L'Opinione delle carceri

 

De profundis, voci da dietro le sbarre

 

L’Opinione on line, 12 ottobre 2004

 

Morire di carcere, dossier settembre 2004

Centaro peggio di Violante?, di Mauro Mellini

La banda di Rebibbia suona il rock, di Francesca Mambro

Morire di carcere, dossier settembre 2004

 

Suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, overdose. Nel solo settembre altri 10 detenuti sono "morti di carcere": 6 per suicidio, 2 per malattia, 2 per droga. Pubblichiamo le statistiche del sito Ristretti orizzonti che come ogni mese tiene la macabra contabilità.

I mass-media sono troppo spesso indifferenti a quanto accade nelle carceri italiane e diventa sempre più difficile raccogliere le informazioni per produrre il dossier: pertanto invitiamo giornalisti, operatori sociali, detenuti e loro parenti, a segnalarci i casi di cui vengono a conoscenza. Il dossier "Morire di carcere" è uno strumento importante perché il carcere sia davvero "trasparente" ed i diritti delle persone detenute siano rispettati, primi fra tutti il diritto alla salute e alla vita. Lo mettiamo a disposizione di tutti, in assoluta gratuità. Il "contraccambio" che vi chiediamo è di collaborare alla sua redazione.

 

Assistenza sanitaria disastrata: 1 agosto 2004, Carcere di Padova

Giuliano Giulioli, 74 anni, muore in carcere, sembra per un’allergia. La sua storia è raccontata a "Ristretti Orizzonti", da un compagno di detenzione.

Caro amico Giuliano, ti vedevo passare tutte le mattine su e giù per la sezione per racimolare qualche sigaretta, ma da me non ti sei mai fermato, forse perché dissuaso della mia espressione truce o, più probabilmente, perché, da persona sensibile qual eri, avevi capito e rispettavi la mia scelta. In tanti mesi ti sei fermato due volte, forse perché eri più disperato del solito: ti diedi le sigarette ma chiusi la porta a qualsiasi dialogo. Poi iniziai a lavorare e, almeno in parte, fui costretto a rivedere la mia scelta; tu rinunciavi alla pietanza ma ti faceva piacere un mestolo in più di pasta e io ti accontentavo con piacere.

Un giorno mi fermasti: "Marino, ho finalmente ricevuto la pensione, di qualsiasi cosa tu abbia bisogno vieni da me". Fui colpito da queste tue parola: cosa avevo fatto per meritarmi una simile riconoscenza? Naturalmente mi guardai bene dall’accettare l’offerta, ma mi avevi incuriosito e così mi interessai a te. Venni a sapere che avevi 74 anni (tu in doccia, nostro unico punto d’incontro, scherzavi dicendo di averne 37, e poi, con una risata, aggiungevi "per gamba"), che ti eri costituito, venendo dalla Spagna dove vivevi, per una pena definitiva vecchia di 20 e più anni; la tua salute era precaria, se mi passi questo eufemismo, e non avevi nessuno all’esterno che si interessasse a te.

La giustizia è una macchina crudele, scevra di sentimenti, una fredda calcolatrice - colpa-espiazione -, che non si è sentita in dovere di andare a vedere che eri un anziano malato e non in condizioni di nuocere alla società, anzi con gli anziani si sente esentata anche dal dovere di tentare un reinserimento futuro. Dicono che la pena non deve essere una vendetta ma un periodo di riflessione che possa portare a un ravvedimento… dicono! Mi chiedo di cosa potevi ravvederti a 74 anni e in quelle condizioni. Ogni tanto alla mattina eri irriconoscibile tanto eri gonfio, ma credo che nessuno si sia preso la briga di verificare davvero i motivi di questo: per loro eri unicamente la matricola 5560.

Credo che tu fossi un uomo orgoglioso e giusto: ho saputo che Ilirian, che si era affezionato a te, ti aveva proposto di passare in cella con lui, così ti sarebbe stato vicino prendendosi cura di te, ma tu hai rifiutato consapevole di avere un carattere impegnativo. Eri solo, ma fiero, e non accettavi pietismi. Venendo a conoscenza della mia fede bianconera ti compiacevi di parlarmi della nostra Juventus, ma ciò che non dimenticherò mai è il tuo modo di salutarmi. Quando mi vedevi passare davanti alla tua cella, i tuoi limpidi occhi azzurri comunicavano la gioia sincera del tuo saluto che aveva il potere di scaldarmi il cuore: tu che non avevi nulla possedevi ciò che pochi hanno.

