Rassegna stampa 27 agosto

 

Giustizia: incendi; nessun pretesto, le leggi sono sufficienti

di Vittorio Grevi (Docente di diritto penale a Pavia)

 

Corriere della Sera, 27 agosto 2007

 

Concludendo, l’altro ieri, un amaro editoriale sulle difficoltà incontrate dalla magistratura nel contrastare il fenomeno degli incendi nei boschi, Giovanni Sartori alludeva alla necessità di "rivedere" il codice penale. Era questo l’epilogo di un ragionamento che, dopo avere addebitato ai magistrati "un formalismo giuridico avulso dalla sostanza dei problemi", sottolineando come sia dovere degli stessi non soltanto di applicare la legge, ma anche di interpretarla, immaginava quale ipotetica risposta di un magistrato alle critiche che "la colpa è del codice penale, al quale lui deve obbedire".

Nulla da dire, se le cose stessero veramente così; salvo doversi comunque precisare che, in una materia delicata come quella delle norme penali incriminatrici - dominata dal principio di stretta legalità - l’interpretazione del giudice incontra dei limiti obiettivi, legati all’esigenza di non superare i confini del fatto, quale risulta "espressamente preveduto come reato dalla legge".

La verità è però che, di fronte ai molti episodi di incendio boschivo, la posizione della magistratura non è proprio così disarmata come potrebbe sembrare. Anzi, in questo settore le leggi non mancano. Si tratta, naturalmente, di applicarle con intelligenza e con coraggio, facendo leva anche sui correlativi istituti processuali. Ed è qui, semmai - cioè sul piano applicativo - che sono talora emerse lacune e disfunzioni nell’operato di alcuni magistrati.

Non è vero, per esempio, che quando un individuo venga colto dalla polizia in possesso indebito di inneschi incendiari (e per di più in un contesto ambientale idoneo a giustificare i peggiori sospetti sulle sue intenzioni), l’autorità giudiziaria non sia in grado di reagire con misure immediate, pur mancando la flagranza del delitto di incendio.

Sebbene questa sia stata la versione addotta per giustificare, in un recente caso, un assai discutibile provvedimento liberatorio di un magistrato di Latina, la realtà normativa è diversa. In simili ipotesi, infatti, si configura il delitto di detenzione di materiali infiammabili, che consente agli organi di polizia di procedere ad arresto in flagranza (o, eventualmente, fuori flagranza al fermo del soggetto indiziato), e autorizza quindi il giudice, una volta convalidato l’arresto, a disporre anche la successiva custodia carceraria, dietro richiesta del pm. Dopodiché, al più tardi entro 15 giorni dall’arresto, è comunque sempre possibile procedere a giudizio direttissimo, così da pervenire entro breve tempo a una sentenza che - se confermasse l’accusa - grazie alla sua tempestività avrebbe anche il pregio di un forte significato esemplare e dissuasivo.

Analogo discorso deve farsi nelle ben più gravi ipotesi in cui uno o più individui vengano colti nell’atto di appiccare un incendio in ambiente boschivo (nel qual caso l’arresto in flagranza è obbligatorio), oppure vengano fermati in quanto gravemente indiziati per il medesimo delitto, come è accaduto negli ultimi giorni a Patti.

Quando poi, in conseguenza dell’incendio, si verifichi la morte di una o più persone, il responsabile dovrà inoltre rispondere, come minimo, di omicidio colposo; ma l’accusa potrà essere anche di omicidio volontario quando si accerti che, in concreto, il medesimo incendiario aveva non solo previsto, ma anche accettato il rischio di poter provocare la morte di qualcuno.

In tutti questi casi, infine, la carcerazione preventiva dell’indiziato è sempre consentita - in presenza degli ordinari presupposti di legge - e anzi tale misura dovrà essere in linea di massima applicata, soprattutto quando si profili il pericolo della commissione di reati della stessa specie. Gli strumenti, dunque, ci sono, anche se si potrebbero migliorare. Sta alla magistratura farne un uso equilibrato e giustamente severo: non demagogico, ma adeguato alle circostanze.

