Rassegna stampa 17 marzo

 

Pescara: detenuto di 40 anni muore in cella, oggi l’autopsia

 

Il Centro, 17 marzo 2005

 

È morto nel sonno, nella cella che condivideva con altre cinque persone tra cui anche alcuni suoi fratelli. Ieri mattina Giuseppe Spinelli, 40 anni, rom originario di Ortona, detenuto nel carcere di San Donato per droga, non ha risposto al consueto appello degli agenti di polizia penitenziaria, né agli inviti dei compagni. Sarà l’autopsia prevista per oggi a chiarire le cause della sua morte.

L’allarme è scattato alle sette di ieri mattina. Nell’ala nuova dell’istituto penitenziario è in atto la "sveglia" dei detenuti. Come spiega il comandante della polizia penitenziaria, Valentino Di Bartolomeo, gli zingari solitamente sono i più rispettosi degli orari. Ieri mattina, però, Spinelli non si alza. Immediatamente i fratelli in cella con lui gli vanno vicino, lo scuotono, ma invano. Scatta l’allarme. Viene allertata la direzione. Arrivano il magistrato e il medico del carcere. Per Spinelli non c’è nulla da fare tanto che lo stesso pm, Gennaro Varone, chiede l’intervento del medico legale e dispone l’autopsia, assegnata all’anatomopatologo Cristian D’Ovidio. Arriva anche la polizia scientifica, ma nella cella non viene ritrovato nulla che possa fare pensare a un gesto autolesionistico della vittima.

Da una prima ricostruzione sembra trattarsi di morte naturale. Dal carcere allertano il legale di Giuseppe Spinelli, l’avvocato Fabio Corradini chiamato a dare la notizia alla famiglia. "Vista la tragedia", racconta dispiaciuto il comandante Di Bartolomeo, "abbiamo evitato di dare la comunicazione per telefono". La salma di Giuseppe Spinelli viene portata all’obitorio di Popoli, dove questa mattina è previsto l’esame autoptico che chiarirà le cause della morte improvvisa, stabilendo anche se siano incorsi eventuali problemi di salute. Spinelli era stato arrestato dopo l’operazione Silente della Mobile il 18 gennaio, su ordine di custodia cautelare richiesta dal pm Varone, lo stesso che ieri è andato a constatarne la morte. (s.d.l.)

Viterbo: interrogazione sul carcere, servono interventi concreti

 

Senza Filtro, 17 marzo 2005

 

"Il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria ed il Ministero della Giustizia intervengano subito, affinché siano garantite le condizioni di sicurezza nel carcere Mammagialla di Viterbo". Lo ha chiesto Katia Zanotti, parlamentare dei Ds, componente della Commissione Permanente Affari Sociali della Camera, con una interrogazione a risposta scritta rivolta al ministro della Giustizia, Roberto Castelli. A darne notizia, è il consigliere regionale Giuseppe Parroncini, il quale, dopo aver incontrato gli agenti di Polizia Penitenziaria, lo scorso 4 marzo, nel corso della manifestazione di protesta indetta da tutte le sigle sindacali davanti ai cancelli del carcere, aveva scritto una interrogazione alla giunta regionale e si era impegnato ad attivare una iniziativa dei parlamentari nazionali dei Democratici di Sinistra nei confronti del Ministero della Giustizia.

"Da parte dei Ds c’è grande attenzione verso il delicato tema della sicurezza nel sistema carcerario italiano -dice Parroncini-. La nostra parlamentare si è fatta immediatamente interprete della forte preoccupazione espressa dagli agenti, che hanno messo in evidenza il deterioramento della situazione all’interno dell’Istituto, con un aggravamento delle condizioni della stessa popolazione carceraria. In particolare, è stata denunciata la grave carenza di personale: in una struttura che ospita più di 600 detenuti, gli agenti disponibili sono appena 111, quando dovrebbero essere coperti 166 posti di servizio". "Sono numeri che parlano chiaro. Anche questa situazione, che determina un pesante carico di lavoro per gli agenti ed accresce i livelli di insicurezza, è frutto dei tagli finanziari operati dal governo. Ma sulla sicurezza non si può tagliare. Ci aspettiamo una risposta dal ministro, così come sollecitiamo di nuovo la Regione -conclude il consigliere regionale- a farsi parte attiva nei confronti del Ministero competente".

Massa: una ludoteca in carcere, grazie a Telefono Azzurro

 

Secolo XIX, 17 marzo 2005

 

Grazie al sostegno di Telefono Azzurro, all’interno del carcere di Massa, entro il prossimo mese di maggio sarà realizzata una ludoteca destinata ad accogliere i figli dei detenuti durante i colloqui settimanali affinché i bambini possano vivere serenamente la visita al genitore. L’iniziata, nata in maniera pilota a Prato, sarà realizzata con il contributo di fondi (oltre 1.100 euro) raccolti nelle scuole di tutta la provincia. L’iniziativa, come hanno ricordato i responsabili di Telefono Azzurro "vuole contribuire ad un momento di festa per la famiglia che si ritrova, un momento per il padre detenuto di recuperare la propria paternità". I detenuti da parte loro contribuiranno all’iniziativa con una propria raccolta fondi e dedicando forza lavoro alla realizzazione della ludoteca.

Castelli - Corte dei Conti: lavoro per la giustizia, non spreco soldi

 

Provincia di Como, 17 marzo 2005

 

È sotto accusa da tempo per le consulenze esterne affidate dal suo ministero, così ieri il Guardasigilli Roberto Castelli ha convocato una conferenza stampa per dare la sua versione dell’accaduto. "La Corte dei Conti da due anni ci sta chiedendo informazioni con un enorme spreco di soldi": ha sottolineato il ministro leghista durante l’incontro con i giornalisti, chiedendosi da chi bisognerà farsi dare spiegazioni di questo dispendio di risorse qualora l’istruttoria dovesse risolversi in un nulla di fatto.

Il Guardasigilli ha fatto, tra l’altro, notare che tra le contestazioni che gli sono state rivolte, alcune riguardano "i rimborsi spese a consulenti che si sono offerti gratuitamente". Accennando a consulenze ereditate dal precedente ministro non rinnovate dopo la scadenza temporale dell’incarico, Castelli ha trovato anche il modo di ironizzare ricordando: "Per valutare l’emolumento mi sono rifatto a Fassino. Mi sono detto: se l’ha fatto lui che è di sinistra, andrà bene di sicuro". E ha precisato che "tutte le consulenze sono state giudicate non effettuate, tranne quella del direttore della banda musicale della polizia penitenziaria".

"Io sono notoriamente un entusiasta, ma non sono sprovveduto... È ovvio che non c’è nessun parente" ha poi replicato a chi, nel corso della conferenza stampa, gli ha chiesto se fra i consulenti al ministero vi sia qualche familiare. Il Guardasigilli, a riprova, cita "un aneddoto", riferito ai suoi primissimi giorni alla guida del dicastero di via Arenula, quando - dice lui - se la doveva sbrigare da solo, senza nemmeno un sottosegretario al fianco: "Già dopo mezz’ora avevo sul tavolo pratiche importanti, mia moglie ha fatto l’assessore anche in città non secondarie, dunque l’ho chiamata per chiederle di darmi una mano. Una consulenza gratuita, in cui non c’era neanche un rimborso spese, con mia moglie che si portava il computer da casa sua...

C’è stata subito una campagna scandalistica, dopo tre mesi l’ho rimandata a casa, però mi aveva già "parato" due-tre situazioni critiche...". E quello, taglia corto Castelli, è stato "l’unico momento in cui mi sono avvalso di un parente". Castelli, per ciò che lo riguarda, assicura che in tre anni sono state 19 le consulenze (i sottosegretari sui numeri glissano, solo Jole Santelli parla di "due o tre"), variamente distribuite tra uffici stampa, consiglieri giuridici, persone di fiducia per i rapporti con il Parlamento.

Del resto, "io nella vita ho fatto il manager, ho agito al ministero esattamente come ho agito all’esterno". Come si agisce nelle aziende, che "come è noto non buttano via i soldi" e tuttavia alle consulenze ricorrono. E per due buone ragioni: "Di un consulente ti servi fin che vuoi, quando non ne hai più bisogno gli dici "grazie e arrivederci"". E poi "dovrebbe avere una cultura in materia superiore". Dunque, perché non anche al ministero?

Castelli fa il caso di un consulente nel settore dell’edilizia giudiziaria: dall’era del comunista Oliviero Diliberto a lui, ossia in pochi anni, si è passati da 8 a 70 progetti. "Nel 2003 abbiamo attivato mutui per 262 milioni di euro, abbiamo utilizzato tutti i fondi che la finanziaria destinava all’edilizia giudiziaria". Insomma, taglia corto il Guardasigilli, "un servizio ottimo" allo Stato. E ora, senza consulenti? "I progetti saranno diventati 30 o 40".

È la conferma che al ministero "il lavoro procede molto peggio". Per non parlare di quell’esperto in psicologia, chiamato per "aiutarmi a identificare i bisogni psicologici dei carcerati", o di quell’altro consulente nel mirino delle nuove Brigate Rosse: "Si trova tra l’incudine della Corte che gli chiede i soldi e il martello dei terroristi che lo vogliono ammazzare". L’unico incarico non contestato dal magistrato contabile? Castelli sorride: "È proprio il direttore della banda musicale di polizia penitenziaria".

Commissione Antimafia: critiche a Castelli su applicazione 41 bis

 

Provincia di Como, 17 marzo 2005

 

All’unanimità la Commissione antimafia ha approvato la relazione sul "41 bis", il regime di carcere duro dei boss mafiosi, e nel documento sono presenti due critiche al ministro della Giustizia Roberto Castelli bacchettato per non aver contrastato subito le revoche del carcere duro di cui hanno beneficiato 54 boss nel primo semestre del 2003, e per la "scelta politica" del Guardasigilli di non infliggere - ai mafiosi di rango - più di un anno alla volta di carcere speciale.

