Diritti e sicurezza

 

Diritti e sicurezza, di Anna Muschitiello

(Segreteria nazionale coordinamento assistenti sociali giustizia)

 

Seac Notizie, novembre - dicembre 2003

 

Ringrazio gli organizzatori di questo convegno per aver invitato il Coordinamento assistenti sociali della giustizia a rappresentare il mondo degli operatori penitenziari, compito tanto prestigioso quanto arduo. Invito che sicuramente deriva dalla collaborazione ormai consolidata tra le due associazioni, entrambe impegnate nel settore della giustizia e nella gestione di quelle contraddizioni che emergono tra le richieste, che emergono dalla società" il bisogno di "sicurezza" e l’aspirazione ad una nuova solidarietà e giustizia sociale; due richieste entrambe legittime, costituzionalmente garantite, ma tra loro in difficile equilibrio.

Per i ruoli che entrambi abbiamo all’interno del mondo dell’esecuzione della pena, servizio sociale e volontariato, ci troviamo a condividere l’analisi che vede all’origine della devianza l’esasperazione del modello economicistico, che esige per il suo buon funzionamento assoluta sicurezza e ordine, e che invece per sua natura non può che portare all’emarginazione dei singoli e dei gruppi sociali che non riescono ad "adeguarsi" e quindi vengono isolati.

Consapevoli che la politica penitenziaria da perseguire non può essere solo quella di costruire nuove carceri e di ampliare i corpi di sicurezza e di controllo poliziesco, riteniamo che in una equilibrata gestione delle risorse, della produzione e della distribuzione ( e quindi del potere ), debba trovare spazio una politica sociale solidale tesa alla prevenzione e all’ inclusione sociale dei gruppi più deboli. nel rispetto dei loro diritti.

 

Sicurezza

 

Negli anni passati abbiamo visto come differenti governi, anche politicamente ispirati a diverse concezioni della vita e della società, abbiano risposto, ogni volta e regolarmente, di fronte all’acuirsi di un fenomeno di allarme sociale col ricorso al carcere; i risultati sono sotto gli occhi di tutti ed è ormai chiaro, almeno agli addetti ai lavori, che la popolazione detenuta continua ad aumentare, nonostante il contemporaneo aumento delle misure alternative alla detenzione e i vari provvedimenti legislativi approvati al fine di deflazionare l’affollamento carcerario. Il dato più eclatante è che comunque l’aumento della popolazione detenuta non incide positivamente sul senso di sicurezza dei cittadini.

La sensazione di insicurezza, infatti, non è affatto diminuita in proporzione con il maggior ricorso al carcere, anzi è addirittura aumentata. Ci chiediamo, quindi, quanto la domanda di sicurezza in Italia dipenda da un oggettivo aumento della criminalità piccola e grande o se da altre e più nascoste cause. possiamo ormai tranquillamente dire perché numerosi studi sociologici lo hanno accertato, che, soprattutto nelle grandi e medie città, un profondo senso di insicurezza è legato alla vita di tutti i giorni e a fenomeni sociali che nulla hanno a che fare con la delinquenza, quali: l’invecchiamento della popolazione, la riduzione di servizi di welfare e sanitari, il ritorno di forti disuguaglianze sociali, l’immigrazione clandestina, la tossicodipendenza, la malattia mentale, etc.

Pur tuttavia emerge una domanda di sicurezza, di ordine, di repressione, di inasprimento delle pene, di ricorso all’uso del carcere come principale e unica risposta repressiva, ritenendo queste come le uniche modalità di soluzione di tali problemi. Noi riteniamo, invece, che occorre operare nella normalità per combattere l’anomalia, ad esempio: puntare sull’educazione alla legalità di tutta la popolazione e affrontare le cause alla base dei problemi del disagio e della devianza per governare i fenomeni piuttosto che reprimerli. La sicurezza urbana è un problema non solo di ordine pubblico, ma di politiche urbane e sociali preventive e repressive insieme, di cui è opportuno che si faccia carico prevalentemente il governo amministrativo locale. Riteniamo che sia opportuno che le istituzioni democratiche più vicine ai cittadini si prendano carico legittimamente della sicurezza delle città fino a farla coincidere con le funzioni di governo amministrativo delle città stesse.

