Rassegna stampa 14 novembre

 

Giustizia: Cnvg; nelle carceri oltre 9mila volontari e operatori

 

Redattore Sociale - Dire, 14 novembre 2008

 

Sono sempre più numerosi (+10%) e hanno un’età media abbastanza alta (al nord è nella fascia d’età dai 46 ai 65 anni, mentre al sud l’età è più bassa). In aumento le donne. Ricerca curata per conto della Cnvg.

I volontari che operano nelle carceri italiane o nelle strutture preposte alle misure alternative sono in leggero aumento e comunque sono una percentuale rilevante rispetto al personale dipendente dall’amministrazione penitenziaria. Hanno un’età media abbastanza alta (al nord la media è nella fascia d’età dai 46 ai 65 anni, mentre al sud l’età media è più bassa). Sono in aumento le volontarie donne che operano nelle carceri, fenomeno che sembra più evidente nelle regioni del sud, dove comunque il peso dei volontari è molto più basso rispetto al nord.

Complessivamente i volontari e gli operatori di terzo settore attivi nelle 200 strutture detentive del nostro paese e collaborativi con i 44 Uepe (Uffici per l’Esecuzione Penale Esterna) esaminati nel mese di maggio 2008 ammontavano a 9286 unità. I volontari in senso stretto sono 6.487, una cifra che tradotta in percentuale diventa il 70% di tutti gli operatori non istituzionali presenti nelle strutture carcerarie italiane. È questa la fotografia scattata dalla sesta rilevazione del volontariato in carcere che sarà presentata questa mattina a Roma. La ricerca è stata curata da Renato Frisanco, della Fondazione Feo-Fivol (Fondazione Europa Occupazione e Volontariato) e da Marco Giovannini per conto della Conferenza nazionale volontariato giustizia.

L’istantanea dei volontari penitenziari è stata scattata a maggio di quest’anno, mese in cui sono stati registrati tutti i progetti in corso e quindi la presenza reale di operatori volontari nelle strutture carcerarie. Le strutture che hanno fornito i dati per la realizzazione di questo rapporto sono state quasi la totalità di quelle attualmente attive, 198 su 200 e 44 Uepe rispetto ai 58 esistenti.

Agli operatori non istituzionali degli istituti detentivi vanno aggiunti i 137 volontari che collaborano con i 44 Uepe di cui l’86,1% con l’articolo 78. Il 39,4% di essi svolge la propria attività anche in carcere. Nel complesso pertanto i volontari attivi con l’art. 17 e 78 nei 198 Istituti penitenziari e nei 44 Uepe ammontano appunto a 6.487 unità, pari al 70% di tutti gli operatori non istituzionali ivi riscontrati, 32 in media per unità. Solo in 5 strutture su 198 (2,5%) non sono presenti e attivi. Essi si distinguono dagli altri perché alla spontanea scelta di operare nel settore uniscono la assoluta gratuità delle loro prestazioni. "Gratuità - si legge nella ricerca - che veicola valori di senso e che rappresenta una testimonianza di solidarietà di valore aggiunto al loro intervento concreto di aiuto e di promozione delle persone sanzionate dalle istituzioni della giustizia.

L’età media dei volontari che operano in carcere è abbastanza alta soprattutto nelle regioni del nord. Al sud la media è più bassa, ma nello stesso tempo il numero dei volontari e dei progetti per il reinserimento dei detenuti è molto più basso. Circa la distribuzione per età dei volontari si nota infatti una ripartizione favorevole alla classe anagrafica matura dato che la maggioranza relativa dei volontari (38 su 100) si concentra nella classe anagrafica 46-65 anni. "Gli assistenti volontari sono in generale di età più matura - si legge nella ricerca - ma soprattutto al Nord, dove le loro organizzazioni hanno mediamente una storia più lunga - e di età più giovane nelle regioni Sud-insulari, mentre il Centro rivela valori percentuali moderatamente meglio distribuiti tra le diverse età".

Rispetto alla precedente rilevazione continua comunque il trend ascendente del fenomeno (+10%) che conferma la capacità delle forze della società civile di elevare l’offerta trattamentale delle istituzioni del circuito penitenziario e della giustizia in generale. Rimane però il problema della differente presenza di volontari nelle diverse regioni. "Limitatamente ai volontari e agli operatori della Comunità esterna presenti nelle strutture detentive - si legge ancora nella ricerca - essi si distribuiscono in modo disomogeneo nelle diverse aree del Paese dopo una tendenza ad un maggior equilibrio riscontrata negli anni precedenti. Anzi, si acuisce lo svantaggio della circoscrizione meridionale rispetto al Centro-Nord".

A fronte del 45,2% degli istituti il Sud aggrega il 20,6% degli operatori non istituzionali - aliquota che era del 27,1% nella rilevazione precedente - mentre al 21,8% delle strutture penitenziarie del Centro corrisponde il 30,4% di tali risorse umane. Al Nord gli operatori della società civile incrementano ancora la loro incidenza che è di gran lunga superiore a quella delle strutture in ragione di una società civile più organizzata e di istituzioni locali maggiormente attive sulla scena penitenziaria.

Giustizia: Cnvg; sostegno psicologico e morale, prima di tutto

 

Redattore Sociale - Dire, 14 novembre 2008

 

Le attività svolte dai volontari e dagli altri operatori esterni sono molteplici e complementari. Quella maggiormente praticata riguarda il rapporto personalizzato in funzione dell’ascolto attivo, ma anche sostegno materiale e attività religiose.

Il volontariato nelle strutture detentive italiane e nelle strutture penali esterne (Uepe) rappresenta una percentuale considerevole di tutti gli operatori attivi. Lo dimostra la sesta rilevazione sul volontariato in carcere realizzata dalla Conferenza nazionale volontariato giustizia (vedi lancio precedente). Ma che cosa fa un volontario in carcere? Quali sono le caratteristiche principali dei progetti che vengono approvati dall’amministrazione penitenziaria in base alla normativa vigente?

Secondo la ricerca presentata oggi a Roma, le attività svolte dai volontari e dagli altri operatori esterni sono molteplici e complementari in considerazione del diverso titolo con cui operano nelle strutture detentive. Quella maggiormente praticata è l’attività che si basa su di un rapporto personalizzato in funzione dell’ascolto attivo, del sostegno morale e psicologico a beneficio di soggetti deprivati di una normale vita relazionale. Nella sesta rilevazione del volontariato penitenziario, il compito di sostegno psicologico e morale è segnalato come prioritario dai volontari di 42 strutture su 100. Si tratta di una prerogativa che risulta maggiore per gli assistenti volontari che da sempre operano nel carcere allo scopo di umanizzarne la vita interna. Secondo le risposte contenute nella rilevazione, risulta abbastanza chiaro che l’intervento del volontario è sempre più finalizzato ad impostare percorsi di sensibilizzazione verso obiettivi di recupero.

"In un carcere dove si promuove una specifica progettualità socio-culturale e professionale - scrive Renato Frisanco, il ricercatore della Feo-Fivol che ha curato la rilevazione - è evidente l’importanza di questa funzione in quanto attività propedeutica a tutte le altre, oltre che specifica dell’apporto del volontario".

Ma non c’è solo il sostegno morale e psicologico nell’agenda tipo del volontario che opera nelle strutture detentive. Quasi altrettanto diffuso e di pertinenza dei volontari è infatti il sostegno materiale vero e proprio, soprattutto con l’assegnazione di indumenti ai soggetti privi di qualunque possibilità di rifornirsene o impossibilitati ad ottenerli attraverso l’assistenza pubblica. Si tratta di un’attività che appare particolarmente cresciuta rispetto al 2005, anno in cui è stata rilevata nel 37% delle strutture detentive. Oltre che per la crescita delle povertà materiali nella società con un riflesso dilatato nelle strutture penitenziarie ciò si deve presumibilmente anche alla più puntuale registrazione con la scheda 2008.

Al terzo posto in ordine di diffusione nella graduatoria delle attività svolte dai volontari ci sono le attività religiose, sia quelle a spiritualità cristiana che di altre confessioni per l’elevata presenza nelle carceri italiane di immigrati che chiedono di poter professare la propria fede religiosa da cui ricavare presumibilmente anche un conforto morale e un contatto culturale in un momento di difficoltà. Secondo i ricercatori che hanno curato la sesta rilevazione, le attività religiose sono importanti "non solo in termini identitari ma anche perché costituiscono una occasione di interiorizzazione o consolidamento di valori di senso per la propria vita", mentre nella maggioranza degli istituti è attivo anche un impegno dei volontari per interventi di accoglienza-accompagnamento per licenze o uscite premio che segnano una continuità tra il "dentro" e il "fuori".

In questa direzione vanno anche quegli operatori non istituzionali che curano progetti/attività di reinserimento sociale dei detenuti, assumendo una funzione di ponte con il territorio comunitario che si concretizza sui fattori che promuovono l’inclusione sociale, ovvero lo stato di cittadinanza piena, attraverso l’istruzione, il lavoro e l’alloggio. Anche il lavoro sulle famiglie nel duplice compito di sostenerle e di mantenere vivi i legami con il membro detenuto, se non proprio di recuperarne le relazioni compromesse, vanno nella direzione di promuovere il rientro nella cellula primaria della vita di una persona. Si può notare proprio una crescita, rispetto alle precedenti rilevazioni, degli interventi di accompagnamento

Tra i volontari in carcere prevale l’esperienza. Un altro aspetto esaminato dalla sesta rilevazione si riferisce infatti alla anzianità di servizio dei volontari presenti e attivi nelle strutture. Dalla ricerca risulta che la maggioranza degli assistenti volontari opera da oltre 5 anni e sono attivi in 6 strutture detentive su dieci, mentre tale componente riguarda il 29,6% dei volontari che entrano in carcere con permessi limitati a singoli progetti per quanto reiterati nel tempo. Solo il 17,7% dei volontari sono attivi da meno di 1 anno o sono alla loro prima esperienza di impegno nelle strutture e appartengono in gran parte (91,8%) al gruppo dei volontari art. 17.

Giustizia: Cnvg; gli "Assistenti volontari"... e i volontari "puri"

 

Redattore Sociale - Dire, 14 novembre 2008

 

Attualmente ci sono due possibilità per operare in carcere come volontari. Tali attività sono ammesse facendo riferimento principalmente a due articoli di legge, l’articolo 17 e l’articolo 78. Analisi e dati nella ricerca del Cnvg.

Attualmente ci sono due possibilità per operare in carcere come volontari. Tali attività sono ammesse facendo riferimento principalmente a due articoli di legge, l’articolo 17 e l’articolo 78. Secondo la ricerca presentata oggi a Roma dalla Conferenza nazionale per il volontariato, la quota più cospicua degli operatori (l’85,5%) è ammessa nelle strutture detentive attraverso l’applicazione dell’art. 17 che prevede la "partecipazione della comunità esterna" al trattamento rieducativo. Si tratta di 7.869 persone, presenti in media con 32 unità per istituto (10 in meno rispetto al precedente monitoraggio che però era annuale e su un numero più ridotto di unità esaminate) e per lo più appartenenti al mondo della cooperazione sociale e dell’associazionismo di promozione sociale. Di questa aliquota il 64,4% è costituito da volontari che nel mese di maggio erano presenti nelle strutture per realizzare attività o progetti della durata superiore alle due settimane.

