Rassegna stampa 4 dicembre

 

Giustizia: malattia mentale e criminalità, riaprire i manicomi?

 

La Stampa, 4 dicembre 2008

 

Nizza, un uomo di 31 anni accoltella una passante ferendola mortalmente. Interrogato dalla polizia sul motivo del delitto, ha risposto "Non lo so". Era stato diagnosticato come schizofrenico. E questo ci riporta alla famosa domanda: c’è una correlazione fra la malattia mentale e la criminalità? Poiché la risposta è di fondamentale importanza, la statistica dovrebbe essere di dominio comune, invece è considerata politicamente scorretta e custodita gelosamente.

Secondo uno studio effettuato in Inghilterra, il 34 per cento degli omicidi (circa un terzo del totale) è commesso da persone che soffrono o hanno sofferto di disturbi mentali. Il 9 per cento ha disturbi della personalità, il 7 per cento è alcolizzato, un altro 7 per cento è depresso, il 6 per cento tossicomane, il 5 per cento schizofrenico. Così possiamo dedurre che il malato mentale è un soggetto a rischio.

Con la legge Basaglia copiata in tutta Europa, gli ospedali psichiatrici sono chiusi e gli schizofrenici vengono curati a domicilio. Si riteneva che i nuovi farmaci come l’olanzapina e la clozapina potessero prevenire le crisi di violenza, invece non impediscono ai malati di commettere il 5 per cento del totale degli omicidi. Siccome gli schizofrenici sono mediamente lo 0,7 per cento della popolazione, ne consegue che ognuno di loro ha circa 9 probabilità di uccidere più di una persona cosiddetta normale.

I fautori della terapia a domicilio sostengono che, contrariamente a quanto si crede, la schizofrenia è meno criminogena della depressione e dell’alcolismo. In effetti la statistica conferma che gli alcolizzati e i depressi uccidono più degli schizofrenici, ma questo dipende dal fatto che l’alcolismo e la depressione sono più diffusi della schizofrenia.

Giustizia: dall’Unione Europea giro di vite contro il razzismo

di Paolo Bozzacchi

 

Italia Oggi, 4 dicembre 2008

 

Giro di vite nella lotta al razzismo e avanti con Schengen. Questi i due principali risultati del Consiglio giustizia e affari interni che si è tenuto a Bruxelles in settimana. I ministri della giustizia dei Ventisette a Bruxelles hanno infatti dato il via libera definitivo alla decisione quadro contro razzismo e xenofobia. Gli stati membri avranno ora due anni di tempo per introdurre "misure severe ed efficaci", con pene comprese fra uno e tre anni di reclusione, per chi inciti intenzionalmente alla violenza o all’odio.

Soddisfatto il commissario europeo alla giustizia, la libertà e la sicurezza Jacques Barrot. "Il razzismo e la xenofobia", afferma in una nota, "non hanno posto in Europa, né dovrebbe averlo in alcun’altra parte del mondo". Le sanzioni si applicheranno anche a chi incita all’odio "attraverso la diffusione di opuscoli, immagini o altro materiale rivolto contro gruppi di persone o singoli membri di tali gruppi definiti attraverso il riferimento alla razza, il colore, la religione, la discendenza o l’origine nazionale o etnica".

Colpiti inoltre coloro che "pubblicamente approvano, negano o banalizzano crimini di genocidio, contro l’umanità e di guerra definiti dallo stato della Corte penale internazionale e i crimini definiti dal Tribunale di Norimberga".

La normativa è stata comunque un po’ annacquata, per venire incontro alle perplessità di alcuni paesi, con l’aggiunta della clausola che "gli stati membri possono scegliere di punire solo i comportamenti che siano condotti in modo suscettibile di causare disturbo all’ordine pubblico o che siano minacciosi, insultanti o ingiuriosi", dando dunque la possibilità di ridurre notevolmente la portata delle sanzioni.

"Molto apprezzabile il provvedimento quadro varato oggi dai ministri della giustizia europei che prevede una condanna fino a tre anni di carcere per chiunque inciti all’odio e alla violenza razziale con qualsiasi mezzo", ha commentato Margherita Boniver, presidente del Comitato Schengen, immigrazione ed Europol.

"I singoli paesi avranno fino a due anni di tempo per recepire la norma, ma credo che risulterà assai utile, sia per scoraggiare rigurgiti di razzismo e xenofobia che per sanzionare quei predicatori di odio, che dalle moschee ai siti internet tante volte hanno fatto scandalo predicando la jihad, l’odio contro l’Occidente e", conclude Boniver, "esaltando la sottomissione della donna". Altra importante novità frutto del Consiglio è il prossimo ingresso della Svizzera negli accordi di Schengen.

Dal 12 dicembre, infatti, saranno ufficialmente soppressi i controlli sistematici delle persone alle frontiere tra Svizzera e Unione europea. Oltre all’ingresso formale della Svizzera negli accordi di Schengen, è stato firmato dalla consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf un accordo di cooperazione con il presidente di Eurojust José Luìs Lopes da Mota. "Siamo molto contenti", ha affermato la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf all’annuncio della decisione sullo Spazio di Schengen/Dublino.

La responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia (Dfgp) era a Bruxelles per partecipare alla seduta del Comitato misto di Schengen, che riunisce i ministri della giustizia e degli affari interni del Dfgp e degli altri paesi associati all’accordo. In particolare la Widmer-Schlumpf "ha ringraziato i partner europei per lo straordinario sostegno fornito".

In base all’accordo, in dicembre saranno aboliti i controlli sistematici alle frontiere, mentre negli aeroporti saranno aboliti soltanto il 29 marzo 2009 con l’introduzione del nuovo orario di volo. Poiché il Liechtenstein non fa parte per il momento dello spazio di Schengen, nella zona di frontiera con il vicino Principato saranno adesso rafforzati i controlli con pattuglie mobili e ci sarà videosorveglianza 24 ore su 24.

Tra i miglioramenti che ci saranno adesso la consigliera federale ha ricordato la collaborazione di polizia in caso di ricerca di persone e cose. Schengen permetterà di semplificare le procedure di domande d’asilo. I candidati che sono giunti da un paese membro dello Spazio di Dublino potranno essere costretti a tornarvi. I turisti avranno maggiore libertà di movimento perché basta un visto per tutta l’area Schengen.

La consigliera federale è convinta che non vi sarà meno sicurezza. Rispondendo a una domanda postale dai giornalisti al suo arrivo a Bruxelles, il ministro ha affermato che "l’esperienza fatta dagli altri paesi mostra che i controlli mobili di polizia sono più efficienti" e possono garantire maggiore sicurezza rispetto ad oggi. Francia, Austria e Liechtenstein hanno appreso con favore la notizia dell’associazione della Svizzera allo Spazio di Schengen.

Il commissario alla giustizia Jacques Barrot ha comunque messo in guardia contro il "grosso problema" che verrebbe a crearsi qualora la Svizzera respingesse la libera circolazione in votazione popolare l’8 febbraio prossimo. Un "no" rappresenterebbe "un grosso problema e probabilmente condurrebbe ad una interruzione della partecipazione della Svizzera a Schengen", ha affermato davanti ai media. Anche il ministro degli interni francese Michèle Alliot-Marie ha mostrato soddisfazione.

Giustizia: Forleo; il pm? piace solo se indaga sugli avversari!

di Giuseppe Guastella

 

Corriere della Sera, 4 dicembre 2008

 

"Fino a Tangentopoli, e fino a qualche anno fa, il problema era dell’indipendenza della magistratura dal potere politico, adesso è dell’indipendenza del magistrato rispetto alla magistratura ". Il "singolo magistrato " che "non si vuole allineare, non si vuole schierare, vuole essere libero, finisce per pagare i suoi errori. E li paga cari".

Parola del gip Clementina Forleo, che il Csm ha trasferito a Cremona per incompatibilità ambientale, la quale vede questa situazione come la conseguenza degli "eccessi" di Mani Pulite, specialmente nell’uso del carcere, che hanno "rafforzato il consenso popolare verso certa politica" e minato "la fiducia" nei magistrati.

Torna sul tema dei "poteri forti", Forleo, in un libro-intervista di Antonio Massari (Alberti). Nel ‘94, quando lei diventò giudice a Milano, i "magistrati erano uniti" nella "battaglia fisiologica e sempre in corso" contro un potere politico che "aveva un colore ben definito: c’era un nemico". "Berlusconi?", chiede l’autore.

"Il pool si ribellò a un decreto del governo Berlusconi" risponde parlando in astratto. I fatti erano "gravissimi, ma lo strumento carcerario doveva essere limitato ai più gravi". E anche se "il sistema era talmente radicato che c’erano poche vie d’uscita", non farlo fu un errore.

Il risultato del rafforzamento del potere politico è che ora i magistrati sono "più prudenti" e gli inquirenti "finiscono comunque per rispondere alle logiche di potere interne, nonostante l’obbligatorietà dell’azione penale", ragiona Forleo, gip dell’inchiesta Unipol - Antonveneta, firmataria della custodia per il banchiere Gianpiero Fiorani, chiedendosi retoricamente se "Fazio (indagato, ndr.) e sua moglie sarebbero rimasti liberi all’epoca di Tangentopoli".