Giustizia: Unci e Italia lavoro per reinserimento degli indultati

 

Ansa, 27 agosto 2007

 

È stata siglata, a Roma, una convenzione tra Italia Lavoro e Unci, che ha come obiettivo l’incremento delle opportunità occupazionali per gli ex detenuti beneficiari dell’indulto. L’intesa prevede l’impegno da parte dell’Unione nazionale cooperative italiane a ospitare circa 100 tirocini presso le proprie imprese cooperative operanti nelle aree di Milano, Napoli e Catania. L’accordo, che segue quello analogo stipulato con Asitor, (Associazione italiana per l’orientamento), consente di poter contare su una dote di circa 1.300 tirocini resi disponibili da Unci, Asitor e da Confservizi, Confcooperative e Legacoop, che hanno siglato un impegno per 1.000 tirocini il 24 aprile scorso.

La durata dei tirocini può essere di 4 o 6 mesi, durante i quali i partecipanti percepiscono rispettivamente la somma di 675 o 450 euro mensili. Le aziende che li ospiteranno potranno ricevere un contributo di 1.000 euro per le attività formative, in caso di assunzione a tempo determinato di almeno 12 mesi o a tempo indeterminato. Qualora, poi, l’azienda dovesse assumere un tirocinante prima della fine del percorso formativo, i contributi mensili per i mesi di tirocinio non svolti andranno all’impresa stessa.

Cagliari: Caligaris (Sdi); detenuto 19enne in Alta Sorveglianza

 

Agi, 27 agosto 2007

 

"Dall’1 ottobre 1988 un detenuto sardo è rinchiuso in regime di alta sorveglianza e nonostante abbia chiesto più volte, inutilmente, di essere declassificato, le sue istanze sono rimaste senza risposta. Addirittura la competente commissione non ha mai preso in esame il suo caso e comunque non si è mai pronunciata in merito". Lo sostiene in una nota il consigliere regionale socialista Maria Grazia Caligaris (Sdi-RnP) denunciando la condizione di Mario Trudu, 57 anni, di Arzana, che, dopo 27 anni di carcerazione in istituti penitenziari della penisola, chiede il trasferimento in Sardegna per stare vicino ai familiari.

Mario Trudu - sottolinea il segretario della Commissione "Diritti Civili" del Consiglio regionale della Sardegna - è stato condannato all’ergastolo e a 18 mesi di isolamento diurno per sequestro di persona, un delitto odioso.

Non è pensabile che un detenuto, che ha mantenuto un comportamento corretto negli anni di reclusione non possa ottenere la declassificazione del regime di alta sorveglianza e non debba trascorrere la condanna "fine pena mai" in una casa circondariale della sua regione per usufruire del diritto all’affettività riconosciuto dalla legge sull’ordinamento penitenziario.

Il Dap e il Ministero - rileva ancora l’esponente socialista - non possono ignorare che il Consiglio regionale ha approvato all’unanimità un ordine del giorno per la territorializzazione della pensa e che sul tema hanno sottoscritto con la Giunta regionale un protocollo d’intesa. Non si sta chiedendo la scarcerazione di Trudu, né si ritiene di dover sostenere le cosiddette "scarcerazioni facili" di cui si occupano sempre più spesso in questi ultimi tempi i mass media, ma si sollecita l’applicazione di leggi e provvedimenti dello Stato per una carcerazione più umana e meno ingiustamente persecutoria. Anche perché in molti casi - ha concluso Caligaris - si registrano dei comportamenti punitivi immotivati se non con un concezione della giustizia che si configura come accanimento".

Parma: comunicato del Sappe sulla visita del ministro Mastella

 

Comunicato Stampa, 27 agosto 2007

 

La visita odierna del Ministro della Giustizia Clemente Mastella a Parma con gli Agenti di Polizia Penitenziaria del 157° corso è certamente un fatto positivo e costituisce un importante momento di confronto tra il Guardasigilli ed il Personale dei Baschi Azzurri neo assunto anche per fare il punto della situazione sul presente e sul futuro operativo del Corpo di Polizia Penitenziaria.

Rinnoviamo il nostro invito al Ministro Mastella di incontrare, a settembre, anche il Sappe, primo Sindacato del Personale del Corpo, per esaminare proprio le prospettive future del sistema penitenziario e il nuovo ruolo del Corpo di Polizia Penitenziaria alla luce delle modifiche dei Codici penale e di procedura penale ipotizzate dalle Commissioni Riccio e Pisapia."

