La detenzione domiciliare speciale

 

Testimonianze

Svetlana

Giuliana

Emiliana

Patrizia

Riportiamo in questo capitolo alcune testimonianze di detenute del carcere femminile della Giudecca a Venezia che si sono trovate in prima persona ad affrontare i problemi evidenziati nel nostro studio: alcune sono italiane, altre straniere, alcune sono uscite, altre sono ancora in carcere, ma risulta estremamente chiaro dalle parole di tutte loro innanzitutto, ovviamente, il disagio provato a vivere in carcere per i reati commessi, ma anche la grande sofferenza provata a far vivere i loro figli in quell’ambiente per averli vicini, oppure a farli vivere lontano da quell’ambiente ma conseguentemente lontano anche dalla propria madre.

 

Svetlana

 

Svetlana è una donna serba che racconta la sua storia in due successivi momenti: il momento dell’arresto, in cui ha potuto tenere la figlia con sé ma in cui ha dovuto separarsi dall’altro figlio perché aveva "già" tre anni e un mese, e il momento in cui ha superato l’ostacolo della lontananza dai suoi figli ormai grandi e quindi non più in carcere con lei. Tutto questo, racconta Svetlana, è stato possibile solo grazie all’apertura di una casa di accoglienza a Venezia che ha ospitato sua madre e i suoi figli per un periodo di tempo – anche se limitato – dando loro la possibilità di "sfruttare" i colloqui che fino ad allora erano stati quasi inesistenti a causa della lontananza fra il carcere e la città della sua famiglia.

Per la madre oltre alla condanna c’è, nel caso di una pena lunga, il rischio di essere dimenticata, che forse è un’angoscia ancora peggiore della stessa pena. Sono venuti ad arrestarmi in albergo verso le dieci di sera, quando i bambini ormai dormivano. Li ho svegliati e ho cercato di calmarli e spiegargli che si andava a fare una passeggiata. Loro erano impauriti perché vedevano degli estranei che giravano per la stanza e toccavano dappertutto buttando sottosopra ogni cosa. La notte in questura per i piccoli non è stata troppo traumatica, perché si sono riaddormentati fino al mattino. Quando, giunto il giorno, mi hanno comunicato che il bambino più grande sarebbe dovuto andare in un istituto perché di età superiore ai tre anni (un mese in più), ho cominciato a piangere con mio figlio che mi guardava e non capiva. Durante il tragitto verso il carcere ho cercato di calmarmi e di spiegare al piccolo che saremmo stati divisi solo per qualche giorno; ho inventato alcune bugie per tranquillizzarlo.

Dopo l’entrata in Istituto la bambina chiedeva di suo fratello, così la farsa delle bugie è andata avanti. La bambina all’inizio ha continuato a chiedere di suo fratello e di suo padre, non mangiava quasi niente, era nervosa e si svegliava durante la notte. (…) Suo fratello era in un istituto religioso dove sicuramente era trattato bene, ma incontrava gravi difficoltà, in primo luogo perché nessuno parlava la sua lingua, così la solitudine era ancor più accentuata. Anche oggi che è più grande non vuole saperne di venire in Italia. Questa è stata la mia esperienza.

Attualmente nelle carceri italiane si trovano bambini, di età non superiore a tre anni, che scontano la pena inflitta alla loro madre. Le madri di solito tengono con sé i loro piccoli perché bisognosi di cure e d’affetto materno, ma certamente non è sempre così. Alcune madri infatti potrebbero lasciare i loro piccoli ai parenti, ma preferiscono portarli in carcere perché sperano di avere un trattamento migliore e la possibilità di uscire anticipatamente: sta di fatto che un figlio purtroppo non ti darà mai alcun vantaggio personale, in compenso lo farai vivere in una situazione molto difficile.