"Fiorani, in galera, c’è finito. Fazio invece no. Né lui che all’epoca dei fatti era il governatore della Banca d’Italia, né sua moglie che, peraltro, non mi risulta sia stata indagata, neanche per favoreggiamento, nonostante fosse anch’ella in contatto con Fiorani" con cui scambiava "informazioni importanti".

"Oggi si è rotto l’idillio tra certa magistratura e certa politica e ciò ha causato autentici scempi, quale il silenzio dell’Anm di fronte alla vicenda di Luigi de Magistris", il quale aveva scoperto che tra i magistrati potevano esserci "personaggi conniventi con i potentati politici ed economici". La magistratura faccia "i conti con se stessa" affrontando "la questione morale", perché "oggi il singolo magistrato è più debole" e c’è il rischio che qualcuno possa "scivolare in comodi compromessi", come le è già capitato di vedere con amarezza. L

sue posizioni a difesa di de Magistris, per la separazione delle carriere, contro le correnti e la richiesta al Parlamento di usare nell’inchiesta Unipol le telefonate degli allora ds Latorre e D’Alema ("consapevoli complici di un disegno criminoso", scrisse) hanno dato il via ai "vergognosi attacchi" contro di lei, anche dalla magistratura: "Si sono toccati i fili che fanno morire. Perché fino a quando s’era attaccato il nemico della magistratura, il nemico di destra, era andato tutto bene. Avevo avuto la solidarietà. La magistratura era stata compatta nel proteggere il giudice Forleo. Poi, quando spunteranno caimani d’altro colore, tutti si dilegueranno".

Tre giorni dopo, lesse l’appello ai giudici del presidente Napolitano alla "riservatezza" e a non inserire in atti "valutazioni non pertinenti" come "una pressione" che le fece "male", "un’offesa al Paese". In un altro passaggio definisce caimano "il potere esecutivo, qualunque colore abbia". Il libro ripercorre i procedimenti del Csm che l’avrebbe trasferita dopo "un processo sommario", "una pagina nera nella storia della magistratura" che l’ha fatta sentire come "un dissidente perseguitato", dichiara. Lì parlò dell’ex procuratore Gerardo D’Ambrosio il quale, eletto senatore ds, si schierò "contro la trascrizione delle telefonate".

Lo vide andare a pranzo con i pm delle scalate bancarie e la cosa la indignò: "Se qualcuno lascia la toga per diventare un politico, poi dovrebbe avere il buon gusto di non creare confusione di ruoli. Io non ho avuto dubbi sul rigore dei colleghi: colsi l’inopportunità del gesto di D’Ambrosio". L’ex procuratore ha sempre ribattuto che si trattò di un incontro occasionale e non si parlò delle inchieste. Una rivelazione, infine. Ha ricevuto la proposta di candidatura. Da chi? "Non dal centrodestra" né dall’Idv di Di Pietro.

Giustizia: Borrelli; rifarei Mani Pulite, ma con meno carcere

di Paolo Foschini

 

Corriere della Sera, 4 dicembre 2008

 

Saverio Borrelli: "La custodia cautelare va fatta in strutture apposite. "Mi stupisco del suo stupore...". Diciamo che Saverio Borrelli sorride. L’uomo che fu il procuratore capo di Mani Pulite vive ancora a Milano ma ormai da tempo dirige un conservatorio, nei giorni scorsi era casomai in ansia per lo sciopero che minacciava la prima della Scala, e in effetti "mi era sfuggito - dice - che Clementina Forleo avesse scritto un libro".

Dopodiché, ascoltatone un breve sunto telefonico, ribadisce: "Sono passati anni, non è più il mio mestiere. Da osservatore e basta, parlando dei rapporti politica-magistratura, mi limito appunto a stupirmi di chi si sorprende: destra o sinistra, isolati idealisti a parte, la magistratura piace ai partiti solo finché indaga sugli altri. Ma appena rompe le scatole a qualche amico allora non va più bene. Non vedo la novità".

Quanto agli asseriti "eccessi" di Mani Pulite, su cui Clementina Forleo torna pur spiegandoli col "momento storico", Borrelli in tanti anni si è quasi stancato di ripetersi: "A Milano la custodia cautelare è stata usata solo per impedire inquinamenti di prove, non per estorcere confessioni. Il problema grave che invece c’era e c’è tuttora è un altro: il carcere in sé".

Cioè? "È assurdo, e questo sì lo capisco oggi più di allora, che la custodia cautelare venga effettuata in galera e che non esistano strutture apposite. E del resto anche nei confronti del carcere come punizione sono diventato un critico molto aspro: il recupero è un’altra cosa".

Poi, dice la Forleo, c’è il problema del consenso. "Ma la verità - argomenta Borrelli - è che il consenso della gente nei confronti della macchina giudiziaria è scemato proprio a causa del dissesto della macchina. A cominciare dalla sua lentezza. Detto questo, è vero che oggi è più facile di prima arrestare un piccolo spacciatore anziché un colletto bianco".

Eppure, secondo l’attuale direttore del conservatorio milanese, è proprio in quelle vecchie manifestazioni davanti al tribunale che si rivelava la vera contraddizione italiana: "In realtà lo dico da dieci anni. Era proprio quell’ondata di entusiasmo verso la magistratura, all’inizio di Mani Pulite, ad aver qualcosa di malsano. Perché nasceva solo dal piacere che provano i sudditi quando vedono rotolare teste coronate nella polvere. Poi, quando il cittadino si accorge che anche le sue piccole illegalità quotidiane potrebbero essere sanzionate con lo stesso metro, ecco che il giudice non gli piace più. Tutto qui".

Giustizia: così i fanatici della jihad fanno proseliti nel carcere

di Giacomo Susca

 

Il Giornale, 4 dicembre 2008

 

Allarme della polizia penitenziaria: ogni giorno diecimila detenuti di fede islamica a contatto con i predicatori d’odio. Quando scattano le manette, il pericolo non è scampato. Si trasferisce altrove. E dietro le sbarre, l’ombra della Mezzaluna votata alla guerra "santa" si espande.

Così fa ancora più paura. Tra i dossier sul terrorismo islamico in mano al ministero dell’Interno ce n’è uno che parla di carceri ad alto rischio "proselitismo". Diecimila detenuti islamici ogni giorno a contatto con il radicalismo, una vasta platea da indottrinare usando le ragioni dell’odio verso l’Occidente. Proprio ora che le celle scoppiano di nuovo, svanito l’effetto indulto, su una popolazione di oltre 58.500 persone (fonte Dap, dati di novembre) il 40 per cento è costituito dalla componente straniera.

La fetta di chi proviene dalla striscia del Maghreb e dai Paesi a forte tradizione musulmana rappresenta una quota maggioritaria. Soltanto marocchini, albanesi, tunisini ed egiziani, da soli, superano la metà degli stranieri rinchiusi. Anche più che nella società civile si pone il problema del diritto di culto. Al di là delle leggi e dei regolamenti ufficiali, succede che i penitenziari si organizzano come possono. Nel carcere di Alessandria, ad esempio, i circa duecento detenuti islamici hanno a disposizione addirittura sei stanze in cui pregare.

A Milano San Vittore, nel VI reparto, tutti la chiamano "la cella-moschea" e in 500 qui ci si inginocchia a turni di 20 per volta. A Poggioreale (Napoli), ogni venerdì, si invoca Allah addirittura nella sala magistrati, ironia della sorte. Mancando un’organizzazione religiosa con i crismi dell’ufficialità, resta difficile per l’amministrazione penitenziaria riconoscere interlocutori autorizzati a varcare le soglie delle prigioni.

La stessa moschea di Brescia lancia un appello al governo: "Serve la collaborazione tra luoghi di culto e istituzioni in modo che imam opportunamente formati possano lavorare in carcere per scongiurare fenomeni di radica-lizzazione". L’imam carcerario da noi resta una figura rara e dai contorni sfumati. Perciò il suo "lavoro" è svolto, di fatto, da leader autoeletti dalla comunità.

Sono loro a leggere le scritture e a fare i sermoni. Sempre loro che commentano i fatti di cronaca sui giornali, ma visti nell’ottica della Sharia. Le Procure queste cose le conoscono bene. Del resto il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, da tempo, avverte: "Destano sospetto le posizioni estremiste assunte da parte di un numero consistente di detenuti fedeli all’islam. Ma sono ancor più preoccupanti i casi di conversione, sempre dietro le sbarre, di detenuti italiani. Per molti, può sembrare un atto di rivincita abbracciare un nuovo credo".

Successe nel maggio 2002: un pregiudicato siciliano, divenuto musulmano durante un periodo in carcere per aver commesso reati minori, fece esplodere due bombole del gas nel metrò di Milano e nei valle dei templi di Agrigento. Denuncia il Sappe: "Nei nostri istituti di pena è ospitata una popolazione extracomunitaria estremamente variegata, rabbiosa e soprattutto sconosciuta. Di pochi individui conosciamo i reali collegamenti con l’esterno.

Soggetti che fanno della comune situazione di reclusione un valido strumento di predicazione verso altri soggetti deboli e senza più nulla da perdere". Le prigioni "jihadiste" sono una realtà in Regioni ad elevata penetrazione straniera, non sempre sinonimo di integrazione avvenuta: in Lombardia, in Piemonte, in Emilia Romagna, in Liguria e specie nel Nord-Est (tra Padova e Verona si calcola che ormai otto detenuti su dieci sono fedeli o in qualche modo vicini all’islam). L’allerta di servizi segreti e Viminale è sui livelli di guardia.

