Rassegna stampa 18 dicembre

 

Giustizia: finito l’effetto indulto, le carceri sono fuori norma 

di Dino Martirano

 

Corriere della Sera, 18 dicembre 2007

 

Il piano del 2000 sulla ristrutturazione dei 214 istituti di pena è rimasto un sogno. Capienza già superata. In regola solo 4.763 celle su 28.828.

A settembre del 2000 il governo di centrosinistra varò il nuovo regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario che prevedeva la ristrutturazione di buona parte dei 214 istituti di pena, con un occhio di riguardo agli standard igienico-sanitari e ai diritti dei detenuti: acqua calda nelle celle, toilette separate, celle per non fumatori, parlatori senza vetri divisori, cucine per un massimo di 200 coperti, etc.

Tempi previsti per la realizzazione delle opere: 5 anni, come stabilito dalla norma transitoria. Investimento stimato dal Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria): 400 milioni di euro. Sette anni dopo la pubblicazione di quello che fu definito "un libro dei sogni", basta scorrere i dati del monitoraggio sollecitato al Dap dal sottosegretario Luigi Manconi (Giustizia) per capire cosa non è cambiato nelle carceri italiane.

Nonostante l’indulto, si parte già da una situazione di sofferenza: oltre 49.442 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 43.213 posti. In questo quadro, solo il 16% delle celle sono a norma: 4.763 su 28.828, mentre circa 1.750 sono in via di ristrutturazione. Ma le medie nazionali non rappresentano i casi limite: se, infatti, a San Vittore (Milano) 242 celle su 590 hanno disponibilità di servizi igienici, a Secondigliano (Napoli) nessuna delle 802 celle ha l’acqua calda e solo 11 hanno la doccia.

I detenuti che non tollerano le sigarette, poi, devono soccombere in Campania (zero celle per non fumatori su 2.820) e Lazio (zero su 3.297). C’è da aggiungere che la ristrutturazione mancata - anche nei 5 anni in cui ha governato la Cdl è stato fatto molto poco per mancanza di fondi - ha, per così dire, perso il treno straordinario dell’indulto varato nell’estate del 2006 con il voto di due terzi del Parlamento.

Al 31 luglio del 2006, con 60.710 detenuti presenti (quasi 18 mila in più rispetto alla capienza regolamentare) sarebbe stato impensabile avviare grandi lavori di ristrutturazione. Ma già il 31 agosto dello stesso anno, quando le presenze erano scese drasticamente a 38.847 unità, avrebbe avuto un senso avviare la manutenzione straordinaria.

Da quel momento in poi le carceri italiane hanno iniziato a riempirsi nuovamente. Dal mese di ottobre 2007, i tassi di crescita della popolazione carceraria (emergenza romeni, decreto sicurezza, etc.) hanno sfondato quota mille al mese per raggiungere la ragguardevole cifra di 1.308 detenuti in più registrati tra 5 novembre e il 3 dicembre.

E questo vuol dire che alla fine della prossima primavera si tornerebbe a superare il tetto dei 60 mila in carcere, raggiunto nella fase pre-indulto. Fine del "libro dei sogni" voluto dall’allora Guardasigilli Oliviero Diliberto?

Il ministro Clemente Mastella, quando è stato tirato in ballo per gli istituti di pena non utilizzati e quelli mai costruiti, ha accusato il collega Antonio Di Pietro: "I fondi sono del ministro delle Infrastrutture, io posso indicare la collocazione dei nuovi istituti. Ma i fondi li deve destinare Di Pietro".

E lo stesso Mastella ha illustrato quali e quante siano le difficoltà dell’edilizia carceraria quando, lo scorso 26 novembre, ha inaugurato l’istituto di Gela (48 celle, tutte con bagno): il carcere progettato nel ‘59, finanziato nel ‘78 con cantiere aperto nell’82, ultimato mezzo secolo dopo grazie all’impegno dei sindaci Franco Gallo e Rosario Crocetta.

"Sono dieci le nuove carceri in costruzione e 28 quelle in cui ci sono lavori di ristrutturazione", riferisce il sottosegretario Luigi Manconi che cita le Finanziarie del 2001, del 2002 e del 2007 "con evidente buco nei 5 anni di governo del centrodestra".

Il Dap - guidato dal direttore Ettore Ferrara e dal vicedirettore "interno" Emilio Di Somma, con la direzione detenuti affidata ancora per qualche mese a Sebastiano Ardita (magistrato) - ha fornito tempestivamente i dati sull’attuazione del nuovo regolamento del 2000 e questo, in via Arenula, viene letto come l’indice di una vera e propria rivoluzione culturale.

Spiega, dunque, Manconi: "Per la prima volta il Dap fa un’autoanalisi e questo consente di immaginare una riforma dopo l’indulto perché, oggi, senza l’indulto noi saremmo a una cifra stimabile di circa 80 mila detenuti. Ovvero uno stato di totale illegalità, una situazione invivibile per quanti lavorano dentro le carceri, un inferno per i detenuti e, quindi, una situazione ad alto rischio, al limite di un possibile collasso o esplosione".

Il punto di vista del governo non collima con quello del maggiore sindacato degli agenti penitenziari (Sappe) che pure riconosce a Mastella un impegno straordinario per affidare al Corpo la creazione dei nuclei di verifica esecuzione penale esterna: ovvero le pattuglie (5-6 mila agenti in tutta Italia) che a regime controlleranno i detenuti che usufruiscono delle misure alternative.

Tuttavia sul lavoro fin qui svolto nelle carceri, il segretario del Sappe Donato Capece è assai critico con il governo: "Quella dell’indulto è un’occasione perduta perché il governo si era impegnato a cambiare la faccia organizzativa del carcere. Ma qui non c’è un soldo neanche per imbiancare le celle o per pagare i "Mof" (i detenuti che attuano la manutenzione ordinaria fabbricati, ndr)".

E ancora, per rimodernare gli alloggi e le mense degli agenti di Bollate (Milano), il provveditore per le carceri della Lombardia, Luigi Pagano, ha stipulato una convenzione con l’Alitalia per fare issare sul tetto dell’istituto un grande cartellone pubblicitario visibile dalla Milano-Laghi. Ma tutto questo non basta.

In questa situazione di precarietà, denuncia l’Associazione "Antigone", non diminuiscono gli eventi critici. Nei primi 11 mesi del 2007 ci sono stati 52 suicidi tra i detenuti (43 quelli comunicati dagli istituti penitenziari al Dap) contro i 50 del 2006 e l’altro giorno si è suicidato nei pressi della stazione di Bologna il capo degli agenti del carcere di Modena.

Nelle celle i tentativi di suicidio sono stati 116 e gli atti di autolesionismo 3.413. Se il Dap di Ferrara ha posto particolare attenzione ai "nuovi giunti" (la circolare sul trattamento dei nuovi ingressi è della scorsa estate), un carcere in cui il detenuto rimane mediamente pochi giorni ha bisogno di figure terze di controllo.

Per Patrizio Gonnella, di "Antigone", il Parlamento ora deve fare un altro sforzo per approvare due ddl: quello che istituisce il reato di tortura (testo già passato alla Camera e modificato in commissione al Senato) e quello del Garante nazionale dei detenuti (approvato a Montecitorio).

Giustizia: gli ergastolani a Bertinotti; abolire il carcere a vita

 

Apcom, 18 dicembre 2007

 

Gli ergastolani detenuti a Spoleto hanno scritto una lettera al presidente della Camera, Fausto Bertinotti, per annunciare lo sciopero della fame a rotazione di condannati al carcere a vita, detenuti e loro familiari (ma alcuni ergastolani hanno deciso di farlo a oltranza) e per chiedergli di annunciare la calendarizzazione della pdl presentata da Rifondazione comunista per l’abolizione del carcere a vita.

L’iniziativa è rilanciata in una nota dalla senatrice del Prc Haidi Giuliani: "Sono solidale - afferma - con gli ergastolani del carcere di Spoleto che stanno facendo lo sciopero della fame chiedendo l’abolizione di questa pena. L’ergastolo è un provvedimento punitivo incostituzionale per questo deve essere cancellato dalle sentenze".

"Non entro nel merito - dice Giuliani - delle scelte dei magistrati quando comminano le pene per i vari reati, ma ricordiamo che il carcere per il nostro ordinamento giudiziario deve tendere alla rieducazione del condannato e ciò non è possibile se si lasciano dietro le sbarre le persone fino alla morte".

"Sono stata nel carcere di Spoleto - conclude la senatrice di Rifondazione - dove i detenuti stanno effettuando lo sciopero della fame. L’Italia è in prima fila a chiedere l’abolizione della pena di morte, è ora che si proceda anche all’abolizione dell’ergastolo. I colleghi della Camera hanno preparato un disegno di legge sul tema. Ci auguriamo tutti che il presidente Bertinotti lo calendarizzi al più presto".

"Gli ergastolani in lotta del carcere di Spoleto le scrivono - si legge nella lettera indirizzata al presidente della Camera Fausto Bertinotti - a nome degli ergastolani in lotta di tutta Italia. Dal primo di dicembre 2007, 766 ergastolani, 11.541 non ergastolani, familiari, amici, ecc. digiunano, alcuni per un giorno, altri per tre, altri ancora per una settimana e oltre. Invece 41 ergastolani sparsi in tutti i carceri d’Italia lo stanno facendo ad oltranza ed alcuni di questi, che hanno più paura di vivere che di morire, lo faranno fino alla morte: non abbiamo scelta, la nostra esistenza non ha più senso".

