Rassegna stampa 6 novembre

 

Giustizia: convertito dl su sedi disagiate, più organici e risorse

di Marco Bellinazzo

 

Il Sole 24 Ore, 6 novembre 2008

 

La Camera converte in legge il Decreto legge 143 sulle sedi disagiate. Molte le polemiche sul "lodo Carnevale", la norma - bocciata ieri dal Csm - cancella il limite dei 75 anni nell’assegnazione dei posti di vertice degli uffici giudiziari nei casi di magistrati ingiustamente sospesi dall’incarico per un procedimento che si è concluso con la loro assoluzione. Per l’opposizione, di fatto, riaprirebbe a Corrado Carnevale la strada per la carica di primo presidente di Cassazione.

Il Dl 143, varato lo scorso 16 settembre per rimediare al rischio paralisi nelle procure dovuto all’impossibilità di inviarvi magistrati più giovani e gli uditori (secondo le direttive del nuovo ordinamento giudiziario), è andato arricchendosi di altri misure nel corso dell’iter parlamentare. Il provvedimento ora comprende: la nuova disciplina dei trasferimenti d’ufficio obbligatori nelle sedi scoperte (nell’elenco delle strutture alle quali destinare magistrati da incentivare con benefici economici e di carriera saranno inseriti tutti gli uffici con almeno il 20% di scoperture); la rideterminazione dei ruoli della magistratura ordinaria; la regolamentazione dei pignoramenti sul bilancio di via Arenula, degli uffici giudiziari e della Direzione nazionale antimafia (il nuovo articolo 1-ter stabilisce la non pignorabilità dei fondi dell’amministrazione giudiziaria compresi quelli destinati al pagamento degli stipendi); e, infine, l’articolazione del "Fondo unico" affidato alle cure di Equitalia Giustizia, in cui confluiranno - oltre ai beni sequestrati nel corso dei procedimenti penali - anche i depositi "dormienti" da cinque anni e giacenti a vario titolo presso Banche e Poste, nell’ambito dei processi civili e le somme che, al termine delle procedure fallimentari, non saranno state riscosse dai creditori.

Quanto al fondo all’amministrazione della giustizia sarà sempre destinata una quota di risorse non inferiore ad un terzo. Con il Dm 23 ottobre 2008 (G.U del 27 ottobre) il ministero dell’Economia ha poi definito la procedura informatica attraverso cui Poste italiane e le banche dovranno trasmettere a Equitalia le informazioni relative ai libretti postali di deposito giudiziari, a conti correnti bancari e ai depositi.

 

Passa anche il "lodo Carnevale"

 

La Camera dei deputati in serata ha approvato in via definitiva la conversione in legge del decreto sulla copertura delle sedi disagiate. È il contrastato decreto che contiene anche le norme per la riammissione in carriera di magistrati con età superiore ai 75 anni che è stato ribattezzato il "lodo Carnevale", perché a giudizio delle opposizioni la maggioranza lo avrebbe concepito per il 78enne Corrado Carnevale, il magistrato recentemente assolto dall’accusa di collusione con la mafia e ora in corsa per diventare presidente di Cassazione.

Il voto finale ha visto contrarie le opposizioni a cui si sono uniti i deputati del Mpa (Movimento per l’Autonomia) che hanno contestato con forza alla maggioranza un atteggiamento antimeridionale, non avendo tra l’altro rispettato la promessa di lasciare al Mezzogiorno i beni confiscati alla mafia. Il Pd per protesta prima del voto finale ha lasciato l’aula.

Giustizia: "mistero Equitalia", dove finiscono beni sequestrati?

 

Il Sole 24 Ore, 6 novembre 2008

 

Il nuovo "Fondo unico giustizia" dovrà accogliere i beni sequestrati o confiscati nel corso di procedimenti penali e i depositi giacenti da almeno cinque anni presso Poste e banche nell’ambito dei processi civili, ma non reclamati. Una massa di risorse che Equitalia Giustizia sarà chiamata a gestire e sul cui uso molto si è discusso in queste settimane. Un terzo delle risorse dovrà andare al ministero dell’Interno per la sicurezza, un terzo al bilancio statale e un terzo al ministero della Giustizia.

Peccato che nessuno sia ancora in grado di dire a quanto ammonta il "tesoretto" - le stime variano da pochi milioni a un miliardo - e che nessuno abbia segnalato come i tempi di attuazione del Fondo si stiano allungando. Il decreto legge 143 stabiliva che entro metà di ottobre si sarebbero già dovuti censire i beni e trasferirli al "Fondo". E metà ottobre è già ampiamente passato.

Giustizia: troppi suicidi in carcere è come una "pena di morte"

 

Agi, 6 novembre 2008

 

Ieri nel carcere di Teramo si è tolto la vita Nicola Carillo di 43 anni. Con lui sono 1.410 i detenuti suicidatosi nelle carceri italiane dal 1980 ad oggi, dati del Ministero della giustizia. A parlare è Giulio Petrilli dell’Associazione "Diritti dei detenuti".

"Un numero impietoso - dice - che deve far riflettere. In Italia non c’è la pena di morte, ma questi dati, fanno capire che la vita in carcere è durissima. In carcere avvengono 22 volte di più i suicidi delle persone libere. Il sovraffollamento o l’isolamento totale sono - accusa Perilli - le costanti delle carceri italiane e questo porta a far vivere la privazione della libertà in modo ancora più difficile e duro.

Nelle 205 carceri italiane attualmente ci sono 57 mila detenuti a fronte di una capienza di 43mila. Ma è la vita in carcere che produce vuoto, abbandono totale e il livello di sofferenza raggiunge dei livelli altissimi che molte persone non riescono a sopportare e si lasciano morire. I dati esposti sono anche in difetto - aggiunge Petrilli - in quanto non ci sono inserite persone che hanno tentato il suicidio e in base alle conseguenze di questo gesto sono morti successivamente.

Così come un altro dato dell’effetto carcere è la morte per motivi di salute che è altissima, anche qui la percentuale con le persone di fuori è uno a venti. Bisognerebbe che rispetto al pianeta carcere la politica presti più attenzione sia per migliorare le condizioni di vita all’interno degli Istituti, sia per creare i presupposti del reinserimento e sarebbe anche importante istituire la figura del garante regionale dei detenuti.

In Abruzzo ci sono molte carceri alcune delle quali con enormi complessità. Su questi temi - afferma infine Petrilli - sarebbe importante sentire l’opinione e il programma dei candidati alla Presidenza della Regione Abruzzo. Il problema delle carceri, forse non porterà consenso, ma affrontarlo è una questione di civiltà e di rispetto dei diritti umani".

Giustizia: su inasprimento di 41-bis d’accordo destra e sinistra

 

Asca, 6 novembre 2008

 

Un serio inasprimento del regime del carcere duro (41-bis) è stato approvato in Commissione al Senato nell’ambito del disegno di legge sicurezza che sarà la prossima settimana all’esame dell’Aula.

Il senatore della Pdl Carlo Vizzini, presidente della Commissione Affari costituzionali, relatore del provvedimento e primo firmatario dell’emendamento che ha introdotto l’inasprimento e componente della commissione antimafia ha dichiarato che "è un grande successo di un metodo di lotta alla mafia, perché ha visto unite maggioranza, opposizione e governo. Il carcere duro dovrà così funzionare ripristinando il primato dello Stato contro chi pensa che dalle carceri si può continuare ad esercitare il potere mafioso. Il nostro impegno continua adesso per scardinare le casseforti mafiose contrastando la componente economica finanziaria ed arrestando tutti i latitanti".

L’emendamento è il frutto di una intesa tra maggioranza ed opposizione e Governo ed ha come primi firmatari Carlo Vizzini, Filippo Berselli, Felice Casson, Beppe Lumia. L’emendamento aumenta a quattro anni la durata dei provvedimenti. Inverte sostanzialmente l’onere della prova e sposta la competenza funzionale al Tribunale di sorveglianza di Roma per tutti i ricorsi.

L’emendamento prevede anche delle norme più restrittive che riguardano il regime detentivo per impedire che dalle carceri i boss possano esercitare il loro potere sul territorio. I detenuti sottoposti a regime speciale di detenzione saranno, infatti, ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati. I colloqui tra detenuti e loro famiglie saranno e saranno sempre sottoposti a controllo auditivo ed a registrazione.

La possibilità di colloqui telefonici mensili sarà ammessa soltanto per coloro che non effettueranno colloqui personali. Inoltre, i colloqui con i difensori saranno ridotti ad un massimo di tre alla settimana. La permanenza all’aperto sarà ancora consentita ma con maggiori restrizioni: non potrà superare le due ore e non potrà aver luogo in gruppi superiori alle quattro persone. Saranno, infine, introdotti accorgimenti di natura logistica al fine di garantire l’impossibilità di comunicare, di scambiare oggetti e di cuocere cibi.

L’emendamento approvato ha introdotto una fattispecie autonoma di reato (art 391-bis del codice penale) che punisce con la reclusione da uno a quattro anni, chiunque consenta ad un detenuto, sottoposto a regime del carcere duro, di comunicare con altri. È inserita anche un’aggravante nell’ipotesi in cui il fatto sia commesso da un Pubblico ufficiale, da un incaricato di pubblico servizio o da un soggetto che esercita la professione forense.

Giustizia: Caliendo (Pdl); il Magistrato che sbaglia va punito

 

Asca, 6 novembre 2008

 

Snellire i tribunali, mettere tutti in condizione di lavorare meglio, punire chi sbaglia. È questa la ricetta proposta dal sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo (Pdl), che in una intervista al Giornale affronta i problemi della giustizia puntando ovviamente il dito anche sul comportamento dei magistrati.

Caliendo, ex presidente dell’Anm e ex componente del Csm, chiarisce innanzitutto che "dobbiamo studiare nuovi modelli organizzativi", considerando che "abbiamo accumulato un ritardo di trent’anni per esempio rispetto alla Francia". Per Caliendo il passaggio chiave è quello delle circoscrizioni perché "studi hanno dimostrato che i tribunali non devono essere né troppo piccoli né troppo grandi". I tribunali devono essere di "medie dimensioni, con un organico compreso tra i 40 e i 60-65 giudici". Oggi a Parigi, nota il sottosegretario, "ci sono sei tribunali che funzionano benissimo".

