Ristrettamente utile

 

Giustizia riparativa: il punto di vista di un Magistrato di Sorveglianza

Come sanare le fratture prodotte dai reati

La pena va gestita tenendo in considerazione la naturale aspirazione del condannato

a ricostruirsi un futuro, ma anche la posizione delle vittime

 

di Giovanni Maria Pavarin

Magistrato di Sorveglianza di Padova

 

Un tema di grande importanza su cui dovremmo soffermarci tutti quanti, è quello che andrebbe sotto il titolo di “giustizia riparativa”. È opportuno sottolineare, anzitutto, che il termine “riparativa” è un aggettivo che deriva dal verbo riparare, il cui significato è porre rimedio, ed è del tutto evidente che si può porre rimedio soltanto a qualcosa che si è rotto. Se nulla si fosse rotto, infatti, non ci sarebbe alcunché da riparare, mentre il reato produce a tutti gli effetti una frattura. Anzi, una serie di fratture. La prima delle quali avviene nella persona stessa che l’ha compiuto, rompendo la sua armonia personale e il suo rapporto con la comunità di cui fa parte. E ciò è tanto più vero quanto più il reato è grave, per le ricadute pesantissime (altre fratture, quindi) che esso ha a livello di rapporti familiari. C’è poi fatalmente la rottura con la vittima, perché tutti i reati hanno una vittima.

E non mi riferisco soltanto alla persona fisica che il reato ha direttamente colpito, perché vittima necessaria e costante di ogni reato è anche lo Stato. Sì, lo Stato. Certo, il rapporto che si ha con lui – e la rottura che per via del reato ne consegue – è diverso, perché lo Stato non lo si incontra per strada, non gli si stringe la mano, non lo si vede neppure… Lo Stato è un’idea astratta, che rappresenta però l’insieme di tutti noi: quando infrangiamo una sua legge – per quanto ci possa sembrare sbagliata, o discutibile – rompiamo perciò il rapporto che ci lega a quell’insieme, e quindi rompiamo con lo Stato, facendone una nostra vittima. Se io dovessi rompere la testa a qualcuno, insomma, la mia vittima non sarebbe solo la singola persona che ho colpito, ma anche lo Stato, che ha interesse a che non si rompano le teste degli altri.

Con la definizione “giustizia riparativa”, dunque, si indica l’insieme di tutti i concetti, le idee, le pulsioni e quant’altro serva a far sì che la giustizia, quando si afferma, tenga in considerazione anche le necessità di riparare queste fratture che riguardano, ripeto, l’autore stesso del reato, i suoi familiari, le singole vittime e lo Stato. È un tema non nuovo, ma su cui si pone l’accento con particolare intensità da qualche anno; da quando, cioè, tutte le amministrazioni europee hanno cominciato a sottolineare con maggior forza la necessità che venga data al condannato una possibilità di rivincita, di riscatto; che possa essere messo nella condizione di capire che ha sbagliato e di organizzarsi per non sbagliare più. In definitiva, di essere considerato una persona diversa da quella che è stata in passato.

Questa impostazione non è però ben vista da tutti, e ad essa si oppongono soprattutto le vittime di reato. Non sono disposte ad accettare, in particolare, che chi un giorno le ha offese possa uscire dal presidio del carcere senza che loro siano state neppure avvisate, contattate, interpellate. Anzi, senza che siano state neppure “considerate”. E proprio per contrapporsi a questa tendenza hanno dato vita a un’Associazione europea delle vittime le cui pressioni hanno indotto l’Unione Europea a emettere una direttiva, destinata a tutti gli stati membri, in cui, tra l’altro, li si invita a disporre per legge che non vengano concesse ai detenuti misure alternative senza avere prima preso in considerazione le ragioni delle vittime. Dico questo per farvi capire quanto potente sia diventato il movimento posto in essere in questi anni dalle vittime, ma anche perché voi vi rendiate conto che reazioni del genere sono del tutto naturali, logiche. Provate a fare uno sforzo di fantasia e a immaginare di essere stati voi stessi, o le persone a voi più care, vittime di reati, e vedrete che avreste anche voi questo moto istintivo: “Ma come, quello lì ha violentato mia moglie e dopo dieci anni già me lo trovo per strada?”.

La pena, insomma, è una cosa che va gestita tenendo sì in conta la naturale aspirazione del condannato a ricostruirsi un futuro, ma anche la posizione delle vittime, che hanno diritto a pretendere di essere prese in considerazione. Seguendo quest’impostazione anche da noi, in Italia, è stata restituita tutta la sua importanza a una norma che in passato era stata un po’ trascurata. Mi riferisco all’articolo 47 dell’Ordinamento penitenziario, in cui sta scritto che quando il Tribunale di Sorveglianza concede la misura dell’affidamento, per esempio, deve - e non “può” - imporre al condannato di riparare il danno. Nell’affrontare questo argomento dobbiamo tener conto, però, delle reali condizioni economiche dei detenuti che attualmente affollano le carceri italiane. Ce ne sarà senz’altro qualcuno che ha i miliardi nascosti, ma la mia sensazione è che per la maggior parte hanno perso quello che avevano guadagnato, ammesso che avessero davvero guadagnato qualcosa, perché c’è anche gente che va in carcere per reati che non hanno implicato guadagni. Il significato dell’obbligo di risarcire il danno supera quindi l’aspetto puramente economico, specialmente nei casi in cui un risarcimento di questo tipo effettivamente non ci può essere, e acquista il valore di riparazione morale, inducendo il detenuto a esercitare il diritto-dovere di riscattarsi, di riabilitarsi, di migliorarsi, di pentirsi, di cambiare, di riorganizzarsi.

