Rassegna stampa 5 dicembre

 

Giustizia: Censis; il 2008 è stato l'anno delle paure e delle crisi

 

Redattore Sociale - Dire, 5 dicembre 2008

 

La crisi ha lasciato il segno e le piccole e grandi paure (da quella dei rom, alla micro-criminalità, alla povertà per la mancanza o la precarietà di lavoro) si sono moltiplicate. Ma nonostante gli strascichi negativi del 2008 l’Italia è già in marcia (silenziosa) verso una "seconda metamorfosi". È quanto sostiene il Censis nella relazione introduttiva al Rapporto 2008 sulla situazione sociale del paese.

L’anno scorso il Censis aveva definito quella italiana una società "mucillagine" composta da tanti coriandoli che stanno l’uno accanto all’altro, ma non stanno insieme. Un giudizio che resta in parte confermato: "Il contesto sociale - spiega il Censis - è condizionato da una soggettività spinta dei singoli, senza connessioni fra loro e senza tensione a obiettivi e impegni comuni". Un dato visibile "nel primato delle emozioni" che hanno fatto del 2008 l’anno delle paure. Si sono moltiplicate quelle grandi e piccole: i rom, le rapine, la micro-criminalità di strada, gli incidenti provocati da giovani alla guida ubriachi o drogati, il bullismo, il lavoro che manca o è precario, la perdita del potere d’acquisto, la riduzione dei consumi, le rate del mutuo. Sentimenti sfruttati a proprio vantaggio dalla politica, spiega il Censis, "che ha trovato vantaggioso enfatizzare le paure collettive e le promesse di securizzazione" finendo però "per generare una più profonda insicurezza, una ulteriore sensazione di fragilità".

Quanto alla crisi finanziaria internazionale, la "segnatura" c’è stata, sottolinea il Censis, "ed è verosimile attendersi per il prossimo anno ulteriori fasi di flessione". Ma la crisi ha determinato un "salutare allarme collettivo: si tratta ora di vedere se il corpo sociale coglierà la sfida".

Ma "non basta una reazione puramente adattiva: sarebbe deleterio adagiarsi sulla speranza che tutto si risolverà nella dinamica della lunga durata, grazie alle furbizie adattive che ci contraddistinguono da decenni e secoli". Serve, invece, un "adattamento innovativo, vitale". Insomma, il Paese, spiega il Censis, deve puntare a "una seconda metamorfosi che, forse, è già silenziosamente in marcia".

Ma perché la marcia in atto vada nella direzione giusta, serve una combinazione dei "caratteri antichi della società" con i processi che fanno da induttori di cambiamento come "la presenza e il ruolo degli immigrati, il passaggio dall’economia mista pubblico-privata a un insieme oligarchico di soggetti economici (fondazioni, gruppi bancari, utilities)". Mercato largo, economia aperta, policentrismo decisionale sono possibili soluzioni. Ma, per ora, "le classi dirigenti (non solo quella politica) tendono ad automatismi di segno opposto: in poche stanze si possono prendere provvedimenti e iniziative planetarie".

Giustizia: Maroni; i reati calano anche grazie alle nostre norme

 

Redattore Sociale - Dire, 5 dicembre 2008

 

"È un bilancio molto positivo". Così il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, parlando degli effetti del decreto sicurezza a sei mesi dal varo del provvedimento da parte del Consiglio dei ministri, poi approvato dal parlamento. Ospite di "Panorama del giorno" su Canale 5, Maroni spiega: "Proprio ieri assieme all’Abi abbiamo presentato un rapporto sulla criminalità.

Le rapine in banca sono diminuite del 20 per cento e in Piemonte addirittura del 33 per cento; nelle grandi città come Roma, c’è una netta diminuzione dei reati e tutto questo è anche, non solo naturalmente, merito delle norme che abbiamo introdotto. È merito - aggiunge - di una rinnovata attività investigativa della polizia ed è merito anche dei presidi sui territori che abbiamo attuato mandando i militari, aumentando le forze dell’ordine".

Quindi sottolinea: "Presidiare i territori, i centri delle città, vuol dire diminuire il rischio di decine di furti e di scippi. Sono molto soddisfatto del lavoro che è stato fatto dal governo e dal parlamento, intendo continuare in questa direzione, naturalmente". Quanto ai sindaci che chiedono più poteri alla polizia urbana, Maroni dice: "Hanno ragione. Io ho dato più poteri ai sindaci nel pacchetto sicurezza: questo nuovo potere d’intervento attraverso le ordinanze, lo stanno applicando con grande saggezza e molto bene. In parlamento- conclude- è già in discussione la riforma della polizia locale: il coordinamento della polizia con la polizia locale è fondamentale per controllare il territorio".

Giustizia: Maroni; entro 10-12 mesi avremo banca dati del dna

 

Redattore Sociale - Dire, 5 dicembre 2008

 

Entro "10-12 mesi, grazie alla ratifica dell’accordo europeo di Prum, in Italia arriverà la banca dati del dna, e saremo tra i primi paesi ad aver attivato questo tipo di sistema". Lo afferma il ministro dell’Interno Roberto Maroni, intervenendo al Viminale alla presentazione della seconda relazione semestrale sulle persone scomparse. In tal senso, dopo aver ricordato che l’accordo di Prum è uno dei provvedimenti che facevano parte del pacchetto sicurezza e che ora è in discussione al Senato, Maroni sottolinea che il Governo "si impegna ad accelerare la ratifica in Parlamento e che l’accordo potrebbe avere il via libera all’inizio del prossimo anno".

Giustizia: ho visto le prigioni… cari ergastolani, avete ragione!

di Vladimir Luxuria

 

Liberazione, 5 dicembre 2008

 

Il privilegio che più mi manca dopo la mia non rielezione alla Camera non sono certamente i voli gratis, lo stipendio o qualsiasi agevolazione economica. Il privilegio che più mi manca è poter entrare nelle carceri, da parlamentare, in qualsiasi momento della giornata.

Di carceri ne ho visitate tante, da Rebibbia al carcere di Belluno, dal carcere di Pisa a Poggioreale e mi sono sempre documentata sulle condizioni di vita dei detenuti, anche delle detenute transessuali. Il problema del sovraffollamento delle carceri l’ho conosciuto in prima persona e per questo sono stata contenta che, pur sfidando la contrarietà della maggioranza della gente, nella scorsa legislatura abbiamo adottato il provvedimento dell’indulto per alcuni reati, al fine di non far pagare ai detenuti un’altra pena oltre quella da scontare, ovvero vivere in carcere come sardine in scatola.

Anch’io credo che l’ergastolo non sia uno strumento efficace e sia solo un modo per lavarci la coscienza escludendo a vita delle persone dal mondo e non dando loro la possibilità di ricredersi, pentirsi e reinserirsi socialmente. Anch’io non rivendico la libertà per chi uccide e sono favorevole alla certezza della pena (ma anche della colpa!).

Mi dispiace poter affrontare questa questione ormai solo in termini culturali e non politico-legislativi. Mi sento vicina a tutti gli altri ergastolani in lotta, nelle carceri italiane e negli altri paesi. Mi auspico altrettanto che venga introdotto, prima o poi, il reato di tortura in tutto il mondo, per quello che è accaduto… da Guantanamo alla scuola Diaz di Genova.

Giustizia: a proposito di ergastolo… Nino è in cella da 42 anni

di Beppe Battaglia

 

Ristretti Orizzonti, 5 dicembre 2008

 

Ore 10.00 di sabato 29 novembre 2008. La visita al carcere dell’Ucciardone di Palermo da parte del deputato europeo Giusto Catania è iniziata. Io lo accompagno, col direttore ed il comandante del carcere che ci fanno la scorta. Ci conducono nella sezione dove sono detenuti gli ergastolani, come da richiesta di Giusto. È la sezione dove sono detenute le persone sottoposte all’Eiv (Elevato Indice di Vigilanza).

L’intento implicito era quello di solidarizzare con l’iniziativa dello sciopero della fame che gli ergastolani avrebbero iniziato il primo dicembre a livello nazionale per chiedere l’abrogazione dell’ergastolo. Una condanna, quella dell’ergastolo, che a detta di eminenti giuristi mal si concilia con l’art. 27 della nostra Carta Costituzionale nel quale è detto che "le pene devono tendere alla rieducazione del condannato".

Dove "rieducazione" (che sessant’anni fa aveva un senso) stava per recupero/reinserimento mentre l’ergastolo è "fine pena mai" (così è scritto nella cartella giudiziaria del condannato a questa pena), dunque senza recupero, senza reinserimento, senza rieducazione. Mi pare già di sentire mille vocine sapienti che ripetono luoghi comuni destituiti di fondamento, di quelli che vanno tanto di moda: "intanto nessuno lo fa davvero l’ergastolo".

Chi dice questo, ovviamente, non ha la minima cognizione di come stanno le cose. È solo aria rumorosa, spesso collegata con le viscere, qualche volta con l’opportunismo politico, mai col cervello. A costoro io voglio presentare Nino Marano, la seconda cella di fronte alla quale il deputato Giusto Catania si è fermato per interloquire, ad uno ad uno con gli ergastolani presenti all’Ucciardone.

Nino è in carcere da 42 (quarantadue!) anni. Era entrato in carcere, poco più che ventenne, per un piccolo furto. Il resto lo ha fatto tutto la galera. Ora Nino ha sessantasei anni e passa ventidue ore al giorno in una celletta di due metri per tre con una "gelosia" (leggi persiana) alla finestra di fronte alla quale, evidentemente, anche il sole si vergogna! Lui parlava col deputato mentre io lo osservavo: gli occhi umidi, i gesti lenti, il tono pacato; una persona decorosa che non si può non ascoltare per l’alto livello di sensibilità che esprime, per la lunga sofferenza che trasmette e pure per la straordinaria capacità di resistenza che si può indovinare.

Quarantadue anni di prigione, davvero troppi per un uomo solo! È entrato analfabeta (o quasi), ha preso la licenza elementare e poi quella media, poi si è messo a dipingere maturando un talento sempre più riconosciuto… tolto che dal Ministero della Giustizia che gli impedisce di fare uscire i suoi quadri, anche quando si tratta del ritratto (ricavato da una fotografia) della sua nipotina che risiede in Svizzera coi genitori.

Con Giusto ha lamentato questo impedimento, che non comprende e che davvero non comprendiamo neppure noi. Forse è una delle mille forme di mortificazione che può essere scagliata contro una persona in nome di una sicurezza cartacea che delle persone non sa tenere conto. D’altra parte ce lo confermava proprio il direttore del carcere: "se Marano si rivolge al tribunale di sorveglianza per chiedere qualcosa, il tribunale chiede le informazioni su Marano alla polizia di Stato la quale attesta i livelli di pericolosità retrodatati di quarant’anni".

Ed aggiunge: "in verità, io che lo conosco bene perché ho di lui un’osservazione quotidiana, penso che Marano non sia più "pericoloso" e che l’unico pericolo, se dovesse uscire, è per se stesso. Infatti, quando è entrato in galera lui, il mezzo di locomozione al suo paese era il cavallo, ora rischierebbe di essere arrotato dalle macchine!". Come dire… è meglio per lui se resta in galera!

Giusto gli ha promesso che tornerà a trovarlo molto presto e che per quell’occasione vuole un quadro a lui dedicato… io credo che un uomo così non debba più essere lasciato solo e che, come tanti altri, non debba più stare in galera. Credo inoltre che la pena dell’ergastolo, al di là di ogni disquisizione giuridica, sia la più vile sanzione penale a causa dell’ambiguità che la caratterizza. Ha la valenza della pena di morte, dove però il boia si vergogna di se stesso e lascia fare alla natura! A ciascuno la sua scelta: essere complici del boia che si vergogna di sé o decidere di dire basta all’ergastolo. Questo è il momento di farlo. "Non a mio nome" e dunque a nome di un altro popolo voi manterrete questa vergogna!