I volontari autorizzati in base all’art. 78 sono in numero più ridotto (1.334) rispetto a quelli che entrano con l’art. 17 con una presenza media di 9 unità per struttura (erano 7 nel 2005); sono i cosiddetti "assistenti volontari", singole persone o appartenenti ai gruppi dediti esclusivamente al volontariato in carcere e più propensi ad un intervento individualizzato e più orientato al sostegno morale e materiale dei detenuti. La loro presenza si registra nel 81,8% degli istituti.

Il numero più elevato di volontari che beneficiano dell’art. 17 - il 79,2%, pari a 38 unità per struttura - si deve, oltre che ad una più agevole procedura di autorizzazione (richiesta su carta semplice) per l’ingresso in carcere, alla presenza di associazioni di promozione sociale di diffusione nazionale che promuovono e realizzano nelle strutture detentive attività più strutturate, veri e propri progetti di attività concordati con la direzione del carcere e sostenuti da finanziamenti pubblici (Ue, Regione, Comune...). Sono questi, in generale, anche gli operatori che frequentano in modo meno continuativo o episodico le strutture penitenziarie.

Nella sesta rilevazione voluta dalla Conferenza nazionale volontariato giustizia emerge anche un incremento progressivo della componente femminile. "La variabile di genere degli operatori non istituzionali segnala altresì una prevalenza della componente femminile (55,2%) - scrivono i ricercato - il dato segnala un trend crescente dato che costituivano il 51,4% nel 2005. Tra i volontari salgono al 56,3%. Le forze di genere femminile sono presenti anche in modo più equilibrato di quella maschile in tutte e tre le aree del paese. In particolare le volontarie (art. 78) sono attive in percentuale superiore ai maschi nelle regioni meridionali.

Giustizia: gli educatori "condannati" a non andare in carcere

di Alessandro Chiappetta

 

Aprile on-line, 14 novembre 2008

 

Continua l’autunno caldo delle proteste. Ieri è toccato agli educatori penitenziari, mobilitati con un sit-in alla Camera per chiedere lo sblocco delle assunzioni. I fondi ci sono ma non vengono utilizzati, e per fare un concorso ci sono voluti 5 anni. Solidarietà da Di Pietro.

Non avranno l’impeto dell’onda studentesca, né la visibilità dei piloti Alitalia, ma nell’autunno caldo delle proteste è giunto il loro momento. Sono gli educatori penitenziari, centinaia di persone in bilico impossibilitate a svolgere il proprio lavoro, o costrette a farlo in condizioni precarie. E non un lavoro qualunque, ma il fulcro della funzione rieducativa della pena. Si sono ritrovati oggi a Roma, a decine, sotto la pioggia battente, sotto un gazebo che ha fatto da quartier generale del loro sit-in a Piazza Montecitorio, per protestare soprattutto contro la lentezza delle assunzioni, che si somma ai tempi già biblici dei concorsi. Hanno denunciato soprattutto "lo status di precarietà lavorativa di 397 vincitori e 500 idonei che hanno partecipato al concorso indetto dal ministero della Giustizia per educatori penitenziari, durato ben 5 anni". Nonostante la carenza di educatori penitenziari sia stata appena stimata "in 826 unità", cioè più del doppio di quelli che dovrebbero essere assunti.

Il bando è stato indetto il 21 novembre 2003, ma solo nel 2008 sono finite le prove d’esame delle migliaia di candidati, già provati dalle attese sulle date, slittate di mese in mese per anni. Una prima graduatoria sarebbe dovuta uscire entro fine ottobre, ma ancora non è stata pubblicata, potrebbe arrivare a dicembre. Una volta individuati i candidati sarà poi tempi di assegnare loro le rispettive sedi di lavoro, ma si teme che anche questo passaggio avverrà con la lentezza snervante della burocrazia italiana.

Ad oggi sono 397 gli educatori penitenziari vincitori in pectore del concorso e in attesa di assunzione. L’unica promessa è quella di assumere 135 unità nel 2009, sfruttando gli unici fondi che sembrano disponibili, quelli stanziati nel 2006 dal governo Prodi. Ma anche su questo punto non è chiaro se l’assunzione riguarderà soltanto gli educatori, o anche personale contabile e amministrativo, la cui attesa è anch’essa superiore ai due anni. I meno fortunati potranno sperare che la loro situazione si sblocchi nel 2010, ma per ora non ci sarebbero né fondi, né tantomeno garanzie. Alla paralisi si accompagna, denunciano gli operatori, la beffa, ovvero "la presenza nelle casse statali dei fondi per assumerli tutti in blocco già nel 2009. Infatti, secondo il calcolo della Corte dei Conti, il saldo contabile della Cassa Ammende al 30 aprile 2008 è di più dei 139 milioni di euro necessari per regolarizzare la posizione del personale vincitore ed idoneo".

La mobilitazione è cominciata qualche settimana fa, con la creazione di un comitato a tutela degli interessi dei candidati, che chiaramente hanno dovuto trovare tutti altri lavori o fonti di guadagno dell’attesa di una risposta. La presidentessa Lina Marra ha incontrato il Sottosegretario alla Giustizia con delega al personale Senatore Caliendo, alcuni deputati del PD hanno fatto un’interrogazione parlamentare, altri (anche della maggioranza) hanno fatto un esposto al ministro Alfano per la questione della cassa delle ammende che potrebbe essere usata per assumere gli educatori. Per ora niente si è mosso, nonostante le rassicurazioni, ultima quella di Gianni Letta, a nome del premier Berlusconi.

La richiesta del Comitato "I nuovi Educatori Penitenziari", spiega una nota, è "unicamente di trovarsi dietro le sbarre per poter essere "liberi di esercitare il prezioso lavoro all’interno delle carceri italiane". "Allo stato attuale - spiegano - sia i vincitori che gli idonei al concorso sanno che potranno essere inseriti a ruolo a scaglioni non prima del 2010, in quanto i fondi per le assunzioni sono rimasti quelli stanziati dal precedente Governo e sono da suddividere con altri profili del Dipartimento amministrazione penitenziaria, in un periodo, tra l’altro, di forte carenza di educatori penitenziari".

"La protesta - spiega Lina Marra, presidente del comitato - vuole sensibilizzare il Governo e l’opinione pubblica su un problema che riguarda tutti, in quanto l’immissione in servizio dei nuovi educatori permetterà di mettere in atto una politica penitenziaria in maggiore coerenza con il disposto costituzionale, così da consentire che l’esecuzione della pena detentiva acquisisca una concreta valenza educativa partendo dal presupposto che un detenuto rieducato è un delinquente in meno per la società".

Per ora, i ragazzi del Comitato hanno incassato la solidarietà di Antonio Di Pietro. "È un vero scandalo quello che sta succedendo agli educatori penitenziari - ha detto il leader Idv incontrando i manifestanti infreddoliti - perché, con il fatto che questo governo ha ridotto del 20% i fondi alla giustizia, non si riesce a farli assumere, nonostante abbiano superato un regolare concorso. E nonostante ci sia un gran bisogno di loro. Abbiamo presentato degli emendamenti in loro difesa alla finanziaria, ma ce li hanno bocciati".

Giustizia: Sottosegr. Casellati; entro l’anno 1.610 nuovi posti

 

Apcom, 14 novembre 2008

 

Entro la fine del 2008 saranno disponibili 1.610 nuovi posti nelle carceri. Lo ha detto, intervenendo stamani a Radio Anch’io, su Radio Uno Rai, la senatrice Elisabetta Alberti Casellati, sottosegretario alla Giustizia. "L’indulto è stato un errore", ha sottolineato Casellati spiegando che "moltissime delle persone uscite grazie all’indulto sono tornate in carcere e questo sta determinando nuovamente una condizione di sovraffollamento dei penitenziari. Dunque, si può parlare di fallimento dell’indulto".

"Il governo Berlusconi - ha proseguito - è al lavoro da appena sei mesi, ma ha già messo a punto una strategia, per contrastare il sovraffollamento carcerario: accordi bilaterali, per far sì che i detenuti stranieri condannati possano scontare la pena nei loro Paesi di origine; controllo tecnologico a distanza, attraverso il braccialetto elettronico, dei detenuti a più bassa pericolosità; ampliamento di numerosi padiglioni negli istituti già esistenti. A questo proposito, posso anticipare che entro la fine del 2008 termineranno i lavori in diverse strutture carcerarie e saranno disponibili 1.610 nuovi posti". "Si stanno anche costruendo nuove carceri - ha concluso Casellati - ma è ovvio che la ristrutturazione degli istituti già esistenti può dare risposte a più breve termine e, soprattutto, con costi minori, anche sotto il profilo delle risorse umane".

Giustizia: Marroni incontra Gruppo Onu detenzioni arbitrarie

 

Comunicato stampa, 14 novembre 2008

 

Il Coordinatore nazionale dei Garanti dei detenuti Angiolo Marroni incontra il Gruppo di Lavoro Onu sulle detenzioni arbitrarie. "In Italia numerosi casi di privazioni arbitrarie della libertà personale. fra questi anche tanti bambini di età compresa tra 0 e 3 anni costretti in carcere con le mamme".

"In Italia ci sono fattispecie di privazioni arbitrarie della libertà personale poco note o addirittura sconosciute all’opinione pubblica. Penso, ad esempio, ai bambini di età compresa fra i pochi mesi di vita e i 3 anni costretti a vivere il carcere per stare con le mamme autrici di reati od anche ai molti di quelli ristretti negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari inviati senza alcuna sentenza da parte della Magistratura". E’ quanto ha detto il Coordinatore nazionale dei Garanti dei diritti dei detenuti Angiolo Marroni (Garante dei reclusi del Lazio) nella sua audizione al Gruppo di Lavoro sulle Detenzioni Arbitrarie dell’Onu, da due settimane in visita ufficiale in Italia con tappe a Roma, Napoli, Milano e Sicilia.

Il Gruppo di lavoro dell’Onu sulla detenzione arbitraria è stato costituito nel 1991 dalla vecchia Commissione sui Diritti Umani. Composto da esperti indipendenti, il Gruppo è un meccanismo indipendente del Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani di cui fanno attualmente parte Manuela Carmena Castrillo (Spagna - presidente), Seyyed Mohammad Hashemi (Iran), Malick El Hadji Sow (Senegal), Aslan Abashidze (Russia) e Roberto Garreton (Cile). Il mandato del Gruppo prevede la possibilità di investigare su casi di privazione arbitraria della libertà personale, raccogliere e ricevere informazioni dal Governo e dalle organizzazioni intergovernative e non governative e dalle persone coinvolte, presentare un annuale rapporto al Consiglio.

Dal 3 novembre in Italia, la delegazione ha visitato prigioni, luoghi di detenzione, istituzioni psichiatriche e centri per immigrati per comprendere la situazione nel Paese e per approfondire la conoscenza dei casi specifici e delle ragioni che portano alla privazione arbitraria della libertà

Nel corso dell’incontro con il Gruppo di lavoro - cui ha partecipato anche il Garante dei detenuti della Campania Adriana Tocco - il coordinatore nazionale dei Garanti dei detenuti Angiolo Marroni ha illustrato, in generale, le difficili condizioni di vita all’interno delle carceri italiane causate dal sovraffollamento "frutto di una legislazione che, lungi dal dissuadere dal commettere reati, provoca soprattutto altro carcere".