"Domandiamo: se la vita non è eterna - si legge ancora nella missiva degli ergastolani di Spoleto - perché lo è l’ergastolo? Perché sperare di uscire se non possiamo più farlo? L’ergastolo ci dà solo un senso di inutilità. Non si può attendere un fine pena che non arriverà mai". "Anche noi - scrivono i detenuti - siamo per la certezza della pena ma non si può rieducare una persona che non uscirà mai. Tutto quello che l’ergastolano ha è solo presente, un lungo eterno presente, non possiamo più andare aventi ed indietro. Solo futuro di sofferenza e di non vita. Basti pensare che il codice penale francese del 28 settembre 1791, pur prevedendo la pena di morte, avesse abolito l’ergastolo, ritenendolo più disumano della pena capitale".

"Le chiediamo - spiegano i promotori dello sciopero della fame - con una dichiarazione pubblica una promessa di calendarizzare il disegno di legge per l’abolizione dell’ergastolo presentato dal partito di Rifondazione Comunista alla Camera. La vita di 41 ergastolani che stanno digiunando ad oltranza è nelle sue mani".

"Ovviamente, non pretendiamo da lei - conclude la lettera - l’abolizione dell’ergastolo ma pretendiamo che i disegni di legge presentati (nel caso specifico da un partito che sostiene il governo) siano discussi (come si usa in uno serio Stato di diritto) senza che questi siano insabbiati. Contiamo sulla Sua umanità e sensibilità (è importante la solidarietà per quelli che lottano)".

Giustizia: Osapp; detenuti e guardie vivono stessa miseria

 

Apcom, 18 dicembre 2007

 

L’inchiesta del "Corriere della Sera" sulle carceri italiane che sono già tornate ai livelli precedenti l’indulto non stupisce l’Osapp che sottolinea l’importanza di fare più attenzione alle condizioni difficili in cui vivono sia i detenuti di tutta Italia che le guardie carcerarie.

È il segretario generale del sindacato Leo Beneduci a commentare: "Si sbaglia a focalizzare tutto sull’indulto - spiega Beneduci - una misura che abbiamo apprezzato a suo tempo ma che, come si vede, non risolve nulla se non legata ad una politica del fare che il ministero della Giustizia e l’attuale Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non hanno saputo manifestare".

Oggi il Corriere della Sera spiega che l’effetto-indulto è ormai agli sgoccioli: "Dal mese di ottobre 2007 - si legge nel dossier del quotidiano - i tassi di crescita della popolazione carceraria hanno sfondato quota mille al mese per raggiungere la ragguardevole cifra di 1.308 detenuti in più registrati tra 5 novembre e il 3 dicembre. E questo vuol dire che alla fine della prossima primavera si tornerebbe a superare il tetto dei 60 mila in carcere raggiunto nella fase pre-indulto".

"Abbiamo da tempo lanciato l’allarme nell’indifferenza della gente, quella che paga le tasse e che non immagina nemmeno lontanamente come il problema carcere possa incidere sul proprio quotidiano" ha proseguito Beneduci, che sottolinea: "Ancora una volta ci ritroviamo con cifre che piangono lacrime amare e che richiamano alla memoria, giorno dopo giorno, come questa situazione sia lo spettro di un disagio che contempla, tra le altre cose, un tasso di crescita in media di 1.000 detenuti al mese, in strutture oramai ferme al 2000 come capienza, gestite da un Corpo di Polizia che come organici e come organizzazione data invece a 15 anni fa".

"La miseria che vive il detenuto - sostiene Beneduci - costretto in realtà fatiscenti, magari con servizi igienici inadeguati, e con la presenza di animali indubbiamente non desiderati, deve richiamare all’opinione pubblica anche la situazione di operatori, agenti di polizia penitenziaria, obbligati, il più delle volte, nelle medesime condizioni".

Giustizia: Mura (Idv); e per i tossicodipendenti la Comunità

 

Dire, 18 dicembre 2007

 

"Le carceri italiane sono di nuovo piene, come denuncia un’inchiesta del Corriere della Sera e, nella prossima primavera, il numero della popolazione carceraria tornerà al livello precedente all’indulto del 2006". A ricordarlo è Silvana Mura deputata dell’Italia dei Valori, convinta che sia "una situazione che desta estrema preoccupazione, e che sarebbe assolutamente inaccettabile pensare di risolvere con un nuovo indulto, che come stanno dimostrando i fatti non è altro che un provvedimento tampone, che non risolve in problemi del sovraffollamento, ma che crea grandi problemi ai cittadini rimettendo in libertà molti criminali e vanificando migliaia di processi".

Per Mura, pertanto, "un piccolo contributo alla riduzione del sovraffollamento potrebbe giungere agevolando i detenuti tossicodipendenti, che prima dell’indulto costituivano il 26% della popolazione carceraria a scontare la pena nelle comunità di recupero. Ma - va avanti la deputata - perché ciò si verifichi è necessario aumentare la quota giornaliera che attualmente il ministero della giustizia paga alle comunità per ogni detenuto che è di 34 euro al giorno, contro i 150 euro che in media spende per ogni carcerato. Una quota così bassa, e per giunta pagata con circa due anni di ritardo - chiude - ha come conseguenza che molte comunità di recupero che potrebbero accogliere detenuti tossicodipendenti si rifiutano di farlo perché non riescono a sostenerne i costi".

Giustizia: sul "decreto sicurezza" tutti i dubbi di Napolitano

 

La Repubblica, 18 dicembre 2007

 

C’è chi lo interpreta come un "no" secco e definitivo. E chi lo valuta solo come un "duro avvertimento" sul quale però c’è ancora margine di manovra. Comunque lo si legga, un fatto è certo: sul decreto per espellere i cittadini comunitari pericolosi per la sicurezza il capo dello Stato imposto un al-tolà dopo giorni in cui si vociferava delle sue perplessità.

Ora, nero su bianco, Giorgio Napolitano ha scritto ai capigruppo dell’opposizione al Senato, al forzista Marcello Pera e all’aennino Alfredo Mantovano, che si erano rivolti a lui, per assicurare "un esame attento e rigoroso" visto che il testo contiene "riferimenti erronei".

È il famoso passaggio, segnalato al Senato in aula dallo stesso Pera, in cui sulle discriminazioni razziali, xenofobe e sessuali anziché riferirsi al trattato che istituisce la Comunità europea si parla del trattato di Amsterdam.

La missiva di Napolitano dà fiato alla destra che vuole bloccare il dl. Ma la maggioranza, con in testa il ministero dell’Interno Giuliano Amato, vuole andare avanti. Tant’è che proprio Amato va a una riunione del centrosinistra alla Camera, esce e dichiara: "Il governo non ha intenzione di emendare, il decreto rimane così com’è".

Ma l’ex ds Luciano Violante, presidente della commissione Affari costituzionali, che si è dato da fare moltissimo per studiare una soluzione legislativa in grado di salvare il decreto sterilizzando lo sbaglio, ieri diceva: "C’è un problema di dignità istituzionale e costituzionale. Al Senato non si sono accorti dell’errore e sono andati avanti. Ma alla Camera ce ne siamo accorti tutti, quindi la norma non andrebbe approvata".

Una considerazione che, unita ai dubbi di Napolitano, spingerebbe la maggioranza a verificare se c’è la possibilità di cambiare l’articolo e fare una rapida navetta col Senato. A palazzo Madama ci sta lavorando, sul filo del rasoio, la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro. Ma dopo il voto a rischio sul decreto, le chance politiche e temporali per un riesame al Senato solo esili e pericolose per il governo.

Per questo sia palazzo Chigi che Amato, in stretto contatto tra loro, e lo stesso Violante stanno studiando una soluzione tecnica che salvi il decreto ma al contempo lo corregga per evitare che saltino i processi in corso (se ne stimano un centinaio) per razzismo e xenofobia. Il decreto espulsioni corregge la legge Mancino (del ‘93) utilizzata per sanzionare naziskin, ultras e devastatori di cimiteri ebraici con una pena fino a tre anni. Ma l’errore di fatto la cancella.

Se il dl resta com’è e passa alla Camera (forse con la fiducia se l’opposizione ricorre, da oggi, all’ostruzionismo), il governo approva subito un altro decreto tampone con la stessa Mancino ma con una pena aumentata. Per il principio del favor rei (si applica la norma più favorevole all’imputato) nei processi in corso si continuerebbe a utilizzare la vecchia legge.

Nel decreto "mille proroghe", che per prassi viene approvato tra Natale e Capodanno, il governo inserirebbe poi un articolo per sanare l’errore del decreto espulsioni con una versione della Mancino identica a quella attuale. A quel punto il dl tampone potrebbe anche decadere. L’architettura legislativa è complessa e non è detto che Napolitano si senta rassicurato al punto da controfirmare il dl di Amato. Al Viminale però sono convinti che il decreto non debba decadere non solo per le conseguenze politiche, ma anche per evitare che chi è stato allontanato dall’Italia sia legittimato a ritornarci.