È davvero difficile non leggere la vendetta che si cela dietro il "fine pena mai". Una vendetta che trova la sua ratifica incontrovertibile di fronte a persone chiuse in galera da trenta/quarant’anni, senza prospettive, senza speranze. La Giustizia, la legalità, hanno bisogno della "misura", altrimenti è regressione verso il "taglione", dove i "conflitti" si risolvevano con scannamenti reciproci, senza la mediazione dello Stato.

La lotta pacifica, civile, democratica che gli ergastolani stanno portando avanti con lo sciopero della fame "a staffetta" e che si protrarrà fino a marzo del prossimo anno, in realtà è una lezione formidabile, un contributo prezioso teso a trovare la "misura" senza la quale lo Stato nega se stesso. "Mai" non è una "misura"!

La visita all’Ucciardone si è conclusa alle 13.15, dopo aver raccolto le lagnanze più immediate, più vere ed autentiche degli ergastolani: le docce malfunzionanti, i riscaldamenti inesistenti, i divieti di tenere sciarpe e berrettini per proteggersi dal freddo, l’impedimento a svolgere qualche attività lavorativa (anche nella forma non remunerata), l’impedimento - è il caso di Nino Marano ma non solo - a mettere in uscita le proprie opere.

Il deputato europeo Giusto Catania si è impegnato a tornare a trovare gli ergastolani in lotta a breve scadenza. Io esprimo qui la mia solidarietà a questa lotta, negli occhi le barriere che impediscono al sole d’infilare lo sguardo dentro quelle celle, nel cuore la speranza di riuscire a convincere i più riottosi che è tempo di dire basta alla tortura dell’ergastolo, basta con la vendetta, basta alla sete di carcere. La giustizia è un’altra cosa!

Giustizia: noi, per chiudere quegli anni, dobbiamo raccontarli!

di Paolo Persichetti

 

Liberazione, 5 dicembre 2008

 

Ma se la dietrologia era fuorviante, il dolore, da solo, non riesce a narrare per intero quegli anni. È possibile uno sforzo ulteriore, un passaggio alla lucidità storica? Non "memoria condivisa", come sostengono alcuni, ma storia aperta, libera, fatta di confronti. Storia con le sue metodologie, dove, per esempio, la dimensione della sofferenza può trovare posto in una indagine sulle mentalità.

Eppure una discussione del genere, qui in Italia, fino ad ora non è sembrata nemmeno pensabile. Questa intervista a Sabina Rossa, la figlia di Guido Rossa, il militante del Pci ucciso nel corso di un’azione realizzata nel 1979 dalla colonna genovese delle Brigate rosse, è un tentativo di infrangere il tabù. Intanto sgomberando il campo da malintesi e inesattezze: quando lo si vuole, un confronto - estraneo alle logiche dell’emenda e del ravvedimento proposto in sede penitenziaria - è possibile tra ex appartenenti alla lotta armata, non dissociati e non pentiti, e familiari delle vittime.

Si tratta di un inizio, anche perché le regole dell’intervista hanno confini angusti. Alcune delle risposte sollecitano obiezioni importanti che richiederebbero una discussione più approfondita. Ci saranno altre occasioni per farlo. Per ora vale sottolineare due fatti: Sabina Rossa è una donna che ha cancellato il rancore dal suo orizzonte culturale e ha avuto il coraggio di incontrare le persone condannate per l’omicidio di suo padre, senza tenere conto dei consueti presupposti legati a comportamenti dettati dalla legislazione premiale. È una innovazione importante. Il suo è un percorso che segue un modello laico di elaborazione del lutto, un tragitto che apre ad una grammatica del confronto e della analisi di quegli anni più feconda.

Tutto ciò introduce una ulteriore conseguenza: lo Stato e la società politica non hanno più alibi e tornano ad esser direttamente chiamati in causa di fronte alle loro responsabilità istituzionali.

 

Nel libro "Spingendo la notte più in là" Mario Calabresi scrive, "la reclusione dei condannati non ci ha mai restituito nulla, non è mai stata una consolazione[…] abbiamo sempre provato fastidio quando ci veniva chiesto di dare o meno il via libera a una scarcerazione o una grazia, perché rifiutiamo questa idea medievale che i parenti di una vittima decidano della sorte di chi è ritenuto colpevole". Parole in netta controtendenza rispetto all’attuale processo di "privatizzazione" della giustizia che vede lo Stato ritrarsi dietro i familiari delle vittime. Sempre più viene chiesto di trasformarvi in giudici dell’esecuzione penale delle persone condannate, quasi che dall’astrazione della civiltà giuridica moderna si stia tornando all’era primitiva della regolazione pregiuridica. Questo percorso a ritroso non rischia di essere una trappola?

L’esigenza di ottenere giustizia non è un fatto privato ma un bene collettivo che tende a ricostruire quell’ideale di comunità, quel sistema di regole che vengono infrante quando è commesso un atto criminoso. Altro è l’interpretazione che le numerose sentenze danno all’accertamento del fondamentale requisito del "sicuro ravvedimento" del condannato (vedi art. 176 cp). Queste interpretazioni chiamano in causa le vittime e i loro familiari poiché al condannato viene richiesto "un fattivo instaurarsi di contatti, quale indice di manifestazione di quelle forme di interessamento per le sorti delle persone offese con l’intendimento di ripararne le conseguenze dannose in relazione al fatto commesso".

Ritengo che questa sia una richiesta assurda. Per i condannati è ovvio il possibile uso strumentale finalizzato unicamente all’ottenimento del beneficio. Per le vittime è una pesante incombenza della quale non hanno certamente bisogno e che spesso va a riaprire ferite non rimarginate. Resta il fatto che questo percorso è ad uso discrezionale dei magistrati del Tribunale di sorveglianza. A volte viene posto come condizione irrinunciabile, in altre non viene affatto valutato, mettendo in essere ingiuste sperequazioni.

Il caso di Vincenzo Guagliardo (ex brigatista in carcere da 32 anni, condannato per l’uccisione di Guido Rossa. Insieme alla moglie, Nadia Ponti, si sono visti rifiutare la liberazione condizionale per non aver mai voluto pubblicizzare l’incontro con Sabina Rossa, ndr), a mio giudizio può rappresentare un esempio emblematico dei limiti di questa normativa, anche perché personalmente ho rispetto di chi, con riservatezza, rimanendo in silenzio, compie un proprio percorso di rieducazione e reinserimento. Tuttavia credo che sarebbe necessario valutare l’opportunità di un intervento legislativo che riconduca a criteri oggettivi la valutazione per la concessione della libertà condizionale.

 

Il carcere "non deve costituire un nostro risarcimento", ha detto in una intervista aggiungendo di essere contraria all’ergastolo. Tra i familiari delle vittime non siete in molti a pensarla in questo modo.

Quella dei familiari delle vittime è una platea molto vasta, fatta di percorsi personali, intimi, nei quali interagiscono molteplici fattori: psicologici, etici, culturali che possono dare quindi risposte diverse, non sempre condivisibili, ma comunque degne del massimo rispetto. Personalmente ogni volta che ho incontrato ex terroristi, anche chi partecipò all’uccisione di mio padre, ho sempre cercato l’uomo che sta dietro il reato, ho sempre voluto, anche se con difficoltà, capire la sua vicenda umana, la sua storia, il perché delle sue scelte.

Ho incontrato uomini, donne, che a tanti anni di distanza erano ben diversi da come li immaginavo. Il tempo inesorabilmente li aveva cambiati e non solo nel fisico, si respirava evidente il peso di scelte che avevano distrutto anche la loro vita. Carnefici ma anche vittime di una tragedia storica, della quale non sono stati gli unici registi e probabilmente gli unici responsabili. Certo, la vittima è per definizione innocente, e questo ruolo non può appartenere a un ex terrorista, ciò non significa che chi ha pagato il conto, chi ha cercato di riabilitarsi, non abbia diritto di reinserirsi pienamente nella società.

 

Non le sembra che nella società attuale si assista ad una generale deriva vittimaria, quella che Zigmunt Bauman ha chiamato "esaltazione narcisistica della sofferenza"?

Proprio non vedo il rischio di una deriva vittimaria e, pensando a Bauman, mi viene più logico il collegamento con il tema della memoria storica quando, nella Lingua materna , afferma: "Non credo che possa esistere qualche processo di pensiero senza esperienze personali". Proprio in questo senso lo scrivere la propria storia, da parte delle vittime, come sta avvenendo di recente, credo significhi e rappresenti un passaggio importante, una volontà di uscire da una dimensione privata del vissuto, del dolore, ed entrare in una dimensione pubblica che manifesta altresì la volontà di partecipare alla trascrizione di questa nostra storia recente.

 

Sfera pubblica vuole dire anche dimensione plurale del racconto. Come si concilia questa esigenza con le polemiche sulla eccessiva esposizione mediatica di alcuni ex appartenenti alla lotta armata (in genere quasi tutti fruitori della legislazione premiale)? Il presidente della Repubblica Napolitano ha addirittura chiesto che non venga loro più concessa la parola.

Il protagonismo di tanti ex terroristi si è manifestato in modo evidente, in una logica della spettacolarizzazione dell’informazione che non ha certo contribuito a scrivere sempre pagine di verità. Detto ciò, personalmente non mi preoccupa il problema di un presenzialismo mediatico degli ex terroristi: semmai mi sconcerta il comodo rimanere in silenzio di molti di essi, l’ambiguità di giudizio su quegli anni e sulle loro responsabilità, il loro sentirsi reduci di una guerra combattuta e persa, perpetuando convinzioni e atteggiamenti che possono avere un ruolo pericoloso nella cultura e nei riferimenti ideologici delle nuove generazioni.

 

Ma aver depoliticizzato le vicende degli anni 70, ricollocandole in una narrazione puramente criminale, non costituisce una offesa alla memoria delle vittime?

Questo Paese non potrà mai cambiare in meglio se non saprà affrontare con il necessario rigore storico quanto è accaduto negli anni Settanta. Cercando di fare verità su una storia che fu politica e non solo criminale, si può sperare di capire cosa successe e come quegli accadimenti abbiano condizionato la vita pubblica italiana. La storia di quegli anni è stata anche una storia di coperture, omissioni e connivenze. Comprendere cosa accadde nella società italiana rappresenta l’unica via per non dimenticare le vittime, tutte le vittime. Vittime del fenomeno brigatista, dello stragismo ma anche vittime della repressione dello Stato, che sono state spesso dimenticate con una logica della memoria che certo non fa onore alla nostra democrazia.

 

Lei si è impegnata molto per l’istituzione della giornata della memoria delle vittime del "terrorismo". Celebrazione che cade ogni 9 maggio, data della uccisione di Moro. Che senso ha ricordare nello stesso giorno vicende del tutto opposte? Non si rischia così di scrivere la storia a colpi di voti parlamentari?

C’è una certa difficoltà a ricordare, specie a destra, che quel tremendo e ancora insoluto e impunito capitolo dello stragismo che ha insanguinato l’Italia è strettamente collegato alla storia degli anni Settanta e alla degenerazione terroristica, il che non significa che la legittimò. Il terrorismo fu barbarie non meno dello stragismo. La data del 9 maggio è stata il risultato di un faticoso percorso atto a fare sì che questa giornata fosse davvero un qualcosa di condiviso da maggioranza e opposizione. Le opzioni erano diverse ma solo attorno a questa data è stato possibile trovare un’intesa tra la quasi totalità delle forze politiche. La giornata della memoria a ricordo di tutte le vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice non poteva certo essere istituzionalizzata con una imposizione di maggioranza.

