Rassegna stampa 22 novembre

 

Giustizia: Sorin ha 11 anni... e il futuro distrutto dalle ruspe

di Maria Corbi

 

La Stampa, 22 novembre 2007

 

Sono le due quando Sorin arriva dalla scuola con il suo zaino sulle spalle, il cappellino calcato sui capelli biondi, la voglia di giocare finalmente a pallone. La sua casa è una baracca al campo nomadi di Tor di Quinto, insediamento censito dal Comune a poca distanza dall’altro campo, quello incriminato, quello "dell’assassino".

Ma ieri le ruspe erano anche lì, veloci nel radere al suolo tutto, anche il sogno di normalità di un bambino di undici anni che rimane muto quando vede quella catasta di macerie al posto della sua casa. Due lacrime gli rigano le guance e un grido che affoga nel pianto: "I miei libri... come faccio domani ad andare a scuola". La polizia non ha voluto sapere chi vivesse in quella baracca, bastava il fatto che fosse abitata da "romeni".

"Sono loro gli abusivi, non noi che abitiamo qui da decenni", spiega una donna rom, anzi la padrona di casa di quella casupola affittata alla famiglia di Sorin per 100 euro al mese. "Di più non possiamo spendere", piange la mamma del ragazzino di fronte alle macerie. "Io faccio la domestica e guadagno 500 euro al mese, mio marito lavora nell’edilizia ma non sempre ha lavoro. La mia padrona non immagina che io viva in un campo e anche a scuola di Sorin nessuno sa".

La vergogna si mescola alla disperazione. La rassegnazione vince sulla rabbia mentre madre e figlio cercano di salvare qualcosa dai detriti, un pantalone o magari le scarpette da calcio, sogno di evasione per questo undicenne che è da due anni in Italia e che a scuola va bene, nonostante nessuno lo aiuti, nonostante la lingua. Intorno a lui continuano a cadere baracche, nessuna pietà neanche per quella dove riposa un bambino di sei mesi.

Nessuno ha avuto la possibilità di portarsi via niente. Il presidente della ventesima circoscrizione Massimiliano Fasoli si fa intervistare sul ciglio della pista ciclabile, non chiede nemmeno dove andranno a dormire questi bambini sfrattati dalle ruspe. Sulla sua scheda nel sito del Comune c’è scritto: cattolico, da sempre impegnato nel volontariato.

Quando in serata la mamma di Sorin va a bussare alla sua porta, in ufficio non c’è nessuno. "Non sono stati avvertiti della demolizione", spiega Salvatore Padeu, volontario. È stato lui ad avere l’idea di creare una squadra nel campo rom "per prendere a calci l’intolleranza".

Ma anche per permettere l’integrazione a questi bambini invisibili. Chi vuol far parte della squadra deve andare a scuola: è l’unica regola per entrare in campo sotto la tutela di monsignor Giovanni d’Ercole e l’aiuto di Massimo Testa, comunista doc, con tanto di falce e martello come ciondolo alla catenina, presidente della società Tor di Quinto, nelle cui fila è cresciuto Materazzi.

Una strana coppia, una specie di Peppone e Don Camillo, in questa terra di nessuno. Ieri era giorno di allenamento. "Sabato abbiamo una partita", dice Stefano il capitano. Ma ci sono le ruspe e il calcio deve aspettare. Abbattono anche alcuni servizi igienici di fortuna. "Come faranno ad andare a scuola questi bambini se non si lavano?".

Sorin racconta la prima volta che ha visto quel posto: "Quando mia nonna non mi ha più potuto tenere i miei genitori mi hanno portato in Italia, credevo che avessimo una casa, ho capito che non era così quando all’entrata del campo ho visto una sfilata di wc chimici".

C’è dignità nelle parole di questo bambino che chiede con educazione "perché ci stanno facendo questo?". "Ho trovato il libro di storia", dice contento quando le pagine rovinate spuntano da quel che era la sua casa. Ma per gli scarpini da calcio non c’è niente da fare. Qualcuno dice: "Te li porterà Babbo Natale". Sorin lo guarda: "Da noi non viene", dice mentre guarda le ruspe e le macchine della polizia andare via.

Giustizia: Napolitano; 200mila espulsioni? una deportazione!

di Francesco Grignetti

 

La Stampa, 22 novembre 2007

 

"Espellere 200 mila rumeni? Sarebbe una deportazione fuori da ogni quadro di diritto. Sia a titolo personale che nella mia funzione di Capo dello Stato non posso in nessun modo condividere simili ipotesi". Intervista del settimanale tedesco Die Zeit a Giorgio Napolitano.

Si parla del decreto sugli allontanamenti di cittadini comunitari. Il pericolo vero, visto dal Colle, è il razzismo. E quindi: "Ogni contrapposizione nei confronti di qualsiasi componente della crescente popolazione straniera in Italia va combattuta".

Finora, secondo gli ultimi dati ufficiali del governo, sono stati "allontanati" in 187. In Europa però aleggia ancora lo spettro di allontanamenti a vagonate. Di qui le domande del giornale tedesco e le risposte del Presidente della Repubblica. Che suscitano qualche polemica. "Piuttosto mi sarei aspettato che fosse rimasto deluso da questi numeri. Come lo siamo noi", dice Roberto Calderoli, Lega. "Il presidente Napolitano non può interferire nella vita politica in modo così pesante", aggiunge Roberto Castelli.

Il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, da parte sua non fa trapelare alcuna delusione, ma ieri ha convocato i prefetti e li ha esortati a procedere. Qualche spiegazione sui numeri deve averla chiesta. I prefetti gli hanno risposto che è stato un bene procedere con i piedi di piombo, motivando bene gli allontanamenti, per non essere poi sconfessati dai tribunali. "Si rischiava di bruciare lo strumento".

Hanno sottolineato una certa deterrenza psicologica: a Milano, a Roma, e in altri centri si è visto che molti se ne vanno, altri non arrivano, e la pressione immigratoria è calata. Conclusioni del ministro: "Tutto bene, ma se molliamo e c’è un calo di tensione, addio deterrenza psicologica".

Quanto al futuro del decreto, al Senato c’è maretta. Il senatore di An, Alfredo Mantovano, dice che la maggioranza ha "un atteggiamento dilatorio. Vogliono far arrivare il decreto in Aula il più tardi possibile, in maniera da togliere ogni possibilità di discussione".

Il relatore, Giannicola Sinisi, invece ostenta ottimismo. Un paio di emendamenti del centrodestra potrebbero essere accettati: specie l’idea di istituire una Dichiarazione d’ingresso, da compilare alle frontiere. Sarebbe facoltativa, ma in assenza della quale, se uno straniero viene fermato dalla polizia e non ha fonti lecite di reddito, si potrebbe presumere che sia entrato nel Paese da oltre tre mesi. E allora scatterebbe l’allontanamento.

Giustizia: Manconi; gestione irresponsabile dell'allarme sociale

 

Comunicato stampa, 22 dicembre 2007

 

Gli articoli pubblicati oggi da "La Stampa" costituiscono un segnale inquietante di come una irresponsabile gestione politica degli allarmi sociali può produrre esiti disastrosi per i livelli di civiltà giuridica e di tutela dei diritti nel nostro paese. La cronaca così attenta di Maria Corbi, finora non smentita dell’operazione di polizia nel campo rom di Tor di Quinto deve far riflettere tutti. Le giuste esigenze di sicurezza, la preoccupazione per il destino delle persone in assenza di strutture e servizi adeguati, la necessità di garantire i residenti da rischi e minacce: nulla di tutto ciò può giustificare quanto è stato raccontato da La Stampa.