Queste donne con i loro bambini si trovano nella sezione nido dell’Istituto della Giudecca, dove c’è una saletta da pranzo con sedie e tavoli a misura dei piccoli, e qui si trovano anche i giochi. Le celle contengono, a differenza della sezione normale, solo due letti più il lettino del bambino. Le madri detenute vengono chiuse alle dieci di sera e riaperte alle ore otto del mattino seguente. Tra il personale di servizio in carcere c’è una puericultrice che si occupa dei piccoli, il pediatra invece non è una figura costante, ma è presente circa una volta la settimana. Le celle e lo spazio comune non sempre hanno un riscaldamento adeguato nel corso dell’intera giornata, per cui ci sono stati in passato casi di malattie polmonari con successivo ricovero in ospedale.

I bambini all’inizio della carcerazione non si rendono ancora conto che vivono in un ambiente ristretto: chiedono del papà, oppure di potere uscire all’aria o di poter giocare in un momento in cui non è permesso, così le madri sono costrette ad inventare scuse per convincere i loro figli che talune cose non si possono fare in quel dato momento.

Naturalmente è strano sentire dalla bocca di un fanciullo un gergo tipico della galera: "Agente, mi apri", "Aria, Aria", "Arriva il mangiare". I bambini in realtà assai presto riescono a interiorizzare determinati meccanismi tipici della situazione, come l’arrivo dell’agente che chiude le celle, e capiscono in fretta che se la luce si spegne non si potrà più accenderla.

Tali meccanismi fanno crescere però in loro l’idea che il luogo sia inospitale, per cui quando si recano a visitare i parenti non hanno più voglia di ritornare dalla madre in mezzo a tutte quelle restrizioni. La vista, poi, di una divisa anche all’esterno fa scattare il vissuto fatto di costanti restrizioni, e di conseguenza risveglia la paura verso tutti quelli che la portano. Ma ci sono anche bambini che si affezionano alle agenti, in quanto le considerano parte della loro vita quotidiana.

Per quanto riguarda il cibo se ne occupano le madri o la puericultrice, perciò si può dire che almeno da questo punto di vista la situazione sia positiva.

Io penso però che sia profondamente ingiusto che un bambino subisca le conseguenze delle azioni delle madri o dei genitori in generale e ritengo che forse la situazione potrebbe essere migliore se venissero create delle strutture apposite, maggiormente adatte alla delicata situazione di un bambino che sta crescendo e che ha bisogno della propria madre. Un ripensamento credo dovrebbe riguardare poi i limiti d’età per il mantenimento del legame con la madre: tre anni sono troppo pochi per staccare, spesso brutalmente, un figlio dalla madre.

Per la madre oltre alla condanna c’è, nel caso di una pena lunga, il rischio di essere dimenticata, che forse è un’angoscia ancora peggiore della stessa pena. 

Svetlana racconta quanto è faticoso, se si è straniere in carcere, riallacciare i rapporti con la propria famiglia. Proverò a descrivere il mio primo incontro, dopo sei lunghissimi anni, con i miei figli. Va beh, non è facile esprimere i propri sentimenti, ma cercherò di trasmettere almeno una piccola parte del mio stato d’animo. Sono più di due anni che sto lottando per far venire i miei figli qui in Italia, ma, per una ragione o per l’altra, si rinviava sempre questo viaggio. La cosa più difficile era ottenere i permessi, cioè un foglio di garanzia dove un cittadino italiano si assumeva la responsabilità di dare ospitalità ai miei figli. E non è stato semplice trovare delle persone disponibili, non perché nessuno volesse aiutarmi, anzi, ma quello che mancava era una struttura dove potesse alloggiare la mia famiglia: due sono bambini ancora piccoli, hanno 8 e 10 anni, non erano in grado di affrontare un viaggio così lungo, andata e ritorno dalla Serbia, in uno stesso giorno, per due ore di colloquio. Sarebbe stato assurdo e comunque impossibile, visto che non conoscono né la lingua Italiana, né il paese.

