Vita - 15 febbraio

 

Giudecca, un appello dalle donne: non separate mamme e figli

 

La storia di Maria, una donna albanese detenuta nell’Istituto penale della Giudecca, e della sua bambina, che a 3 anni ha dovuto "lasciare" il carcere e la madre, ve l’abbiamo raccontata da poco, ma non vogliamo lasciarla cadere perché Maria ha bisogno di aiuto e forse fa qualche tempo, se qualcuno le offrisse un lavoro e un posto in una casa di accoglienza per donne con figli, ci potrebbe essere anche per lei la possibilità di usufruire di una misura alternativa al carcere e di ritornare a vivere con sua figlia. Quella che segue è la "seconda puntata" di questa vicenda, raccontata dalle sue compagne di detenzione alla Giudecca. Speriamo che ce ne sia una terza, e questa volta "a lieto fine"; anche se sappiamo bene che non capita spesso che le storie di carcere finiscano come le favole.

 

Ornella Favero

 

Emiliana qualche giorno fa, poco dopo aver compiuto 3 anni, è stata "scarcerata" e portata in un istituto vicino al carcere, in arresa di una difficile decisione su quello che sarà il suo destino, e ora in carcere entra come tante altre persone, che ogni giovedì e sabato vengono a fare i colloqui con i propri famigliari, con la differenza che la direzione del carcere le ha concesso qualche ora in più per stare a colloquio con la madre. Maria non ha molti soldi in questo momento, e tutte noi che siamo in cella con lei cerchiamo di aiutarla, comprando succhi di frutta, dolci, brioches, perché questi lunghi incontri con la figlia diventino un po’ più piacevoli. Ma non è facile un colloquio in carcere per una bambina di 3 anni. Non si è ancora resa conto che questo carcere non è più la sua "casa".

Finito il colloquio, al momento del distacco, piange perché sa, nonostante l’età, che non tornerà più a mangiare, dormire e vivere qui con sua madre, e non avrà per lungo tempo carezze, baci e sgridate da lei. Noi pensiamo che, qualsiasi opinione si possa avere della madre, la realtà è una: la bambina è bene educata, è sensibile, è tranquilla, e gli anni passati in carcere non sembra che le abbiano lasciato ferite profonde. E allora è giusto dire che tutto questo è dovuto davvero alla madre, che ha dimostrato sempre grande capacità e amore nell’educare la figlia.

Sono tante le domande che noi ci facciamo quando vediamo Maria ed Emiliana, o le altre detenute che stanno al nido del carcere con i loro bambini: è davvero inevitabile strappare la figlia a una donna, anche se ha sbagliato? Perché non si accerta l’idea che una donna che ha sbagliato può essere nello stesso tempo una madre che ha dato amore e ha saputo crescere bene la propria figlia?

È giusto spezzare il legame tra una figlia e una madre che, grazie a questo legame, sta trovando l’aiuto e la forza per cambiare la sua vita? Se questa donna perderà la bambina, quale stimolo porrà avere per migliorare se stessa e per continuare a vivere?

 

Le donne detenute alla Giudecca

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