Dall’intelligence francese, intanto, arrivano suggerimenti precisi su come riconoscere i primi, inequivocabili, segnali di radicalizzazione. In parole povere, come riconoscere un neo adepto indottrinato al martirio? La "carta" di Parigi, la prima in materia, individua nel cambiamento dei codici di abbigliamento, alimentari e di comportamento, i punti fondamentali. "La scelta di farsi crescere la barba lunga "alla mujaheddin"; abbandonare le consuete uniformi in favore di abiti tipici della tradizione musulmana arcaica; astenersi da alcolici e da cibi ritenuti "infetti"; passare la maggior parte del tempo libero a disposizione sul Corano o nei luoghi adibiti a moschea; nonché rifiutare qualsiasi tipo di contatto col personale femminile". Tutti insieme, indizi da prendere molto sul serio. Prima che l’arruolamento continui fuori dalle mura. E che qualcuno porti a compimento la missione di una vita.

Giustizia: Lumia; Santapaola jr. a casa, invece che al 41-bis!

 

Asca, 4 dicembre 2008

 

Dichiarazione del sen. Giuseppe Lumia, commissione Antimafia: "Lottiamo per migliorare l’efficacia del 41-bis e intanto Santapaola ottiene i domiciliari. Alfano e la maggioranza non hanno niente da dire?". A incalzare l’esecutivo è il sen. Giuseppe Lumia della commissione Antimafia con un’interrogazione al presidente del consiglio e al Ministro della Giustizia nella quale ricorda che "Santapaola è salito già agli onori della cronaca perché ha potuto impunemente trasmettere all’esterno una lettera, tutta tesa a delegittimare il 41 bis, e a indirizzare minacce spesso velate verso le Istituzioni che intendono mantenere e rafforzare tale istituto".

"Ma cosa ancor più inquietante - aggiunge Lumia - è la notizia recente Vincenzo Santapaola ha ottenuto gli arresti domiciliari per trascorrere un periodo di convalescenza dopo un ricovero ospedaliero nella struttura milanese di Riguarda. Si tratta di un provvedimento del Gip che non sarebbe condiviso dalla Procura Antimafia di Catania visto che in Italia il sistema carcerario è in grado di assicurare una convalescenza degna e sicura nei confronti, soprattutto, di un detenuto pericoloso sottoposto a 41 bis".

"È necessario - conclude il senatore del Pd - che il ministro chiarisca innanzitutto la decisione del Gip è regolare e se è vero che in un primo momento, si era addirittura pensato di autorizzare l’intervento chirurgico presso l’Ospedale di Catania, Vittorio Emanuele, situato presso il quartiere San Cristoforo da sempre controllato dal clan Santapaola.

Per quanto ci riguarda restiamo convinti che bisogna procedere con speditezza a garantire un sistema di 41 bis moderno ed efficiente collocando i boss sottoposti a tale regime in istituti carcerari attrezzati e sicuri, nonché prevedendo l’apertura di sezioni presso zone insulari e piccole isole dove è più possibile garantire sicurezza e blocco delle comunicazioni dalle carceri verso l’esterno. Il governo chiarisca se la pensa ancora così".

Giustizia: Gaucci; una bancarotta milionaria e senza carcere

di Riccardo Arena

 

www.radiocarcere.com, 4 dicembre 2008

 

Domanda: riuscireste ad essere condannati per una bancarotta milionaria e a non farvi neanche un giorno di carcere? Non credo. Eppure Luciano Gaucci c’è riuscito. Ecco come.

Nel 2006, la Procura di Perugia indaga Luciano Gaucci e altre persone per bancarotta fraudolenta della Perugia calcio. A febbraio del 2006, vengono emesse diverse ordinanze cautelari. Luciano Gaucci è uno dei destinatari. Finiscono in carcere anche i figli di Gaucci. Ma non Luciano, che da qualche tempo dimora in una bella villa di Santo Domingo. Coincidenze. Luciano Gaucci viene dichiarato latitante. A novembre del 2008, arriva la notizia: il Gip di Perugia revoca la misura cautelare per Luciano Gaucci, che può tornare in Italia senza timore di essere arrestato. Una decisione che lascia perplessi.

La gravità dell’accusa, una bancarotta milionaria, e la condotta del Gaucci, latitante da anni, mal si conciliano con la decisione assunta da Gip perugino. Una decisione difficile da comprendere visto anche che il procedimento non si era ancora concluso né era approdato all’udienza preliminare.

Il 26 novembre 2008 si svolge l’udienza preliminare dinanzi al Gup di Perugia, Paolo Micheli. Luciano Gaucci patteggia la pena. 3 anni è la condanna. 3 anni che Gaucci non sconterà grazie all’indulto. 3 anni per una bancarotta milionaria, senza che prima del giudizio Gaucci abbia risarcito il danno causato ai creditori. Creditori a cui resta ora solo la vana speranza di poter un giorno vendere alcuni beni immobili dati dal Gaucci al fallimento. Beni stranamente già aggrediti da altri creditori. A voi le conclusioni.

Giustizia: De Magistris; Napolitano chiede atti a Pg Salerno

 

Ansa, 5 dicembre 2008

 

Atti e informazioni sulla vicenda De Magistris sono stati chiesti dal Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra, al Procuratore Generale presso la Corte di appello di Salerno. La richiesta è stata avanzata su preciso mandato del capo dello Stato, Giorgio Napolitano dopo la decisione di sequestrare atti di inchieste condotte dall’ex pm della procura di Catanzaro De Magistris ora in servizio a Napoli.

Questo il comunicato del Quirinale: "Il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra, su incarico del Presidente Giorgio Napolitano, ha oggi inviato al Procuratore Generale presso la Corte di appello di Salerno, dott. Lucio Di Pietro, la seguente lettera: "La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Salerno ha effettuato ieri perquisizioni e sequestri nei confronti di magistrati e uffici della Procura Generale presso la Corte di appello di Catanzaro e della Procura della Repubblica presso il Tribunale di quella città. Tali atti di indagine, anche per le forme e modalità di esecuzione, hanno avuto vasta eco sugli organi di informazione, suscitando inquietanti interrogativi.

Inoltre, in una lettera diretta al Capo dello Stato, il Procuratore generale di Catanzaro ha sollevato vive preoccupazioni per l’intervenuto sequestro degli atti del procedimento cosiddetto Why Not pendente dinanzi a quell’ufficio, che ne ha provocato la interruzione. Tenendo conto di tutto ciò, il Presidente Napolitano mi ha dato incarico di richiederle la urgente trasmissione di ogni notizia e - ove possibile - di ogni atto utile a meglio conoscere una vicenda senza precedenti, che - prescindendo da qualsiasi profilo di merito - presenta aspetti di eccezionalità, con rilevanti, gravi implicazioni di carattere istituzionale, primo tra tutti quello di determinare la paralisi della funzione processuale cui consegue - come ha più volte ricordato la Corte Costituzionale (tra le altre, con le sentenze e le ordinanze n. 10 del 1997, 393 del 1996, 46 del 1995) - la compromissione del bene costituzionale dell’efficienza del processo, che è aspetto del principio di indefettibilità della giurisdizione"‘.

Giustizia: Osapp; detenuti in calo non privatizzare il sistema

 

Il Velino, 5 dicembre 2008

 

"Oltre 57mila persone, questa è la conta dei detenuti presenti oggi nelle carceri italiane (dato riferito al 1 dicembre)". Lo rende noto Leo Beneduci, segretario generale dell’Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria (Osapp). Si tratta di "un trend - prosegue il segretario - che fa registrare un calo di 600 reclusi rispetto alla capienza di 15 giorni fa, sempre che questi siano i dati veri, seppur ufficiali.

Peraltro, raffrontando le rilevazioni a due settimane fa, le diminuzioni sono solo in Piemonte (-168), in Campania (-83) e in Puglia (-421). Mentre i detenuti continuano a crescere in Abruzzo(+62), in Lombardia (+80), in Veneto (+102), in Sicilia (+46) e in Sardegna (+54). Interessante constatare - aggiunge Beneduci - come in Friuli, in Sicilia, nelle Marche e in Lombardia (a parte il caso di San Vittore in permanente sofferenza) ci si avvicini rapidamente alla capienza tollerabile, quella che appunto eccede l’ordinario contenibile. Quando invece gli stessi scostamenti si confermano in Campania, in Emilia Romagna, in Trentino e nel Veneto".

"Certamente, se letto attentamente, il dato numerico non è confortante per nulla - continua Beneduci - c’è poco da star contenti. Soprattutto con un ministro della Giustizia praticamente assente sul fronte dell’emergenza e un capo del Dap che non crede "sia giusto pensare alle condizioni della popolazione carceraria in termini emergenziali", e che occorra considerare "fisiologico" un complesso che ospita una presenza di non meno 60/70 mila reclusi.

Il che ci conferma come il dott. Ionta viva su un altro pianeta e comprendiamo certamente i suoi numerosi sforzi per riorganizzare un Corpo di Polizia avviato all’emarginazione, in un dipartimento destinato praticamente al collasso. "A parlare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca": diceva qualcuno della prima Repubblica. Che rapportato alle carceri di oggi fa giusto interpretare quale sia l’unica, vera, intenzione di questo esecutivo nel voler costruire nuovi istituti penitenziari, affidandone praticamente la gestione alle ditte private, e magari agevolando anche il capitale di società straniere.