Alla Camera, comunque, la legge Mancino è stata riscritta nell’ambito delle norme sullo stalking (violenze reiterate) e sull’omofonia che, con grande plauso del ministro per le Pari opportunità Barbara Pollastrini, del presidente della commissione Giustizia Pino Pisicchio, di Vladimir Luxuria (Prc) e Franco Grillini (Sd), ma anche dell’aennina Giulia Bongiorno, introduce per la prima volta il concetto di punizione a seguito di una discriminazione sessuale. L’attuale pena di tre anni è ridotta a un anno e sei mesi. Giovedì il testo sarà approvato in commissione, mentre l’aula vota sulla sicurezza.

Giustizia: decreto sicurezza; Mastella chiede una modifica

 

Apcom, 18 dicembre 2007

 

Una riunione dei Presidenti dei Gruppi parlamentari si svolgerà domani mattina alle 9.30 alla Camera dei Deputati. La richiesta è stata fatta dal Ministro per i rapporti con il Parlamento Vannino Chiti, "per comunicazioni del governo". La seduta di oggi pomeriggio dove era in esame il decreto sulla sicurezza è stata quindi sospesa e rinviata a domani mattina alle 10.30.

"Credo che ci sia qualche difficoltà perché la ratifica finale" del decreto sicurezza "non dia luogo a smagliature". Lo afferma il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che avverte: "Se è possibile riparare le smagliature bene, altrimenti bisogna trovare il modo diverso di procedere". Ai giornalisti che, a margine della stipula di un protocollo d’intesa tra ministero della Giustizia e Fincantieri a favore dei minori detenuti, gli chiedono delle difficoltà procedurali incontrate dal decreto sicurezza a causa della norma errata sull’omofobia, Mastella sottolinea: "Gli accordi all’interno della maggioranza non prevedevano una forzatura di questo genere.

I problemi di sensibilità morale vanno scritti nell’ambito del Parlamento, non con atti di violenza parlamentare come invece è stato con il decreto legge su cui poi è stata posta la fiducia". Insomma, per il Guardasigilli l’introduzione della norma sull’omofobia è stata un colpo di mano: "È come se si fosse votato l’introduzione dell’aborto o del divorzio con il voto di fiducia; questo non c’è mai stato in Italia ed è giusto che sia così. Si deve discutere, poi si può vincere o perdere".

Giustizia: la paura del futuro, della povertà e del crimine...

 

La Stampa, 18 dicembre 2007

 

L’aria che si respira fra la gente si è fatta pesante. Non c’è speranza né rabbia, non c’è voglia di cambiare né impegno. Solo una grande rassegnazione, e un cocktail pericoloso di scetticismo e di paura. Niente a che fare con il clima dei primi Anni 90, quando il desiderio di voltar pagina prevaleva sulla convinzione che il libro della nostra storia fosse ormai chiuso. Nonostante il V-Day di Grillo, nonostante il successo del libro di Stella e Rizzo su La casta dei politici, nonostante qualche sporadico sbuffo di girotondismo, oggi gli italiani sembrano attraversati soprattutto da tre grandi paure.

C’è, innanzitutto, la generica paura del futuro. Essa si basa sul fatto che nessuno è più in grado di fare i suoi conti, perché la politica trasmette quotidianamente un messaggio d’incertezza. Non solo non sappiamo quali leggi saranno approvate e quali no, non solo non sappiamo quali sorprese ciascuna di esse potrà contenere, non solo non sappiamo quanto durerà questo governo, ma lo stesso dibattito sulla legge elettorale irradia continuamente e involontariamente il medesimo deprimente messaggio: da anni non siamo governati, nessuno ci sta governando, nessuno ci potrà governare.

C’è poi la paura per la situazione economica delle famiglie. Governi, Confindustria e autorità statistiche tentano periodicamente di rassicurarci, raccontandoci che in questi anni il potere di acquisto delle famiglie è aumentato. Ma la realtà, molto probabilmente, è che le statistiche non sono state in grado di registrare lo "scalino" dell’euro (fra il 2002 e il 2003), e ora sottovalutano le difficoltà delle famiglie a far quadrare i bilanci. Nonostante la crescita dell’economia, in gran parte dovuta al trascinamento dell’anno scorso e all’effetto Fiat, il 2007 è stato un anno pessimo per i bilanci familiari, appesantiti dall’aumento del costo del denaro e dalla stangata fiscale della prima finanziaria del governo Prodi (secondo i dati Isae, quest’anno il numero di famiglie in difficoltà ha toccato il massimo storico da quando esiste l’indagine, ossia dal 1999).

C’è infine la paura della criminalità e dell’immigrazione. L’indulto ha provocato un improvviso e ingente aumento dei reati, che già erano cresciuti sensibilmente durante gli anni del governo Berlusconi, mentre il numero di immigrati irregolari sembra aver raggiunto il suo massimo storico (circa un milione di persone, con un tasso di criminalità che è circa 10 volte quello degli immigrati regolari, e circa 30 volte quello degli italiani).

Sono soprattutto queste tre paure che ci rendono insicuri e alimentano il nostro senso di vulnerabilità. Il guaio è che da nessuna di esse è possibile liberarsi rapidamente. Certo, non mancheranno politici, sindacalisti, industriali e banchieri pronti a raccontarci che per uscirne basta seguire le rispettive ricette. Ma la realtà è che ci vorranno anni per liberarci da questa classe dirigente, anni per tornare a recuperare il potere di acquisto perduto, anni per tornare a vivere in città più sicure. Molti italiani ormai l’hanno capito, altri se ne stanno rendendo conto dopo le illusioni e le ubriacature dell’ultimo decennio.

Possiamo fare qualcosa? Sì, liberarci il più in fretta possibile di questo ceto politico, e non credere a chi proverà a prenderne il posto sventolando ricette semplici e promettendo soluzioni rapide.

Giustizia: perché a Natale aumentano i delitti in famiglia...

 

Libero, 18 dicembre 2007

 

Il Natale deprime. Nel periodo delle feste natalizie i delitti tra parenti aumentano anche perché, dicono gli psichiatri, viene evocata una famiglia ideale che troppo spesso non corrisponde alla realtà.

Quasi un delitto al giorno. Dalla fine di novembre a oggi si sono consumati in Italia una quindicina fra omicidi e suicidi, tutti catalogati come "delitti familiari" o "stragi della follia", avvenuti fra le mura domestiche. L’ecatombe è iniziata il 24 novembre a Monza, dove un uomo di 57 anni ha ucciso il proprio figlio di 29; il 25 novembre in provincia di Latina una donna di 35 anni si è suicidata, lanciandosi dal balcone con i suoi due figli piccoli, rimasti solo feriti. Lo stesso giorno a Venezia un uomo di 55 anni malato di mente ha ucciso a percosse suo padre di 86.

I delitti sono ripresi il 3 dicembre, qualche giorno prima della festa dell’Immacolata che apre ufficialmente il periodo natalizio. Ad Alessandria il figlio malato di mente uccide la madre a coltellate. Il 4 dicembre a Bari una donna uccide la figlia di 6 anni con 12 coltellate e poi si consegna al marito; a Savona il 6 dicembre un’altra donna si è buttata sotto un treno; a Padova una signora anziana si è gettata dalla finestra, a Gallipoli una donna si è suicidata tuffandosi dal porto con la macchina. Sabato a Cosenza un padre ha ucciso moglie e figli e ad Udine una donna ha ucciso il figlio a coltellate.

Un massacro che dobbiamo al Natale, commenta la psichiatra e psicoterapeuta Adelia Lucattini, per nulla sbigottita di fronte ai dati che lei collega ad un unico comune denominatore. "Ci sono prove scientifiche che questi omicidi hanno come causa scatenante l’avvicinarsi delle festività. La realtà è che il Natale deprime e colpisce tutti, anche i non credenti, perché evoca il desiderio di una famiglia ideale, un’immagine contro la quale più o meno tutti ci scontriamo, in quanto pochi la realizzano pienamente o come l’avevano immaginata. Così si va incontro alla depressione - aggiunge la psichiatra e artefice dell’European Depression Day - proprio perché il Natale è gestito attraverso incontri con parenti e amici o sistemi di compensazione sociale, come i regali ed i viaggi ed è per questo che è diventato una festa così consumistica. Lo sarebbe probabilmente anche senza la spinta della pubblicità".

La conferma arriva dagli ultimi dati forniti dal Ministero dell’Interno: nel periodo 2001-2006 in fase pre-natalizia sono avvenuti in Italia quasi 300 omicidi, un totale nettamente superiore a quello registrato in altri mesi, da febbraio (230 omicidi) e aprile (246) ai picchi di novembre (285), luglio (288) e settembre (294).

"Emerge anche da questi numeri che i momenti più delicati, soprattutto nei soggetti con problemi mentali, sono quelli legati alle festività e alle vacanze. Non a caso, un altro periodo molto critico è nel mese di settembre, dove pure il numero di delitti è alto, perché il cambio di stagione nei soggetti con disturbi mentali può provocare molti scompensi e il passaggio dall’estate all’inverno è più sentito rispetto al contrario".

