Rassegna stampa 28 agosto

 

Giustizia: Veltroni; contro chi delinque pena certa ed effettiva

 

Apcom, 28 agosto 2007

 

"Il sistema legislativo italiano deve dare una pena certa e effettiva" a chi compie reati: per punire chi delinque "servono sanzioni reali, è una grande questione nazionale, centrale nel lavoro di tutela della sicurezza". È l’appello lanciato dal sindaco di Roma Walter Veltroni, concludendo questa mattina una riunione in Campidoglio sulla sicurezza di Trastevere, dopo il video mostrato nei giorni scorsi al Tg5 che ne denunciava il degrado notturno.

"Il nostro - ha sottolineato il candidato al Pd - è un Paese in cui chi delinque spesso due giorni dopo sta fuori, ma non per responsabilità della magistratura o delle Forze dell’ordine: è un problema che si chiama effettività della pena. Porro questo tema con i miei colleghi sindaci - ha annunciato - ma si tratta di un problema che interessa tutto il Paese: vanno bene tutte le norme di garanzia, ma la principale garanzia è la sicurezza del cittadino".

"Ho visto ieri la notizia di una persona arrestata due volte in due giorni, dovrebbe essere una contraddizione in termini: per uno che viene arrestato - ha detto ancora Veltroni - ci deve essere un motivo serio e non potrebbe fare lo stesso reato il giorno dopo".

Quello della certezza della pena "è un grande problema italiano, altrimenti si crea una sfiducia devastante nei confronti dei cittadini. Serve una reale sanzione in modo che chi compie un reato sappia che poi paga, e non solo per 24 ore. Altrimenti - ha concluso il sindaco - possiamo mettere agenti dappertutto, ma sarebbe come svuotare l’oceano con un bicchiere".

Giustizia: "tolleranza zero", le sue ragioni e le sue contraddizioni

 

Il Sole 24 Ore, 28 agosto 2007

 

Nell’articolo "Degrado, perché serve tolleranza zero", apparso sul Sole 24 Ore del 19 agosto, gli economisti Luigi Guiso e Aleh Tsyvinski propugnano l’introduzione della tolleranza zero - che negli anni 90 ha permesso a una città come New York di risalire in maniera spettacolare la classifica delle città più sicure d’America - anche in Italia, Paese così spesso ostaggio non solo della grande criminalità organizzata, ma pure del degrado dovuto a comportamenti incivili da parte di una fetta della popolazione, la quale sa bene che i propri atti non metteranno in moto alcun meccanismo sanzionatore.

Punire sistematicamente i piccoli crimini, le infrazioni anche minime, secondo il principio della "tolleranza zero", disincentiva il cittadino a violare la legge e le buone regole della convivenza e contribuisce, col tempo, a fare del comportamento corretto una norma sociale, una postura naturale che si assume nell’arena dei rapporti con i propri concittadini e con l’autorità pubblica. Con il fondamentale corollario di ridurre pure i margini di manovra della grande criminalità, che ha bisogno di appoggiarsi su quella piccola, coordinandola è governandola, per non ritrovarsi come un castello edificato sulla sabbia.

La posizione di Guiso e Tsyvinski, che di fatto intravedono nella repressione pure una funzione pedagogica, è difficilmente attaccabile, sia sul piano della logica sia su quello dell’esperienza empirica, che conferma come nelle città in cui si è applicata la tolleranza zero il mercurio del termometro del crimine sia velocemente sceso a soglie confortanti.

Il loro impeccabile ragionamento rischia tuttavia di divenire astratto, in quanto non si pone il problema del rapporto tra l’assolutezza e l’elasticità nell’applicazione, anche scrupolosa della legge o di un regolamento. Se poi, specie in Italia, trionfa la Scilla del lassismo e della tolleranza che sfocia quasi nella complicità, la Cariddi di una società maniacalmente perfetta e sorvegliata, in cui ogni singolo latrato di cane in ora notturna provoca la punizione del proprietario, assomiglia a un incubo orwelliano, allo Stato perfetto e autoritario sognato da molte utopie. Paradossalmente, anche la tolleranza zero deve porsi, pure all’interno del suo rigore, il problema schiettamente liberale del buon senso e dell’equilibrio.

Ma in Italia il semplice ragionamento di Guiso e Tsyvinski stenta a far breccia nell’emotività del corpo sociale, per varie ragioni. Anzitutto per una cultura intrisa di diffidenze nei confronti dello Stato, pronta a etichettare le misure repressive come liberticide e a percepire istintivamente ogni norma come una minacciosa intrusione estranea, da fronteggiare con solidarietà truffaldina, come gli automobilisti che si segnalano la presenza della Stradale. Ci si potrebbe chiedere se l’attuale cultura anti-Stato dell’anarco-capitalismo estremo non potenzi tale fenomeno, peraltro antico.