È il commento della Segreteria Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, l’Organizzazione più rappresentativa della Categoria con 12mila iscritti, alla visita odierna del Ministro Guardasigilli agli agenti di Polizia Penitenziaria che frequentano il corso di formazione presso la Scuola di Parma.

Spiega Donato Capece, segretario generale Sappe: "Riteniamo importante ed urgente confrontarci con il responsabile di via Arenula sui problemi della Categoria anche perché, a quanto ci è dato sapere, i lavori delle Commissioni preposte alla revisioni dei Codici penale e di procedura penale - presiedute da qualificati giuristi quali l’ex parlamentare Giuliano Pisapia e il professore Giuseppe Riccio - sono ormai praticamente conclusi.

Tra le novità più sostanziali, sembrerebbe caratterizzarsi un ampliamento delle misure alternative alla detenzione, aspetto questo più volte sostenuto e condiviso dal primo Sindacato del Corpo anche in occasione dell’approvazione del provvedimento di indulto di un anno fa quando chiedemmo che al provvedimento di clemenza facessero seguito interventi strutturali sull’esecuzione penale. In tale contesto è importante capire concretamente quale sarà il ruolo della Polizia Penitenziaria, anche alla luce della prossima sperimentazione di inserimento di Personale del Corpo negli Uffici per l’esecuzione penale esterna.

Noi sosteniamo con convinzione e fermezza che la Polizia Penitenziaria debba svolgere in via prioritaria rispetto alle altre forze di Polizia la verifica del rispetto degli obblighi di presenza che sono imposti alle persone ammesse alle misure alternative della detenzione domiciliare e dell’affidamento in prova perché se la pena evolve verso soluzioni diverse da quella detentiva anche la Polizia Penitenziaria dovrà spostare le sue competenze al di là delle mura del carcere.

Il controllo sulle pene eseguite all’esterno, oltre che qualificare il ruolo della Polizia Penitenziaria, potrà avere quale conseguenza il recupero di efficacia dei controlli sulle misure alternative alla detenzione. Efficienza delle misure esterne e garanzia della funzione di recupero fuori dal carcere potranno far sì che cresca la considerazione della pubblica opinione su queste misure, che non vengono attualmente riconosciute come vere e proprie pene".

La Segreteria Generale del Sappe auspica quindi che il ministro della Giustizia Clemente Mastella calendarizzi entro la metà del prossimo mese di settembre un incontro con il Sindacato "anche per affrontare" conclude Capece "un altro necessario e non più rinviabile provvedimento che sollecitiamo da anni, quale la definizione delle piante organiche del Corpo di Polizia Penitenziaria poiché quelle attuali non sono più rispondenti alla realtà."

Trento: ma il detenuto transessuale... in che cella lo metto?

 

L’Adige, 27 agosto 2007

 

Personale preparato e in grado di affrontare le delicatissime problematiche della popolazione carceraria. Anche le più scabrose. Lo dissero - ormai quattro anni fa - il guardasigilli Castelli alla festa del corpo della polizia penitenziaria di Rovereto, il capo dipartimento delle carceri italiane Tinebra ed il sovraintendente regionale Ettore Ziccone.

Il concetto venne poi ribadito dalla stessa direttrice del carcere roveretano Antonella Forgione, a conferma della capacità di una struttura come quella di una casa di pena di dare ascolto ai bisogni più profondi dell’individuo. Allora, si era nel 2003, il caso con matrice roveretana balzato alla ribalta nazionale fu quello di Jessica, il transessuale finito in cella di isolamento. "Una scelta operata a sua stessa tutela", spiegò la dottoressa Forgione.

Jessica, al secolo Maurizio Galizzi, aveva sollevato il velo su una delle tante scabrose realtà di un carcere, quella degli omosessuali, scrivendo una lettera ai giornali nella quale aveva denunciato una situazione gravemente lesiva dei suoi diritti.

"Ora si trova ad Alba, in provincia di Cuneo, dove il locale carcere è idoneo ad ospitare detenuti omosessuali", disse la direttrice Antonella Forgione che con molta sensibilità, parlando di lui al femminile, aggiunse: "Era stata messa in isolamento per tutelarla, non certo per discriminarla. D’altro canto non vi erano le condizioni per inserirla nel ramo femminile essendo a tutti gli effetti (anche fisici) un maschio".