Marroni ha sottolineare due lacune della legislazione italiana: l’assenza del reato di tortura nel codice penale e di una legge istitutiva del Garante nazionale dei detenuti. Lacune alle quali si sta ponendo rimedio con due proposte di legge illustrate da Marroni in un convengo un mese fa.

Il coordinatore nazionale dei Garanti ha poi ricordato i diversi casi di "fattispecie di privazioni arbitrarie della libertà personale presenti in Italia, molte delle quali poco note o addirittura sconosciute all’opinione pubblica. Oltre ai bambini in carcere, mi preme ricordare che circa la metà dei presenti nelle carceri italiane è detenuto in attesa di un giudizio. Casi particolari sono rappresentati dal controverso articolo 41bis, che potrebbe addirittura configurarsi come una forma di tortura per quanti vi sono sottoposti, e dai Centri di Identificazione ed Espulsione che, con le nuove norme sulla sicurezza, si possono considerare veri e propri luoghi di detenzione dove è fondamentale monitorare il rispetto dei diritti di quanti vi dimorano".

Giustizia: medico carcerario da 35 anni; questa è la mia Africa

 

Corriere della Sera, 14 novembre 2008

 

Lo chiama Mal d’Africa. "È l’attrazione fatale che dopo 35 anni vissuti là dentro continuo a provare per il carcere. Proprio così. Mal d’Africa penitenziario. Strano vero? Eppure io non riesco a staccarmi da quella gente speciale. Sono talmente malato da pagare un collega perché copra il mio orario in studio", si autodiagnostica Andrea Franceschini, 59 anni, veterano dei medici penitenziari italiani, dirigente sanitario di Regina Coeli.

Esperienza unica la sua. In galera è entrato pochi giorni dopo l’esame di Stato all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Un amico di famiglia gli offrì di fare una sostituzione quando non si era ancora iscritto all’Ordine professionale: "Il primo lavoro non si rifiuta mai. Accettai. Un impatto sconvolgente. Chiunque al mio posto avrebbe rinunciato. Non uno come me, eticamente coinvolto per formazione".

Suo indimenticabile maestro Giuseppe Turci, pioniere della medicina penitenziaria italiana, ucciso nel 1980 dalle Brigate Rosse mentre usciva di casa una mattina per recarsi in carcere. Per Regina Coeli erano passati i vari Gallinari e Ricciardi. "Lo ammazzarono per quello che rappresentava. Servitore dello Stato. Non lo dimenticherò mai. Mi ha insegnato un’arte preziosa. La gestione di esseri umani che non si trovano all’esterno", lo ricorda ancora commosso Franceschini.

E dall’album di fotografie di 35 anni vissuti nella "sua Africa" estrae personaggi e storie straordinarie: "Nel 75 ero di guardia. Mi chiamarono per una situazione d’emergenza. Un vecchio detenuto, napoletano, in piedi sul ballatoio con un cappio intorno alla testa gridava mi butto. E tutti dal basso a pregarlo, no non lo fare!. Io me lo guardavo in silenzio, appoggiato alla balaustra, con fare volutamente annoiato. Sorpreso lui mi domanda, e lei dottò non fa niente. No, gli risposi, aspetto che ti butti e allora sì che potrò essere utile. Senza pronunciare una parola, scese dal ballatoio, venne a stringermi la mano. Permette che le offra un caffè, dottò?".

E poi quel poveretto che veniva dalla campagna: "Mentre lo visitavo mi raccontò perché si trovava a Regina Coeli. Sa dottò ho una gabbia di canarini. Li nutro con l’erbetta che coltivo in terrazzo. Un giorno in casa mia è piombata la Finanza, l’erbetta non è canapa indiana, glielo giuro. È mangime per uccellini, ripeteva disperato. Lo ascoltai, sorridendo in cuor mio. Chi avrebbe potuto credergli mai? Venni a sapere che lo avevano rimandato a casa. L’erbetta era davvero canapuccia innocua, non canapa. Ho imparato che non bisogna mai dare giudizi. Che la verità spesso è molto diversa da quello che appare".

Regina Coeli dal punto di vista sanitario è un passo avanti. Nove medici incaricati (cioè fissi), 14 guardie mediche, 20 specialisti, sei ambulatori. Una meraviglia rispetto al non lontano Belcolle di Viterbo dove c’è un unico medico incaricato e il servizio infermieristico e di guardia talmente striminzito da non riuscire a coprire le 24 ore. L’Istituto è Circondariale, ogni anno marcano visita dai 6 agli 8 mila detenuti, il 35% dei detenuti sono tossicodipendenti, quindi molto fragili.

Spesso il primo contatto con terapie e strutture di recupero avviene in carcere. Lo stesso vale per le malattie mentali. Solo una minima percentuale prima di arrivare da noi hanno avuto contatti con centri di igiene mentale e servizi territoriali. Inoltre abbiamo un notevole numero di immigrati che partono sani dal loro Paese e si ammalano in Italia perché costretti a vivere in situazioni di marginalità e stenti". Una vita dura. Ma Franceschini non molla: "È la mia Africa. Ho visto tanti colleghi arrivare e fuggire perché non reggevano mentalmente. Io invece quasi quasi mi sento fortunato".

Giustizia: G8; sul massacro alla Diaz, sentenza "vergognosa"

 

www.unimondo.org, 14 novembre 2008

 

Quella che è stata definita da uno degli stessi responsabili una "macelleria messicana" si risolve con una condanna massima di quattro anni - di cui tre condonati - al capo del Settimo nucleo Mobile di Roma dell’epoca, Vincenzo Canterini, e tre anni ai suoi sottoposti Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti e Pietro Stranieri, accusati di lesioni aggravate in concorso. Il vice di Canterini, Michelangelo Fournier - colui che solo dopo sei anni si era "ricordato" di ciò che aveva visto defindendolo "macelleria messicana" - è stato condannato a 2 anni di reclusione. Tre e due anni di carcere sono stati comminati rispettivamente a Pietro Troiani e Michele Burgio, colpevoli di aver portato all’interno dell’edificio due bottiglie molotov, attribuendole ai manifestanti che dormivano all’interno.

Sono state inflitte solo tredici condanne, per un totale di 35 anni e sette mesi, rispetto agli oltre 108 anni chiesti dall’accusa, e 16 assoluzioni. È la sentenza emessa dal prima sezione penale del Tribunale di Genova, presieduta da Gabrio Barone, giudici a latere Anna Leila Dellopreite e Fulvia Maggio, sui fatti avvenuti alla scuola Diaz nella notte del 21 luglio 2001 durante il G8 di Genova. Dei 29 imputati, 13 sono stati condannati e 16 assolti. Nessuna condanna, dunque, per i mandanti dei pestaggi, i vertici della Polizia Giovanni Luperi (l’allora vicedirettore dell’Ucigos e attuale capo del Dipartimento di analisi dell’Aisi - ex Sisde), per Francesco Gratteri (direttore dello Sco e attuale capo dell’Anticrimine), Gilberto Calderozzi, oggi capo dello Sco e Spartaco Mortola, ex dirigente della Digos genovese. Gratteri e Luperi erano accusati di aver truccato le prove, falsificato i verbali, contribuito a costruire una "colossale menzogna" per giustificare quella "macelleria messicana".

"Vergogna! Vergogna!" è stato il grido dell’aula alla lettura della sentenza. "Da oggi in poi questa sentenza stabilisce la totale impunità per le Forze dell’ordine" - ha commentato Vittorio Agnoletto, allora portavoce del Genoa Social Forum. "È uno dei giorni più tristi della Repubblica italiana" - ha aggiunto Agnoletto alla BBC. Nei giorni scorsi Agnoletto aveva ricordato che questa era "l’ultima possibilità per ottenere verità e giustizia su quella mattanza". Dopo la sentenza su Bolzaneto, dopo le promozioni ai massimi livelli di responsabilità nella Polizia, nei Carabinieri e anche nei Servizi segreti dei principali imputati tra le forze dell’ordine, quella di giovedì sarà la sentenza politicamente e simbolicamente più attesa per il movimento che fu massacrato a Genova" - aveva detto Agnoletto. Il processo sui fatti della caserma Bolzaneto si è concluso con una condanna complessiva a 24 anni di carcere, contro i 76 anni richiesti dai Pm genovesi, ma con la prescrizione e l’indulto nessuno dei condannati finirà in carcere.

Presente alla sentenza anche Mark Covell, il giornalista inglese che finì in coma per le violenze della Polizia alla Diaz e, dopo un lungo lavoro di ricostruzione ha scovato le prove filmate dell’introduzione nella scuola da parte della Polizia delle molotov ha commentato al quotidiano britannico Guardian: "Le prove erano schiaccianti. Non c’è giustizia qui. Provo pena per l’Italia".

"È uno schifo, una vergona - ha detto a PeaceReporter Enrica Bartesaghi, madre di una ragazza che era nella scuola Diaz quella notte. "Se ci si poteva aspettare un pasticcio, questo è ancora più grave. Così si condannano solo gli agenti, ai quali evidentemente non è stato ordinato da nessuno di massacrare la gente nella scuola. La sentenza era già scritta quando hanno cominciato a promuovere i capisquadra. Si disse dall’inizio che il colpevole era Canterini. Ma che gli frega a lui, a questo punto? Si trova in Romania, e poi a gennaio va tutto in prescrizione. Tutti assolti i capi: chi ha ordinato a quelli del Settimo nucleo di pestare la gente? Nessuno. Siamo molto abbattuti, compresa mia figlia. Ma non ci arrendiamo, continueremo a chiedere sospensioni e misure disciplinari per questi individui. Come anche per quelli di Bolzaneto".

Lorenzo Guadagnucci, giornalista e fondatore del Comitato Verità e Giustizia che la notte del 21 luglio si trovava alla Diaz ha parlato a PeaceReporter della sentenza come di una Caporetto morale. "Anche per le istituzioni democratiche, che in tutta risposta allo scempio di Genova altro non hanno saputo offrire se non una legittimazione di quello che è avvenuto. Non vi è stato alcun ripudio del comportamento dei vertici della Polizia da parte delle istituzioni, anzi. La condanna non avrà alcun effetto sul piano pratico. Con questo verdetto si sono riconosciute le mattanze e l’arresto arbitrario e sono stati puniti i responsabili materiali. Ma tali mattanze e tali arresti sono risultati essere figli di nessuno. Nessun responsabile vero sul piano della pianificazione del blitz, dell’organizzazione del raid, della responsabilità politica, morale, professionale. La trovo una cosa incredibile".

Giustizia: G8 Genova; la storia la fanno i fatti non le sentenze

di Riccardo Barenghi

 

La Stampa, 14 novembre 2008

 

La storia la fanno i fatti, non le sentenze. Soprattutto quando i fatti sono sotto gli occhi di tutti, evidenti, acclarati, come nel caso della scuola Diaz di Genova. Poi, ovviamente, esistono sentenze che si possono definire storiche o esemplari ma che alla fine dei conti sono una conferma (o una smentita) dei fatti accaduti. Quella di ieri è appunto una sentenza storica, esemplare. Ma nel senso opposto.