A ciò si aggiunge un’altra, ben più seria, componente culturale, una visione d’origine cristiana e umanitaria, riluttante a punire perché giustamente consapevole che ogni colpevole è spesso pure vittima di situazioni inique - individuali o sociali - che lo condizionano e che nessun uomo, per quanto grave sia il reato che commette, si riduce a essere solo l’autore di quel reato, bensì resta un uomo, nella pienezza della sua dignità e dei suoi diritti.

Ma la tolleranza zero non è la cupa ideologia del giustiziere della notte che considera il criminale un’erbaccia da estirpare, bensì è la tutela di ognuno dalla violenza altrui - anche della polizia, se è il caso. Ed è ingenuo, anche se umanamente nobile, voler colpire solo i grandi architetti e non i manovali del crimine; senza i picciotti non ci sarebbero neppure i Totò Riina, è impossibile vincere un generale senza colpire la sua fanteria.

Accanto a questa componente, c’è pure una visione antropologica propugnata da certi incauti psicologi e sociologi. Si tratta del principio che potremmo definire come quello della "costante della massa critica del comportamento illegale". Secondo tale visione, l’infrazione della legge corrisponde a un bisogno primario dell’uomo, al pari del cibo o del sonno, esprimibile quantitativamente, e quindi bisogna accettarlo, e anzi soddisfarlo, con un’offerta adeguata.

Questo è ad esempio l’atteggiamento predominante che anima il dibattito sulla violenza negli stadi: è infatti frequente sentir dire come sia meglio lasciare che gli uomini sfoghino i propri naturali e ineliminabili pruriti violenti in un ambiente circoscritto quale uno stadio - dove sono più facilmente controllabili - piuttosto che in altri luoghi della città, al di fuori del raggio d’azione e di vigilanza delle forze dell’ordine.

Ma equiparare lo stimolo della violenza a quello della fame è una logica friabile sotto ogni punto di vista. Anzitutto viene da chiedersi perché la voglia di darle e prenderle verrebbe fuori solo la domenica, e a tanti simultaneamente, e non invece ad alcuni il lunedì, ad altri il giovedì. Forse la risposta la sanno coloro che compilano il calendario del campionato di calcio e che conoscono bene il ciclo digestivo dell’istinto antisociale e distruttivo, oppure coloro che pensano di concentrare in un’unica abbuffata tutti gli appetiti di pugni e sprangate.

Ma perché allora, da quando si gioca pure il sabato, si assiste a scene di guerriglia urbana uguali a quelle che turbano il nostro riposo domenicale? L’appetito violento è forse aumentato e allora bisogna raddoppiare le portate? E chi allora conduce un’esistenza pacifica, deve essere catalogabile come anoressico?

Se fosse così, ci avrebbe già pensato il mercato a soddisfare l’eccesso di domanda di violenza, e ci sarebbero forse centri deputati a tal fine, con prezzi diversi e annessi servizi di differente qualità. O è forse lo Stato che desidera mantenere il monopolio dell’offerta di tale prezioso bene? Credevamo che lo Stato detenesse quello della forza, e che esso non potesse venire dato in appalto a bande di ultras ubriachi.

Diceva Lenin che la violenza è l’anticamera del fascismo. Se facciamo nostro invece il principio della violenza quale bisogno naturale dell’uomo, saremmo sconsolatamente obbligati a constatare che essa è diventata la sala giochi della democrazia.

Giustizia: la violenza a "bassa intensità" che avvelena la vita

 

Liberazione, 28 agosto 2007

 

In aumento la vendetta e la giustizia fai-da-te. A Roma un intero condominio lincia un presunto pedofilo. E un uomo getta un secchio di acido contro tre persone perché chiacchieravano sotto le sue finestre. Secondo il Viminale cresce la violenza a bassa intensità. Cresce la rabbia popolana che si sfoga, senza freni. Che organizza, come nella via Anelli di Padova, ronde armate per difendersi.

La giustizia-fai-da-te è esplosa in un residence di Val Cannuta, a Roma, dove un bimbo di sette anni ha raccontato di aver subito pesanti molestie sessuali da parte di un vicino di nazionalità peruviana, in cambio di qualche soldo e una manciata di caramelle. Una confessione che ha confermato i peggiori sospetti: da tempo le famiglie del comprensorio avevano il dubbio che il migrante rivolgesse attenzioni anomale ai bambini, avvicinandoli e palpandoli. Così è parata la spedizione punitiva: una cinquantina di persone hanno bussato ferocemente alla porta del migrante e dopo aver cercato di farlo confessare l’hanno riempito di pugni, schiaffi e calci. Soltanto in un secondo tempo il mucchio selvaggio ha chiamato i carabinieri, che hanno accompagnato l’uomo all’ospedale e poi in commissariato.

