Rassegna stampa 18 giugno

 

Livio Ferrari: contro disastro occorre tavolo costituente

 

Asca, 18 giugno 2004

 

Nelle carceri italiane si vive una situazione "disastrosa" fatta di sovraffollamento, strutture spesso fatiscenti, mancanza di percorsi alternativi di pena e difficoltà di reinserimento nella società. A lanciare l’allarme, alla vigilia dell’estate, è la Conferenza nazionale volontariato giustizia che riunisce quasi 8 mila persone impegnate gratuitamente nei penitenziari italiani.

La Confederazione del volontariato penitenziario ha presentato stamane a Roma una rilevazione nazionale sul volontariato, ed il suo presidente Livio Ferrari ha chiesto la riunione di un "Tavolo istituzionale per ripensare una esecuzione penale diversa che dia maggiore dignità ai detenuti".

Ferrari ha parlato esplicitamente di "disastri" che si sarebbero perpetrati negli ultimi anni "malgrado la presenza sempre più massiccia di operatori esterni" e di "fallimento del carcere come luogo di recupero e reinserimento sociale di chi ha sbagliato.

Non capiamo - ha detto tra l’altro Ferrari - le proposte che vengono dal ministro Castelli che ha più volte dichiarato di voler costruire altre carceri. Eppure in Italia tutti continuano a sostenere che occorrono, invece, percorsi diversi da quello penitenziario".

Una prima risposta al mondo del volontariato è giunta dal vice capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, Emilio Di Somma che ha, tra l’altro, affermato di non "avere segnali di effervescenza" nei penitenziari italiani in vista dell’estate.

"Stiamo costruendo nuove strutture carcerarie - ha detto - non per aggiungerli agli altri, ma per sostituire i vecchi e per fare in modo che i 56 mila detenuti del nostro paese vivano, dappertutto, in maniera dignitosa".

Quasi 8 mila i volontari, la maggioranza sono donne

 

Asca, 18 giugno 2004

 

Una popolazione carceraria di oltre 54 mila detenuti, 201 strutture detentive in tutte le province italiane, quasi 8 mila tra volontari e operatori di cooperative sociali. Sono questi i dati diffusi oggi dalla Conferenza nazionale del volontariato di giustizia che, in collaborazione con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ha presentato presso l’ex Hotel Bologna di Roma la terza rilevazione nazionale sul volontariato penitenziario.

Uno studio dal quale emerge, tra l’altro, che attualmente il rapporto tra detenuti ed operatori esterni è di 7 ad uno, con forti oscillazioni tra le diverse aree geografiche del paese, con una situazione più favorevole al centro (4 detenuti per operatore non istituzionale) e quella meno del Sud dove si arriva a 14 detenuti per ogni operatore.

Ma dallo studio emerge anche che la presenza esterna al carcere si tinge sopratutto di rosa con una prevalente presenza femminile (52,6%) che nel mezzogiorno raggiunge quasi il 60%. I volontari regolarmente autorizzati dalle autorità carcerarie sono presenti nel 92% degli istituti penitenziari del nostro paese e svolgono una attività di segno molteplice.

Innanzitutto, emerge dal rapporto, i volontari nelle carceri si occupano di sostegno morale e psicologico ai detenuti ma anche di aiuto pratico. Rilevante anche l’attività di tipo religiosa, di animazione socio-culturale, accompagnamento per licenze o uscite premio e funzione "ponte" con il territorio e la propria famiglia.

Definita "importante" anche l’attività formativa e la consulenza giuridica. Il rapporto conferma il problema del sovraffollamento carcerario e lo stato di abbandono in cui versano "dal punto di vista dell’umanizzazione dell’internamento - ha spiegato oggi uno degli estensori del documento, Renato Frisanco - 4 dei 6 ospedali psichiatrici giudiziari mentre l’apertura agli stimoli esterni dipende ancora troppo dalla figura del direttore, che può essere diversamente illuminato".

