Sovraffollamento vera violenza

 

La vera violenza in carcere sta nel sovraffollamento

 

Il Gazzettino, 14 maggio 2000

 

Siamo un gruppo di detenute della Giudecca. Non sappiamo da chi sia arrivata ai giornali la notizia di questo sciopero della fame, certo non da noi che siamo troppo "ristrette" per riuscire a mandare un fax al Gazzettino.

È vero comunque che di una possibile forma di protesta abbiamo discusso tra di noi, perché il disagio di chi vive in carcere è forte, e la voglia che se ne parli seriamente anche. Vorremmo quindi prendere la parola davvero per raccontare come la pensiamo noi, e perché sentiamo il bisogno di far arrivare fuori in qualche modo la nostra voce.

Non vogliamo fare uno sciopero per esprimere la nostra solidarietà ai detenuti di Sassari, perché i problemi che abbiamo vanno molto al di là dei fatti avvenuti in quel carcere, sui quali possiamo solo sperare che venga fatta piena luce in fretta. Se dovessimo esprimere solidarietà lo dovremmo fare piuttosto per tutti i 54.000 detenuti che vivono dentro a istituti penitenziari che ne potrebbero contenere in condizioni umane" poco più di 40.000, ma anche per gli operatori che non hanno li dentro il modo di lavorare decentemente.

Quello che chiediamo a chi lavora, con ruoli diversi, in carcere è di considerarci delle persone, perché in realtà spesso ciò che è insopportabile per chi è privato della libertà non è tanto la violenza dei pestaggi (che ci sono, ma non sono la "norma" della vita di un detenuto), quanto la violenza nascosta della quotidianità carceraria: il sovraffollamento, perché vivere in cella per anni in otto, anche dieci persone, logorerebbe i nervi a chiunque; la mancanza di lavoro; la burocrazia che ti tratta come un bambino costretto a chiedere ogni cosa con una "domandina".

Se oggi c’è una forte attenzione puntata sulle carceri, noi possiamo solo sperare che non si risolva tutto in un peggioramento delle nostre condizioni di vita e in una crescita del clima di tensione che già esiste.

E augurarci che i fatti di questi giorni portino a una maggior trasparenza nelle carceri, e alla consapevolezza che non può esistere rispetto della dignità delle persone se a occuparsi del reinserimento dei detenuti nella società ci sono pochissimi operatori, spesso praticamente abbandonati a se stessi.

 

Un gruppo di detenute della Giudecca

 

 

 

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