Nel frattempo il Guardasigilli rimane cauto sulle modalità d’ingresso di questi privati e taglia i capitoli di bilancio che andrebbero invece incrementati, confermando i dubbi di chi teme proprio la privatizzazione. Crediamo, a questo punto, che più si alza il polverone, più si ricorda che in carcere si sta male, più scheletri facciamo uscire dagli armadi e più aiutiamo questo governo a promuovere provvedimenti urgenti per interventi straordinari: come il pacchetto di riforme che Alfano presenterà la prossima settimana al Consiglio dei ministri. Alla faccia di chi invita ancora a pensare al carcere in termini puramente normali".

"A differenza del precedente, questo esecutivo sta cercando una "sponda solida - fa notare ancora l’Osapp - un fondamento che faciliti una volta per tutte questo tipo di soluzioni aziendali per il problema del sovraffollamento. Un sostegno che certamente non offriremo noi. Il dato numerico, come detto prima, non ci conforta per niente e al contrario di altre organizzazioni sindacali non c’interessa nemmeno perdere tempo ad elemosinare incontri con i vertici aziendali.

Siamo sempre più convinti che nessuno dei signori citati prima abbia la netta sensazione di quello che sta capitando negli istituti italiani, al di là delle agenzie di stampa che vengono loro riportate. Ma che non ci sia nemmeno un briciolo di curiosità nel capire la ragione per cui si è pagati tanto dai cittadini italiani - termina Beneduci -, ci porta a pensare come manchi, da parte loro, l’energia e la voglia di curare una piaga che mette assieme 58mila detenuti e 44mila poliziotti penitenziari".

Giustizia: Uil; sfollamenti senza senso, da una regione all’altra

 

Il Velino, 5 dicembre 2008

 

"Nel momento in cui tutto il Paese è chiamato a grandi sacrifici e la politica impegnata a contenere gli effetti di una crisi economica devastante, ci pare assolutamente fuori luogo che l’amministrazione penitenziaria metta in piedi determinazioni che di fatto aggravano immotivatamente la spesa pubblica e determinano l’irrazionale impiego di risorse umane, diversamente destinabili". Lo dichiara Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Pa Penitenziari, in una nota inviata ai vertici dipartimentali e al ministro della Giustizia Angelino Alfano.

"Alcune disposizioni emanate da articolazioni del Dap - prosegue - finiscono per orientare molto negativamente il nostro giudizio di competenza, razionalità ed efficienza amministrativa di codesta amministrazione". Ad alimentare la polemica la disposizione emanata ieri dal Dap a trasferire, per sfollamento, 21 detenuti dalla Lombardia in istituti del Veneto.

"Riteniamo difficile - aggiunge Sarno - individuare razionalità e logica nell’agire del Dap. Basti pensare che solo una decina di giorni fa il Dap aveva autorizzato lo sfollamento di circa trenta detenuti da istituti del Veneto per altre sedi penitenziarie. Ora è probabile che a noi sia fatto divieto capire (per nostri limiti) quale sia la logica che ispira tali movimentazioni (nemmeno giustificate da ragioni di sicurezza e opportunità) resta il fatto che tali disposizioni, non producendo alcun sostanziale effetto, possono legittimante essere considerate anti-economiche e, pertanto, generatrici di danni erariali".

"La Uil chiede, pertanto, al Dap - continua il segretario generale della Uil Pa Penitenziari - di correre ai ripari per evitare il riproporsi di provvedimenti "che producono solo turismo giudiziario e penitenziario e che incidono ancor più inflattivamente sui carichi di lavoro del personale (quando e se disponibile) chiamato allo svolgimento del predetto servizio.

Si vorrà convenire che movimentare centinaia di detenuti senza ricavare alcun beneficio concreto sia una spesa ingiustificata ed inutile, tra l’altro quantificabile in diverse centinai di migliaia di euro a carico dei contribuenti. Soldi che, vista l’insostenibile situazione, potrebbero essere spesi ben diversamente. Per fare ciò, però - conclude Sarno -, occorrono persone competenti che, evidentemente, al Dap scarseggiano. Ciò nonostante che negli ultimi anni uffici e articolazioni dipartimentali abbiano visto gonfiare a dismisura i loro organici, depauperando di uomini ed energie le periferie".

Lettere: come si vive, oggi, nelle sovraffollate carceri italiane

 

www.radiocarcere.com, 5 dicembre 2008

 

Io, che a Torino ho dormito per terra. Caro Arena, da una settimana sono uscito dal carcere di Torino e ti scrivo perché sono uno di quei quaranta detenuti costretti a dormire per terra nella palestra del carcere. La sera che mi hanno arrestato mi hanno detto che in cella il posto per me e per altri non c’era e così ci hanno portato nella palestra. Lì dentro cerano dei materassi per terra e altri detenuti sdraiati. Io sono stato fortunato perché ho trovato un materasso libero, ma ad altri è andata peggio e hanno dormito sul pavimento. Anche le coperte non erano sufficienti per tutti e non è mancato qualcuno che ha dormito senza. Difficile dirti cosa ho passato. O come abbiamo dovuto fare i bisogni, visto che i bagno della palestra in poco tempo erano inutilizzabili. Mangiavamo per terra, seduti sui materassi e la sera mentre dormivo in quella palestra pensavo di non essere in Italia. Evidentemente mi sbagliavo. M. da Torino

 

Cagliari: qui si muore per disperazione. Caro Riccardo, è da un anno che sono detenuto nel carcere Buon Cammino di Cagliari. Un carcere vecchio e sovraffollato. In cella siamo in 7 detenuti. 7 detenuti in una cella di 3 mq, una pena che nessuno può immaginare. Inoltre ogni mattina manca l’acqua e non possiamo scendere a fare l’ora d’aria perché dobbiamo aspettare che dal rubinetto esca qualche goccia. Mi mancano tre anni per uscire ma non so se ce la farò. In questo anno che sto rinchiuso nel carcere di Cagliari ho già visto morire due ragazzi. Si sono impiccati. Impiccati per disperazione. Sono scene che ti lasciano il segno dentro. Giuseppe, dal carcere Buon Cammino di Cagliari.

 

A Monza in 150 dormiamo per terra. Cara Radiocarcere, ti scriviamo da una piccola cella del carcere di Monza. Una cella fatta per due detenuti ma dove ci viviamo in 4 detenuti. Tre di noi dormono su un letto a castello a tre piani e il quarto è costretto a dormire per terra, tra sporcizia e scarafaggi. Ma noi non siamo i soli a vivere così nel carcere di Monza. Infatti sono circa 150 i detenuti che nel carcere di Monza dormo con il materasso per terra. Ti assicuro che non è facile vivere così, e ciò che ci amareggia di più è vedere che a nessuno importa nulla di come siamo costretti a patire la nostra pena. Alessandro, Peppe, Alessio e M. dal carcere di Monza

 

S.M. Capua Vetere: noi 10 detenute in una cella. Caro Arena, ti scrivo dalla sezione femminile del carcere di S.M. Capua Vetere, reparto Senna. Un vero e proprio inferno. Ti dico solo che noi donne in cella non siano in 3 , in 5 o in 6. Noi nel carcere di S.M. Capua Vetere dentro una sola cella siamo ben 10 detenute! Praticamente viviamo ammassate una su l’altra. E non è uno scherzo! Vivendo in 10 donne dentro una cella, puoi immaginare come la nostra dignità, il nostro pudore sia messo sotto i piedi e calpestato. In una cella così sovraffollata, basta che una semplice discussione tra detenute per scatenare un vero casino. Allo stesso tempo fra le detenute c’è tanta paura. La paura di raccontare la vita a cui ci costringono qui nel carcere di S.M. Capua Vetere. Paura che se qualcuno parla poi rischia di essere punito. Ci tenevo anche a dirti che qui mancano anche le medicine. Medicine che siamo costrette a pagare di tasca nostra. Ti sembra giusto?. Rosalba dal carcere di S.M. Capua Vetere

 

A Sulmona si dorme a turno per terra. Ciao Radiocarcere, Ti scrivo da una cella del carcere di Sulmona. Una cella, grande solo un metro per due, una cella che occupiamo in 4 detenuti. In un angolo c’è anche un bagno piccolissimo che, ovviamente, non ha l’acqua calda. Ma il fatto più grave è che in questa piccola cella ci sono solo tre letti. Già siamo 4 detenuti ma abbiamo solo 3 letti. La conseguenza è che uno di noi a turno è costretto a dormire per terra. E la cosa non è molto piacevole. Considera che noi non siamo gli unici nel carcere di Sulmona a dormire per terra. In tante altre celle la situazione è la stessa. Vorremo che un parlamentare venisse a vedere come siamo costretti a vivere. Vorremo che la stampa, e non solo voi di Radiocarcere, si occupasse del carcere di Sulmona non solo quando qui uno di noi decide di farla finita. Vorremo che la gente fosse anche informata anche di come qui siamo costretti a sopravvivere. Franco dal carcere di Sulmona

 

All’Ucciardone tra sovraffollamento e pulci. Ciao Riccardo, qui all’Ucciardone viviamo ormai ammassati nelle nostre celle. Celle vecchie, sporche e rovinate dalla muffa. Pensa che nelle celle da 2 detenuti ci stiamo in 4 detenuti, in quelle da 4 ci stiamo in 6, e in quelle da 6 ci stiamo in 9 detenuti. Non ci sono parole per dirti cosa significa per noi vivere in queste condizioni. Tutto diventa impossibile qui nel carcere dell’Ucciardone, tranne il degrado. Non possiamo neanche lavarci. Infatti ci danno una saponetta al mese, e resta un mistero sapere dove vanno a finire i soldi spesi per le forniture del carcere! Da una settimana non possiamo neanche incontrare i nostri familiari. Il motivo: la sala colloqui è stata invasa da pulci e pidocchi. Concludo caro Riccardo, ricordando a chi di dovere che noi siamo esseri umani anche se detenuti. Carmelo dal carcere dell’Ucciardone di Palermo.