Emilio Di Somma (Dap): l’indultino ci ha aiutato poco

 

Asca, 18 giugno 2004

 

Il cosiddetto indultino "ha aiutato poco" la situazione carceraria italiana. A sostenerlo è il vice capo del Dipartimento dell’Amministrazion penitenziaria Emilio Di Somma che stamane ha presentato la Terza rilevazione sul volontariato penitenziario promosso dalla Conferenza nazionale volontariato giustizia in collaborazione con lo stesso Dap.

Un documento che ha messo in evidenza ancora una volta la situazione difficile che si vive nelle carceri italiane. "Da parte mia - ha detto Di Somma - attenuerei i toni troppo tragici, anche se il Dap non nasconde la drammaticità di talune situazioni" legate, ha fatto intendere il vice direttore del Dipartimento, in particolar modo al sovraffollamento. Con l’indultino, ha quindi spiegato, si era calcolata la fuoriuscita di almeno 8-9 mila persone dalle carceri ma, ha spiegato Di Somma, "siamo per ora fermi a 4 mila".

L’attuale popolazione carceraria italiana (che ammonta ad un totale di 56 mila persone) ha un incremento annuo di 2 mila nuovi ingressi ogni anno. A fronte di ciò mancando, ad esempio, gli educatori che in pianta organica dovrebbero essere circa 1.500 ma che allo stato non superano le 570 unità. In questa situazione "il sollievo proveniente dall’indulto si è già assorbito anche se è vero che - ha detto Di Somma - senza questo provvedimento la situazione sarebbe stata peggiore ".

Sempre secondo il vice direttore del Dap i problemi principali che restano sul tappeto sono quelli dell’alto numero dei detenuti in attesa di giudizio, del mancato incremento del lavoro della magistratura di sorveglianza, della scarsa immissione nel mondo carcerario "di forze nuove di personale" ed, in ultimo, della quasi mancanza assoluta di sbocchi lavorativi per i detenuti.

Dap: con l’indultino sono usciti solo 4.000 detenuti

 

Vita, 18 giugno 2004

 

L’indultino non ci ha aiutato ad uscire dall’emergenza del sovraffollamento: a fronte di una previsione di uscita di 9 mila detenuti, siamo fermi a 4 mila. Lo ha detto Emilio Di Somma.

"L’indultino ci ha aiutato poco ad uscire" dall’emergenza del sovraffollamento delle carceri: a fronte di una previsione di uscita di 8-9 mila detenuti, "siamo fermi a 4 mila". Lo ha detto Emilio Di Somma, vice capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria ad un convegno sul volontariato in carcere. De Somma ha inoltre reso noto che al momento la popolazione carceraria si attesta su 56.500 detenuti (contro i 42 mila posti di capienza massima degli istituti), con un trend in crescita annuo di circa 2 mila persone. Per De Somma, il sovraffollamento potrebbe essere risolto ricorrendo al lavoro, "sarebbe la chiave di volta del problema delle carceri". Fra l’altro, attualmente, il numero dei detenuti condannati è lievemente superiore a quello di coloro che sono in attesa di giudizio. Tuttavia, per la prossima estate al Dap non ci sono "segnali di situazioni di effervescenza" per il malcontento negli istituti di pena. Inoltre, De Somma ha detto di apprezzare il lavoro dei volontari nelle carceri e che presto, da due concorsi, saranno assunti 500 educatori che si andranno ad aggiungere agli attuali 570 rispetto ad un organico che ne prevede 1.500. Il vice capo del Dap ha inoltre chiarito che l’ipotesi di costruire nuovi istituti rientra nella sostituzione di quegli istituti che non rispettano la dignità umana.

In Italia gli psicologi carcerari sono solo 600

 

Redattore Sociale, 18 giugno 2004

 

