Rassegna stampa 20 ottobre

 

Giustizia: pene alternative; solo quattro su mille sono recidivi

di Andrea Maria Candidi

 

Il Sole 24 Ore, 20 ottobre 2008

 

Quattro condannati su mille commettono nuovi reati mentre scontano una pena lontano dal carcere perché sottoposti ad affidamento in prova o in regime di semilibertà, come quello concesso la scorsa settimana - scatenando diverse polemiche - a Pietro Maso, che nel 1991 uccise i genitori e che adesso, dopo 17 anni di carcere, prova a rifarsi una vita.

Un livello di recidiva molto inferiore rispetto a quello che si registra tra chi invece estingue la propria sentenza tra quattro mura. Basta ricordare l’elevatissimo tasso di "rientri" di chi ha beneficiato dell’indulto da detenuto: addirittura 31 su 100 secondo una delle ultime rilevazioni. Un ritmo, questo, che ha contribuito a riportare in fretta le condizioni di affollamento all’interno delle carceri verso il punto di non ritorno. Situazione invece ben diversa se si guarda all’universo penitenziario dietro la lente delle misure alternative, affidamento in prova, detenzione domiciliare o semilibertà.

Secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, se i detenuti hanno ormai superato le 56mila unità, tornando in sostanza al livello d’allarme pre-indulto, il numero dei beneficiari di una misura alternativa ha invece mantenuto il grado - appena sopra quota 9mila al 30 giugno scorso - raggiunto dopo lo sconto di pena varato dal Parlamento nel 2006. In effetti, fino al 2006, l’universo penitenziario era quasi spaccato a metà: con 50-60mila condannati "ospiti" degli istituti penitenziari e 40-50mila a espiare la propria pena "fuori".

Le ragioni della marcata differenza che si registra invece oggi vanno ricondotte, come spiega Carlo Renoldi, magistrato presso il Tribunale di Sorveglianza di Cagliari, "all’ampiezza dell’indulto, che ha cancellato sia le migliaia di misure alternative in corso di esecuzione, sia gli altrettanto numerosi procedimenti relativi alle persone condannate che, libere al momento della sentenza, erano in attesa di essere ammesse alla misura alternativa".

A ciò vanno aggiunti gli effetti della ex Cirielli che, dal 2005, ha introdotto un regime di particolare rigore per i plurirecidivi (anche per reati di minore gravità). Se prima il condannato rimaneva libero fino alla decisione sull’opportunità di concedere una misura alternativa, ora viene arrestato per l’espiazione della pena non appena la sentenza diventa definitiva. "In alcuni casi - sottolinea Renoldi - quando la pena è breve, il Tribunale di Sorveglianza, che ha comunque bisogno di tempo, non riesce a pronunciarsi prima che sia conclusa".

Un altro fattore che giustifica la differente velocità con cui si alimentano le due categorie di condannati è la durata dei processi. Con l’eccezione di quelli per direttissima, che spesso riguardano proprio i plurirecidivi, la lentezza con cui si arriva alla sentenza si ripercuote sulla "riserva" di condannati liberi in attesa di accedere alle misure alternative.

Il basso grado di recidiva, comunque, testimonia la sostanziale efficacia del meccanismo delle pene alternative e l’eccessiva emotività degli allarmi sulla funzionalità del sistema che spesso accompagnano alcuni - seppure drammatici - casi di cronaca. Gli indicatori, peraltro, mostrano un andamento pressoché stabile nel corso degli anni monitorati: dal 2001 a oggi il tasso di revoca delle misure alternative per avere commesso un reato durante la loro concessione oscilla tra il 2 e il 4 per mille.

Va poi sottolineato, conclude Renoldi, "che chi accede al beneficio è in genere una persona che presenta sufficienti indici di integrazione, che rappresentano uno dei criteri positivi per la concessione. Chi non ha un’abitazione, ha situazioni di famiglia conflittuali, non ha un lavoro o è socialmente pericoloso non viene ammesso alla misura alternativa".

Giustizia: quale il futuro per le cure sanitarie dietro le sbarre?

di Andrea Franceschini (Presidente Simspe)

 

Il Sole 24 Ore, 20 ottobre 2008

 

Dal 14 giugno, le competenze sanitarie della medicina generale e specialistica penitenziaria, i rapporti di lavoro e le risorse economiche e strumentali finora in capo al ministero della Giustizia, sono state trasferite al Sistema sanitario nazionale, e quindi a Regioni e Asl.

Con l’entrata in vigore del Dpcm 30 maggio 2008 si è completato il trasferimento di competenze iniziato con il Dlgs 230/1999 attraverso il quale era stata decisa la riconduzione della sanità penitenziaria nel Servizio sanitario nazionale.

L’art. 7 del provvedimento stabilisce, "Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome, sono definite le forme di collaborazione relative alle funzioni della sicurezza e sono regolati i rapporti di collaborazione tra l’ordinamento sanitario e l’ordinamento penitenziario, anche in materia di patologie da dipendenza".

Si tratta di rivedere il sistema organizzativo ormai scisso nei due aspetti di competenza, allineando le due piattaforme, sicurezza e sanità, e assicurando nel contempo la necessaria sinergia senza conflitti, affrontando l’ esame dei due diversi ordinamenti. I trenta giorni sono scaduti il 15 luglio e ancora non sono definiti alcuni elementi fondamentali; emerge anche la necessità di una adeguata fase transitoria che consenta l’ordinato sviluppo di queste complesse operazioni sul sistema penitenziario, sulla stessa sanità e sul personale in transito.

