Rassegna stampa 9 ottobre

 

Giustizia: abolire l’ergastolo questione di civiltà, di D. Farina

 

Liberazione, 9 ottobre 2006

 

Che cosa hanno in comune il senatore Antonio Di Pietro e il giurista Cesare Beccaria? Nulla, neppure il giudizio, apparentemente convergente, sulla pena dell’ergastolo.

Non dubito infatti che quando il secondo, 250 anni fa, si batteva per l’abolizione della pena di morte, e la sua sostituzione con la detenzione a vita, il primo sarebbe stato tra i suoi più fieri avversari. Oggi possiamo immaginare Beccaria fra le schiere di coloro che ne chiedono l’abolizione, e siamo certi che vedremo Di Pietro insieme a coloro che si opporranno. Il tema non è però astratto visto che se ne dibatterà di nuovo in Parlamento: discussione tra favorevoli e contrari alla cancellazione dell’ergastolo dal nostro ordinamento e sulla sua sostituzione con pena lunga ma non, appunto, perpetua. Di nuovo perché già nel 1998 il Senato della Repubblica votò a favore del provvedimento di abolizione, arenatosi poi alla Camera dei Deputati.

Oggi, se possibile, sarà più difficile di allora, prova evidente ne è la recente approvazione dell’indulto e le polemiche che ne sono seguite. Bastino a titolo di esempio le recenti pagine sul caso del "mostro di Foligno", in carcere dal 1992, in quanto responsabile di due atroci omicidi di bambini, che, per "colpa" dell’indulto uscirà nel 2020, piuttosto che nel 2023. I dati generali e assai positivi del Ministero di Grazia e Giustizia, a due mesi dal varo del provvedimento, hanno smentito molti oracoli della catastrofe, ma non contano nulla a fronte della strumentalizzazione di emozioni per se stesse comprensibili.

È evidente che, per molti, chi propone l’abolizione dell’ergastolo sia persona che attenta alla sicurezza dei cittadini. La cultura del senatore Di Pietro, che, dicevamo, non è un illuminista, gli fa desumere che più carcere significhi più sicurezza nella società. Anche se i dati sulla recidività (si torna a delinquere quattro volte di meno con misure alternative alla detenzione) ci dimostrano il contrario; ma ci dicono anche che chi si è opposto all’indulto ha lavorato contro e non a favore dell’incolumità dei cittadini: ha rischiato di essere complice di migliaia di atti di criminalità che invece, grazie al provvedimento approvato, non sono stati compiuti ( il che comunque non toglie gravità a quelli, per fortuna pochi, che invece si sono realizzati).

È una visione, quella che interpreta la giustizia come vendetta, che ha scavato anche a sinistra, lungo la faglia delle illegalità di Berlusconi, nella sopravvalutazione della capacità moralizzatrice dell’azione giudiziaria, nel silenzio assenso all’equazione immigrazione-delinquenza, che cita continuamente lo stato di diritto e ne è invece la peggiore nemica.

Già nella passata legislatura la Commissione Grosso, nell’ambito della riforma del Codice Penale, aveva pensato di affiancare al carcere a vita un regime di detenzione speciale di trent’anni, sostanzialmente non soggetto ad ulteriori riduzioni. Oggi la Commissione Pisapia, e indipendentemente da questa il dibattito parlamentare, hanno l’occasione di proporre nuovamente una generale rivisitazione di molti istituti del diritto penale, e un loro adeguamento alla realtà del paese, certamente diversa da quella del 1930.

Alla maggior parte dei cittadini poco interessa il lungo dibattito avvenuto, anche in sede costituzionale, sulla permanenza dell’ergastolo o sul carattere della pena, e se si riproponesse oggi il referendum del 1981 sull’abolizione, probabilmente la maggioranza degli italiani voterebbe ancora per mantenerlo. Ma siamo così certi che, seguendo le orme dei Di Pietro, dei Travaglio, dei Borghezio, anche la reintroduzione della pena di morte non troverebbe ascolto?

 

C’è una battaglia culturale che occorre continuare ed è qui che si inserisce la proposta di abolizione: non è una questione relegata alla sfera del diritto, di codici e specialisti, investe invece il modello di società, i termini della convivenza civile, le città ed i quartieri in cui vogliamo vivere.

Ci sarà un motivo perché nella storia moderna le carceri e la civiltà vengono con insistenza collegate, e un motivo per cui guardiamo a modelli alternativi, più efficaci degli attuali, per la sicurezza dei cittadini. Ci sarà anche un motivo per il fallimento disastroso delle strategie di tolleranza zero, e uno che ci spinge a ricercare anche oggi un diverso rapporto tra società e diritto penale. Una cosa mi sembra certa: senza l’ergastolo non saremo un Paese meno sicuro, forse solo un poco più civile.

