Il nuovo carcere

 

L'Inaugurazione che non si doveva fare

di Mattia Feltri

 

 

Libero, 7 aprile 2004

 

Un brindisi di troppo per il nuovo carcere

 

Lunedì hanno inaugurato un carcere alla presenza delle massime autorità eccetera eccetera, esattamente come si inaugura un centro commerciale, un parco giochi, come si vara una nave. La notizia diffusa in agenzia era scarna: si parlava della prigione di Sant'Angelo dei Lombardi, provincia di Avellino, distrutta dal terre- moto del 1980 e finalmente rimessa in piedi. C'era il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, c'era il sottosegretario, il sindaco, la rappresentanza degli avvocati, dei magistrati e dei vigili urbani. Il ministro ha detto che tutti questi anni per tirare su un edificio sono troppi e comunque, ha detto, entro il 2014 ne saranno costruiti altri ventitré. I discorsi si sono succeduti secondo l'ordine canonico e gerarchico e tutti avevano una considerazione della quale mettere a parte gli illustri convenuti.

C'è stato un disguido o chissà che cosa, ed è saltato l'intervento del delegato della magistratura e ne è nato un putiferio perché quando si spalancano le porte di un penitenziario non si può prescindere dalle riflessioni e dagli auspici della categoria togata. Poi devono aver tagliato il nastro o una roba del genere e deve essere seguito il rinfresco con il catering. Una notizia fra mille, no? Una cosa normalissima. Forse normalissima, forse no. Perché c'era qualcosa che non tornava. C'era la parola "carcere" e c'era la parola "inaugurazione" e queste due parole non legano, non si accompagnano, stridono. Non si inaugura un carcere. Lo si progetta, lo si costruisce, lo si apre e purtroppo lo si riempie. Ma non lo si inaugura. L'inaugurazione porta con sé un senso di festa, un po' sgangherata e un po' plateale, la fascia tricolore sui petti istituzionali, la banda strombazzante, lo zucchero filato, l'applauso, la sganasciata contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare che lancia la bottiglia di champagne per bagnare l'evento. Naturalmente lunedì non è successo nulla di tutto ciò. Non è stato consegnato in gran pompa il primo pigiama a righe al primo recluso, non è stata frantumata la magnum di millesimato sulle inferriate del primo ospite.

Crediamo non sia stata suonata una sola marcetta, ma c'era l'inaugurazione, una cerimonia che sottintende l'orgoglio, il ben fatto, il successo. Sappiamo benissimo quanto le galere siano indispensabili, ma sappiamo altrettanto bene che non potranno mai essere un vanto. Sfortunato quel paese che ha bisogno di mettere sotto chiave i propri cittadini, e siccome non c'è paese affrancato da questo bisogno, povero il nostro genere umano. Ma non se ne faccia lustro, almeno. Non si inaugurano le gabbie così come non si inaugurano i patiboli o i cimiteri. Non si inaugurano i luoghi di sofferenza, anche quando si è persuasi di infliggere sofferenza per una buona causa, coma la tutela della comunità. Non ci si riunisce secondo casta, non si pronunciano discorsi beneaugurati, non ci si stringe la mano compiaciuti. Basta limitarsi a consegnare le chiavi a chi dovrà aprire il portone, lasciare che venga aperto in silenzio e le celle occupato nel mutismo luttuoso del fallimento. A quel punto, il buon amministratore può ritirarsi in ufficio a escogitare il sistema per aprire un carcere in meno.

P.S. Perché la prigione fosse inaugurata meglio, prima ci hanno portato dentro diciotto detenuti.

 

 

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