La Società italiana di medicina e sanità penitenziaria Onlus (Simspe) è nata da alcuni anni per riunire competenze ed esperienze in tema di ricerca e formazione del settore penitenziario e per la contestuale elaborazione di ipotesi e proposte di risoluzione. È diffusamente rappresentativa del personale sanitario che opera in carcere e, soprattutto, ha raccolto le voci di quella parte della sanità penitenziaria favorevole al passaggio al Ssn delle competenze e delle esperienze.

Di conseguenza la Simspe non può non essere interessata ad un così profondo cambiamento e in più occasioni ha chiesto a tutti i livelli di non disperdere il patrimonio prezioso di esperienze professionali che la sanità penitenziaria rappresenta. Lavorare in carcere come medico però non vuol dire solamente tutela della salute, ma richiede fortissimo senso di responsabilità e professionalità, maggiori conoscenze e competenze perché esprimere una valutazione clinica può influire in maniera significativa non solo sulla salute, ma sull’intera storia processuale di una persona detenuta.

Chiunque eserciti la medicina penitenziaria deve anche saper cogliere i bisogni inespressi del detenuto senza però prestarsi a strumentalizzazioni da qualsiasi parte provenienti, con l’unica finalità di rendere efficiente la tutela del "bene-salute" poiché si è terapeuti quasi "di necessità" e il rapporto di fiducia fra paziente detenuto e medico deve essere costruito in un ambiente difficile e limitativo.

La quantità di persone detenute è notevolmente risalita rispetto ai numeri relativi all’indulto, fino ad attestarsi ormai oltre le 50mila unità. È una popolazione numericamente variabile in funzione di fenomeni sociali e decisioni politiche. Allora ecco che bisogna affrontare una fase gestionale di grande complessità organizzativa perché ancora non sono definiti alcuni elementi fondamentali.

Si tratta di sostituire la precedente organizzazione con una nuova da parte del Ssn, attraverso la quale le Asl di competenza rendano ancor più efficienti gli interventi di cura e riabilitazione per le persone detenute e predispongano gli interventi di prevenzione. Il timore è che per alcune Regioni possa pesare la situazione di crisi finanziaria e che quest’area dell’assistenza possa essere relegata in un ruolo residuale, dimenticando che vi sono aspetti che rendono il carcere un ambiente estremamente peculiare: dal punto di vista assistenziale per il concentramento di patologie; dal punto di vista medico-legale per gli aspetti relativi al costante colloquio con l’autorità giudiziaria; dal punto di vista organizzativo per l’impossibilità del paziente detenuto alla libera scelta dei servizi sanitari a cui rivolgersi.

Sembra esservi quasi timore a identificare nuovi modelli organizzativi: la nuova assistenza deve essere affrontata attraverso l’adozione di modelli omogenei, solidi e già collaudati quali unità operative e dipartimenti, strumenti che prevedono centri di responsabilità e una capacità sinergica nel coordinare gli interventi necessari per un gruppo assolutamente particolare e specifico di "utenti".

Il personale sanitario interessato dal cambiamento ammonta a circa 4mila persone, in gran parte a convenzione, che, nonostante i contratti di precariato che finora li hanno caratterizzati, hanno acquisito una esperienza in un ambiente decisamente peculiare che rende prezioso e difficilmente sostituibile il loro lavoro.

Sarà necessario trovare una cornice omogenea e nazionale ai nuovi accordi di lavoro. I medici penitenziari hanno diritto a rientrare a pieno titolo nei contratti della dirigenza Ssn e delle convenzioni del territorio, della medicina generale e della specialistica. Il decreto prevede la realizzazione di un tavolo dedicato presso la Conferenza Stato-Regioni per il coordinamento e l’armonizzazione delle linee guida generali con i servizi sanitari realizzati da ciascuna Regione. L’esperienza della Simspe in questo contesto può essere determinante nella formulazione di un nuovo servizio sanitario penitenziario.

 

Sanità alla sbarra

 

Traghettare l’assistenza sanitaria dei detenuti dal Ministero della Giustizia al Sistema sanitario nazionale: è questa la finalità del decreto da poco emanato contenente tutte le modalità ed i criteri per il trasferimento al Ssn di tutte le competenze della medicina penitenziaria. Il decreto ha segnato la conclusione di un lungo percorso legislativo iniziato nove anni fa con il Dlgs 230/99. L’Iter si è ora perfezionato con il Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri di attuazione dell’art. 2, comma 283 della legge finanziaria 2008, entrato in vigore il 15 giugno 2008.

"Il transito della competenza dei servizi sanitari penitenziari dalla Giustizia al Ssn - afferma Andrea Franceschini, Presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria - è un processo maturato nel tempo e risponde alle richieste del carcere, in tema di assistenza, per l’evoluzione delle conoscenze cliniche, per le possibilità diagnostiche e terapeutiche che attualmente sono offerte a tutti i cittadini liberi e che devono essere offerte allo stesso modo anche ai cittadini detenuti.

Nel passaggio, un ruolo importante spetta al territorio e alle sue risorse organizzative, perché i problemi riferiti al sistema penitenziario dovranno essere risolti prendendo in considerazione la cooperazione con altri sistemi. L’affidamento delle competenze assistenziali in carcere al Ssn è, dunque, una positiva rivoluzione che dovrà essere gestita, però, con la giusta conoscenza per evitare criticità sanitarie in un ambito assistenziale così delicato. Dal 15 giugno la competenza assistenziale sarà del Ssn e delle Regioni e, quindi, tra breve si dovrà cominciare ad agire".