Giustizia: penalisti chiedono il dialogo e preparano lo sciopero

 

Giornale di Vicenza, 9 ottobre 2006

 

I penalisti vogliono il dialogo con il ministro Clemente Mastella sui problemi della giustizia, che "sono quelli dei cittadini". Ma se le loro istanze resteranno ignorate, mentre si continuerà a riconoscere all’Anm, Associazione nazionale magistrati "il ruolo improprio" di "interlocutore privilegiato delle istituzioni e della politica", sono pronti a protestare ancora.

Il congresso dell’Unione delle Camere penali nell’ultima giornata ha eletto per acclamazione Oreste Dominioni, docente di procedura penale alla Statale di Milano, presidente dell’organizzazione che rappresenta 8.500 avvocati. Dominioni indica la rotta, alla vigilia di una nuova tornata di scioperi, decisa dalla giunta precedente, contro la sospensione della riforma dell’ordinamento giudiziario e la legge Bersani.

I penalisti chiederanno di incontrare Mastella e con il quale vogliono "un dialogo equilibrato, ma molto chiaro", spiega Dominioni. "Non può più essere riconosciuto all’Anm un ruolo preminente o addirittura esclusivo di interlocuzione con il potere politico e istituzionale".

Come è un errore che Mastella accompagni l’Anm da Prodi per discutere di tagli agli stipendi dei magistrati: "Così", avverte Dominioni, "si rischia di mischiare problemi sindacali dei magistrati con quelli della giustizia che sono, prima che della magistratura e dell’ avvocatura, dei cittadini". "Se si profilerà uno scontro acuto, perché sono ignorate le nostre istanze fondamentali", annuncia Dominioni, "ricorreremo ancora all’astensione".

I penalisti sciopereranno dall’11 al 13 ottobre. Nel mirino c’è anche la legge Bersani, che "mette in campo un’idea aziendalistica" della professione di avvocato "disconoscendone le peculiarità". Gli avvocati chiedono sia modificata e vogliono una nuova disciplina dell’ordinamento professionale per fermare "la deriva della dequalificazione", legata alla "crescita numerica pressoché incontrollata degli avvocati". Gli avvocati chiedono anche di intervenire sul codice penale e processuale e sul sistema carcerario "al collasso". L’indulto è stato "necessario", ma per evitare di vanificarlo "bisogna rimuovere le cause del sovraffollamento carcerario"; "va abrogato il 41 bis", il regime del carcere duro.

Giustizia: Cesare Previti chiede l’affidamento ai servizi sociali

 

Giornale di Vicenza, 9 ottobre 2006

 

L’affidamento in prova ai servizi sociali è la richiesta avanzata nei giorni scorsi da Cesare Previti al Tribunale di Sorveglianza di Roma. Il deputato di Forza Italia e i suoi avvocati difensori ritengono che i tempi per ottenere tale misura siano maturi. L’ex ministro della Difesa, che è stato condannato definitivamente a sei anni di carcere per corruzione in atti giudiziari per la vicenda Imi-Sir, si è visto cancellare metà della pena grazie alla legge sull’indulto e, in più, ha alle spalle qualche mese del cosiddetto "presofferto".

Dallo scorso 10 maggio, dopo aver trascorso quattro giorni in cella a Rebibbia, ha beneficiato della legge cosidetta ex Cirielli: gli era stata concessa la detenzione domiciliare, confermata a fine settembre, nella sua casa in piazza Farnese, nel cuore della vecchia Roma, a due passi da Campo dei Fiori. I giudici della sorveglianza sempre lo scorso mese hanno anche disposto che possa uscire per un paio d’ore al giorno o, previa richiesta, anche per più tempi maggiore.

Nulla trapela dagli avvocati difensori sui particolari della richiesta di affidamento in prova, anche se si può intuire che Previti possa aver proposto di svolgere un’attività legata alla sua professione di avvocato. Da quanto si è saputo il Tribunale di Sorveglianza non ha ancora fissato la data dell’udienza in cui deciderà sull’istanza.

Inoltre, c’è una sorta di "spada di Damocle" che pende sul futuro dell’ex ministro: il giudizio della Cassazione sulla vicenda Sme. Il processo di terzo grado davanti ai giudici della Suprema Corte è in calendario per il prossimo martedì 24 ottobre e se dovesse essere confermata la condanna inflitta in sede di appello a cinque anni, l’affidamento in prova automaticamente verrebbe meno.

Ma il caso Previti sarà valutato anche dalla giunta per le elezioni di Montecitorio dopo che una copia della sentenza della sua condanna nell’ambito della vicenda Imi-Sir sarà consegnata dal presidente della Corte di Cassazione al presidente della Camera.

Da quel momento, è stato spiegato nei giorni scorsi dal presidente della Giunta Donato Bruno, Forza Italia, "partirà un’istruttoria per il cui svolgimento ci sono fino a quattro mesi di tempo". Prossimamente Previti sarà invitato davanti alla giunta per le elezioni per essere ascoltato.