 

Vicenza: ecco la nostra "rieducazione". Caro Arena, ti scrivo dal carcere di Vicenza dove in celle piccolissime, fatte per una sola persona, ci stiamo in 3 ed anche in 4 detenuti. Inoltre, se molti agenti sono con noi comprensivi, altri non fanno che trattarci male dicendoci sempre parolacce, altri ancora, se uno di noi dice qualcosa, ci saltano addosso e ci danno le botte. È inutile dirti che qui nel carcere di Vicenza non esiste alcuna socialità, alcuna rieducazione. Riccardo, la situazione qui è veramente grave. Questa lettera ho faticato molto per fartela arrivare. Infatti ti ho già scritto una settimana fa, ma il giorno dopo che ti ho inviato la lettera sono stato duramente punito… e ovviamente la lettera non te l’hanno mandata. Dal carcere di Vicenza ti salutano tutti i 75 detenuti della terza sezione. Ti prego di far sentire anche la nostra voce. Gianfranco dal carcere di Vicenza.

 

A Piacenza la nostra cella è una grotta. Carissimo Arena, La situazione nel carcere di Piacenza è grave. Infatti, questo carcere potrebbero contenere 180 detenuti mentre ora ce ne sono 350! Il tribunale di sorveglianza concede pochissime misure alternative e così molti detenuti scontano la pena fino alla fine. Gli educatori praticamente è come se non esistessero, ce ne sono solo 2. Così noi siamo costretti a vivere la nostra pena in una cella piccolissima, detta cubicolo, occupata da due o anche tre detenuti. Una cella dove manca l’acqua corrente e dove non c’è neanche il bidè. Chiusi in questa grotta per 22 ore al giorno, senza poter lavorare o studiare. È la nostra pena. Michele e Vincenzo dal carcere di Piacenza.

 

Perché ad Alessandria non ci danno benefici? Ciao Radiocarcere, siamo i circa 160 detenuti definitivi del carcere di Alessandria e ti scriviamo perché noi abbiamo il problema del magistrato di sorveglianza che non ci concede nessuna misura alternativa. Ti portiamo qualche esempio. Dei detenuti condannati a 10 anni di pena, dopo averne scontati ben 8 si sono visti rigettati qualsiasi beneficio dalla sospensione della pena, alla semilibertà, fino ai permessi premio.

E si tratta di tutti detenuti che hanno tenuto un’ottima condotta in carcere. Oppure, un altro caso di un detenuto, condannato a 2 anni e 6 mesi, il quale dopo 2 anni ha chiesto dei benefici ma sta ancora qui dentro. Ora, noi non capiamo perché dobbiamo vederci negata una possibilità per il nostro futuro. Dire sempre no, ovvero rigettare tutte le richieste di misure alternative non ci sembra giusto. Forse qualcuno dovrebbe chiedersi come mai qui un magistrato di sorveglianza di ce sempre no, no e solo no! 160 detenuti del carcere di Alessandria.

 

Poggioreale: l’inferno in città. Caro Riccardo, Ti scriviamo dal vecchio carcere di Poggioreale, dove non si applica la legge e dove i detenuti sono rinchiusi in un carcere fuori legge. Un vecchio carcere che potrebbe ospitare 1.300 detenuti e che invece ne contiene più di 2.200. Questo significa che vivere a Poggioreale è come stare all’inferno. Nelle celle piccole, quelle fatte per un solo detenuto ci stanno 3 detenuti, mentre nelle celle più grandi, fatte per 4 detenuti, ce ne stanno ammassati in 10, in 12 e anche in 13 detenuti! Ma non solo. L’attività rieducativa qui a Poggioreale è stare in cella, visto che ci restiamo chiusi per 22 ore al giorno. Inoltre sono settimane che non ci possiamo fare le doccia perché sono rotte. Per concludere ti raccontiamo questa: di recente un detenuto ha avuto un infarto mentre faceva l’ora d’aria. Noi lo abbiamo soccorso e abbiamo chiamato aiuto, ma siamo rimasti lì con lui ad aspettare che arrivasse qualcuno per più di un questo d’ora . Dopo lo hanno portato in infermeria, dove però pare che non ci fosse il medico, così è stato portato all’Ospedale. Ora quel detenuto, infartuato, è stato rimesso in una cella con altri 3 detenuti e tutti fumatori! Vi sembra normale? Ciao Riccardo. Lello, Salvatore, Fabio, Ciro, Enzo, Cesare e Sasà carcere Poggioreale di Napoli.

Trieste: detenuto di 30 anni muore in cella, disposta l'autopsia

 

Il Piccolo, 5 dicembre 2008

 

È morto in una cella del carcere Coroneo di Trieste ad appena trent’anni. Fulminato da un malore. Nicola Milic, originario di Fossalon, si è seduto sulla branda e poi si è accasciato. È successo di fronte ai cinque suoi compagni di cella attorno alle 22.30 dell’altra sera.

Sono stati chiamati gli agenti della penitenziaria che hanno tentato di rianimarlo. Poi è arrivato il medico del carcere ma non ha potuto fare nulla. Sarà l’autopsia disposta dal pm Cristina Bacer a fare chiarezza sull’episodio. Milic, secondo la scheda personale, non soffriva di particolari patologie. Il magistrato vuole capire se Milic, in carcere in regime di custodia cautelare per un reato di droga avvenuto due anni fa, è morto per cause naturali o per qualche altra ragione. E in questo senso se possa esserci anche qualche responsabilità in qualche modo connessa al tragico episodio. L’autopsia sarà eseguita nei prossimi giorni dal medico legale Fulvio Costantinides.

È stata avviata anche un’indagine interna al carcere per capire esattamente cosa sia accaduto l’altra notte. Saranno interrogati non solo gli agenti della penitenziaria presenti al Coroneo, ma anche i suoi compagni di cella costretti in una stanza angusta di pochi metri. Si trovava al Coroneo da pochi mesi. Era stato raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare del gip di Gorizia dopo essere stato arrestato dai carabinieri di Monfalcone.

Era stato fermato il primo settembre dello stesso anno. Aveva sette grammi di cocaina in tasca. Gli erano stati concessi i domiciliari ma tre giorni dopo era stato nuovamente arrestato dai carabinieri di Monfalcone che lo avevano incontrato per strada quando invece avrebbe dovuto essere a casa. Appena tre giorni fa (assistito dall’avvocato Laura Luzzato) era stato assolto dalla Corte d’Appello dopo un anno di carcere in seguito a un altro episodio risalente a undici anni prima.

Per quella vicenda era stato accusato assieme ad altre tre persone di aver detenuto quasi sei chilogrammi di hashish e mezzo chilo di cocaina. I documenti non erano riusciti a provare la colpevolezza degli imputati anche se per la detenzione a fine di spaccio di mezzo etto di coca era intervenuta la prescrizione del reato.

L’altro capo di imputazione, sul quale il giudice di secondo grado ha assolto i quattro imputati, riguardava uno smercio di ingenti quantità di hashish in varie località imprecisate della regione tra il febbraio e l’ottobre del 1997. Di questa sostanza però erano stati trovati solo pochi grammi e neppure contestabili a tutti gli imputati. Il quantitativo della droga riportata sul capo di imputazione era stato presunto dagli investigatori in base a una serie di intercettazioni telefoniche.

Foggia: chiusura delle carceri fatiscenti, sindacati si spaccano

 

Asca, 5 dicembre 2008

 

L’Osapp si dissocia dalla proposta di chiudere le strutture carcerarie inadeguate avanzata dal Sappe. Il vicesegretario generale Nazionale dell’Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria (Osapp), Domenico Mastrulli, si dissocia dalla proposta di chiusura di tutti gli istituti penitenziari della Puglia avanzata dal Sappe a causa delle inadeguate situazioni strutturali e igienico-sanitarie riscontrate nelle carceri.

L’Osapp propone, invece, adeguati ed urgenti interventi migliorativi strutturali nelle carceri e sollecita lo stanziamento di finanziamenti per l’edilizia penitenziaria. Il sovraffollamento in Puglia come nelle restanti Regioni d’Italia, - afferma Mastrulli - ha toccato la più alta percentuale della storia penitenziaria con circa 3.500 reclusi. E solo oltre tremila i poliziotti che operano in Puglia, dopo anni di lunga e penosa sofferenza perché in servizio nel Nord e nel Centro Italia. "La paventata chiusura dei plessi detentivi, - scrive Mastrulli - significherebbe un allontanamento dalla Puglia dei poliziotti in altri penitenziari e comandi del Nord Italia.