In effetti, succede lo stesso nel mese di febbraio in Brasile dove la festa più sentita è il carnevale o in primavera nell’Est e in alcuni paesi del Nord Europa, dove si è invece legati alla Pasqua - come risulta dallo studio multicentrico Oms, il più grande mai realizzato, condotto tra il 1990 ed il 2000 su 28 paesi e 10,5 milioni di persone.

"La soluzione è sempre la prevenzione. Dagli stessi dati infatti risulta che nel mese di ottobre i delitti passano dai 71 del 2002 ai 49 del 2004, probabilmente per gli effetti del Piano Sanitario messo in atto dal Ministero della Salute in quegli anni che ha applicato politiche di prevenzione.

Giustizia: Mastella; bene Fincantieri su lavoro minori detenuti

 

Apcom, 18 dicembre 2007

 

Un protocollo di intesa per inserire i giovani detenuti nel mondo del lavoro, in particolare della cantieristica. Un’iniziativa positiva, che si spera sia di esempio per altre aziende. Clemente Mastella commenta così l’accordo siglato oggi dal Dipartimento giustizia minorile del ministero con Fincantieri.

Il protocollo avrà durata triennale e parte dal presupposto che "lo svolgimento di attività socio-lavorative possano essere un valido strumento, per i giovani detenuti, di ridefinizione dei valori condivisi". Grazie a questo accordo, Fincantieri inserirà, inizialmente, 20 giovani detenuti delle carceri di Monfalcone (Gorizia), Marghera-Venezia, Ancona, Muggiano (Spezia), Castellammare di Stabia (Napoli), Palermo, Sestri Levante e Sestri Ponente (Genova). Da parte sua, "il Dipartimento di giustizia minorile, oltre che rilevare il fabbisogno formativo dei ragazzi coinvolti nel progetto, dovrà fornire un supporto tecnico-operativo per la definizione e l’organizzazione degli interventi, anche tramite propri operatori che in qualità di tutor seguiranno le attività realizzate". In questo senso, il Dipartimento e Fincantieri, "costituiranno un apposito Comitato a livello centrale, composto dai rispettivi rappresentanti, per monitorare l’attuazione del protocollo e valutare i risultati raggiunti". E la stessa procedura sarà realizzata a livello locale.

Un’iniziativa importante, osserva Mastella, perché prevede che la pena sia vissuta con un’idea di rieducazione. È un fatto di grande importanza, non tanto nella ‘quantità’, ma perché apre una via, ed esplora una strada delicata" dando "un esempio che speriamo prendano anche altre aziende". Fincantieri, ha ricordato l’ad Giuseppe Bono, ad oggi ha 8 cantieri operativi su tutto il territorio nazionale.

Giustizia: Doina Matei; condanna a 16 anni dal Gup di Roma 

di Flavia Amabile

 

La Stampa, 18 dicembre 2007

 

Doina Matei, la rumena che il 26 aprile scorso ferì a morte Vanessa Russo, 23 anni, alla stazione Termini della metropolitana di Roma, è stata condannata dal giudice per l’udienza preliminare della capitale Donatella Pavone a 16 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale. Il pm Sergio Colaiocco aveva chiesto vent’anni, per omicidio volontario.

All’imputata 21enne il Gup ha derubricato l’accusa, cioè riconoscendo che non aveva intenzioni omicide, ma non ha concesso alcuna attenuante, imputandole invece anche l’aggravante dei futili motivi. "Va bene. 16 anni sono sufficienti, sono tanti. Dopo la requisitoria del pm mi aspettavo di più, ma oggi comunque è stata fatta giustizia", ha commentato la sentenza la mamma di Vanessa Russo. Il processo si è svolto con il rito abbreviato, così come richiesto dai difensori di Doina Matei.

Doina Matei è stata condannata a sedici anni per aver ucciso Vanessa Russo con la punta di un ombrello. Sedici anni perché il giudice le ha creduto: non voleva uccidere, altrimenti sarebbero stati almeno venti di anni di carcere. Sedici anni perché quindici è la pena prevista dal codice, e uno in più per aver ucciso per "futili motivi".

Nessuna attenuante. Sedici anni, dunque, è la sentenza di primo grado, poi in appello si vedrà. Sono molti? Sono pochi? È una pena esemplare, o un facile accanirsi contro una giovane straniera e per di più marchiata dall’infamia di trovarsi in Italia a lavorare come prostituta?

Ma osserviamo come si è comportata la giustizia italiana in altri omicidi perché ognuno possa dare una risposta a queste domande.

Vi ricorderete di Marta Russo, la studentessa di Giurisprudenza uccisa in un viale dell’Università La Sapienza di Roma, uno dei casi più controversi della cronaca nera italiana. Nel dicembre del 2003 la Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva Giovanni Scattone a cinque anni e quattro mesi di reclusione per omicidio colposo, e il suo collega e amico Salvatore Ferraro, a quattro anni e due mesi.

Più interessante ancora il confronto con la vicenda di Salvatore Mannino. Nell’ottobre del 2004 aveva massacrato di botte e ucciso nell’ottobre 2004 un impiegato che gli aveva graffiato involontariamente l’auto durante una manovra di posteggio. È stato condannato a sei anni per omicidio preterintenzionale di reclusione.

Oppure mi viene in mente il caso di Marco Ahmetovic, 22 anni. Lo scorso aprile mentre guidava un furgone completamente ubriaco travolgeva e uccideva cinque ragazzi. È stato condannato a 6 anni e 6 mesi.

Ora andiamo a vedere che cosa dice l’indagine più recente sulla certezza della pena in Italia. L’ha realizzata l’Eures nel 2003. Dai dati risulta che in Italia la legge viene applicata sì, ma sempre con estrema cautela e molta bontà. Per l’omicidio preterintenzionale la media è di 8,8 anni e il codice ne prevede almeno 10. A Doina Matei è stato inflitto il doppio della condanna media.

Chi è che finisce davvero in carcere? Secondo l’indagine ci finisce chi sequestra una persona, chi è colpevole di omicidio volontario, oppure estorsione, produzione e spaccio di stupefacenti, rapina, istigazione e sfruttamento della prostituzione, e poi molte altre cose ma non l’omicidio preterintenzionale. Il caso di Doina è in linea con la media nazionale soltanto per un aspetto: ormai in Italia a rischiare il carcere sono soprattutto gli stranieri, dal 1994 al 2000 la loro incidenza rispetto al totale dei condannati è passata dal 10,8% al 19,1% e nel 2000 gli stranieri erano già il 28,8% dei detenuti. Insomma, se sei straniero e commetti "reati di bassa manovalanza", dallo spaccio al furto, è molto più facile andare in carcere. Sapete chi non ci finisce quasi mai, secondo l’indagine? Il manager italiano condannato per bancarotta, quello che manda per aria la sua azienda e le persone che ci lavorano.

Lombardia: l'indulto è finito, 5.300 posti per 7.500 detenuti

 

Redattore Sociale, 18 dicembre 2007

 

Pagano: "Situazioni critiche anche a San Vittore, dove i detenuti sono 1.260 e due reparti sono chiusi". 40 reclusi di Bollate, Opera e San Vittore hanno lavorato con l’Amsa di Milano per pulire parchi, giardini e togliere i graffiti.

In Lombardia i detenuti sono ormai 7mila e 500 su una capienza di circa 5mila e 300 detenuti. "Ma ci sono situazioni critiche come a San Vittore, dove i detenuti sono 1260 e due reparti sono chiusi", afferma Luigi Pagano, provveditore regionale agli istituti di pena Lombardi. In realtà le carceri lombarde possono arrivare ad ospitare fino a 8379 detenuti: è la cosiddetta "capacità tollerabile", che rasenta l’affollamento.

"Ora il numero di chi è recluso è di poco inferiore a quello di prima dell’indulto - aggiunge Luigi Pagano -. Inoltre, il turnover in alcune carceri destinate a chi è sottoposto a custodia cautelare in attesa del processo è molto alto, con costi però elevati per lo Stato, visto che ogni detenuto costa circa 200 euro al giorno".

I dati della situazione delle carceri lombarde sono stati resi noti oggi durante l’incontro di chiusura del progetto che ha coinvolto 40 detenuti di Bollate, Opera e San Vittore che hanno lavorato con l’Amsa di Milano per pulire parchi, giardini e togliere i graffiti dai muri. "Si tratta di un’operazione nobile e riuscita - afferma Maurizio Cadeo, assessore all’arredo, decoro urbano e verde del comune di Milano -.

Ora però vogliamo ampliarla perché questo è un modo utile per contribuire al ritorno dei detenuti alla società civile". "Su precisa indicazione del Sindaco Moratti - aggiunge Mariolina Moioli, assessore alle politiche sociali - le aziende municipalizzate stanno allargando la loro capacità di assunzione a tante persone che si trovano in una condizione di disagio. Il Celav, il centro di orientamento al lavoro per adulti in difficoltà, che svolge la sua attività presso il nostro assessorato durante il 2007 ha permesso a più di 150 persone di trovare un lavoro regolare, presso cooperative e aziende".

