Rassegna stampa 7 ottobre

 

Valentino (Sottosegretario Giustizia): il sistema non è in crisi

 

Agi, 7 ottobre

 

Il sistema carcerario non è in crisi, regge. Lo sostiene il sottosegretario alla Giustizia Giuseppe Valentino, il quale aggiunge che "il sistema sta muovendosi con le difficoltà che sono sotto gli occhi di tutti e stiamo costruendo nuove carceri".

Ai giornalisti che gli chiedevano se il programma di nuovi istituti riguardasse anche la Campania, l’esponente del governo ha risposto che nell’ambito regionale "ci sono carceri dove c’è capienza per detenuti che vogliono essere trasferiti da quelle che sono più piene" e, per quanto riguarda l’affollamento di Poggioreale, ha precisato che se ci fossero detenuti disposti ad andare ad Ariano o Bellizzi Irpino "si decongestionerebbe in modo notevole.

Naturalmente - ha affermato - bisogna anche tener conto delle esigenze umane di chi vive il tormento carcerario, di chi dice di voler restare a Poggioreale perché la famiglia è a Napoli e la legge sull’ordinamento carcerario lo consente".

Immigrazione: arriva il reato di "permanenza clandestina"

 

Il Manifesto, 7 ottobre

 

Per ora quello che ha incassato Alleanza nazionale, nella "battaglia" sulla modifica della legge Bossi-Fini, è l’introduzione del reato di permanenza clandestina. Quello più temuto - e cioè la proposta di introdurre il reato di ingresso clandestino in Italia - è stato ritirato, sulla spinta dell’euforia per i rimpatri di massa operati dal Viminale da Lampedusa alla Libia.

Ma è in corso un vero braccio di ferro all’interno della maggioranza, tanto che in molto assicurano che l’emendamento verrà riproposto in aula. Sia chiaro: l’introduzione del reato di permanenza è già un cambiamento sostanziale. Si prevede l’arresto da uno a quattro anni dell’immigrato illegale colpito da un primo provvedimento di espulsione, con la possibilità di accompagnarlo immediatamente, o "a fine pena", nel suo paese di origine.

Ma come ha sottolineato anche il senatore Ds Alberto Maritati, potrebbero crearsi seri problemi: chi può essere espulso e caricato su un aereo viene rimpatriato già oggi dai centri di permanenza temporanea. Il risultato, quindi, potrebbe essere semplicemente un aumento spropositato di detenuti nelle carceri.

Per il resto, il decreto - che risponde alla bocciatura della legge da parte della Consulta e prevede l’affidamento delle convalide delle espulsioni ai giudici di pace - è stato quasi blindato. Se in Commissione tutti gli emendamenti dell’opposizione sono stati bocciati, anche alla maggioranza di governo non è andata meglio. Ritirato l’emendamento che proponeva l’istituzione di un ministero ad hoc per l’immigrazione (pare fagocitato dagli appetiti dei ministeri che attualmente gestiscono la questione, come il Viminale e il Welfare di Maroni); ritirato quello che proponeva la possibilità per le aziende di far entrare gli immigrati anche con un contratto di apprendistato.

Niente da fare anche per gli emendamenti della minoranza che chiedevano di allungare la validità del permesso di soggiorno (come già proposto dallo stesso Pisanu) così da risolvere l’ingorgo che si è creato nelle questure, tanto che i migranti in Italia devono aspettare in media otto mesi per ottenere il rinnovo. Ben un anno a Roma, dove tre rappresentanti delle comunità dei migranti sono in sciopero della fame da tre giorni per protestare contro i ritardi. L’unico emendamento approvato in Commissione - proposto dalla maggioranza - prevede in modo alquanto vago che una parte delle pratiche vengano affidate "a terzi", enti pubblici o privati. Il governo, infatti, non ha ancora sciolto il nodo: Pisanu vorrebbe che a occuparsene fossero i comuni, An le poste.

"Il famoso "tagliando" alla legge Bossi-Fini è inesistente - ha dichiarato il senatore Guerzoni, illustrando gli emendamenti che i Ds riproporranno in aula - Pisanu è stato tradito dalla sua stessa maggioranza". I Ds - secondo cui "la Bossi-Fini è una legge feroce, e andrebbe abrogata" - innanzitutto, contestano l’affidamento delle convalide ai giudici di pace, proponendo di rimettere in campo la magistratura ordinaria: "La giustificazione della maggiore capillarità dei giudici di pace sul territorio non sta in piedi - ha detto Guerzoni - visto che la maggior parte del lavoro si riversa sulle grandi città e non sono state previste risorse adeguate". Unica consolazione: la Commissione ha approvato un ordine del giorno che prevede la possibilità per gli immigrati truffati dalle aziende, e che non hanno potuto accedere alla sanatoria, di ottenere un permesso di soggiorno per cercare lavoro. Si tratterebbe di qualche migliaio di persone.

Pisa: la musica dal carcere, articolo di Sergio Staino

 

L’Unità, 7 ottobre

 

Tre giovani in abiti borghesi ed aria da borgatari salutano il piantone. Consegnano i cellulari e le pistole. L’uomo che è con loro indossa una tuta da ginnastica, è grassoccio e ci guarda con occhi imbarazzati. Con le due mani sorregge una grossa borsa nera, ed ha i polsi stretti dalle manette. Alice, che è al mio fianco, sussulta: "è la prima volta che vedo un uomo con le manette". Certo è un’immagine strana per chi sta aspettando di assistere ad un concerto di Paola Turci. Ma il concerto si svolge in un luogo speciale: la casa circondariale Don Bosco di Pisa, non nelle canoniche ore serali, ma alle una del pomeriggio.

Cancello dopo cancello, inferriata dopo inferriata, arriviamo ad uno dei cortili del carcere dove si apre lo stanzone che funge da palestra. La chiamano sala polivalente ma gli stessi operatori sorridono con ironia quando pronunciano questo nome. Paola è già lì che sta provando e per non disturbarla aspettiamo nel cortile. Il sole è alto e la giornata è bella. Guardo l’edificio dietro di noi con le tante finestre oscurate da fittissime grate. Arriva Suor Cecilia, punto di riferimento fondamentale tra i volontari del carcere: "Ha visto? Sa quanti occhietti in questo momento la stanno guardando?". Si riferisce ai tanti carcerati che, per i più diversi motivi, non potranno scendere per il concerto. Poi ci sono gli operatori culturali, educatori ed educatrici, che hanno organizzato l’evento, e che cercano con entusiasmo di alleggerire sia i meccanismi burocratici della disciplina carceraria, sia l’evidente carico di lavoro che questo comporta per gli agenti di custodia.