 

Sicurezza e misure alternative

 

A partire da questi presupposti è necessario soffermarci sulle misure alternative chiedendoci se sono una delle risposte al dettato costituzionale che assegna alla pena una finalità rieducativa e di inclusione sociale o se i soggetti ad esse sottoposti costituiscono un ulteriore attacco sulla sicurezza dei cittadini. Se si dovesse dare retta alle campagne di stampa che prendono corpo ogni volta che ci sono latitanti, evasi, sottoposti a misure alternative che commettono nuovi reati, si dovrebbe rispondere che le misure alternative sono pericolose per la sicurezza delle città, ma noi addetti ai lavori sappiamo che questa non è esattamente la realtà.

Sappiamo che spesso sono stati utilizzati singoli episodi permettere in discussione le misure alternative e la loro validità in modo strumentale e demagogico, per non affrontare altri problemi, forse più gravi. L’uso distorto dell’informazione ha contribuito non poco ad innalzare la sensazione di insicurezza della popolazione, che si sente minacciata dal ritorno in libertà di soggetti che ritiene pericolosi. Nella quotidianità viviamo, m vece, senza saperlo, accanto a migliaia di persone in misura alternativa, che lavorano e vivono tranquillamente senza creare alcun problema.

Le misure alternative alla detenzione interessano ormai, nel loro complesso, un numero di persone pari a più della metà della popolazione detenuta senza aver per questo fatto aumentare gli indici di criminalità, e nonostante questo dato oggettivo si continua a lasciar credere all’opinione pubblica che senza carcere non c’è sicurezza.

Questa immagine continua a persistere nonostante il carcere abbia mostrato negli anni tutta la sua inefficacia sul piano del recupero sociale e della stessa deterrenza alla commissione di nuovi reati, rivelandosi, anzi, una scuola di delinquenza nella quali i neofiti vengono addestrati a scalare la carriera criminale. Una corretta informazione può contribuire ad abbassare il livello di allarme sociale che accompagna sistematicamente alcuni singoli episodi che, per quanto gravi, sono comunque limitati. Solo ultimamente l’A.P. si sta attrezzando, dal punto di vista tecnico per avere e fornire all’esterno dati statistici sulle MM.AA. più attendibili e significativi.

Dobbiamo, però, dire con chiarezza, se non si vuole fare su questi argomenti semplice demagogia, che una certa percentuale di rischio deve essere necessariamente calcolata. Ciò non esclude che il sistema delle misure alternative non debba essere migliorato in modo da limitarli al massimo. L’importante però è rendere le misure alternative veramente altro dal carcere e non semplice estensione all’esterno dei medesimi meccanismi carcerari, perché esse assumono un senso proprio perché si basano sulla debolezza del controllo fisico in modo da far emergere la responsabilità e la capacità di autodeterminazione del soggetto, altrimenti si continuerà ad inseguire quella persona all’infinito in maniera del tutto inefficace. Invece, anche l’ultimo provvedimento preso dal Parlamento, relativo alla sospensione dell’esecuzione della pena", il cosiddetto "indultino", è stato pensato in modo da costituire un sicuro fallimento, né provvedimento di clemenza automatico e generalizzato, né vera misura alternativa alla detenzione.

È previsto solo il coinvolgimento delle forze dell’ordine per un controllo di tipo poliziesco, ma si fa anche riferimento a modalità tipiche dell’affidamento al servizio sociale; a nostro parere, finirà per creare ulteriore confusione e gettare cattiva luce sul sistema delle alternative al carcere. La sfida che invece, noi assistenti sociali vogliamo lanciare è quella che è possibile migliorare la gestione delle misure alternative e dimostrarne non solo l’efficacia ma addirittura la superiorità rispetto agli interventi puramente repressivi.