Peggio: la vicenda del bambino Sorin dimostra come, per un verso, l’integrazione è possibile, ancorché faticosa, e passa attraverso intelligenti e razionali politiche pubbliche; e dimostra, per altro verso, come tali politiche possano essere vanificate da operazioni demagogiche del tutto gratuite come quella di ieri, sembra voluta e sollecitata dal presidente del XX Municipio. Il quale - tanto perché non ci siano equivoci - nel sito istituzionale si definisce "Cattolico, da sempre impegnato nel volontariato". Figuriamoci se non lo fosse.

 

Luigi Manconi, Sottosegretario alla Giustizia

Giustizia: Ferrero; sì a processi più brevi, per certezza pena

 

Dire, 22 novembre 2007

 

"Sono d’accordo che si accorcino i tempi dei processi in modo che ci sia certezza della pena". Così al microfono del programma Rai "Radio anch’io" il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero parla dei tempi della giustizia italiana, indicando nella lentezza la causa della mancata inclusione sociale dei soggetti più deboli della società.

"Per fronteggiare la delinquenza poi - continua Ferrero - bisogna aumentare di molto la capacità investigativa e il coordinamento delle nostre forze dell’ordine perché per prendere delle bande organizzate occorre attività di investigazione". No però ad una sicurezza preventiva che consideri tutti dei possibili sospetti: "Perché la sicurezza funzioni deve essere delimitata - sottolinea il responsabile del dicastero sociale - le forze dell’ordine non possono avere 5 milioni di persone da tenere d’occhio per garantire la sicurezza, o si è in grado di concentrarsi sui delinquenti oppure se tutti coloro che sono immigrati e a basso reddito diventano potenziali delinquenti - conclude Ferrero - semplicemente non succede niente".

Giustizia: Aldo Bianzino, morto in cella aspettando il Giudice

di Fabio Lattanzi (Avvocato in Roma)

 

Il Riformista, 22 novembre 2007

 

Un falegname. Aldo Bianzino. Faccia paffuta, incorniciata da un barbone incolto. Appoggiate sul naso due lenti rotonde. All’apparenza innocuo. La morte lo ha colto nel carcere di Capanne. La morte, camuffata abilmente da giustizia, la mattina del 12 ottobre si è presentata nella sua abitazione di campagna, dove vive con la mamma ultranovantenne e con il figlio più giovane. Un centinaio di piantine di erba, in gergo poliziesco, il ritrovamento dello stupefacente, ha innescato l’automatismo: l’arresto in flagranza. La detenzione di stupefacente non lascia alternativa. I carabinieri hanno immediatamente proceduto.

Aldo e la moglie Roberta sono stati invitati a salire sulla "gazzella". La mamma ultranovantenne, che vive con loro, è apparsa sin da subito non colpevole. L’arrivo a "Capanne", nuovissima casa di reclusione perugina, ha segnato la definitiva separazione dei due coniugi. Domenica 15 ottobre, entrambi infatti, sono usciti dal penitenziario, Roberta però con le proprie gambe, Aldo, invece, disteso in un’autoambulanza. Trovato il corpo privo di sensi all’interno della cella è stato immediatamente trasferito in ospedale, dove però hanno solo potuto dichiarare l’ora del decesso.

Le cause della morte oscure. La procura di Perugia ha disposto l’autopsia. I dati autoptici non sono conosciuti. Le voci si rincorrono, distacco del fegato ed emorragia celebrale. Eventi che ovviamente non potrebbero avere avuto una causa naturale. Voci, ipotesi senza un peso specifico. La Procura attualmente indaga nel senso di una omissione di soccorso. È necessario aspettare. Le indagini hanno la loro tempistica, la quale non deve essere accellerata, pena la commissione di errori, tali da compromettere in modo irreversibile l’accertamento di quanto accaduto. Un’indagine scevra da pressioni, isterismi e protagonismi ha la possibilità di dipanare quei dubbi che questa strana morte alimenta. Dubbi che devono trovare una risposta, ma che non devono portare al sorgere di campagne mediatiche, che finiscono con il premere inutilmente sul lavoro degli inquirenti. Chiedere che si accerti quanto è accaduto è doveroso. Pretendere che siano date risposte ai quesiti che la morte di Branzino ha fatto nascere è legittimo.

È necessario aspettare. L’attesa però non impedisce di chiedersi se è giusto che Aldo Bianzino fosse in carcere al momento della morte. La risposta può essere data sia con criteri logici sia con criteri giuridici. Nessun dubbio infatti circa il fatto che l’arresto fosse giuridicamente legittimo. La legge prevede che chi è trovato in possesso di sostanza stupefacente deve essere obbligatoriamente arrestato, con l’eccezione del così detto uso personale. Diritto e logica però non collidono. È difficile capire infatti l’utilità di questo arresto. Un arresto che nell’economia processuale appare come inutile. La prova è costituita dal quel numero di novantamila persone che in un anno, come si dice in gergo entrano ed escono dal carcere. Novantamila, un numero costituito in parte da chi, oggetto di un legittimo arresto in flagranza o di un fermo, viene scarcerato nei tre giorni successivi dall’autorità giudiziaria, che seppure valuta legittimo l’arresto ritiene non necessaria la permanenza in carcere. L’arresto in flagranza infatti ha una durata limitata, oltre la quale per giustificare le permanenza in carcere è necessaria la disposizione di un’ordinanza di custodia cautelare. Nelle novantamila persone che entrano ed escono, una buona percentuale è costituita da coloro, che entrano perché arrestati in flagranza ed escono perché l’autorità giudiziaria, ha ritenuto non necessaria la disposizione della custodia cautelare in carcere.

Il carcere prima del processo si giustifica infatti solamente con l’esigenza di prevenire determinati pericoli, quali per esempio la commissione di altri reati. La scarcerazione consegue pertanto all’inesistenza del pericolo o alla possibilità di eliminarlo con altre misure quali per esempio gli arresti domiciliari. Novantamila persone che pertanto entrano ed escono dal carcere per motivi giuridicamente ineccepibili, ma senza una giustificazione di logica utilità. Aldo Bianzino con molta probabilità si sarebbe iscritto al club dei novantamila. È facile ipotizzare che all’arresto non sarebbe seguita l’emissione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere. Lunedì 16 ottobre Aldo Bianzino avrebbe incontrato il giudice e sarebbe uscito dal carcere. Aldo Bianzino dal carcere di "Capanne" è invece uscito domenica 15 ottobre, morto.

Giustizia: quando tra cronaca e indagini c’è un circolo vizioso

di Luca Marafioti (Professore di Procedura Penale all’Università Roma Tre)

 

Il Riformista, 22 novembre 2007

 

Sconcerta gli inglesi il perverso intreccio tra inchiesta giudiziaria e battage mediatico sul caso Meredith. All’indice una giustizia italian style: presunti risultati nell’indagine sciorinati in piazza, fatti e supposizioni liberamente mescolati, abbandono di ogni cautela su presunti innocenti. Forse il circolo "vizioso" stampa-processi costituisce solo versione riveduta e "scorretta" di mali antichi. Odierno riflesso della morbosa attenzione da sempre accompagnata a causes célèbres. Per Savigny era segno di degrado la voga diffusa di ragionare nei salotti sul processo del giorno. Sin dal ‘700 il tribunale dell’opinione pubblica "conferisce premi e corone, fa e disfa le reputazioni".