Ma poi è successo qualcosa, hanno aperto la Casa di Accoglienza Giovanni XXIII, e i miei tre figli e mia madre hanno potuto venire a Venezia. Non so descrivere i miei sentimenti quando li ho incontrati: dopo sei anni, se li avessi visti per strada non li avrei riconosciuti, da quanto sono cresciuti. La prima persona che ho abbracciato è stata mia madre, perché, prima di abbracciare i miei figli, avevo bisogno di trovare la forza che solo una madre può dare. Dentro di me, forse, a frenarmi era la paura di essere rifiutata, o comunque non essere più riconosciuta da loro come madre. Ho abbracciato loro e dentro di me avevo una specie di terremoto emotivo, che è finito in un pianto, forse liberatorio, di tutti noi, per poi lasciare spazio alla nostra "conoscenza". Il dolore più grande l’ho provato con mio figlio Stevan di dieci anni, perché, mentre per le mie figlie e mia madre ho percepito subito, a livello di pelle, l’affetto che loro ancora provavano per me, il bambino l’ho sentito molto lontano e staccato, e questo è durato per i primi due colloqui, poi ha cominciato a lasciarsi andare e a farsi capire. In quel momento mi sono resa conto che sicuramente loro avevano sofferto più di me e che stanno ancora soffrendo della mia assenza.

Questi colloqui mi hanno dato la possibilità di riallacciare un rapporto madre-figli, che si era interrotto molti anni fa bruscamente e forzatamente. Per me e per loro è stato drammatico e doloroso inizialmente, mentre poi, avendo alcuni giorni a disposizione, siamo riusciti a riconoscerci reciprocamente, avvicinarci in maniera concreta e riprendere a coltivare il nostro rapporto nonostante la difficile situazione. La struttura del carcere della Giudecca è quella di un ex convento, con un giardino molto bello dove si fanno i colloqui con i minori, ed è anche per questo che i miei famigliari per lo meno non hanno avuto la sensazione penosa ed il trauma delle sbarre, come sono abituati a vedere alla televisione quando si parla di carcere, e questo ha contribuito a rasserenare i nostri colloqui, e ha dato anche a me un senso di maggior tranquillità.

Ho l’impressione però che forse ormai, dopo anni di separazione, mi ero quasi rassegnata a vivere con questo gran vuoto nel mio cuore e nella mia anima, ma l’incontro e il colloquio che ho avuto hanno fatto riaprire il mio cuore alla sofferenza, perché è stato come rompere il guscio che racchiudeva la mia coscienza del dolore per la lontananza dei miei figli e di mia madre.

Ora vivo giorno per giorno con la consapevolezza che da ora sarà più facile rivederli, parlargli, e accarezzarli, e da questo trovo la forza per continuare il mio cammino con più serenità, con la voglia di dimostrare che sono in grado di farcela, a ricostruirmi una vita. 

Il momento più importante per me è stato l’apertura, annunciata ufficialmente dal Patriarca Marco Cè, della Casa di Accoglienza Giovanni XXIII, che riserva degli spazi alle donne detenute che necessitano di una struttura protetta per poter usufruire di permessi premio, ed è in grado anche di ospitare le famiglie delle ristrette, specialmente straniere, che vengono da lontano a colloquio.

Dopo l’apertura della Casa, gestita dalla Caritas, e grazie alla disponibilità del volontariato che opera in carcere, sono riuscita finalmente ad incontrare i miei tre figli e mia madre.

Voglio dire anche che la Direzione mi ha concesso permessi straordinari per darmi modo di stare il più possibile assieme ai miei famigliari, nella settimana che hanno passato qui. Insomma, se non ci sono l’aiuto e la disponibilità di tutte queste persone, per uno straniero che ha la sua famiglia all’estero è quasi impossibile pensare di ricostruire i suoi legami affettivi.

 

Giuliana

 

Giuliana, italiana, racconta la sua dura esperienza del carcere segnata da un ambiente difficile, da restrizioni ulteriori (rispetto alle sue compagne) che sono dipese dalla condotta che l’ha portata "dentro", dalla separazione dai figli e soprattutto dalla difficoltà di riuscire a mantenere con loro un rapporto sano e continuo. Tanti problemi, tante difficoltà, tanta fatica ma "quel giorno" è arrivato: Giuliana ha ottenuto, grazie alla legge Finocchiaro, di poter stare a casa coi suoi figli, usufruendo della detenzione domiciliare speciale, e ora sta ricominciando una nuova vita con la sua famiglia.