Lazio: inchiesta sull'Hiv; 3,33% dei detenuti è sieropositivo

 

Dire, 18 dicembre 2007

 

I detenuti del Lazio sono 4.791, il 3,33% è sieropositivo, contro una media nazionale dell’1,98%, e il 71% delle persone affette da Hiv è tossicodipendente. Sono alcuni dei dati emersi questa mattina durante la presentazione del libro "Hiv in carcere: che fare?", alla quale hanno partecipato il Garante regionale dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, e i due autori Giulio Starnini, dirigente della Società italiana di medicina e salute penitenziaria e responsabile dell’unità operativa malattie infettive in ambito penitenziario dell’ospedale "Belcolle" di Viterbo, e Sergio Babudieri, professore associato di Malattie infettive all’università di Sassari e consulente infettivologo delle carceri di Sassari e Alghero.

"Rispetto agli anni scorsi afferma il Garante Angiolo Marroni - il problema dell’Hiv appare meno drammatico se si considera il numero di morti, ma ancora molto grave per quanto riguarda la diffusione.

Sapere se un detenuto è affetto da Hiv è difficile perché l’indagine diagnostica in carcere non si può fare senza il suo consenso. E, invece, il test è importante sia per chi vi si sottopone che per il resto della popolazione carceraria. Ma spesso - sottolinea il Garante - gli operatori delle carceri non sanno come comportarsi di fronte a queste situazioni e, perciò, distribuiremo questo manuale ai direttori degli istituti penitenziari del Lazio, alle associazioni di volontariato, ai magistrati di sorveglianza, alle associazioni dei detenuti e anche ai cappellani".

Il libro, che Bruna Brunetti, direttore dell’ufficio sanitario del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), definisce "una guida pratica rivolta agli operatori per sensibilizzare i detenuti a sottoporsi al test", analizza il problema dal punto di vista diagnostico e terapeutico e contiene 84 quesiti pratici sull’argomento posti da agenti e infermieri e una raccolta di leggi e circolari che, in maniera organica, affrontano il problema e cercano di dare risposte.

Nel Lazio il 70% della popolazione carceraria di Regina Coeli, Rebibbia e Civitavecchia è seguito dai servizi di consulenza specialistica infettivologica dell’ospedale Spallanzani, cioè circa 3.000 persone. Di queste, il 6%, pari a 170 detenuti, è sieropositivo. "Bisogna fare chiarezza sul problema - afferma Starnini - e un aiuto arriva dalle parole di Giuseppe Zumbo, ex detenuto sieropositivo, che nelle prime pagine del libro scrive che alcuni malati di Aids, quando escono dal carcere, si trasformano in boia senza scrupoli e che nel conto della spesa dobbiamo considerare anche questo".

"E poi - aggiunge Starnini - bisogna sottolineare che il 40% dei detenuti in Italia proviene dal Nord Africa e dall’Est Europa, parla poco e male la nostra lingua e non sa niente dell’Hiv". "Nel 1991 - spiega Babudieri - in Italia il 50% dei detenuti si sottoponeva al test. Oggi l’attenzione è calata e nel primo semestre del 2007 soltanto il 23% si è sottoposto allo screening. Ragionevolmente e scientificamente - conclude - si stima che ogni giorno siano circa 2.000 i detenuti sieropositivi in carcere che non sanno di esserlo o che non vogliono farlo sapere".

Agrigento: trans 16enne suicida in una Comunità per minori

 

La Repubblica, 18 dicembre 2007

 

All’anagrafe si chiamava Paolo, 16 anni, sesso maschile, nata a Catania, ma lei si sentiva donna, si vestiva da donna, si truccava e si faceva chiamare Loredana. Alcuni anni fa aveva subito maltrattamenti dal padre, faceva una vita sregolata, dormiva di giorno e viveva di notte. La madre non riusciva a sostenerla, con il padre, dopo le violenze subite, non aveva rapporti, era intervenuto il Tribunale dei Minori di Catania.

Sette giorni fa Loredana si è impiccata con il suo foulard preferito dentro la stanzetta della "Comunità Alice", a Marina di Palma di Montechiaro (Agrigento) dove era ospite da tre mesi per essere "recuperata". E per "recuperarla" il Tribunale dei Minori di Catania l’aveva assegnata a una comunità dove era costretta a vivere insieme a 35 ragazzi, tutti maschi, extracomunitari, tunisini, marocchini, algerini tra i 15 e i 17 anni, tutti clandestini arrivati dalle coste nordafricane.

Lei, Loredana, era l’unica "donna" di quella comunità e l’avevano assegnata li "perché nessuno la voleva" dice Linda Lumia, l’assistente sociale del centro che quattro giorni fa, insieme ad altri "ospiti" di "Alice" l’ha accompagnata al cimitero di Assoro (Enna) dove Loredana è stata seppellita. "C’erano la madre e i suoi fratelli, ma nessuno dell’Arci Gay, neanche un fiore" sottolinea Linda Lumia che ha dovuto affrontare una situazione incredibile. Ma è mai possibile che un ragazzo, di fatto donna, per essere recuperata sia mandata in una comunità fatta solo di maschi extracomunitari?

L’assistente sociale del centro di accoglienza "Alice" - una bella struttura che sorge a poche centinaia di metri dal mare, con una piscinetta, un campetto di calcio, ottima cucina e stanze da albergo a tre stelle - allarga le braccia e non nasconde la sua impotenza davanti a una situazione del genere finita in tragedia. Dentro il centro Loredana, che "era in prova", non avrebbe avuto problemi di sorta, sostengono i responsabili della struttura, ma gli operatori tentavano comunque di "proteggerla".

"Era la prima volta che ospitavamo in un centro per maschi, una "ragazza" e per lei avevamo allestito - dice Linda Lumia - una stanzetta singola. Aveva in qualche modo la sua privacy, utilizzava il bagno delle donne per le operatrici del centro, mangiava con noi. Era anche contenta perché aspettava con ansia l’inizio del corso professionale per parrucchiera, ma l’altro giorno ha deciso di farla finita".

La Procura di Agrigento ha aperto un’indagine che avrebbe accertato il suicidio ma sta ancora indagando per accertare eventuali responsabilità di altri. Si vuole accertare anche come e perché un ragazzo, di fatto donna, sia finita in quel centro popolato da soli uomini e non in un’altra struttura più adeguata. La notizia del suicidio di Loredana era stata diffusa dal deputato di Rifondazione Comunista, Vladimir Luxuria: "Nonostante l’impegno degli assistenti sociali - dice la parlamentare - la giovane non era in una struttura specializzata ad affrontare i problemi della disforia di genere, soprattutto in una fase delicata come quella adolescenziale.

Occorre attivare una seria politica di inserimento sociale e lavorativo a partire dalla realizzazione di strutture più specifiche e mirate". "Ma dov’era l’Arci Gay quando ho chiesto di darmi una mano?" dice l’assistente sociale Linda Lumia. "È chiaro che la nostra struttura non era certo la più adatta per affrontare una situazione del genere, così delicata e complicata. Ma noi siamo stati gli unici e non buttare fuori Loredana.

Nessuno la voleva, tutti gli altri centri ai quali era stato chiesto di ospitarla hanno detto di no. Loredana aveva "precenti" era stata ospitata in altri centri da dove era fuggita e dove forse aveva creato qualche problema. Ma noi abbiamo fatto il possibile, abbiamo chiesto anche all’Arci Gay di darci una mano. A parole dicevano che avrebbero fatto qualcosa, ma non si sono mai visti né sentiti". L’assistente sociale che con Loredana aveva stabilito un ottimo rapporto e con la quale si confidava non nasconde le difficoltà incontrate nel gestire quel centro con 35 maschi e una donna.

"Noi abbiamo fatto il possibile e se Loredana si fosse trovata male poteva andarsene in qualunque momento perché in questi centri tutti sono liberi di entrare ed uscire, poteva fare come tanti altri minori extracomunitari che stanno qui o in altri posti un paio di giorni e poi spariscono. Ma non lo aveva fatto, anche perché non aveva dove andare, perché nessuno la voleva".

Prima d’impiccarsi Loredana aveva scritto due lettere, una alla madre e un’altra ad un suo amico con il quale intratteneva una fitta corrispondenza. Fra tre giorni si sarebbe trovata faccia a faccia con suo padre nel processo. "Non posso più vivere così, non ce la faccio più e ho deciso di farla finita...", ha scritto prima di impiccarsi alla finestra della sua stanza vicino alla parete dove aveva affisso un grande poster di Marilyn Monroe.

Milano: progetto per detenuti-spazzini, bilancio è positivo

 

Apcom, 18 dicembre 2007

 

Per il Comune di Milano è positivo il bilancio del progetto che da agosto impegna quaranta detenuti delle tre carceri di Bollate, Opera e San Vittore per la raccolta delle foglie, la rimozione dei graffiti e la pulizia dei parchi della città. Grazie ad un accordo stipulato tra il Comune di Milano, l’Amsa e il Carcere di Bollate, è stato possibile assumerli con un contratto di collaborazione a tempo determinato. L’inserimento ha previsto la formazione di gruppi di lavoro misti, composti da detenuti e da dipendenti dell’ex municipalizzata. I contratti sono stati prorogati fino a fine gennaio 2008.

