Rassegna stampa 21 ottobre

 

Giustizia: 500 i disabili dietro le sbarre, manca legge "ad hoc"

 

Asca, 21 ottobre 2008

 

Nel dicembre del 2006 nelle carceri italiane erano presenti 483 detenuti con disabilità motoria o sensoriale. Questo il dato più recente sulla presenza della disabilità in carcere in possesso dell’Ufficio Servizi sanitari del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Un’identica rilevazione per il 2007 manca: "Le schede destinate alla compilazione erano state inviate anche lo scorso anno alle direzioni degli istituti di pena - spiegano dall’ufficio - ma l’indagine non è stata realizzata".

La regione italiana con il maggior numero di detenuti disabili risulta essere la Lombardia: alla fine del 2006 negli istituti di pena della regione risultavano reclusi 121 detenuti con disabilità fisica e motoria, di cui 13 a San Vittore e 82 a Opera. Fra le regioni più "affollate" anche la Campania con 96 detenuti, il Lazio (51), le Marche (34, di cui 28 ipovedenti detenuti nella struttura di Fossombrone) e la Toscana (31). Seguono Sicilia (34), Piemonte e Valle d’Aosta (23), Veneto, Trentino e Fvg (20), Puglia (17), Emilia-Romagna (16), Sardegna (16), Calabria (14), Umbria, Abruzzo-Molise, Liguria (tutte con 3 detenuti) e, infine, Basilicata (1).

Parzialmente diversi gli esiti di una seconda indagine relativa alla sola disabilità motoria, svolta sempre nel 2006 ma in un periodo dell’anno non specificato. Con 65 detenuti, la Lombardia resta la prima regione nella classifica della numerosità, ma è stavolta seguita dalla Sicilia, con 51 detenuti disabili, dalla Sardegna, con 42 detenuti, e poi da Campania (37), Lazio (36), Emilia-Romagna (30), Puglia (26), Piemonte e Abruzzo-Molise (25), Marche (17), Toscana (15), Basilicata (11), Veneto (10), Umbria (6), Calabria (4) e Liguria (1).

 

Manca una legge specifica

 

La malattia e la disabilità non sono incompatibili con la detenzione. Anzi, accade spesso che chi varca la soglia del carcere porti con sé gli esiti di un trauma o di una malattia che hanno ridotto le sue capacità motorie o mentali. Non si sa quanti siano esattamente i disabili detenuti nelle carceri italiani, visto che non esiste un sistema di monitoraggio nazionale sulle condizioni di salute dei carcerati.

Però in Italia non esiste una normativa specifica per i detenuti disabili. Uno dei principali riferimenti normativi per la disabilità in carcere è l’articolo 47-ter dell’ordinamento penitenziario, relativo alla detenzione domiciliare": in base al comma 3, "la pena della reclusione non superiore a quattro anni, anche se costituente parte residua di maggior pena, nonché la pena dell’arresto, possono essere espiate nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora ovvero in luogo pubblico di cura, assistenza o accoglienza, quando trattasi di persona in condizioni di salute particolarmente gravi, che richiedano costanti contatti con i presidi sanitari territoriali".

Un’altra norma di riferimento è quella che riguarda il differimento della pena, che però viene utilizzata soprattutto per le detenute incinte. Infine c’è l’articolo 11 dell’ordinamento penitenziario, che contempla i casi in cui il detenuto entri sano e si ammali all’interno del carcere. In questa eventualità, il direttore, prima del magistrato, può disporre il ricovero in ospedale con articolo 11. Se quindi è vero che non esiste una normativa precisa per la disabilità in carcere, va però detto anche che la legislazione italiana è l’unica che prevede l’incompatibilità con la detenzione per motivi di salute.

Nei casi in cui la perizia medica evidenza una disabilità che richiede un’assistenza specifica, i detenuti sono destinati ad alcune strutture specifiche. Per la precisione, esistono gli Ospedali psichiatrici giudiziari e alcune sezioni di osservazione per i detenuti con disabilità mentale; le sezioni attrezzate per "disabili" e le sezioni attrezzate per "minorati fisici".

Giustizia: Corleone; carceri verso terribile livello di invivibilità

 

www.francocorleone.it, 21 ottobre 2008

 

Tra qualche mese assisteremo allo scoppio delle carceri. È una previsione facile, il numero di detenuti è ormai superiore a 57 mila unità, con una media di ingresso di mille ogni mese. A breve saremo quindi oltre il numero presente prima dell’indulto che era 62 mila e al momento in cui si arriverà a queste cifre il livello di invivibilità sarà terribile e quindi anche la gestione delle carceri non facile.

Lo ha detto il garante dei detenuti di Firenze Franco Corleone a margine della presentazione di 4 progetti dedicati ai detenuti in Palazzo Vecchio. Secondo Corleone "la mancanza di una politica di riforma ha innescato una bomba a orologeria. Quando scoppierà non lo so ma è una responsabilità grande quella di non aver approfittato dell’occasione irripetibile dell’indulto per fare una riforma del codice penale, delle leggi criminogene che riempiono le carceri come quella sulle droghe, sulla recidiva e sull’immigrazione". Corleone ha poi spiegato che "qualcuno ha giocato a criminalizzare l’indulto invece di approfittarne per ammodernare le carceri e per una riforma legislativa perché le carceri non si riempissero più".

Giustizia: anche la "tolleranza zero" ha un limite… il ridicolo

di Vittorio Macione

 

Il Giornale, 21 ottobre 2008

 

La notte non è ancora scesa e molti di loro sono già sbronzi. Succede, spesso: nelle feste a casa, in discoteca, sulle spiagge, con l’odore del mare mischiato alla birra e al whisky, nelle sere d’inverno quando fa freddo, radunati in un parcheggio, in piazza o dietro un centro commerciale. Un ragazzino su cinque comincia a bere tra gli 11 e i 15 anni. Tutto vero, tutto documentato. Un ventiquattrenne si addormenta, ubriaco, accanto a un binario. Passa il treno e lo stritola. Il suo ultimo giorno di vita lo ha passato a Treviso, alla "maratona del vino". Questa è la fotografia di un’Italia, giovane, che si rifugia nell’oblio etilico.

Non sono stati i primi. Non saranno gli ultimi. Magari fanno paura i numeri, e l’età. Ora ci si chiede come rispondere a tutto questo. La reazione più immediata è dire: aboliamo la festa, l’Ombralunga, la maratona del vino. Ma si può chiudere l’Oktoberfest? Si può dire agli spagnoli di rinunciare a San Firmino? No. E poi non risolve la questione. Una scusa per ubriacarsi si trova. Sempre. La cultura dello sballo non si combatte solo con i divieti.