Certo, "ci sono resistenze campanilistiche fortissime" a questo cambiamento "ma la strada è segnata" perché, spiega Caliendo, nel piccolo tribunale tutti fanno tutto e "lo fanno necessariamente male"; mentre nei grandi "è facile che si formino sacche di inefficienza". Siamo quindi ai giudici fannulloni, viene fatto notare al sottosegretario.

"Ci sono ma sono una piccola minoranza", sottolinea il sottosegretario. Comunque, aggiunge, "per colpirli c’è sempre l’azione disciplinare", anche se "occorre distinguere le situazioni. Se un giudice ha 2.000 sentenze civili sul ruolo, non è possibile attendersi miracoli". In ogni caso Caliendo si dice contrario ai tornelli proposti dal ministro Brunetta perché, dice, "non servono per misurare la laboriosità e la produttività dei magistrati".

Giustizia: Pd; sulla efficienza Alfano prende in giro gli italiani

 

Asca, 6 novembre 2008

 

"Forse il ministro Alfano non si è ancora accorto, impegnato come era ad approvare norme per garantire l’impunità del premier, che l’apertura degli uffici giudiziari il pomeriggio, deve garantirla lui? Non si ricorda forse che la dotazione dei servizi e dei mezzi dipendono dal ministero della giustizia? Ma forse siamo troppo ingenui, lui questo lo sa benissimo, tanto è vero che ha acconsentito ad un taglio degli stanziamenti per la giustizia di 800milioni di euro in tre anni e al blocco delle riqualificazione e delle assunzioni del personale amministrativo.

In tutti i casi se non si ripristinano i tagli effettuati dal ministro Tremonti i fondi recuperabili dai depositi giudiziari non sono sufficienti". Lo afferma Lanfranco Tenaglia, ministro della Giustizia del governo ombra del Pd chiedendo che Alfano "non prenda in giro gli italiani: se vuole realmente una giustizia efficiente passi ai fatti acconsentendo la trattazione rapida e l’approvazione del disegno di legge presentato dal governo ombra del Pd sull’efficienza della giustizia che è già in trattazione al senato che a parole i senatori della Pdl affermano di condividere".

Giustizia: VI rilevazione nazionale volontariato penitenziario

 

Comunicato stampa, 6 novembre 2008

 

Venerdì 14 Novembre alle ore 11 a Roma, nel Refettorio di Palazzo San Macuto, in Via del Seminario, si terrà la Conferenza Stampa di presentazione della "VI Rilevazione sul Volontariato Penitenziario" promossa dalla Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia ed elaborata da Feo-Fivol in collaborazione con il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia.

All’incontro, coordinato dalla giornalista Liana Milella de "La Repubblica" parteciperanno: Emilio Di Somma, Vice Capo Dipartimento, con altri Dirigenti Generali dell’Amministrazione Penitenziaria; Angiolo Marroni, Garante dei diritti dei detenuti per la Regione Lazio; Luigia Culla, Dirigente dell’Istituto Superiore di Studi Penitenziari; Membri delle Commissioni Giustizia del Senato e della Camera.

La relazione sulla ricerca, che quest’anno per la prima volta comprende anche i volontari che operano nell’Area Penale Esterna per le misure alternative alla detenzione, sarà tenuta da Renato Frisanco, Responsabile Studi e Ricerche della Feo-Fivol.

La paura e l’insicurezza diffuse da televisione e giornali non hanno spaventato i volontari che in numero crescente - oggi sono circa 8900 - si recano negli istituti di pena per dare sostegno materiale e morale agli attuali 57.000 detenuti (il 55% in attesa di condanna definitiva), considerando che nel corso dell’anno circa 100.000 sono gli arrestati che restano in carcere per periodi più o meno brevi. Un’umanità costituita in gran parte da immigrati e tossicodipendenti (+ 70%) che trovano nell’azione del volontario una possibilità di riscatto e di reinserimento nella società.

In un periodo di xenofobia e paura dell’altro, dal Rapporto emerge un volontariato vivace e grintoso che porta avanti progetti dentro e fuori dal carcere e che lotta per mantenere e rafforzare leggi come la Gozzini, che ha rappresentato una svolta nell’Ordinamento penitenziario consentendo, attraverso le misure alternative alla detenzione, di abbassare la recidiva al di sotto del 20%, rispetto al 70 - 80% di chi sconta per intero la pena in carcere.

Inasprimento delle pene e tolleranza zero servono solo a riempire carceri che già scoppiano. È indispensabile una riforma strutturale del sistema penale e sanzionatorio in un contesto di giustizia che incida maggiormente sulle cause del disagio sociale, sulla prevenzione e sul contrasto alla criminalità organizzata.

Giustizia: in Opg 60% dimissibili, ma non sanno dove andare

 

Ansa, 6 novembre 2008

 

"Il sessanta per cento delle persone recluse negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg) ci rimane in quanto considerato socialmente pericoloso, non per le condizioni psichiatriche che sono buone e lo renderebbero dimissibile, ma per l’assenza di strutture territoriali in cui accoglierli".

A denunciarlo è il direttore dell’Opg di Aversa, Adolfo Ferraro, che sulla "pericolosità sociale in una società pericolosa" ha organizzato un convegno da giovedì a sabato ad Aversa, al quale parteciperanno studiosi ed esperti di tutta Italia.

"Il senso del Convegno, organizzato dall’Opg di Aversa, oltre quello di studio - spiega Adolfo Ferraro - è porre l’attenzione sugli ospedali psichiatrici giudiziari in un momento di rischiosissima trasformazione come quello attuale. Il passaggio della sanità penitenziaria alla sanità pubblica - dice il direttore - rappresenta una possibilità concreta di superare l’Opg trasformando un luogo carcerario in una struttura sanitaria che possa svolgere la sua funzione di dismissione e reintegro dei pazienti".

"L’impreparazione con cui questo passaggio è stato accolto sia dalla amministrazione penitenziaria che dalle Asl campane - aggiunge - su cui insistono le due strutture di Aversa e Napoli sta però producendo un arretramento piuttosto che un superamento: l’aspetto carcerario è stato rafforzato con la presenza di un dirigente penitenziario nella struttura, che poco può sapere di soggetti affetti da patologia mentale e che imprime, per sua formazione e ruolo, un viraggio preoccupante verso l’aspetto carcerario. Si verifica quindi la paradossale condizione che nel lungo tragitto di sanitarizzazione di questi luoghi - conclude - questi si vengano a trasformare in quello che da dieci anni cercano di non essere più, ovverosia delle carceri con dei malati mentali rinchiusi".

Al convegno, che si terrà all’interno dell’Opg di Aversa, criminologi, psichiatri ed anche il responsabile del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, si confronteranno sull’individuazione e sull’accertamento dell’elemento che consente la reclusione dei malati di mente - cioè il concetto giuridico e psichiatrico di pericolosità sociale. Oltre a Ionta e all’ex capo del Dap, Alessandro Margara, saranno presenti, tra gli altri, gli psichiatri Giancarlo Nivoli e Massimo Picozzi e i criminologi Ugo Fornari e Francesco Bruno.

Giustizia: personale civile penitenziario proclama agitazione

 

Vita, 6 novembre 2008

 

Il personale civile penitenziario proclama lo stato di agitazione, vista la "disparità di trattamento giuridico - economico, rispetto agli appartenenti al Comparto Sicurezza e ai dirigenti penitenziari". Lo scrive il Coordinamento nazionale penitenziari in una lettera inviata ai ministri Angelino Alfano e Renato Brunetta, al capo del Dap Franco Ionta e al capo del Dipartimento per la Giustizia minorile Bruno Brattoli.

"Anni di scarsa attenzione per il personale civile penitenziario - sottolinea Quirino Catalano, segretario nazionale del Coordinamento - hanno comportato che il medesimo si trovasse a far parte di una delle poche categorie meno remunerate dell’amministrazione penitenziaria. Sino a oggi, è mancata una politica chiara e ciò ha comportato l’emanazione di leggi che hanno provocato solo disparità anche all’interno della stessa categoria del personale, allargando la forbice salariale rispetto al personale degli altri comparti (polizia penitenziaria e soprattutto dirigenza penitenziaria) operanti nella stessa amministrazione e con mansioni equivalenti".

Il personale penitenziario del comparto ministeri, sia del Dap (circa 6.000 persone) che del Dipartimento Giustizia minorile (1.400), "fortemente mortificato da questa situazione - si legge nella lettera - ha aderito con slancio all’iniziativa "Tutti nella polizia penitenziaria", facendo pervenire alle Direzioni Generali del Personale centinaia di domande per chiedere il transito nel Corpo di Polizia Penitenziaria.

Le adesioni registrate ad oggi in tutta Italia a questa iniziativa registrano, ad oggi e a soli 20 giorni dall’inizio della protesta, una media del 70% dei colleghi che operano negli istituti, nei provveditorati, nei centri della giustizia minorile e alla sede centrale del Dap e del Dgm, con punte che arrivano anche al 90% in alcuni casi". Catalano auspica che la situazione sia quella di "istituire per legge i ruoli tecnici della Polizia Penitenziaria cui far confluire, su base volontaria, il personale del comparto ministeri in servizio presso gli istituti, uffici e servizi del Dap e del Dog, nonché il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria adibito a compiti amministrativi".

Giustizia: Osapp; nasce rivista "Polizia Penitenziaria domani"

 

Il Velino, 6 novembre 2008

 

"Si chiama Polizia Penitenziaria domani il nuovo periodico online edito dall’Organizzazione sindacale autonoma della Polizia Penitenziaria (Osapp), che il secondo sindacato della categoria, appunto, lancia in questi giorni sul sito www.poliziadomani.it".

Lo rende noto Leo Beneduci segretario generale e "padre spirituale" della rivista. "Il momento - prosegue - è decisivo e le carceri diventeranno presto una questione cardine del panorama politico che sta vivendo questo nostro paese, come la scuola, l’economia e la sicurezza. Un paese che non può più permettersi carceri come le nostre se vuole ancora considerarsi civile".

"Solo per usare un’espressione tanto cara al ministro della Giustizia Alfano, ieri nei nostri istituti di pena - aggiunge Beneduci - hanno dormito 57.633 persone. Questo è il numero con il quale dobbiamo misurarci ogni santo giorno, un numero che cresce inesorabilmente, e che fa dire come la condizione non abbia subito alcun miglioramento da quando si è insediato il nuovo governo. Ma di numeri ce ne sono altri: 43.085 sono i posti letto, che segnalano una capacità ricettiva degli istituti sostanzialmente bloccata dagli ultimi 5 anni, ma che solo per effetto di una moltiplicazione dei pani e dei pesci si attesta alle 63.576 unità che l’apparato potrebbe tollerare.