Gli inquirenti dicono che molto probabilmente quel ragazzino di 7 anni dice la verità e che dunque il peruviano passerà grossi guai giudiziari. Ma non è questo il punto. Gli abitanti del residence si sono fatti giustizia da soli, prima di qualsiasi processo. A che serve la polizia se puoi punire il colpevole nell’immediato? Se lo deve essere chiesto anche quell’inquilino del quartiere Pigneto, sempre a Roma, che nella notte del 17 agosto ha rovesciato un secchio di acido addosso a tre uomini che chiacchieravano sotto le sue finestre, provocando ustioni di secondo e terzo grado a due di loro, un tunisino e un egiziano. Il terzo è riuscito a salvarsi, riparato dalla tettoia di un negozio. "Non stavamo facendo chiasso", hanno raccontato i tre migranti. E in effetti il colpevole, un italiano di 60 anni, ha poi spiegato agli agenti di non avercela coni tre malcapitati bensì con i bengalesi che ogni notte fanno bisboccia sotto casa.

Negli ultimi mesi è aumentato a dismisura il ricorso alla giustizia fai-da-te, un barbaro senso di giustizialismo da villaggio come il raid contro i rom di Opera (Milano): nel dicembre 2006 un centinaio di persone guidate dai consiglieri comunali di An e Lega incendiarono le tende che avrebbero dovuto ospitare i nomadi.

A volto scoperto, perché è un diritto difendere la città dagli zingari. Pochi mesi più tardi un ragazzo rom investì è uccise quattro ragazzi di Appianano (Ascoli Piceno); il giorno dopo alcuni uomini del paese rasero al suolo il campo nomadi, che per fortuna era stato abbandonato dai rom per timore di ritorsioni. Occhio per occhio, si leggeva nel codice di Hammurabi.

Stiracchiando un poco il concetto arriviamo dia strage di Erba, la piccola Rosa Bazzi che pianifica l’assassinio di una intera famiglia perché infastidita dai rumori che provengono dal piano di sopra. Bazzi è una malata di mente, si dirà. Non lo erano di certo quelle persone di Spinacelo (Roma) che incendiarono l’auto di un vicino di casa non appena fu arrestato per pedofilia. Cresce la rabbia popolana che si sfoga, senza freni. Che organizza, come nella via Anelli di Padova, ronde armate per difendersi dagli spacciatori e dalle prostitute. O le ronde padane, gruppi di persone comuni che la notte perlustrano la città a caccia di delinquenti. Si giustificano dicendo che le forze dell’ordine sono insufficienti, e dunque meglio se il cittadino si organizza.

Secondo i dati del Viminale, l’Italia è complessivamente meno violenta rispetto a 15 anni fa. Si muore meno di omicidio, ma sono in crescita le lesioni dolose, i tentati omicidi, i furti e le rapine. Una violenza a bassa intensità che avvelena il quotidiano. Nel 1984 il tasso di denunce per lesioni dolose (pestaggi, accoltellamenti e violenze per intenderci) era del 29,3 ogni 100mila abitanti, nel 2003 del 53,5. Quasi il doppio. Gli italiani sono diventati rissosi, intolleranti, inclini alla vendetta. Uccidono di meno, ma picchiano di più.

Giustizia: il sociologo Revelli; quando i penultimi odiano gli ultimi

 

Liberazione, 28 agosto 2007

 

Un sessantenne getta acido dalla finestra su due migranti, in cinquanta linciano un presunto pedofilo. La cronaca di fine estate prende troppo sul serio le istigazioni all’odio razziale e fiscale?

Mettiamo in fila alcuni fatti recenti: un ex ministro, il capo della Lega Bossi, minaccia di far imbracciare il fucile ai suoi contro le odiate tasse. Qualche ora prima, un sessantenne romano ha rovesciato una bottiglia di acido su due-tre immigrati che chiacchieravano di sera sotto la sua finestra. Intanto, sui Tg, si replica all’infinito il calcio nel sedere che un allenatore di serie A ha tirato a un suo collega.

Viene tenuta bassa, invece, la notizia del linciaggio di un peruviano, sospettato di pedofilia da parte di una cinquantina di suoi coinquilini di un residence romano di estrema periferia.

Un’occhiata al calendario restituisce l’orrore per l’omicidio, giusto un anno fa, di Renato Biagetti, ventisei anni, tecnico del suono, innamorato del reggae, accoltellato a freddo con un suo amico, da due diciottenni all’uscita da una festa in spiaggia, sul litorale della Capitale.

Non ci sono state ferie, non ce ne sono da un pezzo, per chi compita il catalogo delle aggressioni xenofobe, fascistoidi, come gli incendi a moschee e campi rom. Fatti che si intrecciano spesso con la violenza spicciola della miriade di micro conflitti di quartiere, di condominio. Esiste un filo conduttore tra queste vicende? Si può parlare di escalation mediata della violenza? Sono domande corrette?

"Sono domande correttissime", dice, dall’altra parte del cavo telefonico, Marco Revelli, sociologo torinese, studioso dei movimenti e della politica, che esordisce con "un’osservazione fuori contesto: non ancora sulla società ma sul sistema dei media" che usa "due pesi e due misure".

"Immaginiamo cosa sarebbe successo se una frase del genere l’avesse pronunciata non dico un leader della sinistra ma un esponente del centro sociale Gramigna di Padova - si chiede Revelli - pensi che titoli! Oppure pensiamo a come viene rubricato con tolleranza il calcio dell’allenatore.