Le brevi prove tecniche di Paola sono finite e possiamo salutarci: è molto emozionata ma anche molto motivata. "Andrà tutto bene", le dico, pensando di aiutarla a superare l’emozione. Dalla porta sul fondo del cortile entrano intanto i primi detenuti. Sono quelli ricoverati nella Clinica interna al carcere, alcuni molto vecchi, alcuni in carrozzella, tutti uniformati da un pigiama con giacca e pantaloni beige, tutti con i segni della sofferenza fisica sommata a quella dell’isolamento carcerario. Passano veloci davanti e salutano cordialmente, stimolati anche dal personale medico che cerca di rendere più sereno questo trasferimento. Vengono fatti sedere nel settore destro in fondo alla sala. Poi dalla sezione femminile arriva un gruppo di detenute, una ventina, tra i 25 e i 40 anni. Sembra quasi una delegazione dell’Onu: slave, africane, latine ed orientali. Alcune con aria timida, altre con i capelli troppo ossigenati, tutte che camminano senza guardarsi intorno e parlando tra loro a voce bassa. Vengono fatte sedere nel primo settore a destra, con i corridoi che le dividono dagli altri settori. Poi arriva la grande massa dei detenuti maschi, tra cui Adriano Sofri, ma con lui c’è solo il tempo di un breve saluto prima che riempiano i settori rimasti vuoti, si addossino sulle pareti e inizi il concerto. Osservo la sala: una comunità eterogenea che il Direttore del carcere non sa come chiamare quando si appresta a pronunciare un breve saluto: signore e signori? Uomini e donne? Amici? Detenuti? Se la cava abilmente con un "Ragazzi!", quasi fosse un Preside di fronte ad un’assemblea studentesca.

Sono seduto subito dietro al settore femminile e cerco di captare le reazioni emotive alla musica e alle parole di Paola. Accanto a me c’è un’agente di custodia donna, che mi sembra particolarmente indifferente al concerto, non mostra una benché minima reazione e mi rimane molto antipatica. Il concerto va avanti tra l’entusiasmo crescente dei più. Soprattutto nelle ultime file, proprio come a scuola, i detenuti maschi si scatenano agitando le braccia. Volano le canzoni: da Stato di calma apparente, a Bambini, da Volo così a Sotto l’ombra del gigante, la canzone che Paola ha scritto per Adriano. Poi, inaspettata, arriva la Paloma negra, resa famosa da Chavela Vargas nel film Frida. È un’esecuzione bellissima, che nulla ha a che invidiare a quella della grande artista messicana, e, per l’occasione, un detenuto romeno, Dritan, si esibisce con la fisarmonica a fianco di Paola, tra l’entusiasmo generale dei compagni.

È un momento emozionante iniziato fin dalle prime note di Bambini: "Bambino armato e disarmato in una foto senza felicità sfogliato e impaginato in questa vita sola che ti sorriderà". Grazie a Paola, questo microcosmo che è il carcere sembra uscire dall’isolamento in cui è condannato, per entrare a pieno diritto nel mondo, con gli orrori, le sofferenze e le speranze che lo animano. Poi la musica finisce con Reginella e Volare. Cantano tutti e si applaudono reciprocamente. Prima di uscire Alice mi fa notare che l’agente di custodia donna di poco prima, porta attaccato alla borsa un nastro con i colori dell’arcobaleno e la scritta "pace".

Vorrei andare ad abbracciarla e chiederle scusa. Chissà se leggerà mai L’Unità.

Roma: a Rebibbia incontro fra astronauta e detenuti

 

Corriere della Sera, 7 ottobre

 

"Guardando per la prima volta la Terra dallo spazio cosa l’ha colpita?". "Oltre ai colori fantastici, sembra che l’umanità sia sparita, di giorno non si vedono palazzi, ma solo montagne, oceani e pianure. Di notte solo le luci delle città: sembra che il mondo sia disabitato e siano rimasti in vita solo 7 persone chiuse nella stazione orbitante...". Il botta e risposta ha per protagonisti un detenuto, Carlo, 40 anni, condannato per reati comuni, e Umberto Guidoni, ex astronauta, da qualche mese eurodeputato eletto nelle liste dei Comunisti italiani nel Parlamento di Strasburgo.

Luogo dell’incontro, al quale hanno partecipato una sessantina di reclusi e una ventina di agenti di polizia penitenziaria, il triste teatro nel nuovo complesso maschile del carcere di Rebibbia. Parlare delle stelle a chi vede il cielo a scacchi e promuovere una mostra sul sistema solare è stata l’idea del British Council, principale coordinatore di 5 importanti missioni spaziali, che ha così voluto celebrare l’innovazione, l’alta precisione tecnologica e lo spirito d’avventura. "Attività culturali come questa sono molto importanti per aprire il carcere all’esterno - sostiene Guidoni - Stavolta siamo andati molto oltre, ci siamo aperti allo spazio".

Verso le 16.30 comincia la proiezione di un video: l’ex astronauta spiega la fase di partenza dello Shuttle , l’aggancio con la stazione internazionale, il lavoro fuori dall’astronave e dentro, "un lavoro da meccanici e da elettricisti", osserva il neopolitico, fino al ritorno sulla Terra, il ritorno a casa. In sala i detenuti sono muti come mummie: guardano la sintesi dei 13 giorni nello spazio, girando intorno al mondo, senza distrarsi un attimo. "Di solito non è così", sussurra un agente seduto nelle ultime file.