 

Dopo aver criticato la decisione della Francia di annullare l’estradizione di Marina Petrella è stata ricevuta dal presidente Sarkozy, insieme ad altri familiari delle vittime. Perché ritenete una forma d’impunità la dottrina Mitterrand e invece tacete di fronte all’impunità sancita per legge in favore di collaboratori e dissociati? Solo il padre di Walter Tobagi e la vedova Montinaro hanno preso posizione contro. Perché questa indulgenza di fronte alla ragion di Stato?

La dottrina Mitterrand venne elaborata esaminando fascicoli processuali relativi a latitanti italiani rifugiatisi in Francia, ma non venne mai trasposta in alcun provvedimento avente una qualche efficacia o validità giuridica. Tale prassi veniva giustificata con una pretesa "non conformità" della legislazione italiana agli standard europei. Sarebbe utile ricordare che questo giudizio proveniva da un Paese che aveva abolito la pena di morte solo nel 1981 e la cui ultima esecuzione era avvenuta nel 1977, circa otto anni prima della formulazione della dottrina Mitterrand e che, solo nel 2000, creò una Corte d’assise d’appello sul modello italiano. È interessante ricordare un brano della sentenza del 2004 della corte di Cassazione francese riguardo l’estradizione di Battisti. In un preciso passo si chiarisce definitivamente che un giudice francese non può ergersi a censore della giustizia italiana, ma che soprattutto la procedura italiana è conforme agli standard europei. Sta di fatto che la vera e propria comunità di latitanti che si è formata sulle rive della Senna ha dato origine a una ferita che periodicamente torna a sanguinare. Personalmente vorrei che potesse rimarginarsi, ma non è un caso che i maggiori ostacoli ad una discussione sensata equilibrata e propositiva su questo tema li hanno posti, ad esempio, i difensori più accesi di Battisti. È un fatto che ogni qualvolta Scalzone ha rilasciato un’intervista si sono ridotte le possibilità ed il consenso ad una possibile discussione di provvedimento di indulto per quegli anni. Per quanto riguarda il carattere premiale delle leggi speciali di cui hanno usufruito pentiti e dissociati, è un aspetto che moralmente non mi ha mai entusiasmato anche perché non credo che abbia avuto un ruolo determinante nella sconfitta del terrorismo. È altresì evidente che per molti aspetti queste leggi non hanno certo accelerato il processo di crescita democratica del nostro paese. Ciò detto è opportuno chiedersi se è giusto tenere ancora in carcere chi è entrato con una condanna che la cultura dell’emergenza e le leggi speciali hanno moltiplicato.

 

Una soluzione per le eredità penali della lotta armata potrà esserci solo quando si avrà verità e giustizia. È questa la risposta che viene opposta a chi pone il problema della generazione politica più incarcerata della storia d’Italia. Ma la giustizia penale è stata esercitata: i processi hanno scritto la verità giudiziaria e le condanne, sovraccaricate dalle aggravanti delle leggi d’emergenza, sono state lungamente espiate nelle carceri speciali. Di quale "verità" si sta allora parlando? Quella storica non dovrebbe appartenere solo alla libera ricerca slegata da qualsiasi condizionamento?

Probabilmente le verità storiche potranno essere scritte quando non ci saranno più condizionamenti giuridici, ma è giusto chiedersi se per chiudere un periodo storico tormentato e difficile sia meglio rimuovere o tenere aperte le ferite. Poi arriva sempre una generazione che chiede spiegazioni su quello che è stato. Credo quindi che vada posto un problema di assunzione di responsabilità che non è mai appartenuta a molti degli ex terroristi, per non parlare dei latitanti. È vero anche che forse questa mancata assunzione di responsabilità è imputabile a uomini che poi sono divenuti in parte la nuova classe dirigente italiana. Nella storia del nostro Paese permane la difficoltà di fare i conti con il proprio passato.

 

Nel libro scritto insieme a Giovanni Fasanella, "Guido Rossa, mio padre", rivela che suo padre faceva parte di una cellula riservata messa in piedi dal Pci nelle fabbriche per sorvegliare e scovare i militanti e i fiancheggiatori delle Br. Questa confusione di ruoli che spinse un partito a confondere la lotta politica con l’attività investigativa, sovrapponendosi agli organi preposti dello Stato, non fu un tragico errore? Agendo in questo modo, Pci e sindacato non hanno snaturato il loro ruolo?

Chi fu interprete determinante di scelte terroristiche, chi subì "quell’abbaglio rivoluzionario" e oggi si vuole proporre con onestà intellettuale, non può continuare a manipolare ideologicamente la realtà. Il vero tragico errore fu il terrorismo, non solo perché si lasciò dietro una scia interminabile di sangue innocente ma anche, e storicamente questa è una responsabilità inalienabile, perché è stato un fattore di forte contrasto al processo di sviluppo democratico e sociale del nostro Paese. E di questo, ancora oggi, ne soffriamo le conseguenze. Un approfondimento credibile non può prescindere dall’individuare la complessità e la pericolosità di quegli anni e quanto fossero necessarie e vitali le strutture organizzative di vigilanza e di intelligence che il partito comunista si era dato a difesa di quell’Italia che seppe rendersi interprete di grandi pagine di lotta e partecipazione democratica. Operai, studenti, uomini e donne, semplici cittadini interpreti di quell’Italia democratica che seppe sconfiggere il pericolo golpista, lo stragismo e il terrorismo. Quell’Italia non rispose con la violenza ma vinse con la forza della democrazia e con il contributo determinante del sindacato e dell’allora partito comunista. Non a caso mio padre verrà a conoscenza di informazioni importantissime sui piani eversivi legati al golpe Borghese all’interno dell’Italsider Oscar Senigallia, come probabilmente era riuscito a individuare gran parte della catena di produzione della propaganda brigatista. D’altra parte è nella lettura di queste sue scoperte che si leggono i perché del suo assassinio. Nella ricostruzione del suo omicidio si delinea chiaramente che non fu né un errore, né una scelta individuale di Dura. Fu l’esecuzione di un ordine diverso da quello che era stato dato agli altri membri della colonna genovese. Un ordine dettato da un altro livello dell’organizzazione terroristica.

 

Cosa la spinge e dove ha trovato la forza per incontrare i brigatisti di ieri?

Certamente ciò che mi ha mosso è stato da un lato la ricerca di verità, ma dall’altro il recupero di un confronto mancato a mio padre, quel confronto con l’avversario che fa parte di quelle "leggi non scritte", per le quali esiste sempre un rapporto diretto tra le persone protagoniste di un conflitto, ma nel momento in cui il nemico diviene simbolo, cessa del tutto di essere uomo per cui non è più avvertita l’esigenza del confronto. Un confronto negato, perché si è solo un bersaglio, neanche una vittima, perché non le è riconosciuto tale status. Una vittima, infatti, è per sua natura buona, gli obiettivi negli attentati compiuti dai terroristi venivano scelti perché percepiti come cattivi, quindi, per definizione destinati a perdere e scomparire. Quel confronto mancato che lo stesso Guagliardo ha così stigmatizzato: "Vedi, se tuo padre fosse ancora vivo, se lo avessimo colpito solo alle gambe, io avrei con lui un rapporto alla pari…".

Giustizia: su pene alternative stop della maggioranza ad Alfano

di Desi Bruno (Garante dei diritti dei detenuti di Bologna)

 

Il Domani, 5 dicembre 2008

 

Nei giorni scorsi un progetto di legge presentato nel Consiglio dei Ministri dal Guardasigilli Angelino Alfano si è imbattuto nella ferma opposizione di una parte della maggioranza. Il progetto, tra le altre cose, prevede l’introduzione nel codice penale dell’istituto della sospensione del processo con messa alla prova, la cui origine storica è da rinvenirsi nei sistemi di diritto penale anglo - americani. Tale istituto, mutuato dalla disciplina del processo penale minorile, era già stato previsto, fra le cause di estinzione del reato in caso di esito positivo della prova, nella riforma del codice penale approntata, e non approvata, dalla Commissione Pisapia nella passata legislatura.

Il progetto della Commissione Pisapia prevede che l’esito positivo della messa alla prova produca l’estinzione del reato nei procedimenti relativi a reati puniti con pena diversa da quella detentiva oppure con pena detentiva non superiore nel massimo a tre anni, sola o congiunta con altra pena non detentiva. Ricorrendo tali presupposti il giudice può disporre, con il consenso o su richiesta dell’imputato, la sospensione del processo con messa alla prova, disciplinando modalità di espletamento della prova. Il progetto prevede che non si posso beneficiare dell’istituto per più di due volte. Nel processo penale minorile tale istituto trova già applicazione e i risultati ottenuti sono decisamente soddisfacenti. In questo modo si ha la sottrazione del minorenne dal circuito giudiziario con il suo affidamento ad organi assistenziali e per questa via si contemperano sia l’esigenza di dare una risposta punitiva ad un soggetto che ha commesso un reato, sia l’esigenza di risocializzare, funzionando, in via principale, come offerta di un programma di trattamento individualizzato che possa facilitare il recupero del minorenne. Interviene nel corso del processo comportandone la sospensione allo scopo di consentire al giudice di valutare la personalità del minorenne all’esito della prova. L’adempimento delle prescrizioni imposte dal giudice comporta l’estinzione del reato se la valutazione della prova risulta essere positiva.

La proposta del ministro Alfano prevede che chi, incensurato, sia sottoposto ad un processo penale con l’accusa di aver commesso un reato punito con una pena non superiore, nel massimo, a quattro anni di reclusione, possa chiedere di essere "messo alla prova" con l’obbligo di prestazione di lavoro utile non retribuito per un periodo determinato. Nel caso in cui intervenga tale richiesta il processo può essere sospeso e la "messa in prova" concessa. Si approderà all’estinzione del reato nel caso in cui, durante il periodo stabilito, il soggetto messo alla prova non commetta altri reati e non disattenda gli adempimenti previsti. È previsto che non possa essere chiesta una seconda volta.

La ratio di questa proposta risponde a precise esigenze di deflazione processuale e di accelerazione del processo penale, che già erano state evidenziate dal passato Governo, e la valutazione circa un progetto di legge orientato in questo senso non può che essere di opportunità. Il senso è quello di un’apertura nei confronti delle sanzioni alternative alla detenzione individuando, in controtendenza rispetto al panpenalismo imperante, risposte statuali altre al cospetto della violazione di una norma penale, con un accesso al circuito carcerario che venga a caratterizzarsi sempre più come extrema ratio piuttosto che come unica e privilegiata forma di esecuzione penale.

All’esigenza di sicurezza che proviene, sempre più pressante, dalla società si tende a dare risposte che, invece, paiono andare in una direzione opposta a quella indicata da questo progetto di legge con una pena detentiva che viene considerata, in maniera miope, come indiscriminata e sempre valida soluzione. Certo è che il sistema della pena in Italia necessiterebbe, come da più tempo vanno sostenendo coloro che si occupano di diritto, di un’organica e complessiva riforma, non essendo sufficienti interventi settoriali ed episodici.

Giustizia: Alfano; sistema in crisi, il Pd collabori per soluzione

di Vladimiro Polchi

 

La Repubblica, 5 dicembre 2008

 

È l’implosione dell’ordine giudiziario, che non solo si trasforma in potere, ma pretende anche di non incontrare limiti". Il Guardasigilli, Angelino Alfano, coglie al volo l’occasione. La guerra tra procure gli offre infatti il destro per rilanciare la sua riforma della giustizia: "Mi auguro che questa vicenda faccia aprire gli occhi al Pd e lo induca a votare con noi". E il Pd? Per ora rispedisce al mittente l’invito.