Eppure il fenomeno presenta oggi profili preoccupanti, ingigantiti dalla diffusività dei mezzi di comunicazione. Allora la passione era per i giudizi in Assise. Ora, emerge il peso delle primissime indagini sui verdetti, inquietante per chi vuole riservate garanzie all’indagato e confida nella fisiologia del processo penale.

Le informazioni investigative trasferite alla stampa sono ghiotte anticipazioni su film ancora in lavorazione. La pressione dei e sui media induce, però, a stringere i tempi. A tagliare corto, ricercando scorciatoie probatorie e anticipando mosse procedimentali. Meglio il fermo che ponderate ordinanze del giudice.

Con assoluta novità, poi, i "lanci" riguardano a volte mere ipotesi di lavoro, oppure millimetrici fotogrammi dell’indagine. Singoli indizi, privi di certezza ed isolati dal contesto, contribuiscono ad ingenerare disinformazione. Sul rapporto tra indagine e prova, sospetto e colpevolezza; da tenere ben distinti. Come per le presunte prove tramite D.N.A., tributo giornalistico-giudiziario alle nuove frontiere del mito della prova scientifica, sulla scorta di trasmissioni cult.

Cosicché, clamorose vicende giudiziarie rappresentano sempre meno Produktive Spiegelungen. Non sono utili a percepire la concreta dimensione di istituti processuali e dinamica nei comportamenti di parti e giudici. Fungono, piuttosto, da specchi deformanti, per i connotati stessi delle regole giuridiche, i cui dati vengono stressati dall’ansia di dare soluzione a vicende allarmanti.

Così, si rinuncia a priori ad ogni possibile circolo "virtuoso" tra processo e stampa. La seconda non fa da contrappeso né controlla l’uso del potere giudiziario, onde scongiurare l’errore. Anzi i media offrono agli inquirenti il palcoscenico per mostrare con "orgoglio e pre-giudizio" la propria creatura investigativa. Non si riduce così il pericolo di errori giudiziari; al di là dell’ovvio rilievo sui rischi cui si sottopongono tout court i risultati dell’indagine.

Ne seguirà la noiosa inutilità dei dibattimenti, mentre nella letteratura giudiziaria d’Antan aveva il giudizio nel mirino dell’informazione. Pleonastici riti per prove già dispensate; per colpe e responsabilità già distribuite nel trial by media. Il dibattimento-fotocopia scolora rispetto alle notizie accese nelle prime battute delle indagini. Stanca e lenta rappresentazione se contrapposta al vorticoso montaggio delle indiscrezioni snodate sul filo ansiogeno della ricerca del colpevole.

Il fenomeno negativo finisce per fare sempre più i salti mortali all’indietro, riducendo il significato di ogni controllo. La sindrome da deja vu colpisce ogni momento giurisdizionale, a partire dal delicato compito del Tribunale della libertà.

Ozioso, a questo punto, confidare in parziali modifiche normative, senza incidere sul complessivo costume giudiziario.

Il problema è, infatti, di fondo; nessuna leggina e, meno che mai, intervento del C.S.M. può fungere da barriera insuperabile. Occorre rendersi conto che il sistema è troppo poco pervaso dall’idea del limite: nella ricerca della verità, nell’uso dei poteri investigativi, nel rapporto prova-investigazione e prova-giudizio.

Arduo, pertanto, un self-restraint, dettato dall’imperativo etico del rispetto delle garanzie individuali anziché dalla logica utilitaristica di un risultato a tutti i costi. Invece di essere condivisa e rispettata, l’idea di un limite alla propria attività appare raramente accettata. Più spesso, è sofferta come un’inutile camicia di nesso. E il problema riguarda tutte le componenti coinvolte nella macchina giudiziaria.

La stampa finisce molte volte per essere mera cassa di risonanza dello "spirito della nazione" in materia. Altre contribuisce ad alimentare una domanda "drogata" di informazioni di stampo colpevolista sui processi in corso. Come diceva, invero, Thomas Jefferson, la stampa, confinata sul terreno della verità, non ha bisogno di altro limite. In questo senso, il Times ha probabilmente colto nel segno, finendo con l’essere, addirittura, con noi troppo tenero. Simile retaggio un po’ forcaiolo, che vede in ogni indizio una condanna anticipata, esprime al meglio il nostro approccio "culturale" al pianeta-giustizia. Si tratta di atteggiamento ben poco laico e, invece, così profondamente inquisitorio, che determina oggi soltanto effetti più potenti e distruttivi, cavalcando le onde della rete e dalla tv, oltre che le pagine della carta stampata.

Ma se, come diceva Balzac, "la verità assomiglia spesso ad una bugia, è anche vero che la bugia assomiglia molto alla verità". Il che, forse, spiega il paradosso del sinergico rapporto negativo tra cause celebri, informazione e processo penale. Senza proteggerci meglio dal continuo rischio di errori giudiziari.

Giustizia: dalle inquietudini sociali una nuova cultura penale

di Patrizia Trecci (Uepe Genova, Savona, Imperia - Vice Segretaria Casg)

 

Blog di Solidarietà, 22 novembre 2007

 

Oggi ci troviamo in un contesto sociale dove è sempre più presente la precarietà del lavoro, della casa. In una società che ha perso le sicurezze base del proprio vivere quotidiano si sono acutizzate inquietudini e insicurezze.

Questa inquietudine ha aperto la strada ad un "nuovo senso della cultura penale". Infatti, la richiesta di sicurezza in Italia è sempre più pressante, anche se statisticamente la commissione dei reati è in sensibile calo (salvo inventare altri titoli di reato: vedi lavavetri).

Quello che emerge è l’ossessione della sicurezza del proprio ambiente sociale rispetto a quelle presenze inquietanti ed estranee, che attentano alla sua tranquillità.

La previsione di aumenti consistenti del trend penitenziario appare tanto più fondata, quanto più diventano operative le dinamiche improntate alla "tolleranza zero" rincorrendo un modello di città nuovo di zecca: senza barboni, senza drogati, senza marocchini e con galere fiammanti, piene di delinquenti. Si reagisce, insomma, contro coloro che rappresentano i segni delle inquietudini.

Nello scenario presente sembra che, come le disposizioni normative (legge Bossi- Fini; Fini-Giovanardi; ex Cirielli) evidenziano, il modello di sicurezza sia passato dallo stato sociale allo stato penale.

Si è passati quindi dall’intervento pubblico sociale all’intervento pubblico repressivo: l’istituto penitenziario diventa il contenitore di tutto ciò che ci spaventa (una volta questo ruolo era maggiormente affidato ai manicomi), che ci preoccupa, che non vogliamo vedere; il carcere, la pressante richiesta di controllo, può simbolicamente rappresentare il termometro che misura la febbre che ha colpito il mondo: il bisogno del controllo aumenta con l’aumentare della febbre e quindi con l’aggravarsi della patologia.