 

Sicurezza, diritti e democrazia

 

Allo stato attuale assistiamo alla differenziazione sempre più netta tra i soggetti detenuti e quelli in misura alternativa. La tipologia di popolazione detenuta è, infatti, per lo più costituita da persone non ritenute idonee per un trattamento esterno o impossibilitate ad accedervi, sia da fattori giudiziari (lunghezza della pena) sia da fattori sociali (assenza di riferimenti esterni ed opportunità lavorative e/o abitative).

Il detenuto tipo, spesso, appartiene agli strati più bassi sia a livello economico sia culturale della popolazione. Questo dato è ancora più evidente negli istituti delle cosiddette aree metropolitane, quelle nelle quali hanno maggiore incidenza i fenomeni migratori, dove le aree del degrado urbano e relazionale producono lacerazioni e divisioni sempre più radicate nel tessuto sociale, rendendo, parallelamente, più rilevante il bisogno di sicurezza e la richiesta di controllo sociale.

La caratteristica ricorrente di questa quota di utenza è di sfuggire alla rete dei servizi territoriali per l’assenza dei requisiti utili ad accedervi. All’interno della rete dei servizi si evidenzia, infatti una linea di separazione tra un ‘utenza che viene penalizzata (in senso reale e non solo metaforico) per la mancanza di capacità di prendersi cura di se e un ‘utenza che, viceversa, resta nell’ambito del "terapeutico" o "dell’assistenza" e vi può essere trattenuta.

È riconoscibile l’ineguaglianza del trattamento tra persone che dispongono già di risorse e di una sfera privata, protettiva, mediatrice echi invece, non disponendone o avendola persa, sembra offrirsi più rapidamente alla rapida spoliazione e perdita di questi diritti, rappresentando, in un qualsiasi quartiere di una periferia cittadina, l’immagine della pericolosità: il drogato, lo spacciatore, il rapinatore, l’immigrato clandestino, etc. La possibilità che un condannato sconti la pena fuori dal carcere, superando l’automatismo della relegazione in un luogo deputato a contenerlo in quanto tale, rappresenta un elemento di crisi nell’assetto dei servizi, chiama in causa la loro modalità di presa in carico e li costringe ad interrogarsi sul rapporto tra le politiche penali e quelle sociali.

È all’interno di questa definizione complessiva che è possibile cogliere il problema del controllo e la rottura del binomio: sanzione, pena = carcere.

La riabilitazione, il reinserimento, trovano una concretezza ed una sostanziale fattibilità nella misura in cui i servizi preposti a seguire le misure alternative, sia i C.S.S.A. che i servizi territoriali, superino le modalità d’intervento centrata solo sul singolo e sviluppino una capacità progettuale di rete. L’attribuzione di risorse (economiche, assistenziali, lavorative, formative, di cura di sé, etc.) non necessariamente coincide con il trattamentale, con il terapeutico, ma lo rende possibile, restaurando condizioni di equilibrio nell’esercizio di alcuni diritti essenziali.

Per le fasce più deboli e marginali della popolazione - le stesse che da un lato suscitano allarme sociale e incorrono, dall’altro, in sanzioni penali, un inserimento lavorativo può rappresentare una condizione necessaria quanto insufficiente ad un reale processo d’inserimento sociale. Per questa particolare utenza, che tendenzialmente esprime una cultura difficilmente armonizzabile con quella propria del lavoro tradizionalmente inteso, va perseguita, per fare un esempio, una strategia di reinserimento sociale qualitativamente innovativa e differenziata.

I loro bisogni necessitano infatti di una risposta anche fortemente assistenziale e relazionale, risultando insufficienti sia i sussidi economici sia il reperimento di un lavoro fine a se stesso. Ci chiediamo come mai di fronte ad anni di fallimenti con le politiche repressive si continui a pensare che solo potenziando i controlli di polizia si risolvono i problemi e contemporaneamente ben poco viene investito per organizzare e creare sul territorio quelle reti di servizi necessari ad intervenire in modo organico, ma oggi si sta pensando addirittura di smantellare l’esistente, (vedi l’attacco ai servizi pubblici per le tossicodipendenze, i Ser.T.).