La situazione di sovraffollamento e le carenze strutturali, sanitarie ed associative, - conclude Mastrulli - impongono l’apertura di un urgente tavolo di confronto tra le organizzazioni sindacali di categoria e tutte le istituzioni dei settori della sicurezza e della sanità.

Cagliari: Buoncammino diventerà un ospedale per detenuti?

 

La Nuova Sardegna, 5 dicembre 2008

 

Come Rebibbia e San Vittore: Buoncammino resterà nel patrimonio del ministero di Grazia e Giustizia. Non c’è aria di dismissione per il carcere ottocentesco cagliaritano da dove, non prima di due anni, se ne andranno detenuti e agenti di custodia destinati nell’edificio tuttora in costruzione nelle campagne di Uta.

Potrebbe sorgere qui, infatti, il mille volte richiesto centro clinico per una popolazione carceraria in condizioni fisiche precarie: il 70 per cento dei detenuti di Buoncammino è tossicodipendente, il resto convive con Aids o con malattie psichiatriche. Altra opzione è che nel vecchio carcere restino i detenuti che hanno ottenuto il regime di semilibertà e per i quali la permanenza in centro città renderebbe meglio gestibile le attività di reinserimento sociale.

Infine: Buoncammino rimane un carcere e basta e i detenuti vengono divisi tra vecchio e nuovo edificio con criteri ancora da stabilire. Non è attuale, insomma, l’idea che la struttura possa essere consegnata alla città attraverso la Regione. Comunque per ora non è attuale neppure il tema del trasferimento del carcere in un edificio finalmente adatto ai numeri ormai costanti per Buoncammino dove ogni tre mesi si va ufficialmente in sovraffollamento.

La cittadella deve essere consegnata al committente (il ministero delle infrastrutture) entro il novembre del 2009, poi va resa "abitabile": devono arrivare mobili, letti, attrezzature, impianti tecnologici. Con un po’ di ottimismo, un altro anno è da mettere nel conto. Tempi e scelte sono destinati a scontentare due realtà molto diverse: gli operatori impegnati nel carcere che affrontano ogni giorno i problemi provocati da sovraffollamento e inadeguatezza congenita di un edificio progettato nel corso dell’Ottocento; la comunità cagliaritana che guarda allo spazio liberato dal ministero di Grazia e Giustizia come un’opportunità quasi unica per via della posizione senza eguali.

Il punto è che Buoncammino senza detenuti può essere utile al sistema carcerario e in un modo positivo. Da tempo le associazioni di sostegno dei detenuti e delle loro famiglie chiedono la possibilità di collegare alcuni momenti della reclusione col mondo esterno. La struttura di concezione superata dentro Buoncammino pregiudica ogni cosa: anche le conquiste di civiltà più elementari non trovano facilmente diritto di soggiorno in un carcere vecchio.

Come il nido per i figli delle detenute che non possono essere rimesse subito in libertà, problema finora superato dalla buona volontà della direzione del carcere e dalla sensibilità del magistrato di sorveglianza. O come sale comuni dove trascorrere una parte del tempo in attività di formazione, tanto per fare un esempio.

Una questione spinosa: senza i locali necessari i detenuti ammessi ai corsi professionali devono per forza uscire dal carcere, ma qui ci si scontra con un’altra grossa lacuna dell’amministrazione penitenziaria, vale a dire il vuoto degli organici degli agenti di custodia. Per uscire i detenuti devono essere accompagnati e troppo spesso la direzione del carcere si è trovata costretta a rinunciare a progetti in cui si credeva fortemente.

La costruzione della cittadella vicino a Uta risulta a buon punto: parte dei padiglioni destinati ai carcerati sono finiti, così come altri caseggiati e il muro di cinta. La scelta se fare o meno a Buoncammino il centro clinico dovrebbe maturare nel giro di un anno: se si preferirà allestirlo a Uta bisognerà tenerne conto per arredi, tecnologie e spazi.

Firenze: l’Opg di Montelupo sovraffollato… ed Empoli vuoto

 

Il Tirreno, 5 dicembre 2008

 

Nulla è più difficile di far vedere la realtà a chi non vuol vederla per partito preso o per secondi fini. La realtà è affatto semplice: l’Opg scoppia. Il sovraffollamento è la causa principale dell’aggressività e della difficile gestione dei ricoverati, che si somma alla loro già dimostrata tendenza a comportamenti antisociali. Le recenti notizie, che dovranno essere rigorosamente verificate e dimostrate, son comunque un indice di sofferenza di quella struttura non fosse altro per una diminuita capacità di tolleranza dei detenuti.

A pochi minuti di strada vi è una struttura gestita dalla stessa amministrazione, la Casa Circondariale di Empoli, praticamente vuota. Da un lato la sofferenza dei detenuti, dall’altro la sofferenza dei contribuenti che vedono il pubblico denaro usato per una struttura inutilizzata. La casa circondariale di Empoli aveva, ed avrebbe ancora, valore per la riabilitazione delle donne tossicodipendenti perché vi è una notevole professionalità acquisita dagli operatori in tal senso. Questo patrimonio professionale rischia adesso di essere buttato alle ortiche.

Le detenute tossicodipendenti ci sarebbero, ma, arbitrariamente, sono stati scelti criteri troppo restrittivi di scelta (sentenza definitiva, età inferiore ai 40 anni etc.). Si tratta quindi di applicare un serio pragmatismo per risolvere la questione: si crei una cassa d’espansione per l’Opg, che sarebbe, a mio avviso, l’esigenza più urgente per impedire che si verifichino gravi episodi d’intolleranza e d’aggressività al suo interno, che mettono a rischio l’incolumità dei detenuti e degli stessi operatori, aprendo una struttura limitrofa come potrebbe essere la casa circondariale di Pescia, nuova e a quanto mi risulta mai utilizzata, e, contemporaneamente si riavvii l’esperienza della Casa circondariale di Empoli a custodia attenuata per detenute tossicodipendenti, ampliandone i criteri d’ammissione.

Ovvero, in ipotesi, si proceda alla utilizzazione, anche provvisoria, della casa circondariale d’Empoli per decongestionare l’Opg. La sistemazione dei detenuti trans, anzi, pardon, delle "detenute", ospiti d’un reparto specifico di Sollicciano, svalorizza la professionalità degli operatori del carcere di Empoli e non risolve i problemi del manicomio di Montelupo.

Ferrara: la rissa nel carcere, un detenuto picchia tre guardie

di Nicola Bianchi

 

Il Resto del Carlino, 5 dicembre 2008

 

L’uomo, un nordafricano finito dietro le sbarre per reati di droga, non voleva tornarsene in cella al termine dell’ora d’aria e ha aggredito i tre addetti alla sicurezza con calci, pugni, spinte e schiaffi, incitato dai compagni. Basta, questo è veramente troppo". L’ultima goccia ha fatto tracimare il vaso... Arginone, alimentando durissime polemiche sul sovraffollamento del nostro carcere; un problema già portato all’attenzione dell’opinione pubblica dal segretario provinciale del Sappe Roberto Tronca.

L’ultima goccia, dicevamo, è rappresentata da tre guardie carcerarie picchiate da un detenuto che non voleva tornarsene in cella al termine dell’ora d’aria. Il bollettino medico parla di un labbro spaccato e un occhio gonfio, per il primo agente, di un ematoma in testa, per il secondo, e il sopracciglio rotto, per il terzo. Così tutti e tre sono stati accompagnati al pronto soccorso e refertati. A sconvolgere la routine dell’Arginone ci ha pensato ieri alle 15 un detenuto africano, trasferito dal carcere di Piacenza a quello di Ferrara circa sette mesi fa. È dentro per fatti di droga e deve ancora scontare qualche anno. Alle 15, come ogni santo giorno, finisce l’ora d’aria per i detenuti i quali sono chiamati a tornarsene nelle loro celle. Ma lo straniero, evidentemente, ieri non aveva nessuna voglia di adempiere a quell’ordine.

E di fronte agli inviti delle guardie è letteralmente esploso aggredendone tre con calci, pugni, spinte e schiaffi. Il tutto sotto l’incitamento di molti altri detenuti. Alla fine i tre addetti alla sicurezza - tra i 30 e i 35 anni d’età e con almeno 15 di servizio alle spalle - con fatica sono riusciti a fermare quella furia e con l’aiuto di altri colleghi l’hanno riportato nella sua cella.

"Questo - chiosa Roberto Tronca - accade in un penitenziario sovraffollato come il nostro con 425 detenuti. Siamo in una situazione difficile, la maggior parte di queste persone sono extracomunitari (circa 300), mentre il numero delle guardie è sempre meno. Sulla carta siamo in 170 ma sono 70-80 quelli che badano i detenuti, mentre i restanti hanno altri compiti. C’è un solo agente per 50 detenuti quando ce ne vorrebbero minimo tre".

Poi aggiunge: "Questi stranieri non hanno nulla da perdere e per loro prendersi una denuncia in più per aggressione non cambia nulla. Noi siamo qui solamente con la divisa e con la nostra parola per convincerli, non siamo armati". Infine lancia l’ennesimo appello: "Chiedo a chi sta sopra di noi di impegnarsi per risolvere questi problemi. Perché oggi è andata così, con tre feriti, ma domani potrebbe finire molto peggio".