È veloce. È furba. Emigra. Vieti qua e loro si spostano da un’altra parte. E l’idea di vietare tutto rasenta la follia. Il proibizionismo non può essere l’unica soluzione. Che si fa? Niente osterie, pub, bar e discoteche? C’è una legge che vieta di vendere alcol ai minorenni. Applichiamola. C’è la famiglia, o dovrebbe esserci.

Non chiedete ai sindaci di fare i genitori. Il rischio è cadere nell’inganno del "Comune etico", versione municipale e federalista dello Stato etico. Il potere che si sostituisce all’individuo. Pensa per lui, vive per lui, sceglie per lui. Lo protegge dalle tentazioni, mette il tutore alle coscienze, indica la strada del bene e del male. La verità è che il Comune (e lo Stato) non può surrogare la responsabilità individuale. Non può, perché oltre a essere pericoloso, è praticamente impossibile. Non può e non deve. Non gli spetta. Il "Comune etico" genera mostri.

Si può vietare la carità ad Assisi, lì dove è nato San Francesco? Magari per difendersi dalle orde di finti accattoni sì, ma un pochino fa riflettere. La tolleranza zero ha un limite: il ridicolo. A Capri e Positano è vietato portare gli zoccoli. A Forte dei Marmi non si fa giardinaggio nei weekend. A Pisa non si può sostare con zaini e valigie vicino ai monumenti storici. A Novara è proibito fermarsi nei parchi in più di due persone. Niente adunate. Il cartello di divieto è una barra trasversale rossa sopra la sagoma nera di tre omini. A Vicenza due fidanzatini sono stati multati perché leggevano un libro su un prato. Ognuna di queste ordinanze avrà una sua ratio. Ma non basta. Manca il buon senso. Non imitiamo Lavandou, un paesotto francese tra Sant Tropez e Tolone, dove è vietato morire. Parola del sindaco: "A tutti quanti non dispongono già di una tomba è impedito il decesso nel territorio del comune".

Giustizia: Veltroni; appello al governo, no tagli a forze ordine

 

Apcom, 21 ottobre 2008

 

Walter Veltroni rivolge un "appello al governo" affinché faccia "una rapida inversione di tendenza" e aumenti le risorse per le forze dell’ordine. Concludendo la conferenza del Pd "Sicurezza senza soldi", organizzata dall’Assemblea degli organismi delle Forze di polizia, delle forze armate, dei corpi di prevenzione e sicurezza, il segretario dei Democratici ha sottolineato che è ora di "dare un riconoscimento che non sia solo a parole alla ‘specificità’ di chi lavora in questo settore" e ha assicurato che il partito "farà tutto il necessario in Parlamento perché il governo cambi atteggiamento e non faccia solo affermazioni di buoni sentimenti".

Durante l’incontro i rappresentanti delle Forze dell’ordine hanno accolto la proposta lanciata da Marco Minniti di istituire una Consulta nazionale. "È in corso una grande securizzazione della società - ha detto Veltroni - si annunciano arresti per chiunque ma qualcuno deve fare questi arresti e qualcuno deve lavorare nelle carceri, ma a questa gigantesca ondata di manette corrisponde una riduzione delle risorse per Polizia, Carabinieri, Polizia Penitenziaria, una contraddizione che può diventare esplosiva".

Infine Veltroni ha sottolineato come "la difesa dell’ordine pubblico non si fa solo caricandola sulle spalle di Polizia e Carabinieri ma anche con le politiche sociali per ridurre le cause di violenze e delinquenza".

Giustizia: da scrittori l’appello per Saviano, boom di adesioni

di Paola Coppola

 

La Repubblica, 21 ottobre 2008

 

"La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini". Migliaia di persone hanno risposto all’appello di sei Nobel in difesa dell’autore di "Gomorra". Sul sito di Repubblica le adesioni all’iniziativa ieri sono cresciute di ora in ora: in meno di un giorno oltre 110 mila persone si sono aggiunte alle voci di Dario Fo, dello scrittore tedesco Günter Grass e del turco Orhan Pamuk, Nobel per la letteratura, di Michail Gorbaciov e dell’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, Nobel per la pace, e di Rita Levi Montalcini, Nobel per la medicina. Scrittori, intellettuali, politici e moltissimi cittadini si stanno mobilitando per lo scrittore minacciato dalla camorra e per ribadire che il caso Saviano "non è soltanto un problema di polizia. È un problema di democrazia".

L’appello è stato firmato anche dallo scrittore portoghese, Nobel per la letteratura, José Saramago, e da autori celebri come Jonathan Franzen, Jonathan Lethem, Martin Amis, Chuck Palahniuk, Nathan Englander, Ian McEwan, Jonathan Safran Foer, Hans Magnus Enzensberger e Javier Marias. Adesioni all’iniziativa sono arrivate anche dalle scuole, e l’appello dei Nobel è stato rilanciato da diversi media stranieri, tra cui El Pais, Courrier International, Nouvelle Observateur, Al-Arabiya e Cnn.

Per chiedere allo Stato di proteggere lo scrittore, che dal 2006 vive sotto scorta, e sconfiggere la camorra si è creata una mobilitazione imponente. Dopo il successo internazionale del bestseller "Gomorra" - che è stato tradotto in 43 paesi, pluripremiato e ha ispirato l’omonimo film di Matteo Garrone, candidato all’Oscar - Saviano ha subito pesanti minacce. "È minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo paese", dice l’appello.

A Repubblica l’autore, che ha 29 anni e vive spostandosi continuamente, ha confessato di voler andare via dall’Italia per tornare a una vita normale. Le sue parole hanno suscitato numerose prese di posizione, dal presidente della Repubblica Napolitano fino al premier Berlusconi, e iniziative di solidarietà. La trasmissione radiofonica "Fahrenheit" continua la staffetta di lettura di "Gomorra" iniziata mercoledì scorso, Mantova gli darà la cittadinanza onoraria, gli studenti anticamorra di Napoli hanno chiesto di indossare nastri fucsia per testimoniare la vicinanza a Saviano e il Consiglio regionale toscano ha deciso di assegnargli un premio speciale.

L’appello dei Nobel ricorda: Saviano è "un giovane scrittore, colpevole di avere indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere sul suo giornale, Repubblica, e di tacere".

Dopo la chiamata dei Nobel in tanti si stanno schierando: "Con questa firma - dice l’appello - vogliamo farcene carico, impegnando noi stessi mentre chiamiamo lo Stato alla sua responsabilità, perché è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008".

