Comunità di San Martino al Campo

 

Un volontario non accetta le critiche a don Vatta


Il Piccolo, 9 aprile 2003

Nessuno ha il diritto di offendere chi ha il coraggio di denunciare i disagi patiti dentro il carcere


Da diversi anni quale volontario della Comunità di San Martino al Campo frequento la Casa circondariale di Trieste. Inizialmente con singole autorizzazioni ai colloqui e dal 1998 come assistente volontario penitenziario.

In questi anni, sebbene più volte sollecitato da detenuti incontrati in carcere, ho quasi sempre cercato di evitare di dare spazio alle loro lamentele sulla vita carceraria invitandoli a rivolgersi alle autorità competenti. Ora sono sempre più consapevole che per i detenuti è molto difficile – se non praticamente impossibile – cercare di far valere quei loro diritti che ritengono calpestati. Ciò, in particolare, quando i responsabili si possono individuare nella stessa organizzazione carceraria e, quindi, qualsiasi reclamo rischia di peggiorare la vita in carcere. Anche per me, volontario, non è facile intervenire perché il carcere è un mondo che poco gradisce le intrusioni degli estranei e, quindi, per poter continuare a entrare e a operare in favore dei detenuti sono costretto a muovermi con estrema delicatezza e diplomazia accompagnate da tanta – ma proprio tanta – pazienza. Essendo venuto a conoscenza di alcune situazioni e avendo colto un certo malessere per il non sempre corretto funzionamento del carcere, per farmi chiarezza ho sentito il bisogno di raccogliere in un promemoria alcuni episodi e certe inosservanze – o da me ritenute tali – di quanto previsto dal "Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà". Dal suddetto promemoria, don Mario Vatta, come sempre estremamente sensibile ai problemi degli "ultimi", ha tratto materiale per parlare al convegno dal titolo "La città sconosciuta: povertà e disuguaglianza a Trieste" ritenendo che anche il carcere sia parte della città sconosciuta e che i detenuti, specialmente quelli coinvolti in disservizi, rappresentino una forma di povertà estrema.
Luogo sbagliato? Modi sbagliati? Ognuno al riguardo ha la sua opinione. Ma qual è il luogo, quali sono i modi per descrivere "episodi sporadici di temporanei e modesti disservizi"? In particolare, se alcuni disservizi riguardano problemi di tipo lavorativo, un convegno organizzato da un sindacato non può essere il luogo giusto per stimolare le organizzazioni sindacali a prendersi cura anche dei lavoratori-detenuti?

A mio avviso, non tutto ciò che non funziona può essere imputato a "gravi carenze di risorse economiche e di personale" e tra gli episodi segnalati forse alcuni sono sporadici ma i disservizi, specialmente per il detenuto che li subisce possono essere pesanti. Si può chiamare "modesto disservizio" il caso – spero unico – di quel detenuto semi-libero che a causa di un incidente stradale accadutogli mentre si recava al lavoro rimaneva chiuso al Coroneo e per la mancata denuncia alla ditta e all’Inail veniva licenziato e non gli veniva riconosciuta l’indennità di infortunio? Il non essere in grado di provvedere al sostentamento dei figli si può chiamare "modesto disservizio"?
Questo non significa però che io abbia voluto o voglia demonizzare tutto e tutti e non sappia riconoscere l’importante lavoro che, nonostante la cronica carenza di organico e di risorse economiche, viene svolto, in particolare, dagli educatori e dalla Polizia penitenziaria. A tale proposito già nel gennaio 2001, assieme alla Comunità, avevamo segnalato al Dap la carenza di organico. Ancora oggi ci sono solo due educatrici per oltre 200 detenuti: incredibile! Inoltre, negli ultimi mesi è stata fatta opera di sensibilizzazione per reperire risorse atte a migliorare anche le condizioni di vita degli agenti della polizia penitenziaria.

"Diritti calpestati: facile dirlo, facile indicare i cattivi, facile giudicare", afferma il direttore. Io, invece, dico che è ancora più facile star zitti, più facile lasciar perdere, più facile farsi gli affari propri. Però, se un giorno don Vatta – io o altra persona – descrive episodi di disagi patiti dai detenuti, capisco che con lui si possa dissentire e che certi fatti possano essere smentiti ma assolutamente non ritengo che don Mario, o chiunque altro, debba venir offeso. Perché voler far diventare un problema politico quello che è soltanto un discorso tecnico? Reputo particolarmente offensivo e fuori luogo – come invece insinua il direttore – voler far diventare le osservazioni fatte da don Vatta un mezzo per "rafforzare quei sentimenti di odio che ambienti della politica, estremistica e non, da anni alimentano verso chiunque sia a servizio dello Stato e indossi, semmai, un’uniforme o debba comunque assicurare l’ordine o la sicurezza pubblica".

Perché offendere in modo così pesante e gratuito? Mi sento proprio offeso, offeso nel più profondo. Non importa. Fondamentale è che i detenuti non debbano subire ripercussioni negative da questa diatriba ma – auspico sinceramente – possano veder diminuire anche gli "episodi sporadici di temporanei e modesti disservizi". Per quanto mi riguarda cercherò di trovare ancora pazienza, tanta pazienza, consapevole di non essere solo perché – citazione del direttore – "Dio infatti è con i pazienti".

 

Paolo Scalamela, vicepresidente della Comunità S. Martino al Campo

 

 

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