Il decreto prevede, inoltre, il trasferimento delle risorse finanziarie del Ministero della Giustizia al Fondo Sanitario Nazionale: tali risorse sono quantificate complessivamente in 157,8 milioni di euro per il 2008, 162,8 milioni di euro per il 2009 e 167,8 milioni di euro a decorrere dal 2010. Saranno, infine, trasferiti, con diverse modalità, i rapporti di lavoro del personale medico, paramedico e degli psicologi dal Ministero della Giustizia alle aziende sanitarie del Servizio Sanitario Nazionale. Si parla di 476 dipendenti di ruolo dell’Amministrazione penitenziaria e 4694 dipendenti non di ruolo. Per quanto concerne la Giustizia Minorile il trasferimento dovrebbe, invece, riguardare 184 unità.

"Il transito dei servizi sanitari penitenziari al Ssn - prosegue Franceschini - genererà una fase gestionale di grande complessità organizzativa. Si tratta di sostituire la precedente organizzazione con una nuova attraverso la quale le Asl, nel cui territorio risiedono gli istituti penitenziari, predispongano gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione per le persone detenute. Questo può essere realizzato attraverso modelli operativi che non devono rendere le attività sanitarie in carcere residuali rispetto agli obiettivi valutati per il territorio. La nuova frontiera, quindi, deve essere affrontata con modelli solidi e già collaudati quali i Dipartimenti e le Unità operative, affidandoli a personale già esperto dell’ambiente e che vuole rendere quella del Medico Penitenziario la propria professione nell’ambito del Ssn.

Attraverso i giusti modelli operativi, con un dirigente esperto e responsabile, e altri dirigenti medici che gestiscono la salute di tutti i detenuti residenti, le prestazioni sanitarie potranno essere erogate alla popolazione detenuta allo stesso modo di quelle erogate alla popolazione libera. Il vantaggio principale sarà ovviamente quello di rendere fruibile tutta la potenzialità di intervento del Ssn al cittadino quando è detenuto come quando era, e tornerà ad essere libero, con sicuri riferimenti territoriali dove possa proseguire il programma terapeutico iniziato in carcere. Ma tutto ciò deve essere organizzato conoscendo le reali esigenze del carcere. Per questo insisto sull’utilizzo di personale sanitario già esperto, una gran parte del quale vuole mantenere nel nuovo sistema l’attuale posizione funzionale ricoperta, nell’ambito di quei dipartimenti ed unità operative che dovranno essere formate".

Giustizia: 98 detenuti morti nel 2008, i suicidi sono in aumento

 

Redattore Sociale - Dire, 20 ottobre 2008

 

Dossier "Morire di carcere": dal primo gennaio al 15 ottobre 2008 almeno 37 i suicidi (ma alcuni casi sono da accertare). Rispetto all’anno precedente, numero cresciuto dell’11%, mentre il numero totale delle morti è salito del 5%.

Nelle carceri italiane, dal 1° gennaio al 15 ottobre 2008, sono morti 98 detenuti, dei quali almeno 37 per suicidio (alcuni casi sono dubbi e si attende l’esito delle indagini). È quanto emerge dal dossier 2008 "Morire di carcere", pubblicato dall’Ufficio Studi di Ristretti Orizzonti. Rispetto allo stesso periodo del 2007, il numero dei suicidi tra i detenuti è aumentato dell’11%, mentre il numero totale delle morti dietro le sbarre è cresciuto del 5%. Se si proiettano su tutto il 2008 queste tendenze, è possibile prevedere che a fine anno i suicidi tra i detenuti potrebbero arrivare a 50 (contro i 45 del 2007) e i decessi a 128 (contro i 123 del 2007). Dal 2000 a oggi, nelle carceri italiane sono morti più di 1.300 detenuti, di cui oltre un terzo per suicidio.

I casi raccolti nel dossier comunque non rappresentano la totalità dei morti nelle carceri. Il centro studi infatti reperisce le proprie informazioni dai giornali, dai siti internet, dalle associazioni di volontariato, dalle testimonianze di parenti e amici di detenuti che hanno perso la vita dietro le sbarre. "Il nostro obiettivo - spiega Francesco Morelli, responsabile dell’Ufficio Studi di Ristretti Orizzonti - è dare una dimensione umana a queste vicende, raccontare le storie di queste persone. Purtroppo non è sempre possibile".

Secondo dati del ministero della Giustizia elaborati da Ristretti Orizzonti, dal 1980 a oggi si sarebbero suicidati 1.365 detenuti. Nel 2007, anche per effetto dell’indulto, si è avuto il numero più basso di suicidi tra le mura delle carceri italiane (45) degli ultimi 15 anni. Parallelamente però si è riscontrato un incremento del tasso di suicidio: 11,8 episodi per ogni 10 mila detenuti. Nei quattro anni precedenti era sempre rimasta sotto il 10 per 10 mila. "È cambiata la popolazione detenuta - spiega Francesco Morelli - il numero di suicidi è in aumento perché dietro le sbarre ci sono più soggetti fragili e persone malate di mente".

Giustizia: troppi suicidi all’Opg di Aversa, storie di solitudine

 

Redattore Sociale - Dire, 20 ottobre 2008

 

Nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario della provincia di Caserta il numero più elevato di suicidi tra i detenuti. La storia di Vincenzo, 35 anni, arrestato per resistenza a pubblico ufficiale: si è impiccato alla grata della finestra.

Nel 2008 la prima vittima nelle carceri italiane è stato Fabrizio P. che si è tolto la vita impiccandosi il 4 gennaio nella sua cella dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa (Caserta), una delle strutture carcerarie italiane in cui si riscontra il numero più elevato di suicidi tra i detenuti.