"Si parla di carcere quando c’è un allarme, quando un detenuto si suicida o evade. Il carcere, però, è una realtà che sta dietro le nostre porte, una realtà sociale, relegata alle periferie delle nostre città, che non si conosce e di cui non ci si rende conto". Chi parla è Daniela Pajardi, professoressa di psicologia giuridica all’Università di Urbino dove, oggi e domani, è in programma il convegno "Voci sul carcere, voci dal carcere". Due giorni per riflettere sul ruolo e l’identità dello psicologo penitenziario e su come la psicologia possa capire il contesto carcerario dei detenuti e degli operatori. "In Italia – sottolinea la professoressa Pajardi - gli psicologi carcerari sono 600. Per rendersi conto della proporzione con i detenuti, basta fare l’esempio di Pesaro: per 230 detenuti, c’è uno psicologo che ha a disposizione 30-40 ore al mese. La loro attività è stata regolata ufficialmente con la Riforma penitenziaria del ‘75. Un ruolo ristretto, dunque". Il problema, aggiunge Daniela Pajardi, è che "si tende sempre a ragionare, quando si parla di carcere, in termini di sicurezza. Gli investimenti maggiori sono quindi sugli agenti penitenziari più che sulla cura degli interventi". Il motivo? "Il carcere viene comunemente considerato solamente come punizione – prosegue -. È facile allontanare i problemi e gettare le chiavi. In questo modo, però, si trascura una questione semplice e fondamentale: per evitare recidive il carcere deve avere un altro scopo, ovvero quello di favorire le condizioni di risocializzazione dei detenuti".

I punti più deboli del sistema carcerario italiano, secondo l’esperienza maturata dalla professoressa Pajardi durante gli anni di ricerca all’Università, sono infatti principalmente due: "innanzitutto – sottolinea - la mancanza di investimenti sugli operatori che fanno trattamento, ovvero gli psicologi, gli assistenti sociali e gli educatori. Unito al fatto che gli agenti penitenziari, coinvolti anche loro nelle attività di trattamento, spesso non hanno la preparazione adeguata. Hanno, cioè, solo una formazione rivolta alla vigilanza". In questo modo, precisa la professoressa, il lavoro diventa molto pesante: "senza basi di conoscenza, diventa difficile evitare di finire in condizioni di stress". Per questo a Urbino è stato istituito il Primo Corso di Perfezionamento Universitario in Psicologia Penitenziaria (www.uniurb.it/psicologia/giuridica) - che si è appena concluso -, rivolto con diverse e specifiche finalità formative, a psicologi e operatori. "Un corso unico in Italia – precisa la professoressa Pajardi – aperto a psicologi e a operatori". Il secondo problema, invece, è la mancanza di attività dei detenuti: "chi sta in carcere – prosegue – finisce per trascorrere giornate senza fare nulla, nell’inerzia. Bisogna dare la possibilità ai detenuti di lavorare; non solo per evitare l’inattività, ma anche per insegnargli un mestiere, in modo che possano poi inserirsi nel mondo del lavoro al momento dell’uscita dal carcere. A Pesaro, ad esempio, è partito un progetto di risanamento delle aree verdi del carcere. Ai detenuti è stato fatto un corso di floricoltura e ora stanno rimettendo a nuovo tutte le aiuole". Al termine del convegno, sono in programma, questa sera, due rappresentazioni teatrali al Teatro Sanzio di Urbino (che saranno aperte anche al pubblico): alle 18 "Le Serve" di Jean Genet, della Compagnia Teatrale della Casa Circondariale di Pesaro e alle 19 "Scene di battaglia – briganti e pirati a Sud, ovvero il lavoro teatrale al Rebibbia Reclusione", della Compagnia Teatrale "Stabile Assai" della Casa di Reclusione di Rebibbia.

Nuoro: sulla morte di Luigi Acquaviva resta il mistero

 

L’Unione Sarda, 18 giugno 2004

 

"Il solco presente nel collo era compatibile col cappio e la morte arrivò certamente per asfissia meccanica. Non possiamo però dire con altrettanta certezza che fu causata da impiccamento". A oltre quattro anni dalla scoperta del cadavere di Luigi Acquaviva, il detenuto campano ritrovato impiccato alle sbarre della sua cella di Badu ‘e carros all’alba del 23 gennaio 2000, la sua morte continua ad essere un mistero.

Un giallo che neanche la consulenza dei periti Roberto Demontis e Vindice Mingioni è riuscita a risolvere del tutto. Ieri mattina, davanti al giudice Elena Meloni, i due esperti hanno deposto al processo contro gli otto agenti penitenziari accusati di essere gli autori del pestaggio a cui il detenuto sarebbe stato sottoposto la sera prima del suicidio e le cui tracce vennero rilevate nel corso dell’autopsia.