Sono rientrata in carcere, da definitiva, l’anno scorso a gennaio, lasciando fuori quattro figli di dieci, nove, due e un anno. Ero molto combattuta sulla scelta se portarmi appresso i due più piccoli, mi dicevo: "Li tengo vicini, li proteggo, l’ultimo lo allatto ancora, come faccio a separarmi da loro?". Mia madre me lo ha proibito, per fortuna, a parte che non sapevo che ero tra l’altro destinata all’Alta Sicurezza (questa è stata un’ulteriore sorpresa). Ma credo che, anche se li avesse portati con me, li avrei subito fatti uscire: io ho la fortuna, che ad esempio non hanno le straniere, di poter contare su una famiglia vicina.

I bambini sono sottoposti allo stesso regolamento delle madri. Il "nido" di Venezia è strutturato anche bene: c’è una grande sala, dove i bambini "potrebbero" giocare, la cucina dove le mamme cucinano i pasti per loro. Le celle sono fatte per due persone, ma ci sono stati periodi in cui ci stavano tre madri, più tre figli. I bambini possono stare all’aria come le madri, cioè quattro ore al giorno. L’aria di Venezia è grande, ci sono delle aiuole, ma cosa vedono questi bambini, che stimoli hanno? Sempre gli stessi muri. Ciò che più mi turba sono i rumori e "le voci alte" che ci sono in questo reparto (io sono isolata al nido): non mi riferisco al vociare dei bambini, ma alle discussioni che ci sono spesso tra madri, tra le madri e la puericultrice, tra le madri e le agenti. Questi bambini sono dentro questa vita "ristretta", e la cosa peggiore, per loro, io ritengo sia il vedere lo stato di impotenza delle loro madri, la loro costretta sottomissione. Che effetto avrà in un bambino, per il quale la madre, oltre che l’oggetto affettivo principale, è anche l’unico punto di riferimento?

Guardando, però, queste donne e i loro figli, a volte mi chiedo: è tutto male? Qui fanno pasti regolari, hanno vestiti puliti, riscaldamento, acqua calda, cure mediche. Entrano non sempre in buono stato, dopo qualche settimana rifioriscono. Sono bambini belli, intelligentissimi e sani, vorrei sperare che non sia proprio il carcere a costituire un miglioramento alla loro condizione di vita.

Giovedì scorso sono venuti a trovarmi i miei figli, che emozione, erano 4 mesi che non li vedevo più, che belli, sono orgogliosa di loro. Luca, il più piccolo, compie 2 anni il 17 di questo mese, non mi conosce più, è legato a mia madre e di questo io sono contenta, perché per me è più importante che lui stia bene e sia sereno, che non il mio orgoglio di madre; mi si è stretto il cuore perché Matteo, che ha 3 anni, mi ha chiesto quando torno a casa, io soffro all’idea del suo dolore. Lui è quello più legato a me ed è quello che ha sofferto di più, un anno fa quando sono dovuta rientrare come definitiva. Andrea, 10 anni, e Lara, 11 anni, sono un po’ più grandi, sono in quella fase di passaggio dall’essere bambini al divenire adolescenti, sono turbati da questa situazione, ma fortuna che i bambini hanno la grande capacità di adattarsi e poi sono molto presi dallo sport, la scuola, la musica.