In un’intervista al Foglio, il ministro della Giustizia avverte che "per la responsabilità che la Costituzione mi assegna, non posso non ravvisare l’onta che finisce per coprire l’intero ordine giudiziario". Spostandosi sul versante più prettamente politico, Alfano "si augura che la ferma presa di posizione di Napolitano faccia aprire gli occhi al Pd e lo induca a votare con noi le riforme costituzionali.

Il partito di Veltroni non ha altra strada: o accetta, con noi, il percorso delle riforme liberali o accetta di farsi scrivere il programma da Antonio Di Pietro. Non esiste altra via che quella di una buona riforma della giustizia per segnare un confine certo tra il Pd e il cosiddetto partito dei giudici". Poi, chiude con una frecciata al sindacato dei magistrati: "Mi abbaglia l’imbarazzato silenzio dell’Associazione nazionale dei magistrati. Forse stanno preparando una memoria integrativa all’Onu. Quella presentata a metà novembre contro Berlusconi e contro di me, forse non basta più".

Eppure sullo scontro in corso tra procure, l’Anm era già intervenuta nel pomeriggio: "Oggi siamo sgomenti e preoccupati per quanto sta accadendo. È in gioco la credibilità della funzione giudiziaria", avevano sottolineato il presidente dell’Anm Luca Palamara e il segretario Giuseppe Cascini, chiedendo a "tutti il rigoroso rispetto delle regole". Quanto al Pd, la replica ad Alfano arriva per bocca del ministro ombra della Giustizia, Lanfranco Tenaglia: "Il ministro deve comprendere che il confine tra riformismo e conservatorismo sulla giustizia, è fra coloro che come il Pd ritengono che una buona riforma significhi ridare efficienza al sistema e ridurre i tempi dei processi e coloro che pensano invece all’eterno conflitto fra magistratura e politica.

Per questo abbiamo presentato una piattaforma organica di riforma, che affronta anche la questione del corretto rapporto fra poteri dello Stato, ma per noi la priorità è quella di aver sentenze rapide e certezza della pena". Insomma, "su questi temi il Pd è pronto al confronto. Per ora, però, dal ministro Alfano abbiamo ascoltato solo proclami: di proposte concrete la più importante è stata solo il lodo che porta il suo nome".

Giustizia: sul caso De Magistris è guerra aperta fra magistrati

di Giuseppe Baldessarro e Alberto Custodero

 

La Repubblica, 5 dicembre 2008

 

Scambio di avvisi di garanzia fra giudici di Salerno e quelli di Catanzaro: i primi indagano i secondi e viceversa. È guerra aperta fra magistrati sul caso De Magistris. Ma sul conflitto fra le due procure (quella di Salerno ha perquisito gli uffici giudiziari dei colleghi di Catanzaro che hanno reagito con una controdenuncia per interruzione di pubblico ufficio), è intervenuto il capo dello Stato. Attraverso la segreteria generale, Giorgio Napolitano - che è anche presidente del Consiglio superiore della magistratura - ha chiesto alle due procure in conflitto "notizie" e "ogni atto utile a meglio conoscere una vicenda senza precedenti".

Questa iniziativa del Quirinale, tuttavia, ha registrato la perplessità del presidente emerito della Corte Costituzionale, Antonio Baldassarre, secondo cui, "in passato, non è mai accaduto niente del genere. Il presidente della Repubblica non ha il potere per chiedere atti all’autorità giudiziaria non essendoci alcuna norma costituzionale che lo consenta". "Riserve" sul passo del Colle sono state avanzate anche dal leader dell’Idv.

"Con tale decisione - ha commentato Antonio Di Pietro - si rischia la criminalizzazione preventiva e preconcetta dell’attività di indagine che sta svolgendo la procura di Salerno nei confronti dei colleghi magistrati calabresi e di atti di indagine coperti da segreto istruttorio". A favore della richiesta di "notizie" da parte di Napolitano s’è invece espresso il leader del Pd, Walter Veltroni, secondo il quale il presidente della Repubblica ha agito "al fine di garantire, com’è nei suoi compiti istituzionali, il regolare funzionamento dell’attività giudiziaria oggi messo in forse".

Ma lo scontro fra procure (il procuratore di Catanzaro definisce la perquisizione del suo ufficio ordinata dai colleghi salernitani addirittura "un atto eversivo"), ha provocato anche un terremoto al Csm per le notizie relative a una telefonata che il vicepresidente Nicola Mancino avrebbe fatto al principale indagato dell’inchiesta Why Not di De Magistris, Antonio Saladino.

Immediata la replica di Mancino: "Quella telefonata fatta nel 2001, quando non ero più presidente del Senato, e De Magistris non era ancora a Catanzaro - ha detto con amarezza - non l’ho fatta io, ma un mio collaboratore che in quel periodo intratteneva rapporti personali con Antonio Saladino, con il quale condivideva la militanza in Comunione e Liberazione e nella Compagnia delle Opere".

"Non vorrei - ha detto ancora il vicepresidente del Csm - che su di me ci fosse l’ombra del sospetto: se un’eventualità del genere dovesse accadere, o se una campagna di stampa dovesse incidere sulla mia autonomia, non esiterei ad andarmene, togliendo l’incomodo". A Nicola Mancino è arrivata il sostegno assoluto del plenum del Csm.

"Gli attacchi al vicepresidente - ha dichiarato il togato di Magistratura democratica, Livio Pepino - mira a colpire tutti noi. Bisogna avere grande rigore e trasparenza con una risposta dura che ci porta a non farci intimidire". Solidarietà bipartisan a Mancino anche dal mondo politico, dall’opposizione dallo stesso Di Pietro, e dalla maggioranza dal capogruppo in Commissione Giustizia alla Camera Enrico Costa.

Giustizia: se lo Stato di diritto è diventato una lotta tra bande

di Giuseppe D’Avanzo

 

La Repubblica, 5 dicembre 2008

 

Si può immaginare che Silvio Berlusconi se la goda come mai se l’è goduta negli ultimi quattordici anni di conflitto frontale con la magistratura. Mai Berlusconi e con Berlusconi tutti coloro che hanno in odio il controllo giurisdizionale hanno avuto un giorno di così vittoriosa, piena, gratificante gioia come questo giovedì 4 dicembre 2008. È una data da annotarsi perché sotto questa luna la magistratura, come ordine (potere) dello Stato, autonomo e indipendente da qualsiasi altro potere, raggiunge il punto più basso del suo prestigio istituzionale; livelli infimi di attendibilità, di rispetto di se stessa, di ossequio alle regole.

Si infligge da sola, come in preda a una follia autodistruttiva, un’umiliazione che lascerà tracce durevoli. Coinvolge nella mischia, ingaggiata irresponsabilmente da due procure (Salerno, Catanzaro) anche il capo dello Stato. Giorgio Napolitano chiede notizie e, se non segreti, atti dell’inchiesta che i due uffici, come bambini prepotenti e irresponsabili, si sequestrano e contro sequestrano accusandosi reciprocamente di reato.

Non c’è nessuno che si salva in questa storia, da qualsiasi parte si guardi. La procura di Salerno indaga, su denuncia di Luigi De Magistris, sugli ostacoli che hanno impedito al magistrato di concludere le inchieste Why Not e Poseidone. Mette sotto accusa i procuratori di Catanzaro; il procuratore generale della Cassazione che ha promosso il provvedimento disciplinare contro De Magistris; il sostituto procuratore generale che ha sostenuto l’accusa al palazzo dei Marescialli; il vicepresidente del consiglio superiore e, nei fatti, l’intero Consiglio. Con un decreto di perquisizione di 1.700 pagine (1.700!) porta via da Catanzaro i fascicoli delle inchieste ancora in corso. La procura di Catanzaro replica che l’iniziativa è "un atto eversivo".

Mette sott’inchiesta, a sua volta, le toghe di Salerno per abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio e si riprende i fascicoli. Il presidente della Repubblica, dinanzi all’inerzia di una procura generale della Cassazione, si muove. Con un’iniziativa senza precedenti e, secondo alcuni addetti impropria, chiede a Salerno notizie utili sull’inchiesta (contro Catanzaro) e più tardi lo stesso fa con Catanzaro (contro Salerno).

Ci sarà tempo e modo per affrontare nel merito il groviglio di questioni sollecitate da questo pasticcio. In queste ore di sconcerto, è forse utile ricordare che le inchieste di De Magistris, un generoso magistrato lasciato colpevolmente isolato in un opaco ufficio giudiziario, sono state valutate nel tempo da un giudice per le indagini preliminari, da un tribunale del riesame, dalla Corte di Cassazione.

Sempre De Magistris ha avuto torto. Circostanza sufficiente per concludere, come in passato, che le sue inchieste sono eccellenti e attendibili ricostruzioni "giornalistiche" di un sistema di potere, ma un fragile quadro penale. Per di più, messo insieme con mosse "abnormi". O per lo meno giudicate tali, e censurate, dal procuratore generale della Cassazione, dal plenum del Csm, dalla Corte di Cassazione (respinge il ricorso di De Magistris).

È una sequela di giudizi inequivocabili che la procura di Salerno cancella con un colpo di spugna come se fosse dinanzi al più gigantesco dei complotti. Senza attardarsi a dirci, finalmente, se le inchieste di De Magistris sono fondate o deboli (e magari dandosi da fare per rafforzarle, se incompiute), Salerno fa leva sulle accuse di De Magistris per partire lancia in resta contro Catanzaro con un decreto di perquisizione di 1.700 pagine.

Ora un cittadino qualsiasi pensa che il magistrato che firma un decreto come quello, alto due spanne, di migliaia di pagine, non vuole chiudere davvero l’inchiesta. Pretende solo che si sappia di quali ingredienti, ancora tutti da accertare, sia fatta l’inchiesta. Vuole un’eco pubblica ingrassata dalle suggestioni e non da fatti accertati e documentati.

Chiede soltanto pubblicità e, al di fuori del processo, prima di un processo, una condanna pubblica per i coinvolti, quale che sia il loro coinvolgimento. Deve essere questo che consiglia a Salerno di sequestrare le carte e non di chiedere, più utilmente e pacificamente, una copia degli atti. Catanzaro, dal suo canto, non è da meno. Avrebbe potuto rivolgersi alla procura generale della Cassazione (il più alto livello della funzione requirente) e sollevare un conflitto di competenza. Preferisce lo scontro aperto. Per sedarlo interviene Napolitano.

Sono ore di smarrimento per chi ha fiducia nella funzione giudiziaria. Un ufficio essenziale dello Stato di diritto pare affidato a bande che si fanno la guerra in modo così estremo e furioso da coinvolgere anche l’arbitro. Del tutto irresponsabilmente, stracciano ogni apparenza di decoro, di leale collaborazione istituzionale, ogni traccia di rispetto delle regole e delle sentenze già scritte.

Un cittadino non può che pensare che la sua libertà personale, i suoi beni, la sua reputazione sono affidati a una consorteria scriteriata e incosciente. Non può che prendere atto che il "potere diffuso" della giurisdizione è fallito come si è rivelato una rovina la gerarchizzazione degli uffici. Non può che concludere che la magistratura (per l’imprudenza o l’arroganza di pochi) appare non consapevole che autonomia e indipendenza si declinano con responsabilità o si perdono per sempre. Mentre Berlusconi si starà stropicciando le mani dalla soddisfazione, e il ministro Alfano si fa subito avanti con una proposta di riforma bipartisan, quel cittadino dovrà chiedersi se ora prevarrà almeno il buon senso prima che nei palazzi di giustizia appaia il cartello di "chiuso per fallimento".