Giustizia: sui processi penali ora arriva la scure dell’indulto

 

Secolo XIX, 9 ottobre 2006

 

Prima il decreto cosiddetto salva-Previti, con la drastica riduzione dei tempi di prescrizione di numerosi reati, poi il pacchetto di leggi sulla giustizia, eredità del governo Berlusconi e che l’attuale guardasigilli Mastella non sembra intenzionato a ridimensionare. Infine, lo scorso luglio, la concessione dell’indulto, una decisione bipartisan volta - si sostiene - a ridurre il cronico sovraffollamento delle carceri.

Ebbene, questa confusa, contraddittoria e per molti versi sospetta serie di provvedimenti denuncia un gravissimo rovescio della medaglia, soprattutto nell’ambito della giurisdizione del tribunale di Sanremo, dove è iniziata la stagione dei grandi processi relativi alle inchieste su corruzione, concussione, abuso d’ufficio e truffa ai danni dello Stato (reati contro la pubblica amministrazione) che complessivamente vedono e vedranno alla sbarra oltre 180 imputati.

Grazie alla salva-Previti una parte degli episodi contestati è già prescritta, e un’altra lo sarà prima che i procedimenti arrivino in Cassazione. "Dire che sono sconsolato è dire poco", si lascia andare il procuratore Mariano Gagliano.

Il processo per le forniture all’Asl e il brokeraggio assicurativo del Comune di Sanremo, che vede come maggiore imputato l’ex direttore generale di Palazzo Bellevue, Mauro Borsò, è in ordine di tempo la prima "vittima", con diversi capi d’imputazione già annullati. L’applicazione dell’indulto servirà a completare l’opera non solo nei dibattimenti in corso ma anche in quelli che verranno, a cominciare dall’inchiesta sull’edilizia a Taggia, per finire con lo scandalo dei risarcimenti gonfiati per l’alluvione del 2000 a Ventimiglia, con oltre 130 imputati.

In procura hanno già fatto qualche calcolo: non saranno più di tre o quattro coloro che potrebbero essere condannati a una pena superiore ai tre anni, con la certezza quasi matematica di non scontare neppure un giorno di carcere. Per non parlare dell’indulto "a futura memoria". Con quale spirito un magistrato potrà avviare un’indagine sapendo che il suo lavoro non servirà a nulla, addirittura anche di fronte a un reo confesso se il "pentimento" riguarda reati ormai prossimi alla prescrizione e comunque commessi prima del 2 maggio 2006?

Il primo a rendersi conto degli effetti del "pacchetto" sulla giustizia è il procuratore Gagliano. "Cinque anni di inchieste rischiano di finire nel nulla o quasi. Il problema è che viene fortemente compromesso il nostro compito, che è di accertare la verità dei fatti. Prescrizioni e indulto sono più di un colpo di spugna, perché finiranno per compromettere anche l’obbligo dell’azione penale. Perseguire i reati contro la pubblica amministrazione è diventato un esercizio accademico, i processi finiranno prima di cominciare. Se a questo aggiungiamo la carenza di personale, che da noi ha superato il 45%, ecco che si può comprendere come la giustizia sia quasi al collasso".

Anche l’inchiesta di Taggia non è immune da prescrizioni e indulto. Fatta eccezione per le posizioni penalmente più gravi - cioè quelle dell’imprenditore Giuseppe Bianchi e dell’ex sindaco Lorenzo Barla - tutti gli indagati per abuso d’ufficio e truffa sono già salvi. Analoga la prospettiva per gli oltre 120 ventimigliesi accusati per i risarcimenti alluvionali: il processo sarà un lungo elenco di pene condonate, sempre ammesso che si arrivi a una condanna.

Giustizia: Cgil - Fp; lettera aperta al Ministro della Giustizia

 

Comunicato stampa, 9 ottobre 2006

 

Signor Ministro, v’è una convinzione ormai radicata sul valore democratico di un sistema penitenziario che abbia a fondamento del proprio mandato istituzionale le persone, i loro diritti inalienabili, la protezione della loro salute, il sostegno e lo sviluppo della loro partecipazione sociale, le opportunità e le tutele del lavoro.

A questa radicata certezza tuttavia si accompagna la domanda su come sia finalmente possibile cambiare la realtà di esclusione e di separatezza del sistema penitenziario, su come orientare le scelte sulle politiche penali e sociali in una fase in cui proprio le architetture del welfare hanno rischiato e rischiano tuttora di essere ridimensionate e destrutturate.

Domanda, davvero problematica, soprattutto, se posta dopo la recente esperienza di governo delle destre che hanno alimentato intolleranza verso l’emarginazione sociale e verso la devianza in genere; intolleranza che della esclusione e della separatezza fa assoluto fattore di sicurezza e di normalizzazione dei comportamenti sociali.

Abbiamo sempre sostenuto che un processo di evoluzione e di avanzamento delle condizioni materiali del sistema penitenziario passa attraverso la realizzazione di un progetto di integrazione nel sistema del welfare delle persone sottoposte ad esecuzione penale e che è nodale la capacità delle istituzioni di sostenere questo progetto attraverso il dispiegamento di servizi, risorse, opportunità e con la valorizzazione di professionalità consapevoli del delicato mandato istituzionali affidato.