Quando il filmato termina, verso le 17.30, parte un caloroso applauso e qualcuno grida: "Bravo!". Guidoni sorride e ringrazia. Cominciano le domande. "Ma come è lo Shuttle? E come fate a dormire in assenza di gravità?", domanda Luigi, 48 anni, che ne deve passare ancora due a Rebibbia per una truffa. "L’astronave è come un grande camion, che trasporta tanto materiale, mentre nella stazione orbitante lo spazio è diviso in tanti moduli, per fare ricerche scientifiche, per mangiare, dormire e rilassarsi. Per riposare leghiamo i sacchi a pelo al soffitto e al pavimento e ci infiliamo dentro: così evitiamo di muoverci in continuazione". "Ma riesce a dormire?", incalza un altro detenuto. "Si dorme, si dorme...".

Durante la proiezione Guidoni ha detto che il casco usato per lavorare all’esterno della stazione orbitante ha una protezione in oro. Il particolare fa brillare gli occhi di Maurizio, 45 anni, condannato per aver commesso molti scippi: "Ma quanto oro viene davvero usato per fare quelle protezioni e che fine fa?". Guidoni e la platea sorridono: "Non lo so, è uno strato finissimo, ma importante per prevenire ustioni dai raggi ultravioletti ed evitare di accecare gli astronauti". "Perché è esploso lo Shuttle nel febbraio del 2003?", chiede Antonio, un ragazzo palestrato, con la bandana in testa, seduto in prima fila. "Purtroppo alla partenza si è staccato un pannello grande così (circa 40 centimetri) e ha danneggiato un pezzetto dell’ala: con le temperatura altissime al rientro, la navicella è esplosa in pochi secondi...".

Le curiosità si intrecciano con la vita di tutti i giorni: "Avete problemi di salute quando tornate a casa?", domanda Aldo, 37 anni. "Nei primi giorni fatichi a camminare, barcolli: poi passa tutto", risponde Guidoni. "Grazie per averci fatto evadere - taglia corto Mario, 29 anni, salutando l’ex astronauta - Per un’ora ho creduto davvero di essere lassù".

Milano: intervista a Lelia Giacomelli, criminologa a San Vittore

 

La Provincia di Sondrio, 7 ottobre 2004

 

La sua "casa" è il carcere di San Vittore. Lo sanno bene le sue figlie che ogni volta che si sentono sottoporre la solita domanda "Ma la mamma dov’è?", non hanno esitazione a rispondere: "La mamma è in carcere". Non è il caso di fraintendere, però: la mamma in questione è una giovane donna dagli occhi di ghiaccio che di professione fa la criminologa.

Mestiere difficile per un uomo, di sicuro ancora più complicato per una signora che quasi ogni giorno varca quel portone di piazza Filangieri per guardare dritto negli occhi e ascoltare con attenzione chi sta duramente scontando il suo debito con la società. Dal Mottolino a San Vittore il passo, non sembra, ma è stato molto breve per Lelia Giacomelli, valtellinese doc, nata e cresciuta a Livigno da una famiglia molto in vista nel piccolo Tibet.

Nata e cresciuta sulle nevi della ski area, ma paradossalmente un territorio troppo angusto per lei che fin da bambina aveva in mente ben altro. Un orizzonte diverso, un profilo più adeguato, un ruolo più definito nella vita che non fosse quello di "dispensatrice" di generi di lusso per comitive di turisti appena scesi da confortevoli pullman. No, Lelia Giacomelli aveva in mente altro anche quando, ad appena 15 anni, fece (di nascosto) una smorfia di fronte alla sua mamma che le stava proponendo un futuro di agi e sicurezza dietro a un bancone.

"Mi voleva diplomata alla scuola alberghiera - dice sorridendo Lelia Giacomelli - ed ebbi un sussulto. È difficile dire di no alla mamma, ma io mi sentivo male solo all’idea. Non era la mia vita, non era quello che volevo per me e pur avendo solo 15 anni trovai la forza e il coraggio per dire di no. No, non potevo immaginare un futuro così".

Una bambina forte e decisa che quel giorno non ebbe il coraggio di respingere la richiesta della sua mamma, ma che in cuor suo stava già elaborando un piano d’azione che l’avrebbe portata in quella Milano che ancora oggi la vede protagonista. "Riuscii a convincere i miei che avevo altro in testa e così a 15 anni presi il mio zainetto pieno di sogni e mi trasferii a Milano. Collegio delle Orsoline, liceo linguistico. E fu un’altra scommessa vinta".

 

In che senso?

"Nel senso che tutti pensavano che non ce l’avrei mai fatta. I discorsi erano più o meno questi: andrà a Milano, comincerà ad assaporare la libertà, apprezzare il divertimento. Studierà poco o niente, poi si stancherà e tornerà a Livigno per lavorare in negozio o in albergo".

 

Invece?

"Invece sessanta sessantesimi alla maturità. E poi giurisprudenza alla Cattolica e laurea con tesi in sociologia della devianza. Ma sono stati anni molto intensi".

 

Cioé?

"Facevo la Cattolica ma vivevo a Livigno dove davo una mano alla famiglia. Era una vita da schizzata. All’alba studio, al mattino lavoro in negozio e al pomeriggio sciata al Mottolino dove ripensavo a quello che avevo studiato poche ore prima. E mi dicevo: se va bene questo esame, vuol dire che il sistema funziona. E infatti funzionava".

 

Poi la svolta.

"Sì, al terzo anno di giurisprudenza un’altra impennata. Il piano di studi non mi piaceva e allora me ne costruii uno sui generis, più vicino ai miei interessi. Giocando con gli esami complementari mi buttai verso un filone sociologico. Decisivo per questa mia scelta fu un incontro sulle nevi di Livigno con don Chiari e il gruppo di Salesiani di Arese che si occupava di minori in difficoltà. In quel momento capii quale era davvero la mia strada. E il gruppo di Arese mi vide presente dapprima come volontaria, poi per ragioni di lavoro. Ho raccontato questa esperienza in un capitolo del libro "Adolescenti contro" edito dalla Giuffrè".

 

Ma non bastava ancora. E dunque dopo la laurea, la specializzazione in criminologia.

"Sono rimasta in Cattolica per un bel po’ di anni, collaborando come assistente con la mia docente Bianca Barbero Avanzini. Ho fatto parte della carriera universitaria finché, di nuovo, mi sono resa conto che volevo andare oltre. Volevo approfondire aspetti legati alla devianza: le tossicodipendenze, gli affidi, i minori in difficoltà, il carcere. Ed è venuta la specializzazione in criminologia che fa capo alla facoltà di medicina".

