Dibattito nella redazione di "Nabuc"

 

Affettività e sessualità in carcere e fuori: parliamone!

 

Da "La Storia di Nabuc" – Numero speciale Convegno di Padova – maggio 2002

 

Cosa ne pensate dell’affettività e della sessualità in carcere?

 

Antonio: lo penso che l’affettività è più importante della sessualità, perché un malato c’ha bisogno più di un affetto, perché c’ha bisogno più di uno che l’ aiuta moralmente, perché va incontro a fasi di depressione, di crisi.

 

Secondo voi la mancanza di affettività e di sessualità, a lungo andare, può portare dei problemi fisici e/o psichici?

 

Antonio: Fisici no, cioè soltanto la mancanza di affettività, che ti manda un po’ in depressione.

Andrea: Invece secondo me sia fisici che psichici, perché quando la mente sta male, il corpo se ne scende; se tu sei colpito nella mente, il tuo corpo si indebolisce. Quindi se viene a mancare l’affettività, la sessualità, la persona sta male sia nel corpo che nella mente.

 

Ma qual è secondo voi la differenza fra affettività e sessualità?

 

Andrea: è che l’affettività sono sentimenti dolci, la tenerezza, la dolcezza, mentre invece il sesso è distruzione. Anche se uno la donna non la fa male, per poter avere una sessualità vera, non puoi non pensare di non fare male alla donna, se no vai in bianco; se uno invece la donna la distrugge, allora fa del bene alla donna, anche se poi non le fai niente, l’accarezzi solamente, l’importante è nell’intenzione. Infatti se vuoi fare bene l’amore con una donna, nell’intenzione devi essere cattivo con lei, anche se poi di fatto non le fai niente, l’accarezzi solamente, però tu quando l’accarezzi devi pensare di possederla, quindi di distruggerla. Comunque, quando un uomo fa l’amore con una donna, anche se non lo sa, per il semplice fatto che indurisce il pene, solo per questo fatto qua, vuol dire che ha fatto dei pensieri cattivi nei riguardi della donna, se no non lo può indurire. Se invece fa dei pensieri buoni, platonici, ideali, la vede come un angelo, allora non indurisce proprio il pene, va in bianco.

 

Questo è il tuo punto di vista.

 

Andrea: A me così succede. Per indurire il pene devo fare dei pensieri cattivi. Io, a furia di fare l’amore con le donne, tanto sono entrato nella parte, che un giorno per provare cosa succedeva le ho fatto male veramente e per questo sto qua. Io facevo sempre l’amore con le donne tenendo questi pensieri per me e non facendo niente di male, trattandole sempre con dolcezza e tenerezza, però i pensieri ci stavano. Poi quella volta persi proprio la testa e dissi: "Voglio attuare i pensieri che c’ho" e presi il coltello e… a furia di pensarlo, scherzando scherzando…

 

Ma tu pensi che le donne, in generale, provino piacere ad essere fatte del male?

 

Andrea: Nell’inconscio sì, mentre nella coscienza non vogliono essere fatte del male. Nell’inconscio invece vogliono proprio essere distrutte. La donna è negativa mentre l’uomo è positivo, la donna si fa possedere mentre l’uomo possiede.

 

Comunque, al di là di questi discorsi mi sembra di capire che tutti quanti tendete a fare una distinzione netta fra affettività e sessualità. Nessuno invece considera le due cose inseparabili?

 

Davide: Io non trovo differenza, perché l’affettività richiama la sessualità e viceversa. Se parliamo di sesso come amore. Se invece consideriamo il sesso solo uno sfogo, allora le cose sono diverse.

Lucio: Io invece penso che anche quando il sesso è solo uno sfogo, almeno due o tre minuti di affetto ci sono.

 

Ma voi non pensate che, ad esempio, anche solo il desiderio di un rapporto sessuale può essere già affetto?

 

Davide: No, può essere una mancanza.

 

Il desiderio può essere una mancanza? Spiegati meglio.

 

Davide: Cioè, andare solo con lo scopo di fare sesso con una persona può essere una mancanza di affetto.

 

Passando invece all’affettività e sessualità nel carcere, cosa avete da dire?