Giustizia: da Napolitano intervento a difesa della giurisdizione

di Donatella Stasio

 

Il Sole 24 Ore, 5 dicembre 2008

 

Che sia un caso "senza precedenti" lo ha scritto il Segretario generale del Quirinale, Donato Marra, nella lettera al Procuratore generale presso la Corte d’appello di Salerno. E "senza precedenti" è anche l’iniziativa di Giorgio Napolitano, che per ben due volte, ieri, è intervenuto nella guerra tra Procure non in veste di Presidente del Csm, ma come Presidente della Repubblica, garante del buon funzionamento della giurisdizione e della sua "indefettibilità" sancita dalla Corte costituzionale.

Il sequestro dell’inchiesta Why Not da parte dei magistrati salernitani è un caso "con gravi implicazioni istituzionali" e la successiva reazione dei magistrati di Catanzaro, che hanno sequestrato gli atti sequestrati e iscritto nel registro degli indagati i colleghi di Salerno, conferma che è in atto un "aperto, aspro contrasto tra Uffici giudiziari". Il Capo dello Stato è "gravemente preoccupato" per il rischio, più che concreto, che il processo resti paralizzato sine die.

L’iniziativa di Napolitano ha suscitato qualche perplessità, alle quali ha dato voce Antonio Di Pietro, perché le informazioni chieste alle Procure di Salerno e di Catanzaro riguardano atti di indagine coperti dal segreto istruttorio. Per la verità, Napolitano ha chiesto "notizie" e, solo "ove possibile", gli atti dell’inchiesta, ben consapevole di muoversi su un terreno minato, nel rispetto delle specifiche iniziative di competenza dei vertici della magistratura.

Il punto è che, già con il sequestro disposto dalla Procura di Salerno, gli atti di indagine rischiano di diventare pubblici prima del tempo. E questa è una delle tante anomalie di una vicenda che "ha mandato in tilt" il sistema giurisdizionale, spiegano al Colle. Si è verificato un corto circuito istituzionale per cui un processo è stato, di fatto, bloccato. Bisogna uscire dall’impasse.

La vicenda, oltre che inquietante, è diventata surreale e grottesca. Salerno indaga sulle toghe di Catanzaro e sequestra l’inchiesta Why Not (nessuna delle due Procure può proseguire le indagini); Catanzaro sequestra gli atti sequestrati e indaga sui colleghi salernitani; per motivi di competenza, l’inchiesta dovrebbe finire a Napoli dove, però, c’è Luigi De Magistris, parte offesa nel procedimento aperto a Salerno, per cui gli atti potrebbero dirigersi nella capitale... Ma se in questo bailamme ci fossero dei detenuti, che fine farebbero? A chi dovrebbero rivolgersi? Possibile che non ci fossero altri strumenti per acquisire le carte? È vero o no che Salerno aveva chiesto copia degli atti a Catanzaro e la risposta è stata negativa perché erano coperti da segreto? Oppure il rifiuto non stava in piedi?

A Napolitano non interessa il merito, se cioè l’indagine Why Not, aperta e poi sottratta a Luigi De Magistris sia giusta o sbagliata o se, come ipotizzava qualcuno al Csm, siamo di fronte a un caso di "cannibalismo giudiziario". Il Capo dello Stato vuole capire se il sequestro era davvero l’unica via d’uscita o se, invece, esistono rimedi endo-processuali per evitare la paralisi dell’inchiesta e per consentirne lo sblocco. Altrimenti bisognerà creare una norma di chiusura che consenta al sistema di funzionare.

Dunque, Napolitano si muove su un piano totalmente diverso da quello del Csm (che ha già aperto una pratica) e del ministro della Giustizia Angelino Alfano (che ha inviato gli ispettori a Salerno). Glielo impone la Costituzione, in quanto garante del buon funzionamento delle istituzioni.

Giustizia: Alfano; sul caso Santapaola jr. presto una soluzione

 

Apcom, 5 dicembre 2008

 

"Sono convinto che la Sicilia stia vivendo un tempo virtuoso di unità antimafia, che non è il caso di turbare. Per questo, un po’ mi spiace il comunicato del senatore Lumia. Ma tant’è". Inizia così la replica del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, alle dichiarazioni del senatore Lumia sulla vicenda del ricovero del boss Vincenzo Santapaola. "Il mio ruolo - spiega il guardasigilli - mi suggerisce una linea di riservatezza che, a seguito delle dichiarazioni improvvide del senatore Lumia, ritengo necessario infrangere".

"In merito, mi urge specificare che il Dap, da subito, aveva espresso contrarietà rispetto alla sede individuata per l’operazione a cui deve sottoporsi il boss Vincenzo Santapaola, ovvero l’ospedale di Catania, Vittorio Emanuele, sito in una zona della città ad alto rischio mafioso, e che solo dopo una esplicita indicazione dei nostri uffici la scelta è ricaduta sull’ospedale milanese San Paolo, dove ci siamo occupati di trovare immediatamente il posto, onde evitare ogni possibile contatto con la realtà criminale di appartenenza".

"Inoltre - prosegue Alfano - per quanto riguarda il provvedimento del Gip, anche questo è venuto meno e è stato sostituito proprio ieri con un piantonamento presso la struttura ospedaliera all’interno della quale il boss trascorrerà il periodo di convalescenza necessario. Questo, quindi, grazie alla collaborazione resa allo stesso Gip dalla Direzione Generale Detenuti del Dap che, rappresentando l’inopportunità degli arresti domiciliari, ha procurato tempestivamente il posto letto, garantendo i presidi di sicurezza previsti dall’art. 11 dell’Ordinamento penitenziario".

"Tutta la vicenda - conclude il ministro Alfano - come risulta dall’evidenza dei fatti, si è svolta in un clima di collaborazione tra il ministero e gli uffici giudiziari che hanno recepito i nostri suggerimenti, senza per questo rinunciare alle proprie prerogative. Ricordo, comunque, al senatore Lumia che non spetta al ministro verificare se la decisione del Gip è regolare. Da ciò, sorge spontanea una domanda: ma non è forse lo stesso Lumia che ha evocato, in più circostanze, l’indipendenza e l’autonomia della magistratura? Occorre coerenza".

Giustizia: il pensiero di Rutelli; è reazionario e un po’ razzista

di Giulia Pandolfi

 

www.linkontro.info, 5 dicembre 2008

 

Francesco Rutelli ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera per sostenere che i figli dei rom vadano tolti ai genitori qualora indotti a mendicare. Un paio di osservazioni: 1) la Cassazione giusto una settimana fa ha sancito che di fronte a radicate tradizioni culturali non si possa parlare di riduzione in schiavitù; 2) sessant’anni fa molti dei nostri genitori iniziavano a lavorare a cinque anni per portare i soldi in famiglia; quando l’Italia ha avuto il boom economico la vita dura dei bambini è cambiata.

I rom e i loro figli sono i protagonisti del neo-realismo italiano del terzo millennio. Francesco Rutelli, così come un pezzo significativo del mondo democratico, è oramai sopraffatto dal pensiero dell’ovvio. Laddove l’ovvio coincide sia con il banale che con il reazionario. Vi immaginate se nel secondo dopoguerra democristiani e comunisti insieme avessero deciso di togliere i figli ai padri in quanto li mandavano a lavorare? Oggi avremmo un’altra Italia, divisa in caste e fondata sul censo. La proposta di Rutelli, lui lo negherà, è una proposta razzista. Non perché voglia segregare i nomadi, ma perché crede che i cattivi costumi di quella razza vadano spezzati con la forza nel nome di un’altra razza, quella occidentale.

Giustizia: l'Asl di Teramo applica riforma Sanità Penitenziaria

 

Lettera alla Redazione, 5 dicembre 2008

 

In riferimento alla lettera alla redazione del presidente dell’Amapi pubblicata il 03.12.2008 in cui si elencano Regioni serie e responsabili ed altre no in merito all’applicazione del Dpcm 1 aprile 2008, è doveroso informare la gentile e attenta redazione di Ristretti Orizzonti che la Asl di Teramo, ottemperando alle disposizioni regionali emanate con delibera di giunta del giugno 2008, ha regolarmente liquidato le competenze retributive al personale con modalità differenziate secondo del tipo di rapporto transitato.

 

Massimo Forlini

Responsabile Uo Medicina Penitenziaria Asl di Teramo

Giustizia: programma di solarizzazione negli istituti penitenziari

di Silvia Milana

 

www.rinnovabili.it, 5 dicembre 2008

 

Si chiama "Programma Nazionale di Solarizzazione degli istituti Penitenziari" ed è un articolato progetto basato su tre ambiziosi obiettivi: risparmio energetico, risparmio economico e, specialmente, il recupero sociale dei detenuti.

Il "Programma nazionale di solarizzazione degli Istituti Penitenziari" nasce nel Novembre 2001 con la collaborazione tra il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (Mattm) e il Ministero della Giustizia - Dipartimento Amministrazione Penitenziaria (Dap) al fine di migliorare la qualità energetico-ambientale delle strutture di detenzione italiane tramite l’installazione di 5.000 m2 di collettori solari termici in 5 anni. Il primo progetto pilota è stato realizzato nel luglio 2002 presso la Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso; negli anni successivi, oltre alle finalità previste nel 2001, si è lavorato per produrre e fornire gli strumenti utili a formare e a rendere quanto più possibile autonome le Direzioni e gli Uffici Tecnici dei Penitenziari rispetto all’iter progettuale, all’istallazione e alla gestione di nuovi impianti solari.

Si è intrapresa quindi un’azione di trasferimento del know-how tramite l’elaborazione di documenti guida, quali le "Linee guida per la realizzazione di impianti solari termici a regola d’arte rivolti agli Istituti Penitenziari", e le "Linee guida alla formazione dei detenuti"; documenti redatti e pubblicati sulla base della esperienza di più istituti.

Ad oggi si può dire che è consolidata la realizzazione e la successiva manutenzione degli impianti operata in collaborazione con i detenuti, previo corso di formazione, con rilascio da parte della Regione dell’attestato di qualifica professionale di "Operatore nell’Installazione e Manutenzione di Impianti Solari Termici". Tale attestato è rilasciato, dopo il superamento dell’esame finale, ai detenuti che abbiano partecipato al corso teorico e svolto l’attività di stage che avviene contestualmente alla realizzazione dell’impianto solare termico che servirà il penitenziario stesso.

Nel corso del 2005 e 2007, a seguito delle attività svolte dal gruppo di coordinamento Mattm-Dap-Cirps che ha lavorato per selezionare gli istituti detentivi da inserire nel programma, si è prima giunti alla stesura di una lista di venticinque istituti, ed infine a quella definitiva di quindici penitenziari.

La lista definitiva degli istituti che partecipano al programma è sancita da un decreto direttoriale del Ministero dell’Ambiente Direzione Generale Salvaguardia Ambientale: C.C. Torino; C.C. Firenze; C.R. Rebibbia-Roma; N.C. Rebibbia-Roma; C.C. Velletri; C.C. Viterbo; C.C. Perugia; C.C. Terni; C.R. Spoleto; C.C. Secondigliano; C.C. Benevento; C.C. Lecce N.C; C.C. Taranto; C.C. Laureana di Borrello; C.C. Caltagirone.

I benefici attesi sono di varia natura, sia in ambito energetico che sociale che economico; infatti, oltre alla riduzione dell’impiego di combustibili fossili per la produzione di calore, e alla conseguente riduzione di emissioni, si punta alla riabilitazione dei detenuti fornendo loro delle competenze e un titolo spendibile facilmente nel momento in cui dovranno reinserirsi nella società. Ultimo, ma non meno importante, la possibilità di ridurre i costi per la produzione di calore all’interno delle strutture selezionate.