In proposito la Commissione sottolinea che la legge 279 del 2002, che ha introdotto stabilmente il 41 bis nell’ordinamento, ha "ribadito che il Ministro ha un ruolo centrale di presidio e di vigilanza della corretta applicazione dell’istituto del regime speciale di detenzione per i mafiosi".

"E poiché risulta dall’elenco inviato alla Commissione dal Procuratore nazionale antimafia lo scorso 5 maggio - prosegue la relazione - che le revoche, alla fine del mese di luglio 2003, ammontavano già a ben 54, avrebbero dovuto attivarsi ulteriori iniziative politiche e istituzionali per dispiegare ogni energia in direzione del contenimento del fenomeno".

Insomma, secondo l’antimafia, di fronte al fioccare delle revoche "non può certo ritenersi esaustiva" l’attività svolta da Castelli, specie "a fronte della gravità della situazione". Quanto al secondo appunto rivolto al ministro, "la Commissione sollecita una riflessione sulla scelta politica del Ministro di contenere nel minimo (un anno) la durata dei decreti di applicazione del regime differenziato emessi nel corso del 2003, laddove la nuova legge consente un raddoppio".

Lecce: Cnca; chi gestisce i Cpt accetta una filosofia violenta

 

Vita, 17 marzo 2005

 

Il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza interviene sulla vicenda di don Cesare Lodeserto e del Cpt di Regina Pacis. Voler fare e tentare di fare il bene, non è garanzia sufficiente al farlo bene. Il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (Cnca), in merito alla vicenda di don Cesare Lodeserto, arrestato per presunte "violenze" sulle persone "costrette" all’accoglienza presso il Centro di permanenza temporanea (Cpt) Regina Pacis, ritiene che tale vicenda metta in assoluto risalto un fatto: accettare di gestire, con responsabilità organizzative dirette, una struttura repressiva quali sono i Cpt (più volte contestati perché coercitivi, tendenzialmente orientati alla negazione dei diritti primari di cittadinanza, sovraffollati, presidiati dalle forze dell’ordine, dai quali è impedita l’uscita) determina di per sé l’accettazione di un filosofia violenta alla quale risulta faticoso sottrarsi come cittadini, come organizzazioni del privato sociale.

Per questo ci siamo da sempre opposti sia all’idea dei Centri di permanenza temporanea, sia alla loro gestione da parte di organizzazioni del privato sociale, chiedendo allo Stato di ricondurli all’interno di un sistema integrato territoriale di servizi non custodialisti, ma orientati all’accoglienza. La decisione di por fine alla convenzione con il Ministero da parte della Diocesi di Lecce ci sembrava volesse e dovesse significare non tanto "maggiore libertà" (che potrebbe essere interpretata come "facciamo quello che vogliamo e come vogliamo noi"), ma desiderio di inversione di tendenza e cambiamento nello stile di accoglienza di quel centro, in sintonia con molte sollecitazioni provenienti anche dal mondo ecclesiale locale e nazionale.

Per questo non ce la sentiamo di difendere a priori don Cesare, anche perché il Cpt di Lecce è stato più volte oggetto di denunce per violenze fisiche e psicologiche nei confronti delle persone ospitate che, se verificate e accertate, testimonierebbero una responsabilità anche personale del Direttore del centro. Quando si accettano logiche e culture istituzionali "violente" nei confronti delle persone è inevitabile diventarne se non complici perlomeno prigionieri e venir meno al ruolo educativo e solidaristico. Con altrettanta fermezza e libertà di coscienza ci sembra, però, doveroso richiamare l’attenzione sull’eccesso di zelo del magistrato che ha deciso di disporre l’arresto per ipotesi di reato che non ci sembrano tali da giustificare la restrizione della libertà personale.

Siamo e restiamo garantisti pur riconoscendo il diritto-dovere di sottoporre tutti i servizi resi alle persone da parte di chicchessia alle regole e alle verifiche necessarie a garantire la tutela dei diritti primari di ogni donna e di ogni uomo. Ci sembrano, in ogni caso, eccessive, sospette e, forse, interessate le levate di scudo a totale difesa di don Cesare e della sua attività a prescindere dalla verifica della corrispondenza tra i reati contestati e i comportamenti messi in atto.

Anche noi ci auguriamo con don Cesare possa dimostrare la sua totale estraneità alle accuse che gli vengono mosse, che possa in modo trasparente dimostrare quanto lavorare sulla frontiera del disagio e della lotta alle povertà esponga al rischio, a volte, di dover sfidare le regole del comune sentire e, forse, anche le leggi che ostacolano o impediscono l’esercizio del diritto di asilo. Ma ciò non ci indurrebbe ad esprimere un giudizio positivo sul centro Regina Pacis e sugli altri Centri di permanenza temporanea. Sarebbe come legittimare l’uso violento della giustizia e della legalità.

Giustizia: assolto gioielliere che uccise rapinatori, Far West più vicino

 

Il Manifesto, 17 marzo 2005

 

Da oggi i gioiellieri e tutti i commercianti a rischio rapina sono legittimati a sparare. Il Far West è più vicino. È vero che in Italia, a differenza dei paesi anglosassoni, le sentenze non fanno giurisprudenza ma la sentenza romana di proscioglimento dall’accusa di omicidio per eccesso colposo di legittima difesa, per la quale era imputato il gioielliere romano, Massimo Mastrolorenzi, farà certamente tendenza. E costituirà un precedente molto pericoloso. Naturalmente il nostro ministro della giustizia gioisce e questa volta, "pro domo sua" saluta una sentenza della magistratura con un cinico "finalmente".

Che cosa è accaduto? il 9 maggio del 2003, durante una rapina nel suo negozio nel quartiere Testaccio, il gioielliere Massimo Mastrolorenzi uccise due banditi, Giampaolo Giampaoli e Roberto Marai e subito dopo, come in un rituale stanco, scoppiarono polemiche molto aspre sulla sicurezza e sulla necessità di combattere la criminalità con armi alla mano. Era stata proprio la Lega Nord ad invocare la fondatezza giuridica della legittima difesa e a far pressione sulla magistratura in tal senso. Il piatto è servito. La sentenza è stata emessa dal gup di Roma, Giorgio Maria Rossi.

Secondo l’ipotesi accusatoria, i due rapinatori quel giorno entrarono nella gioielleria con il pretesto di esaminare alcuni orologi, minacciarono il titolare con una pistola giocattolo di buona fattura, lo immobilizzarono, gli legarono i polsi con alcune fascette e lo rinchiusero nel retrobottega. Durante la razzia, Mastrolorenzi riuscì tuttavia a liberarsi; impugnò la sua pistola e sparò non meno di cinque colpi. Due raggiunsero Giampaoli, che in quel momento era girato di spalle, e altrettanti colpirono Marai, girato per tre quarti rispetto al commerciante. I rapinatori, sprovvisti di documenti, furono identificati nelle ore successive. Si scoprì che erano entrambi sotto giudizio per altri provvedimenti, uno calabrese e l’altro romano. Giampaoli, tra l’altro, era un orafo e gestiva con la sorella un piccolo laboratorio che i genitori avevano acquistato esclusivamente per i figli. Inizialmente nel confronti di Mastrolorenzi la Procura di Roma ipotizzò il reato di omicidio volontario. Successivamente, però, il pm Erminio Amelio, titolare dell’ indagine, riformò l’ originaria accusa in omicidio provocato dall’eccesso colposo di legittima difesa. Oggi, in udienza, il pm Francesco Scavo, in rappresentanza dell’ accusa, ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ imputato. Ma il gup ha invece emesso una sentenza di proscioglimento, con la formula "perché il fatto non costituisce reato".

Sulla legittima difesa "qualcosa finalmente cambia", commenta il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, dopo il proscioglimento del gioielliere romano dall’ accusa di omicidio per eccesso colposo di legittima difesa. "Gutta cavat lapidem - dice il Guardasigilli -. Dopo quattro anni di battaglie culturali, sembra che stia finalmente passando l’ idea che occorre occuparsi anche di Abele, e non solo di Caino. Una cosa che ho sempre detto e che spero trovi presto spazio anche nel nostro ordinamento, attraverso l’approvazione della nuova legge sulla legittima difesa attualmente all’ esame dell’ aula del Senato".

Meno male che nel centro sinistra su un tema così difficile come la sicurezza c’è anche chi ironizza sul ministro leghista: "Invece di fare folklore, il ministro di Giustizia rafforzi la magistratura napoletana con più uomini e mezzi", commenta il sindaco di Napoli, Rosa Iervolino Russo, rispondendo ai giornalisti che le chiedono una riflessione all’indomani dell’uccisione del 14enne avvenuta a Mugnano, comune confinante con Napoli.

"Il morto è un bambino, di fronte a fatti del genere cosa si deve fare?", si chiede Iervolino, visibilmente scossa. Ai giornalisti che insistono, ipotizzando interventi ancora più massicci da parte dello Stato, il sindaco replica: "Certo, ma questi interventi riguardano il ministro degli Interni, non me". Parlando di criminalità un giornalista chiede a Iervolino di commentare l’intervento del ministro Castelli pubblicato ieri da "Il Mattino", proprio in risposta al sindaco di Napoli che aveva polemizzato con il guardasigilli per le sue dichiarazioni a "Ballarò": "Non ho ancora avuto modo di leggere, ma sarebbe meglio se il ministro di Giustizia invece di fare folklore rafforzasse la magistratura napoletana. Bruno Perini

Lecce: donne e scafisti nel regno di don Cesare...

 

Il Manifesto, 17 marzo 2005

 

Per i giornalisti è impossibile entrare nei Centri di permanenza temporanea. Tanto più con una telecamera. Eppure don Cesare Lodeserto era stato fra i pochi a fissarci un appuntamento per un’intervista,quando, con le telecamere di "Report", giravamo l’Italia cercando di documentare la realtà dei Cpt e come venivano trattenute le persone che ci finivano rinchiuse.