Nel senso opposto a quello in cui normalmente si usano questi aggettivi. Perché scarica le responsabilità su coloro che hanno eseguito gli ordini, condannandoli, mentre assolve quelli che, se non hanno impartito quegli ordini, avrebbero dovuto quantomeno controllare che cosa stava accadendo e magari intervenire visto che erano presenti sul luogo del delitto.

Ma comunque non riesce a cancellare il fatto accaduto in quella notte genovese di sette anni fa, quei ragazzi innocenti pestati con una violenza inaudita mentre dormivano, trascinati via come fossero dei sacchi di spazzatura, quel lago di sangue sul pavimento, quegli imbrogli architettati dai poliziotti, le molotov portate lì dentro, i tubi Innocenti branditi come prova mentre erano materiale dei lavori in corso nella scuola, le false testimonianze, gli scaricabarile, le responsabilità negate oltre ogni ragionevole dubbio, dimostrano che quella è stata la notte più nera della Seconda Repubblica. In cui le nostre istituzioni, dal governo di Berlusconi e Fini (l’allora vicepremier si installò nella sala operativa della Questura genovese per tutta la durata del G8), al capo della polizia Gianni De Gennaro, fino a molti funzionari e all’ultimo degli agenti che hanno partecipato all’irruzione e ai pestaggi, hanno toccato il punto più basso della loro storia recente (bisogna ricordare però che un assaggio, e che assaggio, c’era stato l’anno prima a Napoli quando governava il centrosinistra guidato da Giuliano Amato). Calpestando in un colpo solo le leggi dello Stato, i diritti dei cittadini e le loro stesse divise.

Continuare a indignarsi per quei fatti, ricordandoli come fossero avvenuti ieri, ha senso non solo perché non è mai giusto dimenticare la storia, ma soprattutto perché quella storia può - potrebbe - aiutare chi governa (gli stessi di allora) a non replicare quell’orrendo copione. Finora non è successo nulla di simile, per fortuna, però ci sono condizioni analoghe nel Paese. Cortei e scioperi e manifestazioni si susseguono a un ritmo impressionante (oggi per esempio tocca all’Università e Roma sarà invasa da centinaia di migliaia di persone), come allora ci sono giovani che protestano e che non si riconoscono direttamente in un qualche partito politico. E come allora, c’è un presidente del Consiglio piuttosto allergico alle critiche e, tanto più, alle proteste di piazza, alle occupazioni delle scuole, insomma a tutto quello che esce dall’ordine costituito e che, magari, supera anche il confine della legalità.

Ed è proprio questo il problema a cui il governo deve stare più attento, ripensando a Genova, cioè il suo istinto primordiale. Quando Berlusconi evoca la polizia per sgomberare le scuole occupate o Maroni annuncia denunce contro gli studenti, quando uno come l’ex presidente Cossiga, che il gioco purtroppo lo conosce fin troppo bene, invita a seguire il suo esempio degli Anni Settanta, allora è meglio mettere le mani avanti. Un’altra Diaz, un altro Bolzaneto non dovrebbero essere più ammissibili, ma non è affatto detto che non possano capitare se il primo a innervosirsi è proprio il premier, rischiando così di innescare una reazione a catena che può contagiare facilmente quei poliziotti o carabinieri che fiutano l’aria meglio di altri e che, in un eccesso di zelo per compiacere chi comanda, si lasciano andare a violenze che in un attimo possono trasformarsi in una nuova ira di Dio. E la sentenza di ieri potrebbe spingere in questa direzione. Ma siamo convinti che non succederà, magari perché i governanti di oggi hanno imparato quella lezione, o magari solo perché la polizia è guidata da un uomo come Antonio Manganelli. Che ha già dimostrato di essere un funzionario dello Stato e non un bandierina esposta al vento della politica corrente.

Giustizia: G8 Genova; la vergogna per l’Italia, come 7 anni fa

 

Il Corriere della Sera, 14 novembre 2008

 

"Vergogna, vergogna". Come sette anni fa, davanti ai cancelli di quella scuola. Con le stesse persone, gli stessi cori, in più soltanto la stanchezza e la frustrazione di una attesa lunghissima e vana. Mancano i lampeggianti e il cordone di carabinieri dagli occhi spaventati che tenevano lontano i no global. Il resto è uguale a quella notte del 21 luglio 2001. L’inizio e la fine, un cerchio che si chiude perfettamente con scene e sgomento identici. La rabbia, "assassini, assassini", qualcuno che cerca di lanciarsi in avanti, un caldo folle, sudore e lacrime sui volti delle vittime definitivamente convinte di aver sbagliato ad affidarsi alla giustizia. Oggi come allora. Due Italie, una sempre più forte dell’altra, come dimostra il sorrisino di superiorità del giudice Barone al partire dei cori, mentre si ritira dopo la lettura del dispositivo che commina tredici condanne, quelle che non contano nulla, 36 anni contro i 108 invocati dall’accusa, sedici assoluzioni.

E alle vittime lo sfregio di risarcimenti irrisori (una media di 4.000 euro) rispetto alle richieste delle parti civili (20.000 euro a testa). La sentenza fa a pezzi le tesi dell’accusa. Avvalora in pieno la linea fin dall’inizio proposta dal Viminale, quella delle poche mele marce in un cesto florido e sano. Le condanne sono acqua fresca, sempre e comunque mitigate. Lasciano intravedere una certa riluttanza nel propinarle, e la riduzione ai minimi termini della gravità dei fatti. Ad esempio, il vicequestore Michelangelo Fournier, quello della "macelleria messicana", prende due anni comprensivi di non menzione, con le attenuanti prevalenti sulle aggravanti. Condannato, ma giusto un poco. I magistrati avevano strutturato la loro requisitoria in tre parti.

Il VII Reparto mobile di Vincenzo Canterini, i funzionari accusati di aver firmato falsi verbali di perquisizione, sequestro e arresto, compresi quelli riguardanti le celebri molotov false, e i vertici apicali. È sempre apparso chiaro che il processo si sarebbe giocato sulla parte centrale. Il "taglio" del collegio giudicante è stato draconiano. Colpita solo la base della piramide. Gli unici a pagare davvero per la vicenda delle molotov false, che dovevano essere la prova regina della pericolosità dei 93 no global arrestati alla Diaz, sono stati i meri esecutori della parte iniziale dell’inganno, i soli riconosciuti. L’autista Michele Burgio, alla guida del defender che porta le false prove alla Diaz, il vicequestore Pietro Troiani, ex collega di Canterini, che le prende in consegna. Assolta la pedina seguente, il vicequestore Massimo Di Bernardini, che nel domino dell’accusa costituiva l’anello di congiunzione con la catena di comando di quella notte.

Ma le anomalie nella gestione delle molotov cominciano infatti dopo che Troiani se ne spossessa, in un susseguirsi di comportamenti che è lecito definire irragionevoli. Ogni eventuale legame superiore è stato invece reciso: le false molotov furono una libera iniziativa di due oscuri gregari. La prova della colpevolezza dei vertici apicali di quella notte, Francesco Gratteri e Giovanni Luperi, non si è mai formata durante il processo. Ma le firme degli altri funzionari su verbali che attestano il falso sono sempre sembrate l’ostacolo più massiccio alla assoluzione di tutto il gruppo dirigente. In quattro anni e 170 udienze, la difesa non ha mai prodotto un teste che sostenesse la veridicità del contenuto di quei verbali. Nessun testimone. Ma anche qui la scelta dei giudici è stata minimale: l’élite dei funzionari italiani di Polizia si è fatta buggerare in massa dalle poche mele marce dei ragazzi di Canterini, ai quali va evidentemente riconosciuta una sagacia non comune. Fa male vedere un vecchio che urla e piange.

Arnaldo Cestaro, 70 anni, una spalla rotta e tre operazioni per rimetterla a posto, inveisce contro lo Stato italiano, in piedi su una poltrona dell’aula bunker. Accanto a lui le altre vittime di quella notte, Lena Zulke, la ragazza tedesca che divenne l’immagine simbolo, una maschera di sangue portata via in barella. E poi tutti gli altri, un avvocato maturo e compassato come Vittorio Lerici che vorrebbe buttare la toga "per la delusione", e quel coro martellante, "vergogna, vergogna", i reduci no global attoniti, Vittorio Agnoletto spaesato come non mai. Il caldo che pulsa alle tempie, le urla, le ferite ancora aperte, il senso di ingiustizia. Come quella notte.

Giustizia: Berlusconi; estendere decreto-rifiuti in altre regioni

di Mariano Maugeri

 

Il Sole 24 Ore, 14 novembre 2008

 

Ormai, come tutte le liturgie, le visite di Berlusconi in Campania sono scandite dal cerimoniale del sottosegretariato di Stato per l’emergenza rifiuti. Un video al plasma che campeggia a Palazzo Salerno, sede del comando logistico Sud dell’Esercito, annuncia: "Dodicesima visita del signor presidente del Consiglio dei ministri: briefing del 13 novembre". Una conferenza stampa in gran parte incentrata sul tema "dei delitti e delle pene". Tutto declinato in chiave ambientale.

Berlusconi, reduce da una colazione con il cardinale Crescenzio Sepe ("è un uomo straordinario"), ha espresso soddisfazione per i risultati del decreto legge varato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri che punisce con il carcere chiunque abbandoni rifiuti in aree non autorizzate del territorio campano: "Trentacinque arresti in meno di una settimana, tutti convalidati dai magistrati, e quattro sentenze di condanna. Almeno la metà di loro sono dei professionisti", scandisce il premier. Ieri sono finiti in manette anche cinque cinesi.

Inevitabile la domanda dei giornalisti sulla presunta incostituzionalità del provvedimento. Berlusconi rassicura: "In sede di conversione in legge abbiamo già previsto la possibilità di estendere le misure repressive alle altre regioni italiane, prima di tutto quelle alle prese con l’emergenza rifiuti".

In cima alla lista ci sono Lazio e Calabria. Ma è una graduatoria che con ogni probabilità si allungherà nei prossimi mesi. "Lazio e Calabria - ha precisato Berlusconi - sono arrivate a limiti tali da richiedere interventi per la realizzazione di nuovi impianti". Ieri, peraltro, la conferenza stampa è stata preceduta dalla firma tra il sottosegretario Guido Bertolaso e Giuliano Zuccoli, presidente di A2A, che sancisce l’affidamento del termova-lorizzatore di Acerra, l’avvio del quale è previsto per il prossimo mese di gennaio.

Per un inceneritore che si accende, ci sono altre discariche abusive che vengono alla luce. Una di un milione di metri cubi scoperta dalle Fiamme Gialle, sorge a qualche centinaia di metri dal nuovo Policlinico e dalla cava del Poligono di Chiaiano, dove tra qualche mese dovrebbe essere inaugurata la nuova contestatissima discarica.