Pestaggio che - secondo l’impostazione dell’accusa - sarebbe scattato per vendicare l’onta subita da un collega nella mattinata di quello stesso 22 gennaio, quando Acquaviva si era armato di lametta e aveva preso in ostaggio per alcune ore una guardia (situazione drammatica risolta solo grazie all’intervento del suo legale, l’avvocato Antonello Spada che adesso, insieme al collega Antonello Cao, tutela i familiari del detenuto). Di quella spedizione punitiva avrebbero fatto parte Antonio Deidda, 43 anni, Vittorio Leoni, 45, Giovanni Dessì, 39, Franco Ignazio Trogu, 39, Guido Nurchi, 35, Mario Crobu, 43, Antonio Salis, 43, e Angelino Calaresu, 40, tutti accusati di lesioni. Calaresu deve inoltre rispondere di omicidio colposo perché - spiegò il pm all’apertura del dibattimento - "aveva il dovere di sorvegliare il detenuto e non lo fece".

"Sul corpo di Acquaviva - hanno ribadito in aula Mingioni e Demontis - rilevammo ecchimosi e lividi, alcuni risalenti anche ai giorni prima, certo non compatibili con l’impiccamento ma piuttosto con calci e pugni, e probabilmente anche con corpi contundenti come manganelli e spranghe o proiezioni contro ostacoli fissi".

Ma l’interrogativo più inquietante sul quale ci si è soffermati durante l’udienza di ieri è un altro: la morte di Acquaviva fu causata con certezza dal cappio, due calzini legati tra loro, che gli agenti gli trovarono attorno al collo? Fu, insomma, una morte per impiccamento? "Questo non lo possiamo affermare con sicurezza né escludere - hanno spiegato i due periti - e in ogni caso si trattò di un impiccamento atipico, sia perché non trovammo versamenti di sangue nel collo sia perché l’asola del cappio era abbastanza larga, e poi il nodo era laterale e non posteriore".

Altro particolare: sulle labbra del detenuto campano vennero rilevati dei segni particolari, simili a quelli lasciati dalla compressione contro una superficie omogenea. "È possibile che gli siano stati provocati dall’urto con le sbarre a cui era assicurato il cappio?" è stato chiesto dalla difesa (gli avvocati Giuseppe Luigi Cucca, Antonio Busia, Gianfranco Siuni, Lorenzo Soro e Pasquale Ramazzotti): "Lo escluderei, ma non posso dirlo con certezza perché non ci fu possibile vedere la cella" la risposta di Demontis. Poco dopo è toccato al professor Gian Aristide Norelli, che eseguì l’incidente probatorio sul cappio, sedersi sul banco dei testimoni. "I due calzini - ha spiegato - erano legati tra loro con un nodo a cravatta, il diametro del cappio era più piccolo di quella della testa del detenuto, ma era comunque compatibile col segno lasciato sul suo collo". Il processo riprenderà il 26 ottobre.

Avezzano: detenuto impiccato in cella, si indaga ancora

 

Il Messaggero, 18 giugno 2004

 

Non la digerisce proprio, il magistrato, questa strana morte del detenuto marocchino impiccatosi in cella di isolamento, qualche giorno fa ad Avezzano. Ieri presso la Procura della repubblica sono state convocate una decina di persone. L’inchiesta, insomma non è chiusa e la Procura della repubblica di Avezzano vuol chiarirsi ancora le idee su alcune incongruenze che determinarono quella strana morte.

È stato così che ieri negli uffici di via Corradini sono arrivati detenuti e guardie, accomunati nel singolare compito di testimoni. Il detenuto ebbe quella sera una discussone con alcuni suoi connazionali. Fu messo in isolamento ed il giorno dopo trovato morente con un lenzuolo al collo. Spirò qualche ora dopo al pronto soccorso.

Ne fu disposta l’autopsia che determinò strani segni sul corpo. Ora la salma è ritornata in Africa pare grazie ad una colletta effettuata da alcuni suoi compatrioti e grazie anche alla determinazione della povera madre giunta in Italia proprio per riprendersi quel corpo straziato.