 

A quel punto niente poteva più fermarla.

"Infatti. L’università era troppo lontana dalla realtà e invece sentivo il bisogno di capire come poter concretamente aiutare questa gente. Passai dai minori agli adulti e sedici anni fa varcai per la prima volta la soglia del carcere di San Vittore".

 

Ricorda come fu?

"Certo. Il direttore del carcere mi ricevette nel suo studio. Alle spalle aveva la pianta dell’istituto di pena e accendendo delle lucine mi mostrò quale parte mi era stata assegnata".

 

E qual era?

"Era il secondo piano del sesto raggio del carcere dove erano rinchiusi un centinaio dei cosiddetti "infami" e di autori di reati sessuali. Quello era il mio mondo".

 

Cosa doveva fare?

"Il mio incarico, ancora oggi, è siglato dal Ministero di Grazia e Giustizia per il quale svolgo un lavoro di consulenza. In pratica devo valutare attraverso colloqui se esistono i presupposti per concedere benefici di vario tipo a queste persone, come i permessi, le licenze, le eventuali riduzioni di pena per buona condotta".

 

È difficile occuparsi dei "cattivi"?

"Fondamentale è sospendere il giudizio. Non importa se la persona che si ha davanti è stata condannata a uno, dieci o cinquant’anni. Importa conoscerla, non per giustificare ma per capire. Il mio compito è quello di ascoltare tanto e cercare di produrre dei cambiamenti nel soggetto. Accendere una lampadina per rielaborare una serie di vicende vissute. In pratica svolgere - come dice la legge - "un’indagine scientifica sulla personalità alfine di rimuovere gli ostacoli che hanno portato alla devianza"

 

Quindi instaurare un contatto?

"Esattamente. Entrare in relazione con il detenuto. La larga maggioranza sono persone molto bisognose di instaurare un contatto con il mondo".

 

E ci riesce?

"Sì".

 

Sempre?

"Quasi sempre".

 

Quindi le capita di sbagliare un profilo? Concedere benefici a chi, successivamente, dimostra di non esserseli meritati?

"Se sbaglio significa che non ho fatto bene il mio lavoro. Ma, per fortuna, sono casi molto rari. Il più delle volte la concessione di benefici previsti dal codice è la conclusione di un processo lungo e intenso, frutto di colloqui frequenti che si sviluppano secondo percorsi precisi e prestabiliti".

 

Non l’hanno mai imbrogliata dunque?

"Non è questo il punto. L’obiettivo di questo lavoro è produrre cambiamenti nel soggetto e vi sono diversi elementi da comparare per stabilire se il percorso è giusto. La formazione è continua. Questo è un mondo che si muove molto rapidamente. Sono frequentissimi gli esperimenti da parte del Ministero e la sperimentazione è essenziale per ottenere risultati e confrontarli successivamente".

 

Non si porta mai a casa i loro problemi?

"Guardi, sarei una bugiarda se rispondessi negativamente. Perché prima di tutto devi vedere che effetto fa a te. Ascolti situazioni spesso molto delicate legate ad esempio a reati sessuali. E tanti detenuti, come ho detto, hanno bisogno di stabilire un contatto con me. A quel punto in effetti c’è il rischio di farsi coinvolgere emotivamente".

 

Le è capitato?

"All’inizio sì. Facevo fatica a indossare la corazza quando entravo e togliermela quando uscivo. Adesso devo dire che è più facile. Un po’ mi ha aiutato l’esperienza, un po’ il fatto che mi sono resa conto di essere una professionista e ho l’obbligo quindi di svolgere il mio lavoro come tale".

 

È difficile?

"Nella vita di tutti i giorni, e mi riferisco ovviamente a quella privata, è indispensabile non identificarsi con i problemi. Non essere chiusi sul proprio lavoro, ma lasciarselo alle spalle. Con l’esperienza e con la continua attività di supervisione".

 

Sedici anni di frequentazione a San Vittore. Com’è il carcere?

"È lo specchio di quello che succede nella realtà sociale. Lì dentro le cose arrivano prima e noi che ci lavoriamo possiamo percepirle con largo anticipo rispetto a tutto il resto della società. C’è una vita molto ricca, soprattutto a Milano e in particolare a San Vittore".

 

La popolazione carceraria è cambiata molto.

"Beh, oggi circa il 60 per cento dei detenuti è di nazionalità extracomunitaria. Con tutto quello che ne consegue. Quindi, anche nel mio lavoro problemi legati alla lingua, alla comprensione, alla comunicazione, al dialogo. È cambiata la geografia dentro il carcere e anche noi operatori abbiamo dovuto adeguarci".

Reggio Calabria: Progetto Icaro, per occupazione delle detenute

 

Quotidiano di Calabria, 7 ottobre 2004

 

Si svolgerà sabato 9 ottobre, con inizio fissato alle 10.30 presso la sala teatro della casa circondariale di Reggio Calabria, una manifestazione per la presentazione del "Progetto Icona" realizzato grazie al finanziamento ed al contributo dell’Amministrazione provinciale di Reggio Calabria e destinato alle donne detenute presso la sezione femminile della struttura.

Il progetto si inserisce nell’ambito del più ampio programma messo a punto dalla direzione in collaborazione con gli operatori dell’Area trattamentale mirato a rendere la sezione femminile, ristrutturata nel corso anno 2003, idonea e funzionale anche sotto il profilo trattamentale consentendo alle donne ivi ristrette una "occupazione del tempo positiva". Alla manifestazione parteciperanno, oltre che le detenute, tutti i detenuti sia quelli appartenenti al circuito della "media sicurezza" che quelli dell’alta sicurezza.