Intanto, dal 1° dicembre i cittadini campani porteranno i rifiuti riciclabili nelle 33 piazzole Conai della Regione Campania ricevendo un indennizzo. Lo ha chiarito ieri il sottosegretario all’Emergenza rifiuti Guido Bertolaso nel corso della conferenza stampa a Napoli con Berlusconi. "Lunedì sarà predisposta l’ordinanza prevista dal decreto legge che organizza questa rivoluzione - dice Bertolaso - qualcuno voleva farla dopo 24 ore, ma le rivoluzioni vanno organizzate nel dettaglio con attenzione". Infine a Ercolano debutta anche quello che il sindaco, Nino Daniele, ha definito come l’albo del disonore. All’albo pretorio del Comune è stato affisso, da ieri mattina, l’elenco di cittadini, aziende ed esercizi commerciali sanzionati "per comportamenti non corretti nella raccolta differenziata dei rifiuti". L’iniziativa sarà ripetuta ogni 15 giorni.

Sardegna: carceri al collasso, subito 100 mln per nuovi istituti

di Daniela Scano

 

La Nuova Sardegna, 14 novembre 2008

 

Applicando la media del pollo, secondo la quale se io ne mangio uno e tu niente ne abbiamo mangiato metà a testa, in Sardegna le cose non vanno male. Ogni cella ospita al massimo due detenuti, c’è un numero sufficiente di agenti in servizio e restano trecento posti letto a disposizione. Secondo questa logica il carcere nell’isola non sarà un hotel a 4 stelle, come affermò una volta l’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli, ma sembra comunque un luogo rispettoso della dignità umana. Le statistiche, si sa, descrivono realtà virtuali.

L’inaffidabilità della "media del pollo" non è un mistero per chi nei penitenziari, per forza o per lavoro, trascorre parte della vita. Per esempio le nove detenute nel carcere di Badu ‘e Carros costrette, nei giorni scorsi, a spartirsi una cella. Sarà stato un episodio isolato, come sostiene qualche addetto ai lavori, ma resta il fatto che una sezione femminile con capienza regolamentare di dodici posti (e tollerabile di sedici), il 4 novembre avesse 17 ospiti. Osservati in controluce, i dati dell’amministrazione penitenziaria raccontano fatica di vivere, disagio esistenziale e talvolta anche diritti calpestati. Aspettative di chi in carcere è costretto a stare per un periodo più o meno lungo, ma anche di chi dietro le sbarre lavora.

Uomini e donne in divisa, qualche volta intrisa dell’acqua di gavettoni scagliati con rabbia. È successo a luglio, a San Sebastiano, quando una detenuta ha preso a secchiate una poliziotta. La polizia penitenziaria è scesa in via Roma a protestare, perché nella sezione femminile sassarese sono rimaste in servizio poche agenti donna a controllare diciassette detenute. Capita quindi che gli uomini facciano i turni per coprire i turni di vigilanza. I numeri possono essere chiavi di lettura della tensione che attanaglia il pianeta carcere.

Capita ciclicamente e l’esperienza insegna che bisogna decodificare in tempo i segni del malessere per evitare che il vulcano, come è accaduto in passato, si rimetta a eruttare dolore e violenza. La prima notizia. L’effetto indulto si è sciolto come neve al sole. Negli undici istituti sardi si è tornati al livello del luglio 2006 quando uscirono dalla porta principale più di mille reclusi. Le 815 celle, tante ce ne sono in Sardegna, sembrarono improvvisamente immense per i mille reclusi rimasti. Negli istituti di pena oggi i reclusi sono 2.039, qualcuno in più che nel 2006. Per il 40 per cento si tratta di tossicodipendenti, un restante 40% è straniero e spesso malato.

La massiccia presenza di stranieri, quasi nessuno dei quali ha commesso reati nell’isola, dipende dal fatto che l’amministrazione penitenziaria preferisce dirottarli negli istituti isolani quando deve fare sfollamenti degli istituti della penisola. Questo perché gli stranieri hanno meno problemi degli italiani ad affrontare lunghe trasferte non avendo, spesso, familiari che chiedono di fare colloqui. A vigilare sui duemila detenuti ci sono, attualmente, 1.232 agenti. In rosso (-31 unità) sono soprattutto gli organici femminili e questo è un problema, visto che negli ultimi anni l’altra metà del cielo ha affollato le celle. Soffrono anche i ranghi maschili.

A Cagliari, per esempio, mancano all’appello cinquanta agenti uomini e sette donne. Nei giorni scorsi, il provveditore regionale Francesco Massidda ha fatto un "interpello" a tutti gli istituti della penisola per rinforzare di venti agenti i ranghi a Buoncammino. Sos caduto nel vuoto. Se Cagliari piange, Sassari non ride. A San Sebastiano, occorrerebbero altri ventiquattro agenti uomini e dieci donne. Si comprende perché i sindacati di categoria siano scesi in trincea. Prendiamo Alghero, dove Mauro Chessa, il segretario locale del Sappe, ha proclamato lo stato di agitazione del personale. Nel modernissimo istituto della città catalana ci sono 69 celle, per un totale di 208 posti letto e 168 detenuti presenti. Per controllare tutto ci sono 96 agenti.

Sarà pur vero che le colonie penali danno ai loro ospiti una illusione di libertà, visto che possono trascorrere gran parte della giornata all’aperto a lavorare. Però in ciascuna delle quarantacinque celle della colonia di Mamone (le altre 37 sono interessate da lavori di ristrutturazione) sono costretti a dividersi lo spazio cinque detenuti. Va ancora peggio a Is Arenas. Nella colonia penale sono utilizzabili per lavori in corso solo 29 delle 41 celle. "Il sistema penitenziario sardo è al collasso" attacca Roberto Picchedda, coordinatore regionale della Uil Penitenziari e segretario regionale confederale con delega al pubblico impiego e alla sicurezza. Dal punto di osservazione del sindacalista, la situazione comincia a diventare drammatica. Cinque le criticità: Nuoro, con 298 detenuti e solo 188 agenti; Alghero, dove il rapporto è praticamente di due detenuti per agente; Sassari, dove il rapporto è uno a uno, ma la sezione "alta sicurezza" è chiusa per lavori in corso. Infine c’è Cagliari, con 469 ospiti e 190 agenti.

"Il provveditore regionale Francesco Massidda gestisce al meglio questa grave situazione - afferma il sindacalista -. Tuttavia è un fatto che la polizia penitenziaria sia ai minimi storici rispetto alla pianta organica ministeriale di 1.324 unità, che risale all’8 febbraio 2001. La forza attuale è di 1209 unità, alle quali si devono aggiungere 129 in distacco temporaneo da nell’isola da alcuni istituti della penisola. Dal totale di 1.338 unità occorre defalcare 122 unità in malattia o giudicate inidonee al servizio dalle commissioni mediche ospedaliere".

Quella della Uil non è una voce isolata. Martedì parte del variegato mondo dei sindacati di categoria della polizia penitenziaria (Cgil, Fsa/Cnpp, Osapp, Sinappe e Uspp) ha sospeso le trattative con il provveditore regionale e ha riconfermato lo stato d’agitazione nell’ambito della vertenza sulle piante organiche dell’isola e la situazione nelle case circondariali di Sassari e Mamone. Carenti anche gli organici dei dirigenti degli istituti penitenziari.

"Solo quattro sedi su dodici sono coperte - accusa Picchedda - mentre si attende che l’amministrazione, dopo che la legge Meduri ha creato cinquecento nuovi dirigenti contro un totale nazionale di 206 istituti, superi l’empasse del proprio indecisionismo e assegni finalmente un dirigente ad ogni sede". Non è nello stile del provveditore Massidda gettare acqua sul fuoco delle polemiche, ma dal timoniere dell’amministrazione penitenziaria sarda arriva l’invito a non guardare i problemi da un solo punto di vista.

"Il sindacato fa il suo mestiere ed è vero che la polizia penitenziaria, contrariamente ad altre forze dell’ordine, viva momenti protratti di grande tensione - premette Massidda -. Tuttavia, invito a guardare i numeri con maggiore attenzione per scoprire le cause di alcune emergenze". Il provveditore non lo dice apertamente, però anche il sindacato sa che le assenze per malattia nella polizia penitenziaria aumentano mano a mano che l’agente si avvicina alla pensione. "In questo senso, la Sardegna ha un problema in più - spiega Massidda -.

Nell’isola infatti è alta la relativa anzianità di servizio del personale. Poi ci sono le altre assenze: i congedi di legge per distacco sindacale, congedi parentali, la maternità. Se le piante organiche sono sufficienti, è vero che invece da noi si soffre un po’". Nelle sezioni bastano due assenti per mandare in tilt l’organizzazione del lavoro. Al di là dalle legittime richieste sindacali, secondo il provveditore ci sono altre emergenze carcerarie sulle quali ci si dovrebbe concentrare.

Per Massidda, i problemi del comparto penitenziario sardo sono soprattutto strutturali. E antichi. Alcuni penitenziari sono stati costruiti alla fine dell’Ottocento e mantengono la struttura originaria, con tutti i disagi che questo comporta. Basti pensare che in numerose celle ci sono ancora i bagni alla turca, realizzati negli anni Trenta come grande innovazione rispetto al "bugliolo". E se è vero che procedono speditamente i lavori per la realizzazione dei quattro nuovi complessi carcerari (Cagliari, Sassari, Tempio e Oristano) finanziati dal ministero della Giustizia e dei Lavori pubblici, come assicura il vice provveditore regionale delle Opere pubbliche, c’è il rischio che la Finanziaria non copra adeguatamente la spesa per il secondo lotto dei lavori.

"La parte strutturale dei lavori è completata e adesso occorrono cento milioni di euro per completarli - conteggia Massidda -. Se tutto andrà bene, tra il 2010 e il 2011 sarà un’altra vita". Fino ad allora, il vulcano carcere continua a ribollire di rabbia e malessere.

Toscana: Corleone chiede il Garante regionale per i detenuti

 

Il Tirreno, 14 novembre 2008

 

È necessario un garante dei detenuti a livello regionale. A lanciare questa proposta è Franco Corleone, garante dei detenuti del Comune di Firenze. "Anche a me sono pervenute alcune segnalazioni sulle condizioni degli ospiti dell’Opg di Montelupo - spiega - ma io non ho competenza e non posso fare niente in questo caso. Questa struttura è rimasta in una zona d’ombra". E, nonostante che la struttura sia passata all’Asl, ancora i detenuti non hanno tratto vantaggio nelle loro condizioni e nell’assistenza.

L’unico mutamento tangibile è stato al vertice: è stato inserito un direttore, Maria Grazia Grazioso; Franco Scarpa si occupa dell’aspetto sanitario e poi ci sono i dirigenti per l’area degli infermieri. Ma di fatto ancora manca un coordinamento per valutare le condizioni di un paziente perché i contratti che hanno i medici rispondono a regole diverse. Per cui gli orari e le normative non sono uguali per tutti. Ci sono medici che sono presenti tre ore al giorno, altri invece fanno turni di sei ore. E poi ci sono i consulenti psichiatrici che non hanno orari da rispettare e possono distribuire la loro presenza nell’arco del mese. Tutto questo mentre una parte dei duecento ospiti continua da mesi da vivere in celle con dodici persone. E che rifiuta di lavarsi perché l’acqua è ghiaccia.