Bari: terminato corso di formazione regionale del Cssa

 

Gazzetta del sud, 18 giugno 2004

 

L’amministrazione penitenziaria, per il miglioramento delle prestazioni erogate al cittadino fruitore ed al cliente interno, sta perseguendo come obiettivi prioritari: la trasparenza dei processi di servizio, l’individuazione di livelli di responsabilità nei singoli atti amministrativi, l’impostazione manageriale delle unità organizzative.

A tal fine i direttori titolari degli istituti penitenziari e dei Centri di Servizio Sociale per Adulti della Puglia sono convenuti a Bisceglie, presso il Nicotel, per partecipare al corso di formazione denominato "Metabolè", organizzato dal Provveditorato dell’Amministrazione Penitenziaria Regionale nell’ambito del progetto nazionale Co.Ra.M. (Consolidare e Rafforzare il Management nel Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) dell’Istituto Superiore Studi Penitenziari di Roma.

Il corso, condotto da un team di esperti formato dal responsabile dott. Pietro Guastamacchia, dal tutor dott.ssa Acquafredda e dall’assistente sociale Lobascio d’intesa con la responsabile alla formazione del P.R.A.P. dott.ssa Ricco, ha mirato al consolidamento e rafforzamento delle abilità, delle competenze e delle capacità dei direttori delle carceri. Dunque un "laboratorio" di esperienze nel quale stimolare l’attivazione di collaborazioni con Enti Locali, partner istituzionali ed imprenditoriali, iniziative promozionali delle attività penitenziarie e di reinserimento sociale del condannato, sviluppo di relazioni tra il sistema penitenziario.

I direttori infatti hanno un ruolo fondamentale e sono chiamati a sviluppare e ad individuare le strategie più equilibrate che possano soddisfare le contrastanti istanze insite nel circuito dell’ esecuzione penale e nel difficile compito di riscattare un luogo di esclusione e di limitazione trasformandolo in luogo di recupero dei soggetti condannati è operazione di grande difficoltà e di raffinato prestigio.

Prima del ripartire nelle rispettive sedi di servizio (Istituti Penali di Lucera, San Severo, Foggia, Trani, Bari, Turi, Taranto, Lecce; Centri di Servizio Sociale per Adulti di Foggia, Bari, Taranto e Lecce), i direttori hanno visitato il dolmen "la Chianca".

Il Volontario? In carcere!

 

Panorama, 18 giugno 2004

 

Sono sempre di più le persone che scelgono di dedicare una parte del loro tempo a chi è recluso in un istituto di pena. Oltre al sostegno psicologico, particolare attenzione è dedicata al reinserimento sociale dei detenuti.

A Bollate un successo l’esperimento hi-tech. Sempre più volontari scelgono di aiutare i carcerati. Complessivamente i volontari e operatori di terzo settore che operano nelle strutture detentive del nostro paese sono, infatti, 7.925 e rispetto alla rilevazione dell’anno precedente (6.746) sono aumentati del 17,5%. È uno dei risultati della terza inchiesta sul volontariato in carcere, un vero e proprio censimento realizzato in tutti gli istituti penitenziari dalla Conferenza nazionale volontariato giustizia, con l’appoggio del Dipartimento amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia.

 

Il sistema è vicino al collasso

 

Contemporaneamente ai volontari sono aumentati anche i carcerati: nell’ottobre 2003 gli istituti penitenziari ospitavano in media 273 detenuti per un ammontare complessivo di 54.659 detenuti, mentre nello stesso periodo del 2004 i detenuti erano in numero superiore sia nel complesso (56.148) che mediamente (275). Mentre le carceri italiane potrebbero contenerne al massimo 42mila.

"Il questo momento" denuncia il presidente della Conferenza nazionale volontariato e giustizia Livio Ferrari "abbiamo istituti che ospitano il triplo dei detenuti per cui sono stati costruiti. Il sovraffollamento favorisce la diffusione di malattie come la scabbia e la tisi". Se non ci fossero i volontari andrebbe anche peggio. "L’estate scorsa nel carcere romano di Regina Coeli" prosegue Ferrari "solo i volontari si sono occupati di procurare i farmaci indispensabili ai detenuti con l’Aids e sieropositivi, che altrimenti sarebbero morti".