Come parte rappresentativa del mondo del lavoro siamo, infatti, convinti della straordinaria ricchezza delle professioni che possono essere attivate e agire in un sistema integrato di servizi e per l’offerta di effettività dei diritti di cittadinanza.

Ed è sulla base di questa nostra impostazione che abbiamo avvertito in alcuni tratti del discorso da Lei rivolto al Corpo della Polizia penitenziaria affinità e vicinanza.

Abbiamo condiviso l’esigenza di un "articolato e rilevante processo riformatore" del sistema delle pene e della loro esecuzione e sosteniamo con convinzione l’impostazione di fondo che vede il ricorso alla detenzione "come misura estrema", contraltare di una nuova politica per le sanzioni alternative al carcere.

E ci è anche piaciuto l’obiettivo da Lei evocato per la realizzazione di una rete di strutture e di servizi capaci di offrire opportunità di integrazione delle persone momentaneamente private della libertà personale; rete, aggiungiamo noi, che deve vedere la primaria ed inequivoca responsabilità di tutti gli attori sociali ed istituzionali, come nel caso dell’auspicato trasferimento al Servizio sanitario Nazionale delle funzioni di assistenza sanitaria in carcere.

Ed è convinto, infine, l’apprezzamento sulla dichiarata volontà di riconoscere ruolo e valore alle funzioni affidate alla Polizia penitenziaria ed a quelle donne e quegli uomini che, come lei afferma , giocano, "rispetto alle altre Forze di Polizia in un ruolo diverso, in un’area, per così dire, mediana".

Le sono note ormai le rivendicazioni dei lavoratori del Corpo della Polizia penitenziaria: Lei ha assunto, in quel discorso, precisi e concreti impegni circa una nuova determinazione delle piante organiche e sulle insostenibili sperequazioni ordinamentali ed economiche esistenti rispetto alle altre Forze di Polizia.

Ciò sul quale vorremmo soffermarci è l’impostazione di fondo che traspare dalle sue indicazioni circa il futuro assetto organizzativo ed istituzionale del Corpo della Polizia penitenziaria.

Lei ha offerto alla Polizia penitenziaria un’idea ambiziosa di riforma che, se la interpretiamo bene, intenderebbe svilupparsi su due livelli: una ridefinizione delle attività istituzionali classiche, quelle cioè che si muovono all’interno del mandato istituzionale e quella afferente ad una diversa interpretazione del ruolo della Polizia penitenziaria sul versante della sicurezza e del controllo, anche e soprattutto nel rapporto con le altre Forze di Polizia.

Non ci sottraiamo sicuramente a questa che giudichiamo una sfida stimolante; anzi ne apprezziamo la lungimiranza.

Ma è proprio perché sentiamo fortemente la necessità di un serio processo di riflessione e di percepibili progetti di intervento e di innovazione sull’intero sistema penitenziario, che ci permettiamo di evidenziarLe quanto opportuna sia una verifica complessiva ed organica sui programmi del Governo per rendere effettive le riforme già deliberate, quelle che sono state annunciate ed, infine, quelle che anche Lei ha prefigurato con suo discorso rivolto al Corpo della Polizia penitenziaria.

Lei si trova a governare un sistema complesso ed articolato nel quale, come Lei doverosamente ha ricordato, la Polizia penitenziaria gioca un ruolo di primissimo piano ed è conseguente che attorno a questo attore dovranno svilupparsi i ragionamenti di riorganizzazione dell’amministrazione, sempre all’interno di un quadro normativo che affida all’amministrazione penitenziaria un mandato che deve continuare ad essere interpretato univocamente.

Se non si perviene ad una determinazione di piante organiche degli Istituti penitenziari e dei servizi, effettive e garantite in ogni sede (e non solo sulla carta), sostenibili per distribuzione dei carichi di lavoro, per i livelli di sicurezza, per qualità e per intensità dell’impegno professionale, non è possibile pensare a destinare risorse organiche per nuovi servizi ed attività sul territorio, per scorte e servizi di tutela personale, a maggior ragione a fronte di un disegno di legge finanziaria per il 2007 che non solo fa permanere il sostanziale blocco delle assunzioni per tutte le forze di Polizia, ma che non riesce nemmeno a garantire la stabilizzazione degli ormai famosi 500 ex ausiliari, questione per noi assolutamente prioritaria.

Se non si investono le risorse della Cassa delle Ammende e quelle del Sistema integrato dei servizi sociali territoriali in una strategia volta al reinserimento e alla integrazione sociale, che assuma a base della valutazione dell’efficacia degli interventi l’inclusione della persona nel tessuto delle relazioni sociali ed il suo recupero ad una prospettiva di vita affrancata dalle situazioni di disagio e di bisogno, si rischia di ridurre la prospettiva di un ampliamento dell’accesso alle misure alternative solo all’angusto meccanismo premiale/punitivo rispetto alla condotta penitenziaria o al solo controllo formale delle prescrizioni imposte.