Una mattina di qualche settimana fa ci siamo svegliati e tu non c’eri più, nella notte alle prime ore di ferragosto sei stato male e ti è stato concesso tutto il tempo necessario per morire. Ho la sensazione che l’indifferenza ti abbia accompagnato anche in quest’ultimo passo, per frantumarsi, solo poi, in una tardiva presa di coscienza. In parecchi di noi hai lasciato un grande vuoto perché ci siamo resi conto, una volta di più, che qualsiasi essere umano, bianco o nero, ricco o povero, deviante o onesto, è una miniera in cui non si è attinto mai abbastanza. Queste poche righe vogliono essere un ricordo che spero ti accompagni, ovunque ti abbiano sepolto.

(Marino Roviera, per Ristretti Orizzonti, settembre 2004)

 

Suicidio: 2 settembre 2004, Carcere di Lecco

Detenuto rumeno, di 40 anni, si impicca in cella. L’uomo era stato arrestato lo scorso febbraio ed era in attesa di giudizio per violenza sessuale continuata sulla figlia oggi ventenne. A Como la Procura ha aperto un’inchiesta per accertare le effettive cause e circostanze della morte dell’uomo. L’accusato avrebbe lasciato uno scritto per spiegare come ormai non potesse più reggere il peso di una simile accusa.

A denunciare l’uomo era stata la figlia, sostenendo di essere stata violentata ripetutamente sin da quando aveva 12 anni e si trovava ancora in Romania. A supporto delle sue accuse la giovane aveva fornito una cassetta audio. Il padre si difendeva sostenendo che la figlia lo aveva seguito volontariamente in Italia. In Romania era rimasta la prima moglie con altri figli. Secondo l’uomo, a scatenare la vendetta della figlia sarebbe stata la volontà di portare in Italia una seconda compagna. La Procura di Lecco, però, dopo aver raccolto la denuncia della figlia, aveva chiesto e ottenuto un provvedimento di custodia cautelare in carcere per l’accusato.

(Ansa, 7 settembre 2004)

 

Suicidio: 6 settembre 2004, Carcere di Sassari

Detenuto di origine bosniaca, di 33 anni, si uccide impiccandosi. (Radiokalaritana, 21 settembre 2004)

 

Suicidio: 7 settembre 2004, carcere di Livorno

Luca Visconti, 36 anni, originario di Marano (Napoli), si impicca con le lenzuola alla grata del bagno della sua cella. L’uomo, originario di Marano (Napoli), era stato fermato dalla Polfer maremmana per un normale controllo e arrestato perché risultato inadempiente all’obbligo di dimora. Processato per direttissima, Visconti aveva patteggiato una pena di otto mesi di reclusione e trasferito a Livorno. È il terzo suicidio negli ultimi tre mesi nel carcere delle Sughere.

(Il Manifesto, 08 settembre 2004)

 

Morte per assistenza sanitaria disastrata: 11 settembre 2004, Carcere di Padova

Paolo Marchitiello, 44 anni, muore in cella, per infarto cardiaco. Doveva scontare una pena minima, sarebbe stato libero entro un mese. I parenti hanno chiesto l’autopsia. L’uomo era sposato, con due figli, ed era stato condannato per alcuni reati minori. Il direttore della casa di reclusione, Salvatore Pirruccio, ha dichiarato: "Purtroppo non c’è stato nulla da fare. Il detenuto, già sotto costante osservazione per problemi cardiaci, che comunque non risultavano gravi, è stato colto improvvisamente da infarto e, nonostante il prodigarsi dei medici del carcere e del personale del 118, tempestivamente intervenuto, è deceduto". (Il Mattino di Padova, 13 settembre 2004)

Paolo è morto in carcere perché era solo un poveraccio sprovveduto. Di Paolo in cella sono rimaste la macchia del rigurgito polmonare sul pavimento, la chiazza sulle lenzuola "di casanza" provocata dal rilassamento della vescica e le sue povere cose che, due ore dopo, ho dovuto mettere in un sacco nero di plastica e consegnare a magazzinieri meravigliati di quanto poco possedesse. Qualcosa so di Paolo. So che aveva lavorato per 25 anni come verniciatore, emigrando anche in Germania, e che i solventi gli avevano corroso i polmoni, rendendolo invalido.