Era poco più di un anno fa e il servizio,intitolato "Clandestini", è andato in onda su Rai Tre, nel programma di Milena Gabanelli, lo scorso aprile. San Foca è un piccolo paese del Salento, in provincia di Lecce: casette basse, intonacate di bianco, terrazze sul mare ideali per le vacanze estive ma svuotate dal freddo dell’inverno. Pioveva e c’era un vento gelido in quei giorni. Per arrivare al centro si doveva percorrere una strada sul mare.

Sulla destra un hotel aveva subito attirato la nostra attenzione: perché ci abitavano i carabinieri, le forze dell’ordine, addette, appunto, alla vigilanza della struttura diretta da Lodeserto. La sera un ristoratore ci aveva raccontato che gli hotel "occupati" dai carabinieri in realtà erano due, uno più nascosto, non proprio sulla strada. Ma anche lì impossibile entrare e soprattutto fare domande: quando ci avevamo provato eravamo stati invitati ad andarcene. D’altra parte dovevamo, come ci avevano detto, contattare i comandi centrali. Anche il Centro Regina Pacis è sul mare. Recintato e sorvegliato dalle forze dell’ordine, come una prigione.

Di fronte c’è un campo di calcio, anche quello circondato da reti. Chi comandava e decideva era stato chiaro fin dall’inizio: don Cesare - come tutti lo chiamano a San Foca - era venuto a prenderci all’ingresso e solo lui stabiliva con chi si poteva parlare e che cosa si poteva filmare: i corridoi e la sua camera da letto. Perché nel Centro Lodeserto ci abitava e ci dormiva.

Con le telecamere di "Report" eravamo arrivati a Lecce perché lì, da poco, era stata aperta un’inchiesta: 19 persone rinviate a giudizio. Tra gli imputati anche il direttore, oltre a 6 operatori, 10 carabinieri e 2 medici. L’accusa era di violenze e pestaggi contro gli immigrati che una notte cercavano di scappare dal Cpt. Un’accusa pesante come lo erano le parole degli immigrati testimoni: "Dopo il tentativo di fuga ci hanno riportati dentro e ci hanno picchiato.Accusavano anche don Cesare: "C’era anche lui - diceva uno - e mi ha picchiato tutta la notte, davanti al suo ufficio. Tutta la notte.

Parlavano a volto scoperto, ancora impauriti, ma esasperati da quello che dicevano di aver visto e subito: calci, pugni, schiaffi, sputi, violenza verbale. "Io sono musulmano - concludeva uno - mi hanno immobilizzato e poi mi hanno fatto ingoiare della carne di maiale cruda spingendomela in gola con il manganello. Don Cesare negava tutto: "Quella notte - ci spiegava - il meccanismo é stato tale che ha richiesto inevitabilmente la mia prudenza. E anche quando ho chiamato le forze dell’ordine per capire cosa stava succedendo mi é stato detto di non muovermi dalla mia stanza. Quindi personalmente non ho partecipato perché dormo in questa struttura però non trascorro la notte sul recinto. Inutile dirgli che la sua camera è sul recinto.

L’inchiesta sui pestaggi, comunque, è ancora in corso.Quella di ieri, invece, riguarda la zona accanto al Cpt, dove vivono le donne sotto protezione, quelle che decidono di collaborare con la giustizia e denunciano il racket della prostituzione. Anche lì, Lodeserto, ci aveva fatto entrare. E anche lì, contrariamente a come avrebbe dovuto essere, cancelli e grate. Però le donne, secondo quanto ci diceva il prete, erano libere di muoversi, uscire, andare a lavorare, come del resto prevede la legge voluta da Livia Turco che promette protezione e aiuto a chi vuole uscire dal "giro". Nonostante ci si acceda anche dal Cpt (ma esiste un cancello esterno) il luogo sembrava un po’ diverso: casette quasi accoglienti, bucato steso fuori, ragazze che andavano e venivano e persino qualche vaso di fiori e un piccolo giardino.

Anche qui si intuiva chi dettava le regole. Sempre lui, il prete degli immigrati, che si muoveva a suo agio, aprendo le porte delle stanze, incrociando giovani donne in accappatoio uscite dalla doccia e accompagnandoci da una signora moldava che aveva appena avuto una bambina. Per lui niente di strano, nemmeno i bambini che nascevano e crescevano rinchiusi: "sono chiusi - ci spiegava - d’altra parte anche altri preti mi dicono "ma don Cesare queste donne rimangono incinte?". Ma é bello, dico io, cioè qui si conoscono, si innamorano.

Molte volte le mie ragazze tornano a casa in gravidanza. Un giorno una mi dice "don Cesare ti devo dare una notizia: sei diventato padre!". Ho detto ci manca solo questo, diventare padre senza sforzo, é proprio eroico. E così lei ha scelto di portare avanti la gravidanza. "Però sono fatti tuoi" mi dice "perché io non ho nessuno. Solo tu".

Solo lui, infatti, che ci raccontava quanti altri centri per immigrati aveva organizzato a Lecce ma anche in Moldavia, per le donne bisognose. Solo lui, che dirigeva il Cpt con i soldi dello Stato e appoggiato dalla curia locale al punto di ammettere: "Noi attuiamo tutti gli stratagemmi possibili per fare uscire la gente da qua dentro. Sarà l’epatite, sarà un figlio, sarà non so che, ma noi mettiamo in atto tutto. E vi posso garantire che abbiamo anche fatto scappare tanta gente. A me che me ne importa? Ieri ho regolarizzato uno scafista albanese. Sa che significa?". A chi diceva che gli scafisti non sono brave persone lui rispondeva: "E che é bravo? Io sono forse bravo? Sembra di no dalle domande che avete fatto. Quindi che volete da me?". Giovanna Boursier

Castelfranco Emilia: lunedì l’inaugurazione del carcere dei Muccioli

 

Liberazione, 17 marzo 2005

 

La casa lavoro di Castelfranco Emilia dal prossimo lunedì, 21 marzo, muterà la sua destinazione d’uso: si trasformerà nel primo carcere per tossicodipendenti gestito da privati. Sarà, nei fatti, il primo carcere privato d’Italia. Per l’inaugurazione è annunciata la presenza del vice premier Gianfranco Fini, ma potrebbe essere sostituito dal ministro Alemanno. Sicuramente ci saranno il ministro per le relazioni con il parlamento Carlo Giovanardi e il guardasigilli Roberto Castelli e naturalmente il nuovo gestore della prigione: Andrea Muccioli, l’erede dell’impero di San Patrignano. D’altra parte i Muccioli sono una dinastia di albergatori. Il padre Vincenzo, fondatore di Sanpa, negli anni Settanta gestiva l’Hotel Stella Polare di proprietà di sua moglie, che a sua volta l’aveva ereditato dai genitori. D’altra parte i Muccioli hanno trasformato il lavoro dei tossici in oro: è con la loro manovalanza che fanno marciare una falegnameria industriale, un laboratorio di pellicce, allevamenti di animali (quello dei cavalli purosangue è considerato il migliore d’Europa) e quant’altro. Lavoro che ha prodotto anche un ospedale per la cura dei malati di Aids inaugurato sempre da ministri di Berlusconi, precisamente del primo governo firmato Forza Italia: Costa, Guidi e Biondi (rispettivamente alla guida della sanità, della famiglia e della giustizia).

Sarà per la capacità manageriale della famiglia di Sanpa che, sotto il secondo governo Berlusconi, i ministri competenti, in primis il guardasigilli Roberto Castelli, hanno deciso di affidare la casa lavoro di Castelfranco Emilia all’erede di Vincenzo Muccioli. Sarà per questo che il governo, con i soldi pubblici, si è messo a restaurare di gran lena l’ex colonia agricola, spendendo miliardi di vecchie lire, per trasformarla da casa lavoro a casa di reclusione a custodia attenuata per circa 140 tossicodipendenti. Qualcosa i Muccioli dovranno pur guadagnare da questa nuova impresa.

Certo è che se i muri sono stati ridipinti, la pianta organica del personale è rimasta tale e quale e non risultano in vista corsi di formazione per il personale penitenziario (dipendente dal Dipartimento amministrazione penitenziaria del ministero della giustizia), tanto meno nuovi accordi con i servizi pubblici locali, come gli operatori dei Sert. Un fatto è certo: secondo la scheda pubblicata dal sito del ministero della Giustizia, con ultima modifica dichiarata al 15 febbraio 2005, presso la casa lavoro di Castelfranco Emilia (provincia di Modena) prestano servizio sanitario e infermieristico: un medico, un infermiere di ruolo e cinque di non ruolo.

Il resto è delegato a consulenze esterne. Esiste anche un presidio per tossicodipendenti in collaborazione con il Servizio sanitario nazionale. Dunque: il primo dato che emerge dalla scheda ministeriale è la sproporzione tra il personale medico e la detenzione di 140 tossicodipendenti. Il secondo dato è una domanda: se esiste un presidio che opera con il Sert perché appaltare la gestione del carcere a Muccioli?

Affari che evidentemente prescindono dal recupero psico-fisico-sociale dei reclusi. Stiamo oggettivamente parlando di una struttura di custodia improntata al lavoro manuale all’interno dei 16 ettari di campi, vigneti e stalle, che ricorda da vicino Sanpa, ma anche le aziende-carcere americane, diventate ormai un vero e proprio business che incide gravemente anche sull’aumento del numero dei detenuti. Più carcerati, più manodopera a costo zero. Sarà un caso, ma il disegno di legge sulle droghe firmato da Fini (in lavorazione) prevede la carcerizzazione di massa, come conseguenza della criminalizzazione del consumo di sostanze leggere, come la marijuana ("se ti fai una canna, sei un criminale").

D’altra parte è noto che il cosiddetto programma di recupero adottato da Sanpa, si riduce sostanzialmente all’adeguamento ai ritmi ed alle mansioni lavorative assegnate presso uno dei numerosi settori produttivi, con conseguenti punizioni e mortificazioni psico-corporali dei reclusi più "deboli" o più "ribelli". Dunque, il prossimo 21 marzo, segnerà un passaggio storico per il sistema penitenziario italiano: l’inaugurazione della gestione privata della pena.