Nel Maggio scorso si è dato il via alle attività presso la Casa Circondariale di Laureana di Borrello; essendo questa caratterizzata da dimensioni particolarmente modeste, oltre alla costruzione dell’impianto solare termico (di 40 metri quadri di superficie captante), è stata formalizzata una proposta per la realizzazione di un impianto fotovoltaico da 10 kwp, accolta con favore dagli organi competenti. Nello stesso mese è stata avviata la progettazione preliminare presso la Casa Circondariale di Torino dove, al momento, è in fase conclusiva l’assegnazione della gara d’appalto per la fornitura del materiale, per la quale è pervenuta una sola proposta valida.

Presso la Casa Circondariale di Velletri, dove si sta concludendo l’attività di progettazione preliminare, si sta svolgendo il corso di "Operatore nell’Installazione e Manutenzione di Impianti Solari Termici" che ha destato grande entusiasmo nei detenuti, i quali partecipano in maniera assidua e produttiva alle lezioni.

Nella Casa di Reclusione di Rebibbia, concluse progettazione, assegnazione e iter di firma del contratto, si sta concludendo l’istallazione, che impiegherà altre due o tre settimane per essere considerata opera definitiva. Si va quindi a concludere anche la parte di stage relativa al corso di "Operatore nell’installazione e manutenzione di impianti solari termici", che avviene contestualmente alla realizzazione dell’impianto. Durante la realizzazione è stato girato un documentario tecnico che sarà presentato in occasione dell’inaugurazione dell’impianto stesso. I detenuti hanno partecipato attivamente a tutte le fasi, dalle lezioni teoriche all’installazione.

Presso la Casa Circondariale di Viterbo si è concluso l’Auditing Energetico e la Progettazione preliminare; sono stati quindi inviati il Capitolato Prestazionale e la Relazione Tecnica ed è stato pubblicato il Bando. La gara è stata aperta e si attende la scelta della commissione per la proposta migliore.

Si è dato inoltre il via alle attività presso la Casa Circondariale di Firenze, dove è in corso l’attività di Auditing Energetico, i dati relativi ai consumi sono pervenuti da pochi giorni; al momento, quindi, è in corso la verifica di tali dati e si sta, parallelamente, procedendo all’attività di Progettazione preliminare.

Presso la Casa Circondariale di Terni è stata portata a termine la realizzazione dell’impianto e il collaudo dello stesso, l’impianto solare è funzionante. Si procederà, dunque, all’analisi dei dati nei prossimi mesi.

Al momento si sta valutando la possibilità di installare un secondo impianto solare termico presso la Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso. I possibili edifici detentivi beneficiari dell’installazione dell’impianto sono lo stellare G12 o l’edificio G8, la cucina dei Detenuti, la direzione è favorevole, gli unici problemi consistono nella individuazione delle superfici calpestabili idonee alla realizzazione. Interessante è stata l’ipotesi di installare un impianto sulla copertura delle cucine , attualmente in fase di ampliamento, per le applicazioni ove occorre l’alta temperatura; È in corso lo studio di fattibilità per la realizzazione di un impianto sperimentale a concentrazione con CPC (Compound Parabolic Concentrator).

Bologna: Dozza sta scoppiando, intervengano i parlamentari

 

Il Resto del Carlino, 5 dicembre 2008

 

È la richiesta del neo-direttore del carcere bolognese che ospita oltre 1.000 detenuti, più del doppio rispetto ai 483 posti disponibili.

"La situazione della Dozza è insostenibile e la prossima settimana porrò formalmente la questione in tutte le sedi istituzionali, a partire dai parlamentari eletti a Bologna". Si presenta così il neodirettore del carcere bolognese Gianluca Candiano, alla guida dell’istituto di pena da venti giorni con un incarico "per ora a termine - spiega - ma mi aspetto di essere confermato". La situazione della Casa circondariale è ormai "di ordinaria emergenza", per usare le parole di Desi Bruno, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Bologna.

La Dozza ospita attualmente 1.080 persone, più del doppio rispetto ai 483 posti disponibili, ha 200 agenti di polizia penitenziaria in meno rispetto a quelli che sarebbero necessari, solo 4 educatori e 2 mediatori culturali. "Questi numeri sono fallimentari - aggiunge il direttore, intervenendo alla conferenza stampa di presentazione dello spettacolo Cantico degli Yahoo, che i detenuti porteranno al teatro Arena del Sole - c’è un ritardo decennale, ed è il momento di prendere decisioni al riguardo". Già dalla prossima settimana Candiano chiederà incontri con tutti i rappresentanti istituzionali, da quelli locali ai deputati eletti a Bologna.

Il cambio della direzione alla guida della Dozza è accolto con favore dall’avvocato Desi Bruno, che ha più volte denunciato il sovraffollamento del carcere bolognese: "L’arrivo di Candiano è salutato con affetto e speranza: abbiamo bisogno di qualcuno che abbia voglia di rimanere e di impegnarsi". Una critica non troppo velata nei confronti dell’ex direttore Filippo Di Gregorio, che a inizio 2008 aveva a sua volta sostituito Manuela Ceresani, da cinque anni alla guida del carcere. "Diciamo che negli ultimi mesi c’è stato un periodo di estremo rigore- precisa la Garante- sicuramente il nuovo direttore inizia in modo diverso".

Per il dottor Candiano, in questi anni direttore del carcere di Reggio Emilia, si tratta comunque di un ritorno a casa: fino al 2003 era stato infatti vicedirettore della Casa circondariale bolognese.

Iglesias: sovraffollamento al 200%; il carcere non ce la fa più

di Erminio Ariu

 

La Nuova Sardegna, 5 dicembre 2008

 

Dietro le sbarre un inferno nonostante la carica umana e professionale che l’amministrazione penitenziaria, ai vari livelli, riserva ai reclusi stivati nelle celle fino all’inverosimile. È il quadro prospettato, ieri mattina, dal presidente della commissione regionale per i diritti civili, Paolo Pisu, dalla segretaria cittadina di Rc, da Marco Loi consigliere comunale di Carbonia, dal direttore del carcere, Giovanni Monteverdi e da Giuseppina Pani, educatrice, al termine di una visita ai 114 ospiti del carcere di Iglesias.

Celle stracolme: gente giovane con qualche peccato alle spalle mandate in Sardegna da Milano, Brescia e Roma per scontare pene di media durata. La struttura carceraria costruita per ospitare, in condizioni umane 60 reclusi, oggi, nel registro delle presenze, se ne contano quasi il doppio. "Una situazione preoccupante - ha esordito Paolo Pisu - perché Iglesias oggi è un carcere coloniale dove i due terzi dei reclusi vengono dal Nord Italia e la maggior parte sono giovani extracomunitari. I mali di questa struttura di detenzione nascono dal sovraffollamento e di conseguenza dalla carenza di organico.

Per 60 detenuti dovrebbero esserci 54 operatori invece in presenza del doppio dei carcerati c’è lo steso numero di operatori. Le conseguenze sono evidenti: turni di lavoro massacranti, stress, mancata assegnazione delle ferie annuali e persino difficoltà a promuovere programmi di recupero. Questo è nato come carcere mandamentale e tale doveva restare invece viene caricato di detenuti che non possono partecipare a corsi di formazione e di reinserimento sociale". Il mondo carcerario visto da fuori appare accettabile.

"Invece - ha ammesso Pierina Chessa - una visita ai detenuti propone una serie di riflessioni che non posso commentare. È la prima volta che ho avuto l’opportunità di visitare un carcere e credo che occorra che le autorità politiche riflettano sulla situazione dietro le sbarre". Anche il direttore Giovanni Monteverdi non riesce a nascondere le criticità di una struttura che scoppia. "Indubbiamente - ha sottolineato Giovanni Monteverdi - non è facile superare le difficoltà create dal sovraffollamento e la carenza di organico si riverbera poi sugli agenti e su tutto il personale.

Anche la presenza di molti extracomunitari appesantisce la situazione soprattutto perché gli stranieri non possono disporre di permessi o riconoscimenti vari. Cerchiamo di impegnarli in varie attività e l’amministrazione penitenziaria ha acquistato recentemente 10 computer per avviare un corso di informatica". Quello che manca però è il lavoro e la formazione professionale.

"La nota dolente - ha ammesso il direttore - è proprio questa: per avviare corsi professionali occorre che la pena da scontare sia medio-lunga altrimenti si rischia di interrompere l’impegno perché il beneficiario abbandona il carcere per aver scontato la pena e per essere stato destinato ad altro carcere. Una mano arriva anche dalle volontarie che cercano di attenuare i disagi ai carcerati con varie iniziative".

Le rigide regole della cella in molti casi vengono superate con la speranza di uscire dal carcere per affrontare la vita in modo diverso. "Ma se manca il lavoro - ha spiegato Marco Loi - questo non è possibile. Occorre investire nella formazione professionale altrimenti appena questo i giovani mettono i piedi fuori dal carcere sono costretti a delinquere perché non dispongono di un lavoro".

Un’esigenza questa riconosciuta anche da Giuseppina Pani educatrice. "Il problema è il turnover - ha ammesso l’educatrice. - È possibile organizzare corsi vari ma occorre la certezza che gli allievi possano frequentarli. Lavorando serenamente si possono scoprire talenti nascosti e recuperare tanti giovani che hanno sbagliato".

Cagliari: Caligaris; detenuto di 260 kg trasferito dalla Sardegna

 

Ansa, 5 dicembre 2008

 

"In gran segreto, con una traduzione speciale via mare sulla nave traghetto Cagliari-Napoli, il detenuto in attesa di giudizio Armando Della Pia, obeso di 260 chilogrammi per un’altezza di 175 centimetri, seriamente ammalato, sposato e padre di un bimbo di 4 anni, è stato trasferito con un’ambulanza nel centro diagnostico e terapeutico della Casa Circondariale di Bari. È stato così posto fine a un periodo di sofferenze aggiuntive per un cittadino ristretto che, secondo i medici del centro clinico, non poteva essere adeguatamente assistito e curato a Buoncammino". Ne dà notizia la consigliera regionale socialista Maria Grazia Caligaris (Ps), componente della Commissione "Diritti Civili", che le scorse settimane aveva denunciato la grave condizione di Della Pia.

Roma: quelli della coop Sinnos, dal carcere ai libri per bambini

di Tonino Bucci

 

Il Messaggero, 5 dicembre 2008

 

Alla Fiera dei piccoli editori c’è, fra le altre novità in vetrina, un libro di narrativa per ragazzi che si intitola Sopra il cielo di San Basilio. Il protagonista si chiama Marko. Il suo nome si scrive con la "kappa" perché viene dalla Bosnia. Vive in un quartiere della periferia romana, quello di San Basilio per l’appunto. In classe l’appello della mattina assomiglia a un viaggio sul mappamondo: Avicevic, Balzelli, Chung, Codreanu, Fasol, Okogie... Non che tutti vadano d’amore e d’accordo. I litigi non mancano e la convivenza è difficile. Però tutto si può risolvere con una partita a pallone.

Il libro, se non si fosse capito, è un elogio alle classi miste che farebbe andare fuori dei gangheri la Lega (sostenitrice, per chi l’avesse dimenticato, delle classi differenziate per i figli degli stranieri). Non c’è bambina o bambino oggi, perlomeno nelle scuole elementari di città, che non abbia in classe compagni nati in altri paesi del mondo o comunque con genitori stranieri.