So che aveva avuto un grave incidente che lo aveva sciancato, facendogli trascinare la gamba e costringendolo a fare iniezioni per il mal di schiena. So che viveva da solo perché aveva divorziato da poco e l’evento lo aveva fatto soffrire parecchio. So che aveva due figli piccoli che non lo conosceranno. Proprio venerdì sera, non so come, il discorso era caduto sulla morte e lui mi aveva detto: "A me interessa vivere solo finché i miei figli saranno maggiorenni".

Qualcosa so di Paolo. So che non era un criminale, ma un poveraccio, come ce ne sono tanti. So che non avrebbe mai dovuto entrare in carcere per una condanna di tre mesi. So che, con le patologie di cui soffriva, non avrebbe dovuto finire in carcere nemmeno con una condanna a tre anni. So che non avrebbe dovuto morire lontano dai suoi cari nella squallida cella di un carcere. Ma perché è morto Paolo? Puntare il dito solo sulle inefficienze del sistema medico carcerario e sui tagli che da tre anni a questa parte si abbattono sulla sanità penitenziaria sarebbe sin troppo facile e scontato.

Paolo è morto in carcere perché era solo un poveraccio sprovveduto. È morto perché forse il suo avvocato non ha ritenuto remunerativo preparare le tre-quattro carte che gli avrebbero facilmente evitato di finire dentro. È morto perché non si chiamava Tanzi e quindi non meritava una veloce corsa in ospedale al minimo accenno di malore. È morto perché l’opinione pubblica, che è formata da poveracci come lui, continua a sostenere un sistema dove i ricchi, i potenti e gli ammanicati sono "più uguali degli altri".

È morto perché la stragrande maggioranza della nostra società civile soffre di una comoda presbiopia congenita che la fa reclamare e acclamare solo per i problemi distanti, molto distanti, possibilmente oltremare, perché cominciare a salvare le vite sottocasa sarebbe indegno, troppo poco nobile, perché significherebbe sporcarsi le mani sul serio. È morto anche per causa mia. Perché non ho dato retta al mio primo istinto che mi spingeva a svegliarlo quando forse non era ancora troppo tardi. La differenza è che il mondo continuerà a ignorare Paolo, che ormai è solo un numero di una statistica, mentre io per il resto dei miei giorni sarò tormentato dal dubbio se avrei potuto salvarlo e per il resto dei miei giorni i suoi occhi sbarrati e privi di vita continueranno a osservarmi, rivolgendomi la loro silenziosa domanda: perché?

 

Suicidio: 15 settembre 2004, Carcere di Civitavecchia

M.C., detenuto polacco di 45 anni, si impicca con la cintura dei pantaloni all’interno della sala hobby della casa circondariale. Apparentemente, l’uomo non aveva nessun motivo per compiere l’insano gesto, anche perché aveva ormai scontato quasi completamente la sua pena. Silvana Sergi, direttrice del carcere, commenta così il suicidio: "Una vicenda che ci ha colpito profondamente, non solo noi operatori del penitenziario, ma anche tutti i detenuti. Era stato condannato per omicidio e doveva scontare gli ultimi cinque anni, ma sarebbero stati i più tranquilli, perché erano già state avviate le pratiche per il permesso di uscita e rientro la sera".

Il deputato dei Ds Pietro Tidei ha rivolto un’interrogazione urgente al ministro di Grazia e Giustizia Roberto Castelli, chiedendo di conoscere particolari precisi sull’accaduto. L’esponente del centrosinistra ha sottolineato che "i numerosi analoghi precedenti pongono inquietanti interrogativi sulle condizioni della detenzione e sui livelli di vigilanza, in particolare in considerazione delle ricorrenti proteste degli agenti di custodia e dei sindacati che li rappresentano, che da tempo rivendicano un adeguamento degli organici al numero dei detenuti, denunciano il sovraffollamento della struttura penitenziaria e una serie di carenze organizzative".

(Il Messaggero, 16 settembre 2004)

 

Suicidio: 20 settembre 2004, Carcere di Sassari

Detenuto marocchino di 25 anni si uccide in cella. Il giovane extracomunitario sembra soffrisse di crisi depressive, acuitesi nell’ultimo periodo di detenzione. È riuscito ad eludere la stretta sorveglianza che l’amministrazione del carcere gli aveva riservato.

(Radiokalaritana, 21 settembre 2004)

 

Overdose: 22 settembre 2004, Carcere di Piacenza

Khemal Beaumot, 32 anni, algerino, muore in cella sette ore dopo l’arresto, nonostante il soccorso del medico del carcere. Inizialmente la morte era sembrata conseguente ad una crisi epilettica ma l’autopsia, disposta dalla Magistratura sulla salma, ha invece stabilito che il decesso è avvenuto per overdose. Il giovane era stato arrestato dalla polizia perché trovato in possesso di 15 grammi di cocaina ed era probabilmente riuscito ad inghiottire una parte dello stupefacente che aveva con sé, ma il gesto gli è costato una fine atroce.