Fuori le mura di Castelfranco Emilia si prepara una grande mobilitazione, messa in piedi nell’ultimo mese, quando si è avuta la conferma che i giochi erano fatti all’oscuro di enti locali, sindacati, operatori. Associazioni, social forum, centri sociali, disobbedienti, il Cnca (coordinamento nazionale comunità di accoglienza), l’Mdma (movimento di massa antiproibizionista), il cartello ConfiniZero, ma anche i sindacati e partiti come Rifondazione, Verdi, Giovani comunisti, Pdci, stanno organizzando assemblee cittadine da Modena a Roma, da Milano a Bologna, per mettere a punto contromanifestazioni. A Modena è nato il tavolo del Coordinamento contro il carcere speciale per tossicodipendenti: "Siamo riusciti in pochi giorni a mettere insieme il Socialforum, Attac, Rete Lilliput, RdbCub, Cgil, Pdci, Verdi, Giovani comunisti, circolo universitario e collettivi di studenti in movimento - spiega Romina Bertoni, segretaria provinciale del Prc -. E per il 21 stiamo organizzando un corteo". Sabrina Deligia

G8: Sappe; Castelli è tra i pochi a ricordare cosa accadde

 

Ansa, 17 marzo 2005

 

Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, "sembra uno dei pochi uomini politici e di Governo che ricordi cosa successe per le strade di Genova in quei giorni". Lo dice il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria, apprezzando le parole dette ieri dal Guardasigilli sull’operato della Polizia Penitenziaria durante il G8 del luglio 2001.

"Non crediamo - afferma il Sappe - che in quei giorni tremendi i "buoni" fossero solo da una parte ed i "cattivi" esclusivamente dall’altra. E ringraziamo ancora una volta il ministro Castelli per averlo ricordato".

"Il ministro Castelli - sottolinea il segretario, Roberto Martinelli - ha raccontato di essere stato nel carcere di Marassi poche ore dopo l’assalto dei manifestanti e di avere visto l’ufficio distrutto dalle fiamme provocate dalla molotov lanciate dai black block, di avere girato in una Genova devastata, di essere stato a Bolzaneto e di non avere visto tutte le violenze raccontate, e ha ribadito di essere sempre a disposizione della Magistratura per eventuali dichiarazioni".

Il sindacato ribadisce che la propria posizione sui fatti accaduti a Genova a margine del G8 del luglio 2001 "non cambia. Siamo convinti che le Forze di Polizia (e in primis la Polizia Penitenziaria) sono Istituzioni sane e democratiche del Paese, formate da donne e uomini che quotidianamente svolgono con professionalità, alto senso del dovere e dello Stato il difficile compito di operatori della sicurezza sociale.

Certo, la responsabilità penale è personale e chi eventualmente ha sbagliato, di fronte a prove certe e inconfutabili, è giusto che paghi". Il Sappe, però, continua a chiedere "che fine hanno fatto gli autori dei saccheggi e della violenza urbana che in quei giorni sconvolse Genova? Perché le indagini sui teppisti ‘non hanno condotto a risultati numericamente apprezzabili e perché si pensa che in quei giorni accaddero solamente l’irruzione alla Diaz e le presunte violenze a Bolzaneto?". Ed evidenzia la "revisione storica" che si ricava dalla rilettura della maggior parte dei giornali che "sembra mettere sotto accusa soltanto l’operato delle Forze dell’Ordine".

Sulmona: in dono a ospedale ricavato mostra detenuti

 

Ansa, 17 marzo 2005

 

Cerca di togliersi di dosso l’immagine di "carcere dei suicidi" la casa di reclusione di Sulmona - teatro il primo marzo scorso della morte in cella del pentito ventottenne Nunzio Gallo, sesto caso in due anni - con un’iniziativa che, coniugando impegno artistico e solidarietà, ha inteso rafforzare i legami con la città e che ha visto i detenuti impegnati in prima persona: il ricavato di una loro mostra di quadri, infatti, sarà devoluto in favore del Reparto di Pediatria del locale ospedale. "I colori di dentro-Mostra d’arte reclusa": questo il titolo dell’esposizione che si chiuderà ufficialmente domani nell’istituto di pena e nella quale i detenuti-artisti hanno offerto in vendita i loro quadri per la raccolta dei fondi. Questo pomeriggio, all’interno del carcere, c’è stato un incontro fra i reclusi e gli studenti-volontari del Liceo Psicopedagogico "G. B. Vico", indirizzo Scienze sociali, che hanno materialmente curato lo svolgimento della mostra.

Domani mattina, invece, durante la cerimonia di chiusura, il ricavato della vendita, pari a circa 2.500 euro, sarà consegnato al direttore generale della Asl di Sulmona e al primario del Reparto di Pediatria. Il direttore del carcere, Giacinto Siciliano, ha voluto in particolare sottolineare "l’importanza che riveste il legame con ambienti scolastici cittadini e la necessità, a maggior ragione in questo particolare momento, di consolidare i rapporti con le istituzioni, gli operatori sociali e i semplici cittadini d’immediato riferimento territoriale". Sempre domani, sarà fatto un bilancio dell’attività con i partner coinvolti (presidente della Provincia dell’Aquila, sindaco di Sulmona, preside del Liceo Psicopedagogico tra gli altri) e saranno illustrate le future iniziative in coordinamento con istituzioni e associazioni.

Castelfranco: per Fi la sinistra è vittima della propria ideologia

 

Adnkronos, 17 marzo 2005

 

Pur di manifestare contro il governo la sinistra si oppone anche all’apertura di una struttura che garantirà più sicurezza sociale ed un percorso di riabilitazione ai detenuti tossicodipendenti. Le critiche avanzate dalla sinistra puzzano di pregiudizio ideologico".

Sono le parole del consigliere di Forza Italia in Regione Emilia Romagna e candidato alle elezioni regionali Andrea Leoni che punta il dito su una sinistra che "vuole - dice - a tutti i costi opporsi al governo, decide di scendere in piazza, alimentando lo scontro e dimostrando di non essere interessata ad un reale confronto sulle finalità e sulle modalità di gestione del carcere".

Manconi: vigiliamo per evitare soprusi nei penitenziari

 

Secolo XIX, 17 marzo 2005

 

È noto come "Garante dei diritti dei detenuti", in realtà il suo campo d’azione e la sua competenza sono più ampi. Infatti l’esatta definizione della nuova figura di "difensore civico" di cui si discuterà domani a Genova ("Tra custodi e custoditi", ore 16, alla Biblioteca civica Berio) è"Garante dei diritti delle persone private della libertà". Luigi Manconi, sociologo, parlamentare per due legislature con i Verdi, attuale presidente dell’associazione "A buon diritto", è stato il primo garante a essere nominato in Italia. Genova sta imboccando la stessa strada.

 

Arriva il difensore civico dei detenuti.

"Il Garante non si limita ai detenuti in carcere, ma si interessa dei diritti di tutte le persone private, a diverso titolo, della libertà. Quindi anche di quelle trattenute in un commissariato o in una caserma e anche nei cosiddetti "Centri di temporanea permanenza" per gli stranieri".

 

Lei è stato il primo Garante nominato in Italia.

"È stato il comune di Roma a fare questa scelta nel 2003, ma ci sono anche le esperienze di Torino, di Firenze, di Bologna con la giunta Guazzaloca, i "lavori in corso" di Genova, Padova, della Provincia di Milano. E a livello parlamentare va avanti il disegno di legge per istituirlo a livello nazionale".

 

Adesso fa una cosa che nessuno aveva mai fatto.

"Era, all’inizio, una scommessa che si sta rivelando ora vincente perché siamo stati realistici, modesti e pragmatici. La prima funzione è quella di trasmettere all’amministrazione e all’opinione pubblica le domande che arrivano dal carcere e da tutti quei luoghi dove ci sono persone private della libertà".

 

Ma come si concretizzano le garanzie?

"Il Garante è una figura terza tra i "custodi" e i "custoditi" in un luogo dove non esistono figure "terze": lì o sei un custode o sei un custodito. Garantire i diritti dei detenuti vuole anche dire affrontare e cercare di risolvere i problemi della sicurezza".

 

Arriva una segnalazione relativa alla violazione di un diritto...

"Il Garante, fatte le verifiche, con il suo ufficio, i suoi collaboratori potrà sollecitare le soluzioni, proporre nei casi più gravi delle sanzioni e ripristinare il diritto violato. Che, spesso, appare "piccolo", ma è grandissimo. Mi riferisco all’informazione sui diritti legali come il gratuito patrocinio. Alla tutela reale dei detenuti che lavorano e che non devono rappresentare nuove figure di sfruttamento. Ci sono da monitorare, per esempio, i regolamenti interni e la loro compatibilità con una dignitosa condizione di detenzione".

 

Lei ha parlato anche delle realtà come i Centri di permanenza temporanea e dei "fermati", magari poi rilasciati, in un commissariato o caserma.

"È fondamentale il ruolo del garante. Perché i "Cpt" sono "non luoghi" dove le persone sono dei detenuti senza però esserlo. Senza un regolamento chiaro e unico di riferimento. Senza possibilità di informazione sui diritti e su cosa accade a chi, straniero, vi viene inviato. Analogo discorso va fatto per i "fermati". La drammatica vicenda del cosiddetto carcere provvisorio di Bolzaneto, durante il G8, è ben rappresentativa di cosa può essere una zona franca in cui non c’è il diritto e non ci sono diritti".

 

Quali sono i temi più ricorrenti nelle segnalazioni dei detenuti?

"Il diritto alla salute, il cosiddetto sopravitto, la parte di cibo acquistabile negli spacci delle carceri. Esistono indicazioni precise sui prezzi e sulla qualità. Ma, molto spesso, sono violate. A Regina Coeli ci sono due sportelli legali operanti per l’assistenza, un altro aprirà nel Cpt di Ponte Galeria".