Si rischia, in sintesi, di riprodurre le logiche e le dinamiche di un sistema carcerario che ha finito, negli anni, per rendere limitate e asfittiche le opportunità di concessione delle misure alternative stesse.

Se non vengono valorizzate le professionalità e se non si introducono forti elementi di innovazione che consentano una gestione degli istituti penitenziaria e dei servizi meno burocratica e sclerotizzata, non è possibile immaginare risorse umane, tecniche e strumentali da destinare ad attività ulteriori, considerate le gravi sofferenze finanziarie e organiche che vengono denunciate dalla stessa Amministrazione e fino a ieri portate a scusante del grave degrado del sistema penitenziario.

Il rischio che noi avvertiamo è proprio quello di un veloce abbassamento del livello di attenzione sulle condizioni di sofferenza dei lavoratori della Polizia penitenziaria negli istituti del Paese e di un’inconsapevole fuga o evasione, per usare un termine congruo, del confronto politico sindacale sul tema dei diritti del lavoro di chi nel carcere attualmente opera e continuerà ad operare nei prossimi anni.

Crediamo si debbano proprio invertire le priorità e che questa sfida stimolante che lei sembra aver lanciato debba inevitabilmente e, oseremo dire, essere preventivamente accompagnata dal recupero di un livello di civiltà e di dignità nel lavoro sostenibile, soprattutto a cominciare da quelle donne e da quegli uomini che, in numero sempre minore, operano con abnegazione e spirito di sacrificio nel crescente degrado strutturale delle nostre carceri.

 

Signor Ministro, se con il discorso alla Festa del Corpo di Polizia penitenziaria ha inteso gettare il cuore oltre l’ostacolo ed aprire un orizzonte alle politiche riformatrici di un sistema penitenziario che negli anni ha mancato troppe occasioni per rinunciare all’alibi dell’emergenza, la Cgil-Fp è disponibile ad offrire il proprio contributo.

Sosterremo con lei la costruzione di un percorso in cui la volontà politica e i valori del mondo del lavoro e della solidarietà civile e sociale contribuiscano a quel ripetuto bisogno di riscatto del mondo penitenziario.

Ci permetta, però, di evidenziarLe quanto, per fare ciò, sia inevitabile partire da un dato: la condizione materiale in cui operano oggi le donne e gli uomini dell’amministrazione, quelli della Polizia penitenziaria, quelli dei profili professionali e dal rilancio di quelle forme di dialogo e concertazione che è di fatto indispensabile per la costruzione di progetti credibili, realizzabili.

 

Fabrizio Rossetti - Fp Cgil Nazionale Settore Penitenziario

Giustizia: indulto a Chiatti, perché la violenza sessuale non conta

 

Il Messaggero, 9 ottobre 2006

 

Luigi Chiatti può beneficiare dello sconto di pena di tre anni anche per i cosiddetti "reati satellite". Il collegio presieduto da Salvatore Emanuele Medoro, consigliere Silvio Magrini Alunno, ha svolto valutazioni strettamente tecnico-giuridiche per risolvere la difficile questione riguardante la concessione dell’indulto a Chiatti, il cosiddetto "mostro di Foligno", condannato a 30 anni di reclusione per il duplice omicidio di Simone Allegretti (4 anni) e Lorenzo Paolucci (13 anni).

Nelle motivazioni della sentenza, con la quale è stato concesso l’indulto, i giudici ritengono che la pena inflitta a Chiatti sia unitaria "essendo stati tutti i delitti, dallo stesso commessi, unificati sotto il vincolo della continuazione". Ma allo stesso tempo l’aggravante contestata degli atti di libidine violenta, sono esclusi dal provvedimento di clemenza.

Un reato complesso che va, però, considerato come autonomo. "I reati fusi nel reato complesso perdono la loro identità per assumerne una nuova - scrivono i giudici - deve escludersi, in applicazione dei principi che disciplinano il reato complesso, il concorso formale tra l’omicidio e il reato sessuale, rimanendo quest’ultimo assorbito, sotto specie di aggravante, nel primo".

A questo punto, quindi, "appare difficilmente sostenibile che per il delitto di omicidio volontario (quello del piccolo Simone Allegretti, ndr), possa escludersi l’applicazione dell’indulto, posto che tale delitto non risulta compreso nell’elenco dei reati esclusi dal condono".