L’iniziativa, si legge in una nota di Palazzo Marino, è unica nel suo genere in tutta Italia e per la prima volta vede unite diverse istituzioni. "Si tratta di un’operazione nobile e riuscita - commenta in una nota l’assessore comunale al Verde e all’Arredo urbano, Maurizio Cadeo -.

Ora però vogliamo ampliarla perché questo è un modo utile per contribuire al ritorno dei detenuti alla società civile". "Su precisa indicazione del sindaco Moratti - aggiunge l’assessore alle Politiche sociali, Mariolina Moioli - le aziende municipalizzate stanno allargando la loro capacità di assunzione a tante persone che si trovano in una condizione di disagio".

Padova: l'Uepe e gli imprenditori per uno "Spazio-Lavoro"

di Francesca Carbone

 

Ristretti Orizzonti, 18 dicembre 2007

 

Non è solo l’inasprimento delle pene a garantire una società sicura e - ancora più importante - non è certo rinchiudendo i criminali e gettando via la chiave della cella che i cittadini possono sentirsi tranquilli: questo messaggio forte arriva direttamente dagli uffici dell’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (Uepe) di Padova e Rovigo, che lo scorso lunedì 17 dicembre ha presentato, assieme al Gruppo Imprenditori della Zona Industriale di Padova, i vantaggi derivanti dall’inserimento in azienda di persone condannate in esecuzione penale.

"La probabilità di commettere di nuovo un reato dopo il fine pena", ha affermato la dottoressa Ilaria Bisaglia, dell’Uepe, citando i dati del Dipartimento di Amministrazione Penale del Ministero della Giustizia, "si attesta intorno al 68,45% per i soggetti che hanno pagato per il reato commesso senza mai mettere il naso "fuori" dalla cella; al contrario - continua la Bisaglia - la recidiva scende al 19% per quanti hanno partecipato a programmi di reinserimento socio-lavorativo o di riabilitazione".

La sicurezza collettiva cioè, è garantita molto di più quando il detenuto accede alle misure alternative al carcere scontando almeno parte della condanna all’esterno, piuttosto che quando gli si fanno espiare tutti gli anni di galera all’interno della struttura penitenziaria.

Il lavoro in tutto ciò è un elemento fondamentale, e se è vero che esistono già diverse cooperative sociali che offrono opportunità dal punto di vista occupazionale, è anche vero che - data l’elevata presenza al loro interno di detenuti ed ex detenuti - l’ambiente di lavoro che lì si viene a creare non è proprio dei migliori per chi voglia cambiar vita.

"Il progetto "Spazio-Lavoro" che abbiamo iniziato lo scorso anno" ha spiegato la dottoressa Daria Morara del Uepe, presente lunedì in rappresentanza del direttore Leonardo Signorelli, "nasce per allargare al settore profit il panorama dell’offerta lavorativa rivolta a questi soggetti"; nelle aziende infatti - come ha tenuto a puntualizzare la dottoressa Bisaglia - oltre ad una maggior soddisfazione dal punto di vista economico, il condannato in esecuzione penale ha la possibilità di un confronto con colleghi "regolari", tanti dei quali hanno basato tutta la loro vita sul lavoro e sono perciò esempi fondamentali.

Inoltre, l’assunzione in azienda garantisce una stabilità maggiore di quella offerta dall’inquadramento nelle cooperative, che costituiscono più che altro un momento di passaggio fra il dentro e il fuori. Agli imprenditori, ancora alquanto diffidenti rispetto a iniziative del genere, l’Uepe garantisce: chiunque venga ammesso alle misure che permettono di avere accesso all’esterno (affidamento in prova, detenzione domiciliare, semilibertà, art. 21), ha già superato una valutazione da parte degli operatori di sorveglianza e una del Tribunale di Sorveglianza, che ne hanno dichiarato la non pericolosità sociale.

A Padova sono una novantina le persone provenienti da circuiti penali che rientrano in questa categoria, e l’80% di loro lavora (principalmente in cooperative sociali). Ma non ci sono solo vantaggi per i condannati, come ha spiegato l’ingegnere Roberto Rovoletto, presidente della Gizip: "Ho lavorato per cinque anni come imprenditore in Romania, in un cantiere edile ad alta prevalenza di carcerati: sono persone caratterizzate da una correttezza estrema e da una forte motivazione.

Il lavoro - continua il presidente - è da loro considerato come un premio, senza contare il fatto che la poca affidabilità dimostrata può tradursi nella sospensione della misura alternativa e nel rientro in carcere". E testimonianza assolutamente positiva anche quella di Mario Bellini, della ditta Elettra Srl, in cui è pure impiegato un detenuto.

Rovoletto ha poi ricordato le agevolazioni contributive: un credito mensile di imposta pari a 516 euro per le imprese che assumono detenuti in art. 21 previsto dalla legge "Smuraglia" (193/2000), "un altro motivo - ha aggiunto il Presidente - che dovrebbe spingere noi imprenditori a valutare questa opportunità di inserimento lavorativo e mi rivolgo specie ai colleghi del settore edile, in difficoltà in Veneto per mancanza di mano d’opera".

Padova: una "sala" per riunire le famiglie divise dalle sbarre

di Pierpaolo Spettoli

 

Il Gazzettino, 18 dicembre 2007

 

Iniziativa studiata da Telefono Azzurro a favore dei bambini che hanno il papà detenuto al Due Palazzi. L’ha studiata Telefono Azzurro per creare un clima confortevole ai bambini che vanno a fare visita ai papà detenuti. È la nuova "Sala colloqui ludica" all’interno del carcere Due Palazzi, inaugurata ufficialmente ieri e la cui realizzazione è stata possibile grazie al benestare di Salvatore Pirruccio, direttore dell’istituto penitenziario.

Una trentina di metri quadrati in tutto, che sono stati ricavati abbattendo i muri divisori di due preesistenti salette dei colloqui. Colore predominante, l’azzurro intenso. Ad arredare la stanza, tavolini, sedie e soprattutto una bella varietà di giochi. La saletta è già funzionante da qualche settimana nei giorni di giovedì, venerdì e sabato (8.30-16.30) ed ospita quattro nuclei familiari ogni ora. Con loro, sempre presenti un paio di volontari di Telefono Azzurro.

"Sono una sessantina i minori che passano qui settimanalmente - afferma Carla Scolaro, referente del progetto bambini e carcere di Telefono Azzurro Padova - Questo progetto esiste da quattro anni, ma prima gli incontri si realizzavano nella zona di pre-accoglienza e successivamente nella sala parlatorio. Ora, invece, il nostro progetto trova la sua massima applicazione in questa sala ludica, in cui i bambini che fanno visita ai papà o ai parenti detenuti trovano un ambiente che non sembra carcerario. Insomma, è senz’altro più consono e li aiuta a stemperare l’impatto con il posto in cui si trovano. Tanto più che in questa sala possono relazionare con il genitore anche attraverso il gioco e di conseguenza vengono più volentieri".

"È grazie alla sensibilità del direttore Pirruccio se siamo riusciti a creare questa sala - aggiunge Graziella Nube, coordinatrice di Telefono Azzurro Padova - Gli agenti poi sono sempre davvero splendidi nel rapporto con i bambini". "In questo carcere - ha concluso il direttore Salvatore Pirruccio - abbiamo detenuti per lo più italiani che devono scontare pene molto lunghe. Abbiamo creato un luogo unico per accogliere più bambini possibile e che consente di ricevere tre o quattro famiglie contemporaneamente. Detenuti e familiari sono entusiasti del progetto. Anche questo è un servizio che va incontro agli obiettivi del penitenziario, ossia favorire e rinsaldare il rapporto tra nuclei familiari esterni e detenuti in attesa di un loro reinserimento nella vita normale".

Terni: e i detenuti diventano installatori di pannelli solari

di Alberto Tomassi

 

Radio Galileo, 18 dicembre 2007

 

Nel carcere di Terni la produzione di acqua calda sarà presto garantita dall’impianto solare termico che verrà installato da detenuti al termine di uno specifico corso di formazione professionale. Sarà questo il frutto di due innovativi progetti promossi e organizzati insieme da Regione Umbria, Casa circondariale di Terni, "Associazione Ora d’aria", con il contributo del ministero dell’Ambiente e del ministero di Giustizia. Finalità e caratteristiche sono state illustrate questa mattina a Perugia.

Sono 12 i detenuti della casa circondariale di Terni che, dall’inizio di dicembre, prendono parte al corso di formazione professionale per installatore di pannelli solari, finanziato dalla Regione dell’Umbria con le risorse del Programma Operativo Regionale 2000-2006.

"Il progetto - ha sottolineato l’assessore Maria Prodi - si caratterizza per la sua valenza ambientale, confermando la strategia e l’impegno della Regione Umbria per lo sviluppo delle energie rinnovabili e nello stesso tempo interviene per dotare i detenuti di un patrimonio di competenze spendibili in termini di occupabilità. Offre, infatti, una formazione in un settore in crescente espansione, con maggiori possibilità per il loro inserimento lavorativo".

Il corso sarà completato dall’installazione di un impianto solare termico di 150 metri quadrati, per la produzione di acqua calda per tutto il carcere di vocabolo Sabbione che integrerà l’impianto di riscaldamento della struttura.