Lo stress da sovraffollamento colpisce anche chi in prigione ci lavora: "La polizia penitenziaria" sostiene il presidente della Cnvg "conta 46 mila agenti, ma solo 30mila sono in grado di lavorare. Gli altri sono in malattia, spesso per problemi di natura psicologica o nervosa".

 

Squilibrio tra nord e sud

 

La presenza dei volontari e degli operatori sociali varia molto da regione a regione: il record positivo è nel Lazio, con un operatore ogni 3 detenuti, quello negativo della valle D’Aosta (1 ogni 60). Tuttavia, in generale, il volontariato in carcere è più diffuso nel nord che nel sud. Complessivamente le persone attive inserite stabilmente nelle carceri italiane come volontari sono 7.323 di cui poco meno della metà presenti nelle strutture settentrionali (45,8%).

Lo squilibrio territoriale delle forze in campo è ancora meglio evidenziato se si considera che gli istituti penitenziari del Nord rappresentano il 34,% deltotale e i detenuti ivi presenti il 39,6%. Se in un solo dei 68 istituti detentivi del Nord i volontari sono del tutto assenti (Belluno), al Centro sono 2 (nelle Marche e in Toscana) e al Sud ben 13 le strutture sprovviste di tale presenza (di cui 8 sono ubicate nelle due isole).

Secondo gli autori dello studio questo squilibrio è dovuto a due ragioni: "La prima è la presenza massiccia nelle carceri di detenuti appartenenti alla criminalità organizzata che inibiscono la disponibilità al servizio in carcere da parte della comunità esterna, la seconda è che ancora oggi diversi direttori di istituto si oppongono alla presenza di volontari".

Nell’indagine i volontari sono divisi in tre categorie: gli operatori di cooperative sociali, i volontari autorizzati a entrare in carcere in base all’articolo 17 della legge 354/75, che riguarda i membri di gruppi educativi e di promozione sociale, e quelli autorizzati in base all’articolo 78, cioè i cosiddetti assistenti volontari, che si occupano del sostegno morale e materiale di singoli detenuti.

 

Le attività dei volontari

 

I volontari offrono soprattutto sostegno morale e psicologico, un’attività che è presente nel 79% dei 200 carceri esaminati. C’è poi l’assistenza materiale vera e propria, che consiste soprattutto nel portare indumenti ai carcerati più poveri, senza famiglia o extracomunitari, che non hanno la possibilità di ottenerli in altro modo. Seguono le attività religiose, sia quelle a spiritualità cristiana che di altre confessioni per la elevata presenza nelle carceri italiane di immigrati che chiedono di poter professare la propria fede religiosa da cui ricavare anche un conforto morale e un contatto culturale in un momento difficile della propria vita.

Approssimativamente nel 50 per cento degli istituti penitenziari vengono praticate attività di accoglienza e accompagnamento per licenze o uscite premio, e le attività di animazione socio-culturale, da quelle sportive-ricreative, a quelle culturali e teatrali. In 4 istituti su 10 viene curato il reinserimento sociale dei detenuti. Ben rappresentate sono le attività formative con quote percentuali comprese fra il 28 e 35%; da quelle di tipo scolastico, ai gruppi di discussione tematici, conferenze, fino a corsi di formazione e laboratori, e l’orientamento professionale.

Anche il prestito di libri e riviste e la gestione della biblioteca dell’istituto e la redazione di un giornale interno sono organizzati da volontari, mentre l’attività di consulenza legale è marginale.

Catania: in agitazione medici e infermieri penitenziari

 

La Sicilia, 18 giugno 2004

 

Niente stipendi da novembre 2003. E alcuni dei medici e degli infermieri dell’Istituto penitenziario di Bicocca, hanno deciso di far valere le proprie ragioni, attraverso un decreto ingiuntivo per ottenere il pagamento delle spettanze arretrate. I professionisti in attesa sono in tutto 6 medici e 8 infermieri, più un gruppo di specialisti a contratto di convenzione con rapporto libero professionale. L’accordo prevede il pagamento di ogni mensilità massimo entro 30 giorni.