Tuttavia quella situazione aveva procurato a Jessica un forte stato di disagio: non le era possibile ad esempio partecipare alle attività formative e ricreative riservate anche agli altri detenuti. Il caso, come detto, fu risolto con il trasferimento di Jessica ad Alba, in un’apposita sezione creata per detenuti con casistiche simili alla sua. Un segno dei tempi, insomma, con strutture che sanno affrontare nuove sfide. Rovereto non è da meno.

Anzi forse ha pure qualche marcia in più. Da tempo nella casa circondariale opera persino una scuola che è stata affidata ai docenti del Don Milani. Delicatissimo è ancora una volta il ruolo che le guardie carcerarie svolgono in questo contesto. "Un ruolo profondamente umano a tutela del singolo e nell’ottica costante di una sua rieducazione", affermò la direttrice. Se ad Alba, in Piemonte, la questione è stata risolta creando degli spazi appositi, a Rovereto la casa circondariale offre ancora due sezioni: maschile e femminile.

Nel caso di Eva, però, è probabile che la detenzione duri davvero poco e, di conseguenza, non diventi una problema di ospitalità. Se, infatti, si optasse per un processo per direttissima, si potrebbe scegliere di patteggiare e quindi, rimanendo sotto la soglia di legge, uscire dal carcere entro la fine della prossima settimana.

Verona: cercasi giovane per informare su carcere e pena

 

Comunicato Stampa, 27 agosto 2007

 

Fornire informazioni sul funzionamento locale del carcere e della pena. Questo il ruolo che l’associazione veronese la Fraternità intende affidare a un giovane tra i 18 e i 28 anni da destinare al progetto Ascolto, orientamento, comunicazione, approvato e finanziato dal Centro di Servizio per il Volontariato di Verona.

Il giovane interessato svolgerà un anno di servizio civile retribuito - chiamato "Giò in volo" (www.gioinvolo.it) - presso la sede dell’associazione in via Provolo 27, a partire da ottobre 2007. Il compenso è di circa 420 euro mensili netti, a fronte di un impegno di almeno 25 ore settimanali di attività. Si tratta di un’occasione davvero preziosa per chi desidera dare uno sguardo più da vicino al complesso mondo della giustizia e della pena, svolgendo mansioni di utilità primaria nell’ambito della comunicazione e dell’informazione, tramite la gestione del centro d’ascolto dell’associazione.

La Fraternità, fondata da fra Beppe Prioli, da oltre quarant’anni si occupa dei molti temi che riguardano la giustizia, la pena, il carcere, con l’obbiettivo di prevenire e riparare le lacerazioni provocate dai reati. In questo contesto, il centro d’ascolto intende fornire informazioni il più dettagliate possibili non solo agli stessi familiari dei detenuti, bisognosi di sostegno e indicazioni su come muoversi in un mondo con regole e dinamiche particolari, ma anche a ex detenuti alla ricerca di servizi territoriali cui rivolgersi nel difficile cammino del reinserimento. In un quadro più generale, l’informazione è rivolta a ogni cittadino che voglia saperne di più e magari dare il suo contributo alle diverse associazioni impegnate in tale sfera della società.

Il giovane designato - dopo aver seguito nei primi due mesi un corso di formazione mirata, organizzato dalla stessa associazione - lavorerà a fianco di volontari esperti. In particolare il suo contributo consisterà nel tenere aggiornato un inventario dei servizi e delle risorse del territorio e della normativa essenziale; registrare gli accessi al Centro d’ascolto e le tipologie di domande; saper indirizzare al volontario, all’associazione, al servizio più competenti; inserire notizie provenienti dall’attività di ascolto, o richieste di aiuto, o genericamente messaggi meritevoli di diffusione sul sito internet della Fraternità.

Un’opportunità significativa per esplorare un mondo ricco di umanità, accostarsi a povertà probabilmente insospettate, scoprire potenzialità di cambiamento: il tutto da una posizione attivamente utile.