Belluno: per 15 detenuti a Baldenich una scuola di pasticceria

 

Corriere delle Alpi, 14 novembre 2008

 

Detenuti "pasticceri". Da una ventina di giorni quindici ospiti della casa circondariale di Baldenich sono alle prese con le lezioni di due specialisti del settore: Giacomo Deon e Antonio Fiabane. Il tutto sotto la visione della tutor Erica Moret, della coop sociale Lavoro associato. "I corsi che organizziamo all’interno della nostra struttura", spiega il direttore della casa circondariale di Baldenich, "vogliono essere l’inizio di un percorso per i detenuti che desiderano guardare al domani con maggiore ottimismo". "Sono corsi professionali, ricreativi o scolastici che guardano tutti nella stessa direzione", prosegue.

"Questa volta, grazie all’opportunità offerta dai finanziamenti dell’amministrazione penitenziaria, abbiamo contattato due pasticceri doc, che stanno effettuando un corso a quindici detenuti tossicodipendenti. Lezioni che hanno suscitato un grande interesse". Tanti i corsi organizzati in passato, dalla cucina ai computer, dalla grafica pubblicitaria alle lezioni scolastiche (alfabetizzazione per gli stranieri e conseguimento delle licenze elementari e medie), dal cucito alla lavanderia: "In quest’ultimo caso", spiega ancora la direttrice del carcere, "sono quattro i detenuti ad aver conseguito il riconoscimento di addetti alla lavanderia industriale con la Metalogos.

Il corso ha permesso loro di arrivare ad una borsa di lavoro, che li vede impegnati nella gestione dell’attività all’interno del carcere. Parliamo di diplomi che danno la possibilità a chi li consegue di avere dei titoli spendibili una volta usciti dal carcere. Parliamo di opportunità importanti, che possono essere sfruttate nel momento difficile della scarcerazione". Il corso di pasticceria è tenuto dalla cooperativa sociale "Lavoro associato", che da anni lavora in carcere: "Parliamo di lezioni sperimentali, che dobbiamo svolgere all’interno del carcere", dice la tutor Erica Moret.

"L’obiettivo è ripetere il tutto in primavera, questa volta con soggetti in stato di semilibertà: in questo modo potrebbero lavorare direttamente nelle pasticcerie e carpire i segreti del mestiere". Con questi corsi, i detenuti vengono istruiti sui comportamenti da tenere: "Durante le lezioni ci soffermiamo anche sul tema della sicurezza, dell’igiene, dell’educazione alle regole e del lavoro di gruppo. Avendo il 50% di corsisti extracomunitari, abbiamo il compito di far comprendere loro le regole italiane".

Ma c’è di più: "Parlando con Deon", conclude Erica Moret, "siamo venuti a conoscenza della carenza di mano d’opera nel settore della pasticceria e della panetteria, vuoi perché parliamo di lavori faticosi, vuoi perché gli orari sono difficili. La speranza è che un domani questi corsi servano agli ex detenuti per trovare un nuovo lavoro e per un veloce reinserimento nella società".

Padova: 82 posti e 194 detenuti la Cisl chiede aiuto al Prefetto

 

www.padovanews.it, 14 novembre 2008

 

L’emergenza carcere finisce in Prefettura. I sindacalisti della Cisl Funzione Pubblica di Padova hanno rappresentato al Prefetto Michele Lepri Gallerano l’intollerabile situazione della casa circondariale di via Due Palazzi. Al vertice hanno preso parte anche il comandante della Polizia Penitenziaria Fausto Mungioli e la direttrice del carcere Antonella Reale.

Franco Gargiulo, Bernardo Diana e Giuseppe Terracciano, in rappresentanza della Cisl-Fp, hanno sottolineato come il sovraffollamento di detenuti stia seriamente pregiudicando il corretto funzionamento della struttura. In attesa della ristrutturazione del vecchio corpo detentivo, la Casa Circondariale di Padova ha un reparto in grado di ospitare fino ad 82 detenuti, con un margine di tolleranza fino a 130. Attualmente ne sono presenti 194 e manca lo spazio fisico per collocare altre brande. I reclusi dormono su letti a castello a tre piani con l’ultimo che sfiora il soffitto con la testa.

Ad aggravare le condizioni di vivibilità del carcere è la mancanza di un’area protetta dove ospitare i detenuti in precarie condizioni di salute. Il reparto bunker dell’ospedale di Padova è stato chiuso nel lontano 2001 per problemi d’igiene e a distanza di sette anni non sono ancora stati individuati altri locali idonei. "Abbiamo un numero consistente di reclusi ad elevato indice di vigilanza - spiega Bernardo Diana, responsabile della polizia penitenziaria della Cisl-Fp - che necessitano di una particolare sorveglianza. Il ricovero di questi soggetti con altri pazienti comporta un enorme spreco di denaro pubblico per il personale addetto ai controlli. Eppure basterebbe approntare, anche in via provvisoria, un paio di stanze di degenza".

La dottoressa Venezia, in rappresentanza del Provveditore delle carceri del Veneto, ha spiegato che anche le altre strutture penitenziarie della regione sono alle prese con problemi di sovraffollamento. I trasferimenti da un istituto all’altro sono sempre più complicati anche se Padova è riuscita a sistemare altrove circa 440 degli oltre 1.000 mille arrestati dall’inizio dell’anno.

Il Prefetto Michele Lepri Gallerano ha promesso il suo impegno, attraverso il coinvolgimento dell’Azienda ospedaliera cittadina per il ripristino di un reparto protetto. Ha inoltre assicurato l’avvio di contatti con le forze di polizia per limitare al massimo il transito verso il carcere dei nuovi arrestati, soprattutto nelle ore notturne. A breve dovrebbero infine decollare i lavori di ammodernamento del vecchio carcere. Sono stati stanziati 4,5 milioni di euro e sarebbe imminente l’avvio della gara d’appalto a livello europeo.

"Anche se sono stati stanziati i fondi per la ristrutturazione - osserva Franco Gargiulo, della segreteria Cisl-Fp - visti i tempi necessari alla realizzazione, è vitale trovare soluzioni per l’immediato al fine di garantire la sicurezza e la vivibilità della Casa Circondariale".

Livorno: la Caritas allestisce una Casa per persone scarcerate

 

Il Tirreno, 14 novembre 2008

 

Chi esce dal carcere, ad esempio con l’indulto, e perciò privo di una qualche preparazione alla realtà esterna può incontrare grossi problemi di reinserimento nella vita civile. In altre parole, spesso non sa dove andare con il rischio di ricadere quasi subito in situazioni di illegalità. Anche se nella nostra città il fenomeno dell’indulto ha avuto scarsa incidenza rimane comunque il problema per quei pochi che si trovano dall’oggi al domani fuori dal carcere, ma anche senza domicilio.

È appunto per questo motivo che l’Ufficio Esecuzione Penale Esterna e la Fondazione Caritas Onlus, grazie al finanziamento ottenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Livorno, ha attivato il Progetto "Sperimentando". Un progetto che è stato presentato ieri alla stampa dal dottor Salvatore Nasca (Uepe) e da Luca Tinghi per la Fondazione Caritas Onlus presso la sede dell’Ufficio nei locali dell’ex Albergo Corallo.

In pratica con la realizzazione del progetto viene messo a disposizione un appartamento destinato a due persone (ma ampliabile anche a quattro ospiti) dove, provenendo dal carcere, possano sostare per un periodo di un mese (eventualmente rinnovabile) durante il quale volontari ed operatori saranno impegnati a riaccompagnare gli ex detenuti ad un’autonomia di vita ed al reinserimento sociale. Per i detenuti che usufruiscono di permessi-premio la permanenza nell’appartamento equivarrà poi ad un periodo di permesso-premio.

La novità del progetto consiste nella co-gestione fra un ente pubblico ed un ente privato, ovvero l’Ufficio Esecuzione Penale Esterna e la Fondazione Caritas Livorno Onlus (istituita da monsignor Coletti nel 2005). E trattandosi di una sperimentazione, oltre a non sussistere almeno a qui a Livorno una forte incidenza della problematica, è stato scelto di impiegare una struttura piccola (in pratica, come si è detto, è un normale appartamento), a differenza di altre città italiane dove tali realtà hanno consistenza ben diversa. In ogni caso, l’auspicio è che tale progetto possa avere una continuità e perciò oltre la durata annuale prevista dal piano iniziale.

Volterra: corso formazione documentaristi rivolto ai detenuti

 

Il Tirreno, 14 novembre 2008

 

Un corso di formazione per documentaristi rivolto ai detenuti prenderà il via nel territorio della Val di Cecina. L’opportunità è data dal progetto "Giù le sbarre", promosso dall’Associazione "Controluce" con la collaborazione dell’Istituzione Centro Nord-Sud, e il sostegno della Provincia di Pisa, della Casa circondariale di Volterra, del Comune di Volterra, dalla Società della salute dell’Alta Valdicecina e dell’associazione "Spazio Libero" di Volterra.

Il progetto - che sarà presentato domani nella sede dell’Associazione "Spazio Libero" (presidio ospedaliero Convento di San Girolamo) alle 15.30 - è stato finanziato dal Centro servizi per il volontariato della Toscana con un contributo di 14.000 euro (per un costo totale di 20.000 euro). A presentare i contenuti del corso, che sarà svolto nei prossimi mesi, l’assessore alle politiche sociali e immigrazione della Provincia di Pisa, Manola Guazzini, insieme alla presidente di Spazio Libero, Luisa Prodi, e ai volontari che gestiscono le attività all’interno del carcere.

"Giù le sbarre" - spiegano - mira a favorire il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti con una formazione in un settore particolarmente qualificato quale quello della comunicazione televisiva. Il progetto consiste in un corso, durante il quale i detenuti interessati, sotto la guida di esperti del settore, realizzeranno e monteranno i video sulle attività educative e culturali che vengono svolte tra le pareti del carcere.

Nello specifico sarà potenziato il laboratorio multimediale della struttura carceraria di Volterra, con l’attrezzatura necessaria per il montaggio dei video (si tratta di un computer e di un software ad hoc). I documentari prodotti come esercitazione durante il corso - 25 in tutto - saranno poi messi in onda su Granducato Tv. "L’obiettivo generale del progetto - spiegano i promotori - è quello di contribuire a superare i pregiudizi e gli atteggiamenti negativi che spesso pesano sugli ex-detenuti e ostacolano il loro pieno reinserimento nella società.

Con questo corso, oltre alla formazione specifica per un gruppo selezionato di detenuti, si intende documentare la qualità educativa e culturale delle attività che tutti i detenuti compiono nella Casa circondariale e migliorare la percezione della società civile nei loro confronti".

Catania: mediazione culturale, per detenuti italiani e stranieri

 

La Sicilia, 14 novembre 2008

 

Il Garante per la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti per la Regione Sicilia - il cui obiettivo è promuovere e facilitare l’inserimento lavorativo e la formazione culturale delle persone private della libertà personale - ha promosso, in collaborazione con la Casa Circondariale Bicocca e l’Isves, un corso di formazione lavoro per i detenuti italiani e stranieri sul tema della Mediazione Culturale.

Il corso avrà durata di 200 ore e coinvolgerà detenuti stranieri di varia nazionalità che riceveranno il supporto linguistico necessario alla comprensione di tutti i contenuti. L’iniziativa sarà presentata sabato, alle 10, alla Casa Circondariale di Bicocca. Presiede l’on. Salvo Fleres, in qualità di Garante per la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti, e il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria Orazio Faramo.