I miei figli sono con mia madre, che per fortuna è ancora una donna in gamba e con un fortissimo carattere, anche lei ha sempre combattuto nella vita, e con mia sorella più giovane, che è rientrata in Italia perché mio padre stava morendo e poi è rimasta con la mamma per aiutarla con i miei figli. (…) Questo naturalmente mi aiuta molto a vivere questa situazione con lucidità, e i miei figli sono pure la mia forza: io devo tornare da loro tranquilla, serena e non distrutta. (…)

Finalmente posso frequentare qualcosa, mi è stato concesso di andare al corso di computer e al corso di spagnolo. Purtroppo non mi è stata ancora accettata la domandina di andare agli incontri di redazione, ma spero che presto me lo permetteranno. (…)

A Vigevano, da dove arrivo, il carcere invece è proprio carcere duro, già la struttura è angosciante: una scatola di cemento grigio, corridoio, celle una di fronte all’altra, cancelli, alti muri chiodati, l’aria come una piscina vuota, forse non era necessaria la descrizione perché penso che tutte le carceri nuove siano così. Le agenti passano, guardano, al massimo salutano.

Tutto è scandito dai ritmi sempre uguali, e si è totalmente chiusi al mondo esterno, Venezia è tutt’altro. La struttura, un ex convento del ‘500, io trovo che ha un suo fascino e, anche se nella sua decadenza è quasi disabitato perché sta andando a pezzi, offre allo sguardo qualcosa da guardare: cortili interni con pozzi, cornicioni con decorazioni (non è esatto ma non so come si chiamano) ovvero cubetti e tronchetti, abbaini, l’aria è grande ci sono due palme, un bellissimo pino marittimo, un fico. Sul muro di cinta cresce una passiflora, poi ci sono cespugli di rose e altre piante verdi.

Sono arrivata qui in maggio e quando sono scesa all’aria la prima volta sono rimasta incantata: era tutto un fiore, vedevo di nuovo l’erba, il verde. A Vigevano l’unico verde che vedevo era un cardo che cresceva in una crepa del cemento in un angolo dell’aria.

Le agenti qui si chiamano per nome, si può usare il tu, anche se io preferisco mantenere il "lei", solo con qualcuna comincio ad usare il tu. All’aria stanno con noi, sono disposte a raccontare, ascoltare. Il rapporto non è proprio formale, anche se naturalmente ci sono le eccezioni. Questo non è male, si può dire che crea un’atmosfera abbastanza distesa, anche se, però, un tale clima può rivelarsi a doppio taglio. Poi qui le donne (io no purtroppo) sono "aperte" (n°d.r.: l’Istituto femminile della Giudecca è una sezione a custodia attenuata, le celle durante il giorno sono aperte): non è che ci siano grandi possibilità di girare, la sezione si riduce a poco, però se una deve stirare, o preferisce andare in biblioteca, in sala giochi, a farsi la doccia, andare in un’altra stanza, può farlo senza chiedere permessi o attenersi ad orari particolari.

(…) Naturalmente non è una pacchia e ci sono pure qui grossi problemi, celloni con 10-12 persone, le solite insufficienze e tutti i problemi legati alle assurdità della burocrazia carceraria. E qui nasce la mia domanda. Perché tante donne se ne stanno buttate sul letto a sprecare il proprio tempo o in coma per la terapia o a rincitrullirsi con la Tv? Perché a scuola ci va pochissima gente?

Molte si lamentano che non c’è lavoro, che si devono mantenere, ma poi capita anche che, quando finalmente lavorano, dopo due giorni sono in malattia. Perché il carcere, oltre che un luogo di degradazione, è pure un luogo di deresponsabilizzazione. Io dico: se uno non ha mai usato le posate perché non le conosce, non gli si può dire che è maleducato perché mangia con le mani, ovvero se uno è deviato (restiamo a questo livello senza dire criminale), come può recuperare o rielaborare un’esperienza diversa se non ha le basi per farlo? Una buona opportunità è pur sempre la scuola, naturalmente se l’insegnante è all’altezza del compito.