Penso a Caruso, che ha avuto la sola colpa di nominare gli uomini e non le leggi. Ora veniamo all’odio, questa è la vera questione. È appena uscito il rapporto di una Ong, Human Right First, sugli Hate crimes, i crimini di odio, contro i diversi, ebrei musulmani, gay. Pensiamo alla reazione dei commercianti livornesi: i rom possono sparire, possono bruciare, purché non disturbino venditore e compratore. Tutto ciò colpisce pure chi crede di esserci, anche se non è vero: quelli che sono stati blanditi con il credito al consumo ipotecando i futuri stipendi anche dei loro figli. È un odio di mercato.

La "miseria dell’opulenza" e la "ferocia dei troppo buoni" spiegano, per il sociologo torinese, i recenti fatti di cronaca contro i "diversi". Si potrebbe obiettare che fatti di violenza efferata ci sono sempre stati. Non c’è dubbio che l’istinto di Caino è l’archetipo di questa prova del sangue. Ma non dimentichiamo che Caino era uno stanziale che ha ucciso un nomade. La novità è che prima ci si illudeva che il mercato sopisse la violenza dettata dalla furia del sacro.

Invece? Intanto, per certi versi l’odio ha perso il carattere dell’eccezionalità. Torniamo ai sistema dei media che seleziona le reazioni alla violenza, che ricodifica la violenza quella di cui vai la pena dare conto, e la mette in scena, la spettacolarizza. L’omicidio di Garlasco è esemplare. C’è una violenza che ricorrentemente viene messa in scena e poi c’è l’infinita violenza che non viene messa in scena mai: le morti sul lavoro e le morti di quelli che cercano il lavoro. Nel 2006 i migranti morti tra il Canale di Sicilia e nel deserto sono stati quasi dieci volte di più dei soldati Usa morti in Iraq. Una violenza che non ha nemmeno la dignità del furore del sacro, che è la piaga aperta in quel sottofondo di barbarie che caratterizza l’uomo e dovrebbe essere domato dall’incivilimento ma invece viene solo mimetizzato e riaffiora nei riti crudeli.

Riaffiora in quelli che definiamo "conflitti orizzontali", quei conflitti tra i "penultimi" e gli "ultimi", che non sfiorano i quartieri bene, che avvengono nelle terre di nessuno, nelle zone di confine, nei luoghi delle ristrutturazioni. Lì si formano i grumi di odio, le frustrazioni, i risentimenti, le vite invivibili che sfogano su chi ha meno la frustrazione per la deprivazione, vite di persone che non hanno la forza di prendersela con i primi perché li vedono solo in tv. È una condizione semifeudale: non si vive più nella stessa società, si vive per corpi separati, con leggi diverse e redditi diversi. Verrebbe da appellarsi alla politica, di cui si sente l’assenza. Poi, però, tornano in mente le fucilate di Bossi...

Perché la patologia della crisi della politica si esprime vuotando la propria borsa ai peggiori sentimenti: la prova della sua crisi sono la domanda ossessiva di una sicurezza che seleziona il suo capro espiatorio, il motto "perché per noi no e per loro sì", il bisogno del privilegio.

Sono ormai moneta corrente nel mercato della politica. Da dove cominciare per arginare l’odio? Una provocazione: spegnere la tv, vivere la strada con curiosità, ritornare a usare la parola per comunicare, ascoltare i racconti. Sarebbe una terapia straordinaria contro l’odio, diffidare dei demagoghi, ritornare a pensare di poter agire, di non essere impotenti, di poter fare...

Giustizia Malan (Fi): incendi, ddl che prevede pene più severe

 

Apcom, 28 agosto 2007

 

"Anche se il vero problema è individuare i colpevoli, occorrono comunque pene più severe per chi provoca incendi. Per questo chiederò ai colleghi senatori di firmare il mio disegno di legge per portare il minimo di pena per gli incendi boschivi gravi e colposi dall’attuale anno e mezzo a 3 anni". È quanto afferma in una nota il senatore di Forza Italia Lucio Malan.

"Per quanto riguarda l’incendio boschivo doloso, - spiega - propongo di portare il minimo a 5 anni dai 3 attuali, e introdurre un’aggravante specifica per il caso i cui l’evento provochi morti, feriti o grave pericolo alle persone. In Grecia e Spagna per quest’ultimo caso è previsto un minimo di 10 anni di reclusione, che da noi sono invece il massimo. Bisogna infatti aver presente che di solito gli incendiari sono incensurati e con pene basse molto spesso non entrano neppure in carcere. Per di più, se il reato è stato commesso fino al maggio 2006, l’indulto copre i primi tre anni di pena. Il mio Ddl prevede anche un aggiornamento della sanzione amministrativa per chi brucia stoppie senza rispettare le regole previste: oggi va da 500 a tremila euro. Bisogna passare almeno 2.000 e 5.000". "Di fronte alla gravità dei fatti, che si avvicinano al fenomeno terroristico, - conclude Malan - credo si dovranno prendere in esame misure per favorire la delazione, proprio come si fece negli anni di piombo. Ma questa ipotesi ha un senso solo se il reato combattuto è punito severamente".