Se riteniamo che la persona che commette reati è comunque un cittadino che appartiene alla sua comunità e ad essa prima o poi tornerà, per questo semplice motivo è necessario che ce ne occupiamo. Investire energie e risorse per il reinserimento delle persone devianti significa investire contemporaneamente per la comunità civile nel suo insieme, comprese le vittime dei reati reali o potenziali. In questo ruolo siamo tutti impegnati: istituzioni e risorse territoriali, tra le quali un posto molto importante ha proprio il volontariato, quello che agisce sul territorio in favore del cittadino in quanto tale e quello che si occupa di giustizia. Uno strumento per la realizzazione di un’integrazione tra i servizi che operano sul territorio molto importante di questi ultimi anni è quello offerto dalla legge 328/2000, che attraverso la programmazione locale e la costruzione di piani di zona consente la formulazione di politiche sociali nei confronti delle persone detenute e/o sottoposte a misure restrittive della libertà intese come garanzia dei diritti di cittadinanza.

In questa direzione si stanno muovendo i numerosi gruppi di lavoro "carcere e territorio" sorti in varie parti del paese. In quella sede tutti, amministrazione penitenziaria, ente locale e comunità locale, intesa come forze attive del territorio (associazioni di volontariato, sindacato, associazioni d imprenditori etc.) possono fare molto per una politica di prevenzione dei reati e d’inclusione sociale dei soggetti che hanno commesso reati.

Non ci nascondiamo però che l’integrazione non è affatto un’operazione semplice: è necessario che ciascun protagonista riconosca e legittimi i compiti e le funzioni degli altri rinunciando alla propria autoreferenzialità ed al bisogno di protagonismo. Occorre la consapevolezza che nessun servizio detiene una priorità di competenze, un potere sovrano sul proprio utente, ma si trova costantemente obbligato a mediare e confrontare le proprie prerogative e decisioni con coloro della cui partecipazione necessita.

È un processo di corresponsabilità che attraversa, a tutti i livelli, le amministrazioni e gli enti interessati ai problemi della marginalità sociale; non può essere una collaborazione episodica delegata alla volontà residuale dei singoli ed occasionali operatori. Il livello della programmazione dei servizi sociali territoriali, previsti dalla legge 328/2000 all’interno dei piani di zona, ci sta offrendo concretamente un’occasione per considerare i soggetti in esecuzione penale a tutti gli effetti cittadini del loro territorio.

 

Sicurezza, diritti e settore minorile

 

L’allarme sociale, la pressante richiesta di sicurezza oggi sta ridisegnando il sistema giustizia del settore minori. La separazione delle competenze civili da quelle penali in ambito minorile, prevista nella proposta di legge, che individua la costituzione di sezioni specializzate per la famiglia e per i minori presso i tribunali e la Corte di Appello, vede assegnare al minore una posizione non più centrale con il rischio che lo stesso tomi ad essere considerato solo come una delle parti del soggetto sociale "famiglia" e non più titolare di diritti propri. Sotto il profilo penale con il Dpr 448/1988 il minore assume un ruolo centrale rispetto all’iter penale nella sua completezza, in cui l’attenzione è posta non solo all’evento penale ma anche al processo di crescita del minore e al suo percorso di recupero e cambiamento, cercando di coniugare l’esigenza di giustizia e di sicurezza sociale con quella di aiuto e sostegno perciò l’aspetto sanzionatorio e quello educativo.

Viene sottolineata l’ importanza di non interrompere i processi educativi in atto, lasciando residuale il ricorso alla detenzione, principio peraltro sancito dalla Convenzione di New York, ratificata dall’Italia nel 1991. Lo stesso art. 3 della Costituzione individua il soggetto in fase evolutiva come portatore di un diritto a cui deve essere garantito un percorso di crescita, che favorisca il pieno sviluppo della sua personalità e l’effettiva partecipazione alla vita sociale. Il nuovo disegno di legge sembra non tutelare più il percorso individuale di inclusione sociale del minore orientandosi maggiormente sulla tipologia del reato e sull’incremento delle misure restrittive.

È necessario un intervento, una presa di posizione della società civile perché non vengano sottratti i diritti sanciti dalla costituzione. È questo un argomento che riteniamo importante approfondire e sul quale è necessario vigilare in questo periodo.

 

 

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