(Ansa, 24 settembre 2004)

 

Cause da accertare: 28 settembre 2004, Roma

Marcello Cavallini, 42 anni, tossicodipendente, evade dall’ospedale Spallanzani, dove era ricoverato per accertamenti, perché da qualche tempo perdeva sangue dal naso. Il suo corpo viene ritrovato nei pressi di piazza Settimiana, nella zona di San Lorenzo, da alcuni agenti di polizia penitenziaria di Regina Coeli. Accanto al cadavere c’era una siringa sporca di sangue. L’uomo era rinchiuso nella casa circondariale di via della Lungara per scontare una pena, per una rapina, che sarebbe terminata nel 2006.

(Corriere della Sera, 29 settembre 2004)

 

Suicidio: 25 settembre 2004, Como

Angelo Sesana, 58 anni, agli arresti domiciliari ospedalieri, si impicca nella sua stanza. Era stato arrestato il 9 aprile scorso, dopo che aveva sparato alla sua badante, una donna ucraina, provocandole la perforazione di un polmone. L’immigrata era stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico e, dopo settimane di ospedale, era stata dimessa. Dopo due mesi di detenzione in carcere, Angelo Sesana aveva ottenuto il permesso di uscire di cella: il giudice delle indagini preliminari aveva concesso all’uomo, che soffriva da tempo di un grave morbo, gli arresti domiciliari presso una struttura sanitaria, per potersi curare. Il sostituto procuratore Claudio Galoppi ha aperto un’inchiesta (per ora a carico di ignoti) in cui si ipotizza il reato di omessa vigilanza. Un atto dovuto, così come l’autopsia, già compiuta.

(La Provincia di Como, 26 settembre 2004)

 

Centaro peggio di Violante?, di Mauro Mellini

 

Qualcuno, si direbbe, comincia ad occuparsi del problema del "41 bis". Peccato che, come spesso avviene per quei problemi che esistono perché, in realtà, nessuno vuole risolverli, gli sprazzi di attenzione di chi, evidentemente, non conosce l’antifona e non sa fare a meno di dare a vedere di essere il vero conoscitore dell’argomento "off limits", questo qualcuno se ne occupi a vanvera. Anzi, peggio, se ne occupi per reclamare che il "41 bis" sia ancora più odioso ed irrazionale di quanto già non sia.

Leggiamo sui giornali che Roberto Centaro, presidente della commissione parlamentare Antimafia (la commissione le cui distorsioni all’epoca di Violante e la cui inutilità avrebbero dovuto imporre all’attuale maggioranza di sopprimere senza timori e rimpianti), ha "esternato" una vibrata protesta nei confronti dei tribunali di sorveglianza che, a suo dire, sono troppo di manica larga ed hanno provveduto a decretare (udite! udite!) ben settantadue revoche del regime di "carcere duro" per altrettanti detenuti. E se l’è presa pure con i pm che hanno impugnato un numero minimo di queste revoche.

Nel "Chi è" di questa legislatura leggiamo "senatore Centaro Roberto (Forza Italia), eletto in Sicilia (collegio di Siracusa), nato a Siracusa il 21 novembre 1953, magistrato, è stato segretario del Consiglio superiore della magistratura. E’ Senatore dal ‘96".

Ahi! Ahi! Il presidente senatore di prima legislatura è dunque magistrato, si può dire con certezza, di "corrente", qualifica senza la quale non si accede alla burocrazia lottizzata del Csm (non si sono mai fatti i regolari concorsi per una burocrazia autonoma). Poco importa di quale corrente, ovviamente. La destra ha preteso di scimmiottare la sinistra, imbarcando in Parlamento magistrati, cercando di far la concorrenza al Pci ed a Violante etc… Il risultato si vede.

Il Senator-magistrato antimafia non ritiene che, semmai, il compito della Commissione sarebbe quello di vigilare sull’uso da parte del ministero di Grazia e Giustizia (dove altri magistrati sostituiscono la burocrazia) dell’applicazione del 41 bis. Incominciando a dirci quanti sono i detenuti sottoposti a tale regime, quanti quelli in attesa di giudizio, da quanto tempo subiscono tale trattamento, quali siano gli elementi in base ai quali viene stabilita la "pericolosità" di essi.