"È un’ulteriore testimonianza della strategia innovativa che perseguiamo nel carcere di Terni - ha detto il direttore dell’istituto penitenziario Francesco Dell’Aira - Ogni corso di formazione è finalizzato anche alla realizzazione di un prodotto a beneficio della struttura. In questo caso, l’istituto di Terni sarà il primo dei tre istituti di pena italiani (gli altri sono a Torino e a Caltagirone) che potranno avvalersi dei finanziamenti dei ministeri dell’Ambiente e di Giustizia per il cosiddetto Programma di Solarizzazione avviato nel 2002".

"Con la Regione dell’Umbria - ha aggiunto infine il presidente dell’Arci Francesco Camuffo - si è registrata una sintonia attorno alla valutazione del carcere quale possibile luogo di innovazione e non come problema. è il messaggio che vogliamo far transitare con questo progetto: aprire nuovi varchi, creando opportunità per l’assunzione di persone che devono scontare una pena".

Genova: concorso, premiati i detenuti - scrittori di fiabe

 

www.genovapress.com, 18 dicembre 2007

 

"Meglio rimanere quelli che siamo, grassi o magri, alti o bassi, pesci o esseri umani e non farci attirare da facili chimere". Finisce con una morale, come quelle di Esopo o di Fedro, la fiaba "Snelli come acciughe" scritta da Alberto Noguera Nunez, che ha vinto il primo concorso nazionale per detenuti scrittori di storie per bambini, ideato dalla sezione Trattamento dell’Ufficio detenuti del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di concerto con il Provveditorato Regionale della Liguria e il sostegno della Provincia di Genova che ha finanziato i premi, per promuovere anche in carcere l’educazione alla genitorialità e l’espressione dei propri affetti e della fantasia.

Questa mattina il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria Giovanni Salamone e l’Assessora provinciale alle carceri Milò Bertolotto, hanno premiato le fiabe vincitrici nell’Auditorium del Galata Museo del Mare, alla presenza di molti rappresentanti delle istituzioni, della presidente del Galata Maria Paola Profumo e di alcuni finalisti.

"Questo concorso - ha detto Milò Bertolotto permette alle persone ristrette di esprimere sentimenti, emozioni e tenerezze nei confronti dei propri bambini e familiari che quasi sempre durante la pena in carcere restano celati, dissimulati o frenati e la Provincia, da tempo impegnata in molte iniziative per dare prospettive di reinserimento e di futuro alle persone detenute l’ha sostenuto con grande piacere".

Al vincitore (il cui riconoscimento è stato ritirato dal direttore della Casa Circondariale di Pontedecimo Giuseppe Comparone) è stato assegnato un premio di 500 euro, di 300 alla seconda fiaba classificata "Le conchiglie parlanti" scritta a quattro mani da Myftaray Korab e da Nore Aziz, anch’essi detenuti a Pontedecimo, che l’hanno ricevuto personalmente, e di 200 euro alla terza, "Giosè e il vecchio Elia" di Bulkj Klintyon, ritirato dalla comandante della Polizia Penitenziaria del carcere della Spezia Tiziana Babbini.

Due storie a lieto fine, anzi roseo come il prezioso corallo che fa ricco e felice il povero Raul nella fiaba di Korab e Aziz e l’amicizia del pescatore con il figlio del re del mare nella fiaba di Klinton e come sperano il futuro i loro autori. Myftaray Korab, albanese che per la sua fiaba d’acqua si è ispirato non solo al mare, ma anche al lago di Skodra (Scutari), è semilibero e lavora all’esterno del carcere di Pontedecimo, ha una moglie e due bambine a Genova, "però non vedo i miei genitori da quattro anni - dice - anche se in carcere il direttore e tutti mi hanno aiutato moltissimo e li ringrazio; quando la mia pena finirà il 22 aprile prossimo vorrei lavorare in questa città per la mia famiglia, se qualcuno mi aiuterà ancora".

Al concorso nazionale hanno partecipato 77 detenuti, uomini e donne, italiani e stranieri. "Un buon risultato, e un’alta qualità e creatività delle fiabe presentate - ha detto Giovanni Salamone - che mettono in luce talenti e sentimenti delle persone detenute nel sistema penitenziario, che per funzionare nel miglior modo possibile,deve sempre mettere al centro l’uomo, ricordando che i suoi elementi fondanti insieme ovviamente alla custodia e alla vigilanza devono essere anche attività, energie e sforzi del territorio che portino a risultati come quelli di oggi, creando sinergie di risorse e intelligenze per reinserire nella società persone migliori".

Della giuria insieme al Provveditore Giovanni Salamone e all’Assessora alle Carceri Milò Bertolotto hanno fatto parte autorevoli esperti di fiabe e letteratura per l’infanzia. Le 12 migliori fiabe sono state pubblicate in un volume edito, gratuitamente, da Ennepi libri - dell’editore imperiese Taglieri - distribuito alle biblioteche degli Istituti Penitenziari, alle biblioteche italiane specializzate in letteratura per l’infanzia e alle testate giornalistiche.

Al progetto hanno partecipato la biblioteca comunale per l’infanzia De Amicis, il Museo del mare e della navigazione di Genova, la fondazione Casa America, la rivista Andersen e la compagnia teatrale del Banco Volante.

Larino: "Accendi una luce", recital alla Casa Circondariale

 

Comunicato stampa, 18 dicembre 2007

 

Domani, 19 dicembre 2007, alle ore 11, presso la Casa Circondariale di Larino, in contrada Monte Arcano, andrà in scena il Recital "Accendi una luce".

La manifestazione è stata organizzata d’intesa tra la direzione del Penitenziario frentano e le animatrici dell’Associazione Centro Sociale "il Melograno" impegnate nel progetto "Spazio Gioco" (finalizzato all’intrattenimento dei figli dei detenuti durante l’orario delle visite) e vedrà gli oltre sessanta bambini coinvolti cimentarsi in canti e recite natalizie. Il Recital "Accendi una luce" segue a distanza di una settimana il Teatro dei Burattini, organizzato dai detenuti per il divertimento dei bambini che tutte le settimane arrivano a Larino per incontrare i propri papà e, nell’orario di visita, partecipano alle attività ludiche del progetto "Spazio gioco", attivato dall’Amministrazione penitenziaria e gestito dalle operatrici de "il Melograno". Così, i "piccoli" hanno pensato di ripagare i propri papà, offrendo loro uno spettacolo natalizio per far sì che il Natale che è alle porte possa avere un gusto tutto particolare: quello dell’amore familiare che travalica ogni tipo di costrizione. L’Amministrazione della Casa Circondariale di Larino ha il piacere di invitare tutte le Testate Giornalistiche a partecipare al Recital "Accendi una luce" che si svolgerà mercoledì 19 dicembre 2007, alle ore 11 presso l’Istituto in contrada Monte Arcano.

 

Ufficio Stampa CdS "il Melograno"

Parma: il Cappellano ha festeggiato i 50 anni di sacerdozio

 

La Gazzetta di Parma, 18 dicembre 2007

 

Da sette anni porta la speranza dietro le sbarre. Ogni settimana "tutti quanti i giorni" padre Celso Centis aiuta i detenuti del carcere di Parma. Con tutti i carcerati, qualunque sia stato il crimine commesso, "mi presento a loro come un amico, cerco di portare la speranza, di aiutarli a non guardare al passato ma al futuro". Questa è l’ultima delle tantissime missioni di padre Celso: ieri il francescano conventuale ha festeggiato i 50 anni dall’ordinazione.

Fu ordinato il 21 dicembre del 1957 dal cardinale Giacomo Lercaro di Bologna: "Un giorno importante - spiega padre Celso - che ricordo con affetto". Ieri invece, per il religioso, la festa nella chiesa di Santa Maria di strada Del Prato, dove il francescano ha celebrato messa fra i fedeli. "Ho passato la mia vita - racconta al termine dell’omelia - a dedicarmi ai poveri: hanno sempre fatto parte del mio ministero, con loro ho stretto rapporti forti, cercando di aiutarli a superare le sofferenze".

Immigrazione: Cpt; fu "pestaggio legittimo", assolti gli agenti 

 

Melting Pot, 18 dicembre 2007

 

Assolti dall’accusa di lesioni personali aggravate i quattro agenti di polizia responsabili del pestaggio dei detenuti del Cpt Mattei nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2003.

Pestare a sangue gli immigrati detenuti nei Cpt è legittimo. Il giudice di Bologna Milena Melloni assolve con la motivazione della "causa di giustificazione" gli agenti che irruppero nel Cpt ore dopo il tentativo di evasione picchiando e pestando a sangue i migranti.

L’avvocato Simone Sabattini, difensore dei migranti, definisce la sentenza inverosimile: " il giudice ha accertato l’esistenza di pestaggio, quindi riconosce che il fatto sia avvenuto come descritto ma dichiara che la polizia ha agito nell’ambito dei propri poteri. Il segnale più inquietante è che il racconto degli stranieri è stato riconosciuto come verosimile e che la polizia è intervenuta con un pestaggio successivo alla rivolta.