Però, per essere effettivamente incisivi e garantire città sicure: servono scelte coraggiose. Bisogna saper andare controcorrente, scegliendo una strada che duri nel tempo, che migliori le condizioni del paese, che garantisca dignità. Una scelta difficile ma vincente che con il necessario supporto ed investimento elimini le inquietudini sociali; occorrono quelle politiche sociali, quegli interventi pubblici sociali che costruiscono sicurezza. Perché la sicurezza che è cosa diversa dall’ordine pubblico si costruisce, non la si può garantire solo con il controllo.

Quando affrontiamo l’argomento sicurezza e per questo entriamo in merito all’organizzazione di uffici e servizi dobbiamo pensare a quello che serve e quindi: non serve seguire la spinta delle inquietudini e creare servizi dove l’unica cosa che conta è dimostrare la complessità del lavoro attraverso la quantità e la pluralità delle professioni comprese al proprio interno: ma è importante favorire, mantenere un’organizzazione che condivida la necessità di attivare risorse per migliorare veramente la realtà e la vivibilità del territorio senza rincorrere le paure sociali. Un’organizzazione agile e snella che interagendo con la agenzie territoriali continui a costruire le equipe che di volta in volta si rendono necessarie.

La questione relativa alla sperimentazione dei nuclei di polizia penitenziaria all’interno degli Uepe (argomento sul quale non entro in merito in quanto in questi mesi sono già state evidenziate tutte le possibili criticità e preoccupazioni) deve essere considerata anche sotto un l’aspetto scientifico che ne verifichi a fine progetto la sua validità, la sua efficacia. Come per tutte le sperimentazioni è necessario definire, conoscere, gli indicatori atti alla sua verifica. Ad oggi l’unico indicatore emerso è quello riferito a quanti interventi verranno effettuati. Questo serve a rilevare la quantità e non la qualità dell’intervento. È un dato che non ci dirà se è migliorata la sicurezza, se è diminuita la recidiva, se ha favorito l’inclusione nel contesto sociali delle persone condannate.

Giustizia: Istat; condannato solo uno stupratore ogni cento

 

Il Mattino di Padova, 22 novembre 2007

 

Il governo dà un affondo alla lotta contro la violenza alle donne. È stato Romano Prodi a confermare l’impegno dell’Esecutivo contro il fenomeno più esteso di quanto si pensi. "È ora di voltare pagina" ha annunciato il ministro per i diritti e le pari opportunità, Barbara Pollastrini, che ieri ha firmato un decreto che istituisce il Forum permanente sulla violenza alle donne, ed ha chiamato a Roma da tutta Italia, in un’assemblea, parlamentari, rappresentanti di associazioni, enti locali e centri antiviolenza. A sorpresa è intervenuto anche Prodi. Pollastrini ha ribadito la volontà di arrivare ad un Piano d’azione nazionale ed all’istituzione dell’Osservatorio nazionale, col contributo di 20 milioni dalla Finanziaria.

L’Istat ricorda che circa 6.800.000 donne fra i 16 e 70 anni (32%) hanno subito un atto di violenza fisica o sessuale; se si considera anche quella psicologica la quota sale ad oltre 12 milioni. Ogni anno, ci sono circa 74 mila di stupri tra tentati e consumati, oltre 200 al giorno. Nel 67,4% dei casi si tratta di violenza ripetuta, soprattutto in famiglia. Il 91,1% della violenza sessuale è ripetuta. 7 casi di violenza su 10 avvengono fra le mura domestiche. Solo l’1% di questi alla fine viene condannato; le denunce sono appena il 7%. Il ministero per i diritti e per le pari opportunità aderisce alla campagna fiocco bianco, simbolo che mette a disposizione in occasione del 25 novembre e che va indossato dagli uomini come impegno personale a non commettere mai e a non restare in silenzio rispetto alla violenza contro le donne.

Lettera: sono uscita dal carcere, ora dormo in una macchina

 

www.radiocarcere.com, 22 novembre 2007

 

Cara Radio Carcere, per diversi anni sono stata detenuta nel carcere di Latina. Terribile e dimenticato carcere. Da poco ne sono uscita. Mi hanno però vietato di rientrare nel comune dove risedevo prima della carcerazione. E io mi sono ritrovata che non sapevo dove andare. Ho una figlia che mi è venuta a prendere davanti al carcere con la nostra macchina. Non avevamo soldi e non sapevamo dove andare. Sta di fatto che da un mese vivo dentro la macchia con mia figlia. Siamo disperate. Ogni tanto penso che sarebbe meglio tornare in galera che vivere così.

 

Giovanna, dalla strada

Viterbo: una storia di ordinaria burocrazia… penitenziaria

 

Garante dei detenuti del Lazio, 22 novembre 2007

 

Da oltre un anno un detenuto italiano del carcere di Viterbo sta attendendo, dopo aver scontato la pena, una "declassificazione" che gli consenta di passare dalla sezione di Alta Sorveglianza (dove è attualmente recluso) a quella dei reclusi comuni. Protagonista della vicenda - segnalata dal Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti Angiolo Marroni - Massimo C. romano di 44 anni.

Massimo è in carcere dal 24 marzo 1999, in Alta Sicurezza, per scontare una pena di 15 anni: dodici comminati dal Tribunale di Locri per Associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti (che prevede l’Alta Sicurezza) ed altri tre per reati comuni.

Il 26 settembre 2006 Massimo presenta un’istanza di declassificazione che gli permetta di passare dall’Alta Sorveglianza alla sezione dei detenuti comuni. Sei mesi dopo, la Procura della Repubblica di Roma, su istanza della direzione del carcere di Viterbo, sentenzia che "in virtù della pena effettivamente scontata, del periodo condonato con indulto e di liberazione anticipata si ritiene già espiato un periodo pari alla sanzione irrogata. Va pertanto dichiarata estinta per espiazione la pena detentiva irrogata con sentenza del Tribunale di Locri".

Confortato da tale sentenza, il 20 aprile il detenuto presenta una nuova istanza di declassificazione seguita, il 16 giugno, da una istanza di trasferimento a Rebibbia, motivata dal grave stato di salute della moglie residente a Roma. Dopo ulteriori valutazioni positive della Prefettura di Roma e della Direzione dell’Istituto Mammagialla, per Massimo arriva una nuova doccia fredda.

La sentenza sembra imminente, passano giorni e settimane ma della decisione del Dap non si vede ombra. Ancora oggi la sua istanza di trasferimento è ferma sul tavolino di qualche funzionario mentre le condizioni psico-fisiche della moglie sono ormai al limite.

"Mi sembra che quattordici mesi siano più che sufficienti per certificare che una condanna è stata scontata - ha detto il Garante dei diritti dei detenuti Angiolo Marroni - In molti casi la burocrazia, già di per se insopportabile per un libero cittadino, può divenire addirittura soffocante per un detenuto. Già da tempo stiamo lavorando, accanto a Massimo, per trovare una soluzione definitiva alla sua istanza. Mi auguro di trovare, nei nostri interlocutori, la necessaria sensibilità per andare oltre la burocrazia e risolvere nel migliore dei modi questa vicenda".

Palermo: gli ex detenuti protestano in Consiglio comunale

 

La Sicilia, 22 novembre 2007

 

Una decina di ex detenuti si sono introdotti ieri sera nell’aula consiliare del Comune di Bagheria mentre era in corso una seduta del Consiglio comunale. A scatenare la protesta sarebbero stati i ritardi nel pagamento di alcuni contributi dovuti dal Comune per alcune mansioni affidate a persone disagiate. "Avevamo appuntamento con il sindaco e l’assessore Rizzo - hanno gridato i manifestanti - ora non ci muoviamo da qui". L’episodio è avvenuto intorno alle 21.00 mentre in aula erano in discussione le zone stralciate al piano regolatore. All’interno del Comune non vi erano in quel momento vigili urbani, né altri agenti delle forze dell’ordine.