Medicina: l’Oms pubblica le linee-guida sulla salute in carcere

 

Comunicato stampa, 28 agosto 2007

 

Sono state recentissimamente pubblicate le linee guida sulla salute in carcere edite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il testo, dal titolo "Health in Prisons. A Who guide to the essentials in prison health" raccoglie in 14 capitoli il lavoro svolto negli ultimi anni dai massimi esperti europei in tema di amministrazione della salute in carcere. Sono presi in considerazione praticamente tutti gli argomenti fondamentali: dalle questioni di natura etica, la prevenzione, la promozione della salute, la sieropositività da Hiv, la Tbc, la tossicodipendenza, le malattie mentali, senza evitare tematiche quali il suicidio, la violenza, l’autolesionismo. Si tratta di un lavoro fondamentale che permetterà a tutte le nazioni di confrontarsi per verificare la presenza nelle proprie carceri di quelli che vengono definiti come "standard minimi di assistenza sanitaria".

L’Osservatorio Regionale per la popolazione detenuta ed in esecuzione penale esterna del Veneto ha già formalmente richiesto all’Organizzazione Mondiale della Sanità l’autorizzazione alla traduzione e alla divulgazione del documento che attualmente è consultabile nella versione inglese (scaricate da qui il pdf).

 

Daniele Berto - Osservatorio Regionale Veneto sulla Popolazione detenuta ed in esecuzione penale esterna

Forlì: tre appuntamenti del laboratorio "Technè - Voci di dentro"

 

Comunicato stampa, 28 agosto 2007

 

Tre trasmissioni per parlare del carcere con chi, direttamente o indirettamente, opera nell’ambito dell’esecuzione penale e, in particolare, nel carcere di Forlì. È l’ultima iniziativa del laboratorio di comunicazione "Voci di dentro", gestito da Techne nell’ambito del progetto Equal Pegaso. Il laboratorio si prefigge di creare un ponte per il dialogo tra la città e la realtà del carcere, troppo spesso distante e misconosciuta dalla maggior parte della popolazione.

Al centro della seconda puntata di "Voci di dentro" sarà il tema "Immigrazione e legalità". La trasmissione, condotta dal giornalista Leonello Flamigni, andrà in onda venerdì 31 agosto alle 9 su Video Regione (replica il 2 settembre 2007 alle 10). In studio saranno ospiti Debora Battani, psicologa e coordinatrice del laboratorio "Voci di dentro", Anna Barbi, volontaria del laboratorio "Voci di dentro" e Fatima Daoudi, mediatrice culturale nel carcere di Forlì. Sono previsti i contributi in diretta telefonica di alcuni esperti tra i quali Danilo Dalmonte, direttore della Direzione provinciale del lavoro di Forlì.

La prima puntata era stata dedicata all’Indulto e a un bilancio sulla realtà carceraria a circa un anno di distanza dal provvedimento che sull’intero territorio nazionale ha restituito la libertà a 16.500 detenuti e fatto cessare le misure alternative alla detenzione ad altri 17mila.

A Forlì il 1 agosto del 2006 erano state eseguite 65 scarcerazioni (23 stranieri) e annullate 107 misure alternative alla detenzione (35 stranieri). "In sostanza, dopo l’indulto, - ha spiegato, in diretta telefonica, nel corso della trasmissione, Rosa Alba Casella, direttore della Casa circondariale di Forlì - il numero dei detenuti è sceso notevolmente mettendo fine al sovraffollamento: si è passati dai 210 detenuti del 1 agosto ai 147 del giorno dopo. La percentuale dei recidivi - ha aggiunto Casella - è poi risultata molto bassa, anche rispetto alla media nazionale".

Il consigliere regionale dell’Ulivo, Gianluca Borghi, ha precisato che la percentuale di recidivi, cioè di coloro che hanno fatto rientro in cella dopo avere beneficiato dell’indulto, sul territorio dell’Emilia Romagna è stata del 13 per cento (più alto il numero di italiani) contro il 20 per cento di media sul territorio nazionale. Il consigliere ha poi illustrato il disegno di legge regionale sul carcere che punta a rafforzare: l’impegno verso gli aspetti sanitari perché proprio in carcere riappaiono malattie che parevano scomparse, come la Tbc; gli interventi di mediazione sociale; l’inserimento nel mondo del lavoro; le tutele per le donne detenute.

"La legge - ha concluso Borghi - tenta altresì di rafforzare gli accordi con le istituzioni per rendere migliori i tredici istituti di pena dell’Emilia Romagna".