Lucca: firmato protocollo d’intesa per reinserimento detenuti

 

Il Tirreno, 5 dicembre 2008

 

Favorire un reale inserimento socio-lavorativo attraverso un percorso di sensibilizzazione alla responsabilità sociale delle imprese e un’implementazione sul piano tecnico e operativo delle risorse del territorio impegnate nelle politiche del lavoro. Questo lo scopo principale del protocollo d’intesa firmato questa mattina a Palazzo Ducale. Questa mattina (mercoledì 3 dicembre) è stato siglato a Palazzo Ducale, il protocollo d’intesa su "Problemi del carcere e per favorire il reinserimento delle persone detenute".

A firmare il documento, oltre la Provincia di Lucca che lo ha promosso, la Casa Circondariale San Giorgio, le articolazioni zonali delle Conferenze dei sindaci della Valle del Serchio e della Piana di Lucca, il Comune di Lucca, la Conferenza dei sindaci della Versilia, la Camera di Commercio, l’Ufficio esecuzione penale esterna di Pisa, sede di servizio di Lucca, le Aziende sanitarie locali di Lucca e della Versilia, il Gruppo volontari Carcere, la delegazione di Lucca del Cesvot, centro servizi volontariato Toscana, la cooperativa La Mongolfiera, il consorzio So&Co, il Ce.I.S. Gruppo giovani e comunità, la Seac, Proteo centro studi formazione onlus, il patronato Inac, il Centro territoriale permanente per l’istruzione e la formazione in età adulta di Lucca, il Gruppo volontari accoglienza immigrati, la Confartigianato di Lucca, la Confederazione nazionale degli artigiani di Lucca, l’Ascom, la Confesercenti, la Col diretti, l’Unione agricoltori, la Cia, la Confcooperative, la Lega Cooperative, l’Unci e l’Associazione industriali di Lucca.

"La peculiarità del protocollo - spiega il presidente della Provincia, Stefano Baccelli - è che intende dare risposte ad una delle esigenze principali di carcerati ed ex-carcerati: trovare un lavoro che permetta loro di imboccare una via diversa da quella che li ha portati a dover scontare una pena. Per questo è importante che tra i firmatari non vi siano solo i soggetti che operano, a vario titolo, nel mondo della detenzione, ma anche l’Associazione industriali, la Camera di commercio e le categorie economiche. Si crea, in questo modo, una reale collegamento tra il mondo del lavoro e quello del carcere, così da dare una concreta possibilità di reinserimento nella società".

Il protocollo si basa sul confronto delle esigenze del mondo carcerario con quelle che scaturiscono dal mondo del lavoro. Nasce, così, un rapporto di collaborazione tra i firmatari, finalizzato a realizzare un positivo sostegno alle persone detenute nella Casa circondariale di Lucca e a quelle che usufruiscono di misure detentive alternative. L’azione promossa da questo documento, però, si rivolge anche a coloro che hanno scontato la pena.

Obiettivo, quindi, è favorire un reale inserimento socio-lavorativo, attraverso un percorso di sensibilizzazione alla responsabilità sociale delle imprese e un’implementazione sul piano tecnico e operativo delle risorse del territorio impegnate nelle politiche del lavoro. Tutti i firmatari concorreranno tra loro, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze e delle proprie finalità, alla predisposizione e realizzazione di progetti volti a favorire il reinserimento nella comunità delle persone detenute.

Gli ambiti interessati da tali interventi sono quelli che interessano le attività socio-assistenziali; culturali e ricreative; dell’ascolto e del sostegno; dello sport; della formazione professionale e avvio al lavoro; della casa; del tempo libero; dell’assistenza sanitaria e, per quanto concerne le persone di origine extracomunitaria sia detenute sia sottoposte a misura alternativa, dell’interpretariato e della mediazione culturale.

"Come Provincia - spiega l’assessore al Sociale, Mario Regoli - arriviamo a questo protocollo dopo la nostra esperienza in altri progetti, come Colmare le distanze, che unisce Lucca e Pisa in un percorso di reinserimento dei detenuti. Nell’ambito del protocollo siglato questa mattina, Palazzo Ducale si impegna a erogare ai destinatari delle politiche di inclusione sociale, i servizi istituzionali di orientamento e favorire l’accesso a percorsi mirati di inserimento, quali stage, tirocini, borse lavoro, nonché fornire consulenza e collaborazione nella predisposizione dei progetti che gli altri soggetti effettueranno, nell’ambito di politiche del lavoro rivolte allo svantaggio sociale".

Inoltre, i firmatari si impegnano a realizzare azioni di sensibilizzazione della cittadinanza sul tema della detenzione, dell’esecuzione penale esterna e del reinserimento sociale delle persone che hanno commesso reati, in modo che questi e la Casa circondariale siano considerati parte integrante della comunità lucchese.

"A pochi giorni dai 202 anni di apertura del Carcere di San Giorgio - commenta il direttore della Casa circondariale di Lucca, Umberto Verde - che ricorre il 6 dicembre prossimo, si arriva al completamento di questo complesso e lungo lavoro che ha coinvolto non solo le istituzioni e le associazioni impegnate in tale ambito, ma tutto il mondo produttivo. Si prosegue, pertanto, nel lavoro iniziato dall’avvocato Bicocche che ha voluto, molti anni fa, aprire uno spiraglio che facesse vedere all’esterno cosa sia il carcere, affinché San Giorgio e la sua popolazione facciano parte del tessuto cittadino. Personalmente ci tenevo a portare a termine questo progetto prima del congedo: essendo stato 15 anni a Lucca ho potuto verificare come questa sia una città ideale per sviluppare un programma di questa importanza"

"Vorrei sottolineare - dice la responsabile dell’Uepe (Ufficio esecuzione penale esterna) Carolina Esposito - l’assoluta novità di questo documento che coinvolge le associazioni di categoria: questo è l’elemento principe di un percorso difficile che arriva oggi a una tappa fondamentale che permetterà di mettere in contatto il mondo del carcere con quello del lavoro, affinché si possa realmente parlare di reinserimento dei carcerati nella società".

"L’Associazione industriali di Lucca - commenta il suo direttore, Vittorio Armani - ha firmato questo protocollo che rappresenta un impegno chiaro. L’attuale momento di difficoltà economica senz’altro non aiuta, ma questo periodo è destinato a passare. Inoltre, spesso se si parla di manodopera si collega a lavori prettamente manuali, mentre è noto che vi sono aziende, ad esempio, di software in Italia, che impiegano quasi esclusivamente detenuti in permesso lavoro: questa è una nuova frontiera che dobbiamo assolutamente considerare, poiché da una parte permette di far loro seguire percorsi formativi qualificanti e dall’altra offre un interessante sbocco lavorativo".

"L’azienda Usl 2 - spiega il direttore generale, Oreste Tavanti - dal mese di aprile è responsabile della salute anche della popolazione carceraria: un passaggio significativo che afferma il diritto alla salute dei cittadini, ovunque essi si trovino. Quello su cui vorrei mettere l’accento, però, è il fatto che il carcere di Lucca ha 202 anni: ritengo che la comunità dovrà prima o poi porsi il problema di questa struttura e adeguarla alle nuove esigenze oppure costruirne una nuova in un altro luogo".

Roma: iniziato oggi il primo congresso nazionale dell’Anppe

 

Il Velino, 5 dicembre 2008

 

È iniziato a Roma, all’Istituto superiore di studi penitenziari di via Barellai, il primo congresso nazionale dell’Anppe, associazione nazionale Polizia penitenziaria cui aderiscono i pensionati del corpo."All’Associazione nazionale polizia penitenziaria - ha spiegato Donato Capece, presidente nazionale dell’Anppe - aderisce il personale in quiescenza della Polizia penitenziaria, del disciolto corpo degli Agenti di custodia e del soppresso ruolo delle Vigilatrici penitenziarie.

Partecipano al I congresso nazionale i componenti la presidenza e la segreteria nazionale ed i segretari regionali di tutta Italia. È significativo rappresentare che l’associazione Anppe è stata insignita di Stemma e Gonfalone con decreto del presidente della Repubblica datato 14 luglio 2008. Ed il primo atto del congresso è stata la lettura dei messaggi pervenuti dalle più alte cariche costituzionali, tra le quali il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il presidente del Senato Renato Schifani e della Camera dei deputati Gianfranco Fini.

Il capo dello stato, nel suo messaggio, ha sottolineato in particolare come il congresso dell’Anppe rappresenterà un significativo momento di riflessioni sui valori della democrazia, della sicurezza e della solidarietà. In particolare, il progetto di stimolare gli aderenti all’associazione ad attività di volontariato e solidarietà costituisce naturale proiezione dell’attenzione e della dedizione con la quale la Polizia penitenziaria partecipa al processo di rieducazione dei detenuti".