"Come sindacato autorevole e rappresentativo, quindi - continua il segretario Osapp -, siamo ben consapevoli che quello che viene riportato ufficialmente non è l’essenza dei problemi che si vive in carcere, forse proprio perché a qualcuno conviene che non si sappia. Basta solo pensare che alla cifra della capienza tollerabile, quella stimata genericamente dal Dipartimento, bisogna sottrarre 5 mila possibili posti letto, proprio perché non tutte le strutture sono pronte a ricevere, qualcuna è in fase di ristrutturazione perenne, o perché spesso vengono considerate nel calcolo anche celle che servono esclusivamente per le operazioni di immatricolazione del detenuto".

"Denunciare il disastro che non si vede - fa notare Beneduci - è il solo modo che abbiamo, quindi, per difendere il poliziotto penitenziario ed il suo ruolo". "Per questi motivi -sottolinea il segretario Osapp - abbiamo deciso di trasformare la canonica rivista sindacale in strumento di consultazione sul web, riducendo il numero di pagine ma considerando un aggiornamento costante degli argomenti con una pubblicazione bisettimanale.

Questo, come ribadito, ci permetterà di fornire a chi segue il nostro lavoro uno strumento adeguato da consultare, da tenere in memoria o anche, all’occorrenza, da riportare sulle altre testate giornalistiche nazionali". "L’auspicio è - conclude Beneduci - che la rivista si aggiunga quale mezzo ulteriore di divulgazione, improntato però sulla difesa del lavoratore e sulla denuncia di una condizione carceraria che siamo soliti fare per mezzo di altri organi d’informazione".

Giustizia: la Lega è contraria, affossato il decreto anti-writer

di Ugo Magri

 

La Stampa, 6 novembre 2008

 

Punire chi scrive sui muri è roba da "bacchettoni", asserisce Bossi. Parla a nuora (Letizia Moratti, sindaco di Milano) perché suocero intenda (Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio). La Lega è in rivolta contro le multe anti-graffiti, i Giovani Padani sono pronti a mobilitarsi contro Palazzo Chigi se userà la mano pesante. Non ce ne sarà bisogno: la retromarcia è già innestata, pareva che fosse pronto un decreto e invece adesso si parla tutt’al più di emendamenti al pacchetto sicurezza, subordinati a una disamina più approfondita... Quando Bossi dice no, è no: il Cavaliere puntualmente si adegua. Ma interessanti sono le motivazioni del Senatùr, che fanno emergere due mondi contrapposti, quello suo e l’altro di Berlusconi.

Il mondo di Bossi è la politica ruspante. La lunga marcia del Carroccio verso Parlamento e governo prende origine dal marciapiede. I muri diventano la vetrina delle idee insurrezionali, l’unico spazio di propaganda per un partito che non ha gli spot. Addirittura si trasfigurano nel "libro dei popoli" come ha sostenuto l’altra notte l’Umberto. Perciò cara Moratti i graffitari "bisogna lasciarli stare. Ovunque c’è un popolo, lì ci sono le scritte sui muri", altro che affibbiare 500 euro di multa a chi viene sorpreso con lo spray in mano. Passioni plebee ma anche sogni rivoluzionari. Si può scrivere "Forza Inter" oppure "Padania libera". Bossi quasi si commuove al ricordo di quando lui e Maroni, vale a dire il nostro ministro dell’Interno in carica, di nascosto andavano a scarabocchiare "Roma ladrona" su certi viadotti dell’autostrada del Sole. Una volta si rovesciò il secchio della vernice nell’auto della mamma di Bobo, che ne disse di tutti i colori. Bossi ebbe la sua razione.

Berlusconi, invece... Mentre sul G8 di Genova calavano i "black bloc" da tutta Europa, mandò i caramba a togliere i panni stesi da una signora di fronte al Palazzo Reale. Curò personalmente gli addobbi floreali per far bella figura coi grandi della Terra. Napoli zozza, secondo il premier, va ripulita perché sgualcisce il dépliant dell’Italia, non è così che ci si presenta. Come ficcarsi le dita nel naso, o brandire una coscia di pollo con le mani. Ora tocca ai graffiti, e "con tutto quello che ci sarebbe da fare in Italia salta fuori questa", si scandalizza minaccioso Bossi. "Rischiamo di passare dalla difesa della legalità alla ridicolaggine", gli fa eco Grimoldi, leader dei Giovani padani.

Ma pure Silvio ha la sua coerenza, anche lui viene da una dura gavetta che non sarà la politica da strada cara a Bossi, ma il mestiere del piazzista in giacca e cravatta, dell’impresario che deve incontrare i gusti del pubblico, del costruttore di quartieri-modello che non devono confondersi coi dormitori di periferia. Le scritte sui muri fanno tanto banlieue, peggio ancora i graffiti giganti, ricordano quei murales del Leoncavallo che mandano in visibilio Sgarbi e i radical-chic, ma mettono in fuga gli acquirenti perbene.

Con il decreto legge abortito, il Cavaliere avrebbe fatto valere la sua idea del decoro urbano. Ma si sono messi di mezzo in troppi, dai forzisti Prestigiacomo e Miccichè per finire con l’alleato nazionale La Russa. Il quale, ha confessato, in casa sua colleziona graffiti d’autore, autentiche opere d’arte. In fondo, fa notare Sgarbi, alla Normale di Pisa è stato messo un vincolo dei Beni culturali su certe scritte del Sessantotto. Perché mai Bossi non dovrebbe pretendere altrettanto su quei muri dove ancora campeggia "La Lega ce l’ha duro"?

Teramo: gli negano i domiciliari, detenuto psicolabile suicida

 

Redattore Sociale - Dire, 6 novembre 2008

 

Doveva scontare 8 anni per una tentata rapina a un gioielliere di Termoli, avvenuta nel marzo 2007: 43 anni, di Napoli, soffriva di disturbi psichiatrici. Si è impiccato nel bagno della cella.

Doveva scontare 8 anni per una tentata rapina a un gioielliere di Termoli, avvenuta nel marzo 2007. Nicola Cirillo, 43 anni, originario di Napoli, soffriva di disturbi psichiatrici e per questo aveva tentato più volte di ottenere gli arresti domiciliari. Ultimamente la procura di Napoli gli aveva rigettato la richiesta e lui non ce l’ha fatta più: è stato trovato ieri mattina alle 5 impiccato nel bagno della cella. Cirillo era arrivato qualche mese fa a Teramo, negli istituti penitenziari campani non c"era posto; era stato trasferito a Larino e poi per un breve periodo anche a Torino.

Più volte aveva mostrato tendenze autolesionistiche: aveva già tentato il suicidio in carcere e aveva provato anche a darsi fuoco con una latta di benzina davanti al municipio di Nola. Secondo quanto raccontato da uno dei legali, Cirillo aveva una sindrome border-line con stato depressivo-ansioso di grado severo, già prima del duemila. Per questa sua condizione aveva ottenuto gli arresti domiciliari, ma venne trovato a un controllo per strada in pigiama. Tecnicamente era un’evasione, e così rientrò in carcere.

Prima di uccidersi, però, il detenuto ha scritto una lunga lettera, nella quale ha chiesto scusa per il gesto che sta per compiere, ma voleva a tutti i costi uscire. Nella lettera il suicida parla anche delle guardie carcerarie di Teramo, della loro umanità e disponibilità, soffermandosi su un ispettore che sarebbe stato particolarmente gentile e cortese con lui. Una lettera per chiedere perdono, insomma, dove chi vuol essere perdonato ha parole gentili per tutti. Tra le righe ci sono pure alcuni passaggi molto personali per i propri familiari. L’uomo era sposato, lascia una moglie e tre figli.

Sulla vicenda ora il sostituto procuratore Bruno Auriemma ha aperto un’inchiesta per accertare eventuali responsabilità. Con questo suicidio riemerge il problema della sicurezza nel carcere di Teramo. Da tempo il segretario provinciale del Sappe, Sindacato autonomo della polizia penitenziaria, parla di carenza cronica di personale: organico ridotto, turni massacranti e sovraffollamento della popolazione carceraria. Una situazione, sottolinea il sindacato, che è andata aggravandosi nel corso di dieci anni, con una popolazione carceraria che è quasi raddoppiata, arrivando a 340 persone, e con il personale di sicurezza ridimensionato a 180 agenti.

Non doveva trovarsi in carcere, per le gravi patologie mentali da cui era affetto, Nicola C., 43 anni, il detenuto di Brusciano che si è impiccato nella sua cella del carcere di Teramo. È quanto sostiene l’avvocato Gennaro De Falco che, con l’avvocato Maurizio Dello Iacono, uno dei legali dell’uomo, che ha sollecitato l’apertura di una inchiesta per accertare le eventuali responsabilità. In particolare i penalisti hanno sottolineato che più volte in passato Nicola C. aveva avuto comportamenti autolesionistici, sia da uomo libero (si diede fuoco nel comune di Brusciano), sia da detenuto. Proprio per le sue precarie condizioni di salute, gli erano stati concessi gli arresti domiciliari: una perizia medica ne riconobbe, per le patologie riscontrate, l’incompatibilità con il regime carcerario ma il beneficio, hanno spiegato i legali, gli fu revocato per un allontanamento da casa. Successivamente, sempre in virtù di quella perizia, i giudici di sorveglianza ristabilirono il regime di detenzione domestica. Poco tempo fa il giudice di Larino e il tribunale di sorveglianza di Campobasso gli revocano i domiciliari, nonostante le proteste dei difensori. Ieri l’insano gesto.

Emilia Romagna: sovraffollamento, una bomba ad orologeria

di Desi Bruno (Garante dei diritti dei detenuti di Bologna)

 

Il Domani, 6 novembre 2008

 

Da una lucida analisi dei dati sulle presenze in carcere si profilano mesi a venire drammatici, tornando i numeri, a stretto giro di posta, sui livelli che avevano fatto maturare la decisione di votare il provvedimento di indulto. Un inarrestabile sovraffollamento, infatti, sta progressivamente portando il carcere al collasso del sistema. E all’orizzonte non si riescono ad intravedere quelle che, concretamente, potrebbero essere le soluzioni attuabili da parte del Governo, che pare voler affrontare la domanda di sicurezza che proviene dalla società attraverso politiche eminentemente repressive, al fine dì scongiurare esiti infausti.