A portare le testimonianze dei detenuti sono intervenute la psicologa Debora Battani e Viviana Neri, impegnate nel progetto "Mondo Giovanile e Devianza" del laboratorio "Voci di dentro", che coinvolge il carcere e il mondo della scuola. Infine, Anna Giangaspero dell’Ufficio Esecuzione Penale Esterna, ha ricordato che in Emilia Romagna sono stati stanziati 319mila euro per 106 borse lavoro (circa 500 euro mensili) a favore di chi ha beneficiato dell’indulto. Di queste, sette sono state destinate alla Provincia di Forlì Cesena.

Cagliari: Caligaris (Sdi); a Buoncammino neonato di un mese

 

Ansa, 28 agosto 2007

 

"È il più giovane e innocente detenuto d’Italia. Ha trenta giorni di vita ed è nel carcere di Buoncammino. Si tratta del figlio di una nomade arrestata perché sorpresa a rubare in un appartamento. Con loro nella cella-nido da una settimana si trova anche un’altra donna di 22 anni incinta di 5 mesi. Non c’è che dire è proprio una bella fotografia". Lo afferma con sconcerto e rammarico la consigliera regionale socialista Maria Grazia Caligaris (Sdi-Rnp), segretaria della Commissione "Diritti Civili", con riferimento alla presenza nel carcere di Buoncammino del neonato e delle due donne già processate per direttissima e condannate a 1 anno e 4 mesi". Comprendo che per necessità il Magistrato abbia fatto ricorso alla struttura carceraria - ha aggiunto Caligaris - ma una volta stabilita la pena con patteggiamento, avendo le donne rinunciato all’appello, non si capisce perché i tempi lunghi della burocrazia debbano avere la meglio sul buon senso"

Rossano Calabro: per i detenuti arriva la meditazione buddista 

 

Vita, 28 agosto 2007

 

In Italia si fa strada la sperimentazione di nuove tecniche di recupero dei detenuti. La più originale, e forse la meno conosciuta nel nostro Paese, è quella che investe sull’educazione spirituale dell’individuo e che attinge dall’Oriente, per la precisione dall’India. Si chiama Vipàssana ed è un’antica tecnica di meditazione, laica, che consente di liberarsi, gradualmente, dalle tensioni mentali, dai condizionamenti e dalle paure per vivere in maniera più equilibrata e quindi armoniosa.

La prima a lasciarsi affascinare è stata l’ex direttrice del Carcere di Rossano, Angela Paravati, ora direttrice del personale: "La tecnica - ha spiegato - è stata scoperta 2.500 anni fa dal Buddha storico e costituisce l’essenza del suo stesso ministero. Vipàssana significa "vedere le cose come sono realmente" e proprio per questo la metodica è caratterizzata da un percorso graduale di purificazione mentale, di incondizionata osservazione e di auto-analisi, per arrivare ad una reale comprensione di se stessi e, quindi, del mondo". La sperimentazione nella casa circondariale di Rossano partirà nel mese di settembre. "Ho sempre pensato che proporre una tecnica di rilassamento in carcere potesse essere un valido ausilio per il recuperò dei detenuti".

"L’idea - ha aggiunto - è nata dopo aver parlato con alcuni ricercatori dell’Università di Cosenza che mi hanno fatto conoscere la tecnica Vipàssana. La sperimentazione è partita a Nuova Delhi nel 1994. È stata Kiran Bedi, la direttrice del carcere di Tihar, a riuscire a coinvolgere con la meditazione migliaia di detenuti, ottenendo ottimi risultati. Ho pensato così di proporre il progetto di riabilitazione in un convegno a cui hanno preso parte i tecnici del settore penitenziario e studiosi della materia. Il corso di Vipàssana inizierà a settembre e speriamo che anche da noi si possano avere buoni risultati. In fondo tentare non nuoce".

Immigrazione: Firenze; il Comune dichiara guerra ai lavavetri

 

La Repubblica, 28 agosto 2007

 

Mai più lavavetri. La giunta di centrosinistra guidata dai sindaco Leonardo Domenici dichiara guerra a chi fa la posta ai semafori armato di spugna. Per effetto di un’ordinanza "urgente", da stamani chiunque venga colto sul fatto ai semafori del capoluogo toscano finisce davanti al giudice e rischia, oltre al sequestro degli attrezzi, una pena che può arrivare fino a tre mesi d’arresto o una multa da 206 euro.

Da stamani le 10 pattuglie di vigili urbani in circolazione saranno invitate ad applicare il divieto. E la caccia ai circa 50 lavavetri contati fin qui a Firenze, quasi tutti romeni, nonostante la critiche piovute da Arci e Rifondazione comunista, comincia subito.

L’ordinanza, firmata dall’ex senatore dei Ds e attuale assessore alla sicurezza Graziano Cioni, classifica il lavavetri come "mestiere girovago" e, visto che il Comune non ha rilasciato alcuna autorizzazione, riconosce come abusivo chiunque chieda soldi in cambio del lavaggio del vetro. "Intralcio alla circolazione, nocumento all’igiene delle strade ma soprattutto episodi di molestie e il pericolo di conflitto sociale", si legge tra le motivazioni riportate nell’ordinanza fiorentina.