 

Davide: Se ci fosse! Io ho avuto diversi compagni carcerati anche all’estero, sia in Spagna che in Francia, e lì ci sono delle strutture, a quanto mi hanno detto loro, apposite, sia per passarti magari una domenica con la moglie e con i bambini in un mini appartamento, come viene definito, dove tu puoi mangiare e coabitare con la tua convivente, con la tua moglie, o comunque passarci una giornata intera; oppure ci sono anche quelle strutture dove puoi stare quelle 4 o 5 ore da passare insieme anche solo sessualmente con la propria donna, con la propria moglie, con l’amante o quella che è. Addirittura, mi sembra in Spagna, ti portano anche una specie di catalogo, dove tu puoi sceglierti la donna con la quale passare quelle ore di sesso. Qui in Italia invece non ti permettono neanche di guardare un film a luci rosse in televisione.

 

Ma voi sareste disposti a far venire la vostra moglie o fidanzata in carcere per avere un rapporto sessuale in una isolata stanza apposita, ma controllata da telecamere per motivi di sicurezza?

 

Davide: anche quando sei fuori, ci sono dei momenti in cui tu stai con una persona alla quale tu vuoi molto bene, e in quei momenti non t’interessa di nulla, di chi sta intorno, di chi ti guarda, di chi vi osserva, ma ti interessa soltanto averla vicina, quindi sarei disposto anche alle telecamere.

Antonio: basterebbe operare un’accurata perquisizione all’ingresso per eliminare le telecamere.

Davide: Noi siamo in una situazione in cui non ci è permesso neanche possedere la nostra stessa fantasia. È proibito avere giornali porno, la televisione in stanza prende soltanto due o tre canali; questo non aiuta la fantasia, qua te la bloccano.

Lucio: Ma qua ti bloccano anche un semplice contatto fisico con i parenti a colloquio. È vero, hanno tolto i vetri divisori, ma ancora ci lasciano la distanza, cioè tu non puoi andare dall’altra parte e l’altro non può venire al di qua.

 

Come sopperite a questa mancanza di affettività e sessualità in carcere?

 

Antonio: Con la masturbazione e con l’omosessualità forzata.

Andrea: Mai la masturbazione, meglio che te la fa un amico che non te stesso.

Antonio: Meglio uno spinello che il sesso, io me lo taglierei, solo problemi.

Andrea: Se ti beccano le guardie che stai avendo un rapporto con un amico, sono mazzate. A me una volta mi beccarono che mi stavo facendo un ragazzino in bagno. Mi cambiarono di reparto, mi volevano coercire, anche se il ragazzo era favorevole e ci stava, eravamo d’accordo, io gli davo le sigarette in cambio.

Giovanni: Qui è vietato avere rapporti sessuali fra compagni, è vietato avere giornalini porno, è vietata la masturbazione.

Antonio: No, la masturbazione non e vietata, e vietata solo quando diventa un fenomeno spettacolare di quelli che lo fanno in corridoio davanti a tutti, ma se lo fai in bagno o sotto le coperte nessuno ti dice niente.

Giovanni: Secondo me chi si masturba è male a se stesso. Chi fa sesso con un altro c’è la soddisfazione che uno dei due sia contento. Per esempio noi che siamo qua dentro, le donne le vediamo però, non si toccano. E ti tocca fare l’amore con un uomo. Poi, se mentre lo fai, che pensi a quella donna lì o non ci pensi, sempre è la stessa cosa. Io quando faccio l’amore con un uomo qui dentro qua, provo il rilassamento dei membri, i muscoli, poi viene la fine, che si dà il coito, e tutto è fatto. Le sensazioni psicologiche invece sono la soddisfazione, e poi c’è da dire che uno che ha fatto una cosa pensa subito, prima che gli venga il coito, di farne un’altra. Io sono quindici anni che sono qua. Dovevo starci due anni, poi la giudicessa è venuta a sapere che andavo con gli uomini e allora "stecche". (= proroghe n.d.r.) di un anno alla volta. Poi c’ho anche la sfortuna che i miei sono lontani.

 

Se non abitassero così lontani, in Sardegna, cosa cambierebbe?