Coloro che operano attorno al pianeta carcere da tempo vanno sottolineando la necessità di interventi di riforma che siano strutturali rispetto all’esecuzione della pena. La risposta punitiva nella forma della carcerazione dovrebbe riguardare solo quei casi in cui vengono lesi beni di primaria importanza, con una diversa tipologia di sanzioni, più efficaci e al contempo più idonee a ridurre la sanzione detentiva (in tal senso durante la scorsa legislatura era stato approntato, rifacendosi anche ai lavori di anni precedenti, dalla commissione Pisapia un progetto di riforma del nostro desueto codice penale, poi arenatosi) a fronte di una popolazione carceraria che attualmente è costituita, nella misura del 80%, dalla cosiddetta detenzione sociale, ovvero da persone che vivono uno stato di svantaggio, disagio o marginalità (immigrati, irregolari, tossicodipendenti, emarginati) per le quali, più che una risposta penale o carceraria, sarebbero più opportune politiche di prevenzione e sociali appropriate.

Un carcere come quello di Bologna, in cui ormai i due terzi della popolazione carceraria sono composti di stranieri, testimonia quanto sia necessario cambiare approccio rispetto al problema dell’immigrazione, intraprendendo vere politiche sull’immigrazione.

Il sistema prevede le espulsioni come sanzione alternativa alla detenzione dal lontano 2000 (all’articolo 16 della legge Bossi - Fini per i detenuti stranieri identificati e condannati in via definitiva a una pena inferiore ai 2 anni oppure con un residuo di pena da scontare inferiore ai due anni), ma tale istituto non risulta essere applicabile o, comunque, è di difficile applicazione, sia per la scarsa disponibilità all’accoglimento da parte dei paesi d’origine sia per i problemi legati all’identificazione.

Contribuiscono, ancora, a far lievitare le presenze in carcere la legge Giovanardi sugli stupefacenti e quella sulla recidiva, la cosiddetta ex - Cirielli. Da più parti queste leggi sono state definite criminogene, ma anche nella passata legislatura, quando l’indulto, appunto, aveva offerto la straordinaria opportunità di poter affrontare le questioni legate alla giustizia con una relativa tranquillità, è venuta a mancare la volontà politica riformatrice.

Una recente indagine della Regione Emilia Romagna individua l’indice di sovraffollamento degli istituti che insistono sul territorio in 152 persone per 100 posti di capienza regolamentare a fronte di un dato nazionale che si attesta nell’ordine di 113 su 100. Per quanto riguarda la posizione giuridica delle persone ristrette oltre il 70% risulta essere in attesa di giudizio e la permanenza media risulta in generale molto bassa, con turn-over altissimo.

In tale cornice non può che venire disattesa la finalità rieducativa della pena, prevista dal dettato costituzionale, ed ancor prima il principio relativo alla presunzione di innocenza delle persone non condannate in via definitiva, comportando la degenerazione delle condizioni di vivibilità negli ambienti carcerari, che già di per sé è violazione dei diritti umani, con un inevitabile e conseguente stress da sovraffollamento, tanto per i detenuti quanto per il personale della polizia penitenziaria, la cui carenza di organico è ormai cronica. Senza interventi puntuali la situazione rischia davvero di diventare esplosiva.

Liguria: mozione urgente per affrontare "emergenza carceri"

 

www.riviera24.it, 6 novembre 2008

 

Mozione urgente di Gianni Plinio (An) per affrontare l’emergenza carceraria ligure. Il Sen. Giorgio Bornacin (Pdl) ha, a sua volta, indirizzato una interrogazione al Ministro della Giustizia Angelino Alfano per chiedere l’adeguamento degli organici.

Il Capogruppo An Regione Liguria Gianni Plinio ha presentato una mozione urgente per discutere sulla situazione carceraria ligure con particolare riferimento alla necessità di sanare le gravi carenze di personale di Polizia Penitenziaria al fine di garantire un servizio adeguato e sicuro. Il Sen. Giorgio Bornacin (Pdl) ha, a sua volta, indirizzato una interrogazione al Ministro della Giustizia Angelino Alfano per chiedere sia l’adeguamento degli organici che di non distogliere dalle carceri liguri personale da impiegarsi altrove.

"È necessario affrontare l’emergenza carceraria ligure sia in Regione che in Parlamento -hanno detto Plinio e Bornacin. Con queste iniziative intendiamo corrispondere alle sollecitazioni degli agenti di custodia ed in particolare del Sappe. Stiamo assistendo, infatti, ad un progressivo depauperamento degli organici della Polizia Penitenziaria nei sette istituti di pena della Liguria.

La situazione numerica del personale risulta essere, in oggi, di 791 uomini e 93 donne con una carenza di ben 373 uomini e 7 donne. Tutto ciò a fronte di una popolazione carceraria ligure di 1.400 unità rispetto ad una capienza di 1.140 posti letto disponibili.

Dal punto dio vista sanitario risulta che il 40% dei detenuti liguri abbia l’epatite C e che più della metà siano tossicodipendenti oltre a quelli con problemi psichiatrici. Con questi numeri e con queste tipologie non soltanto si abbassano i livelli di sicurezza ed aumentano i carichi di lavoro per gli agenti di custodia ma si riducono anche le condizioni di vivibilità all’interno delle carceri.

Facciamo presente che nell’ultimo anno si sono verificati numerosi eventi critici che vanno dalle aggressioni al personale, alle risse e fino alle tentate evasioni. Ad essere particolarmente grave è la situazione delle poliziotte cui spettano incombenze di servizio particolari: emblematico è il caso del carcere femminile di Pontedecimo ove operano soltanto 39 agenti rispetto ai 70 previsti e con una unica poliziotta che deve sorvegliare tre piani detentivi".

Roma: da cinque mesi manca il Garante dei diritti dei detenuti

 

Redattore Sociale - Dire, 6 novembre 2008

 

A 5 mesi dalle dimissioni del dott. Gianfranco Spadaccia, il sindaco Alemanno non ha ancora nominato un nuovo Garante dei diritti delle persone private delle libertà personali del Comune di Roma.

Daniele Ozzimo, consigliere Pd e vice presidente della Commissione Politiche Sociali del Comune di Roma, dubitando "circa il reale impegno del Campidoglio su questo fronte", ha presentato una mozione con cui si richiede di procedere subito alla nomina di un nuovo Garante e ad ampliarne e migliorarne l’operatività.

Al 22 ottobre 2008 nel Lazio i carcerati sono circa 5.412 - una presenza massiccia seconda solo a Lombardia e Sicilia - e un sovraffollamento pari al 120% rispetto alla capienza regolamentare delle strutture detentive. Oltre la metà della popolazione carceraria del Lazio (circa il 57%) risiede negli istituti penitenziari presenti nel territorio del Comune di Roma. Sono questi i dati del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria elaborati dall’Associazione Antigone.

Il Garante vigila sulle persone private della libertà personale e limitate nella libertà di movimento domiciliate, residenti o dimoranti nel territorio del Comune di Roma per impedire le violazioni di diritti, garanzie e prerogative e per promuovere l’esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile e di fruizione dei servizi comunali con particolare riferimento ai diritti fondamentali, al lavoro, alla formazione, alla cultura, all’assistenza, alla tutela della salute, allo sport, per quanto nelle attribuzioni e nelle competenze del Comune medesimo, tenendo altresì conto della loro condizione di restrizione.

"Molti comuni d’Italia si sono dotati e si stanno dotando di questa preziosa figura - ha detto Ozzimo - soprattutto quelle realtà dove preoccupante è il numero della popolazione carceraria, sarebbe un paradosso se proprio nella Capitale, prima in Italia ad introdurre questa figura, fossimo costretti a registrarne la soppressione". L’Italia, invece, risulta ancora inadempiente in merito all’istituzione di una Commissione Nazionale per la tutela dei diritti umani come richiesto dalla risoluzione Onu 48/134 del 1993 e del Consiglio d’Europa del 1997.

Milano: dal Comune più di centomila euro per gli ex detenuti

 

www.cronacaqui.it, 6 novembre 2008

 

Più di centomila euro di contributi destinati a programmi che riguardano il reinserimento dei ex detenuti o ad attività svolte all’interno delle carceri. Si comincia con i 5mila euro destinati all’associazione "Agenzia di solidarietà per il lavoro" destinati alla Guida ai servizi sul territorio milanese per detenuti in uscita dalle carceri di San Vittore, Opera e Bollate.

E si prosegue con gli 8mila euro andati all’associazione culturale "Calliope" per iniziative di aggregazione nel periodo natalizio; con i 10mila erogati all’associazione "Estia" per il progetto "Dal carcere al teatro", finalizzato a favorire l’inserimento lavorativo nell’area dello spettacolo di ex detenuti; con i 5mila dati all’associazione di volontari "Il bivacco carcere e territorio" per uno sportello di ascolto per conoscere i detenuti con permessi premiali da trascorrere presso la stessa associazione.

Tutte attività che avevano l’obiettivo di favorire il reintegro di persone con alle spalle guai con la giustizia. Nella fetta di contributi erogati dal settore Politiche sociali, un milione e 454mila euro in tutto, la quota riservata a questo tipo di servizi, se paragonata per esempio ai finanziamenti rivolti agli anziani o alle famiglie, rappresenta una parte più che significativa.

Oltre a quelli già citati, palazzo Marino ha sostenuto con 3mila euro il progetto "Teatro in carcere: il musical oltre l’immagine", realizzato dall’associazione "Oltre l’immagine"; con 5mila euro il progetto "Assistenza famiglie detenuti", messo a punto dall’associazione San Vincenzo de Paoli; con 5mila euro l’accompagnamento psicologico nel percorso di reintegrazione nella quotidianità extracarceraria del Centro ambrosiano di solidarietà; e con 5mila euro il progetto " Stranieri in carcere", presentato e portato a termine dalla cooperativa sociale "Lotta contro l’emarginazione".

Cagliari: appello per detenuto di 260 kg, serve una soluzione!