Lo scopo dell’iniziativa è quello di rendere visibile all’esterno l’impegno costante, la forza di volontà ed il percorso rieducativo intrapreso dalle persone detenute, nella fattispecie donne detenute, che impegnando il loro tempo in carcere in maniera costruttiva riescono a realizzare, pur non avendo esperienza nel settore, alcuni prodotti artigianali che vanno dai centrini caratteristici della zona della Calabria, alla produzione di coroncine sacre, braccialetti, collanine ed Icone sacre. L’occasione funge da conferma della voluta apertura del carcere verso il mondo esterno; apertura che consenta un diverso approccio della comunità esterna alle problematiche del mondo penitenziario capace di esaltare i positivi effetti delle efficaci sinergie tra istituzioni, volontariato, società civile e terzo settore in genere.

L’iniziativa in questione è stata autorizzata dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e dal Provveditorato regionale di Catanzaro in quanto in linea con l’attuale politica penitenziaria: trattamento finalizzato alla rieducazione dei detenuti e sicurezza come condizione per la realizzazione della finalità trattamentale. L’incontro "Carcere: ambiente vivo" sarà avviato dal saluto del direttore della casa circondariale di Reggio Calabria, Maria Carmela Longo, seguirà la presentazione del "progetto Icaro" a cura di suor Patrizia Cannizzaro; gli intreventi saranno a cura dell’assessore provinciale Ornella Milella, del presidente del Tribunale di Sorveglianza, Marcello Scordo, del provveditore regionale del’amministrazione penitenziaria, Paolino Maria Quattrone; concluderanno il presidente della Provincia, Pietro Fuda, e il sottosegretario alla Giustizia, Giuseppe Valentino.

Enna: suicida Comandante della Polizia Penitenziaria

 

La Sicilia, 7 ottobre 2004

 

È giallo sulle motivazioni che hanno spinto Luigi Ripollino, 46 anni, originario di Mazzarino, comandante della polizia penitenziaria del carcere di Nicosia, a suicidarsi. Ripollino da alcune settimane era stato distaccato al comando della polizia penitenziaria del carcere di Mistretta (nella foto), in sostituzione del comandante Nigro, attualmente in congedo. Il cadavere dell’uomo è stato rinvenuto questa mattina in un bosco di monte Campanito.

L’allarme era scattato ieri sera, quando i familiari, preoccupati dal mancato rientro del congiunto che ieri mattina doveva montare di servizio, hanno denunciato la scomparsa. Nella tarda serata era stata rinvenuta la Fiat 600 di Ripollino, accostata sul margine della statale 117 Nicosia Mistretta. All’alba erano riprese le ricerche e in un bosco è stato trovato il corpo. L’uomo si è sparato un solo colpo alla bocca con la pistola d’ordinanza. Un suicidio tinto di giallo.

Luigi Ripollino è descritto come un uomo equilibrato, senza alcun problema familiare o personale, e tanto i familiari quanto i conoscenti sostengono che non avesse alcun motivo per compiere un gesto simile. Sembra che nella giornata di ieri avesse presentato una denuncia alla compagnia del carabinieri di Mistretta, ma se ne sconoscono i contenuti, anche se sembra che fosse legata all’ambiente di lavoro. Sulla vicenda indagano i carabinieri e la procura di Nicosia.

Cina: imprigionata e torturata in nome del figlio unico

 

Ansa, 7 ottobre 2004

 

Una donna di Shanghai è stata messa in prigione e torturata per non aver rispettato la regola, vigente in Cina da 25 anni, del figlio unico. Lo ha denunciato il gruppo dissidente Human Rights in China (Hric). In un documento inviato alle organizzazioni di stampa straniere in Cina, Hric afferma che la donna, di nome Mao Hengfeng, è stata condannata in aprile a 18 mesi di "rieducazione attraverso il lavoro". Nel corso della sua detenzione la donna sarebbe stata ripetutamente torturata. La donna, un’ operaia in una fabbrica di saponette di Shanghai, si era già rifiutata, nel 1988, di abortire e aveva così avuto la sua seconda figlia.

In seguito, incinta per la terza volta, aveva accettato di abortire dopo che le era stato promesso che non sarebbe stata licenziata. Quando l’intervento fu eseguito, la donna era al settimo mese di gravidanza. La promessa non è stata mantenuta e Mao è stata licenziata. In aprile si è concluso con la condanna alla "rieducazione" un processo penale durato oltre 15 anni che era iniziato quando la donna aveva contestato il diritto della dirigenza della fabbrica a licenziarla.

Il licenziamento è stato confermato dalla sentenza. Una volta in prigione, Mao Hengfeng, non è chiaro per quali ragioni, è stata più volte appesa per i piedi e bastonata. Le sue due figlie minorenni sono inoltre state minacciate per indurle a ritirare il ricorso in appello contro la condanna. Secondo Human Rights in China, "Mao Hengfeng ha tutti i diritti di appellarsi e di protestare contro la politica di pianificazione familiare coercitiva applicata dalla Cina".

L’episodio viene quattro mesi dopo che il vice-procuratore generale della Repubblica Wang Zhenchuan ha lanciato una "campagna contro la tortura" che, ha detto, durerà un anno. La campagna, ha aggiunto Wang, dovrebbe concentrarsi su alcune delle aree-chiave dei diritti umani, tra cui la detenzione illegale, la tortura ed il maltrattamento dei detenuti. La regola del figlio unico è in vigore in Cina dal 1979 e si applica a tutti i residenti dei centri urbani.

I contadini, in caso il loro primo nato sia femmina, hanno diritto ad avere un secondo figlio. Casi di violenze e di aborti forzati si sono verificati durante la Rivoluzione Culturale (1966-76). La politica ha raggiunto lo scopo: il tasso di crescita della popolazione è oggi dello 0,7% e si prevede che entro il 2015 l’ India supererà la Cina come paese più popoloso del mondo, toccando il tetto di 1,4 milardi di abitanti.

Oggi nei grandi centri la politica del figlio unico ha perso molto del suo significato. Le giovani coppie seguono spontaneamente la regola che i giornali hanno chiamato "due redditi, nessun figlio", ed è raro che le donne decidano avere figli prima dei 30-35 anni. A Shanghai, l’amministrazione regionale ha operato un’inversione di tendenza, riunciando ad applicare sanzioni alle coppie che hanno un secondo figlio. Misure analoghe sono allo studio a livello nazionale. Il sociologo Li Weixiong, vicepresidente del comitato nazionale per la popolazione, ha denunciato gli "squilibri" creati negli anni scorsi dalla rigida applicazione della legge.