Anche il segretario del Pd, Walter Veltroni, e il suo vice, Dario Franceschini hanno aderito all’iniziativa. Alla manifestazione del 25 ottobre il Partito democratico allestirà un banchetto per raccogliere altre firme. Il presidente del Gruppo Pse al Parlamento europeo, Martin Schultz ha firmato l’appello. E Dario Fo ha annunciato che mobiliterà altri Nobel e, in un’intervista, ha invitato tutti a partecipare: "È importante - ha chiarito - che sia la gente ad aderire, che si muova. In un momento come questo bisogna essere presenti, ritrovare un senso forte della partecipazione".

 

L’appello dei premi Nobel: "Lottiamo per Saviano"

 

Roberto Saviano è minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro - Gomorra - tradotto e letto in tutto il mondo. È minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese.

Un giovane scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere sul suo giornale, Repubblica, e di tacere.

Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra. Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia. È un problema di democrazia. La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini. Con questa firma vogliamo farcene carico, impegnando noi stessi mentre chiamiamo lo Stato alla sua responsabilità, perché è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008.

 

Dario Fo, Mikhail Gorbaciov, Gunther Grass

Rita Levi Montalcini, Orhan Pamuk, Desmond Tutu

Giustizia: minori; vietare le pene corporali in ambiti famigliari

 

www.savethechildren.it, 21 ottobre 2008

 

L’Italia deve mettersi al passo con altri paesi europei e con le raccomandazioni del Comitato Onu sui diritti dell’infanzia, procedendo in tempi brevi a una riforma normativa che vieti espressamente le punizioni corporali anche in ambito familiare.

È quanto chiede Save the Children al Governo e Parlamento italiano in occasione della Giornata contro la violenza sui bambini, promossa in tutto il mondo dall’organizzazione internazionale, a due anni dalla pubblicazione dello Studio delle Nazioni Unite sulla violenza nei confronti dei minori.

"Purtroppo sono ancora milioni nel mondo i bambini che quotidianamente subiscono violenze di ogni tipo", commenta Claudio Tesauro Presidente di Save the Children Italia. "Tra le forme di violenza a cui un minore può essere sottoposto, ci sono anche le punizioni corporali Schiaffi, botte, maltrattamenti inferti con vari mezzi spesso in famiglia, dagli stessi genitori o comunque da adulti che dovrebbero prendersi cura dei bambini. Si tratta di pratiche" prosegue Tesauro, "troppo spesso sottovalutate o addirittura ammesse perché considerate educative. In realtà siamo in presenza di violenze che ledono profondamente il diritto all’integrità fisica e psichica di un bambino e quindi assolutamente inammissibili e da vietare al pari di altre forme di abuso".

Si stima che ogni anno 275 milioni di bambini assistano a episodi di violenza e maltrattamenti all’interno delle mura domestiche, con conseguenze psicologiche devastanti che possono segnarli per un’intera vita. In Italia raggiungerebbero la cifra di 1 milione i minori che sperimentano questa forma di violenza "assistita".

"Non sono cifre in grado di dirci esattamente quanti bambini subiscono percosse, per esempio da parte dei genitori, in Italia", spiega Valerio Neri Direttore Generale di Save the Children. "Tuttavia segnalano la preoccupante e ampia diffusione della violenza e del ricorso anche alle punizioni corporali all’interno dell’ambiente familiare".

D’altra parte il divieto esplicito delle punizioni corporali in tutti i contesti, compreso quello familiare, è stato previsto solo da 23 paesi nel mondo mentre sono almeno 87 le nazioni che non proibiscono il ricorso alle punizioni fisiche nelle scuole, e 150 quelli che non le proibiscono all’interno degli istituti di accoglienza.

In Europa, l’utilizzo di punizioni corporali sui bambini, anche in ambito familiare, è vietato in Svezia, Norvegia, Finlandia, Austria, Cipro, Danimarca, Lettonia, Bulgaria, Ungheria, Germania, Romania, Grecia e, dal 2007, anche nei Paesi Bassi, in Portogallo e Spagna.

In Italia le punizioni corporali sono proibite in ambito scolastico ed anche dall’ordinamento penitenziario mentre non sono espressamene vietate per legge in ambito familiare.

È necessario quindi che l’Italia si allinei con altri paesi europei e dia seguito a quanto raccomandato anche nello Studio della Nazioni Unite sulla violenza nei confronti dei minori, provvedendo a riformare la propria legge interna entro il 2009, vietando esplicitamente le punizioni corporali.

"L’obiettivo della previsione di questo esplicito divieto", conclude Valerio Neri, "è soprattutto di inviare un chiaro messaggio alle famiglie e a tutta la società, affinché sia evidente che non è accettabile o legittimo picchiare un bambino, così come non lo è picchiare o malmenare chiunque altro e che un genitore ha la possibilità di educare i propri figli facendo ricorso ad altri strumenti che non siano il ricorso alla violenza e alle misure punitive".

Trapani: detenuto 44enne suicida; sospettato per un omicidio

 

www.ecodisicilia.com, 21 ottobre 2008

 

Si infittisce la trama della storia legata a Gianvito Galia, 44 anni, agente di polizia, arrestato martedì scorso per aver tentato di uccidere un collega della squadra mobile. Galia si è impiccato nel carcere di Trapani. Secondo gli investigatori potrebbe esserci un nesso tra il poliziotto e l’omicidio di Maria Milana, 54 anni, pensionata e madre di due figlie di 22 e 16 anni, trovata morta nella sua villetta di Valderice in provincia di Trapani, il 2 ottobre scorso. I proiettili esplosi contro il poliziotto della squadra mobile e quelli che hanno ucciso la donna sarebbero dello stesso tipo.

Galia era uscito dal carcere da circa un anno. Questo grazie all’indulto e alla buona condotta. L’uomo era stato condannato a 24 anni di reclusione per aver ucciso nel 1999 Andrea Romano, uno studente di 17 anni che riteneva essere l’amante della moglie. Martedì scorso agenti della squadra mobile erano andati in casa del loro ex collega per eseguire una perquisizione. Poi hanno anche ispezionato la sua automobile. Galia aveva aperto la macchina ma aveva anche estratto una pistola, che teneva sotto il sedile, e ha iniziato a fare fuoco, mancando il collega. Subito sono scattate le manette e in carcere si è suicidato.

Gli investigatori stanno ancora analizzando le ragioni del gesto, ritenuto sproporzionato, tenendo conto che la detenzione della pistola è un reato grave, ma non tanto da giustificare un omicidio per una fuga. Quindi è stata avanzata l’ipotesi che l’arma fosse stata utilizzata per commettere un altro reato: probabilmente quello della signora Milana.