Rivendicare un diritto non comporta mai il rischio ritorsioni per il detenuto?

"Siamo molto attenti a questo aspetto. Ne va della nostra credibilità e della forza del lavoro che facciamo se un detenuto subisce ritorsioni dopo avere rivendicato un diritto".

Il Sappe, il principale sindacato della polizia penitenziaria, ha criticato la scelta di Genova di andare verso l’istituzione della figura del Garante.

"Conosciamo le condizioni di lavoro degli agenti nelle carceri. E siamo ben contenti se sarà possibile trovare forme di tutela anche dei loro diritti. Abbiamo buoni rapporti con le istituzioni carcerarie: il Dap, i Tribunali di sorveglianza che sono diventati i veri giudici dell’esecuzione della pena. Ma non c’è un analogo buon rapporto di collaborazione con il ministero della Giustizia". Marcello Zinola

 

Il programma

 

L’appuntamento è per domani alle 16 nella Sala dei Chierici della Biblioteca Berio con il confronto "Tra custodi e custoditi". Con Luigi Manconi che introdurrà il confronto, ci saranno l’assessore Paolo Veardo, la relazione di Franco Della Casa dell’Università di Genova. Il dibattito, moderato dal giornalista Franco Manzitti vedrà il confronto tra Lino Monteverde, presidente del Tribunale di Sorveglianza, Maria Teresa Figari, Conferenza volontariato e giustizia, Alessandro Margara, Fondazione Michelucci di Fiesole, Stefano Zara, deputato del Gruppo Misto-Ulivo, Giuseppe Comparone e Salvatore Mazzeo, direttori delle carceri di Pontedecimo e di Marassi.

Appunto le carceri. Quale situazione vivono attualmente? Secondo i dati ministeriali aggiornati al 31 dicembre 2004, nelle due carceri genovesi è ospitata più della metà (748) dei detenuti liguri. A Marassi, a fronte di una capienza regolamentare di 459 persone, i reclusi a fine 2004 erano 663. Di cui 342 con condanne già emesse ai vari livelli dei procedimenti giudiziari e 321 in attesa di giudizio. A Pontedecimo le recluse erano 85 contro una capienza regolamentare di 97.

Enna: il vescovo tra i detenuti per cresime e comunioni

 

La Sicilia, 17 marzo 2005

 

Ieri mattina, nel carcere di Enna, alla presenza del prefetto Carmela Elda Floreno, del questore Giorgio Iacobone e del direttore Letizia Bellelli, il vescovo Michele Pennisi ha impartito tredici cresime, due battesimi e due prime comunioni. Va ricordato che nella casa circondariale vi sono molti detenuti soggetti a misure restrittive. "Oggi si celebra una ricorrenza significativa - ha detto Letizia Bellelli - che evidenzia la presenza della Chiesa in tutto il nostro territorio".

La celebrazione è stata officiata in preparazione alla vicina Pasqua. "Il carcere, per la Chiesa - ha detto mons. Pennisi prendendo spunto dalle parole del cardinale Renato Martino, presidente della Commissione Pontificia della giustizia e della Pace - prima di essere un luogo pieno di problemi, è un luogo dove incontrare Cristo".

E l’avvocato Sinuhe Curcuraci, incontrato all’esterno del carcere ricorda: "Il carcere non è un albergo, ma un luogo restrittivo senza alcuna possibilità di reinserimento". E il cappellano del carcere ha commentato: "Il Vangelo parla di libertà. Si tratta di don Giacomo Zangara che sta lavorando sodo per aiutare i detenuti - e per Gesù la libertà e la schiavitù sono di ordine morale, mentre i suoi interlocutori intendono questi termini in chiave fisica o politica". Il vescovo ha ricordato, salutando ancora il Corpo di Polizia Penitenziaria e il giudice di sorveglianza, che Gesù parla della schiavitù e della libertà morale in relazione al peccato. "Egli insegna che la vera schiavitù è quella di ordine religioso. È schiavo chi compie il peccato. La vera liberazione non è quella dalle catene fisiche, ma è quella del cuore".

Essere schiavi per il presule e per la Chiesa significa essere soggetti ad un cerchio diabolico da cui non ci si riesce a liberare e andare per la propria strada, voler fare di testa propria e vivere nell’infelicità, nella corruzione della propria umanità come il figlio prodigo che scappando dalla casa di suo padre pensava di essere più libero e si ritrova a fare lo schiavo di uno straniero come guardiano di porci. Il vescovo ha poi citato lo scrittore Camus: "Se a nulla si crede, se nulla ha senso e se non possiamo affermare nessun valore, tutto è possibile e nulla ha importanza.

Non c’è né pro né contro, né l’assassino ha torto o ragione. Si possono attizzare i forni crematori, come anche ci si può consacrare alla cura dei lebbrosi. Se non si hanno principi morali fermi, si rischia di passare da una schiavitù ad un’altra e saluto tutti, ma in modo speciale coloro che riceveranno il battesimo e la cresima".

Intanto, la Caritas a Niscemi attua un’iniziativa dove i figli dei detenuti e gli altri ragazzi della loro età, compresi alcuni figli dei membri delle forze dell’ordine, possano trascorrere in modo sano il tempo libero attraverso attività di doposcuola, di apprendistato di un mestiere, di gioco. Mario Antonio Pagaria

Presidente della Croce Rossa: nulla giustifica le torture...

 

Newspaper, 17 marzo 2005

 

Il presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa Jakob Kellenberger ha detto ieri che nulla giustifica la tortura e che nessuno Stato è al di sopra della legge. Parlando alla Commissione dei diritti umani dell’Onu, riunita in sessione annuale a Ginevra, Kellenberger ha detto che non vi è giustificazione alcuna, neppure le ragioni di sicurezza, alle violazioni del diritto umanitario nel trattamento dei prigionieri.

Egli ha anche aggiunto che i maltrattamenti nei confronti dei detenuti non solo violano il diritto umanitario e il diritto internazionale, ma i principi stessi d’umanità, anche quando questi si fossero macchiati di gravi delitti. Kellenberger ha spiegato che l’esperienza ha dimostrato che spesso nei conflitti questi abusi hanno un effetto boomerang, portando ad un crescendo di violenza.

Infatti, "quando una delle parti in conflitto ricorre a maltrattamenti, l’avversario fa altrettanto". Il presidente del Cicr ha anche sottolineato la necessità che i detenuti siano registrati, per non divenire entità senza identità, e sulla precauzione che non siano trasferiti in Stati dove rischiano di essere maltrattati.

Dato che il Comitato internazionale della Croce Rossa non rende pubbliche le sue raccomandazioni ma le trasmette direttamente alle autorità del paese interessato, Kellenberger ha spiegato che "solo in circostanze eccezionali, quando tutte le altre possibilità di dialogo sono state esaurite e nei casi in cui la situazione umanitaria rimane grave, il Cicr può rendere pubbliche le sue osservazioni". L’organismo non è infatti una associazione di denuncia, ma un organismo di controllo sul trattamento dei detenuti in base alle Convenzioni di Ginevra.

La Croce Rossa internazionale ha tuttavia denunciato più volte abusi e maltrattamenti dopo aver inutilmente o con scarsi effetti esortato le autorità competenti. Nel caso delle prigioni irachene, ad esempio, aveva sottolineato che non si trattava di casi isolati, ma di azioni sistematiche e "torture a tutti gli effetti". Anche riguardo a Guantanamo la Cicr non aveva mancato di far sentire la sua voce.

Proprio ieri il New York Times rivelava come i maltrattamenti nelle prigioni Usa all’estero avessero ucciso diversi detenuti. Purtroppo gli ascoltatori di ieri in Commissione diritti dell’uomo non erano molto propensi all’ascolto, trattandosi in buona parte di nazioni che i diritti umani li ledono con grande facilità.

Giustizia: sì al mandato di cattura Ue, no leghista

 

Corriere della Sera, 17 marzo 2005

 

Via libera del Senato al disegno di legge sul mandato di arresto europeo. La commissione Giustizia di Palazzo Madama, in sede deliberante, ha approvato il provvedimento: è stato reintrodotto l’articolo 4, eliminato dalla Camera. In aula la Cdl si è spaccata: favorevoli Forza Italia, An e Udc, contraria la Lega Nord. Il centrosinistra si è astenuto. Il ddl torna ora all’esame della Camera per le modifiche.

L’articolo 4 reintrodotto in commissione prevede il rapporto diretto tra le autorità giudiziarie dei Paesi in condizioni di reciprocità, ma a patto che sia previsto da specifici accordi internazionali. Il voto contrario della Lega Nord viene stigmatizzato dal senatore di An Luigi Bobbio. "Votare a favore - dice il parlamentare ai giornalisti - è stato non solo un dovere ma anche un esercizio di realismo da parte del centrodestra. Ritengo il voto contrario della Lega Nord il frutto di una lieve contraddizione interna, visto che il ministro Roberto Castelli, che ha voluto il provvedimento, appartiene a quel partito. Inoltre la Lega, che non annovera tra i suoi valori la difesa ad oltranza della sovranità nazionale italiana, oggi si lamenta proprio per una presunta lesione di quella sovranità da parte dell’Ue". Quello del mandato d’arresto europeo è un iter particolarmente "tormentato": l’Italia è tuttora l’unico Paese Ue a non aver ancora ratificato il provvedimento.