Non solo. Il reato sessuale è escluso dall’applicazione della riduzione della pena, ma non per estensione quando il reato costituisce una "mera circostanza aggravante, perché l’elenco dei delitti esclusi dal condono - scrivono ancora i giudici - è da ritenersi tassativo", ma la legge 241, che ha istituito lo sconto di pena "pur prevedendo espressamente quali circostanze aggravanti, se ricorrenti, escludono l’applicazione dell’indulto, non vi include alcun reato sessuale", concludono i giudici. La Corte d’assise di Perugia, infine, ha ribadito che Luigi Chiatti, "a prescindere dalla questione relativa all’applicabilità dell’indulto al delitto di omicidio aggravato", può beneficiare del provvedimento per i reati cosiddetti "satellite" (l’omicidio di Lorenzo Paolucci, sequestro di persona e occultamento di cadavere) perché nessuno di questi è tra quelli esclusi dall’indulto.

Como: carcere senz’acqua per 4 giorni, protesta al Bassone

 

Corriere di Como, 9 ottobre 2006

 

 

Centinaia di scodelle di metallo picchiate per ore sulle sbarre delle celle. Un rumore assordante per una protesta scoppiata in tutto il suo clamore, nei corridoi del Bassone, nella mattinata di ieri. Tutta colpa di un guasto alle tubature dell’acquedotto che ha lasciato a secco il carcere comasco per ben quattro giorni. Fino a ieri pomeriggio quando, dopo un intervento tampone, l’acqua ha ripreso a scorrere nei rubinetti facendo rientrare - almeno per ora - la protesta dei detenuti.

Il guasto che ha scatenato la rabbia all’interno della casa circondariale risale ai giorni tra martedì e mercoledì. All’improvviso l’acqua, ai piani alti, ha smesso di scorrere. Docce e rubinetti sono rimasti completamente all’asciutto. Unica eccezione il pian terreno, dove però la pressione era minima. La direzione ha immediatamente chiesto l’intervento di Acsm che ha scoperto, nel tratto tra il contatore all’esterno del Bassone e il carcere stesso, un’enorme falla nell’acquedotto con la perdita di migliaia di metri cubi d’acqua. Il giorno successivo una ditta ha realizzato un tubo esterno e provvisorio per far ripartire la fornitura d’acqua, indispensabile per una struttura che ospita oltre 350 detenuti, più decine di agenti di polizia penitenziaria che risiedono nella caserma all’interno dello stesso Bassone. Ma la fornitura d’acqua è continuata a mancare. Fino a quando, ieri mattina, è scoppiata la protesta.

Tre ore di caos e rumore, con il clangore delle gamelle picchiate senza sosta sulle sbarre delle celle.

"Una situazione difficile sotto tutti i punti di vista - racconta Massimo Corti, rappresentante sindacale del Bassone e coordinatore regionale e provinciale della federazione pubblici servizi della Cisl - Stamane (ieri per chi legge ndr) è scattata la protesta e i rappresentanti delle varie sezioni avevano anche annunciato l’intenzione di non rientrare in cella al termine dei passeggi, con conseguenti timori di ordine pubblico. Poi, fortunatamente, l’acqua è tornata. Anche se per averla calda e per far funzionare le docce si dovrà attendere domattina (oggi ndr)".

La protesta, infatti, è rientrata soltanto nel pomeriggio, quando grazie a un intervento tampone docce e rubinetti sono tornati, almeno per ora, a funzionare. In attesa di un intervento definitivo nel sottosuolo, per chiudere la breccia aperta nell’acquedotto.

Dopo l’indulto la popolazione carceraria al Bassone era scesa di oltre il 40%, anche se dopo pochi giorni, per ridurre il sovraffollamento a San Vittore, da Milano è stata trasferita una settantina di detenuti proprio in riva al Lario, riportando così il numero di "ospiti" oltre quota 350 e vicino alla soglia limite fissata in 410 persone. Il tutto in una struttura in cui, denunciano gli stessi sindacati, i problemi strutturali non si limitano alla carenza di acqua.

"Purtroppo - conferma il delegato sindacale - siamo abituati a simili inconvenienti. L’acqua, soprattutto in estate, scarseggia di frequente. Inoltre recentemente abbiamo avuto difficoltà anche con il tetto, da poco rifatto ma divelto in parte dalle raffiche del vento. Ora, dentro alcune celle della sesta sezione, quella di alta sicurezza, spesso piove quando il tempo è brutto. Inoltre l’area del passeggio è chiusa in parte a causa dello sfondamento della pavimentazione". Per ora la protesta è rientrata. Ma la tensione resta alta.

Brescia: due giorni di iniziative per prevenire la cecità in carcere

 

Brescia Oggi, 9 ottobre 2006

 

Prende il via oggi, 9 ottobre, la decima edizione della settimana della prevenzione delle malattie oculari. Quest’anno il camper attrezzato della Sezione italiana dell’agenzia internazionale per la prevenzione della cecità sarà a disposizione per tre giorni delle carceri di Brescia (oggi a Canton Mombello dalle 9,30 alle 18, domani e dopodomani a Verziano dalle 9.30 alle 18). I detenuti e il personale potranno sottoporsi gratuitamente ad una visita volontaria.Nei successivi due giorni, 12 e 13 ottobre, l’unità oftalmica sosterà in largo Formentone, mentre il 14 sarà in via Divisione Tridentina 54 (dalle 8,30 alle 13 e dalle 14 alle 18).