La donna è stata trovata vestita e riversa in camera da letto nella sua casa ai confini tra Valderice e Custonaci. Il cadavere è stato scoperto dai carabinieri dopo l’allarme lanciato da una delle due figlie della donna. Non sono stati trovati segni di effrazioni al cancello e né alla porta di ingresso, mentre è stato trovato un mazzo di chiavi nella serratura interna del cancello. Dopo il delitto sono stati interrogati la figlia e il genero per ore.

Ma la storia di Gianvito Galia è legata ad un altro fatto di criminalità. L’ex poliziotto aveva testimoniato nei processi per gli omicidi della banda della "Uno bianca" e a quello contro Eva Mikula, compagna di Fabio Savi, accusata di concorso nell’omicidio del bancario Ubaldo Paci. L’ex agente avrebbe raccolto le confidenze di Alberto Savi, fratello di Fabio, anche lui ex poliziotto, condannato all’ergastolo perché ritenuto uno dei killer e rapinatori della banda che terrorizzò l’Emilia Romagna.

Bolzano: Berselli (Pdl); un carcere angosciante e vergognoso

 

Ansa, 21 ottobre 2008

 

"Il carcere di Bolzano è angosciante. È vergognoso e mi stupisce che esista una struttura del genere in una zona del paese così ricca come la provincia di Bolzano". Lo ha detto il senatore Filippo Berselli che si trova a Bolzano per sostenere la campagna elettorale del Pdl.

"I detenuti in questo carcere sono ammassati e non esiste nessun tipo di struttura in cui si possa svolgere attività di reinserimento. È d’altro canto encomiabile lo sforzo della direzione per rendere meno difficile la vita dei detenuti", ha sottolineato Berselli all’uscita del carcere. Come presidente della commissione Giustizia Berselli ha visitato l’istituto di pena di Bolzano e domani al Palazzo di Giustizia incontrerà i magistrati. "Mi dispiace che non incontrerò il Procuratore capo di Bolzano Cuno Tarfusser, modello di come si amministra la Giustizia in Italia, perché è negli Stati Uniti", ha aggiunto Berselli. Per risolvere il problema del carcere il senatore pensa ad un accordo di programma con la Provincia e ad una permuta.

Ancona: detenuto transgender messo di nuovo in isolamento

 

Corriere Adriatico, 21 ottobre 2008

 

Ha girato gli istituti di pena di mezza Italia, è di nuovo a Montacuto. Di lui si era occupato anche l’ex parlamentare Luxuria. Ha cambiato sesso, torna in carcere ma non può stare con gli altri reclusi.

Non c’è pace per Cristian Silla, 35enne di Montesilvano, condannato a tornare nell’inferno di Montacuto da cui era riuscito a farsi salvare. Aveva fatto parlare di sé per l’incompatibilità della detenzione in carcere con la sua condizione di ex donna, con l’aiuto del suo legale, l’avvocato Pietro De Gaetani, dopo un peregrinare negli istituti di pena di mezza Italia, era riuscito ad ottenere gli arresti domiciliari a Montemarciano. Ora, dopo accertamenti che hanno giudicato non idoneo il luogo per la vicinanza di pregiudicati, gli è stata aggravata la misura cautelare e torna in carcere a Montacuto, in cella da solo senza mai uscire visto il suo status di transgender.

Silla, condannato a tre anni per la rapina in un’abitazione di Senigallia e un tentato colpo nella gioielleria "Diociottokarati" di corso Amendola ad Ancona, ripiomba nell’incubo. Quando era stato raggiunto dall’ordinanza di custodia in carcere la sua vita con gli altri detenuti era impossibile. Inseguito dall’ombra del cambio di sesso come una colpa da espiare, la direzione del carcere di Montacuto, per tutelare l’incolumità del 35enne di Montesilvano, lo aveva messo in isolamento perché il suo passato da donna avrebbe potuto solleticare pericolosi istinti dei compagni di cella. L’amministrazione penitenziaria aveva poi disposto la traduzione nel carcere di Belluno che ospita una sezione di detenuti passati all’altro sesso. Il viaggio era terminato con l’ennesimo sgambetto della fortuna. In quell’ala ci sono solo donne ex uomini. Lui l’unico maschio: ancora pericolo, di nuovo in isolamento. Poi il trasferimento nel carcere romano di Rebibbia. Da lì un’informativa allarmante inviata al Gip Alberto Pallucchini sui disagi psicologici di Silla, già provato da problemi fisici legati alla protesi. La decisione del Gip di accogliere l’istanza dell’avvocato Pietro De Gaetani di alleggerire la custodia cautelare con gli arresti domiciliari gli aveva aperto la porta di casa della sorella, adottata come lui, a Sulmona. Ora l’ennesima beffa per Silla.

La sua parabola, paradigma della vita ad ostacoli di chi non si sente a proprio agio con la gonna e infila i pantaloni, o viceversa, sembrava aver già toccato il punto più critico. Del suo caso si era interessato anche l’onorevole transgender Vladimir Luxuria, la cui voce autorevole si era aggiunta a quella accorata dell’ex moglie di Cristian, Antonella, già compagna di collegio e amica del cuore che lo aveva sposato nel dicembre 2005 animando chiacchiere e curiosità. "È un bravo ragazzo, non è stato ancora processato e già è stato condannato due volte", si era sfogata. Bravo ragazzo ma destinato a una terza condanna, forse la più dura di tutte perché lo fa tornare al via in questa sorta di drammatico gioco dell’oca.

Fossano (Cn): pubblicato il nuovo numero de "La Rondine"

 

Comunicato stampa, 21 ottobre 2008

 

Pubblicato sul sito del Comune di Fossano il nuovo numero de "La Rondine. Una voce dal carcere". Dopo due anni di assenza dovuta alla ristrutturazione del "nido", "La Rondine", il giornale del carcere di Fossano, torna a volare anche in rete, sul sito ospitato dal Comune di Fossano (http://rondine.comune.fossano.cn.it).

È dal 2000 che il trimestrale rappresenta uno strumento di comunicazione tra il carcere e la cittadinanza locale, pubblicato come supplemento gratuito del settimanale diocesano "La Fedeltà" e sostenuto dal generoso contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Fossano. Questo è il primo numero che esce "on-line", insieme a quelli arretrati, grazie alla collaborazione degli studenti d’Informatica dell’I.I.S. "Vallauri", guidati dal prof. Alberto Barbero. Comunica l’eco di una voce lontana che vuole dialogare con la parte esterna, associazioni, scuole, imprese, semplici cittadini, per mezzo anche del nuovo strumento della posta elettronica: larondinefossano@libero.it e ricordare che, tra chi ha commesso reati, ci sono persone che meritano un’opportunità, un sostegno morale, un aiuto concreto per non ricadere più negli errori del passato.