Giustizia: intervista a Giancarlo Caselli "I pentiti? Indispensabili"

 

Gazzetta di Parma, 17 marzo 2005

 

Legalità, giustizia, lotta alla mafia e al terrorismo. Su questi temi, fondamentali per il nostro Paese, si è soffermato Giancarlo Caselli, attuale procuratore generale di Torino, già procuratore capo antimafia di Palermo dal 1993 al 1999, ospite martedì sera di una delle "cene per Contrinform Arci" del circolo "Fuori orario" di Taneto di Gattatico. Di fronte ad alcune centinaia di persone, Caselli, che nella sua carriera ha combattuto anche il terrorismo (in particolare le Brigate rosse negli anni di piombo), è stato introdotto dal presidente dell’Associazione familiari vittime di Bologna "2 agosto 1980", Paolo Bolognesi. Tempestato di domande per un’ora e mezza, Caselli ha toccato argomenti delicati, a cominciare dal Consiglio superiore della magistratura, che "ha aperto un’inchiesta su di me - ha spiegato - perché ho espresso una mia opinione su un processo. Ma io sono convinto di aver detto la verità". Ed ecco la sua verità sul processo Andreotti: "Nelle 1.500 pagine delle motivazioni c’è scritto, giusto o sbagliato che sia, che fino alla primavera del 1980 l’imputato ha commesso il reato di associazione a delinquere, ma che il reato è prescritto perché è decorso il tempo della prescrizione". Emozione e commozione nel ricordo di Chinnici, "il primo ad aver voluto Falcone con i suoi metodi investigativo- giudiziari rivoluzionari e perciò ammazzato da un’autobomba", e Caponnetto, il magistrato creatore del pool antimafia, "il cui segreto sta nell’organizzazione da contrapporre per la prima volta a un’altra organizzazione, la mafia".

E poi, naturalmente, Borsellino e Falcone, "un eroe che inventò la Dia, una sorta di polizia italiana antimafia, il 41 bis per il trattamento dei mafiosi in carcere e la gestione dei pentiti". Riguardo al fenomeno del pentitismo, Caselli si è dichiarato favorevole perché "terrorismo e mafia sono associazioni segrete e, per combatterle, ci vuole qualcuno che ti racconti questi segreti". Il procuratore piemontese ha quindi posto l’attenzione sul pericolo della mafia silenziosa di oggi e sulle difficoltà personali incontrate, fino a quella più attuale: "Ho letto che qualcuno sta presentando emendamenti per impedirmi di diventare procuratore nazionale antimafia. Non pensavo di meritare tanta attenzione". Fabrizio Marcheselli

Modena: giustizia ripartiva e mediazione, una strada possibile

 

Emilianet, 17 marzo 2005

 

Sabato 19 marzo, a Palazzo dei Musei, un convegno organizzato dall’Assessorato ai Servizi sociali fa il punto sulla situazione e conclude il progetto avviato due anni fa.

La giustizia può non essere necessariamente od esclusivamente penale, così come si può arrivare alla mediazione anche tra l’autore di un reato e la sua vittima. Sono certamente concetti non facili, né tanto meno diffusi, ma di "giustizia riparativa" e di "mediazione penale" a Modena si parla da alcuni anni. Per fare il punto sulla situazione in Italia e per aprire la strada ad un nuovo servizio, sabato 19 marzo, nella Sala ex Oratorio di Palazzo dei Musei, si terrà il convegno "La giustizia riparativa e la mediazione penale adulti: a che punto siamo in Italia?".

Il seminario è organizzato dagli Assessorati alle Politiche sociali del Comune di Modena e della Regione Emilia - Romagna, con il patrocinio della Provincia di Modena e del Ministero della Giustizia. Nel 2003 la Regione ha affidato al nostro Comune la gestione del progetto "Mediazione penale - Promozione di un intervento giudiziario e sociale riparativo", nato con l’obiettivo di avviare un lavoro di rete tra autori di reato e vittime. Nell’arco di questi due anni almeno una cinquantina, tra operatori sociali degli enti locali e di pubblica sicurezza (Polizia di Stato e Municipale), educatori, avvocati, operatori degli uffici giudiziari e degli istituti di pena, volontari di associazioni impegnate con i carcerati e di altre che si occupano delle vittime di reato, hanno potuto partecipare agli incontri d’introduzione al tema della giustizia riparativa e della mediazione penale. Inoltre, una decina di operatori già formati alla mediazione sociale o familiare, hanno seguito un percorso di formazione specifico finalizzato a coinvolgerli in un nuovo servizio di promozione d’interventi a carattere riparativo dei danni conseguenti a reati penali. La giustizia riparativa è un modello d’intervento sui conflitti originati da un reato penale o espressi attraverso un reato, che si avvale non della pena o delle sanzioni tradizionali, ma di strumenti che tendono a promuovere la riparazione del danno causato, soprattutto, ma non solo, attraverso la riconciliazione tra autore e vittima. L’attività riparativa è un percorso volontario e deve pertanto essere liberamente scelto; può affiancarsi, o anche sostituire, soprattutto nel caso di reati lievi, la pena. "È innanzitutto importante che la giustizia riparativa sia funzionale al recupero della persona, è questo l’aspetto che più ci interessa - afferma Francesca Maletti, assessore alle Politiche sociali del Comune di Modena - Inteso sia come recupero della persona che ha commesso il reato, quindi non solo e non necessariamente attraverso l’annullamento della pena, ma anche con percorsi di reinserimento per i detenuti; sia come attenzione nei confronti di chi ha subito il reato, un’attenzione che già dal ‘99 ha portato ad estendere a tutte le circoscrizioni il servizio "Non da soli" di ascolto e aiuto alle vittime di reati. Accanto a questi percorsi di accoglienza alle vittime, l’amministrazione ha consolidato una lunga esperienza nei processi di mediazione: dalla mediazione familiare svolta da l Centro per le Famiglie, alla mediazione sociale e dei conflitti gestita dal Punto d’accordo, esperienza che può essere messa al servizio della giustizia riparativa". La mediazione penale è appunto uno degli strumenti privilegiati della giustizia riparativa: fa incontrare l’autore del reato e la vittima. Ad esempio, nel caso di un piccolo furto, se vittima e autore del reato sono d’accordo, il giudice di pace potrebbe decidere di rinviare i contendenti alla mediazione che per attuarsi si serve di una terza figura, un mediatore simile a quello utilizzato nella mediazione sociale o familiare.

L’autore del reato, oltre ad una riflessione sul gesto compiuto, sarà impegnato nella "riparazione" del danno, che potrebbe anche consistere in un impegno presso uffici pubblici o in servizi gestiti da associazioni di volontariato o di cooperazione; la riparazione va sempre pensata ed individuata per ogni caso specifico. "Non dimentichiamo, comunque, che per costruire questi percorsi è necessario definire protocolli operativi d’intesa con gli uffici giudiziari e l’amministrazione penitenziaria perché le tematiche in oggetto non sono di pertinenza esclusiva dell’ente locale, coinvolgono bensì una molteplicità di soggetti" conclude l’assessore Maletti coordinatrice del Comitato locale "Carcere" che raggruppa i responsabili dei due Istituti di pena di Modena e di quello di Castelfranco Emilia, le istituzioni locali dei territori dove gli Istituti si trovano e le associazioni di volontariato in essi operanti.

 

Programma del seminario

 

Ore 9 Inizio lavori con i saluti di Giorgio Pighi, sindaco di Modena; Andrea Stoppini, dirigente Assessorato Regionale Politiche Sociali, Nello Cesari, provveditore Regionale Amministrazione Penitenziaria, Ministero della Giustizia; Benedetto Pansini, Questore di Modena.

Ore 9.30 Adolfo Ceretti – Università Biccocca di Milano

"Principi e valori della giustizia riparativa e della mediazione penale"

Ore 10.15 Presentazione del progetto sperimentale "Mediazione penale – Promozione di un intervento giudiziario sociale e riparativo" a cura di Roberto Calzolai, responsabile Area Adulti del Servizio Sociale di Base del Comune di Modena

Ore 11.15 Forum: "Vittima e autore di reato: la mediazione penale come mezzo per riconquistare la dignità" con Lino Rossi dell’Università di Modena e Reggio E.; Maria Pia Giuffrida (DAP- Ministero di Giustizia); Susanna Vezzadini dell’Università di Bologna e Forlì; Marco Bouchard, magistrato e giudice presso il Tribunale dei minorenni di Torino; Antonio Buonatesta, Ass. Mediante (Belgio).

Ore 14 Forum: "Quali gli spazi e le opportunità legislative per la giustizia riparativa e la mediazione penale?" con Augusta Tannini, Capo Dipartimento Affari di Giustizia, Ministero di Giustizia; Claudia Mazzucato dell’Università Cattolica di Milano e Piacenza; Lorenzo Ricotti dell’Università di Verona; Gianpietro Costa, presidente Tribunale di Sorveglianza di Bologna; Paul Schroeder del Centre de Médiation a.s.b.l. (Lussemburgo).

Ore 15.45 Forum: "Il ruolo della comunità nei percorsi di giustizia riparativa" con Silvio Ciappi dell’Università di Siena; Patrizia Guerra, dirigente del Servizio Sociale Educativo Assistenziale di Base del Comune di Modena; Mauro Mariotti, responsabile Neuropsichiatria Infantile dell’Ausl Modena; Rossella Selmini, responsabile Area Polizia Locale, servizio promozione e sviluppo delle politiche per la sicurezza della Regione Emilia - Romagna; Alessandro Padovani, psicologo e direttore Istituto don Calabria di Verona.

Ore 17.30 Conclusioni di Francesca Maletti, Assessore Politiche sociali, per la Casa e per l’Integrazione.

Arezzo: "Woyzeck" esce dal carcere e si esibisce a Roma

 

Agenzia Radicale, 17 marzo 2005

 

"Woyzeck" esce dal carcere toscano e si esibisce a Roma, nella piccola e accogliente sala della "Cometa off"; la compagnia "Teatro Popolare d’Arte", guidata dal regista e studioso teatrale Gianfranco Pedullà, porta in scena lo spettacolo tratto dall’opera di Büchner, originariamente nato per attori professionisti e attori-detenuti tra le sbarre della prigione di Arezzo.

La nuova versione si avvale della recitazione di due bravi interpreti come Nicola Rignanese e Rosanna Gentili (rispettivamente Woyzeck e Marie), e dalle azzeccate fisionomie degli altri componenti del gruppo (in particolare il Capitano-donna rimanda a certe figure di nazisti del cinema anni ‘70).