Speriamo che con l’introduzione del Nuovo Regolamento Penitenziario il lavoro cominci a diventare una possibilità reale, anche se io ritengo che all’interno del carcere dovrebbe essere obbligatorio (non dico lavori forzati), soprattutto per i tossicodipendenti che comincerebbero a dare un ritmo alla loro vita e non penserebbero solo a come sballarsi, complicando la vita anche agli altri. Io sono chiusa in cella 20 ore al giorno, per mia fortuna ho una formazione culturale e umana e poi sono motivata dai miei figli, ma nei limiti delle mie possibilità sono molto attiva: ho sempre un lavoro a maglia in corso, leggo molto, ho ripreso lo studio del tedesco o meglio cerco di non dimenticarlo. (…)

 

Emiliana

 

Riportiamo ora la storia di Emiliana, una "detenuta" di tre anni: sua madre, Maria, è una donna albanese che, come tante altre donne straniere, ha deciso di tenere la bambina con sé in carcere e che se l’è vista togliere al compimento del terzo anno di età. La storia di Emiliana e Maria, raccontata e vissuta dalle compagne di Maria, riassume, per così dire, tutto quanto abbiamo voluto far emergere dal nostro studio: che è profondamente ingiusto separare un figlio dalla propria madre, che una donna, anche se detenuta e quindi colpevole di aver commesso uno o più reati, può essere comunque una brava madre e che la madre stessa e il/i figlio/figli hanno il diritto di vivere insieme.

Nelle parole delle compagne di Maria, viene sottolineato il confronto tra la sua storia e quella di Giuliana (di cui abbiamo appena riportato la testimonianza): una albanese, l’altra italiana, una ha scelto di tenere la figlia con sé in carcere, l’altra ha scelto (o meglio, ha potuto scegliere) di lasciare i figli fuori, una è in carcere senza figlia e si deve accontentare dei colloqui, l’altra ha potuto usufruire della detenzione domiciliare speciale e vive a casa coi suoi figli.

Emiliana ha appena compiuto tre anni, e quello è stato un gran brutto giorno. Il giorno che ha ricevuto l’annuncio di dover "essere dimessa" dal carcere. Dunque c’è qualcuno che può non voler uscire dal carcere, ed essere costretto a farlo: una bambina di tre anni, per esempio, perché per lei il carcere è vivere con Maria, sua madre, e uscire significa essere staccata da lei inesorabilmente. E infatti è appena arrivata una carta del Tribunale, che ha decretato quello che Maria temeva più di tutto: l’affidamento della figlia a un istituto o a una famiglia italiana.

La storia di Maria, albanese, va un po’ di pari passo con quella di Giuliana, italiana: erano detenute insieme nel carcere della Giudecca pochi mesi fa, solo che Giuliana i figli li aveva fuori, affidati alla sorella, e Maria l’unica figlia se l’era portata dentro. Ma c’è un’altra differenza tra queste due donne, ed è quella che forse peserà di più: Maria è albanese, e tutto allora per lei è e sarà più difficile. Ora Giuliana è fuori, il suo è uno dei pochi casi di applicazione della legge sulle detenute madri, che le ha permesso di vivere a casa, in detenzione domiciliare, per accudire i figli. Per Maria invece è arrivato quello che più temeva: il compleanno più brutto, tre anni, la fine di quello strano periodo in cui un bambino può essere carcerato.

Un mese fa avevamo parlato con lei, e ci aveva detto: "Quando mi portano via la bambina, divento matta". Era terrorizzata da tutto: le volontarie, che venivano a prendere Emiliana per portarla un po’ fuori, le vedeva con sospetto, diceva che la portavano a conoscere famiglie italiane a cui affidarla. Non aveva fiducia neppure nei suoi parenti che stanno in Italia, temeva che non fossero in grado di aiutarla. Il fratello che vive in Australia, invece, le sembrava l’unica soluzione: meglio che la piccola se ne andasse così lontano, ma con un parente, piuttosto che finisse in una famiglia italiana.

Le straniere temono l’affidamento dei figli come la peste: forse non fanno nemmeno tante differenze fra affidamento e adozione, pensano che l’affidamento sia un fatto inesorabile, che poi i figli nessuno glieli restituirà più. E se hanno i bambini con loro in carcere, aspettano come il peggiore degli incubi il giorno che compiono tre anni. Succede che gli ultimi mesi il rapporto tra madre e figlio diventi addirittura morboso: e come non capirlo, con questa separazione incombente, inevitabile e che si consuma ogni giorno un po’?