Il dossier 2008 "Morire di carcere" riporta la sua storia, e quella di decine di altre persone, all’interno del sito internet www.ristretti.it. Fabrizio si è tolto la vita a soli 26 anni impiccandosi. "Internato da poco più di un anno, era affetto da una patologia mentale seria e condannato a una misura di sicurezza", aveva dichiarato Dario Stefano dell’Aquila, presidente di Antigone Campania.

Sempre all’Ogp di Aversa, pochi giorni dopo, si è tolto la vita Vincenzo R. di 35 anni. Il giovane che era ritenuto instabile, anche se non pericoloso, soffriva di disturbi mentali si è impiccato alla grata della finestra. Arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, inizialmente era stato condannato a scontare la pena a casa, con l’obbligo di firma. Ma Vincenzo aveva trasgredito gli obblighi e il giudice aveva commutato la libertà vigilata in pena detentiva. Nel carcere di Aversa il giovane si sentiva ormai perso, abbandonato dalle persone più care e senza soldi per pagarsi un avvocato.

Il terzo caso è quello di Said M., marocchino 36enne, aveva tentato diverse volte in pochi giorni di togliersi la vita. Prima ha tentato di tagliarsi le vene, poi il collo e infine, la mattina del 28 marzo, si è impiccato con una corda alle grate delle finestre dell’Ogp di Aversa. Un’altra morte sospetta, le cui cause non sono ancora state accertate, è quella Massimo M. di 37 anni, trovato morto nel suo letto. Il suo è il dodicesimo decesso dall’inizio del 2007 all’interno della struttura.

Claudio T., 31 anni, invece si è tolto la vita il 18 gennaio nel carcere di Viterbo con una busta di plastica. Era in carcere con l’accusa di aver ucciso, nel marzo 2006, lo zio, la zia e due cugini. Finito in manette pochi giorni dopo la strage, Claudio aveva tentato più volte il suicidio sia nel carcere di Catanzaro (dove era stato detenuto dopo l’arresto) sia nel penitenziario di Viterbo. Per il suo avvocato l’uomo "non ha retto alle sue responsabilità mentre attendeva l’esito del processo". L’esito della perizia psichiatrica sul giovane era atteso per i primi di febbraio.

L’ultimo decesso riportato dal dossier è quello di Alberto B. trovato privo di vita dai suoi compagni di cella poco prima delle otto di mattina di martedì 14 ottobre. Il referto medico parla di arresto cardiaco, ma sarà l’autopsia ad accertare le cause della morte del detenuto 54enne. "Dall’inizio dell’anno siamo ormai arrivati a 15 morti nelle carceri del Lazio - denuncia il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni -. Una vera e propria strage che si sta consumando nel silenzio dell’opinione pubblica che, piuttosto, preferisce parlare di inasprimento e certezze delle pene".

Torino: Osapp; 40 detenuti sono costretti a dormire per terra

 

Ansa, 20 ottobre 2008

 

Dopo le manette, una coperta. Per chi varca i cancelli del carcere Cotugno-Lo Russo di Torino, non c’è nemmeno la speranza di avere un posto dove dormire. O meglio, un letto. Perché il posto c’è, ma è per terra.

Succede da una settimana: quaranta detenuti sono costretti a dormire per terra, nelle celle destinate a camere di sicurezza per i nuovi arrestati e utilizzate per le operazioni di matricola e casellario. A denunciare questa inaudita violazione dei più elementari diritti umani è l’Osapp, il sindacato di polizia penitenziaria: "A coloro che arrivano - spiegano gli agenti - viene consegnata una coperta e come giaciglio per la notte il solo pavimento: una situazione che non esitiamo a definire da bestia".

Fare luce sulle ragioni di quanto sta accadendo, però, sembra impossibile: le informazioni arrivano con il contagocce, dice Leo Benedici, segretario dell’Osapp, "il Dipartimento è ben accorto a non far trapelare ciò che invece grida allo scandalo: già il solo dormire per terra è umiliante per la condizione dell’uomo - aggiunge - figuriamoci poi in una cella sovraffollata con un solo water per i bisogni quotidiani. E la polizia penitenziaria è obbligata a sovrintendere tutto questo sotto precise indicazioni, che possono venire solo dal direttore dell’istituto, con la consapevolezza del Provveditore del Piemonte".

Finora, nessuno è intervenuto: "Ci domandiamo - scrive Benedici - dove sia il garante dei detenuti del Piemonte ed è curioso che a denunciarlo sia proprio il Corpo di Polizia Penitenziaria che rappresentiamo, un corpo agenti che per anni è stato dileggiato e considerato sotto l’aspetto marziale del carceriere inflessibile". Nemmeno il ministro della Giustizia Alfano finora si è fatto vivo: "Ci attendiamo precise risposte - conclude l’Osapp - una tra tutte, l’immediato avvicendamento del Provveditore del Piemonte.

Se fatti del genere accadono, ciò deve far riflettere sulla presunzione che ha ancora qualcuno di considerare il sistema utile per uno Stato che si ritiene avanzato e democratico: che nel carcere si viva male è un fatto acclarato, che non giustifica però scelte tanto sciagurate, dettate dall’idea della cella come luogo di afflizione ulteriore. Se nell’opinione pubblica esiste da tempo la convinzione che si debba "buttare via la chiave", questi episodi evidenziano ancora una volta le condizioni di vita da terzo mondo che, a Torino come altrove, sembrano emergere".

Roma: a Regina Coeli due detenuti e due agenti feriti in rissa

 

Comunicato stampa, 20 ottobre 2008

 

Rissa fra detenuti nel carcere di Regina Coeli: italiano ferito al volto con una lametta da un extracomunitario pestato, poi, dagli altri reclusi. Il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni: "l’episodio nella sezione riservata ai tossicodipendenti. Quanto avvenuto è colpa del sovraffollamento e spia di uno stato di tensione destinato a crescere".