Per circa mezz’ora si sono vissuti momenti di tensione. È volata qualche parola grossa da parte dei manifestanti, esasperati per l’impossibilità di pagare le bollette e riuscire a garantire un piatto caldo ai familiari, ma la protesta - per quanto nervosa - non ha visto atti di violenza. Alcuni consiglieri comunali - insieme agli agenti di polizia e carabinieri, subito allertati - sono riusciti a riportare la calma e convincere gli ex detenuti ad uscire dall’aula consiliare, promettendo il loro impegno affinché la questione venga risolta al più presto. Per sedare gli animi e dimostrare disponibilità sembra anche che qualche consigliere comunale abbia messo mano al portafogli, mentre qualcun altro si sia impegnato a pagare alcune bollette. Intorno alle 21.30 la seduta del consiglio comunale è ripresa senza altri problemi. Gli ex detenuti torneranno in Comune oggi per avere un colloquio con il Sindaco e l’Amministrazione e, se la questione non verrà risolta, non sono escluse nuove proteste.

Catania: tirocini di orientamento e formazione per i detenuti

 

La Sicilia, 22 novembre 2007

 

Nuovo accordo di collaborazione tra Università di Catania e Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia. Lunedì scorso, a margine della Conferenza regionale su "Formazione e bilancio sociale" promossa dal Dap a Catania, il rettore Antonino Recca e il Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria Orazio Faramo hanno sottoscritto un documento che consentirà agli studenti delle facoltà catanesi (iscritti ai corsi di laurea di I e II livello, a dottorati di ricerca, a scuole o corsi di perfezionamento e specializzazione e anche a laureati nei 18 mesi successivi al termine degli studi) di svolgere tirocini di orientamento e formazione negli istituti di pena siciliani.

Obiettivo primario è quello di sviluppare forme di raccordo tra il mondo della formazione e il mondo del lavoro, agevolando le scelte professionali attraverso la conoscenza diretta della realtà lavorativa e il miglioramento della qualità dei processi formativi e della diffusione della cultura d’impresa. "Siamo fieri di poter consolidare la collaborazione con l’Ateneo; - ha detto Faramo - il nuovo protocollo si aggiunge infatti agli accordi firmati nel 2004 che consentono al nostro personale il riconoscimento degli studi compiuti negli istituti di formazione dell’amministrazione penitenziaria e l’attribuzione di crediti formativi universitari nelle facoltà etnee. Siamo convinti che da questa partnership, che può contare sull’apporto scientifico dei docenti universitari, possa originare un proficuo scambio di esperienze e conoscenze utile ad accrescere il livello professionale dei nostri funzionari e operatori". "La missione educativa dell’Università - ha aggiunto il rettore - deve estendersi sempre più al sociale, uscendo dalle aule e intervenendo anche in quei settori per i quali sono richieste strategie e competenze idonee a favorire l’integrazione delle diverse fasce della società".

Genova: il 29 un convegno sulla giustizia e la riconciliazione

 

Comunicato stampa, 22 novembre 2007

 

La Conferenza regionale Volontariato Giustizia della Liguria organizza per il giorno 29 novembre alle ore 15 presso lo Star Hotel President (Corte Lambuschini) a Genova un incontro dal titolo "Controcorrente: Riconciliazione come Inclusione Sociale - Il valore aggiunto della Giustizia".

Nell’ambito dell’incontro verranno presentati il volume "Riparazione e giustizia riparativa. Il servizio sociale nel sistema penale e penitenziario" a cura di Patrizia Trecci e Marco Cafiero. Ed. Franco Angeli, 2007. e il progetto di realizzazione di un alloggio per persone in misura alternativa alla pena proposto dalla Fondazione Auxilium come strumento di inclusione e riconciliazione. Interverranno La Presidente della Conferenza Anna Grosso, la Dott.ssa Daniele Verrina (Magistrato tribunale Sorveglianza di Genova) e il Dott. Paolo Parodi (Fondazione Auxilium).

 

Sandra Bettio, Conferenza Regionale Volontariato Giustizia

Forlì: scuola e carcere, due mondi che si aprono al dialogo

 

Romagna Oggi, 22 novembre 2007

 

Domani (venerdì 23 novembre), presso l’aula Mazzini, in corso della Repubblica 88, proprio nel cuore della città, verrà presentato il progetto pilota "Mondo giovanile, criminalità e devianza, è possibile prevenire?", nato in seno all’iniziativa comunitaria "Equal Pegaso" che si propone di contribuire alla diffusione di processi per l’inclusione dei detenuti.

"Credo che questo sia un esempio di come la città si muove in modo sensibile per trattare temi delicati e talvolta scomodi. - Ha dichiarato con orgoglio l’Assessore Comunale Liviana Zanetti - le carceri sono luoghi in cui i cittadini dovrebbero essere recuperati, ma troppo spesso non è così perché non si riflette sul fatto che dentro ci sono delle persone, uguali a noi, che hanno solamente commesso degli sbagli. Questo progetto - ha concluso - deve essere preso a modello perché c’è bisogno di sensibilizzare verso i problemi di chi si trova dentro ma anche per spingere a chi è fuori a non delinquere".

L’ente Techné Forlì-Cesena ha dato vita ad ottobre 2006 al laboratorio "Voci di dentro": un centinaio di alunni, provenienti dal Liceo Scientifico, l’I.T.C. Matteucci e l’Istituto Professionale Ruffilli di Forlì, assieme ai giovani del Gruppo Scout FO 12 e agli studenti stranieri del Centro Territoriale Permanente, si sono confrontati a distanza con i detenuti del carcere, grazie alla lettura di uno stesso testo, "Gomorra" di Roberto Saviano e alla visione del film di Spike Lee "La 25° ora".

Attraverso questi punti di partenza comuni si è portata avanti un’importante discussione su temi quali disagio minorile, giustizia penale, percorsi di vita dei detenuti e riflessione sui reati e sulle pene di coloro che oggi si trovano a scontare una condanna. Questa esperienza è confluita nella raccolta scritta della produzione emersa da tutti i partecipanti, una produzione ricca e variegata che spazia fra arte e parola. Domani sarà distribuito a tutti i presenti la breve, ma intensa, pubblicazione realizzata grazie agli sforzi di tutti coloro che hanno aderito al progetto (Comune e Provincia di Forlì-Cesena; Techné, Direzione del Carcere, Associazione Con…Tatto, Scuole Superiori e Fotocineclub).

Collateralmente, presso l’ingresso del Salone Comunale è stata allestita una mostra che raccoglie le immagini più significative fatte dai Detenuti della Casa Circondariale di Forlì e che si potrà visitare fino al 9 dicembre. Questi scatti nascono grazie all’esperienza di un corso di formazione di fotografia a favore di 8 detenuti della sezione attenuata del carcere di Forlì, tenuto dall’Associazione Fotocineclub.