Ma come è stata, la carcerazione di Emiliana.? Una vita sempre e solo con donne: agenti, detenute, suore, l’assenza pressoché completa di figure maschili. Alla sera, quando le agenti chiudevano la porta blindata della cella, c’erano le urla perché a Emiliana non piaceva essere rinchiusa. Se succedeva poi che la madre alzava troppo il volume della televisione, la bambina le diceva: "Abbassa, che sennò viene l’agente e ti sgrida". E poi le piaceva imitare i gesti di tutti quegli adulti che aveva intorno: anche lei aveva imparato a fischiare e gridare "Terapia!!!" quando lo faceva la suora, che ogni giorno passa e distribuisce le gocce tranquillanti alle donne che non ne sanno fare a meno perché stanno troppo male. Poi, è successo quello che doveva succedere: è arrivata una carta, qualcuno ha dovuto staccare la bambina dalla madre e decretare la fine della sua carcerazione. Ma per la madre la "scarcerazione" della figlia ha finito per essere la condanna a una pena aggiuntiva, una separazione con davanti solo l’ignoto. 

Emiliana qualche giorno fa è stata portata in un Istituto vicino al carcere, in attesa di una difficile decisione su quello che sarà il suo destino, ed ora in carcere entra come tante altre persone, che ogni giovedì e sabato vengono a fare i colloqui con i propri familiari, con la differenza che la Direzione del carcere le ha concesso qualche ora in più per stare a colloquio con la madre. Maria non ha molti soldi in questo momento, e tutte noi che siamo in cella con lei cerchiamo di aiutarla, comprando succhi di frutta, dolci, brioches perché questi lunghi incontri diventino più piacevoli. Ma non è facile un colloquio in carcere per una bambina di tre anni, perché a quell’età dover stare due ore e più nello stesso posto senza potersi muovere liberamente è sempre un tormento.

La bambina è seguita dai volontari, dalle suore e dalle agenti che ogni giorno si recano all’istituto per salutarla e vedere come sta. Dalle notizie che noi abbiamo lei non ha affatto difficoltà di inserimento con gli altri bambini. Non si è ancora resa conto, però, che questo carcere non è più la sua "casa". Quando arriva non ha paura del posto, anzi, chiede alle agenti di farla salire nella sua cameretta (che sarebbe la cella che divideva con la madre), chiede di salutare altre detenute con cui aveva instaurato un rapporto affettivo, trova ogni scusa per farsi "arrestare" di nuovo e continua a domandare alla madre: "Perché non mi vuoi più qui con te?".

Finito il colloquio, al momento del distacco, piange perché sa, è ben consapevole, nonostante l’età, che non tornerà più a mangiare, dormire e vivere qui con sua madre, e non avrà per lungo tempo carezze, baci e sgridate da lei. Noi pensiamo che, qualsiasi opinione si possa avere della madre, la realtà è una: la bambina è bene educata, è sensibile, è tranquilla, e gli anni passati in carcere non sembra che le abbiano lasciato ferite troppo profonde.. E allora è giusto dire che tutto questo è dovuto davvero alla madre, che ha dimostrato grande capacità e amore nell’educare la figlia.

Sono tante le domande che noi ci facciamo quando vediamo Maria ed Emiliana, o le altre detenute che stanno al nido del carcere con i loro bambini: è davvero inevitabile strappare la figlia ad una donna, anche se ha sbagliato? È possibile accettare finalmente l’idea che una donna che ha sbagliato può essere però nello stesso tempo una madre che ha dato amore e ha saputo crescere bene la propria figlia? È giusto spezzare il legame tra una figlia ed una madre, che grazie a questo legame sta trovando l’aiuto e la forza per cambiare la sua vita? Se questa donna perderà la bambina, quale stimolo potrà avere per migliorare se stessa e per continuare a vivere?