"Negli ultimi tempi c’è stata un’impennata di segnalazioni e reclami da parte dei cittadini, perché i lavavetri sono diventati aggressivi, non chiedono permesso: ti mettono direttamente la spugna sul parabrezza e a volte nascono discussioni e alterchi, che nel caso di donne sole in auto possono diventare pericolosi", spiega l’assessore Cioni. E per questo si è deciso di mettere uno stop, di tirare una riga: vigili ma anche le forze

dell’ordine sono chiamate da oggi al 30 ottobre prossimo ("poi vedremo come rendere permanente il divieto") a denunciare i lavavetri in base all’articolo 650 del codice penale (inosservanza dell’ordine dell’autorità) e a sequestrare secchi d’acqua e spugne.

Il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi è interessato alla decisione di Firenze: "Se davvero l’ordinanza avrà effetto, l’adotteremo anche noi", annuncia. L’assessore diessino Cioni non gradisce: "Non ho niente a che fare con i leghisti, la sicurezza non è di destra né di sinistra, è un bene primario da difendere sempre", ribatte un minuto dopo. Ma siamo solo all’inizio.

II presidente nazionale dell’Arci Paolo Beni parla di "misura eccessiva" e aggiunge: "Non è così che si argina il degrado, non dimentichiamo che si tratta di persone costrette ad arrangiarsi per vivere".

Rifondazione comunista boccia di netto l’ordinanza: "Un atto non degno di Firenze e della sua tradizione d’accoglienza", dice il segretario toscano Niccolò Pecorini. Perplessa anche la Curia: "Non conosco nel dettaglio, ma in generale posso dire che, in tema di immigrazione, bisognerebbe evitare di prendere provvedimenti sull’onda dell’emotività ma farli rientrare in progetti complessivi", afferma don Giovanni Momigli, responsabile pastorale sociale della diocesi. La Confesercenti, invece, plaude: "Finalmente si interviene, è un segnale importante di lotta al degrado".

Immigrazione: Arci; il Comune di Firenze criminalizza gli indigenti

 

Redattore Sociale, 28 agosto 2007

 

Sull’ordinanza del Comune di Firenze che vieta il lavoro girovago sulle strade della città, non tardano ad arrivare le reazioni. Tra le voci contrarie c’è quella dell’Arci Toscana, che parla di "criminalizzazione delle persone indigenti"

Non tardano ad arrivare le reazioni all’ordinanza emessa ieri dal Comune di Firenze che vieta il lavoro dei lavavetri, fino a prevedere l’arresto per chi viene colto in flagrante. Tra le voci contrarie al provvedimento c’è quella dell’Arci Toscana, che parla di "punizione esagerata" e che "criminalizza le persone indigenti".

L’ordinanza è stata firmata dagli assessori comunali alla Sicurezza e vivibilità urbana Graziano Cioni e alle Attività produttive Silvano Gori ed è stata adottata in seguito alle proteste e segnalazioni da parte degli automobilisti. "Stiamo ricevendo numerose telefonate e reclami da parte di cittadini che hanno notato una modifica nell’atteggiamento dei lavavetri - spiegano gli assessori - diventati molto aggressivi, soprattutto nei confronti delle donne, ancor di più se sole in auto. A testimoniare questa situazione ci sono anche alcune denunce per molestie, e a ciò si aggiungono i disagi e i rischi alla circolazione. Per tutti questi motivi abbiamo deciso di firmare un’ordinanza contingibile e urgente per vietare l’attività".

L’ordinanza è stata elaborata dagli uffici del comandante della Polizia Municipale Alessandro Bartolini e stabilisce in concreto che "fino al 30 ottobre 2007 è vietato su tutto il territorio comunale l’esercizio del mestiere girovago di lavavetri sia sulla carreggiata che fuori di essa" e che "l’inosservanza delle disposizioni è punita ai sensi dell’articolo 650 del codice penale e con il sequestro delle attrezzature utilizzate per lo svolgimento dell’attività e della merce". La violazione dell’articolo 650 - inosservanza di un provvedimento dell’autorità - prevede una denuncia penale con arresto fino a 3 mesi o, in alternativa (la decisione spetta al giudice) una sanzione di 206 euro.

L’ordinanza parla poi di una "crescente situazione di degrado venutasi a creare nelle strade cittadine" ed evidenzia come le persone che esercitano le attività di lavavetri "stanno causando gravi pericoli intralciando la circolazione veicolare e pedonale, bloccando le auto in carreggiata e costringendo i pedoni a scendere dal marciapiede a causa di occupazioni abusive di suolo pubblico composte da secchi, attrezzi, ombrelloni".

L’ordinanza sottolinea inoltre che "si sono verificati molteplici episodi di molestie soprattutto agli incroci semaforizzati e che ciò configura come pericolo di conflitto sociale per i numerosi alterchi verificatisi, in particolare nei confronti delle donne sole".