"I ragazzi stessi ci hanno spinto ad unire le due esperienze - spiega Viviana Neri, Presidente dell’Associazione Con…Tatto, - perché in loro si palesava una forte curiosità di scoprire cosa si nasconde fra quelle mura", mura di un luogo che troppo spesso è un tabù sociale. Le fotografie, realizzate con sorprendenti capacità tecniche, regalano al pubblico un quadro d’insieme degli ambienti interni alla struttura che li ospita: tra cucina, saletta ricreativa e scorci delle loro finestre sulla città aprono uno spiraglio su di un mondo quasi sempre sconosciuto per i cittadini.

Immigrazione: Ferrero; l'ordinanza di Cittadella è ipocrita

 

Redattore Sociale, 22 novembre 2007

 

"Ipocrita". Così al microfono del programma Rai "Radio anch’io" il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero giudica l’ordinanza del sindaco di Cittadella, un comune veneto, che fissa i requisiti per le famiglie straniere che vogliono vivere in città: 5.061 euro all’anno a persona.

Chiedere come requisiti per il soggiorno "soldi, contratto e casa - spiega Ferrero - è una cosa che non sta né in cielo né in terra ed è semplicemente falsa. Visto che siamo stati migranti anche noi credo che ci dovrebbe essere un po’ più di rispetto per chi viene a vivere in Italia". Chi arriva a cercare lavoro, sottolinea ancora il ministro "è evidente che non ha quelle cifre, posto che io non credo nemmeno che la normativa nazionale sia la migliore del mondo, un conto è che ci sia una normativa nazionale che dia la possibilità di intervenire laddove c’è un problema, che per risolverlo ci sia un lasso di tempo di tre mesi - sottolinea Ferrero - un conto è che un sindaco rifiuti la residenza e controlli le case dove abitano tutti gli immigrati, mi verrebbe da dire se ha controllato anche le case di tutti gli italiani".

Bisogna riconoscere, secondo il ministro Ferrero, che una parte dello sviluppo del Nord Est (dove si trova Cittadella) è dovuto all’immigrazione "quando ci sono 1.500 immigrati su 20 mila persone che in larga parte lavorano in fabbrica, nei servizi e nell’agricoltura vuol dire che una parte della ricchezza viene prodotta esattamente da loro".

Considerando questo quindi "un buon sindaco dovrebbe lavorare a politiche di inclusione anche se ha solo dieci poveri in quel paese". Alla domanda di un radio ascoltatore sulla questione delle badanti Ferrero risponde: "Sulla regolamentazione delle badanti sono completamente d’accordo, ma un’ordinanza di questo tipo non produce la regolarizzazione, ed è in questo senso che è ipocrita". La disposizione del sindaco di Cittadella infatti, per il ministro, fa sì che "i nuovi arrivati non saranno fatti entrare e quello che è già nel tessuto del Paese rimarrà".

Droghe: Costa (Onu); sono contrario a narco-sale di Torino

 

Notiziario Aduc, 22 novembre 2007

 

No alle narco-sale. Antonio Maria Costa, vicesegretario generale dell’Onu nonché direttore esecutivo di Unodc ha scritto al sindaco di Torino Sergio Chiamparino per rappresentargli tutta la sua contrarietà sul progetto di aprire nel capoluogo piemontese delle narco-sale per il recupero dei tossicodipendenti.

"Ho scritto ieri a Chiamparino - ha affermato Costa ai margini del seminario Mediterraneo, che vede riuniti a Roma presso la Scuola Superiore di Polizia i capi dei servizi antidroga dei paesi dell’Africa settentrionale e occidentale, quelli europei del G6, i responsabile dell’Unodc, la Commissione Europea, l’Interpol, l’Europol e la Dea americana- dichiarandomi preoccupato sull’apertura di una o più narco-sale a Torino.

Come ha detto il ministro della Salute Turco non ci sono le premesse legislative" per portare avanti questo progetto. In ogni caso, ha sottolineato il vicesegretario generale dell’Onu, anche "l’alternativa di somministrazione controllata di eroina non è che un palliativo e poi -ha aggiunto- è estremamente costosa. I costi si aggirano intorno ai mille euro al mese per tossicodipendente".

A dimostrazione di come nemmeno questo sistema possa essere risolutivo, Costa ha ricordato l’esperienza della Svizzera. "Questo trattamento è stato applicato a 5-600 tossicodipendenti su 32.000 casi. In realtà la soluzione è quella di trattare i tossicodipendenti come dei malati, degli infermi e di recuperarli come tali".

Droghe: relazione dell'Oedt; il 5% dei giovani italiani "sniffa"

 

Redattore Sociale, 22 novembre 2007

 

Circa 4,5 milioni di cittadini europei (tra i 15 e i 64 anni) dichiarano di averne fatto uso negli ultimi 12 mesi, soprattutto in luoghi di divertimento. Sequestri da record. Il fenomeno della cocaina crack.

Il consumo di cocaina, in Europa, ha ripreso a crescere: circa 4,5 milioni di cittadini europei (di età compresa tra i 15 e i 64 anni) dichiarano di averne fatto uso negli ultimi 12 mesi, soprattutto in luoghi di divertimento (discoteche e locali notturni. Non solo, i sequestri sono da record: 107 tonnellate nel 2005, oltre il 45% in più dei quantitativi sequestrati nel 2004. I dati arrivano dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze che, rispetto allo scorso anno, ha registrato un aumento di un milione di consumatori (nella Relazione del 2006 si parlava di 3,5 milioni di persone).

"Il quadro generale riferito lo scorso anno - si legge nella relazione -, che indicava una situazione in via di stabilizzazione, è messo in discussione dai nuovi dati europei, che mostrano un incremento generale del consumo. Nonostante vi siano differenze sostanziali tra un paese e l’altro, i nuovi dati confermano che la cocaina è la sostanza stimolante d’elezione in Europa e la sostanza illecita più consumata dopo la cannabis, prima dell’ecstasy e delle anfetamine". L’Oedt stima inoltre che circa 12 milioni di europei (il 4% degli adulti) ha provato la cocaina almeno una volta nella vita, e in circa 2 milioni l’hanno assunta nell’ultimo mese (più del doppio della stima dell’ecstasy).

Tra i giovani adulti (15-34 anni), la ricerca evidenzia aumenti del consumo di cocaina negli ultimi 12 mesi, anche se nei paesi con la prevalenza più elevata (Spagna e Regno Unito) gli incrementi sono stati relativamente ridotti, "a suggerire una possibile tendenza alla stabilizzazione". Danimarca e Italia, in particolare, segnalano però incrementi netti. In generale, come accade per altre droghe illecite, il consumo di cocaina è più diffuso tra i giovani adulti (15-34 anni). Circa 7,5 milioni di giovani adulti europei (5,3 % in media) ammettono di averla provata almeno una volta nella vita e cinque paesi in particolare riferiscono livelli di prevalenza pari o superiori al 5 % (Germania, Italia, Danimarca, Spagna, Regno Unito) pur rimanendo una minoranza.

Parallelamente sta aumentando la domanda di trattamento collegata alla sostanza. Nel 2005 quasi un quarto (il 22%) di tutte le nuove domande di trattamento in Europa erano legate alla cocaina, per un totale di 33 027 pazienti, rispetto ai 12 633 del 1999. Spagna e Paesi Bassi registrano il maggior numero di trattamenti in corso.