Lo spettacolo propone una lettura più semplificata e leggera della notissima tragedia del 1837 nella quale si racconta la storia di Franz Woyzeck, un soldato semplice che, per sopravvivere e mantenere la sua donna e il loro piccolo bambino, deve arrangiarsi a fare i lavori più umili e disparati. Pedullà, che firma la regia insieme all’attore protagonista Rignanese, evita di sfruttare le versioni più "espressioniste" (si pensi alla trasposizione cinematografica di Herzog) per concentrarsi sul tema dei "poveri semplici" sbeffeggiati per la loro ingenuità dai diversi rappresentanti dell’autorità politica e sociale.

Naturalmente, data l’origine del lavoro della compagnia, non mancano i riferimenti al problema dello sviluppo della violenza in un contesto coercitivo forzato: Woyzeck sarà condannato a morte per aver assassinato la sua compagna. Dichiara infatti il regista che Franz "capisce il mondo e la sua violenza ma non riesce a contenere simbolicamente il senso e la necessità di quelle relazioni umane. Quando il circuito della comunicazione si chiude crolla il proprio, difficile equilibrio mentale". Infatti nella pièce il dramma del protagonista si gioca tutto in un contesto oppressivo e autoritario che porterà il soldato semplice a usare la violenza subita sull’amata. Sembra che la prigione si trovi già fuori. In uno spettacolo corale, dove appare evidente un lavoro di laboratorio giocato sulle improvvisazioni, s’impongono Rignanese e Gentili che riescono a riprendere le cadute di una messa in scena lasciata troppo alle emozioni non sempre trovate degli attori. Sonia Arlacchi

Vicenza: Caritas; così i servizi sociali sono a rischio

 

Giornale di Vicenza, 17 marzo 2005

 

"Qualsiasi sistema penitenziario finalizzato al puro dato repressivo - punitivo, non potrà che moltiplicare la recidività, i costi, e l’inutilità costituzionale del sistema penitenziario. Questo sistema, che già accoglie per la stragrande maggioranza emarginati sociali come tossicodipendenti e immigrati, non potrà che implodere su se stesso, come dimostra anche il sistema penitenziario nordamericano, qualora venga vanificato qualsiasi percorso di reinserimento sociale in nome di una logica puramente punitiva, anche se emotivamente efficace soprattutto da un punto di vista elettorale".

Lo ha detto ieri il direttore della Caritas diocesana vicentina, don Giovanni Sandonà, alla vigilia della discussione dell’aula Camera dei Deputati, in programma per oggi, del provvedimento normativo "Delega al Governo per la disciplina dell’ordinamento della carriera dirigenziale penitenziaria". Sotto un titolo piuttosto generale, sottolinea la Caritas, "il provvedimento contiene un vero e proprio colpo di mano che elimina i servizi sociali della giustizia trasformando gli uffici degli attuali assistenti sociali in meri uffici amministrativi e di controllo".

"Non si può non rimanere sconcertati per gli effetti devastanti che questa nuova legge delega comporterebbe" sottolinea tra l’altro la Caritas, ricordando come si passerebbe dal "servizio sociale e assistenza" alla "Esecuzione penale esterna" e come i "Centri di servizio sociale per adulti" vengano trasformati in "Uffici di esecuzione penale esterna", "con un ovvio cambiamento culturale che si incentra più sulla pena pura e semplice che sulla sua funzione di reinserimento sociale". Inoltre, continua la Caritas, "si eliminano sistematicamente i riferimenti al servizio sociale della legge del 1975 e si accentuano gli aspetti di controllo, predisponendo il terreno per sostituire in futuro anche le imprescindibili figure professionali di aiuto degli assistenti sociali con personale amministrativo non meglio specificato" e si prevede poi "che la disciplina dei nuovi uffici avvenga con semplice decreto ministeriale, con ciò potenzialmente rendendo inefficaci le attuali norme organizzative degli attuali Centri di Servizio Sociale".

Sulmona: sindaco suicida, Codacons denuncia i magistrati

 

Agi, 17 marzo 2005

 

Il vicepresidente del Codacons, l’avvocato Giuseppe Ursini, ha depositato oggi alla Procura di Campobasso una denuncia penale contro i magistrati di Sulmona che hanno condotto l’inchiesta sul sindaco di Roccaraso, Camillo Valentini, morto suicida in carcere a Ferragosto dello scorso anno. I reati che si ipotizzano sono, tra gli altri, l’omissione e l’abuso di atti d’ufficio.

Nell’esposto ai giudici di Campobasso - che sono competenti per esaminare i reati commessi dai magistrati del distretto abruzzese - si pongono pesanti interrogativi sul perché "alcuni sostituti procuratori, palesemente coinvolti e con interessi coinvolgenti con l’amministrazione comunale, non si siano astenuti, come loro dovere, dal compiere atti nei confronti degli amministratori di Roccaraso". Ai magistrati di Campobasso si chiede anche di indagare su "strani interrogatori compiuti dallo Sco della Questura dell’Aquila e durati oltre 9 ore ma con un verbale di sole 3 paginette", e ancora si chiede di verificare "la correttezza dell’operato dei magistrati anche ai fini della tutela del segreto di ufficio e dei doveri del compimento di atti dell’ufficio". Il dossier, di oltre 50 pagine e 400 allegati, è all’esame del Procuratore capo della Repubblica di Campobasso.

"Si tratta di un caso di ordinaria follia giudiziaria - ha commentato l’avvocato Carlo Rienzi, presidente del Codacons indagato anche lui nell’ambito della stessa inchiesta che coinvolgeva il sindaco Valentini - e quello che amareggia non è solo il suicidio del povero Valentini per il quale mi auguro che la pm Leacche, partita per gli Usa pochi giorni dopo averne richiesto l’arresto, abbia almeno un po’ di rimorso, ma pensare che tutto questo trae origine da una banda criminale di cui fa parte un costruttore senza scrupoli, appoggiato e sostenuto da altissimi personaggi del clero e da ex magistrati in pensione e che tutto è stato fatto per far ottenere a questo costruttore la sanatoria edilizia di un abuso mostruoso al centro del paesino di Roccaraso.

Ma il palazzo ex Edilmonte sarà abbattuto - prosegue Rienzi - e questo è l’impegno che assumo io personalmente per onorare la memoria di un onesto amministratore che tanto bene ha fatto a Roccaraso e all’Abruzzo e che non doveva assolutamente essere condotto al suicidio". Secondo quanto riferito dallo stesso Rienzi, oltre a lui nell’inchiesta sarebbero indagati "un consigliere di Stato, 4 o 5 stimati avvocati, noti ambientalisti presidenti di Italia nostra, sindaci, consiglieri comunali, presidenti e consiglieri di Regione, esponenti delle forze dell’ordine e gente comune". La notizia si sarebbe appresa a seguito della richiesta fatta dal pm al gip del Tribunale di Sulmona di proroga delle indagini.

Treviso: vuole andare in carcere pur di non ritornare in Nigeria

 

Il Gazzettino, 17 marzo 2005

 

Preferisce il carcere piuttosto che il ritorno in patria. Perché V.O., 28enne arrestato martedì dalla polizia giudiziaria dei vigili urbani, di tornare alla nativa Nigeria proprio non vuol sentire parlare. Una storia triste, quella di V.O., ambulante e senza fissa dimora. Il 26 giugno 2004 aveva ricevuto un decreto di espulsione che gli imponeva di lasciare l’Italia entro cinque giorni, a norma di legge Bossi-Fini.

Un decreto che il nigeriano non ha evidentemente osservato, se lo scorso 9 febbraio è stato arrestato e sottoposto ad un processo per direttissima, ricevendo una condanna a 5 mesi e 10 giorni di reclusione con la sospensione condizionale perché non pregiudicato. Successivamente V.O. veniva ricondotto all’ufficio stranieri, dal quale riceveva un nuovo decreto di espulsione per lasciare l’Italia.

Martedì scorso l’arresto in via Beazzano, dietro le elementari Pascoli, dove la sua presenza era stata notata in quanto intento a vendere mercanzie di vario tipo tra calzini e accendini. Ieri l’udienza di convalida. Durante la quale, rifiutando il patteggiamento, il nigeriano avrebbe confidato al suo avvocato Mario Bonato di preferire il carcere al ritorno in una patria nella quale, a suo dire, si sentirebbe perseguitato.

Tant’è che un anno fa avrebbe avanzato richiesta di asilo politico alla questura di Venezia. Richiesta non accolta. Per questo motivo il legale ha chiesto termini a difesa e l’udienza è stata aggiornata dal giudice Francesco Giuliano al 22 marzo. Ma quasi certamente il nigeriano non andrà in carcere, come da lui auspicato, e gli si aprirà invece una nuova procedura di espulsione.

Roma: la cooperativa Villa Maraini compie 25 anni...

 

Vita, 17 marzo 2005

 

L’anniversario sarà festeggiato a Roma il 23 marzo. Durante la giornata si terrà un convegno sul reinserimento al lavoro di persone svantaggiate. Il 23 marzo 2005 La Cooperativa S.r.l. Villa Maraini festeggerà i 25 di attività in via Ramazzini 31 presso la Sala Solforino a Roma. Durante la giornata si terrà un convegno sul reinserimento al lavoro di persone svantaggiate.

La cooperativa da 25 si occupa di reinserimento lavorativo e sociale di soggetti svantaggiati provenienti dal mondo della droga e del carcere sperimentando negli anni diversi approcci e diverse metodologie dando modo di operare per un vero reinserimento sociale oltre che lavorativo, gli interventi sono stati tarati sul singolo individuo attraverso una formazione al lavoro. La Cooperativa, ha, nel corso degli anni, sviluppato due principali settori lavorativi: la tipografia (con fotocomposizione grafica ed informatica) e il settore giardinaggio (manutenzione parchi e giardini) nonché la relativa formazione professionale.

