciuta grazie all’esame del Dna. Quello che ha creato più scalpore e fatto sorgere riserve sia nei singoli cittadini che nelle associazioni sorte per difendere i diritti dei detenuti, è il modo in cui il reality va a fondo nel ritrarre il dolore e la sofferenza vissuto dalle persone ingiustamente accusate. L’accusa è quella di speculare su certi sentimenti pur di intrattenere.

Le telecamere seguono l’ex-detenuto nel momento in cui incontra figli e parenti dopo anni di forzata lontananza, mettendo in evidenza anche l’esigenza degli scarcerati di reintegrarsi a pieno titolo nella società, con tutte le difficoltà che questo processo comporta.

Secondo Jeff Blackburn, membro dell’associazione Innocence Project of Texas, la trasmissione serve solo a favorire la carriera politica dell’ideatore del programma, Craig Watkins, procuratore generale della Contea di Dallas. Watkins si è basato sulla sua personale esperienza di procuratore: sono stati ben 10 i casi da lui personalmente seguiti negli ultimi due anni di persone ingiustamente condannate e solo in seguito scagionate.

Nell’intenzione di Watkins il programma, oltre a scagionare anche agli occhi dell’opinione pubblica gli ex-detenuti, mostrando come sono andati realmente i fatti, ha un preciso scopo, quello di favorire un miglioramento della giustizia. Il reality, girato nella contea di Dallas (Texas), dove maggiore è il numero di casi di persone innocenti scagionate grazie al test del Dna, avrà come protagonista nella prima puntata,quella del prossimo 28 aprile, Johnnie Linsday, ingiustamente condannato nel 1981 per stupro, incarcerato e scagionato solo 26 anni dopo.

 

 

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