L’avv. Gianfranco Barbagallo è promotore dell’iniziativa che, dopo un intervento di saluto del direttore della Casa Circondariale di Bicocca dottor Giovanni Rizza, vedrà come relatori il presidente dell’ Isves e la dott.ssa Angela Colosimo progettista e coordinatore del corso, unitamente ad Elvira Jovino del Centro Astalli, da anni operante all’interno dello stesso istituto a tutela dei detenuti extra-comunitari nell’ambito del Piano Pedagogico coordinato dal responsabile dell’area educativa dottor Maurizio Battaglia.

Catanzaro: dal Comune e Prap nasce un "Presidio di legalità"

 

Asca, 14 novembre 2008

 

Istituzione, in tempi ravvicinati, del "Presidio di legalità" in una delle zone a rischio della città; riapertura della partita per l’istituzione a Catanzaro dell’Issp, l’Istituto superiore di studi penitenziari. Coglie due straordinari obiettivi la deliberazione adottata nei giorni scorsi dalla Giunta comunale, su proposta del sindaco Rosario Olivo, con cui viene confermato il comodato d’uso dell’ex scuola elementare di località Pistoia al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Il lungo e paziente lavoro di tessitura del primo cittadino (in questi mesi ha avuto contatti costanti con il Provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria, dott. Paolino Quattrone) ha portato ad una soluzione del problema, peraltro condivisa dal Prefetto Calvosa. È stato scongiurato il pericolo di fare dell’immobile in questione una sorta di "cattedrale nel deserto", accentuando il senso di isolamento dei cittadini che abitano nella zona sud della città. Nel contempo, il sindaco ha investito della questione Issp il ministro dell’interno, Roberto Maroni, al quale ha consegnato un dossier in occasione del convegno di Confindustria al Politeama.

Maroni - che con Olivo ha condiviso un’esperienza parlamentare alla Camera - ha voluto conoscere tutti gli aspetti legati all’istituzione dell’Issp a Catanzaro ed ha assicurato che il problema sarà attentamente valutato in sede governativa, tenendo conto che la competenza diretta appartiene al Ministero della Giustizia.

Ravenna: l’inchiesta sulla corruzione nel carcere si è allargata

di Carlo Raggi

 

Il Resto del Carlino, 14 novembre 2008

 

Adesso è anche nero su bianco su un verbale di sommarie informazioni testimoniali raccolte dal commissario Sabatino De Bellis, dalla scorsa primavera comandante della Polizia penitenziaria del carcere di Ravenna. Nero su bianco il fatto che un assistente della Polizia penitenziaria aveva chiesto denaro a un detenuto uscito in semilibertà. Quel verbale è ora agli atti dell’inchiesta che il pm Stefano Stargiotti sta svolgendo sulle ipotesi di corruzione e concussione ad opera di personale della Polizia penitenziaria che sono state oggetto di una lunga inchiesta condotta da il Resto del Carlino nell’ottobre scorso e che ai primi di novembre la Procura della Repubblica ha fatto oggetto di una formale inchiesta.

Il pm Stargiotti ha infatti ricevuto una decina di giorni fa dal Procuratore capo l’incartamento costituito dagli articoli comparsi su il Resto del Carlino. Nello stesso periodo erano stati recapitati alla Procura generale di Bologna e alla Procura della Repubblica di Ravenna altrettante buste contenenti le fotocopie degli articoli e un testo anonimo scritto evidentemente da qualcuno che quella realtà, fatta di costanti richieste di denaro da parte di un agente di Polizia penitenziaria, aveva toccato con mano.

Quel verbale di sommarie testimonianze è stato raccolto dal commissario De Bellis proprio nei giorni caldi dell’inchiesta giornalistica. Si ha motivo di ritenere che l’interesse del comandante della Polizia penitenziaria sia stato mosso proprio da uno dei servizi pubblicati, ovvero l’intervista a un ex detenuto che raccontava di richieste di denaro avanzate dall’agente a uno o più detenuti in semilibertà.

Attualmente il pm Stargiotti è impegnato nello studio degli incartamenti che man mano la Polizia penitenziaria gli fa pervenire. Dall’altro pomeriggio, peraltro, l’inchiesta ha preso precisi direzione e impulso a seguito di un summit che si è svolto in Procura e al quale hanno partecipato il Procuratore capo Mescolini, i pm Stefano Stargiotti, Cristina D’Aniello e Roberto Ceroni e il magistrato del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che da lunedì è a Ravenna a capo di uno staff di ispettori inviati dal ministro della Giustizia Angelo Alfano per una ispezione amministrativa in carcere. Ispezione seguita proprio all’inchiesta giornalistica.

Il summit si è reso necessario per coordinare le indagini su due fronti, ovvero da una parte con il Dap e dall’altra fra i magistrati della Procura ravennate: non si deve dimenticare, infatti, che alcuni degli ‘input’ investigativi che tratteggiano lo scenario di corruzione erano già contenuti in notizie di reato pervenute alla Procura nel corso dei mesi estivi: il sequestro di un telefono cellulare in possesso a un detenuto (su cui ora sta indagando il pm D’Aniello), il sequestro di un coltello (l’indagine era affidata al pm Silvia Ziniti), il sequestro di una scatola di tonno (ora dissequestrata dal tribunale del riesame dopo il ricorso presentato dall’avvocato Giuseppe Della Casa) nell’ambito di un’indagine per truffa ai danni della Pubblica amministrazione con tanto di allegati a firma del commissario De Bellis e della direttrice Cirasino in cui invece si ipotizzano ben più foschi scenari ad opera di agenti della Polizia penitenziaria (fascicolo di cui era formalmente titolare il pm Roberto Ceroni), il sequestro di sostanza stupefacente all’interno del carcere (ancora pm Roberto Ceroni). Il fatto è che questi fascicoli erano rimasti catalogati come tanti episodi isolati: la circostanza per cui anche che fossero affidati a magistrati diversi ha impedito la circolazione delle informazioni e così non è stato in tempo avvertito che collante fra tutti poteva ben essere uno scenario corruttivo. Intanto stanno emergendo anche altri fronti che pure potrebbero diventare oggetto di indagine a breve.

Immigrazione: Napolitano; debbono cadere i vecchi pregiudizi

 

La Stampa, 14 novembre 2008

 

"Debbono cadere i vecchi pregiudizi" nei confronti degli immigrati, che sono un "fattore di freschezza e di forza per la nazione". Giorgio Napolitano, lo ha detto ricevendo questa mattina al Quirinale una rappresentanza di donne e di uomini stranieri che hanno da poco ottenuto la cittadinanza italiana. "Occorre un clima di apertura e apprezzamento verso gli stranieri che si fanno italiani - ha detto il Presidente della Repubblica -.

È in un clima sì fatto che possono avere successo le politiche volte a stabilire regole e a rendere possibile non solo la più feconda e pacifica convivenza con gli stranieri ma anche l’accoglimento di un numero crescente di nuovi cittadini". Per diventare italiani però, "è necessaria una piena identificazione con i valori di storia e di lingua", ha ammonito il Presidente, è ed necessaria la condivisione dei "principi giuridici e costituzionali che sono propri della nazione e del nostro stato democratico". Ai nuovi italiani presenti al Quirinale Napolitano ha detto: "ci date voi tutti un vivo messaggio d’amore per la nostra terra per la patria italiana che ormai ci accomuna".

"Apprezzamento" per le parole di Napolitano sono state pronunciate dal card. Renato Raffaele Martino, presidente del pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti. "Gli immigrati non sono un peso per l’Italia. Vengono sicuramente per la loro necessità, ma offrono il loro lavoro e la loro azione".

D’accordo con il Capo dello Stato si è detto anche il presidente della Camera, per il quale: "Sono maturi i tempi per discutere di una nuova legge". Fini si è augurato "che in questa legislatura si dia corso non solo a un dibattito su queste grandi questioni ma anche a una modifica per rendere più attuale" la concessione della cittadinanza agli stranieri. "Se si mette l’accento sulla necessità, per diventare italiani, di riconoscersi pienamente nei valori di fondo della Costituzione e della nostra cultura, non è poi così importante stabilire quanti anni bisogna trascorrere ininterrottamente sul suolo nazionale per diventare cittadini italiani".

Immigrazione: Sacconi; i medici di base segnalino i clandestini

 

Redattore Sociale - Dire, 14 novembre 2008

 

Segnalare chi non è in regola. Lo chiede ai medici di base il ministro del Welfare Maurizio Sacconi che annuncia anche il nuovo provvedimento sui flussi 2008: un provvedimento che arriverà a giorni e che sarà selettivo.

"Occorre governare i flussi in rapporto alle caratteristiche del nostro mercato del lavoro". Lo ha detto il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, intervenuto questa mattina alla presentazione del rapporto su immigrazione e mercato del lavoro del presso la sede del Cnel. "In una stagione come questa – spiega - dobbiamo contenere gli ingressi per non condannare le persone alla disoccupazione. Dall’altro lato, per rendere maggiormente inclusivo il nostro mercato del lavoro soprattutto verso coloro che sono già qui regolarmente e che possono perdere il posto di lavoro dobbiamo fare in modo che non rimangano a lungo in questa condizione".

Sulla questione della proposta del Carroccio di togliere l’assistenza sanitaria agli immigrati irregolari il ministro ritiene che il medico curante deve segnalare se il paziente è un irregolare. "Se è clandestino - conclude il ministro - deve essere segnalato per la sua situazione di clandestinità ed espulso". Il ministro ha parlato anche del prossimo provvedimento flussi e del rapporto con la Lega. "Per quel che riguarda i rapporto fra Lega e Pdl, essi si risolvono nel rapporto tra me e il ministro Maroni. È sempre stato un rapporto di totale condivisione e si traduce a giorni in un provvedimento per i flussi del 2008 che sarà selettivo, di contenimento rispetto agli anni precedenti proprio per le caratteristiche del mercato del lavoro, concentrato essenzialmente sui servizi di cura alla persona, le cosiddette badanti, e sulle alte professionalità che vogliamo rendere più fluide nella possibilità d’ingresso".

Risposta negativa alla proposta del Cnel di allungare il periodo di disoccupazione per il permesso di soggiorno, attualmente di sei mesi. "Importante - dice Sacconi - la forza lavoro immigrata nella misura in cui è regolare, rispetta le regole, i doveri ed è in conseguenza titolare anche di diritti. Ciò che si integra è una componente importante per lo sviluppo economico e sociale, tanto quanto i flussi clandestini sono un pericolo per la coesione e per l’integrazione di coloro che invece hanno fatto la scelta di progetti di vita da realizzare nella regolarità".

Immigrazione: Arci; la Lega, di fatto, nega il diritto alle cure

 

Redattore Sociale - Dire, 14 novembre 2008

 

Con gli emendamenti della Lega che mirano a far pagare le prestazioni sanitarie pubbliche agli immigrati irregolari e obbligano i medici a segnalare i clandestini, "di fatto si nega a degli esseri umani il diritto ad essere curati". È quanto sottolinea Paolo Beni, presidente nazionale dell’Arci, nel corso di una conferenza stampa organizzata dai Radicali e dall’associazione Antigone sul ddl sicurezza bollando il provvedimento del governo "come inutilmente persecutorio verso chi è diverso".