La settimana della prevenzione ha ottenuto il patrocinio dell’Asl e si svolgerà in collaborazione con la direzione delle carceri bresciane e della clinica oculistica del Civile, nonché con la sponsorizzazione della fondazione "Banco del monte di Lombardia". A Brescia i non vedenti sono circa 2 mila, e diverse migliaia gli ipovedenti.

Lo screening di questi giorni sarà realizzato da un’équipe di specialisti della clinica oculistica dell’ospedale Civile di Brescia. Si tratta di un’iniziativa importante, perché contribuisce alla diffusione della cultura della prevenzione, non presenta rischi e consente di individuare le malattie e i difetti visivi che richiedano un intervento tempestivo, o che necessitino di una sorveglianza specialistica.

Viterbo: al "Mammagialla" il Gavac raccoglie i suoi frutti

 

Viterbo News, 9 ottobre 2006

 

Lunedì 9 ottobre a partire dalle 10 presso la casa circondariale di Viterbo si terrà la cerimonia di consegna degli attestati a coloro che hanno partecipato sia come volontari che come studenti, ai corsi di formazione organizzati dal Gavac.

"Con l’aiuto, il sostegno e la collaborazione del comune", dice Salvatore Zafarana, "il Gavac si sta affermando un anno dopo l’altro come struttura in grande crescita, che offre risposte concrete ai detenuti ed alle loro famiglie. Si tratta di un lavoro delicato e spesso non facile, al quale i volontari dell’associazione si dedicano con passione ed impegno, nella speranza di offrire un futuro a chi crede di non averne più uno."

"L’attività svolta dal Gavac è di assoluta importanza e testimonia con i suoi risultati come Viterbo sia sempre più una città ricca di realtà attente e sensibili verso i più deboli. Il lavoro dei volontari con i detenuti è di grande pregio e merita tutto il nostro sostegno", ha commentato Mauro Rotelli, assessore alle Politiche Sociali .

Nel corso della cerimonia, saranno premiati detenuti che hanno conseguito il diploma di scuola media superiore grazie all’apporto di insegnanti del Gavac; volontari dell’associazione che hanno svolto la propria opera presso l’area protetta di Belcolle; detenuti che hanno frequentato i corsi su "Legalità e giustizia" e "Giocando con la matematica"; volontari Gavac che hanno seguito il corso sulla gestione del coniglio leprino: in questo contesto non va dimenticata l ‘attività che la cooperativa Zaffa svolge nell’azienda agricola in località Palanzanella, struttura concessa al Gavac dal Comune, dove gli esperti hanno giudicato l’impianto per l’allevamento dei conigli tra i migliori d’Italia.

Ma non è tutto: la giornata prevede anche la donazione della Croce Rossa al Gavac, tramite l’Ispettrice CRI Anna Natili dei fondi raccolti a favore dei figli dei detenuti e l’inaugurazione del punto vendita antistante l’istituto penitenziario di Mammagialla, che è stato attivato grazie al supporto dell’assessorato alle politiche sociali del Comune e dell’Autorità Giudiziaria e che si occupa della vendita dei prodotti dell’azienda agricola della cooperativa sociale Zaffa.

Milano: la cittadella della giustizia costerà 600 - 700 milioni

 

Lombardia Notizie, 9 ottobre 2006

 

 

Un Polo della Giustizia, a Milano o nell’ hinterland, che comprenda Tribunale e Carcere, TAR e Corte dei Conti lombarda. L’avvio di questo maxi progetto da 600/700 milioni, che comporterà l’addio all’attuale palazzo di Giustizia e a San Vittore, è stato dato nei giorni scorsi con l’impegno preso da tutti gli enti interessati (Ministero Giustizia, Regione, Provincia e Comune di Milano, Sovrintendenza ai beni paesaggistici) a promuovere un apposito Accordo di programma. Esaurite le fasi procedurali e individuata la localizzazione, l’opera dovrebbe partire nel 2008.

Il presidente della Regione, Roberto Formigoni, ha infatti riunito a Palazzo Pirelli i massimi vertici di tutti i soggetti interessati: il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, il sindaco di Milano, Letizia Moratti, il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, e il Sovrintendente ai beni culturali e paesaggistici della Lombardia, Carla Di Francesco.

"Tutti insieme - ha spiegato Formigoni - abbiamo convenuto sulla necessità del progetto e sottoscritto l’impegno a promuovere un apposito Accordo di programma (cosa che la Regione farà, per la sua parte, già nella prima riunione di Giunta utile).

L’Accordo conterrà l’individuazione della localizzazione del Polo della Giustizia, il piano per la valorizzazione delle aree e degli immobili ad oggi destinati a Tribunale e Carcere, la definizione esatta delle risorse necessarie per la Cittadella e le modalità per la loro copertura (che in gran parte sarà assicurata appunto grazie alla valorizzazione delle attuali sedi: si tratta di edifici di valore storico, collocati in posizione privilegiata nel cuore di Milano); e infine il programma concreto degli interventi necessari.