Con "La Rondine" numero ventidue i lettori entrano all’interno del carcere con l’occhio della macchina fotografica di Davide Dutto per essere documentati sui lavori di ristrutturazione e di adeguamento dell’istituto alle norme di legge. Di questo e dei problemi emergenti causati dall’alta percentuale di presenze straniere tra gli ospiti, ha parlato il direttore del carcere in una lunga intervista concessa ai redattori. Tra le notizie dal "S.Caterina" spiccano quella positiva dell’inizio della raccolta differenziata dei rifiuti e quella negativa di un possibile ridimensionamento dei corsi professionali interni per scarsità di fondi. Seguono articoli di approfondimento sull’attualità carceraria, in particolare la riforma della legge Gozzini, i dati sulla criminalità e l’allarme sicurezza. Continua l’analisi dei sistemi carcerari europei con l’esame del trattamento penitenziario in Spagna. Il giornale si conclude con testimonianze di vita di detenuti.

 

Per ulteriori informazioni:

Franca Ravera, coordinatrice del giornale tel. 3475800623

Antonella Aragno, educatrice tel. 0172 635791

Palermo: baby-spacciatore di 8 anni, tutta la famiglia coinvolta

 

La Repubblica, 21 ottobre 2008

 

Un bimbo di otto anni costretto a vendere la droga. La prova nelle immagini riprese dalle telecamere piazzate dai carabinieri che fissano il nipotino del capo dell’organizzazione "a conduzione familiare" che gestiva il vasto traffico di stupefacenti e alimentava lo spaccio tra Palermo, Bagheria e Casteldaccia.

I militari del comando provinciale, nell’ambito dell’operazione "Pater familias", hanno arrestato nove persone e denunciato altre sei su richiesta della procura di Termini Imerese e della procura per i minorenni di Palermo.

A capo dell’organizzazione c’era un pregiudicato di Casteldaccia che aveva coinvolto, da qui il nome dell’operazione, figli, genero e nipoti. Si tratta di Ignazio Di Paola, morto per cause naturali il 17 luglio 2008. Per gli investigatori l’uomo, insieme a moglie, figli e genero, aveva avviato un’articolata organizzazione per lo spaccio di hashish e cocaina, la cui vendita avveniva presso la propria abitazione e in una sala giochi a Casteldaccia.

Spesso le dosi venivano cedute attraverso le finestre del piano terra dell’abitazione. Ignazio Di Paola per l’accusa aveva il compito di tagliare e confezionare l’hashish. La moglie e la figlia, tenevano la cassa. Lo spaccio in strada veniva affidato a minorenni, i quali reclutavano e addestravano altri giovani del luogo che, attratti dal facile guadagno, si trasformavano anche in pony-express della droga per consegne a domicilio.

E in questo contesto che il capo dell’organizzazione ha impiegato nello spaccio anche un nipotino di 8 anni. Del traffico di cocaina si interessava, invece il genero di Ignazio Di Paola, procurandosi la droga negli ambienti criminali di Palermo e sfruttando per lo spaccio il capillare canale di distribuzione avviato dalla famiglia.

Verona: la comunità cristiana e lo "smaltimento dei rifiutati"

 

Redattore Sociale - Dire, 21 ottobre 2008

 

Presentato oggi il convegno organizzato per sabato. "La società rifiuta due volte i detenuti: quando vengono incarcerati e quando escono. Vogliamo riflettere se il carcere è luogo di separazione dei cattivi o luogo di persone da recuperare".

Fra Beppe Prioli non si stufa mai di ripeterlo: "I detenuti non sono fascicoli, ma persone e come tali vanno considerati". Il fondatore dell’associazione veronese "La Fraternità" riassume così l’obiettivo del convegno organizzato dalla Caritas per sabato 25 ottobre, dal titolo "Liberare la Pena - la comunità cristiana e il problema dello smaltimento dei rifiutati". Un appuntamento che vuole accendere i riflettori sul pianeta-carcere, sui problemi, sulle attività, sul significato della pena, sul rapporto con la comunità.

Si parlerà dunque di detenzione, di reinserimento e di sovraffollamento, tema tornato all’ordine del giorno se si pensa che nelle carceri venete a fronte di una capienza di 1.706 detenuti, si contano attualmente 2.749 presenze. Ma si parlerà anche di impegno, soprattutto dei giovani, che non devono chiudere gli occhi di fronte al disagio: "Noi non possiamo defilarci da questo appuntamento con la storia - commenta infatti monsignor Giuliano Ceschi, direttore della Caritas scaligera -, dobbiamo superare le diffidenze, la paura del diverso, demolire le barriere sociali e psicologiche. La realtà del carcere è impressionante così come quella dei carcerati, pigiati in strutture assolutamente inadeguate". Da qui, l’importanza di un convegno che "vuole far riflettere sul rapporto tra noi e le povertà emergenti che vengono a toccarci e disturbarci: sia per esprimere opinioni che pesino sulle scelte politiche locali e nazionali, sia per proporre forme di impegno personale e comunitario".

Su quale sia la reale utilità del carcere si interroga il presidente della Fraternità, Roberto Sandrini: "La società rifiuta due volte i detenuti: quando vengono incarcerati e quando escono. Vogliamo riflettere se il carcere è un luogo di "sparizione" dei cattivi dalle nostre vite o un luogo transitorio di persone da recuperare". E gli fa eco fra Beppe Prioli: "I nostri detenuti hanno bisogno di riparazione e non di pena, hanno bisogno di percorsi riabilitativi, lavoro e accoglienza. Facciamo un appello alle parrocchie affinché apra i propri spazi e ci aiutino a dare un riparo dignitoso a uomini e donne che uscendo dal carcere sono senza dimora".

L’appuntamento è fissato per sabato 25 ottobre dalle 9 alle 12.30 al Teatro Cinema K2 di via Rosmini. Tra i relatori spiccano i nomi di don Mario Golesano, parroco del quartiere Brancaccio di Palermo e presidente della Fondazione Don Giuseppe Pugliesi, e di Giampaolo Trevisi, vicequestore Questura di Verona.

Volterra: quinta "cena galeotta", i detenuti chef per una sera

 

In Toscana, 21 ottobre 2008

 

A Volterra, il 24 ottobre nuovo appuntamento con le cene solidali organizzate dal carcere. Quinta "cena galeotta" per il carcere di Volterra venerdì 24 ottobre 2008 (ingresso ore 19.30, inizio cena ore 20.00), ormai pronto ad ospitare una volta al mese il pubblico e i media sempre numerosi. I carcerati, impegnati nell’organizzazione della serata e nella preparazione del menu, questa volta avranno come guida lo chef Nicola Damiani dell’Osteria di Passignano di Tavarnelle Val di Pesa (FI).