È di due detenuti feriti e di due agenti di polizia penitenziaria contusi il bilancio di una rissa fra reclusi avvenuta questa mattina, nel corso dell’ora d’aria nel carcere di Regina Coeli. Lo rende noto il Garante dei diritti dei detenuti Angiolo Marroni.

La rissa è scoppiata fra detenuti della seconda sezione, quella riservata ai tossicodipendenti. A quanto appreso dal garante, un recluso marocchino avrebbe ferito al volto, con una lametta, un italiano prima di essere a sua volta aggredito a calci e pugni da altri detenuti. Nella maxi rissa che ne è seguita, due agenti di polizia penitenziaria sono rimasti leggermente feriti nel tentativo di separare i contendenti.

Il detenuto italiano, ferito dall’orecchio destro al mento è stato trasportato all’ospedale Santo Spirito e giudicato guaribile in due settimane. Anche il marocchino è stato trasferito, per le botte subite, al Santo Spirito per accertamenti e solo nel tardo pomeriggio è tornato in carcere.

"La seconda sezione ospita in media fra i 170 e i duecento detenuti con problemi di droga ed è fra le più difficili di Regina Coeli - ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni - Qui, ogni giorno, detenuti, agenti di polizia penitenziaria ed operatori si trovano a convivere con il sovraffollamento e i problemi tipici di chi è dipende dalla droga. Già da tempo in quella sezione si registrava uno stato di tensione crescente fra detenuti. Una situazione che, prima o poi, tornerà a detonare non solo a Regina Coeli ma in tutta Italia se non si stabilirà una volta per tutte che chi è malato, se non ha compiuto reati gravi, deve stare in una comunità di recupero, non in carcere".

 

Ufficio del Garante dei detenuti del Lazio

Napoli: i detenuti producono il pane, per le mense dei poveri

 

Ansa, 20 ottobre 2008

 

"Sono fortemente colpito dalla forza simbolica dell’iniziativa ha detto Lorenzo Bourelly, presidente dell’omonima associazione, - e mi auguro che idee di questo tenore trovino sempre maggiore spazio". Partirà alle ore 12 la consegna di circa quattro quintali di pane preparato da detenuti in pena alternativa.

Hanno studiato per acquisire la qualifica di panettiere e hanno deciso di donare il frutto del loro lavoro alle mense dei poveri ed alle associazioni di volontariato di Napoli: è la significativa scelta di sette detenuti di Napoli e provincia, in pena alternativa presso il Centro assistenziale Polivalente "Madre Speranza" di Castel Volturno, che hanno frequentato un corso per "Addetti alla panificazione", presso la Scuola di Formazione professionale A.C. I.I.E.F.

Destinatari della donazione la Comunità Sant’Egidio di Napoli, l’Associazione di volontariato Bourelly, il centro di accoglienza Padre Elia Alleva, l’Opera Don Calabria, l’ambulatorio S. Maria della Speranza, il servizio itinerante U.M.P.I.S. e l’associazione Onlus L.E.S.S.: presso le loro sedi , tutte nel centro storico di Napoli, verranno consegnati circa quattro quintali di pane, in porzioni singole ed imbustate secondo le norme igieniche previste per gli alimenti.

Seicento ore di lezione, divise tra teoria e pratica, hanno visto i detenuti impegnati in un lavoro di recupero personale e professionale completo. "La scelta di regalare il pane a coloro che sono più in difficoltà è davvero una soddisfazione per il corpo docenti e per gli organizzatori del corso, oltre che in primo luogo per i nostri allievi", ha dichiarato la titolare dell’ A.C.I.I.E. F. Dolores Cuomo.

Il corso, che si è tenuto nella sede A.C.I.I.E.F. di via Parrillo (di fronte alla rampa di accesso alle autostrade di via Marina), si è svolto in collaborazione con il Centro assistenziale Polivalente "Madre Speranza" di Castel Volturno (Caserta), struttura individuata dal ministero di Giustizia per l’accoglienza dei detenuti in pena alternativa.

Ravenna: Uil; telefonini in carcere, non colpevolizzare il Corpo

 

Comunicato stampa, 20 ottobre 2008

 

"Quanto riportato dalla stampa in questi giorni non deve e non può essere di pregiudizio per un intero Corpo di Polizia e per i suoi appartenenti. Così Lucio Lamagna, Segretario Regionale della Uil Pa Penitenziari, interviene sul caso " telefonini" del carcere ravvenate.

" Sul caso la Magistratura, cui ribadiamo tutta la nostra fiducia, e gli organi ispettivi della polizia penitenziaria non mancheranno di svolgere approfondite ed adeguate indagini. Anzi siamo noi per primi a sollecitarle, perché sia ben chiaro che chi devia dal proprio mandato istituzionale deve essere perseguito e isolato". Sulle voci scatenatasi e sulle presunte dichiarazioni di ex detenuti su quanto accade all’interno dell’istituto la Uil Pa Penitenziari invita alla calma e rimanda agli esiti delle indagini.

"Richiamare il principio di innocenza sarebbe persino una ovvietà - continua il sindacalista -. Quello che non condividiamo è la tendenza a criminalizzare un intero sistema e il personale che vi opera laddove, invece, più volte ha dimostrato capacità, competenza e senso del dovere. Che all’interno degli istituti penitenziari possano far ingresso generi non consentiti, stupefacenti compresi, è oramai una certezza che denunciamo per prima noi.