Li ha messo l’accento soprattutto sullo squilibrio tra maschi e femmine che, ha detto, rappresenta una "minaccia" per la costruzione di una società ricca e potrebbe portare ad un incremento del crimine. La tradizionale preferenza per i figli maschi, soprattutto nelle campagne, è alla base di questo fenomeno. Oggi in Cina nascono 117 maschi per ogni cento femmine, con punte di 130 nelle regioni del Guangdong e di Hainan, che sono tra le più ricche del paese.

Treviso: Progetto "Minori alla porta - adozioni a vicinanza"

 

Veneto Sociale, 7 ottobre 2004

 

"Adozioni vicine" di bambini figli di detenuti del carcere di Treviso che vivono nella nostra città eppure nessuno li conosce. Si tratta in molti casi di condizioni precarie, con grosse difficoltà economiche, abbandonate ai margini della società. Una recente indagine svolta in collaborazione con gli assistenti sociali dei CSSA di Venezia e gli educatori della casa circondariale di Treviso ha segnalato la presenza di numerose

situazioni di disagio, in cui i figli più grandi abbandonano la scuola per trovare una occupazione e i più piccoli vengono lasciati a casa tutto il giorno mentre la madre è al lavoro. L’iniziativa "Adozioni a vicinanza: gli occhi guardano lontano, il cuore vicino", lanciata in questi giorni dalla Caritas Tarvisina nell’ambito del progetto "Minori alla porta", riguarda proprio le famiglie dei detenuti della casa circondariale di Santa Bona.

Prevede di interessare parrocchie, gruppi, associazioni, coppie e singoli chiedendo un contributo economico mensile di 15 euro così da garantire attività scolastiche, cure mediche ed altri piccoli interventi per alcuni bambini in difficoltà.

Questa proposta rappresenta uno strumento importante per cominciare a informare e riflettere sulla complessa realtà del carcere, vero e proprio tabù per la nostra comunità. Le notizie sono sempre scarse – per non dire nulle –, così come le possibilità di ragionare intorno ai temi della devianza, della libertà e della pena, del recupero umano e sociale, degli affetti negati. Il progetto "Adozioni a vicinanza" desidera venire incontro anche a questa necessità di informare, muovere le coscienze, aprire degli interrogativi. A tutti coloro che desiderano partecipare all’iniziativa Caritas infatti verranno consegnati periodicamente dei fogli informativi sullo stato del progetto, la situazione dentro e fuori il carcere (fermo restando la garanzia di anonimato sia per chi dona sia per chi riceve).

Il progetto "Adozioni a vicinanza" intende inoltre costituire, formare e avviare un gruppo di volontari capaci di porsi in ascolto dei disagi di queste famiglie, di accompagnare alcune situazioni di emergenza, di attivare le risorse del territorio.

Infine a fronte di un’attività che si muove all’esterno delle mura del carcere la Caritas sta studiando la possibilità di promuovere anche alcune piccole iniziative dentro l’istituto di pena. Per coordinare tutte queste attività è stata costituita una apposita commissione che si ritrova periodicamente in carcere. Tra gli obiettivi prioritari si prefigge di coinvolgere il volontariato, mettere in rete le risorse del territorio e veicolare all’esterno di informazioni non deviate. Queste iniziative, a vario titolo, sono svolte in collaborazione con gli educatori del carcere, il cappellano e gli operatori del Centro di servizio sociale per adulti (CSSA).

Chi fosse interessato a ricevere materiale informativo sulle "Adozioni a vicinanza" e aderire all’iniziativa può contattare l’ufficio della Caritas Tarvisina allo 0422.576815 oppure inviare una mail all’indirizzo: caritas@diocesitv.it

Firenze: per stare con marito chiede carcere, non domiciliari

 

Ansa, 7 ottobre 2004

 

La separazione forzata dal marito, recluso nel carcere fiorentino di Sollicciano, ha spinto ieri una donna di 30 anni, G.G., fiorentina, ad evadere dalla propria abitazione ove era agli arresti domiciliari per furto aggravato ed a presentarsi la notte scorsa, verso le 23.00, all’ingresso principale di Sollicciano chiedendo in maniera molto agitata di essere reclusa insieme al marito.

Gli agenti della polizia penitenziaria in servizio di vigilanza hanno chiesto l’intervento dei carabinieri del Nucleo Radiomobile spiegando che c’era una persona all’esterno del carcere che stava dando in escandescenze.

I carabinieri hanno ascoltato la storia e le richieste della donna e si sono consultati col magistrato di turno. La donna non poteva essere accontentata. Così è stata riaccompagnata in casa agli arresti domiciliari, mentre per l’episodio di ieri notte è stata semplicemente denunciata a piede libero.

Civitavecchia: protesta agenti, il Sen. Saporito da Tinebra

 

Ansa, 7 ottobre 2004

 

Il sottosegretario alla Funzione Pubblica, Learco Spinoso, ha avuto un colloquio con il capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap), Giovanni Tinebra, in seguito alle agitazioni degli agenti di Polizia penitenziaria del complesso carcerario Aurelia di Civitavecchia.

Il sottosegretario - è detto in una nota - "ha chiesto al capo del Dap di esaminare la richiesta di incremento dell’organico degli agenti anche in relazione alle autorizzazioni che il ministero di Giustizia ha avuto per le assunzioni in deroga nel settore della Polizia penitenziaria".

La battaglia della polizia penitenziaria del carcere di Aurelia per ottenere un adeguamento dell’organico a quelli che sono i reali bisogni ha trovato un alleato importante. Infatti, il senatore Learco Saporito, sottosegretario di Stato per la Funzione Pubblica, dopo la protesta posta in essere dagli agenti l’altro giorno con la manifestazione programmata unitamente alla rappresentanza sindacale di categoria, ha avuto un colloquio con il Capo del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), presidente Giovanni Tinebra.

Il sottosegretario ha illustrato ampiamente il difficile quadro della situazione dell’Istituto Penitenziario ricordando lo stato di agitazione attuato sia pur settorialmente. Il senatore Saporito ha chiesto al presidente Tinebra di esaminare la richiesta di incremento dell’organico degli agenti anche in relazione alle autorizzazioni che il Ministero di Giustizia ha avuto per le assunzioni in deroga nel settore della polizia penitenziaria.