I partecipanti avranno l’unica quanto emozionante possibilità di entrare all’interno del carcere. Dopo uno sfizioso aperitivo, degustato sotto le mura dell’antica fortezza medicea, sarà possibile assaporare i piatti preparati dai detenuti e i vini serviti dai sommelier Fisar nella suggestiva cappella sconsacrata sempre all’interno della casa di reclusione. Le tavole saranno impeccabilmente imbandite, solo le posate, per ovvie ragioni di sicurezza, saranno di plastica. L’incasso della cena sarà donato ai Centri Missionari della Toscana della Diocesi di Fiesole per opere in favore della Palestina. Il prezzo della cena è di 35 euro a persona, 100 i posti a serata e prenotazione obbligatoria.

Immigrazione: Tosi (Ln) condannato per propaganda razzista

di Concetto Vecchio

 

La Repubblica, 21 ottobre 2008

 

"Sgombero immediato! Via gli zingari da casa nostra". Flavio Tosi, il nuovo che avanza della Lega, inciampa nella propaganda razzista: la Corte d’Appello di Venezia ieri l’ha condannato a due mesi di reclusione (pena sospesa) e a tre anni di divieto a partecipare a competizioni elettorali (sospesa anche la pena accessoria) per avere diffuso nel settembre 2001 volantini che recitavano slogan tipo "Firma anche tu per cacciare i sinti".

Il reato: propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico. Condannata anche la sorella di Tosi, Barbara, e altri quattro dirigenti della Lega, Maurizio Filippi, Matteo Bragantini (attuale deputato), Luca Coletto e Enrico Corsi. Confermato il risarcimento del danno, già onorato dopo la sentenza di primo grado, ovvero 2.500 euro cadauno ai sette sinti parte civile, 5 mila euro all’Opera Nazionale Nomadi e la parcella dell’avvocato delle vittime, Federica Panizzo, 7 mila euro. Per evitare l’onta di una condanna definitiva per la legge Mancino a Tosi, dal maggio 2007 sindaco di Verona, non resta che un’ultima chance: ricorrere in Cassazione.

A luglio la Suprema Corte aveva accolto il ricorso della difesa ordinando un nuovo processo, che però si è concluso esattamente come i precedenti: con la condanna degli imputati, in primo grado a sei mesi e in secondo grado a due mesi. Nella sentenza del tribunale i giudici scrissero che dopo quella campagna i sinti precipitarono "in un sentimento di paura, di preoccupazione ed ansia perla sorte loro e dei loro figli".

Avevano trovato, grazie a un presidente di circoscrizione disponibile, un appezzamento nel quartiere di Borgo Venezia, accanto a un campo sportivo. Erano iscritti all’anagrafe, veronesi da generazioni. Il fuoco di fila della Lega partì lo stesso. Tosi capeggiava il partito locale. Per tutta l’estate martellò l’opinione pubblica con una campagna anti-rom: "I nomadi devono essere allontanati dal territorio comunale con un’ordinanza definitiva".

"I sinti devono lasciare la città, la Lega impedirà in modi legittimi, anche con forma di resistenza passiva, che in qualsiasi altra area del territorio cittadino si insedi un campo nomadi. Pagheremo loro il treno per Nogara, vadano là, qua non ci possono restare".

"I nomadi dichiarano di vivere con la raccolta di ferro, ma è solo una copertura. Guarda caso laddove s’insediano i furti negli appartamenti aumentano, mandano i figli a rubare, però nessun tribunale dei minori toglie ai genitori la patria potestà quando questi bambini vengono presi in flagranza di reato. Via da Verona! Qui non ci possono stare perché non si integrano nella nostra società fatta di cittadini che pagano le tasse". Tosi al processo non smentì le frasi, ma disse che era una battaglia per il ripristino della legalità. Non era politica, sentenziano ora i giudici, ma razzismo.

Droghe: Moratti; sulle droghe unica strada è "tolleranza zero"

di Alessia Gallione

 

La Repubblica, 21 ottobre 2008

 

"Dopo i rom, la vera emergenza di Milano ora è la droga". Alla vigilia del vertice di oggi in Prefettura con il ministro degli Interni Roberto Maroni, il governatore Roberto Formigoni, l’assessore provinciale alla Sicurezza Alberto Grancini, le massime autorità della magistratura e delle forze dell’ordine, la Asl, il sindaco Letizia Moratti ha anticipato che chiederà al governo un giro di vite sulla droga. E che il Comune è pronto a sottoscrivere un accordo con la comunità di San Patrignano in vista dell’ordinanza, che prevederà, tra l’altro, un corso di recupero, in alternativa a una multa fino a 500 euro per chi sarà sorpreso a fumare anche uno spinello in un luogo pubblico. "Penso che gli accordi con tutte quelle realtà che hanno ottenuto sul campo risultati positive nel campo della prevenzione, del recupero e del reinserimento debbano essere presi in considerazione - spiega il sindaco - . Milano è la prima città italiana per diffusione di cocaina. Occorrono, da una parte emendamenti alle leggi vigenti per rafforzare i poteri dei sindaci e delle forze dell’ordine; dall’altra politiche di sostegno alla prevenzione, al recupero e al reinserimento".

La Moratti non dice altro. Salvo "che le ordinanze sono ormai pronte, ma ci vorranno ancora due settimane di lavoro". L’occasione dell’annuncio è, manco a dirlo, un dibattito al museo del Rock, tra due suoi amici di vecchia data: Red Ronnie e Andrea Muccioli, responsabile della comunità di San Patrignano, che non solo appoggia la linea del sindaco, ma subito rilancia: "Figuriamoci se non daremo una mano a Milano se ci verrà chiesta. Laddove una sanzione prevede non solo una punizione ma la possibilità di recupero, di far fronte cioè ai propri errori con un percorso in positivo, secondo me è ben accetta". Mariolina Moioli, assessore alle Politiche sociali conferma: "Stiamo predisponendo le linee guida. Bisogna aiutare queste persone a uscire dalla dipendenza e lavorare in team. Per questo gli operatori saranno in strada con le forze dell’ordine".