Secondo l’esponente dell’Arci "il ddl, dopo il passaggio in commissione al Senato, è arrivato in aula nettamente peggiorato dimostrando che la maggioranza sta di fatto seguendo la linea della Lega". Con i nuovi emendamenti del Carroccio, poi, "rischia di peggiorare ulteriormente".

Per l’Arci "le orride cose contenute nel provvedimento nascondono in realtà un disegno lucido e preciso di una società in cui i rapporti tra gli individui non sono più basati sui principi di uguaglianza ma sulla legge del più forte che porterà all’affermazione del concetto che ci sono cittadini di serie A e di serie B". Poi aggiunge: "È bene cominciare a chiamare le cose con il loro nome, il governo e la sua maggioranza fanno istigazione all’odio e al razzismo creando allarme sociale".

Per questo, anticipa il presidente Arci, "stiamo ragionando attorno a un tavolo con altre associazioni, tra cui le Acli e la Caritas, per avviare nelle prossime settimane una grande iniziativa culturale di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica per arginare un fenomeno che sta diventando preoccupante".

L’idea che si sta affermando con il pacchetto sicurezza del centrodestra, spiega il presidente nazionale dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella, è che "l’italiano va protetto e lo straniero punito, ma è solo propaganda perché le norme contenute nel ddl sono un mix di razzismo istituzionale e qualunquismo securitario".

Dai radicali eletti nel Pd arriva la promessa di dare battaglia in parlamento contro il ddl sicurezza che, sottolinea Donatella Poretti, è "estremamente vago e generico nei contenuti come dimostra la norma sul registro dei senza fissa dimora che, non spiegando né a cosa servirà né chi lo userà, si riduce a una schedatura e basta".

Marco Perduca denuncia invece "una lista di spauracchi creati ad arte" dal il centrodestra "con la collaborazione del sistema radio-televisivo". Quindi osserva: "Hanno cominciato con il decreto sicurezza, che è già stato approvato in parlamento, facendo credere che il problema prioritario in Italia era la questione rom, poi è arrivato l’allarme extra-comunitari, subito dopo quello sulle prostitute. Invece - conclude - ci sono studi nazionali e internazionali che ci dicono che l’Italia probabilmente è uno dei Paesi più sicuri al mondo".

Immigrazione: per cure a clandestini solo 0,5% di spesa totale

 

La Stampa, 14 novembre 2008

 

Scusate, ma quanto ci costa davvero curare un clandestino? Gli immigrati regolari sono iscritti obbligatoriamente al Servizio sanitario nazionale, ma gli altri, quelli senza un permesso di soggiorno, né un contratto di lavoro regolare? La Lega ha presentato un emendamento al disegno di legge sulla sicurezza perché anche gli irregolari paghino le prestazioni sanitarie. I medici si oppongono perché "le cure ai clandestini hanno un duplice ruolo: risolvono i problemi e prevengono guai più grossi", dicono dalla Simm, la società della medicina delle migrazioni. Gli studiosi dell’Ismu (Istituto di studi sulla multietnicità) confermano: "Si lede l’interesse della collettività -, dicono Nicola Pasini e Armando Pullini -. Ne va della salute pubblica".

Il punto è capire davvero, al di là della battaglia ideologica, quanto costa l’assistenza sanitaria per gli immigrati. Ammettiamo che un immigrato clandestino si senta male. La legge consente che vada al Pronto soccorso, come qualunque cittadino. Dovrebbe essersi infatti munito di un tesserino Stp (straniero temporaneamente presente) che non comporta alcuna segnalazione da parte dell’operatore sanitario alla Polizia giudiziaria, né vale come permesso di soggiorno.

Ma anche senza tesserino, lo straniero irregolare verrà curato lo stesso. Per legge devono essergli garantite le cure ambulatoriali e ospedaliere urgenti o comunque essenziali. Se lo straniero è indigente, e questa condizione è documentata con un’autocertificazione (quasi tutti i clandestini fanno così), gli oneri delle prestazioni ospedaliere sono a carico del Ministero dell’Interno per una quota di sei milioni di euro, e del Fondo Sanitario Nazionale che ogni anno ripartisce tra le regioni poco meno di 31 milioni di euro. Questi soldi servono anche per garantire la tutela dalla gravidanza, dei minori, le vaccinazioni e le profilassi, proprio nella convinzione che la prevenzione serva a creare meno problemi in futuro.

I clandestini, per lo più giovani, ricorrono alle cure meno degli italiani e solo in casi di urgenza. La quota dei ricoveri degli immigrati clandestini non supera l’1% del totale, anche se negli ultimi anni sta crescendo per effetto dell’aumento di irregolari e di donne che restano incinte.

Il 75% dei ricoveri ha il carattere di urgenza, rispetto al 49% dei cittadini italiani. Incominciano tuttavia a emergere problemi di salute solitamente presenti nella popolazione italiana di età più avanzata (ad esempio malattie cardiovascolari, tumori) o tipici dei gruppi appartenenti alle classi socio-economiche più svantaggiate e legati a stili di vita e alimentazione poco sani come l’obesità o l’alcolismo, o a condizioni di povertà come la tubercolosi. Gli interventi sugli indigenti sono stati poco meno di trentamila, con una remunerazione tariffaria media per ricovero più bassa rispetto a quella dei cittadini italiani perché le prestazioni sono meno complesse: la prima causa di ricovero riguarda la gravidanza e i problemi correlati (aborto compreso), con il 55,11% dei ricoveri, seguita da malattie neonatali, traumatologia e malattie infettive.

Quanto si spenda per tutto questo è presto detto: tutti gli interventi, ricalcolati con i Drg di ogni singola regione, costano 55 milioni di euro all’anno: quasi il doppio della quota messa a disposizione dal Fsn. Spetta alle regioni stesse il compito di chiedere il rimborso ai Paesi di provenienza. Per calcolare l’incidenza sul totale si prende in considerazione il parametro utilizzato dalle regioni per il reciproco rimborso dei ricoveri effettuati fuori dalla regione di residenza, la cosiddetta Tue (Tariffa unica convenzionata). Il valore dei ricoveri dei clandestini, a conti fatti, pesa appena lo 0,5% del totale dei ricoveri.

Droghe: Giovanardi; guerra a "smart drugs" è iniziativa utile

 

Redattore Sociale - Dire, 14 novembre 2008

 

"L’operazione ordinata dalla procura di Ferrara di considerare istigazione all’uso delle sostanze stupefacenti la commercializzazione dei semi di cannabis e del materiale per la coltivazione delle piante è un’iniziativa utile e doverosa per contrastare l’opera di proselitismo alle sostanze stupefacenti svolta dagli smart shop e dai loro gestori". È quanto afferma, in una nota, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Tossicodipendenze, Carlo Giovanardi, che ricorda come "rispondendo a varie interpellanze parlamentari avevamo garantito l’intervento del Dipartimento per sollecitare iniziative a fronte di un fenomeno sconcertante che portava addirittura a svolgere questa attività in prossimità di scuole".

Il sottosegretario annuncia inoltre che il 27 novembre "è previsto a palazzo Chigi una riunione operativa con i rappresentanti delle Forze dell’ordine, dell’ex ministero della salute e della Magistratura più direttamente impegnata su questo fronte per fare il punto della situazione e coordinare le ulteriori iniziative per contrastare la diffusione di questi esercizi commerciali e delle sostanze stupefacenti".

Droghe: Radicali; le mafie lucrano e s’insegue il consumatore

 

Redattore Sociale - Dire, 14 novembre 2008

 

"Si sta diffondendo sempre di più il consumo di cocaina, anche attraverso la nuova via africana, in particolare nei Paesi dell’Est europeo, grazie alla enorme penetrazione della criminalità organizzata". Lo afferma Marco Cappato, deputato europeo Radicale, in merito ai dati del rapporto annuale dell’Osservatorio europeo sulle droghe, presentati oggi di fronte alla commissione Libertà pubbliche del Parlamento europeo. "Le reti criminali sono sempre più collegate tra loro- sottolinea- come dimostrano anche le nuove rotte del narcotraffico. Continua inoltre la diffusione dell’Hiv e dell’epatite C, a fronte dell’assenza di serie politiche di riduzione del danno in Paesi come l’Italia, che non a caso sono tra i più intensamente impegnati- aggiunge- in un’assurda e liberticida guerra al consumatore, trattato come un pericoloso criminale mentre i criminali veri fanno profitti. Dove sono stati fatti studi di valutazione dell’eroina controllata e delle cosiddette ‘stanze del bucò, i risultati appaiono positivi".

Conclude Cappato: "Come radicali non possiamo che confermare le nostre proposte di controllo legale di tutte le sostanze e di assistenza medico-sanitaria ai consumatori che ne hanno bisogno. Tra loro non vi sono i milioni di consumatori di cannabis, rispetto ai quali - come è ovvio - anche quest’anno non si registrano morti per overdose di cannabis".

Mondo: mancato rispetto diritti umani con detenuti e immigrati 

 

Vita, 14 novembre 2008

 

Disattesa anche nei Paesi che dicono di averla accolta. A 60 anni dalla sua proclamazione, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo "non viene ancora rispettata" e anche in quei Paesi che dicono averla accolta. Lo ha affermato il cardinale Renato R. Martino, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, illustrando oggi ai giornalisti le commemorazioni che avranno luogo in Vaticano per ricordare il 60° anniversario della Carta.

"Tanti gli articoli che non vengono osservati" ha detto mons. Martino, e ha portato come esempio le condizioni dei detenuti in molte carceri di Paesi da lui visitati. "Nelle prigioni tocco con mano che per i nostri fratelli carcerati la Dichiarazione non è mai esistita. Nel carcere di Dar el Salam, in Tanzania, ho visto 6 persone in un cella che aveva spazio solo per due. Ma questa cella non è lontana da noi. Il rispetto dei diritti dell’uomo nelle prigioni è lungi dall’essere messo in pratica da tutti i governi".

Nonostante venga disattesa, ha puntualizzato Martino, "la Dichiarazione non ha bisogno di essere aggiornata. Essa è l’espressione di una convergenza, raggiunta a fatica, di Paesi con diversa estrazione filosofica e storica". Ogni sfida posta oggi dal multiculturalismo, dalle biotecnologie, dalla crisi economica, dalla globalizzazione può, a detta del porporato, "essere ricondotta ai vari articoli della Carta" che dunque è chiamata ad essere applicata. "È proprio la visione del non rispetto della Dichiarazione che ci spinge a promuoverne il rispetto".

Il card. Martino ha inoltre riferito di un suo recente viaggio in Corea del Sud dove ha incontrato il premier al quale ha chiesto l’abolizione della pena capitale, da dieci anni non applicata, ottenendo assicurazioni che questa proposta verrà discussa in sede istituzionale. Parlando poi anche della Thailandia ha esortato i governi europei a prenderla come esempio nel campo dell’accoglienza dei migranti. "I bambini migranti in questo Paese" ha sottolineato "hanno il diritto di frequentare tutte le scuole".

 

 

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