"Un sentito ed affettuoso saluto - ha proseguito - lo ha espresso anche il presidente del Senato Schifani mentre il presidente della Camera Fini ha auspicato che il congresso dell’Anppe possa costituire un’importante opportunità di confronto e di riflessione sulla delicata e complessa attività svolta dagli appartenenti al corpo di Polizia penitenziaria, valorizzandone il ruolo e la professionalità. È quindi intervenuta per porgere il suo saluto ai congressisti la dottoressa Maria Luigia Culla, dirigente generale dell’Isppe, che ha espresso il proprio compiacimento per le finalità dell’associazione, che si propone di mantenere stretti e costanti i legami tra personale in servizio e quello in quiescenza nonché di valorizzazione del ricordo di quanti sono stati vittime del terrorismo e della criminalità indossando le gloriose divise della Polizia penitenziaria, del disciolto corpo degli Agenti di custodia e del soppresso ruolo delle Vigilatrici penitenziarie. Nel corso dei lavori congressuali saranno elette le cariche direttive dell’Anppe.

Libri: "Né strapunto né lume"... le carceri raccontate sui muri

 

Il Tirreno, 5 dicembre 2008

 

"Né strapunto né lume", ovvero si dormiva per terra, e manna se sulle assi di legno che ricoprivano i pavimenti in cotto c’era un po’ di paglia. E l’unica luce era quel poco di sole che filtrava di giorno dalle grate; di notte nulla, tenebra nera. Con l’aggiunta, se era inverno, di freddo e umidità. Un paio d’anni in quelle condizioni non erano uno scherzo. Carcere duro, quello di Vicopisano.

"Le condizioni dei prigionieri migliorarono decisamente solo grazie a Pietro Leopoldo", spiega Filippo Mori, autore di un volume ("Né strapunto né lume", edito da Tagete) che ripercorre "la storia, la vita, le scritte delle carceri di Vicopisano" dal XVI al XX secolo. Granduca "illuminato", Pietro Leopoldo, rimasto alla guida della Toscana dal 1765 al 1790: "Con lui la detenzione in questo edificio divenne notevolmente più umana". Figurarsi come si stava prima, se Antinori Giulio, "Nato a Roma l’8 marzo 1900", scrive sulla parete della sua cella "mi hanno messo in questa sepoltura prima per giorni 5 di Rigore e sti vigliacchi mivonno proprio vedere morto in questa sepoltura".

Le scritte sui muri sono la testimonianza parlante del volume, il trait d’union che unisce la ricostruzione storica alla storia cristallizzata su intonaci e pietre. Migliaia di iscrizioni sparse lungo 450 anni di memorie carcerarie. Riflessioni, insulti, prediche, sfoghi, ricordi, versi di poesie; calligrafie rozze, stentate, quasi incomprensibili, oppure sorprendentemente eleganti, fluenti, quasi pretenziose; periodi corretti, periodi sgrammaticati, invettive politiche in italiano standard come anche sbotti nati dall’incontro di molteplici dialetti, l’unica carta d’identità rimasta di chi li ha vergati.

Il quarto e ultimo capitolo del libro è tutto dedicato a loro, a questi graffiti galeotti racchiusi in decine e decine di foto, a queste tracce che, dice l’assessore ai Beni Culturali del Comune di Vicopisano Fabio Bacci, "sono un patrimonio non solo locale, ma nazionale. Perché in Italia ce ne sono poche di carceri così, con all’interno iscrizioni così vecchie, ben conservate e ben leggibili. Per questo l’amministrazione si sta impegnando nella salvaguardia di questo edificio.

Ma salvaguardare non basta - continua Bacci - bisogna anche divulgare. Questo libro sulle nostre carceri, assieme a quelli usciti in precedenza, è un passo avanti". È possibile visitare le carceri la seconda domenica del mese nel periodo invernale, e tutti i giorni in primavera e in estate. Per informazioni: www.viconet.it.

Francia: ministro Dati chiede il carcere a partire dai 12 anni

 

Apcom, 5 dicembre 2008

 

Sta provocando un’aspra polemica in Francia la proposta della guardasigilli Rachida Dati di abbassare la responsabilità penale - l’età alla quale si può essere incarcerati - da 14 a 12 anni. La misura, che fa parte delle raccomandazioni contenute nel rapporto consegnato ieri al ministro della Giustizia dal giurista Andrè Varinard, stabilisce che i minori condannati per vicende criminali possono essere detenuti sin dall’età di 12 anni. Finora è il giudice minorile a stabilire caso per caso se un minore è penalmente responsabile. La norma dovrebbe far parte della riforma della giustizia minorile (attualmente regolata da un decreto del 1945) che Dati vuole far approvare "entro il primo trimestre del 2009".

La sua adozione si giustifica, secondo Varinard, poiché "si è notato un aumento della delinquenza a partire dai 12 anni". L’incarcerazione rimarrebbe tuttavia eccezionale e quale ultimo ricorso dopo aver esaurito gli altri strumenti repressivi, ha previsto Varinard, secondo il quale il provvedimento riguarderà "tra i 15 e i 20 minori ogni anno". Attualmente, sette ragazzini tredicenni 13 anni sono detenuti per aver commesso dei reati gravi.

Dati ha precisato che "sanzionare non vuol dire imprigionare" e che "i giudici minorili devono poter disporre di un ventaglio di risposte adeguate, che possono andare fino all’incarcerazione". "Un minore ha bisogno di autorità", ha aggiunto il ministro in attesa di un figlio (dovrebbe partorire a gennaio), e questa deve "essere esercitata con fermezza e umanità". Dati ha giustificato l’abbassamento dell’età della responsabilità penale citando l’esempio di altri paesi europei, dove è fissata in media a 12 anni. È di 10 anni in Svizzera e Gran Bretagna, di 12 nel Paesi Bassi e di 14 in Germania, Italia e Spagna.

Dati ha anche spiegato che si tratta della soglia raccomandata dalle Nazioni Unite, ma gli addetti ai lavori fanno notare che l’Onu si è basata su una media mondiale. E, osserva Le Monde, "non tiene conto del recente rapporto del commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, secondo il quale "l’età nella quale possono essere applicate delle sanzioni penali dovrebbe essere alzata per corrispondere alla maggiore età".

Il rapporto Varinard ha provocato un’alzata di scudi negli ambienti giudiziari: il Sindacato della magistratura (Sm), vicino alla sinistra, ha denunciato "una visione reazionaria e repressiva dell’infanzia", che rimette "in discussione in modo radicale la giustizia minorile e le risposte educative" che ne costituiscono la specificità. L’Unione sindacale dei magistrati (maggioritaria) l’Unione nazionale dei sindacati autonomi della protezione giudiziaria dei giovani e il Sm hanno poi denunciato il fatto che il rapporto Varinard preveda la sostituzione del tribunale per i minori, formato da un magistrato e due uditori non togati, con un giudice monocratico. Il principale sindacato degli educatori giudiziari ha per parte sua indetto uno sciopero.

Critica anche l’opposizione, seppure in modo discreto: i due parlamentari socialisti membri della commissione Varinard contestano il limite di età così fissato perché, sostengono, "sotto i 12 anni l’irresponsabilità penale è ormai assoluta". Riserve sono state espresse anche in seno alla maggioranza di governo: il Primo ministro Francois Fillon ha dichiarato infatti che "non si deve ritenere che i rapporti siano delle decisioni", mentre il capogruppo dell’Unione per un movimento popolare (Ump), Jean-Francois Copè, ha tenuto a precisare che la riforma della giustizia minorile "punta a salvare coloro che, a un’età sempre più giovane, commettono degli atti pericolosi per gli altri e per sé stessi". Il ministro della Casa Christine Boutin si è infine detta "molto perplessa".

Critici anche gli addetti ai lavori: su Liberation il sociologo Laurent Mucchielli, del Centro nazionale delle ricerche scientifiche spiega che, dei 204.000 minori passati davanti a un giudice nel 2007, solo l’1,3% avevano commesso atti criminali (omicidio, violenza sessuale, furto a mano armata, sequestro di persona, traffico di stupefacenti). La rivista specializzata Psychoenfants ha lanciato un manifesto intitolato "imprigionare non vuol dire educare", sottoscritto da un centinaio di esperti, che condannano il provvedimento, poiché, sottolineano, un 12enne non ha il discernimento per misurare interamente le conseguenze dei suoi atti.

Sul sito Rue89 il filosofo Bernard Girard sottolinea infine un dato interessante: che "mai come in quest’epoca i minori sono stati così poco violenti: nel 2006, il numero dei minori di 13 anni colpevoli di omicidio è... zero. Il numero dei delitti che li riguarda è dello 0,3% del totale". Girard fa notare anche che la politica adottata dai vari governi di destra negli ultimi anni in materia penale sembra dettata dalla polizia invece che dai parlamentari: "le diverse riforme del Codice penale si ispirano direttamente alle raccomandazioni dei poliziotti, che fanno dei giovani dei capri espiatori e degli spaventapasseri per ottenere dal potere politico misure sempre più repressive". Il filosofo cita infine un’altra delle 70 misure contenute nel rapporto Varinard, che riflette secondo lui "la forma mentis degli autori": quella che prevede che "si possa condannare un giovane ad andare a scuola in settimana e a trascorrere i fine settimana in carcere".

Ma la polemica potrebbe non fermarsi qui: ieri il portavoce dell’Ump, l’onnipresente Frederic Lefebvre, ha riesumato l’idea lanciata tempo fa dal presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy di rilevare le turbe del comportamento nei bambini sin dall’età di tre anni.

 

 

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