Come noto, la situazione di Aurelia è divenuta insostenibile. Ci sono infatti soltanto 230 agenti a fronte di 560 detenuti, in una struttura che dovrebbe ospitarne trecento. Da tempo la polizia penitenziaria attua lo "sciopero della mensa", e dopo la manifestazione di lunedì a piazzale degli Eroi è disposta a inscenare altre forme di protesta. Anche più clamorose.

Roma: ricerca comunale, ci sono 700 mamme tossicodipendenti

 

Redattore Sociale, 7 ottobre 2004

 

 

A Roma si stimano almeno 700 mamme tossicodipendenti: lo evidenzia l’Agenzia comunale tossicodipendenze, che ha promosso oggi alla Sala Rosi del V Dipartimento del Comune una giornata di lavoro sul tema "Genitori e figli nella rete dei servizi", analizzando l’intervento nei confronti dei minori con genitori tossicodipendenti.

Inoltre l’Act ha compiuto una ricerca sui propri utenti tra il ‘99 e il 2003, esaminando in particolare 124 casi e 348 persone assistite; lo studio - in collaborazione con le associazioni Saman Bambini nel Tempo, Ibis e l’Istituto G. Toniolo - indaga sulla genitorialità e la tutela dei figli minorenni toccati dal problema droga dei loro genitori. Tommaso Russano, istruttore direttivo amministrativo dell’Act, ha citato alcuni dati relativi agli utenti dell’Agenzia comunale nel 2003: 1.171 maschi, 238 femmine (il 17% del totale); ben il 34% di coloro che usufruiscono dei centri notturni di pronta accoglienza sono genitori, mentre la percentuale scende al 27% circa nei centri diurni e residenziali, al 24% nelle comunità.

Tornando alla ricerca, su 348 persone prese in carico (52,3% le femmine), i minori sono 123, di cui 79 maschi: ben il 35,3% del totale. Per quanto riguarda i casi esaminati, nel 70% delle volte si tratta di nuclei composti da 2 o 3 persone: 51 nuclei (41,1%) composti dal minore con i 2 genitori o parenti, 45 nuclei (36,3%) composti dal minore con un genitore o parenti. Compaiono anche genitori adottivi, nonni, coppie conviventi e non. Tra le 229 richieste di aiuto pervenute, 115 riguardano il sostegno psicologico (50,2% delle domande), a cui seguono l’aiuto pedagogico, legale, sociale e medico.

Analizzando la figura femminile maggiorenne, in 86 casi (62,3%) si tratta della madre naturale, in 21 della nonna (15%), in 11 della moglie (8%); seguono conviventi, compagne, ex conviventi e in un caso anche una bisnonna. Per quanto riguarda i 123 minori (da 0 a 16 anni), la fascia d’età più cospicua è rappresentata dai piccolissimi: 38 maschi e 24 femmine da 0 a 2 anni, il 50,4% del totale. La maggioranza degli adulti, invece, è compresa tra i 31 e i 40 anni: si tratta dell’87,8%, di cui 64 femmine e 44 maschi.

Gli adulti chiedono soprattutto aiuto per problemi psicologici (76%), ma anche psichiatrici (17,8%), e la percentuale sale sensibilmente se si considerano solo le donne (21%). Anche i minori lamentano disturbi psicologici (oltre il 54%) e ben l’82,2% denota il comportamento inadeguato dei genitori. Per 84 minorenni sono stati avviati – oltre a quelli psicologici, psicoterapeutici, legali, sociali e pedagogici - anche interventi neuropsichiatrici, psichiatrici, pediatrici e ginecologici.

"Nei Sert non è registrato il dato sulla genitorialità", ha osservato Daniela Moretti, assistente sociale dell’Act, ricordando che su 1.800 utenti tossicodipendenti della rete dei servizi cittadina "circa il 20% è genitore".

Numerosi temi sono stati affrontati durante la giornata: l’evoluzione della famiglia tossicodipendente nell’ultimo ventennio, maternità e tossicodipendenza, il lavoro in rete con tossicodipendenti e figli minori, i tempi del minore e i tempi della giustizia, il quadro delle esperienze romane, l’intervento di sostegno alla genitorialità, i report dai progetti romani, una tavola rotonda sulle nuove prospettive verso una rete cittadina di sostegno e tutela.

Pordenone: "un carcere contro la nostra umanità"

 

Il Gazzettino, 7 ottobre 2004

 

"Da troppi anni la comunità di Pordenone attende invano la costruzione del nuovo carcere. Nel frattempo i detenuti e il personale di polizia penitenziaria continuano a vivere in condizioni critiche. Spero che a breve si possa uscire da questa grave situazione, che non rispecchia l’umanità della gente friulana. Mi rendo disponibile, da subito, per la benedizione della prima pietra del nuovo istituto, che spero possa avvenire ben prima della prossima festa del corpo".

Con queste parole il Vescovo di Concordia-Pordenone, Monsignor Ovidio Poletto, ha chiuso la sua omelia nel corso della messa officiata, ieri mattina, nel duomo di Pordenone, in occasione dell’annuale festa della polizia penitenziaria. Alla cerimonia erano presenti le massime autorità civili e militari della nostra provincia, tra cui il Prefetto, il Questore, i rappresentanti di Comune, Provincia e Regione, i vertici del tribunale cittadino e molti pubblici ministeri, oltre a una folta delegazione di avvocati.

Nel suo intervento a margine della liturgia, il direttore della Casa Circondariale, Maria Vittoria Menenti, ha purtroppo dovuto ribadire le tristemente note condizioni di sovraffollamento in cui vivono sia i ristretti nel Castello sia coloro che quotidianamente vi lavorano. La Menenti ha però sottolineato la grande professionalità di tutti i dipendenti del Ministero della Giustizia, sia militari che civili che, non senza grandi sacrifici, riescono comunque a garantire una dimensione umana all’istituto, assicurando anche opportunità di rieducazione (attraverso la collaborazione del Ctp e di numerose associazioni di volontariato) e di reinserimento nella società civile.