Non necessariamente, però, il sistema di introduzione deve far riferimento alla malafede o alla corruzione del personale. Quando il sindacato denuncia a gran voce le deficienze organiche e l’impossibilità di garantire livelli minimi di sicurezza è proprio perché si è ben consapevoli che in tali contesti si producono le condizioni perché avvenga ciò che oggi è oggetto di indagine a Ravenna.

In ogni caso - conclude Lamagna - ben conoscendo la professionalità della stragrande maggioranza dei poliziotti penitenziari in servizio presso l’istituto di Via Port’Aurea vogliamo esprimere i nostri sentimenti di stima e vicinanza a tutto il personale invitandolo a continuare nella preziosa, insostituibile opera di sorveglianza e recupero dei condannati nonostante le gravissime difficoltà operative in cui è costretto a prestare servizio".

Nuoro: c’è un nuovo direttore, la soddisfazione dei sindacati

 

L’Unione Sarda, 20 ottobre 2008

 

Dopo oltre un anno di permanenza a Nuoro, con la formula della missione, questa mattina, Patrizia Incollu è stata nominata nuovo direttore dell’istituto penitenziario di Badu e Carros. Massima soddisfazione è stata espressa dai sindacati che hanno dichiarato: "Speriamo che sia la definitiva soluzione al problema dell’instabilità dell’istituto penitenziario barbaricino" La nuova Direttrice nel luglio 2007 aveva sostituito Paolo Sanna, inviato dal Ministero a dirigere il carcere di Voghera. "Auspichiamo che ora si possa cominciare a risolvere gli annosi problemi di Badu e Carros, ha sottolineato la Cisl, cominciare da quello degli organici. Mancano almeno 60 unità di Polizia penitenziaria e tale carenza ultimamente sta diventando insostenibile.

I vuoti negli organici del personale civile, con gli educatori in testa (due soli educatori per oltre 300 detenuti) sono insopportabili". Il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ha scelto anche il nuovo direttore del carcere di Sassari, diretto sinora da Incollu: il nuovo dirigente di San Sebastiano sarà Elisa Milanesi, da anni vice a Cagliari.

Lodi: un sabato calcistico in carcere, si sono sfidate 5 squadre

 

Il Cittadino, 20 ottobre 2008

 

Le porte del carcere si aprono per un torneo nel segno della solidarietà. Sul campetto della Casa Circondariale di via Cagnola si sono sfidati una squadra dei detenuti, una rappresentativa della Polizia Penitenziaria, alcuni politici del territorio, una formazione della Rai e del quotidiano locale "il Cittadino".

Cinque compagini che si sono affrontate nella giornata di sabato, quando all’interno del carcere di Lodi è stata organizzata una competizione calcistica. E dopo la lunga serie di partite, alcune delle quali molto combattute, sui due maggiori gradini del podio sono saliti il team della Polizia Penitenziaria e la rappresentativa dei detenuti, che si sono piazzati rispettivamente al primo e al secondo posto. Medaglia di bronzo invece per il quartetto del Cittadino. Iniziate di prima mattina, le gare avevano un tempo previsto di 10 minuti.

L’arbitro e gli organizzatori avevano previsto un calendario di scontri diretti, che hanno poi determinato la classifica conclusiva valevole per l’accesso alla finalissima. Una sfida all’ultimo goal disputata tra polizia penitenziaria (con una fascia nera al braccio per la recente scomparsa della collega, Marina Viviani, nel cui ricordo è stato osservato anche un minuto di silenzio) e i detenuti.

Un match che è stato inoltre accompagnato dai cori e dal caloroso tifo degli altri carcerati che hanno assistito al torneo. Per il quarto e il quinto posto sono invece scesi in campo gli amministratori del territorio, e la numerosa squadra della Rai. A causa di una pesante sconfitta iniziale, che ha di fatto compromesso il punteggio in classifica, "Il Cittadino" ha quindi ritirato la Coppa della terza posizione. Una serie di trofei consegnati all’interno della Casa Circondariale di Lodi dalla direttrice Stefania Mussio.

Livorno: "Terzo Settore" organizza Corso giustizia riparativa

 

Il Tirreno, 20 ottobre 2008

 

Chi ha commesso un reato di lieve o media entità e sta scontando la propria pena detentiva ha la possibilità di entrare, a determinate condizioni, in un percorso di reinserimento sociale mediante misure alternative al carcere.

Un percorso che fa capo alla cosiddetta "giustizia riparativa" secondo un modello già ampiamente applicato nel mondo anglosassone (restorative justice) che nell’esecuzione della pena coinvolga il condannato, la vittima delle sue azioni e la comunità. Quanti accedono a tali misure alternative, e possono perciò rientrare nel mondo del lavoro, devono necessariamente essere supportati da volontari specializzati nel percorso di reinserimento sociale.

Ed è per questo che da giovedì 23 partirà a Cecina, nella sala della Pubblica assistenza, un corso destinati a volontari già attivi e ai nuovi volontari. Un’iniziativa, prima del genere in Toscana, che è stata presentata a Livorno con la partecipazione di Salvatore Nasca, direttore dell’Ufficio Esecuzione Penale Esterna, di Caterina Tocchini (Assessorato Provinciale Cultura e Attività Sociali) e di Vittorio Pineschi, Presidente del Circolo Interculturale Samarcanda. Finanziato dal Cesvot (Centro Servizi Volontariato della Toscana) il corso, che coinvolge l’amministrazione giudiziaria, la provincia di Livorno e il mondo del volontariato (il cosiddetto "terzo settore") secondo un protocollo d’intesa siglato nel 2006, si articolerà in sei lezioni con la presenza di specialisti che illustreranno i concetti di giustizia riparativa, la gestione di tale misura alternativa, le esperienze nel settore, la giustizia relazionale, la rete territoriale e le modalità operative nel cammino di recupero del detenuto.