 

Redattore Sociale - Dire, 6 novembre 2008

 

Il direttore del carcere Gianfranco Pala gli ha dato una cella tutta per lui, mentre un altro detenuto si è offerto di tenergliela pulita. Ma certo lo spazio in cui è rinchiuso il napoletano Armando Della Pia, detenuto in attesa di giudizio trasferito nel penitenziario cagliaritano di Buoncammino direttamente dalla Campania, non sono sufficienti alla sua mole.

È alto un metro e 75 centimetri, ma pesa 260 chili a causa di una disfunzione ghiandolare. "Stiamo facendo quanto possibile - dice Gianfranco Pala - in questi giorni al lavoro per cercare di affrontare l’emergenza. Certo in tutta Italia non è frequente avere situazioni di questo genere: esistono soluzioni per i detenuti affetti da malattie infettive, anche gravi, oppure per chi ha disagi psichici. Ma casi come questo sono comunque molto rari: ce ne saranno uno o due in tutta la nazione. È ovvio che, vista la condizione, il detenuto è tenuto sotto stretto controllo, anche perché non può fare un granché nella sua cella, così lo aiuta un altro giovane che si è offerto di dargli una mano. Ma la situazione è comunque difficile".

Nei giorni scorsi a sollevare la questione era stato il consigliere regionale Maria Grazia Caligaris (Ps), della commissione Diritti Civili della Regione. Dopo un blitz al Buoncammino, l’esponente socialista ha scritto ai magistrati napoletani, titolari dell’inchiesta che hanno disposto la misura cautelare, e al Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria chiedendo che venisse trovata una diversa soluzione.

"Le condizioni in cui ho trovato il detenuto - scriveva Caligaris - sono disumane e inaccettabili. Non può stare, come evidenziato dalla direzione medica del centro clinico della casa circondariale di Cagliari, in una struttura che rende impossibile una gestione sanitaria idonea". Troppo grandi le sue dimensioni e grave il quadro clinico per essere compatibile col regime carcerario, specie in un penitenziario come quello cagliaritano da anni in emergenza spazi per l’eccessivo numero di detenuti.

"L’obesità di cui soffre Armando Della Pia - chiarisce l’esponente socialista - è una malattia dovuta a una grave disfunzione ormonale. L’elefantiasi comporta gravissimi rischi per la vita in condizioni di libertà figuriamoci in una cella dove gli spazi sono angusti, le condizioni igienico-sanitarie precarie e dove una qualunque emergenza determinerebbe l’impossibilità di intervento dei medici. Il detenuto, come sottolineato dai medici del centro clinico, ha difficoltà alla deambulazione, ipertensione arteriosa, insufficienza respiratoria cronica, insufficienza agli arti inferiori con ulcere varicose floride, lombalgia da spondilo-artrosi e da discopatia a tre vertebre".

Impossibile all’interno di Buoncammino studiare una dieta idonea alla patologia, tanto meno garantire le condizioni di igiene minime: servirebbe una sedia nelle docce per essere lavato, ma riesce a malapena a camminare a causa di piaghe nelle gambe. In più, soffre anche di apnee notturne e rischia l’infarto o un embolo a causa dell’immensa mole.

Roma: mostra "Un occhio da dentro - Cartoline da Rebibbia"

 

Redattore Sociale - Dire, 6 novembre 2008

 

Si intitola "Un occhio da dentro - Cartoline da Rebibbia" la mostra fotografica di Federica Tafuro aperta fino al 30 novembre.

Immagini scarne, lapidarie, che non lasciano scampo all’osservatore; squarci di vite e luoghi del carcere visti dall’interno. Si intitola "Un occhio da dentro-Cartoline da Rebibbia", la mostra fotografica di Federica Tafuro che aprirà la terza stagione dello spazio espositivo "Intherferenze" gestito dal progetto "Sala da The" del c.s.o.a Forte Prenestino, in mostra fino al 30 novembre 2008. "Si tratta di snap-shots, immagini rubate - racconta la fotografa, autrice di reportage a sfondo sociale incentrati su rom, immigrazione e carcere -, colte dal febbraio al settembre 2008 in vari complessi del carcere romano, durante le riprese di Art. 21, documentario attualmente in fase di montaggio, prodotto da Valerio Mastandrea e Claudio Noce, per il quale ho lavorato in qualità di fotografa di scena e direttore della fotografia". Progetto, questo, promosso dall’associazione "Il Pavone", impegnata per il reinserimento lavorativo degli ex detenuti e nella raccolta fondi "Belli come il sole-Nati colpevoli" per la costruzione di una casa famiglia dove le mamme, in condizioni non detentive, possono scontare la pena con i loro bambini.

Dodici scatti rubati che ritraggono momenti di vita quotidiana vissuti all’interno del carcere capitolino: l’innocenza dei volti dei bimbi, reclusi con le mamme nella sezione femminile, a bordo di un pullman nell’unico giorno d’uscita concesso, il sabato. Interni ed esterni di celle, le spesse mura stinte e gialline decorate da scritte e foto di pin up. L’atmosfera surreale del campo di calcio deserto prima dell’ora d’aria poi le docce fatiscenti e gelide della sezione penale, dove risiedono i cosiddetti "Fine Pena Mai", i giudicati e condannati a pene lunghissime e a strutture igienico-sanitarie obsolete. Le pause sigaretta, inoltre, fuori dal call center che impiega dai 30 ai 40 detenuti con regolare contratto, impiantato dalla Telecom all’interno del Nuovo Complesso, che ospita circa 1.400 persone, il 40% dei quali in attesa di giudizio.

"Oltre al disagio del sovraffollamento - racconta la fotografa - c’è anche il problema dell’assistenza medica, che non garantisce in modo adeguato il diritto alla salute ai carcerati con malattie non comuni. I malati di psoriasi, ad esempio, non hanno modo di curarsi con terapie idonee alla loro condizione. Invece di lampade solari, gli vengono praticate dosi massicce di cortisone per mancanza di fondi atti a sostenere i day hospital esterni".

"Il reportage si gioca su due fronti - spiega Federica Tafuro -. Quello del colore, che rimanda all’emotività, per stemperare con colori brillanti l’angoscia derivata dello stato di reclusione. Quello geometrico e speculare poi, che colloca luoghi e persone nell’ottica della composizione forzata e normalizzata propria del carcere, dal quale emergono, però, con prepotenza inevitabili elementi d’irregolarità, in quanto vita, storie, vissuti di persone indipendentemente dai reati che hanno commesso. Un’esperienza umana che mi ha cambiata proprio grazie ai detenuti, contenti d’interagire, conoscere parlare, lasciare ricordi, foto, numeri di telefono". E c’è chi, come G., unico scatto in posa del reportage - 55 anni di Taranto, rilegatore di libri a 3 anni dalla fine di una pena lunga 30 anni - le ha scritto: "Io le emozioni di solito le esterno poco.. ma "dentro..", ti giuro sono incontenibili!". L’orario: mercoledì, giovedì, venerdì, domenica dalle 18 alle 24.

Sulmona: Rifondazione visita il carcere e la "Casa di lavoro"

 

Il Centro, 6 novembre 2008

 

Una visita al carcere e alla "Casa di lavoro" annessa. Rifondazione comunista torna a chiedere più attenzione sulle condizioni di vita dei detenuti nel supercarcere e lo fa visitando, oggi alle 11, la struttura di via Lamaccio. La delegazione è composta dalla consigliera regionale Daniela Santroni e dagli ex deputati Francesco Caruso e Maurizio Acerbo.

"Riteniamo indispensabile", afferma Acerbo, dirigente nazionale di Rifondazione comunista, "una maggiore attenzione della politica e della società civile sulla condizione carceraria di cui quasi nessuno si occupa, tranne quando c’è qualche indagato eccellente colpito da un provvedimento di custodia cautelare". Per Rifondazione la pena deve avere come obiettivo la rieducazione.

"Vanno rafforzati", prosegue, "percorsi di affiancamento, in primo luogo attraverso il protagonismo degli enti e delle comunità locali, per far sì che il carcere non resti un luogo disperato e abbandonato". La delegazione visiterà il carcere di massima sicurezza anche perché parte della struttura ospita una delle ultime quattro "case di lavoro" funzionanti in Italia. Ideate da Mussolini per rinchiudervi gli antifascisti, queste strutture furono utilizzate per gli imputati di reati di prostituzione e maltrattamenti in famiglia. Oggi la Casa di lavoro è una misura di sicurezza detentiva. A volte viene applicata come pena accessoria ma anche come aggravamento della libertà vigilata. In Italia gli internati sono poco più di un centinaio, di cui 50 a Sulmona, 30 a Castelfranco Emilia (in provincia di Modena), 25 a Saliceta San Giuliano (Modena) e una decina a Favignana (Trapani).

Immigrazione: da Ue sì a sanzioni per chi assume "irregolari"

 

Redattore Sociale - Dire, 6 novembre 2008

 

La Commissione Libertà civili (Libe) ha approvato ieri il rapporto di Claudio Fava (Pse) sulla direttiva. Sì anche alla direttiva sul permesso di soggiorno speciale per la manodopera qualificata

Bruxelles - Con due importanti voti della commissione Libertà civili (Libe) del Parlamento europeo prosegue il cammino dell’Europa verso un approccio unitario sull’immigrazione. Ieri sono stati approvati dalla Libe il rapporto di Claudio Fava (Partito socialista europeo) sulla direttiva che prevede sanzioni ai datori di lavoro che impiegano manodopera residente irregolarmente e il rapporto di Ewa Klamt (tedesca dei popolari del Ppe) sulla direttiva per l’introduzione della ‘blue card’, un permesso di soggiorno speciale per gli extracomunitari altamente qualificati. Queste due direttive sono da inserirsi in un quadro più completo che include anche la controversa direttiva rimpatri (o direttiva della vergogna) approvata prima dell’estate.

Il rapporto Fava sulla direttiva sanzioni (proposta a suo tempo dall’allora Commissario europeo Franco Frattini) prevede delle pene minime comuni per chi impiega manodopera residente illegalmente nell’Ue. Si vogliono in questo modo decriminalizzare i migranti, spostando la responsabilità sui datori di lavoro. Le sanzioni minime prevedono ammende, il pagamento dei salari arretrati equiparati a condizioni di lavoro legali e l’esclusione fino a 5 anni da appalti e sovvenzioni pubblici. Inoltre l’imprenditore dovrà versare i contributi sociali evasi grazie all’impiego di lavoratori non dichiarati. Sono previste sanzioni penali in caso di recidiva, in caso di impiego massiccio di manodopera irregolare o qualora questa venga sfruttata con la violenza o sia vittima di tratta o ancora, nel caso si impieghino dei minorenni. Delle clausole attenuanti potranno essere previste per chi impiega irregolari per le faccende domestiche o famigliari, sempre però che non si rilevino casi di sfruttamento. Infine, per favorire l’emersione di questi fenomeni, sono previsti dei meccanismi di difesa di chi denuncia casi di impiego di irregolari, sia questo il migrante stesso, una Ong o i sindacati.