 

Giovanni: Se abitassero vicino cambierebbe tutto. Non mangerei più la roba che mangio qua, ma quella di mia sorella, e poi, l’avvicinamento non ti fa sentire la galera. Vedi, anche per una settimana: oggi vedo mia sorella, e se per una settimana non la vedo, non fa niente, mi basterebbe.

 

Secondo voi, terapeuticamente parlando, quanto sono importanti l’affettività e la sessualità?

 

Lucio: a me un medico mi disse che è opportuno farsi da sé, masturbarsi.

Davide: Durante il giubileo del 2000, la direttrice del carcere in cui mi trovavo, ha preso alcune persone e ha permesso loro di passare un’intera domenica a festeggiare con le proprie famiglie nel campo sportivo, con un banchetto dalle nove del mattino alle quattro del pomeriggio. Capitasse anche una volta sola al mese! Quel giorno mi sono sentito rinascere.

Felice: Il giudice mi ha tolto la patria potestà e ha vietato a mia moglie di portare i miei figli a farmi visita. Da quel giorno io sono morto. Sono un depresso e resterò sempre tale. Non posso continuare a vederli solo in fotografia. Meglio morire.

Antonio: Se ci fosse la possibilità di vedere la propria famiglia più spesso, qui sarebbe una colonia e non più un carcere, e guariremmo tutti più velocemente.

 

Chi fra di voi è stato anche in carcere, può dirci la differenza, sempre riguardo all’affettività e alla sessualità, fra il carcere e l’OPG?

 

Andrea: Io sono stato un anno in carcere prima di venire qua, c’è molta più affettività qua che là. Qui le stanze sono sempre aperte e puoi almeno esercitare l’affettività dell’amicizia. Lì, invece, sempre chiuso in cella, non vedi nessuno. Qui abbaiamo molte attività, e almeno vediamo gli operatori e le operatrici esterne, psicologhe, infermiere, volontarie, con le quali si può esercitare almeno l’affettività, magari si potesse anche la sessualità.

Antonio: Invece in carcere hai molti più permessi e puoi uscire e tornare dei giorni a casa dove ti puoi sfogare con tua moglie. Qua i permessi sono pochi e poi le famiglie di molti non li vogliono più indietro.

 

Qui il regolamento permette sei ore di colloquio mensili. Sono comunque concesse ore in più a scopo terapeutico o trattamentale?

 

Anna (agente di P.P.): Solo per coloro i cui parenti vengono da lontano, magari permettendo due ore consecutive oppure un permesso di sei ore per il paese, ma sempre per un totale di sei ore mensili, tranne poi quelle extra concesse, su richiesta, dal Magistrato di Sorveglianza. Invece per le telefonate è possibile chiudere un occhio. Se qualcuno ha proprio bisogno di sentire la famiglia, allora si concede una telefonata "terapeutica".

Regolarmente le telefonate permesse sono una alla settimana, per un massimo di quattro al mese, di dieci minuti l’una.

Antonio: Anche se solitamente dopo i primi cinque minuti ci tagliano la linea.

Anna: Non è vero, anzi tendiamo a concederne di più. Comunque diamo la possibilità di concluderla. Se interveniamo è per dire di salutarsi che il tempo è scaduto. Anzi, c’è da dire che molti ricoverati non sanno cosa dirsi con la famiglia e dieci minuti sono troppi. Superata la difficoltà per trovare qualcuno a casa, cioè a qualunque ora facciamo la telefonata non troviamo mai nessuno in casa, il ricoverato spesso si limita a chiedere: "Come stai?". "Mandami i soldi che ho finito le sigarette!" "Ciao, ciao" e poi attacca. Ci sta un ricoverato qua che fa: "Ciao, stai bene?" "Sì, sto bene, tu stai bene?" "Sì, ciao" e attaccano. La verità è che tante volte i ricoverati vorrebbero pure parlare, ma sono le famiglie che stringono e tendono a chiudere o perché non sanno cosa dire o perché non vogliono sentire il ricoverato. Altre volte non accettano la telefonata del ricoverato, e allora ci attaccano il telefono in faccia. Noi richiamiamo e loro non rispondono più. Allora, per non fare dispiacere il ricoverato e farlo stare male, a noi tocca fingere che il telefono non funziona o che non c’ è nessuno in casa. Ma questa è un’altra storia.

 

La redazione de "La storia di Nabuc"

 

 

 

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