Sopra il cielo di San Basilio è di un autore che fa anche l’attore, Ferdinando Vaselli, che oltre ad averlo scritto lo porta anche in scena. Come questo libro ce ne sono anche tanti altri nel catalogo della casa editrice che lo ha pubblicato e che è presente nella lista degli espositori alla Fiera della piccola e media editoria. Parliamo di un editore particolare: Sinnos.

È uno dei marchi più interessanti in quello che è, ad avviso di molti, la punta d’avanguardia di tutta l’editoria italiana. In questi anni le case editrici che producono libri per bambini e adolescenti sono cresciute tanto, di numero e in qualità. Basta citare Babalibri, Corraini, Lapis o Orecchio Acerbo, che fa libri di nicchia, così raffinati nella grafica da piacere più agli adulti che non ai bambini. E non dimentichiamo Gallucci che in Fiera porta la bellissima Creazione di Carlo Fruttero illustrata da Làstrego & Testa. Sinnos si aggiunge alla lista. È una cooperativa che ha sede a Roma. Ma il bello è che ha una storia insolita alle spalle.

Sinnos è piccola, fa soprattutto narrativa per bambini e per adolescenti con un occhio fisso sull’intercultura. Non c’è libro nel suo catalogo che non sia aperto al mondo: racconti che hanno come protagonisti stranieri, autobiografie di migranti, saggi sulla migrazione. Sinnos la conoscono soprattutto nelle scuole, soprattutto da quelle cattive maestre che portano gli alunni a manifestare in piazza. È una cooperativa composta quasi esclusivamente da donne. C’è un solo uomo e fa il magazziniere. Ma, dettaglio ancor più curioso, Sinnos nasce dietro le sbarre del carcere.

È una casa editrice che ha una storia particolare. Piccola, certo, ma già con tanti anni alle spalle. Sinnos nasce, per l’esattezza, diciotto anni fa nel carcere di Rebibbia. All’epoca, nel 90, l’attuale presidente della cooperativa, Della Passarelli, lavorava come volontaria nel carcere romano per conto del Cidsi, che è il Centro d’informazione sui detenuti stranieri in Italia. "Con un gruppo di detenuti - racconta - facemmo un corso di formazione in impaginazione e grafica. L’intenzione era di fondare una cooperativa che avrebbe lavorato nella fornitura di servizi alle case editrici. Poi la storia è andata in un altro modo.

A qualcuno dei detenuti venne in mente l’idea di fare loro stessi gli editori. Mi sembrava una pazzia, un progetto strampalato e senza futuro. E invece non è stata così. Siamo diventati davvero editori". Fino a cinque anni fa la Sinnos ha mantenuto una sezione a Rebibbia, quella della fotocomposizione. "Siamo tutte assunte regolarmente - specifica poi Della Passerelli - e siamo una cooperativa sociale.

Abbiamo anche uno sportello immigrati nel V Municipio". Uno dei personaggi chiave di questa storia un po’ fiabesca si chiamava Antonio Spinelli. Dobbiamo parlarne al passato perché è scomparso prematuramente tre anni fa, a soli quarantuno anni. Era lui ad avere la fissa della casa editrice. Oggi la Sinnos gli ha dedicato un fondo che serve a finanziare le "Biblioteche di Antonio", ad acquistare libri per ragazzi da portare in zone disagiate.

Quelli di Sinnos non possono permettersi d’andare a Bologna, la Fiera per antonomasia dell’editoria per ragazzi. "Ti dà visibilità, ma gli stand costano troppo. Poi una volta c’era Docet, dedicata all’editoria per la scuola, ma è stata lasciata morire".

Le parole d’ordine sono intercultura e cittadinanza responsabile. Basta dare uno sguardo alle collane. Ad esempio, "Mappamondi raccoglie - dice ancora Della Passarelli - autobiografie di migranti. Sono albi illustrati in doppia lingua, in italiano e nella lingua madre dell’autore". È una narrativa che ha valori precisi come la solidarietà e la curiosità per le altre culture. "Ma senza moralismo", ci tiene a precisare. C’è l’impegno civile, certo, come ne La scelta di Luisa Mattia: Antonio, il quattordicenne protagonista, vive in un quartiere periferico di Palermo. Si divide tra la scuola - quando capita - e la banda capeggiata dal fratello maggiore Pedro che prende a modello. Però l’incontro con un puparo e la morte brutale di un amico rimettono in discussione le sue certezze.

Alla Fiera le novità in assoluto sono Giulio e i diritti umani di Rachele Lo Piano e Francesca Quartieri, Sotto il baobab - Fiabe dal Senegal di Sofia Gallo, Zigou Bâ e Petra Probst. Nella narrativa per adolescenti ci sono Batte forte il cuore di Fabrizio Casa, il già citato Sopra il cielo di San Basilio, Detective in bicicletta, di Janna Carioli (con illustrazioni di Maurizio Santucci, una coedizione con Biancoenero e in versione grafica per bambini dislessici) e Che vergogna! di Pete Johnson (illustrazioni di Marianna Mengarelli). E, da non dimenticare il Calendario interculturale 2009 dedicato ai pani di tutto il mondo che sarà presentato con tanto di merenda (domenica alle 17). Nati da Rebibbia e diventati bravissimi educatori di giovani generazioni.

Genova: il "pane dei galeotti"…. contro la crisi e il caro spesa!

 

Secolo XIX, 5 dicembre 2008

 

È un pane solidale, riparatore e anticrisi. A infornarlo e produrlo sono i carcerati che lo distribuiranno poi, a prezzo calmierato e anticrisi, nei mercati rionali. Accade a Genova e l’iniziativa è stata presentata oggi dove, il pane dei galeotti a prezzo calmierato arriva sui banchi dei mercati genovesi. Un nome scelto con un certo spirito, che evidentemente non manca all’iniziativa perché nella produzione rientra anche un dolce che è stato chiamato "la colomba ricercata". La giunta comunale ha approvato oggi una delibera che stabilisce la sottoscrizione di un protocollo d’intesa con l’amministrazione carceraria e la cooperativa sociale Tara per consentire ai detenuti di vendere nei mercati rionali i prodotti da forno da loro realizzati.

L’iniziativa, promossa dall’assessore Gianfranco Tiezzi, parte dall’idea di dare concretezza alla funzione riparativa e retributiva della pena e di tradurre in pratica il concetto di reinserimento dei detenuti. Alcuni di essi, che lavorano per la cooperativa Tara che produce pane e prodotti da forno all’interno del carcere di Marassi e che saranno autorizzati dall’amministrazione penitenziaria, potranno quindi commercializzare il frutto del loro lavoro sui mercati rionali cittadini. Tutto questo avrà un valore sociale aggiunto: il pane avrà un prezzo calmierato e accessibile, mentre gli altri prodotti saranno venduti a prezzo di mercato per non turbare l’equilibrio commerciale del mercato stesso.

Sulmona: infermieri e medici carcerari, 3 mesi senza stipendio

di Chiara Buccini

 

Il Centro, 5 dicembre 2008

 

Gli infermieri e i medici del carcere sono da tre mesi senza stipendio. È una situazione quasi paradossale quella che vive il personale che presta la sua attività nel penitenziario di via Lamaccio. Fino a ottobre era l’amministrazione penitenziaria a elargire il compenso al personale, così come lo stesso personale dipendeva dall’amministrazione penitenziaria. Da tre mesi le competenze sono passate alla Asl e finora non sono stati pagati gli stipendi.

Il personale è pronto a presentare un decreto ingiuntivo nei confronti dell’azienda Avezzano-Sulmona per ottenere le somme dovute. Gli infermieri che prestano servizio in carcere sono dodici, affiancati da una decina di medici, a fronte di una popolazione carceraria che sfiora i 400 detenuti (in più casi con disagi psichici). Più volte è stata sottolineata la carenza di personale paramedico e di agenti di custodia.

Ma le numerose richieste sono rimaste disattese e ora la situazione rischia di esplodere. "Si stanno facendo sacrifici, garantendo inalterato il servizio", afferma Fabio Federico, dirigente medico del carcere di via Lamaccio, nonché sindaco, "ma il personale non riceve lo stipendio e la situazione non è delle migliori. Del resto, col passaggio delle competenze della Asl era inevitabile che si creassero problemi".

Le preoccupazioni dei medici e degli infermieri sono amplificate anche dalle vicende giudiziarie, sul fronte della sanità, che hanno sconvolto la giunta regionale. In pratica, c’è il rischio che i finanziamenti destinati al pagamento degli stipendi del personale medico e paramedico che lavora in carcere, finiscano nel mare magnum della sanità regionale e questo complicherebbe la già intricata vicenda.

A rischio potrebbe essere anche la fornitura di medicinali. Il passaggio dalla competenza dell’amministrazione penitenziaria alla Asl era già stato programmato da tempo, e, nei mesi scorsi, era stato sempre Federico a lanciare l’allarme, chiedendo l’intervento dei parlamentari, considerato il travagliato periodo che sta vivendo la sanità abruzzese. Nel carcere di via Lamaccio ci sono le sezioni riservate a reclusi sottoposti a elevato indice di sorveglianza e alta sicurezza, sezioni riservate a detenuti che restano reclusi per motivi "preventivi" e un piccolo braccio riservato ai collaboratori di giustizia.

Milano: carcere di San Vittore, e i detenuti diventano cantanti

di Antonio Vanuzzo

 

Affari Italiani, 5 dicembre 2008

 

Alejandro Jaraj, carismatico poli-strumentista di Buenos Aires, ha deciso di chiamarlo VLP Sound, ovvero "Vale la pena". Si tratta del laboratorio musicale che da 14 anni coordina presso la Casa Circondariale di San Vittore, finanziato dalla Provincia di Milano nell’ambito del progetto Diritti, Tutele e Cittadinanze Sociali e con la collaborazione dell’associazione Arti e Corti. Un progetto che oggi ha conseguito un obiettivo ambizioso: la produzione di Angeli di Sabbia, il primo cd in Italia registrato interamente all’interno della sala prove del carcere, assieme ai detenuti. Alcuni dei brani dell’album sono stati presentati questa mattina insieme al rapper Frankie Hi NRG presso la sala polivalente della Casa Circondariale di Piazza Filangieri 2.

"Uno degli ispettori del sesto raggio, racconta Alejandro, è venuto da me dicendomi che i detenuti volevano suonare qualcosa. Così è nata Tiempo, una delle canzoni che fa parte dell’album". La musica diventa un veicolo per non avere più paura di esprimere le proprie emozioni, coinvolgendo le persone che hanno commesso degli errori in maniera positiva. Proprio per questo VLP Sound si pone l’obiettivo di creare un vero e proprio studio di registrazione fuori dal carcere, dove chi arriva "da dentro" possa continuare una strada che porti lontano dai percorsi delinquenziali. "Il nostro obiettivo è di riuscire a portare all’esterno il divertimento legato all’espressione di sé in una realtà dove il tempo è un bene fin troppo disponibile", afferma Luigi Pagano, provveditore agli istituti di pena lombardi. Ma anche utilizzare la musica per mettere la persona al centro del progetto di umanizzazione della pena, che viene spesso scontata in strutture inadeguate e al collasso: come a San Vittore, dove sono stipati oltre 1400 detenuti, in una struttura che potrebbe contenerne al massimo 900.

"Cerco di suonare tutto il giorno, dove vuoi che vada?" ironizza Giovanni, bassista della band. "Da piccolo ho fatto il conservatorio e suonavo il contrabbasso, ora grazie ad Alejandro ho ricominciato a suonare". Gli fa eco Mustafa, percussionista: "Fuori facevo le serate house con Dj Coccoluto, Dj Alex Neri e gli altri. Vendevo la cocaina al Muretto, al Coccoricò, all’Hollywood. Certo, ho fatto la bella vita, ma alla fine la droga mi ha rovinato. Sono andato in comunità e ho fatto un percorso con gli assistenti sociali, e ora grazie alla musica sto cercando di cambiare. Qui abbiamo la possibilità di affinare le cose, provare e riprovare, suonare ad esempio un pezzo hip hop arabo, o sudamericano".