Al migrante irregolare che denuncia il suo datore di lavoro dovrebbe anche essere accordato un permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di un nuovo impiego. Infine, clausole di condivisione della responsabilità sono previste per chi cede dei lavori in appalto senza verificare che la manodopera del sub-appaltatore sia in regola con la legge. Il voto sul rapporto Fava in plenaria è previsto per dicembre, al fine di trovare con il Consiglio dei ministri Ue un accordo in prima lettura entro la fine dell’anno, secondo la procedura di codecisione. Vi sono però alcuni paesi (Germania, Finlandia, Ungheria, Lettonia, Polonia, Svezia e Paesi Bassi) molto perplessi sull’opportunità di sanzionare gli imprenditori per scoraggiare l’immigrazione irregolare.

Si stima che nell’Ue i lavoratori senza permesso di soggiorno siano compresi tra i 4,5 e gli 8 milioni. La maggior parte tra questi ha impieghi scarsamente qualificati nel settore edilizio, in agricoltura, nel turismo e nella ristorazione. Per favorire invece l’ingresso di stranieri altamente qualificati, l’Ue vuole dotarsi di un sistema simile a quello statunitense, introducendo una blue card (anch’essa una creatura di Frattini), ovvero un permesso di soggiorno speciale. I deputati europei però - approvando il rapporto di Klamt - sottolineano la doppia esigenza di non favorire la fuga dei cervelli dai paesi poveri e di rinforzare la preferenza comunitaria, ovvero favorire la mobilità intra europea di lavoratori altamente qualificati.

Immigrazione: Bologna; visita di consiglieri comunali all’ex Cpt

 

Il Bologna, 6 novembre 2008

 

Visita dei Consiglieri comunali di maggioranza e opposizione all’ex Cpt, per il Garante dei detenuti le condizioni della struttura sono migliorate.

"Negli ultimi anni i miglioramenti che sono avvenuti all’interno del Centro di identificazione ed espulsione di via Mattei (Cie), l’ex Cpt, sono innegabili anche se rimane sempre un luogo di detenzione. Il lavoro svolto dalle associazioni, dall’amministrazione e dalla Prefettura sta dando i suoi frutti". Per Desi Bruno, Garante per i diritti delle persone private della libertà personale, quello sulla struttura di via Mattei è un giudizio che va oltre la legittimità dell’esistenza dell’ex Cpt: "Purtroppo questi centri esistono, ma quello che sta succedendo a Bologna - continua Bruno - con l’apertura per esempio degli sportelli legali e i passi avanti dal punto di vista sanitario, non avviene da altre parti".

Delle condizioni strutturali del centro di via Mattei hanno discusso ieri alcuni consiglieri di maggioranza e opposizione, al termine di una visita all’interno del Centro. Tre anni fa la Commissione parlamentare De Mistura considerò il Cpt di Bologna uno dei peggiori d’Italia, ma adesso le cose sembrano cambiate. "Dal punto di vista gestionale sono soddisfatto" ha detto Daniele Carella (Fi) mentre per il consigliere ex Prc Valerio Monteventi, il centro di via Mattei rimane "comunque un carcere".

Droghe: in Europa 400mila i consumatori arrestati ogni anno

 

Redattore Sociale - Dire, 6 novembre 2008

 

Ogni anno più di 400 mila persone che fanno uso di droga transitano negli istituti di pena Ue. Tra 2006 e 2007 sei paesi hanno revisionato le norme sul trattamento terapeutico in carcere.

In Europa sono oltre 600 mila i detenuti e nella maggior parte dei paesi la percentuale dei condannati per violazioni della legge sulle droghe arriva al 30%. Ogni anno più di 400 mila persone che hanno fatto uso di sostanze illecite o che lo fanno tuttora transitano negli istituti di pena europei e, tra questi, si stima ci sia un "numero considerevole di consumatori problematici". Ecco perché la relazione annuale dell’Osservatorio Europeo sulle droghe e tossicodipendenze (Oedt), agenzia della Ue con sede a Lisbona, presentato oggi, insiste sulla necessità di porre particolarmente attenzione a questa fascia di consumatori e ai servizi sanitari. La percentuale di detenuti che riferisce di aver utilizzato sostanze illecite almeno una volta nella vita (studio Ue tra il 2001 e il 2006) varia notevolmente a seconda della popolazione carceraria: si va da un terzo circa in Bulgaria, Ungheria e Romania fino all’84% in un carcere femminile in Inghilterra e Galles. La cannabis rimane la sostanza maggiormente utilizzata. Inoltre in carcere la tipologia di consumo di droga è più nociva, dato che, secondo alcuni studi, più di un terzo dei soggetti intervistati ha utilizzato almeno una volta stupefacenti per via parenterale.

Nel 2006 e nei primi mesi del 2007 sei paesi hanno revisionato i rispettivi quadri giuridici e le linee guida che disciplinano il diritto dei detenuti al trattamento terapeutico. In Belgio una direttiva del ministero della Giustizia stabilisce che i detenuti hanno diritto alle stesse opzioni terapeutiche che sono disponibili al di fuori del carcere. L’Irlanda ha varato nuove linee guida per definire lo standard sanitario dei servizi terapeutici, precisando che non deve essere inferiore a quelli erogati in comunità. In Danimarca una modifica della legge del gennaio 2007 consente ai detenuti tossicodipendenti di accedere gratuitamente alla terapia di disintossicazione, mentre in Romania una disposizione congiunta dei ministri di Giustizia, Salute pubblica e Amministrazione e affari interni, estende l’erogazione della terapia sostitutiva alle carceri con programmi integrati di assistenza medica, psicologica e sociale per i detenuti. La Norvegia ha rafforzato la cooperazione tra i rispettivi settori di competenza, con l’obiettivo di fornire un follow-up migliore durante il periodo di detenzione e al termine dello stesso. In Svolacchia è stata concessa la fornitura di servizi psicologici ai tossicodipendenti in detenzione provvisoria che soffrono i sintomi dell’astinenza forzata subito dopo l’inizio della detenzione. Nella maggior parte dei paesi la responsabilità dell’assistenza sanitaria all’interno del sistema penitenziario spetta al ministero della Giustizia, ma Francia, Italia, Inghilterra e Galles nel Regno Unito, e Norvegia hanno scelto di affidare questa responsabilità al sistema sanitario.

Droghe: presentato Rapporto di Osservatorio Europeo (Oedt)

 

Vita, 6 novembre 2008

 

Presentato questa mattina il rapporto dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze.

In occasione del lancio della Relazione annuale 2008 sull’evoluzione del fenomeno della droga nell’Unione europea presentato questa mattina pubblichiamo la relazione del direttore dell’Osservatorio Wolfgang Götz.

"Un’analisi a freddo di quanto attualmente sappiamo del fenomeno della droga è una condizione essenziale per avviare un dibattito informato, produttivo e ragionato su questo tema complesso. Tale genere di analisi garantisce che le opinioni siano corroborate dai fatti e che i soggetti incaricati di adottare decisioni politiche difficili possano comprendere pienamente la validità delle opzioni disponibili e i benefici che ne conseguono. È questo il ragionamento sotteso alla nostra Relazione annuale 2008: evoluzione del fenomeno della droga in Europa, che siamo orgogliosi di presentare oggi a Bruxelles.

L’anno appena trascorso è stato senza precedenti come occasione per riflettere, a livello europeo e mondiale, sull’efficacia che le politiche in materia di droga hanno dimostrato finora e sulle direzioni da seguire in futuro. L’Oedt ha contribuito attivamente su entrambi i livelli. In particolare, ha fornito un sostegno tecnico alla Commissione europea nella valutazione dell’attuale piano d’azione dell’Unione europea in materia di lotta contro la droga per il periodo 2005-08, e ha partecipato alla revisione dei progressi compiuti verso il conseguimento degli obiettivi fissati nel 1998 dalla sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (Ungass) sul fenomeno della droga.

È gratificante sapere che l’Europa, in base agli standard internazionali, si distingue oggi come una delle regioni del mondo in cui le capacità di monitoraggio sono maggiormente sviluppate. Nonostante ciò, siamo impegnati senza riserve a ottimizzare la qualità e la pertinenza dei dati disponibili, per contribuire a una migliore definizione delle politiche e delle prassi a livello dell’UE.

La Relazione annuale dimostra che, benché i livelli di consumo delle sostanze stupefacenti continuino a essere storicamente elevati, sembra essere iniziata una fase di maggiore stabilità. Nel complesso, per la gran parte delle forme di consumo, non si rilevano incrementi importanti; al contrario, in alcune aree sembra piuttosto esserci una tendenza alla diminuzione. Gli indicatori del consumo di anfetamine ed ecstasy, per esempio, mostrano una situazione generale di stabilità o declino. E tra i dati più recenti si registrano segnali più chiari che, in alcuni paesi, anche il consumo di cannabis si sta stabilizzando o sta diminuendo tra i giovani.

La disponibilità delle opzioni terapeutiche, pur essendo ancora insufficiente, continua a migliorare in Europa, al punto che, in alcuni Stati, la maggior parte dei consumatori di eroina, un tempo considerati una popolazione sommersa, è ora in contatto, in un modo o nell’altro, con i servizi assistenziali. E mentre soltanto pochi anni fa l’infezione da Hiv tra i consumatori di droga per via parenterale rappresentava un motivo di allarme nel dibattito sulle politiche in materia di droghe, nel tempo la percentuale dei nuovi casi di infezione riconducibili al consumo di droga è scesa e continua a scendere.