Questo è un precedente drammatico: sia perché la procura non deve occuparsi di quanto fanno gli agenti nell’ambito dei loro poteri nel Cpt, sia perché è una forma di impunità spaventosa verso interventi pacificamente al di fuori dell’ordine pubblico".

Le deposizioni dei testimoni, tra cui Said Imich intervistato da Melting Pot, raccontano che gli agenti hanno effettuato una vera e propria spedizione punitiva nelle stanze dei detenuti e nella saletta del caffè quando ormai nella struttura era ritornata la calma. Infatti i migranti si erano ribellati dopo il picchiaggio brutale della polizia di due detenuti che avevano tentato l’evasione. I migranti che avevano protestato salendo sulla tettoia erano già scesi e tutti si erano già ritirati nelle camere. Said era nella saletta del caffè con altri ragazzi, qui hanno fatto irruzioni i poliziotti in assetto antisommossa e hanno pestato con manganelli e calci i presenti, lanciando poi i lacrimogeni all’interno della piccola stanza.

Ha tutto il sapore di una sentenza speciale per un luogo speciale in cui i diritti hanno caratteristiche anomale. Secondo l’avvocato Sabattini "è raro e preoccupante infatti che una sentenza si discosti in maniera così evidente dal dibattimento, infatti le conclusioni del processo avrebbero dovuto essere molto diverse, tant’è che tutti si aspettavano una condanna. Nella prassi giudiziaria quotidiana per arrivare ad una condanna serve molto molto meno. Qui c’è stato un compendio probatorio pesantissimo, con quindici testimonianze... il metro utilizzato per le motivazioni è discutibile e la sentenza appare incomprensibile".

I migranti, anche se assolti dall’accusa di comportamento violento, ricorreranno in appello, nel frattempo è facile immaginare le ricadute concrete sulle condizioni di trattenimento nei Cpt italiani, dove ogni giorni i migranti che manifestano il disagio e la disperazione subiscono abusi e soprusi dagli agenti di Polizia, dove lo stato di privazione del diritto è così tangibile che sempre più spesso i detenuti cadono in uno stato di depressione patologica che di recente ha portato al suicidio.

Diritti: pena di morte, approvata la moratoria universale

 

Redattore Sociale, 18 dicembre 2007

 

L’assemblea generale dell’Onu dice sì alla risoluzione con 104 voti a favore, 54 no e 29 astenuti. Comunità di Sant’Egidio: "Passaggio storico, come l’abolizione di schiavitù e tortura". Opera don Orione: "Il più grande regalo di Natale".

"Un passaggio storico, una tappa decisiva per l’affermazione di una giustizia capace di rispettare sempre la vita, una giustizia senza morte. È una pietra miliare che segna un nuovo standard morale largamente condiviso e che sarà sempre più difficile e imbarazzante ignorare a livello internazionale".

Lo dichiara Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio e coordinatore della Campagna Mondiale per la moratoria, commentando l’approvazione da parte dell’Assemblea generale dell’Onu della risoluzione per una moratoria universale della pena di morte con 104 sì, 54 no e 29 astenuti. "È il segno di un cambiamento importante nella coscienza del mondo - prosegue Marazziti - che in misura crescente ritiene non più accettabile e una umiliazione del fondamentale dei diritti umani, il diritto alla vita, la morte inflitta dallo stato. È un cambiamento importante nella coscienza del mondo, come in passato per la schiavitù e la tortura".

"Il grande impegno profuso per 15 anni dai alcuni paesi per impedire che la Risoluzione venisse presentata e approvata mostra come si tratti di un passaggio davvero storico. È l’inizio di una nuova fase in cui l’Onu è chiamata a monitorare l’implementazione della risoluzione e la fine delle esecuzioni e della pena di morte come strumento di giustizia diventa un obiettivo qualificante per la Comunità internazionale e non solo per le organizzazioni più attive nella difesa dei diritti umani in ogni circostanza. È un contributo decisivo per accelerare un processo che ha già visto dagli anni ‘90 oltre 50 paesi rinunciare all’uso della pena di morte e il suo uso restringersi in molti altri, per un accresciuto rispetto della vita umana e per i crescenti dubbi sulla sua efficacia e correttezza nell’applicazione, anche nei sistemi giudiziari più evoluti".

"È una vittoria del mondo e della vita, una vittoria della difesa della dignità e dei diritti umani. È una vittoria che è il frutto di una straordinaria sinergia tra governi europei e non europei, davvero cross-regional, e le organizzazioni non governative che hanno lavorato per decenni alla costruzione di un pensiero e di pratiche capaci di immaginare una giustizia senza morte. Il grande lavoro di paesi come l’Italia, la Francia e l’Unione Europea non sarebbe stato altrettanto efficace senza il grande contributo dei co-autori della Risoluzione e, tra i tanti, Messico, Brasile, Nuova Zelanda, Gabon e Filippine.

È un successo che segna anche la fine, nella difesa dei diritti umani, della divisione tra sostenitori della moratoria e sostenitori dell’abolizione: un fronte comune a cui la Comunità di Sant’Egidio ha dedicato un grande impegno, un passaggio indispensabile per l’approvazione della Risoluzione e l’arretramento della pena capitale nel mondo.

I 5 milioni di firme, da 153 paesi del mondo, richiedenti una moratoria universale consegnati al Presidente dell’Assemblea Generale e la crescita del movimento mondiale delle Città per la vita già raccoglie 800 città del mondo in maniera attiva contro la pena di morte rappresentano in maniera concreta la richiesta planetaria di un mondo senza più pena di morte e di una giustizia sempre rispettosa della vita e dei diritti umani.

La Comunità di Sant’Egidio continuerà il suo lavoro a fianco delle organizzazioni e dei paesi africani impegnati nella creazione di un sistema giudiziario senza pena di morte, come pure in Asia e America. Si congratula con l’abolizione della pena di morte nel New Jersey, una prova di un cambiamento nella coscienza internazionale in sintonia con lo storico passaggio all’Onu. Per festeggiare l’approvazione della Risoluzione da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu la Comunità di Sant’Egidio invita tutte le 800 Città per la Vita ad illuminare in maniera speciale i loro monumenti-simbolo, a cominciare dal Colosseo di Roma in una Grande Festa Mondiale della Vita nei giorni 24 e 25 dicembre.

"Dall’Onu oggi arriva il più grande e bel regalo di Natale. Un atto ufficiale di grande civiltà, che rifiuta la pena di morte e rilancia nel terzo millennio la cultura della vita". È quanto dichiara Don Aurelio Fusi, capo ufficio stampa dell’Opera Don Orione in merito alla risoluzione di moratoria universale, che è stata approvata dall’Assemblea generale dell’Onu con 104 sì, 54 voti contrari e 29 astenuti. "Ora - prosegue Don Fusi - speriamo che dagli intenti si passi ai fatti affinché nel mondo la pena di morte sia bandita" da ogni ordinamento giudiziario.

Stati Uniti: fuga da film in un carcere del New Jersey

 

Ansa, 18 dicembre 2007

 

Due pericolosi detenuti fuggono da una prigione del New Jersey utilizzando, per coprire le proprie tracce, poster di modelle in bikini e pupazzi ricavati dalle lenzuola. "Una fuga da manuale, in perfetto stile hollywoodiano", dichiara il New York Times nel raccontare la rocambolesca evasione portata a segno sabato notte dal 20enne Jose Espinosa e dal 32enne Otis Blunt e di cui tutta l’America parla.

Le autorità hanno subito lanciato una caccia senza quartiere in vari stati del Nordest per arrestare Espinosa, - condannato a 17 anni per l’uccisione di Hassan Jackson nel 2005 - e Blunt, in attesa di processo per rapina a mano armata. Ma invano. I due si sono volatilizzati nel nulla mentre il governatore del New Jersey ha aperto un’indagine per capire come i due siano potuti evadere da una delle prigioni di massima sicurezza dello stato.

La bizzarra fuga si è consumata sabato sera. Dopo la cena i due hanno sistemato dei manichini ricavati con le lenzuola sotto le coperte della loro branda e sono scivolati in silenzio lungo il tunnel scavato tra le mura della cella. Raggiunto il tetto, si sono gettati al di là della recinzione di filo spinato alta otto metri, atterrando sopra le rotaie della ferrovia, dall’altra parte del recinto carcerario.

Per coprire i fori scavati nella parete, i due hanno appeso del poster di donne seminude, proprio come fa Tim Robbins in "Le ali della Libertà", il film del 1994 su un detenuto che scappa di prigione dopo aver scavato un tunnel segreto. "Quello che hanno fatto suona esattamente come un film di Hollywood - afferma il procuratore della contea Theodore Romankow - l’unica differenza è che questa storia è del tutto vera".

Resta un mistero: come hanno fatto Blunt e Espinosa a organizzare un colpo tanto perfetto, la cui preparazione è andata avanti probabilmente per giorni, se non settimane, senza che nessuno si sia accorto di nulla? Blunt ha dovuto lavorare sodo per rimuovere il mastice attorno ai blocchi di cemento nella parete che divideva la sua cella numero B310 dalla numero B311, quella di Blunt, che a sua volta ha faticato per spostare i mattoni vicino alla finestra. Resta da capire, inoltre, quali utensili i due abbiano usato e chi glieli abbia procurati.

 

 

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