Il collegamento con le strutture terapeutiche e la presenza di psicologi esperti in tossicodipendenza a disposizione dei ragazzi, permette di risolvere eventuali dinamiche e problematiche che possono sorgere all’interno dell’organizzazione del lavoro. Molto spesso la sopravvivenza e la continuità di una cooperativa sociale dipendono in maniera strategica da come si riescono a collegare il lavoro interno (componente umana, relazioni e dinamiche sociali tra i vari soci) e quello esterno (mantenimento di commesse di lavoro, realizzazione di progetti, acquisizione di contributi) che permette la continuità e la stabilità della condizione economica e di conseguenza la possibilità di mantenere gli standard occupazionali.

Ferrari (Cnvg): volontari in carcere, indispensabile la loro presenza

 

Diweb, 17 marzo 2005

 

A Padova i volontari che operano con i detenuti sono circa 120: cento prestano servizio alla casa di reclusione, mentre una ventina sono impegnati nella casa circondariale. 540 i volontari carcerari nel Veneto (dove si contano dieci istituti di pena per adulti e un carcere minorile), oltre 7 mila in Italia. Con l’incremento del numero dei volontari è cresciuta anche la capacità di coordinamento e elaborazione culturale delle associazioni che operano con i detenuti o gli ex-detenuti. La Conferenza volontariato e giustizia è nata nel 1996 con lo scopo di rappresentare enti, associazioni e gruppi impegnati quotidianamente in esperienze di volontariato nell’ambito del carcere e della giustizia.

Livio Ferrari, direttore del centro di ascolto francescano di Rovigo e presidente nazionale della Conferenza volontariato e giustizia, ci aiuta a riflettere sul ruolo e sulle prospettive del volontariato in carcere.

"A partire dai primi anni Novanta il volontariato ha cominciato a prendere coscienza del proprio ruolo, che non deve guardare solo al carcere. I volontari in carcere non fanno solo un servizio di ascolto, ma sono spesso anche i "garanti" del rispetto dei diritti civili della persona: quando vengono calpestati si impegnano a richiamare l’attenzione su queste violazioni, a informare e sensibilizzare la cittadinanza. Ormai il ruolo e la presenza dei volontari in carcere è accettata in quasi tutti gli istituti penitenziari italiani. La decisione di aprire il carcere alle associazioni di volontariato dipende però esclusivamente dal direttore, ci sono perciò anche istituti di pena dove i volontari non possono mettere piede. È il caso, per esempio, del carcere di Belluno. Senza i volontari, che fungono da "collante" fra carcere e territorio, questi istituti di pena rischiano di rimanere ancora più isolati, di diventare delle roccaforti".

 

Qual è il vostro giudizio sulla proposta di decreto legge Cirielli - Vitali?

"Siamo assolutamente contrari a questa proposta di legge, che qualora venisse approvata, cancellerebbe con un colpo di spugna le legge Gozzini del 1986. Abbiamo espresso il nostro pensiero con una lettera aperta inviata al Parlamento. Della legge Cirielli – Vitali i media, chiamandola "Salva- Previti", "rimbalzano" solo la parte che prevede riduzione dei tempi di prescrizione per alcuni reati. Ma questa legge prevede anche l’impossibilità di accedere a misure alternative per i recidivi. Il 60 per cento della popolazione detenuta si trova in carcere per problemi legati alla tossicodipendenza o all’immigrazione clandestina. Per loro, una volta usciti dal carcere, vi è un alto rischio di esclusione sociale e quindi di recidiva. Già oggi soltanto il 10-12 per cento dei detenuti beneficia di misure alternative e questo perché gli operatori e le strutture che operano nell’ambito trattamentale sono ancora insufficienti. L’accesso alle misure alternative aumenta le speranze di recupero per il reo e andrebbe ulteriormente incoraggiato, mentre la nuova proposta di legge vuole ridurlo drasticamente, contribuendo invece ad aumentare il numero di detenuti nelle carceri".

 

Da alcuni anni, in ambito penale minorile sono state avviate esperienze di mediazione penale. Esperienze che la Conferenza ha incoraggiato e nelle quali il volontario può giocare un ruolo importante…

"La mediazione è un procedimento informale in cui le parti (reo e vittima) hanno la possibilità di incontrarsi per discutere del reato, ricercare soluzioni agli effetti del conflitto generato dal fatto delittuoso, allo scopo di promuovere la riparazione del danno e la riconciliazione tra le parti. Un incontro di questo tipo può avvenire solo al termine di un percorso di preparazione molto lungo, in cui i "soggetti terzi" – operatori e volontari – giocano un ruolo fondamentale e devono essere preparati con un’adeguata formazione. Da tempo stiamo lavorando per poter estendere questa esperienza anche agli adulti, a questo scopo è nato alcuni anni fa un gruppo di studio presso il ministero della giustizia, purtroppo però in questo momento politico il dialogo con il ministero è per noi molto difficile, e non solo sui temi della mediazione". Roberta Voltan

Lecce: Don Cesare Lodeserto comincia a parlare…

 

Il Manifesto, 17 marzo 2005

 

Lodeserto come Muccioli. E il Regina Pacis come la comunità di san Patrignano. Pasquale Corleto, avvocato di don Cesare Lodeserto, tira in ballo il fondatore della comunità per tossicodipendenti e dice che il prete probabilmente eccedeva, ma con lo "spirito del buon padre di famiglia". E, soprattutto, i suoi comportamenti "non sono mai sfociati nell’illecito penale". Si tratta dei primi commenti dopo l’interrogatorio di ieri mattina, effettuato per rogatoria dal gip del tribunale di Verona, al quale era presente, oltre l’avvocato leccese, anche il pm Imerio Tramis, che, insieme con la collega Carolina Elia, accusa il sacerdote di sequestro di persona, minacce e violenze ai danni delle ragazze che abitavano il centro di San Foca.

L’interrogatorio - durato circa due ore - sembra aver soddisfatto tutti, sia i magistrati inquirenti, sia i legali: "L’ho trovato sereno, anche se un po’ provato", ha continuato Corleto, che ieri ha chiesto la revoca della carcerazione o almeno la sostituzione della misura cautelare. La decisione nelle prossime ore sarà vagliata dal tribunale di Lecce. Terminato l’interrogatorio, intorno alle 14, don Cesare è stato riaccompagnato in carcere, dove ha trascorso la sua quarta notte in stato d’arresto.

E a Verona sono rimasti anche suo fratello Giuseppe con la compagna Natascia, coinvolti in un altro processo, quello per le violenze ai 17 maghrebini che due anni fa tentarono di fuggire dal centro di permanenza temporanea. Soddisfatti per l’esito dell’interrogatorio anche gli investigatori, i quali sostengono che il prete, con la sua deposizione, "ha aiutato anche se stesso".

Si tratterebbe quindi di un passo in avanti, con parziali ammissioni e un sostanziale aiuto al prosieguo delle indagini. "Don Cesare ha chiarito tutto", continua il suo legale, che poi ha aggiunto: "da tempo vive sotto scorta e la sua vita si svolge come su un palcoscenico. Inoltre, nel suo centro, ci sono postazioni fisse dei carabinieri: non avrebbe mai potuto offendere, minacciare o picchiare qualcuno né, tanto meno, strappare permessi di soggiorno senza che nessuno se ne accorgesse".

Eppure accusa e testimoni sostengono l’esatto contrario. Ancora ignoto il quarto capo d’imputazione, coperto da un omissis nell’ordinanza di custodia cautelare: "Può essere un avvertimento, un campanello d’allarme o un modo per intimidire l’indagato", conclude l’avvocato, "comunque don Cesare ha risposto, affermando di essere disponibile per ogni chiarimento".

Alessandria: dopo le risse al don Soria dimezzata l’ora d’aria

 

Giornal.it, 17 marzo 2005

 

“Il carcere Don Soria di Alessandria è l’esempio classico dello stato in cui versano le carceri italiano. L’esperienza di questa mattina dovrebbe far riflettere”. Alcuni esponenti dei radicali piemontesi hanno visitato questa mattina la Casa Circondariale di Piazza Don Soria ad Alessandria.

Bruno Mellano (consigliere regionale radicale), accompagnato dagli esponenti radicali Jolanda Casigliani e Giampiero Buscaglia hanno parlato con detenuti, agenti di Polizia Penitenziaria e Direzione. I dati del carcere rispecchiano il sovraffollamento dei penitenziari statali: detenute 361 persone (rispetto ad una capienza prevista di 270 unità); tre gli educatori presenti; rispetto alla composizione della popolazione reclusa, gli extracomunitari sono 210 (61%); otto le persone in trattamento metadonico. Nonostante il preziosissimo innesto di 30 nuovi agenti, l’organico rimane comunque sotto di almeno 40 unità. L’organico degli agenti è così salito da 155 a 171 unità.

“Abbiamo visitato la sezione femminile, dove sono recluse 14 detenute, verificando una situazione abbastanza serena. Al contrario, in una delle due sezioni cosiddette dei “giovani adulti” (per lo più extracomunitari appena maggiorenni), l’atmosfera è alquanto tesa ed alcuni detenuti extracomunitari da qualche giorno sono in sciopero della fame. A causa di una violenta rissa scoppiata tra albanesi e marocchini, alcune settimane fa, nel cortile dove i detenuti trascorrono le due ore d’aria concesse giornalmente, la direzione ha disposto di ridurle ad una sola, per separare i due gruppi in questione; da tale decisione è nata la protesta. Abbiamo inoltre raccolto la preoccupazione degli educatori regionali relativa al fatto che il prossimo novembre scadrà la convenzione con cui sono stati assunti”. Queste le impressioni dei radicali in visita. Mellano ha inoltre aggiunto: “La Direzione nonostante tutto sta affrontando quotidianamente e con buon senso le problematiche contingenti. Però due piani del vecchio edificio sono disabitati perché inagibili, non adeguati alle norme di sicurezza vigenti”.

 

 

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