Non importano i gusti musicali perché, racconta Pedro: "Quando siamo in sala prove siamo una cosa sola". Questo è il percorso. Dopo la sua performance al Sing Sing dell’anno scorso - l’apprezzato festival ospitato proprio tra le mura di San Vittore - Frankie Hi NRG scrisse su un muro: "Non c’è dentro, non c’è fuori, solo musica, solo cuori. Uno slogan che è stato fatto proprio dai giovani detenuti di San Vittore, e che si è trasformato in un impegno preciso: cominciare a realizzare delle canzoni fuori dal carcere, quando i ragazzi usciranno.

"Ho deciso di collaborare con loro solo perché stanno qui dentro" scherza Frankie Hi NRG, "questi sono dei veri e propri professionisti. Bisogna andare fuori dalla logica del "poverino, lo ha realizzato in carcere". Stiamo parlando di un disco di qualità, che dovrebbe fare muovere i culi prima ancora che i cuori degli italiani. La speranza è che il pezzo che abbiamo suonato oggi sia il primo di un nuovo album realizzato all’esterno, per creare un filo rosso che permetta al carcere di seguire l’inserimento degli ex detenuti all’interno della società". Musica oltre il muro, per reinventarsi una vita. Confessa Mustafa: "Se io avessi avuto la capacità di ascoltare come so fare ora, forse non avrei commesso un reato".

Immigrazione: via libera al decreto flussi, 150mila gli ingressi

 

Ansa, 5 dicembre 2008

 

Porte aperte per 150.000 lavoratori extracomunitari non stagionali: due terzi dei posti sono riservati a colf e badanti. È quanto prevede il decreto flussi 2008 firmato dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

Nelle settimane scorse si era parlato di un provvedimento-fotocopia di quello del 2007, che prevedeva 170.000 ingressi. È passata, però, tra i ministeri dell’Interno e del Welfare, una linea più rigida, che ha tagliato 20.000 posti rispetto a quelli del decreto del Governo Prodi. Il ministro Roberto Maroni, peraltro, nei giorni scorsi si era anche detto favorevole ad una moratoria di due anni per i flussi migratori, a partire dal 2009.

La parte del leone, considerata - recita il decreto - "l’attuale congiuntura economica e l’esigenza di dare riscontro in via prioritaria ai bisogni delle famiglie", la faranno colf e badanti, che occuperanno 105.400 posti. Nel precedente decreto erano 65.000 i posti riservati a colf e badanti.

Gli altri 44.600 ingressi sono riservati ai lavoratori domestici o di altri settori produttivi, provenienti da Paesi che hanno sottoscritto o stanno per sottoscrivere specifici accordi di cooperazione in materia migratoria. Nel dettaglio, si tratta di 4.500 albanesi, 1.000 algerini, 3.000 bengalesi, 8.000 egiziani, 5.000 filippini, 1.000 ghanesi, 4.500 marocchini, 6.500 moldavi, 1.500 nigeriani, 1.000 pakistani, 1.000 senegalesi, 100 somali, 3.500 cingalesi, 4.000 tunisini.

Per i 150.000 nuovi lavoratori stranieri non ci sarà alcuna procedura per la presentazione delle domande. Si pescherà infatti tra coloro che hanno già inoltrato la richiesta per il precedente decreto attraverso la procedura telematica dei click day (oltre 750.000) e che non sono rientrati tra i 170.000. Finora sono 112.000 i nulla osta assegnati. Paletti vengono però imposti ai datori di lavoro stranieri (nel 2007 furono presentate 420.000 domande per colf e badanti, la metà delle quali provenienti da lavoratori stranieri) per evitare regolarizzazioni ‘di comodò. Saranno così prese in considerazione soltanto le domande dei datori stranieri titolari di Carta di soggiorno o che ne hanno fatto richiesta alla data di pubblicazione del decreto. A partire dal prossimo 15 dicembre, entro i successivi 20 giorni, il datore di lavoro straniero dovrà inoltre confermare l’interesse all’assunzione, tramite una pagina web che sarà resa disponibile sul sito internet del ministero dell’Interno. Per i datori di lavoro italiani vale invece la graduatoria già acquisita per l’ultimo decreto flussi.

Dal Pd e dal mondo delle associazioni arrivano critiche al provvedimento del Governo. Gianclaudio Bressa, vice capogruppo del Pd alla Camera, giudica "al di sotto della soglia del buon senso" il decreto del Governo, sostenendo che provvedimenti come questi "costituiscono una diabolica macchina di produzione di irregolari". Anche per Sandro Gozi (Pd), 150.000 nuovi ingressi "sono troppo pochi". Per Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci, il decreto "non è legittimo", perché é stato varato in assenza del documento di programmazione triennale. L’Adoc, da parte sua, giudica "pochi" i 105 mila posti per colf e badanti, "dato che ci sono oltre un milione di lavoratrici in attesa di sanatoria". Isabella Bertolini (Fi) palude invece alla decisione del governo di "ridurre le quota dei flussi degli extracomunitari".

Russia: nuovo record di morti per droga, oltre 30mila i decessi

 

Notiziario Aduc, 5 dicembre 2008

 

In Russia nel 2008 i morti per droga sono ancora aumentati. Si parla ufficialmente di oltre 30.000 decessi. In quanto ai tossicodipendenti, ne sono registrati 537.000, scrive Nowyje Iswetija che riporta le cifre comunicate dall’organismo competente. Ma altri media parlano di 2 milioni di individui dipendenti da sostanze come eroina e cocaina, su un totale di 143 milioni di persone. Le autorità segnalano che il 90% dei tossici registrati è dipendente da eroina proveniente dall’Afganistan. Bisogna valutare attentamente le esperienze internazionali in materia di lotta alla droga perché urge migliorare la prevenzione e i trattamenti. Parola del responsabile per la politica sulle droghe, Viktor Iwanow.

Turchia: 10 anni a Leyla Zana per "propaganda terroristica"

di Marco Ansaldo

 

La Repubblica, 5 dicembre 2008

 

Dieci anni di carcere già effettivamente scontati tra le sbarre, e ora altri dieci anni in prigione per una nuova condanna. In modo brutale potrebbe riassumersi così, se nella parentesi non ci fosse anche un tentativo di vita normale e un’elezione in Parlamento, la vicenda umana e politica di Leyla Zana. Premio Sakharov per i diritti umani, candidata al Nobel per la pace nel 1996, la deputata curda è stata ieri condannata da un tribunale a una nuova pena, con l’accusa di aver fatto "propaganda terroristica" in nove discorsi pronunciati in pubblico.

La corte di Diyarbakir, principale centro curdo dell’Anatolia, ha giudicato la Zana colpevole per aver espresso in alcune manifestazioni di protesta e conferenze stampa indirettamente il suo sostegno al Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, e al suo fondatore, Abdullah Ocalan. Leader del Dep, il Partito democratico turco, Leyla Zana, 49 anni, era stata già in carcere dal 1994 al 2004 per reati d’opinione: divenuta parlamentare, aveva esordito davanti ai suoi colleghi esprimendosi in curdo, lingua non riconosciuta come ufficiale. Arrestata immediatamente, scontò tutta la pena.

Leyla Zana è la moglie di una figura mitica per molti curdi. Il marito Mehdi Zana fu infatti il primo sindaco socialista di Diyarbakir. Condannato a 16 anni di carcere con l’accusa di affiliazione al terrorismo, si esiliò poi in Germania e Svezia. Lo scorso mese Leyla Zana è stata in Italia, dove ha incontrato personalità del mondo della politica. Ieri il suo avvocato ha detto che opporrà ricorso.

Ma la questione terrorismo sembra ultimamente ossessionare la Turchia. Da un anno a questa parte le autorità di Ankara hanno infatti lanciato una vasta campagna stampa a livello internazionale, appoggiata dal premier Recep Tayyip Erdogan, perché quando si parli di Pkk ci si riferisca automaticamente al termine "terrorismo", visto che l’organizzazione è nella lista nera di Stati Uniti ed Unione Europa. Erdogan ha più volte bacchettato i giornalisti stranieri, come lo scorso anno al Forum di Istanbul fra corrispondenti e opinionisti di Italia e Turchia.

Lo sforzo dei consiglieri di Erdogan non appare tuttavia premiare l’immagine del leader. Nelle ultime due settimane la grande stampa internazionale, che difficilmente usa il termine "terroristi" scrivendo dei membri del Pkk, ha pubblicato articoli molto fermi sul premier turco. Tre bordate sulla situazione dei diritti umani in Turchia sono state sparate da autorevoli organi di stampa. Il 20 novembre scorso il settimanale tedesco Die Zeit ha pubblicato un’intera pagina dal titolo "Il sovrano del pianeta Ankara", in cui spiegava come all’ultimo World Economic Forum, davanti ad allibiti "capitani di industria, ministri delle Finanze e banchieri" che si attendevano dal premier una valutazione critica della crisi economica, Erdogan avesse invece parlato "ininterrottamente per 25 minuti di "terrorismo".

Due giorni dopo, il francese le Monde richiamava in prima pagina il suo titolo "Erdogan, fine dello stato di grazia", ricordando come il quotidiano locale Taraf accusasse il leader di essere diventato ormai "il premier dei generali". E il 26 novembre il New York Times in un ampio servizio dal titolo "I liberali della Turchia temono la deriva del diritto", rammentava come "la violenza si sia acquietata negli anni, ma le richieste basilari dei curdi - come il riconoscimento quale gruppo etnico - non siano mai state esaudite". La guerra dell’esercito turco con i ribelli del Pkk dura dal 1984, ed è finora costata la vita a 40 mila persone.

Stati Uniti: nel 2009 "bracciali elettronici" per 20.000 detenuti

 

Associated Press, 5 dicembre 2008

 

Più di 20mila detenuti immigrati statunitensi saranno controllati, in 19 diverse prigioni federali, grazie a fascette da polso contenenti un tag basato su tecnologia Rfid. A realizzare il progetto, che avrà inizio a gennaio 2009, saranno il Dipartimento per la sicurezza interna Usa - responsabile della sicurezza nel caso di disastri naturali, di reati legati al terrorismo e all’immigrazione - in collaborazione con la Tsi Prism, società che sviluppa soluzioni Rfid, e alla Northrop Grumman.

Ogni detenuto avrà un Tag Rfid, che contiene un chip attivo a microonde da 2,45 GHz, legato al polso. Le targhette elettroniche trasmetteranno, ogni due secondi, un segnale ai lettori Rfid installati nell’ambiente. Grazie alla triangolazione del segnale, che necessita di almeno tre ricevitori, la posizione del carcerato può essere individuata in tempo reale con una precisione che va da 1,5 metri a 2,7 metri all’interno della struttura, fino a circa 4,5 metri all’esterno. Un potente strumento per l’investigazione nel caso di incidenti: un carcerato non potrà negare di aver partecipato a un evento del genere.

Non è la prima volta che la Tsi Prism si dedica al problema dei detenuti. Una prima installazione era stata realizzata in una prigione dell’Illinois, nella quale erano stati coperti circa 600 metri quadrati con l’utilizzo di settecento lettori. Il nuovo progetto, invece, prevede di fornire il servizio di localizzazione a 19 prigioni, come quella di Washington DC, che avrà 920 punti di lettura, per un totale di 22mila targhette Rfid.

 

 

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