I giovani interessati possono presentare domanda - entro il 16 settembre 2007 - telefonando alla Fraternità (045.8004960) e lasciando eventualmente il proprio recapito in segreteria, inviando un fax allo stesso numero, oppure inoltrando una mail a: info@lafraternita.it. Entro settembre tutti i richiedenti saranno convocati per un colloquio di selezione.

Immigrazione: Bari; migranti egiziani di nuovo in fuga dal Cpt

 

Melting Pot, 27 agosto 2007

 

Un gruppo di migranti, sembra 17, sono riusciti questa notte a fuggire dal Centro di permanenza temporanea San Paolo di Bari. La fuga è avvenuta nelle prime ore della giornata dopo una rivolta all’interno che ha coinvolto decine di persone in attesa di espulsione. La fuga è avvenuta dopo uno scontro con i poliziotti che presidiavano il Cpt e ha causato il ferimento di alcuni agenti.

I migranti, che secondo quanto riferito dalle agenzie sarebbero di nazionalità egiziana, erano arrivati ieri nel centro dopo lo sbarco di pochi giorni prima a Lampedusa. Dopo aver divelto la porta del modulo abitativo, si sono diretti verso l’uscita forzando il tentativo di blocco di polizia e carabinieri. Nel Cpt sono ancora trattenute 136 persone, di cui 40 di nazionalità egiziana.

Questa è la terza fuga nel giro di un mese dal Cpt di San Paolo. Lo scorso 29 luglio 32 persone erano riuscite a fuggire dopo una grande rivolta, sette erano scappate alcuni giorni prima. Dopo la sommossa della fine di luglio 40 cittadini egiziani che non erano riusciti a fuggire sono stati rimpatriati con voli charter.

In seguito alla firma degli accordi bilaterali tra Italia e Repubblica Araba d’Egitto, firmato il 9 gennaio 2007, che prevedono anche procedure di riammissione più semplici, le espulsioni verso l’Egitto hanno subito una aumento considerevole e sorge il dubbio che fra questi egiziani che l’Italia sta rimandando oltre le frontiere dell’Europa, vi siano migranti che egiziani non sono ma che intanto è comodo rimandare sull’altra sponda del mediterraneo.

L’Egitto con la firma di questi accordi conferma il proprio ruolo di guardiano dei confini dei paesi più industrializzati, meta ambita ma in realtà difficile da raggiungere, come ricorda l’Unhcr nei recenti dati su profughi e rifugiati, e come ha riferito lo stesso Amato ieri in un incontro con Anci e Acnur.

In Egitto nei primi giorni di agosto le guardie di frontiera hanno ucciso tre sudanesi in fuga verso Israele, riportando alla memoria l’attacco da parte della polizia ai rifugiati, sempre provenienti dal Sudan, accampati nella capitale che causò 25 morti e numerosi feriti.

L’Egitto non sembra aver cambiato la propria linea nei confronti dei migranti e non sembra garantire le norme internazionali di rispetto dei diritti umani. È inaccettabile che il governo italiano firmi accordi di riammissione con paesi dove il rispetto dei diritti è pari a zero.

La linea dura nei confronti dell’immigrazione sta facendo nel nostro paese troppe vittime, compresi i 7 pescatori tunisini che rischiano 15 anni di carcere per aver tratto in salvo 44 migranti alla deriva nel Canale di Sicilia, colpevoli eccesso di umanità e di aver rispetto le leggi che obbligano a soccorrere le imbarcazioni in difficoltà.

Droghe: filmato choc a Trastevere, riprese fatte da un deputato

 

La Repubblica, 27 agosto 2007

 

All’ennesima notte insonne l’onorevole ha detto stop. Imbracciata la telecamera, alle due del mattino il deputato e coordinatore regionale di Forza Italia, Francesco Giro, s’affaccia alla finestra di casa, cuore di Trastevere, e filma: ragazzine minorenni che prima voltano lo specchietto del motorino, poi ci sniffano la coca; spacciatori che incassano sorridendo, giovani che sciamano con in mano le bottiglie che un’ordinanza del prefetto vieta di vendere loro la notte.