Ma, se possiamo sperare che Centaro non abbia parlato di "carcere duro", c’è da domandarsi come mai, intanto, non abbia "vibratamente protestato", anziché contro i tribunali di sorveglianza (che ha definito come le "Dame di San Vincenzo", alle quali giriamo la notizia) contro l’uso, a lui attribuito dalla stampa, di tale espressione: "carcere duro", come quello dello Spielberg inflitto a Silvio Pellico, a Maroncelli e Confalonieri, di cui a scuola ci dicevano tanto male.

E come mai non si è domandato se in quei sessantadue casi (almeno in quelli!) anche i tribunali di sorveglianza (della cui tenerezza e condiscendenza farebbe meglio ad informarsi meno sommariamente, dicendoci, intanto, quanti sono stati i ricorsi respinti) non abbiano dovuto riconoscere che si trattava proprio e solo di "carcere duro", senz’altro fine e "giustificazione" che un incrudelimento della pena.

Un ultimo interrogativo: che ne pensa l’Associazione magistrati di un "politico" (sia pure tale in prestito dalla loro corporazione) che paragona dei tribunali della Repubblica ad una sia pur benemerita confraternita di beneficenza? Anche l’indipendenza ed il prestigio della magistratura, tutelati da quest’altra benemerita associazione di assistenza e beneficenza è, dunque, a senso unico. Per un po’ più di forca si può dir male anche dei tribunali e dei magistrati. Il fine giustifica i mezzi.

 

La banda di Rebibbia suona il rock, di Francesca Mambro

 

Nel 1995, nell’anno in cui a Sanremo trionfava il gruppo dei "Neri per Caso", a Rebibbia veniva "concessa l’autorizzazione" ad utilizzare una sala in disuso per le riunioni di alcuni detenuti appassionati di musica. Il gruppo, eterogeneo come pochi, si dette un nome volutamente autoironico: i "Presi per Caso". Nel 1997, quando venne arrestato nel corso della mai convincente inchiesta sulla morte di Marta Russo, al gruppo si unì Salvatore Ferraro. Ferraro, che sta scontando il residuo pena in "affidamento ai servizi sociali presso il Partito Radicale", così ci racconta lo spettacolo che hanno in corso.

Ferraro, il nostro giornale cerca di dividere tra iniziative davvero socialmente utili per i detenuti, e iniziative "di facciata". Come definireste l’esperienza dei "Presi per Caso"?

In un teatro di Roma, con pubblico pagante e qualche recensione interessante, stiamo replicando uno spettacolo che ebbe discreto successo alcuni mesi fa, quando esordimmo: "Radiobugliolo". Ne abbiamo fatto un cd, che assieme ai precedenti nel nostro gruppo facciamo circolare per canali, purtroppo, quasi clandestini. insomma, scherzando, ridendo, e suonando, qualche spunto di riflessione lo stiamo fornendo.

 

Breve riassunto della situazione: cos’è questo spettacolo?

Volevo portare il carcere tra la società dei liberi e ho pensato che una rappresentazione teatrale, nel suo piccolo, poteva essere un mezzo comunicativo ideale per farne conoscere gli aspetti più paradossali. La trama del musical è molto semplice: per uno strano guasto tecnico, una radio si collega con l’interno di una galera romana. Un pretesto per immettere on air tutti gli umori, i sentimenti, le storie dell’umanità reclusa.

 

Da fonti attendibili, apprendo che state avendo un discreto successo…

Le ragioni del successo stanno, forse, nel taglio comunicativo adottato: niente autocommiserazione, niente piagnistei. Solo musica e ironia. "Radiobugliolo è il tentativo di far conoscere le storie di chi vive dentro il carcere, come è già avvenuto nella fortunata precedente edizione, e di accompagnare nelle patrie galere anche chi lo andrà a vedere. Lo spettacolo-viaggio è messo in piedi da una compagnia di detenuti ed ex che ogni sera sale sul palcoscenico con la credibilità di chi ha effettivamente vissuto quello che sta recitando. Ironia, umorismo e ferocia galeotta tradotta in musica si mescolano con attimi di scandita riflessione riuscendo a trasformare un’ordinaria giornata di galera in una significativa ensamble di umanità vera.

 

Radio Bugliolo, di Salvatore Ferraro. Regia di Michele La Ginestra. Roma, Teatro Sette (via Benevento 23), fino al 16 ottobre.

 

 

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