Siamo, inoltre, di fronte a uno scenario di maggior coesione a livello europeo nelle soluzioni scelte dagli Stati membri dell’Ue per fronteggiare questo problema. Al momento, 26 Stati membri dell’Ue, oltre la Croazia, la Turchia e la Norvegia, hanno adottato un documento strategico nazionale in materia di droga (un progresso rispetto ai 10 paesi del 1995), e tali documenti sono sempre più strutturati in maniera simile al piano d’azione dell’Ue in materia di sostanze stupefacenti. Quest’ultimo anno è stato altresì un anno di intensa attività a livello politico sul piano nazionale, dal momento che circa la metà (13) degli Stati membri dell’Ue si trova in fasi diverse di un processo di revisione e rielaborazione dei rispettivi documenti strategici.

Se, da un lato, è importante riconoscere questi risultati positivi, dall’altro non si deve dimenticare che il fenomeno della droga, per la sua natura dinamica, pone sfide continue e suscita sempre nuovi timori. Basti pensare ai preoccupanti segnali relativi all’eroina, al costante incremento del consumo di cocaina, all’elevata prevalenza del virus dell’epatite C (Hcv) tra i consumatori di droga per via parenterale, all’elevato numero di decessi correlati al consumo di stupefacenti, all’accresciuto numero di segnalazioni della diversione e della produzione illecita di oppiacei sintetici come il fentanil. Inoltre, la relazione rileva un aumento medio del 36% negli Stati membri dell’Ue del numero di reati in violazione delle normative sugli stupefacenti nel quinquennio tra il 2001 e il 2006. Un’attenzione speciale è riservata al rischio potenziale di consumo problematico di droga fra i giovani più vulnerabili dallo studio pubblicato oggi insieme alla Relazione annuale.

Questi aspetti preoccupanti richiamano alla mente il costo del problema degli stupefacenti per l’Europa, una delle tematiche che hanno alimentato il dibattito politico recente sugli stupefacenti e che è riproposto in più parti della relazione. Negli ultimi 12 mesi l’Oedt ha lavorato per individuare e verificare l’efficacia di strumenti comuni che possano facilitare la raccolta di dati sulla spesa pubblica associata al problema della droga in tutta l’Ue. Se è vero che questa attività è ancora agli albori, in base a una nostra prima valutazione sembra che la spesa pubblica associata al fenomeno degli stupefacenti possa costare al cittadino medio europeo circa 60 euro all’anno.

Ben più difficile, invece, è quantificare i danni causati dal consumo di droga: la tragica perdita di vite umane, gli effetti dei reati correlati agli stupefacenti, l’impatto negativo sulle comunità in cui la droga è prodotta o venduta, i danni che il traffico di stupefacenti provoca compromettendo lo sviluppo sociale e la stabilità politica dei paesi produttori e di transito. Per ricordare i danni collaterali provocati da questo problema sarebbe sufficiente pensare alle preoccupanti conseguenze dovute al transito della cocaina attraverso l’Africa occidentale.

Infine, la relazione riferisce che tutti i paesi europei svolgono al giorno d’oggi ricerche sul fenomeno della droga, da cui emergono informazioni essenziali per descrivere e comprendere l’impatto della diffusione delle sostanze illecite. Una recente relazione dell’Oedt su questo argomento offre una panoramica di come la ricerca in questo settore è organizzata in Europa. Uno studio in corso di pubblicazione, lanciato dalla Commissione europea, conterrà una serie di raccomandazioni utili per colmare le lacune a livello di conoscenze e migliorare la cooperazione tra ricercatori a livello europeo.

È quindi probabile che l’anno trascorso venga considerato come un importante anello di congiunzione nella storia delle politiche internazionali di sorveglianza della droga. L’Europa, che si prepara ad attuare un nuovo piano d’azione in materia di lotta contro la droga (2009-2012), è consapevole che oggi più che mai può contare su un maggiore accordo sulla direzione da seguire e su una più chiara comprensione delle sfide che si profilano all’orizzonte."

 

Wolfgang Götz

direttore Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze

Droghe: 30% italiani ha usato sostanze illegali almeno 1 volta

 

Redattore Sociale - Dire, 6 novembre 2008

 

Il 30,3% degli italiani tra i 15 e i 64 anni ha fatto uso di droghe illegali nel corso della vita e la cannabis è la droga più diffusa: nell’ultimo anno ne ha fatto uso l’11,2% della popolazione. Sono alcuni dei dati dell’ultimo rapporto pubblicato oggi dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze.

I dati generali del consumo di droghe in Italia mostrano un aumento tra il 2001 e il 2005 (ultimo anno di rilevazione) del consumo di cannabis soprattutto tra le donne tra i 24 e i 35 anni e i maschi tra i 35 e i 44 anni. Fra il 2003 e il 2005 è aumentato anche il consumo di cocaina. Secondo il rapporto, il 29,3% della popolazione tra i 15 e i 64 anni ha fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita, il 6,6 ha assunto cocaina e il 2,5 ecstasy.

 

Cresce il consumo

 

I dati disponibili dimostrano che tra il 1996 e il 2000 il numero dei consumatori di droghe intravena e i consumatori abituali di oppiacei, cocaina e anfetamine è aumentato costantemente per poi ridursi nel 2001. Una tendenza che tuttavia, secondo i dati dell’ultimo anno disponibile, si è di nuovo invertita, facendo segnare nel 2006 un notevole incremento rispetto ai dati del 2001. Nel 2006, sono state circa 328.950 le persone eleggibili per il trattamento, una media di 8,45 ogni mille abitanti tra i 15 e i 64 anni. Nel 2001 il dato era di 233.075 persone, 5,98 ogni mille abitanti.

 

Assistiti

 

Le domande di trattamento registrate nel 2006 in 514 dei 544 centri presenti sul territorio nazionale sono state 47.823, di cui 34.836 riguardano pazienti che presentano per la prima volta la richiesta. Nel 56,7% delle domande di trattamento, la droga consumata sono gli oppiacei, seguiti dalla cocaina (24,8%) e dalla cannabis (15,7%). Le persone sotto trattamento con metadone nel 2006 sono state 97.434.

 

Meno malati

 

Decessi e contagi

 

Nella Ue vi sono circa 8 mila morti per droga l’anno (500 per la cocaina), e circa 3 mila nuovi casi di contagio da Hiv: Portogallo, Estonia e Lettonia i paesi con i tassi d’infezione più alti. Bulgaria "a rischio epidemia". Secondo il direttore dell’Oedt Götz: "La prevenzione deve diventare una priorità".

Negli ultimi anni si è progressivamente ridotta in Italia la percentuale dei consumatori di droghe sieropositivi. Nel 2006 è risultato positivo all’Hiv il 12,1% delle persone che si sono sottoposte al test volontario offerto nei centri di trattamento e nelle carceri; nel 2005 era il 13,8%, il 14,2 nel 2003 e il 14,8 nel 2002. Nel 2006 sono stati 517 i decessi direttamente legati al consumo di droghe. Nel 2005 erano stati 603 e 441 nel 2004.

 

Il mercato della droga

 

Il rapporto dell’Osservatorio europeo, riprendendo i dati del ministero dell’Interno, sottolinea come il mercato della droga italiano sia stato alimentato dalla cocaina proveniente dalla Colombia, dall’eroina proveniente dall’Afghanistan, dall’hashish prodotto in Marocco, dalla marijuana proveniente dall’Albania e dalle droghe sintetiche importate dall’Olanda. Nel 2006 per numero di sequestri la prima droga è stata l’ecstasy (il 51% del totale) seguita dalla cannabis (il 46%).

 

Prezzi in discesa

 

Fra il 2001 e il 2006 il mercato ha registrato un sostanziale calo dei prezzi per l’eroina e la cocaina. Il prezzo di un grammo di eroina nera e bianca è sceso rispettivamente di 16 e 6 euro tra il 2001 e il 2006. Nello stesso periodo il costo di un grammo di cocaina è sceso di 16 euro.

Droghe: la cannabis in "declino", riparte il consumo di eroina

 

Redattore Sociale - Dire, 6 novembre 2008

 

La "Relazione annuale 2008: evoluzione del fenomeno della droga in Europa" dell’Osservatorio di Lisbona. Segnali di declino per hashish e marijuana. Come cambia un mercato sempre più frammentato.

Il consumo di cannabis si stabilizza, anzi tende a diminuire. L’eroina arresta il suo declino, anzi vi sono segnali di una sua ripresa. Sono due degli elementi di maggior rilievo emersi dalla "Relazione annuale 2008: evoluzione del fenomeno della droga in Europa", dell’Osservatorio Europeo sulle droghe e tossicodipendenze (Oedt), agenzia della Ue con sede a Lisbona, relativa ai 27 Stati membri più Croazia, Turchia e Norvegia.

 

Cannabis

 

Aumentano i segnali di un calo della diffusione di hashish e marijuana, dice il rapporto dell’Oedt. La sostanza rimane quella più usata (circa 4 milioni di adulti europei la consumano quotidianamente o quasi e un quarto degli europei afferma di averne fatto uso nell’arco della vita) e tra le 160 mila nuove richieste di trattamento nel 2006, i consumatori di cannabis sono stati il secondo gruppo (28%) dopo quelli di eroina (35%). Tuttavia in alcuni grandi mercati "si vanno rafforzando i segnali di un calo della sua popolarità, dato confermato anche da alcuni studi nazionali. Si stima comunque che circa 17,5 milioni di giovani europei (15-34 anni) abbiano fatto uso di cannabis nell’ultimo anno.

Un elemento nuovo riguarda invece la produzione, un tempo prevalentemente nordafricana o dell’Europa dell’est: la "produzione interna di cannabis, afferma l’Oedt, non è più marginale" come conferma il rilevato aumento di coltivazioni della pianta in vari stati europei.

 

Eroina

 

Fenomeno "stabile ma non più decrescente" dice l’osservatorio di Lisbona, che si spinge ad avvalorare una "ripartenza" del consumo di questa sostanza a livello continentale. I sequestri sono aumentati di oltre il 10% tra il 2003 e il 2006 e in circa metà dei paesi europei crescono le richieste di terapia per dipendenza da eroina come droga principale. Cresce inoltre la produzione (733 tonnellate) e calano i prezzi sul mercato: nel 2006 il costo al dettaglio della "brown" è oscillato tra i 14,5 euro al grammo in Turchia e i 110 euro al grammo in Svezia, anche se la maggior parte dei paesi ha riferito un prezzo medio di 30-45 euro al grammo. Nel periodo 2001-2006 il prezzo è comunque diminuito nella maggior parte dei 13 paesi europei che hanno trasmesso dati comparabili.