Secondo la relazione, poi, i servizi terapeutici devono offrire una soluzione a un’ampia tipologia di pazienti: consumatori socialmente integrati che fanno un uso ricreativo della sostanza, in associazione a sostanze alcoliche o altri stupefacenti; consumatori con problemi di dipendenza da oppiacei, che assumono la cocaina per via parenterale assieme all’eroina; un piccolo numero di consumatori di cocaina crack altamente emarginati.

La polvere di cocaina, normalmente, viene utilizzata in contesti ricreazionali da persone socialmente integrate mentre la cocaina crack resta rarissima, essendo consumata principalmente da gruppi più emarginati (per es. senza tetto, operatori del sesso).

A confermare la crescita dei consumi di cocaina, ci sono poi degli altri numeri: in Europa, tra il 2000 e il 2005, sono aumentati sia il numero dei sequestri sia i quantitativi di sostanza intercettati. "Si calcola che nel 2005 - si legge nella relazione - siano stati effettuati 70 000 sequestri di cocaina, per un quantitativo record di 107 tonnellate. Il principale punto di ingresso della cocaina in Europa rimane la penisola iberica.

Alla Spagna si deve circa la metà del totale dei sequestri e il maggior volume di sostanza intercettato (48,4 tonnellate nel 2005 rispetto alle 33,1 tonnellate nel 2004). Il Portogallo, inoltre, ha superato i Paesi Bassi come secondo paese responsabile del maggior quantitativo di cocaina sequestrato (18,1 tonnellate nel 2005 rispetto alle 7,4 tonnellate del 2004)". La maggior parte della cocaina sequestrata in Europa raggiunge il continente dall’America latina oppure attraverso l’America centrale e i Caraibi, mentre i paesi dell’Africa occidentale vengono utilizzati sempre più spesso come rotte di transito.

Droghe: relazione dell'Oedt; in Europa aumentano le morti

 

Redattore Sociale, 22 novembre 2007

 

L’Europa rischia di non raggiungere l’obiettivo di ridurre le morti per droga: ogni anno si registrano tra i 7.000 e gli 8.000 decessi per overdose, associati perlopiù all’assunzione di oppiacei.

Anche se il consumo di stupefacenti, in tutta Europa, è un fenomeno che si sta stabilizzando, i morti per overdose e per le conseguenze delle diverse sostanze sulla salute sono ancora elevate. Non solo, è in aumento il numero di persone che fanno uso di cocaina: dallo scorso anno, quando sono stati registrati 3,5 milioni di consumatori, si è arrivati a 4,5 milioni nel 2007. L’allarme arriva dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (l’Oedt) che, questa mattina a Bruxelles, presenta la relazione annuale sull’evoluzione del fenomeno della droga in Europa: un’analisi condotta sui 27 Stati membri dell’Unione europea, oltre a Norvegia e Turchia.

"Dalla relazione di quest’anno - sottolinea Wolfgang Götz, direttore dell’Oedt - emerge che il consumo di stupefacenti si è stabilizzato in una serie di settori chiave, pur mantenendosi a livelli storicamente alti. In alcuni casi vi sono persino segni che meritano di essere letti con cauto ottimismo: si pensi, per esempio, ai livelli relativamente stabili del consumo di eroina e cannabis e ai tassi, perlopiù bassi, di trasmissione dell’Hiv tra i consumatori di droga per via parenterale". Secondo l’Osservatorio, la situazione della droga, in Europa, è più positiva rispetto ad altre realtà, come Australia, Canada e Stati Uniti. Il consumo di cannabis, per esempio, è nettamente inferiore nell’Ue, così come i livelli di consumo di metanfetamine che negli altri tre paesi ha registrato invece un incremento negli ultimi anni.

Questi dati incoraggianti, però, sono oscurati da percentuali elevate di decessi legati al consumo di stupefacenti e dall’aumento continuo del consumo di cocaina. L’Europa rischia infatti di non raggiungere l’obiettivo di ridurre le morti per droga: ogni anno si registrano tra i 7.000 e gli 8.000 decessi per overdose, associati perlopiù all’assunzione di oppiacei, e i dati più recenti non mostrano segni di una tendenza al ribasso. "Nell’Ue - spiega Götz - si osservano ancora differenze marcate da paese a paese per quanto riguarda la natura e l’entità del problema della droga, oltre che nell’approccio usato per contrastare il fenomeno. Nonostante ciò, l’Europa è riuscita a raggiungere un accordo su aspetti fondamentali, come la necessità di definire politiche in materia di stupefacenti che siano equilibrate, globali e basate sull’esperienza, e l’importanza della prevenzione, del trattamento e del reinserimento sociale". Un cammino comune, quindi, nel contrasto alle droghe, esiste: nei paesi analizzati dalla relazione, infatti, si è osservato un aumento significativo degli investimenti nelle attività di prevenzione, trattamento e riduzione del danno, oltre a una migliore collaborazione tra stati diversi e a una maggiore attenzione per la riduzione dell’offerta (per esempio attraverso la lotta allo spaccio e al traffico di stupefacenti).

 

Tra i fattori di rischio poliassunzione e disponibilità di eroina

 

L’Europa rischia di non riuscire a raggiungere l’obiettivo di ridurre le morti legate al consumo di droghe. Ogni anno, infatti, si registrano tra i 7.000 e gli 8.000 decessi per overdose, associati perlopiù all’assunzione di oppiacei, e i dati più recenti non mostrano segni di una tendenza al ribasso. A rivelarlo è la relazione 2007 dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze. Secondo l’Oedt l’overdose rappresenta una delle principali cause di decesso che si può prevenire tra i giovani europei; eppure, gli ultimi dati, mostrano che i livelli di decesso hanno raggiunto valori storicamente alti e non sono più in diminuzione. In alcuni paesi si è addirittura assistito a un aumento delle morti per droga, con incrementi marcati di oltre il 30% in Grecia (2003-2005), Austria (2002-2005), Portogallo (2003-2005) e Finlandia (2002-2004). Per quali motivi? "Se l’escalation nel consumo di eroina - spiegano i ricercatori - e l’aumento dell’assunzione di stupefacenti per via parenterale sono stati in passato le cause probabili degli incrementi del numero di decessi tra i tossicodipendenti, questa spiegazione non è più valida oggi, dal momento che il consumo di eroina in Europa sembra essersi stabilizzato nella maggior parte dei paesi".

Tra i fattori di rischio che potrebbero concorrere al problema, sottolinea la relazione, ci sono il ricorso più massiccio alla poliassunzione da parte dei consumatori di oppiacei e l’aumento della disponibilità di eroina (si calcola che nel 2006 siano state prodotte in Afghanistan 6.610 tonnellate di oppio, il 92%). E nonostante emerga, dagli studi effettuati, che la terapia sostitutiva riduce il rischio di morte per overdose, ogni anno vengono riferiti decessi associati a un abuso dei medicinali sostitutivi. Secondo l’Oedet, ci sono alcune misure che possono contribuire a ridurre i decessi: la semplificazione dell’accesso al trattamento; strategie di riduzione del danno per tossicodipendenti che lasciano il carcere; corsi di primo soccorso per i tossicodipendenti, perché imparino a reagire in caso di emergenza; formazione del personale sanitario sulla gestione dei rischi della poliassunzione. Sempre secondo la relazione, tuttavia: "l’Europa è priva di un approccio globale alla prevenzione delle overdosi".