Al termine del corso, il 13 dicembre, è previsto a Livorno un seminario all’auditorium del Museo di storia naturale del Mediterraneo che avrà come tema "Giustizia riparativa: reo, vittima, comunità. Percorsi integrati di reinserimento". Info: circolo interculturale Samarcanda, Piombino, tel. 0565.226204, mail samarcandapio@interfree.it.

Immigrazione: richiedenti asilo, Centri accoglienza al collasso

 

Il Sole 24 Ore, 20 ottobre 2008

 

"In cinquanta ieri sono stati portati in aereo presso una casa di accoglienza di Atena Lucana, in Campania, gestita dalla locale sezione dell’Esercito della Salvezza. Un centinaio sono partiti per due strutture tra Brindisi e Taranto. Altri in traghetto per Porto Empedocle, con destinazioni finali da stabilire.

È al lavoro senza soste il sistema di accoglienza degli immigrati che sbarcano a Lampedusa. Può contare sulla flessibilità e sui fondi garantiti dalla dichiarazione di emergenza del luglio scorso. Ma ormai è allo stremo. Ieri mattina nel centro di prima accoglienza c’erano 1.650 stranieri, su 700 posti disponibili. E ormai è da mesi che si va avanti così.

Il 2008 si sta rivelando l’anno nero degli approdi a Lampedusa dei disperati. Al 16 settembre le cifre sono già più alte di quelle dell’anno scorso: oltre 24mila persone arrivate, contro poco più di 20mila del 2007. Crescono in particolare le donne - ne sono giunte 2.754, oltre il doppio dell’anno scorso - e i minori.

Perciò ieri Roberto Maroni ha sbottato: "La Libia pensi a non far partire gli immigrati più che alle banche". Il ministro ha segnalato il rischio banlieu, ma ha anche assicurato che l’Italia è "il Paese europeo che integra meglio".

Di certo il Viminale sta ricorrendo ad ogni mezzo per far fronte all’emergenza. Sempre più spesso si ricorre a sistemazioni improvvisate, come alberghi e altre strutture in grado di accogliere gli stranieri. Nei Cie (i centri di identificazione ed espulsione, ex Cpt) possono andare solo coloro che non fanno richiesta di asilo politico. Oggi, invece, la stragrande maggioranza degli sbarcati si dichiara rifugiato.

Siamo di fronte a un paradosso: il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha da varato un decreto legislativo che stringe le maglie per l’accesso allo status di rifugiato, ma il flusso dei clandestini si trasforma inarrestabilmente in una massa di "richiedenti asilo". Molti, moltissimi di loro, a giusto titolo: basti pensare a coloro, in netto aumento, che arrivano dal Corno D’Africa. Ma ormai la richiesta di diritto d’asilo è diventata una costante, qualunque sia lo stato di provenienza.

Le domande 2008 finora pervenute sono oltre 18mila; in tutto il 2007 erano state 14mila. Una volta entrati nella procedura dell’accoglimento del diritto d’asilo, gli immigrati si trovano dentro un percorso perlomeno meno sfavorevole rispetto a quello che li porterebbe invece in un Cie, dove la sentenza di espulsione è praticamente segnata.

Nei centri di accoglienza si entra e si esce senza limitazioni della libertà personale. Si entra, si esce e, se si vuole, si scappa. D’altra parte fino a quando non saranno costruiti i dieci nuovi Cie (gli ex Cpt), la sistemazione nei centri per asilanti finisce per essere l’unica disponibile.

Perciò anche chi deve preoccuparsi di garantire l’accoglienza alle migliaia di immigrati che sbarcano finisce per non vedere negativamente l’allargarsi della pratica di chiedere asilo sempre e comunque, anche quando il richiedente di certo non ne ha diritto. Grazie alla dichiarazione di emergenza, infatti, una sistemazione per queste persone in un modo o nell’altro si trova. Con procedure semplificate, senza gare, senza troppa burocrazia.

Sempre che i Comuni collaborino. Perché alla fine gli immigrati nessuno li vuole. E questa scarsa solidarietà istituzionale rischia di mettere a rischio gli sforzi di chi al Viminale opera già tra mille difficoltà per fronteggiare l’emergenza.

Droghe: Milano è la maggiore piazza europea per il consumo

 

Ansa, 20 ottobre 2008

 

"Oggi sette detenuti su dieci reclusi a San Vittore sono stranieri. E buona parte di questi è stata arrestata per spaccio di droga. Ma chi commette questi e altri reati nelle carceri ci sta poco: il 70% non più di tre giorni e l’85% al massimo una settimana. Una situazione che vanifica la garanzia di certezza della pena. Domani, all’incontro in prefettura cui parteciperà il Sindaco Moratti, chiederemo al Ministro Maroni risposte su questi problemi perché oggi Milano è la maggiore piazza europea di consumo e spaccio di sostanze stupefacenti, come attestano i ripetuti sequestri di enormi quantitativi operati dalle Forze dell’ordine".

Lo dichiara il vice Sindaco e Assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato. "Oggi a Milano - spiega De Corato - la droga rappresenta la prima emergenza. L’espansione del suo consumo arriva infatti a corrodere più generazioni: giovani, imprenditori, padri e madri di famiglia. Interi quartieri sono costantemente in rivolta per i disastri creati dalla cocaina, ma anche dall’hashish e dall’eroina.