È il regolamento di Polizia Municipale che assoggetta ad autorizzazione dell’amministrazione comunale tutti i mestieri girovaghi. In questa logica, non essendo mai state rilasciate autorizzazioni, il lavoro dei lavavetri viene svolto abusivamente. Il provvedimento dovrà essere applicato da tutte le forze di polizia, e va a rafforzare l’attività di controllo già effettuata. Dall’inizio del 2007, infatti, sono stati 529 gli interventi mirati che si sono tradotti in molte "fughe", 79 i verbali da 50 euro comminati ad altrettanti lavavetri.

"Contravvenzioni che però non vengono mai pagate - precisa l’assessore Cioni -. Per questo risulterà sicuramente più efficace la denuncia penale e soprattutto il sequestro degli attrezzi". Gli uffici comunali stanno lavorando per elaborare una normativa che consenta di vietare a regime l’esercizio del mestiere di girovago, in modo che quando l’ordinanza arriverà a scadenza sia possibile attivare uno strumento diverso ma ugualmente efficace.

Tornando alle reazioni, ecco il commento di Vincenzo Striano, presidente dell’Arci Toscana: "In relazione all’immigrazione, l’Arci continua a dire, e a parole tutti ci danno ragione, che bisogna perseguire politiche di integrazione e non provvedimenti repressivi. L’ordinanza urgente del comune di Firenze che punisce in maniera esagerata i lavavetri, arrivando perfino all’arresto, non risolverà nessun problema e ne aggraverà tanti.

A giustificazione del provvedimento si cita che alcuni lavavetri hanno un atteggiamento aggressivo. Non è però l’atto del pulire i vetri a rappresentare un pericolo. Se poi qualcuno aggredisce è giusto che si intervenga per punire l’aggressione. Invece, con questo provvedimento si criminalizzano persone indigenti, che svolgono come avviene in tutto il mondo, un’attività umile. Si finirà così per aumentare i preconcetti sugli immigrati e i poveri, moltiplicare le paure e i sospetti dell’opinione pubblica e fare un passo indietro sulle forme di integrazione e dialogo.

Immigrazione: Ferrero; scelta di Firenze va in direzione sbagliata

 

Redattore Sociale, 28 agosto 2007

 

Per il ministro della Solidarietà sociale è giusto reprimere i comportamenti violenti, ma non bisogna "affrontare in termini di ordine pubblico la questione, che invece richiedere la mediazione sociale".

"Le scelte assunte dal Comune di Firenze sui lavavetri vanno nella direzione opposta a ciò che serve per risolvere questioni sociali di questo tipo". A dichiararlo è il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, che interviene sulla polemica innescata dall’ordinanza emessa ieri dagli assessori alla Sicurezza e vivibilità urbana, Graziano Cioni, e alle Attività produttive, Silvano Gori, che vieta il lavoro girovago sulle strade della città, fino a prevedere l’arresto per chi viene colto al semaforo con secchio e spugna.

"Fatta salva la sacrosanta repressione di aggressioni e comportamenti violenti - prosegue Ferrero - credo che affrontare in termini di ordine pubblico questioni che non lo sono vada nella direzione opposta a quella della mediazione sociale che si dovrebbe invece mettere in campo per fenomeni del genere".

Immigrazione: Unaltracittà; il Comune di Firenze ritiri l'Ordinanza

 

Asca, 28 agosto 2007

 

È polemica a Firenze dopo l’entrata in vigore dell’ordinanza con la quale la giunta ha introdotto multe salate e reclusione per i lavavetri abusivi sorpresi ai semafori. Unaltracittà - Unaltromondo, gruppo dei professori e degli intellettuali che alle ultime comunali aveva opposto all’attuale sindaco di Firenze la candidatura delle docente universitaria Ornella De Zordo, chiede alla giunta Domenici di "ritirare immediatamente l’ordinanza e di cercare soluzioni capaci di conciliare i bisogni di tutta la cittadinanza senza ricorrere a provvedimenti ingiusti lesivi della dignità umana".

L’iniziativa, secondo gli intellettuali fiorentini tra i quali figura anche lo storico Paul Ginzborg, "ha una chiara radice nella cultura di destra che arriva a permeare l’iniziativa politica anche nelle coalizioni di centrosinistra".

La giurisprudenza "più avanzata e rispettosa della dignità umana - continuano i professori - ha da tempo abbandonato l’idea che con la reclusione si risolvano i conflitti sociali". Grazie alla decisione della giunta fiorentina, per di più "la magistratura - secondo gli intellettuali - sarà costretta ad intasare le aule giudiziarie con processi che dimostrerebbero come è ingiusta e retriva la giustizia e la sicurezza sociale pensata e rivendicata dall’assessore!".

La decisione di arrestare i lavavetri, in situazioni che non riguardano l’ordine pubblico, "mette in luce - concludono - l’impotenza e l’incapacità di una classe politica di fare i conti con i danni derivanti da un sistema economico capace solo di rendere i ricchi sempre più ricchi e di escludere sempre maggiori fasce di popolazione dal benessere costringendole alla miseria e all’arte di arrangiarsi".

 

 

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