E poi l’Hiv. Anche se tra i tossicodipendenti i casi sono in diminuzione, non bisogna abbassare la guardia: nel 2005 ci sono state infatti, in tutta Europa, 3500 nuove infezioni. Complessivamente sono quasi 200.000 i tossicodipendenti che fanno uso di droghe per via parenterale e che convivono con la malattia. Non solo: quasi 1 milione è affetto dall’epatite C, definita dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze "un’epidemia silente in Europa". "Questo quadro positivo - dice la relazione 2007 dell’Oedet - può essere esaminato nel contesto della maggiore disponibilità di misure di prevenzione, trattamento e riduzione del danno, nonché del calo di popolarità dell’assunzione di droghe per via parenterale osservato in alcuni paesi. Con l’espansione dei servizi, l’epidemia da Hiv osservata in precedenza in Europa sembra essere stata ampiamente evitata". La situazione rimane però preoccupante in alcuni paesi: Estonia, Lettonia e Lituania. Il Portogallo, poi, segnala la più alta percentuale di trasmissione dell’Hiv tra consumatori di stupefacenti per via parenterale.

Estero: nelle carceri straniere sono 3.000 i detenuti italiani

 

Il Padova, 22 novembre 2007

 

Italiani detenuti all’estero senza difesa, un esercito di dimenticati nell’inferno Odissee giudiziarie, avvocati che costano fino a 15mila euro ad udienza, vessazioni continue e diritti calpestati. Dovrebbero essere tutelati dagli uffici consolari che però non hanno soldi e mezzi. E lo Stato non interviene Tremila i cittadini italiani detenuti all’estero. Dimenticati, cancellati. Spesso in carcere per reati minori o colpe tutte da provare.

Alcuni rischiano la pena capitale per fatti (soprattutto detenzione di stupefacenti) che secondo il nostro ordinamento giuridico sono puniti con sanzioni detentive brevi o addirittura semplicemente amministrative. Il recente caso di Simone Righi,detenuto da 42 giorni in Spagna per aver preso parte a una manifestazione animalista e aver lanciato qualche slogan contro la municipalità di Cadice ha scoperchiato un’enorme voragine. Nonostante la Carta del "Cittadino italiano all’estero" affidi agli Uffici consolari la tutela dei connazionali oltre frontiera e che per i più disparati motivi si trovano nei guai, la realtà è ben diversa. Pochi fondi economici, pochissimi mezzi legali ed il dramma si consuma nel silenzio.

L’impossibilità di avere un’assistenza legale all’atto del fermo provoca odissee giudiziarie anche negli stessi stati comunitari. Il diritto alla difesa diventa così un optional, al pari del giusto processo attraverso il gratuito patrocinio. Un legale americano o indiano arriva a costare tra i 10mila e i 15mila euro ad udienza. Cifre da capogiro. Ed il peggio è che la situazione non viene mai affrontata nella sua interezza, neppure nelle sedi del Parlamento europeo. Migliaia di italiani arrestati, trattenuti in attesa di giudizio, detenuti in attesa di estradizione o anche già giudicati colpevoli.

E dietro la tragedia dei singoli c’è come comune denominatore uno Stato disarmato, sia politica mente che diplomaticamente, nella richiesta delle garanzie dovute. I casi raccontano di attese snervanti, di inutili scioperi della fame, di parenti cui legali più o meno discutibili chiedono di continuo denaro. Parenti che poi siedono in virtuali sale d’aspetto eterne, osservano il loro caso affrontato in un "question time" alla Camera che riceve risposte vaghe. Sospensive. Il tempo passa e il silenzio come un mantello nasconde tutto.

Peggio, se in casi di ingiustizia internazionale. Come nella migliore tradizione cinematografica: solo che, in questo caso, tutto è disperatamente vero. Riguarda un figlio, un fratello, il migliore amico. Le carceri straniere sono, dunque, sempre più affollate di cittadini italiani. Un recente censimento, curato da un osservatorio attento (forse perché fa parte di una casa circondariale di Padova) e datato 2005 dice che sono circa tremila gli italiani dietro le sbarre all’estero. Dati confermati dalla Farnesina.

Sono connazionali che invocano garanzie giuridiche che non sono mai state loro concesse; pretendono una garanzia di difesa che solo taluni consolati riescono a garantire. Disperano per le condizioni umanitarie, i consolati protestano, talvolta verificano l’apparente buono stato di salute mediante visite. E tutto finisce lì. Diverso è l’atteggiamento delle autorità inglesi, francesi, spagnole o statunitensi nel sostegno dei loro cittadini arrestati nei paesi stranieri.

 

La Caienna d’Europa è la Germania

 

Il primato di italiani in carcere in Europa spetta alla Germania (281 italiani in attesa di giudizio 864 già processati e condannati); seguono Francia (123-245) Spagna (118-189) Belgio,Regno Unito e Svizzera. Delle Americhe 72 nostri connazionali aspettano ancora un regolare processo e 323 sono già stati giudicati.

Canada: un allarme per il continuo aumento dei detenuti

 

Corriere Canadese, 22 novembre 2007

 

Aumenta la popolazione carceraria canadese. Lo afferma un rapporto dell’Istituto di statistica nazionale, che mette in luce come nell’ultimo biennio preso in esame - il 2005-2006 - ci sia stata una netta inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti, quando il numero dei detenuti calava costantemente. Nella finestra temporale al centro dello studio di Statistics Canada, nel Paese sono stati incarcerati 33.123 adulti e 1.987 minorenni: a livello percentuale, in Canada abbiamo avuto 110 detenuti ogni 100mila abitanti, un valore mai raggiunto. Nel biennio precedente - si legge nel documento di Statscan - il rapporto era invece di 107 prigionieri ogni 100mila cittadini.

Un altro dato abbastanza preoccupante è quello che riguarda i detenuti in carcere in attesa del processo o della sentenza: in tutto il valore nel biennio ha raggiunto quota 23mila. Sono stati invece 10.670 i detenuti incarcerati in seguito ad una condanna.

Per la prima volta, da quando l’Istituto di statistica nazionale realizza questo tipo di analisi, il numero di carcerati in attesa di processo ha superato quello dei detenuti già condannati.

Il dato è estremamente preoccupante perché è sintomo di una progressiva crescita della popolazione carceraria "volatile", formata dai detenuti che sono ancora in attesa del processo, mentre cala quella stabile, composta cioè da coloro che dovranno scontare alcuni anni di condanna nei penitenziari canadesi.

A livello provinciale il dato è ancora più preoccupante, specie in alcune zone del Canada. In Ontario, ad esempio, il numero dei detenuti in carcere in attesa del processo o della sentenza definitiva rappresenta circa i due terzi del totale, mentre in Manitoba la percentuale è addirittura più alta. Nel rapporto, comunque, sono presenti anche dei dati positivi.

Fa ben sperare che, a partire dal 2000, il numero dei detenuti minorenni sia in costante calo. Una tendenza che si è rafforzata notevolmente a partire dal 2003, quando il governo federale approvò lo Youth Criminal Justice Act.

Nel biennio 2005-2006 il numero di minorenni in prigione è stato di 1.987. A livello pro capite, il Canada supera abbondantemente molti Paesi europei - la Svezia ad esempio è ferma a 82 prigionieri ogni 100mila abitanti, la Francia a 85 - mentre la Gran Bretagna è molto al di sopra a quota 148. Al vertice di questa classifica ci sono gli Stati Uniti, con 738 detenuti ogni 100mila cittadini.

 

 

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