Le Forze dell’ordine stanno facendo un lavoro importante, come testimonia il sequestro di più di una tonnellata di sostanze stupefacenti operato solo quest’anno. Ma le zone della movida rappresentano solo il terminale di un grande commercio che ormai rimanda alla Spagna e passa soprattutto per il Nord Africa. Abbiamo allora bisogno - sottolinea De Corato - di un impegno maggiore contro le organizzazioni criminali e le nuove mafie straniere che operano in questo business. E sul fronte del contrasto ai pusher serve che la magistratura operi con maggiore severità nei confronti soprattutto di chi è recidivo".

Francia: emergenza suicidi in carcere, quattro in 3 settimane

 

Apcom, 20 ottobre 2008

 

Quattro detenuti si sono suicidati dall’inizio del mese di ottobre nelle carceri francesi, una serie nera che rilancia il dibattito sulla politica penale e i mezzi assegnati all’amministrazione penitenziaria.

Un uomo di 45 anni si è impiccato due giorni fa nella sua cella della casa circondariale di Ensisheim, nell’est della Francia, regione dove altri tre detenuti, due dei quali minorenni, si sono tolti la vita in strutture penitenziarie nelle ultime tre settimane. Complessivamente, 90 detenuti si sono suicidati nelle carceri francesi dall’inizio dell’anno 2008, un aumento del 18 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno: lo ha indicato l’Osservatorio internazionale delle prigioni (Oip). Se i sindacati penitenziari si affrettano a precisare che le circostanze di questi suicidi sono diverse l’una dall’altra, non giudicano tuttavia la situazione "allarmante".

In primo luogo, questi fatti avvengono in un contesto di sovraffollamento carcerario che va aggravandosi. I penitenziari francesi avevano 63.185 detenuti al primo ottobre, a fronte di una ricettività di 51.000 posti. La politica penale "ultra-repressiva" del governo che comporta "la carcerazione a oltranza" è stata tirata in ballo da uno dei sindacati, la Cgt.

Più in generale, le tre principali organizzazioni di supervisori hanno denunciato "una mancanza di mezzi umani e materiali", "una situazione allarmante delle condizioni di lavoro" e una "incoerenza della politica penale". L’opposizione socialista ha inoltre criticato "la politica del tutto repressiva" e chiesto la realizzazione di "un piano di accompagnamento psicologico e di rinnovamento delle carceri francesi". I sindacati penitenziari devono essere ricevuti domani mattina al ministero della Giustizia. Il guardasigilli, Rachida Dati, deve presentare un progetto di legge penitenziaria, alcune misure del quale si prefiggono di migliorare l’assistenza ai detenuti. Ma la discussione del testo da parte del Parlamento, inizialmente prevista alla fine dell’anno, è stato rinviata al primo trimestre 2009 per la crisi finanziaria.

Iran: giustiziate 4 persone per droga; 194 esecuzioni nel 2008

 

Asca, 20 ottobre 2008

 

Quattro persone condannate per traffico di droga sono state giustiziate in Iran. Le impiccagioni sono avvenute nella prigione della città sudorientale di Zahedan, capoluogo della remota regione iraniana del Sistan-Beluchistan, al confine con Pakistan e Afghanistan. A riferirlo è la radio nazionale precisando che i detenuti sono stati mandati alla forca per aver spacciato tre chilogrammi di eroina.

Sale così a 194 il numero delle condanne a morte eseguite dall’inizio dell’anno nel Paese, stando ad un conteggio dell’Afp. Secondo Amnesty International, l’Iran è stato nel 2007 il primo Paese al mondo per numero di esecuzioni dopo la Cina, con 317 persone giustiziate. Nella Repubblica Islamica la pena capitale è prevista oltre che per l’omicidio anche per altri tipi di crimini come lo stupro, rapina a mano armata, traffico di droga e adulterio.

Brasile: tossicodipendente 1 milione di ragazzi tra 6 e 17 anni

 

Notiziario Aduc, 20 ottobre 2008

 

In Brasile oltre un milione di minorenni tra i 6 e i 17 anni sono tossicodipendenti e spesso anche alcolizzati. Lo rivela una ricerca diffusa oggi dall’Associazione brasiliana di Psichiatria (Abp). Nel grande paese sudamericano sono 26 milioni i minori al di sotto dei 18 anni.

"Molti ragazzi cominciano a drogarsi verso i 10-11 anni, passando dall’alcol alle droghe sempre più pesanti - ha commentato Denisio Lima, vicepresidente dell’Abp, in un’intervista al quotidiano Correio Brasiliense -. È proprio la precocità il dato che più colpisce nello studio, i cui dati sono ulteriormente aggravati dalle disfunzioni della rete pubblica di salute".

Il problema è più grave nella fascia meno abbiente della popolazione, dove i giovani sono più esposti all’offerta di droga e dove la carenza di strutture pubbliche rende più difficile la diagnosi precoce. Lo studio afferma anche che in buona parte dei casi, in particolare nelle favelas, la tossicodipendenza può rappresentare l’ingresso nel mondo della criminalità.

I minorenni vengono adescati con la droga dalle bande di narcotrafficanti per poi essere usati come corrieri o persino come assassini su commissione, perché comunque non possono essere incriminati penalmente. Il mese scorso, la polizia di Belem ha arrestato un ragazzo di 16 anni dipendente di crack con almeno dodici delitti sulle spalle, che ha confessato tranquillamente, certo dell’impunità.

 

 

Segnala questa pagina ad un amico

Per invio materiali e informazioni sul notiziario
Ufficio Stampa - Centro Studi di Ristretti Orizzonti
Via Citolo da Perugia n° 35 - 35138 - Padova
Tel. e fax 049.8712059 - Cell: 349.0788637
E-mail: redazione@ristretti.it
 

 

 

 

 

Precedente Home Su Successiva