 

Entro il 2008 si passerà alla fase di realizzazione

 

Quanto ai tempi, Formigoni ha annunciato un calendario di tappe forzate: "Entro 10 giorni l’insediamento della Segreteria tecnica, con due componenti per ciascuna delle cinque istituzioni coinvolte; entro fine anno dovrà consegnare un’analisi di fattibilità di diverse ipotesi di localizzazione. Entro la fine del 2007 l’espletamento di tutte le pratiche legate all’Accordo di programma. Dal 2008 l’avvio della fase realizzativa".

L’operazione nuovo Polo della Giustizia risponde a problemi inderogabili di sovraffollamento del carcere e di obsolescenza delle strutture di Palazzo di Giustizia. Le condizioni di detenzione, ma anche della Polizia penitenziaria, saranno più adeguate. Le possibilità di sviluppare pienamente iniziative, strutture e laboratori per la formazione e il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti saranno ampliate (anche se un potenziamento da subito di queste iniziative è già stato concordato oggi tra Formigoni e Mastella).

 

Ci sarà una amministrazione della Giustizia più funzionale ed efficiente

 

L’amministrazione della Giustizia sarà resa più funzionale ed efficiente, il che - lo hanno sottolineato diversi partecipanti all’incontro - corrisponde a un fattore importante di competitività e attrattività di un territorio. Tra l’altro anche il TAR e la Corte dei Conti lombarda potranno trovarvi sede.

Dovrà trattarsi anche di un’opera di grande pregio artistico, nella linea del nuovo rinascimento architettonico della Lombardia che ha nel restaurato Pirelli, nella "altra sede" della Regione Lombardia, nel recupero dell’area Garibaldi-Repubblica e in altri progetti le chiavi di volta. Naturalmente dovrà essere localizzata in modo da essere ben accessibile e in una zona dotata (o dotabile) di adeguata infrastrutturazione. Ma anche il recupero degli edifici esistenti - in una nuova destinazione d’uso che le valorizzi salvaguardandone il pregio storico-artistico - sarà l’occasione per aumentare la qualità di intere aree di Milano. L’annuncio di questo percorso per l’avvio dell’opera era stato dato congiuntamente dal presidente Formigoni e dal presidente della Corte d’Appello, Giuseppe Grechi, dopo un colloquio al Palazzo Pirelli lo scorso 14 settembre.

Milano: uno sportello di consulenza legale per chi è in carcere

 

Redattore Sociale, 9 ottobre 2006

 

Dal 16 ottobre, negli istituti penitenziari milanesi di San Vittore, Bollate e Opera sarà attivo lo sportello di consulenza specialistica per chi è in carcere per condanne brevi, non conosce il sistema della giustizia italiana e non si può permettere un avvocato di fiducia. 350 avvocati, che hanno seguito un ciclo di lezioni di formazione e aggiornamento, si alterneranno per due pomeriggi a settimana in attività di consulenza gratuita alle persone indigenti detenute nelle carceri. Gli avvocati volontari hanno deciso di rinunciare ad essere retribuiti per evitare che il sistema di consulenza si potesse trasformare in un accaparramento di clientela. Durante il colloquio, il consulente valuta se ci sono gli estremi per intraprendere azioni di scarcerazione o riduzione della pena e segnala eventuali possibilità all’autorità giudiziaria che procede alla nomina del difensore d’ufficio. Stamattina, al palazzo di Giustizia di Milano, durante la conferenza stampa per la presentazione del progetto, il presidente della Corte d’appello di Milano Giuseppe Grechi si è augurato che questo esperimento "trovi applicazione anche in altre zone d’Italia e che la figura del consulente volontario venga presa in considerazione dal legislatore".

La consulenza gratuita per detenuti indigenti che hanno commesso reati "bagatellari", cioè non gravi, è un’iniziativa che è stata avviata lo scorso giugno, grazie ad un’idea del magistrato di Sorveglianza di Milano Giovanna di Rosa. "Il consulente - ha detto Di Rosa - è un modello di raccordo tra le istituzioni. Abbiamo già individuato i soggetti indigenti, le persone che hanno bisogno di consulenza perché prive di un avvocato di fiducia, come gli stranieri." Questo progetto viene attivato in un momento delicato, immediatamente successivo all’applicazione dell’indulto, tramite il quale "alcune problematiche sono già state risolte- come ha spiegato Giuseppe Fiorella, consigliere dell’Ordine degli avvocati di Milano-. Ma ce ne sono di nuove". Infatti, "le persone che potranno beneficiare ancora dell’indulto sono molte - ha detto il provveditore alle carceri lombarde Luigi Pagano -. Fino ad ora dalle carceri milanesi sono stati scarcerati 3.500 detenuti".

 

 

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