Anche il vicesindaco Riccardo De Corato è preoccupato: "Oggi sette detenuti su dieci a San Vittore sono stranieri. E buona parte di questi è stata arrestata per spaccio di droga. Ma chi commette questi reati nelle carceri ci sta poco. Il 70 per cento non più di tre giorni, l’85 per cento al massimo una settimana". Preoccupazione condivisa anche da Monica Frediani, a capo della procura dei minori, che oggi sarà al tavolo insieme al presidente del Tribunale Livia Pomodoro e al procuratore capo Manlio Minale: "Le nostre stime dicono che i consumatori di stupefacenti sono purtroppo tanti, ma che è anche molto difficile fermare lo spaccio".

Ma Maurizio Baruffi, capogruppo dei Verdi, parte all’attacco: "Se la logica è mandare tutti i milanesi a San Patrignano siamo lontani dalla soluzione. Come sa il sindaco un conto è parlare di tossicodipendenti da eroina, un altro affrontare il problema del consumo diffuso. Non ci si interroga perché Milano, governata da 15 anni dal centrodestra, sia diventata la capitale della droga?". Andrea Fanzago del Pd aggiunge: "Le ordinanze sono interventi palliativi che non risolvono questo problema che è dilagante. E soprattutto l’amministrazione sta da tempo tagliando in modo pesante la rete dei servizi sociali". Dalla maggioranza, Matteo Salvini della Lega replica: "Sulla droga non basta la tolleranza zero, ma sottozero. La presenza in prefettura del ministro sta a significare che ogni ipotesi di condiscendenza, anche per le droghe leggere, non sarà più ammessa. In una città come Milano personalmente introdurrei l’obbligo di test anti droga per tutti coloro che svolgono incarichi di responsabilità sociale".

 

Tra 15 giorni l’ordinanza contro l’uso di droghe in luogo pubblico

 

L’annuncio del sindaco di Milano al termine dell’incontro con il ministro dell’Interno Maroni. "Ci sarà anche un provvedimento per rafforzare le politiche sociali da affiancare al contrasto".

L’ordinanza del Comune di Milano contro l’uso di stupefacenti in luogo pubblico sarà pronta tra una quindicina di giorni. Lo ha annunciato il sindaco Letizia Moratti al termine dell’incontro con il ministro Roberto Maroni e le altre istituzioni che si è svolto questa mattina in prefetture (vedi lancio precedente). "È stato un confronto positivo: il governo ha la consapevolezza della necessità di intervenire per avere misure più efficaci per contrastare un fenomeno dilagante", ha commentato il sindaco.

Accanto all’ordinanza, ha precisato il primo cittadino, ci sarà anche un provvedimento "per rafforzare le politiche sociali da affiancare al contrasto, politiche di reinserimento e di recupero - ha spiegato Letizia Moratti - . Stiamo lavorando su questa seconda parte e quando sarà pronta emaneremo il provvedimento". L’ordinanza e il rafforzamento delle politiche sociali saranno "contestuali", ha precisato il sindaco: "È responsabilità delle istituzioni fornire sostegno per il recupero. Ma quest’ultimo resta un fatto volontario e personale".

Droghe: don Gallo sfida il governo; discutiamo di narco-sale

di Checchino Antonini

 

Liberazione, 21 ottobre 2008

 

Tentativo fallito quello del sottosegretario Giovanardi di arruolare Don Gallo come testimonial per una campagna il cui ossessivo refrain sia "lo spinello buca il cervello".

Il padre dell’attuale legge sulla droga aveva telefonato al fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto e in quattro e quattr’otto è stato organizzato il faccia a faccia di ieri nell’unica delle dieci comunità del prete ottantenne che si trova in città. Le altre sono disseminate tra cascine e casolari di Liguria e basso Piemonte e, in tutto, seguono oltre cento persone in base a un impegno quarantennale basato sulla centralità della dignità della persona e nell’ottica della riduzione del danno. Più di un ora di confronto serrato non è servita a ridurre la distanza con l’impostazione proibizionista dell’ex esponente democristiano, ora nel Pdl, emiliano. D’altra parte, andandogli incontro al suo arrivo nella comunità, l’ottantenne sacerdote partigiano comunista aveva commentato: "Sembra l’incontro di Teano. Solo non aspettarti che ti dica "obbedisco".

La nuova strategia, "più seduttiva", di Giovanardi (in effetti è la prima volta che l’esponente di un governo di centrodestra mette piede in una comunità del genere) è affidata alle diapositive mostrate dal suo capodipartimento, un medico che ha diretto il Sert veronese, dott. Serpelloni. Il dottore tirerà in ballo alcune ricerche del ‘99, piuttosto stagionate e oggetto da tempo di serrato dibattito scientifico. Secondo queste ricerche il Thc, il principio attivo della cannabis, interferirebbe con le aree del cervello deputate alla motivazione e all’apprendimento. Che nei cervelli dei più giovani le sostanze abbiano effetti più insidiosi e che non sia prudente mettersi alla guida dopo averne assunte, non sembra ai presenti la sconvolgente evidenza scientifica che si vorrebbe "spacciare". E neppure il fatto che nuovi tipi di cannabis ottenuti in laboratorio possano con un principio attivo 20-30 volte maggiore causare danni addirittura al dna.

Don Gallo sarà chiarissimo: "Da trentotto anni la comunità riconosce criticamente l’autorità della scienza" e alle slide del capodipartimento si ribatte un documento di 400 pagine frutto della serrata corrispondenza con gli esperti internazionali vicini alla comunità (tra tutti l’olandese Peter Choen). E sono tre anni che circola un testo curato a San Benedetto e pubblicato da Sensibili alle Foglie in cui si avverte dei rischi non solo di tutte le sostanza, ma soprattutto del proibizionismo. "È un falso problema partire dalla sostanza - ripete Gallo - partiamo dalla persona e dalla sua dignità".

Che la legge che porta il nome del sottosegretario sia "autoritaria, irrazionale e antiscientifica" è opinione anche del nobel Rita Levi Montalcini. Così, a un Giovanardi che chiede a Gallo di ripetere i luoghi comuni sugli spinelli, il sacerdote ribatte ancora chiedendo "legalizzazione" ossia nuove regole. Il ragionamento, sviluppato anche dai rappresentanti delle comunità, è che finché ci sarà criminalizzazione ci sarà il "sommerso". E una montagna di 30mila morti negli ultimi vent’anni.

"Legalizzazione e prendersi cura", insiste Don Gallo. Giovanardi, intanto, disegna diagrammi e, mentre Don Gallo gli propone di andare insieme a Barcellona a studiare come funziona una narco-sala in una città così simile a Genova (la comunità è decisa a sperimentare una soluzione di quel tipo), Giovanardi sembra ossessionato dalla Cina del 1908 dove c’era un consumo di massa dell’oppio. Ma il sottosegretario tenta anche una difesa della sua legge. Sarebbe la più depenalizzante del mondo per i consumatori. L’unico contrario, si lamenta, sarebbe Muccioli. In sala non sono tutti così entusiasti perché mentre si prevede l’affidamento terapeutico dei consumatori sorpresi a commettere reati in realtà la legge indebolisce il servizio pubblico. Lamenta Gallo che sono stati smantellati perfino gli uffici sulle tossicodipendenze previsti nei provveditorati scolastici.