Parole di elogio e ammirazione sono state spese per quei poliziotti in servizio a Pordenone che, alcuni mesi fa, sprezzanti del pericolo, durante la traduzione di un recluso da un carcere ad un altro, lungo il tratto lombardo dell’autostrada A4, hanno salvato la vita ad una donna vittima di incidente stradale, la quale era rimasta imprigionata nell’auto in fiamme.

Commovente è stato il momento in cui l’assistente capo Giuseppe Calvo ha invocato la preghiera per i colleghi defunti: si tratta dei giovani Gerardo Di Leo e Cristiano Pantoni, ma anche dell’indimenticato Emilio Melchiorre (per decenni gestore dello spaccio della prigione) e del volontario della San Vincenzo, Pietro Di Pauli, una vita spesa al servizio dei detenuti.

L’ultimo pensiero Calvo l’ha rivolto al figlio Francesco, deceduto, a soli 21 anni, in circostanze tragiche, solo due mesi fa. Terminata la messa, un lungo applauso ha salutato il cappellano dell’istituto di pena, don Luigi che, dopo tredici anni, per raggiunti limiti di età, si è congedato dal carcere, passando il testimone a don Piergiorgio, proveniente da Provesano.

Vicenza: apre lo sportello legale della Caritas diocesana

 

Redattore Sociale, 7 ottobre 2004

 

Apre i battenti stasera lo sportello legale di informazioni e consulenze gratuite voluto dalla Caritas diocesana per aiutare da un punto di vista giuridico le persone in una situazione di particolare bisogno. Sarà aperto tutti i giovedì dalle ore 19 alle ore 21, grazie ad alcuni professionisti che si sono messi gratuitamente a disposizione e che allo scopo hanno seguito un corso di formazione che si è svolto nei mesi scorsi e al quale hanno partecipato una quindicina tra avvocati e praticanti della provincia di Vicenza.

Lo sportello - che fornirà utili informazioni su temi come l’immigrazione, le problematiche legate al carcere, il diritto di famiglia, la tutela dei diritti per chi non ha una dimora stabile, o di persone con handicap fisici o psichici - gode dell’approvazione del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Vicenza e di Bassano del Grappa.

"Sempre più spesso – spiega don Giovanni Sandonà, direttore della Caritas diocesana – per uscire da un bisogno che diventa disagio è fondamentale avere le informazioni giuste. Non solo perché viviamo in una società sempre più complessa, ma anche perché sempre più spesso l’affermazione dei propri diritti esige una adeguata conoscenza delle norme che li regolano, sia per quel che riguarda le strutture preposte all’erogazione dei servizi inerenti ai diritti di cittadinanza come la casa, il lavoro o la salute, sia per quel che riguarda le norme preposte alla difesa dei diritti delle persone. Da tempo abbiamo cercato una proposta percorribile di servizio, confrontandoci anche con altre esperienze, come quella degli avvocati di strada di Bologna".

Da sottolineare che da tempo era attivo, presso gli uffici di Contrà Torretti a Vicenza, un servizio di consulenza legale, ma esso non era più sufficiente a rispondere alle crescenti richieste di informazione e di consulenza. "Per questo abbiamo pensato – aggiunge don Sandonà - di chiedere ad alcuni avvocati di mettere a disposizione la loro professionalità per un servizio di informazione legale gratuita. Le persone che si rivolgeranno allo sportello legale della Caritas riceveranno informazioni che permetteranno loro di affrontare in modo idoneo i problemi, se necessario saranno rinviati a una specifica tutela legale; in casi eccezionali la Caritas diocesana valuterà se assumerne la causa attraverso un percorso idoneo".

Varese: mille trecento firme contro il nuovo carcere

 

Varese News, 7 ottobre 2004

 

Sono 1300 le firme raccolte tra i cittadini di Bizzozero contro il nuovo carcere e a favore di un parco sovracomunale nell’area dei Duni. Questo il più immediato risultato di un’opera di sollecitazione promossa negli ultimi mesi da Varese Social Forum, Amici di Bizzozero, Lega Ambiente, Italia Nostra, Vas, il comitato per il parco cittadino e Coldiretti, impegnata a tutelare i diritti e gli interessi dei coltivatori il cui terreno è a rischio esproprio.

È un segno tangibile, dicono i promotori, di un movimento di opinione tra gli abitanti del quartiere che finalmente comincia a far sentire la propria voce, dopo tanta rassegnazione e sfiducia nelle decisioni prese dal Palazzo. Una voce che non si era levata prima, ma che è stata anche negata nelle sedi idonee.

"Volevamo fare una assemblea pubblica per discutere dell’argomento - lamentano gli Amici di Bizzozero - ma la circoscrizione si è arrogata il diritto di essere l’unica assemblea deputata alla discussione. E durante la discussione in sede di circoscrizione ci è stata negata la parola". I nemici dell’insediamento carcerario e abitativo in zona Duni, non demordono.

Alle viste si profilano altre iniziative: un possibile ricorso al Tar da parte di Coldiretti e forse un’iniziativa legale sulla scia dell’azione promossa dal Comune di Gazzada che chiedeva la sospensiva della delibera consigliare del 17 maggio scorso. Il Tar ha respinto la richiesta di sospensiva: "Attendiamo di leggere le motivazioni - dice Alberto Minazzi, di Lega Ambiente - poi decideremo la nostra azione".

Nel frattempo le 1300 firme in calce alla petizione che chiede di bloccare il progetto carcere e favorire la costituzione di un polmone verde sono già arrivate in comune. Con loro, anche le osservazioni alle due varianti connesse a quella del carcere: si chiede, in sostanza, tutelare la delicatezza idrogeologica dell’area, conservandone la destinazione agricola e boschiva. Sono 225mila i metri quadri di territorio agricolo destinati a qualificarsi come aree edificabili e impermeabilizzabili.

"Si tratta - dice Lega Ambiente - di una delle più perniciose iniziative di cementificazione che questa amministrazione tenta di far passare in spregio ai proclami di difesa dell’ambiente e dell’agricoltura varesina". Un precedente, rincarano, pericoloso che potrebbe fungere da legittimazione a futuri nuovi progetti pubblici e privati in aree verdi.

 

 

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