"Dopo diciotto anni di assidua attività e sacrificio - afferma Domenico Grasso, responsabile nazionale Medici penitenziari - dopo tanti rischi sofferti in prima linea testimoniando una presenza di solidarietà e professionalità a fianco degli emarginati, questi professionisti concertano, compatti, l’abbandono dell’Istituto penitenziario di Bicocca, lasciando privi di assistenza i detenuti. Il malcontento, l’indignazione e la rabbia sono i sentimenti che albergano negli animi dei medici ed infermieri penitenziari che dal novembre 2003, inspiegabilmente, non percepiscono lo stipendio. Ogni logica, ogni principio è stato calpestato. È stato chiesto al direttore per quale motivo non sia stato dato seguito ai pagamenti, a chi si debba attribuire tale comportamento interte e quali provvedimenti si intendano adottare nei confronti di coloro che non hanno provveduto a compiere gli atti del loro ufficio. Nessuna risposta è stata data".

Il direttore dell’Istituto penitenziario di Bicocca, Giovanni Rizza, replica in questi termini: "Ancora non ci è giunto riscontro ufficiale del decreto ingiuntivo. Ad ogni modo, oltre a confermare il forte apprezzamento per il lavoro svolto da questi professionisti, devo esprimere tutto il nostro dispiacere per i ritardi nei pagamenti.

Ci risulta che non sono state pagate le mensilità di novembre e dicembre 2003 e ciò dipende da una situazione complessiva, a livello nazionale. Il ministero ha messo in atto una politica di contrazione delle spese, con evidenti conseguenze in tutte le strutture. A Bicocca, nonostante un’attenta programmazione delle spese, ci siamo trovati davanti a un aumento delle spese per alcuni farmaci particolari e per lavori di manutenzione alla struttura. Questa situazione può aver creato una sofferenza in un capitolo di bilancio specifico, che comunque contiamo di attenuare prima della fine dell’estate con l’arrivo della quota di fondi residui del 2003 da parte del ministero".

Umbria: dalla regione programma per lavoro ai detenuti

 

Adnkronos, 18 giugno 2004

 

Formazione professionale per i detenuti nei penitenziari dell’Umbria. È questo il tema al centro del convegno "Analisi dei fabbisogni formativi e definizione di un modello di intervento a favore della popolazione carceraria", organizzato oggi a Perugia dall’Agenzia Umbria Lavoro.

L’iniziativa si inserisce nell’ambito delle attività affidate alla Aul dalla regione Umbria, per il Patto per lo sviluppo dell’occupazione. Dall’ultima rilevazione della popolazione carceraria effettuata dal ministero della Giustizia, le persone recluse nei 5 penitenziari della regione sono circa 1.000, con una percentuale di extracomunitari a Perugia e a Terni che si attesta al 57,4%.

"La lettura di questi dati - ha spiegato il direttore dell’Agenzia Umbria Lavoro Fabio Landi - deve orientare verso percorsi che coinvolgano le istituzioni e il mondo privato sociale in una rete di sostegno all’integrazione di queste persone, attivando iniziative anche con gli altri Stati. La regione, competente sulle politiche del lavoro e della formazione, prevede interventi a favore delle fasce deboli, come i detenuti". Durante l’incontro infine, è stata evidenziata la necessità di coinvolgere le imprese per favorire l’inserimento lavorativo dei detenuti in semi-libertà.

La cantante Dolcenera visita il Carcere Minorile di Roma

 

Adnkronos, 18 giugno 2004

 

Dolcenera, vincitrice del 53esimo Festival di Sanremo sezione giovani con "Siamo tutti là fuori", incontrerà domani i ragazzi del carcere minorile Casal del Marmo di Roma regalando loro, a titolo assolutamente gratuito, un pomeriggio diverso.

"Ho accolto con entusiasmo l’invito del Direttore del carcere, e sono convinta che per questa giusta causa varrà la pena di uscire dallo studio di registrazione dove sto lavorando al mio secondo album" ha affermato l’artista che ha sottolineato come "giusto pochi giorni fa, durante un’intervista, ho dichiarato che continuerò a scrivere canzoni finché la musica avrà il potere di aiutare".

 

 

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