Quanto alla "evidenza scientifica" sbandierata dal governo la risposta di chi si batte per la riduzione del danno è che anche i manicomi e le carceri minorili avevano le loro evidenze scientifiche. "Ci spaventa la semplificazione, ci spaventa la demonizzazione",commenta anche Domenico Chionetti per tutti Megu: ciò che è proibito non è regolamentabile, ripetono i ragazzi della comunità all’emissario del governo. Viviana, da un anno e mezzo in comunità, ricorda che il proibizionismo non ha intaccato il fatto che le droghe siano le uniche merci disponibili ventiquattro ore su ventiquattro.

Messico: maxi-rissa in un carcere, 21 i morti e decine di feriti

 

Apcom, 21 ottobre 2008

 

È salito a ventuno il numero dei morti provocati da una gigantesca rissa che si è scatenata tra i detenuti di un carcere messicano alla frontiera con il Texas. Lo hanno annunciato le autorità del Paese. Il dipartimento di pubblica sicurezza dello stato di Tamaulipas, dove si trova il penitenziario, ha riferito che due gruppi di prigionieri si sono fronteggiati prima dell’alba e ci sono stati almeno dodici feriti.

È stata aperta un’inchiesta per accertare le cause di questa rissa. Le autorità federali messicane hanno sospeso il direttore del carcere e molti secondini. Il mese scorso, due sommosse nella prigione di Mesa nella città di frontiera di Tijuana, vicino al porto californiano di San Diego, aveva provocato ventitré morti tra cui due detenuti americani.

Grecia: liberato su cauzione l’italiano processato per hascisc

di Giulio Gelibter

 

Ansa, 21 ottobre 2008

 

Luca Zanotti, il giovane italiano sotto processo in Grecia per traffico internazionale di stupefacenti, è stato rimesso oggi in libertà su cauzione a Nafplion. "Sono molto felice e sto bene, ho telefonato alla mamma e ai nonni", ha detto Zanotti all’Ansa dopo un mese di carcere.

Zanotti sarà presto libero su cauzione e tornerà, forse già domani, in Italia dove il suo paese Santarcangelo di Romagna si prepara ad accoglierlo con "feste senza limiti". Sarà liberato dopo oltre un mese nelle carceri greche per essere stato sorpreso con 20 grammi di hashish nel 2005. Dovrà ripresentarsi al suo processo aggiornato al 16 dicembre, ma lo farà fuori dalle sbarre e quando appare ormai chiaro che neppure i giudici considerano realistica l’accusa di "trafficante internazionale di stupefacenti".

Il tribunale di Kalamata, nel sud del Peloponneso, ha infatti deciso di rimettere in libertà Luca, dopo che il dibattimento era stato rinviato a causa dello sciopero generale che coinvolge i cancellieri di tribunale, ma non i magistrati.

Di fronte al rinvio l’avvocato Giorgio Assimakis aveva chiesto alla corte la semilibertà per Zanotti. E malgrado vi si sia opposta l’accusa, sostenendo che persiste il rischio di fuga, ha deciso di ridare la libertà al giovane che sarà ora trasferito di nuovo nella vicina Nafplion in attesa della scarcerazione. La giornata era cominciata male.

A causa dello sciopero generale, e malgrado la buona volontà dei giudici, il cancelliere, presente-assente si era rifiutato di svolgere il suo ruolo costringendo il presidente a rinviare il dibattimento non solo di Zanotti ma di altri tre casi. E a nulla erano valse le perorazioni di Assimakis che aveva evidenziato la presenza di familiari, di deputati, amici, concittadini e giornalisti giunti dall’Italia. Poi però dopo ha interrogato Luca, il quale ha detto di essere stato sempre un ragazzo normale e di aver in passato consumato hashish saltuariamente come molti ragazzi, alle feste, ma mai in modo abituale.

E di non essere comunque più lo stesso di tre anni fa, di essere "cambiato", di non avere, da allora, più fatto uso di stupefacenti. Il giudice ha detto "ne terremo conto" convincendosi apparentemente che non si poteva tenere in carcere per altri mesi in attesa di processo quel ragazzo di venticinque anni che ha commesso "uno stupido errore ma non è certo un criminale" come ha sottolineato l’on. Elisa Marchione (Pd).

E accogliendo le richieste della difesa lo ha riconsegnato alla famiglia in cambio di 10.000 euro. A causa dello sciopero delle banche l’operazione potrà essere finalizzata solo domani e poi Luca potrà tornarsene in Italia, in auto col padre Paolo e il fratello Matteo. Accanto alla famiglia, sempre, la rappresentante consolare a Kalamata, Margherita Bovicelli, l’assiste sociale presso ml’ambasciata Salvo Cavallaro e Martin Brook responsabile consolare all’ambasciata di Atene. "È stato un bel risultato, ma anche una gran fatica riuscirci" dice Assimakis, circondato da familiari e amici con il sorriso sulla bocca e qualche lacrima negli occhi.

"È stata quasi una fatica di Ercole" aggiunge riferendosi alla lotta con il cancelliere prima e con l’accusa poi che non voleva concedere la libertà. Ma il riferimento è anche all’ultima fatica del grande eroe greco per trascinare Cerbero fuori dall’Inferno. Un lotta avvenuta a pochi chilometri da Kalamata, a capo Taenarum, estrema punta del Peloponneso dove si riteneva vi fossero le Porte degli Inferi. "Sono molto molto felice, è andata bene lo terremo stretto stretto" dice all’Ansa Matteo, il fratello diciannovenne che a Luca assomiglia molto e cerca di trattenere la commozione.

E il padre Paolo assicura che "é finito un incubo". "Dovrà ancora tornare qui per il processo ma lo farà da persona libera, aspettando insieme a noi, a casa". "È prevalso il buon senso su una giustizia che non funziona bene" commenta l’on. Sergio Pizzolante (Pdl). "Quando arriverà a Santarcangelo gli faremo feste senza limiti, non potete neppure immaginarlo" dice all’Ansa il vice sindaco Fabrizio Nicolini, anche lui presente a Kalamata, una cittadina di 50.000 abitanti dedita soprattutto all’agricoltura (le famose olive di kalamata) e al turismo.

 

 

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