E le "canne" arrotolate tra le auto in sosta, le pipì liberatorie sui portoni, gli scrivani metropolitani al lavoro sui muri... Storie di degrado in un condensato notturno di quattro ore: per due notti consecutive Giro ha acceso la telecamera alle due e l’ha spenta alle quattro. Poi ha chiamato giornali e il prefetto: "Mi auguro che il sindaco Veltroni finalmente ci ascolti - dice Giro - perché a Roma esiste un’emergenza sociale e per accorgersene basta passeggiare per le vie del Centro, da Testaccio a San Lorenzo a Campo dei Fiori e ora a Trastevere.

E non osiamo immaginare cosa accade in periferia". "Giro lo conosciamo tutti: ha fatto la scoperta dell’acqua calda", replica gelido l’assessore alle Politiche giovanili, Jean Leonard Touadi, elencando le mosse del Comune: dalla Ztl notturna "per garantire serenità acustica" all’ordinanza che vieta la vendita delle bottiglie la notte "chiesta insistentemente e ottenuta dal prefetto"; dagli "sforzi ingenti in uomini e denaro per il decoro urbano" alla "video sorveglianza nelle aree calde".

Tant’è: Giro ha alzato il telefono e ha chiamato il prefetto, raccontandogli le notti bianche di vicolo del Bologna, che in pratica è il lato B di una delle piazze più bollenti delle notti romane, quella di Trilussa in cui il presidio delle forze dell’ordine è costante. "Lui - racconta - mi ha detto: Giro, ma ce l’hai con me? Ma, no, prefetto, sono le immagini parlano da sole. Alla fine mi ha dato appuntamento per domani".

Cioè oggi, quando andrà a portargli il suo "video choc", consegnato ieri al Tg5 che lo ha mandato in onda nell’edizione serale. Roma tossica e degradata? Serra, che tra pochi giorni lascerà per un altro incarico, è laconico: "Se fumano marijuana e si ubriacano non è reato". Giro chiede un’auto della polizia tutte le notti, quando chiudono i locali e l’anti-movida conquista la piazzetta sotto casa sua. "Massì, certo... mettiamone una in ogni strada", dice ironico. Certo è che in vicolo del Bologna i residenti sono infuriati.

Hanno paura, ma con l’anonimato lo sfogo è torrentizio: "Sono un primario pediatra di sinistra, la situazione è pesante. Ieri mi hanno smontato il contachilometri del motorino. L’altro giorno quattro ragazzi facevano pipì sul muro accanto al mio portone, ho provato a protestare e mi hanno risposto: "Ma che vuoi? Se era un cane te ne stavi zitto, no?"

"Nei giorni scorsi, raccontano altri, "è nata una lite da uno scherno a un residente gay". È finita con l’occhio nero di un altro residente". E quel che fa paura è la polvere bianca, che stravolge i volti e alza l’adrenalina. "Purtroppo arriva coca a prezzi sempre più popolari - dice Touadi - e insieme all’alcol sta entrando pericolosamente nella vita notturna dei giovani".

Droghe: c'è degrado a Trastevere, la causa è il proibizionismo

di Pietro Yates Moretti (Presidente Associazione Utenti e Consumatori)

 

Notiziario Aduc, 27 agosto 2007

 

Dopo il video dell’on. Francesco Giro sullo spaccio di stupefacenti a Trastevere, è oggi intervenuto il sindaco Walter Veltroni affermando che "quelle scene lì non si devono vedere". E così annuncia nuove misure di polizia.

Sì, è sempre bene coprirsi gli occhi con qualche altra fetta di prosciutto. La polizia, a grandi costi di tempo e denaro pubblico, può servire al massimo a spostare temporaneamente quelle scene da un vicolo ad un altro. E questo il sindaco lo sa bene, come sa anche che la causa di tali scene è la proibizione, che alimenta il mercato nero di sostanze stupefacenti nelle strade e nelle piazze delle nostre città.

L’unico modo per non vedere più quelle scene è legalizzare e controllare la vendita di tutte le droghe: niente più spacciatori ma rivenditori autorizzati, niente più crimine legato al traffico o al consumo di droga ma ricette mediche e farmacie, niente più sostanze mal tagliate ma sostanze controllate, niente più sballo mortale ma dosi controllate e somministrate sotto supervisione medica. Questa, sindaco e annunciato leader nazionale del Partito Democratico, è la strada per non vedere più quelle scene lì.

 

 

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