 

Cocaina

 

Resta sempre la droga più popolare del momento e anche il rapporto dell’Oedt ne conferma la crescita di produzione e consumi. Circa 12 milioni di europei (15-64 anni) ne hanno fatto uso almeno una volta nella vita (a fronte di 11 milioni circa per le anfetamine e 9,5 milioni per l’ecstasy) e circa 3,5 milioni di giovani europei (15-34 anni) l’hanno consumata nell’ultimo anno, 1,5 milioni nell’ultimo mese. Ben sette paesi segnalano una tendenza in aumento del consumo nell’ultimo anno. Si conferma inoltre la tendenza all’aumento delle richieste di trattamento per problemi di tossicodipendenza legati alla cocaina, con i nuovi pazienti passati tra il 2002 e il 2006 da 13 mila a quasi 30 mila. 500 i decessi associati all’uso di cocaina rilevati nel 2006.

 

Amfetamine ed ecstasy

 

Situazione invariata per queste sostanze psicoattive, con 2 milioni di giovani europei (15-34 anni) che hanno provato le amfetamine nell’ultimo anno e circa 2,5 milioni l’ecstasy. Ma anche qui la relazione dell’Oedt indica per l’ultimo anno una tendenza stabile, se non addirittura in calo.

Droghe: provveditore Studi di Como propone liberalizzazione

 

Notiziario Aduc, 6 novembre 2008

 

Il provveditore agli Studi di Como, Benedetto Scaglione, dalle pagine del Corriere di Como on-line lancia la sua proposta: liberalizzare le droghe leggere per combattere la diffusione a scuola. Proposte che oltre alle critiche del mondo politico cittadino, hanno suscitato la dura reazione del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle tossicodipendenze Carlo Giovanardi: "Si tratta di frasi e proposte totalmente da condannare".

Il dirigente dell’ufficio scolastico provinciale ha così dichiarato al quotidiano locale: "Il mercato della droga può essere sottratto alla malavita solo facendo intervenire in maniera decisa il nostro Stato. Sono quindi favorevole alla liberalizzazione delle droghe leggere che andrebbero vendute in farmacia sotto stretta sorveglianza e con limiti ben precisi". E ancora: "Tutto ciò consentirebbe di tenere monitorato questo orribile fenomeno e combatterne la diffusione crescente anche nelle nostre scuole".

E allora "Quis custodiet custodes?" si chiede il senatore Carlo Giovanardi: "Si tratta di frasi e proposte totalmente da condannare e rigettare soprattutto in considerazione del ruolo istituzionale rivestito dal funzionario dello Stato in ambito educativo", sottolinea in una nota. E anzi "sembra impossibile che ad un uomo di studi possano sfuggire le evidenze scientifiche più recenti in tema di danni cerebrali provocati dalle droghe che hanno evidenziato in maniera inconfutabile l’alterazione della normale maturazione del cervello degli adolescenti che ne fanno uso", bacchetta il sottosegretario ricordando anche "la grave compromissione dei meccanismi di memorizzazione, dell’attenzione e quindi dell’apprendimento con gravi conseguenze per la capacità cognitive e il rendimento scolastico", per "non parlare poi dell’alterazione dei meccanismi della motivazione e della gratificazione che tali sostanze provocano, riducendo la voglia e la volontà di affrontare e risolvere i problemi e la soddisfazione derivante dal raggiungimento di obiettivi".

Dagli educatori Giovanardi non vuole "rese incondizionate" di fronte agli spacciatori e al problema della diffusione e del consumo giovanile, ma si aspetta che "puntino sul rendere sempre più consapevoli i ragazzi dei danni provocati dalla droga e dell’opportunità di fare la scelta più giusta". Ovvero, conclude il sottosegretario con delega alle tossicodipendenze, "bisogna dire loro chiaramente e senza tentennamenti di non usare alcun tipo di droghe o abusare di alcol". Oltre a questo vale l’obbligo per tutti, "soprattutto se appartenenti ad amministrazioni pubbliche, a vigilare e controllare ciò che succede all’interno degli ambienti affidati alla nostra responsabilità, specialmente se frequentati da giovani, che per la loro naturale condizione, sono più vulnerabile e quindi da proteggere".

Droghe: gravi accuse di Giovanardi a provveditore Studi Como

di Pietro Yates Moretti (Presidente Associazione diritti utenti e consumatori)

 

Notiziario Aduc, 6 novembre 2008

 

Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle tossicodipendenze, dovrebbe chiedere immediatamente scusa al provveditore agli studi di Como, Benedetto Scaglione, accusato di essere favorevole alle droghe per aver suggerito la legalizzazione della cannabis quale misura per combattere il narcotraffico ed anche il consumo. La violenza censoria di Giovanardi si spinge fino a sostenere che chi ha un ruolo pubblico non possa esprimere la propria opinione su come affrontare la questione delle droghe. Le accuse di Giovanardi hanno lo stesso sapore di quelle che George Bush lanciava a chi si opponeva alla guerra in Iraq: non pensarla come me significa essere per il nemico.

Scaglione ha detto ciò che pensano in molti (oltre quattro italiani su dieci). L’unica strategia per porre fine al commercio illegale e dilagante di sostanze incontrollate ed incontrollabili è la loro legalizzazione e controllo. Non più lo spacciatore nei bagni di scuola, non più miliardi di proventi per le organizzazioni mafiose, non più sostanze tagliate con chissà quale veleno.

Dire questo non solo non è da condannare, come vorrebbe Giovanardi, ma da incoraggiare come un contributo prezioso al dibattito politico che il sottosegretario vuole soffocare del tutto. Chiedere la legalizzazione non significa essere a favore del consumo di droga, così come condannare l’invasione dell’Iraq non significava essere pro Saddam.

Il fatto è che la guerra alla droga è fallita, come dimostrano ogni giorno i dati sul dilagare del consumo e sulle nuove super potenze del commercio mondiale di droga come la ‘ndrangheta. Proprio ieri sono usciti i dati sul consumo in Europa, dove l’Italia risulta ai primissimi posti per il consumo di cannabis e cocaina nonostante in Italia sia in vigore dal 2005 una delle leggi sulla droga più repressive nel mondo occidentale.

Possiamo scegliere di continuare ad errare, come ormai da 40 anni, oppure possiamo chiederci se la strategia sia da rivedere. È un dovere morale per qualsiasi persona, specialmente se riveste ruoli istituzionali, fare proposte per ricalibrare i nostri sforzi. Guai se prevalesse il pensiero unico di "bushiana" memoria del "mantenere ferma la rotta" senza se e senza ma.

Droghe: a Milano multe per consumatori, critiche dai Radicali

 

Notiziario Aduc, 6 novembre 2008

 

Da ieri sono sanzionati con una multa di 500 euro, l’uso e lo spaccio di droga all’aperto, il consumo di alcolici che può creare situazioni di pericolo o di degrado, chi avvicina le prostitute per strada, gli imbrattatori dei muri e gli accattoni molesti.

Il sindaco di Milano Letizia Moratti ha infatti firmato sei ordinanze per la sicurezza e il decoro urbano. "Queste ordinanze - ha spiegato il sindaco Moratti - tutelano i cittadini da comportamenti pericolosi e che limitano la liberta". Non soltanto i vigili, ma anche le forze dell’ordine, in virtù delle disposizioni della legge 125, possono sanzionare questi comportamenti. L’ammenda, fissata per tutte le trasgressioni a 500 euro, sarà ridotta a 450 se sarà pagata entro i primi cinque giorni dalla notifica.

Accanto alle sei ordinanze la giunta ha finanziato con 3 milioni di euro il potenziamento degli interventi di prevenzione e recupero per i trasgressori. "Siamo la prima città che ha emesso le ordinanze per la sicurezza unite a interventi di prevenzione, di sostegno e di recupero sociale dei comportamenti devianti".

A seguito dei provvedimenti adottati dalla giunta Moratti per combattere il degrado urbano, Valerio Federico, segretario di Radicali Milano commenta in modo ironico: "Ci permettiamo di proporre un ulteriore provvedimento: da anni i piccioni molestano i milanesi, è ora di multarli senza se e senza ma, tolleranza zero signora Moratti!".

Per Nathalie Pisano del Comitato Nazionale di Radicali Italiani, invece, le ordinanze non servono a risolvere ben altri problemi: "Il sindaco ha annunciato che stanzierà 3 milioni di euro per il "recupero" dei tossicodipendenti, ne indirizzi una parte per riattivare le macchine scambia siringhe che ha da più di un anno irresponsabilmente disattivato attentando così alla salute dei tossicodipendenti e dei cittadini milanesi".

Concludono Federico e Pisano: "Chiediamo al Partito Democratico di sostenere la petizione di Radicali Milano sulle macchine scambia siringhe senza titubanze. Il 24 novembre a Quarto Oggiaro ci saremo anche per raccogliere le firme. No alla riduzione degli spazi di libertà a Milano, Sì alla riduzione del danno per i non garantiti!"

Australia: giudice dorme durante l'udienza, processo da rifare

 

Ansa, 6 novembre 2008

 

L’Alta Corte d’Australia ha ordinato un nuovo processo a due persone condannate in primo grado per traffico di droga, perché il giudice si era addormentato più volte durante i 17 giorni di udienze. Nel 2004 Rafael Cesan e Ruben Mas Rivadavia di Sydney erano stati condannati nella Corte distrettuale di Sydney a 13 ed a 11 anni per associazione a delinquere finalizzata all’importazione in Australia di oltre 640 grammi di ecstasy. Tre anni dopo i due hanno presentato appello contro la condanna, argomentando che il giudice, Ian Dodd, russava e disturbava durante le testimonianze, e la giuria era visibilmente distratta.

Il magistrato dormiva anche per venti minuti di seguito e gli impiegati del tribunale tentavano di svegliarlo facendo cadere rumorosamente a terra dei dossier. Le evidenze mediche hanno poi mostrato che il giudice, che in seguito si è ritirato dalla magistratura, soffriva di una grave forma di apnea nel sonno. Oggi l’Alta corte si è pronunciata e ha stabilito che il giudice aveva mancato al suo dovere di supervisione del processo, e che alla giuria era stato impedito di dedicare piena attenzione alle testimonianze a causa del suo comportamento. "Quando il giudice è in maniera osservabile e ripetuta addormentato o disattento durante il processo - sentenziato l’Alta Corte - si verifica un errore giudiziario sostanziale".

 

 

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