 

Patrizia

 

La storia di Patrizia, italiana, viene seguita ancora oggi, passo dopo passo, dalle detenute della Giudecca. Faceva parte anche lei della redazione della Giudecca, finché le hanno concesso la detenzione domiciliare (quella "generica") con la figlia, che non vedeva da due anni perché non aveva voluto dirle che era in carcere. Patrizia ha ripreso in mano la sua vita, a partire dal rapporto con la bambina, tutto da inventare, a quello con il suo compagno, che è ancora in carcere, alla prospettiva di poter finalmente lavorare e tornare lentamente a un ritmo di vita normale. 

Sono a casa da 5 mesi e posso dire che le paure, le incertezze e l’emozione delle prime settimane hanno lasciato il posto a qualcosa di più solido. Giorno dopo giorno affronto e concretizzo, vedo e tocco la mia vita, i problemi da risolvere e i passi da fare. Con mia figlia prendere la decisione di parlare di quello che è successo a me e a suo padre è complicato, perché è già difficile per un adulto capire problemi così gravi, figuriamoci per una bambina di 8 anni.

Le domande che mi ha fatto finora sono poche, per esempio perché non posso uscire dal cancello, e poi: "Mamma, se tu stai sempre a casa, perché i carabinieri devono venire? Non sanno che non ti muovi da qui?". Sono comunque domande fatte su quello che vede, e le mie risposte sono chiare, uso i termini giusti, ho cercato di dirle di più, che cos’è un carcere, chi ci vive e perché si finisce lì, lei mi ascolta ma non fa domande. Quando fra grandi parliamo lei gioca ma l’orecchio è teso e si vede che sta ascoltando, ha sofferto tanto per il distacco e ha bisogno di tempo, di sicurezza, di sapere che da ora in poi ci sarò sempre e un domani ci sarà anche il suo papà, per ora le basta questo e io non voglio forzarla.

Io sono serena, un po’ alla volta riuscirò a farle chiarezza, voglio che sappia chi sono i suoi genitori, che stiamo pagando per errori o fatti passati, ma questo non vuole dire che siamo cattivi genitori.

Fuori la gente può essere molto cattiva e può dirle cose su di noi che potrebbero ferirla e renderla insicura, ma se lei sa chi siamo e cosa abbiamo fatto può ribattere e difendersi dalle insinuazioni della gente e troverà anche il coraggio e la voglia di saperne di più.

Adesso si stanno concretizzando le cose che mi ero proposta di fare durante il periodo che ho passato in carcere, più vado avanti e più traguardi raggiungo, più acquisto forza e voglia di fare, credo nel percorso che sto facendo e nella maturazione raggiunta, e li vedo, li vedo davvero.

Sono a casa con mia figlia e, dopo avere presentato richiesta al Magistrato di Sorveglianza, ho ottenuto il permesso di fare i colloqui con il mio convivente, non me l’aspettavo così presto e invece… Dopo due anni e otto mesi lo vedrò, l’emozione è grandissima soprattutto perché stiamo assieme da 22 anni e una separazione così lunga non l’avevamo mai vissuta.(…) Sono contenta però, perché con le mie visite potrò coinvolgere più da vicino anche lui nel rapporto con la bambina. Ritengo infatti che la figura paterna sia importante per un figlio, in egual misura di quella della madre, e rendere partecipe anche lui delle scelte, dei cambiamenti per il nostro futuro come famiglia non può fargli che bene. Naturalmente queste sono le cose belle ma ci sono anche i momenti brutti, quando mi sento sola e non c’è nessuno a casa con cui parlare, mi mancano molto le discussioni che facevamo in redazione, mi mancano alcune compagne, soprattutto una, Emilia, con cui mi scrivo ancora. E poi il lavoro: ho avuto altri trenta giorni di liberazione anticipata e in settembre, se trovo un lavoro, posso chiedere l’affidamento in prova. Sarà un altro traguardo, per il momento vado avanti così, sono soddisfatta dei piccoli passi importanti che sto facendo.

 

 

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