 

Bisogna riannodare un filo, che riavvicini le persone che sono state offese e quelle che hanno offeso

 

Parlando di giustizia riparativa in questi termini, ci avviciniamo necessariamente anche al concetto di mediazione penale, in quanto mediazione significa mettere insieme, tentare di avvicinare i due estremi di una situazione di grave contrasto, i poli opposti di uno stato di tensione, di contrarietà. E voi dovete capire che se cominciamo a pensare anche alle vittime, avviando un discorso che in qualche modo lega, che riannoda un filo, che riavvicina e instaura un rapporto tra le persone che sono state offese e quelle che hanno offeso, inneschiamo un processo importante e virtuoso.

Certo esistono casi in cui una simile opera di mediazione non è possibile, perché la persona che ha subito il danno non ha alcuna intenzione di entrare in contatto con chi l’ha danneggiata, e non si può evidentemente andare contro la sua volontà. Ma il fatto di non poter esercitare l’obbligo risarcitorio a favore della persona offesa non lo annulla: in queste situazioni, esso deve essere riversato a favore della collettività (facendo gratis qualcosa a favore di persone bisognose, oppure di Enti che si occupano di attività socialmente utili), in base al principio prima accennato dello Stato vittima necessaria e costante di ogni reato.

La regola, comunque, è che chi ha tolto debba restituire – e con gli interessi, come prescrive la legge – quello che ha tolto. Anche se in proposito va detto che gli strumenti a disposizione dello Stato non sono poi molti, nel senso che se un tizio ha rubato dieci miliardi e dice di averli spesi però tutti in donne e droga, non è facile dimostrare il contrario e fargli risarcire materialmente il danno, se quei soldi non si trovano o sono finiti in fumo per davvero. Per quel che riguarda la mia esperienza, sono convinto che la cosa migliore sia comunque aprire un confronto franco, con il detenuto, e credergli quando buon senso e ragione suggeriscono di credergli. Se uno si conquista un minimo di credibilità, dimostrandosi sincero, deve essere creduto. Anche perché quando entrano in carcere le persone in genere sono abbastanza “nude”, perlopiù abbandonate dai loro stessi familiari e dall’avvocato, che dopo la sentenza si è limitato a chiedergli il pagamento della parcella per poi sparire. Certo a renderle “nude” contribuisce anche il traumatico effetto provocato dall’ingresso in questo casermone strapieno di gente, e l’angoscia di sentirsi la vita spezzata, ma io ho la convinzione che i detenuti che parlano con me – non sempre già al primo colloquio, ma al secondo o al terzo sì – siano sinceri. Sia quando – ed è la maggioranza dei casi – dicono di non avere più soldi, sia quando invece ammettono, e succede, di avere del denaro da parte.

In tema di funzione rieducativa della pena, vi do una notizia che certo non vi farà piacere. Il 22 giugno 2006 la Corte costituzionale ha bocciato l’indultino, dicendo in sostanza – senza che ripeta le venti pagine della sentenza – che il magistrato lo può concedere solo nei casi in cui sussistano effettive condizioni di rieducazione. Quindi il magistrato deve attenersi ai parametri dell’articolo 27, concedendo l’indultino se uno dimostra di essere rieducato e negandolo, invece, se non ci sono chiari segnali in tal senso. E fra i parametri che il magistrato deve tenere in considerazione, nel formulare la sua valutazione, c’è appunto il tipo di sensibilità che il detenuto ha maturato nei confronti della persona offesa e la sua disponibilità a mettersi in contatto con essa per chiedere scusa, magari scrivendo una lettera.

Non deve stupire, del resto, che con l’andare del tempo si accentui sempre più la tendenza a concedere i benefici solo nei casi in cui risultino effettivamente guadagnati, con il comportamento ma più ancora con una sincera revisione critica del proprio passato. Fuori, nella società, spira infatti un’aria tutt’altro che favorevole nei confronti delle persone detenute, e più aumenta il numero dei detenuti ammessi ai benefici penitenziari che rientrano in galera per aver commesso gravi infrazioni, se non addirittura nuovi reati, più la società si ritrae, più le vittime si ribellano e si coalizzano nella richiesta che non vengano concesse ulteriori chance a chi ha sbagliato.

È in questo clima che è nata la legge ex-Cirielli, che come sapete impone un deciso stop a chi ha già sbagliato tre volte nel proprio passato; uno stop praticamente automatico, in caso di commissione di un nuovo reato, anche se va detto che la Corte costituzionale – con un’altra sentenza di qualche giorno fa – ne ha smussato un po’ i rigori, riportando a metà (anziché ai due terzi, come fissato dalla ex-Cirielli) il periodo di pena scontata necessario per accedere alla semilibertà per chi era nei termini entro il dicembre 2005. Si tratta di un piccolo ritocco, in positivo per i detenuti recidivi, che sostanzialmente non intacca però lo spirito di una legge che risponde, inasprendo le pene e rendendo meno accessibili i benefici, a un indubbio clima di tensione e di allarme sociale.

 

Quella dei parenti è una categoria di cui nessuno parla mai, eppure sono anch’essi vittime

 

Che si punti a sottolineare sempre di più l’aspetto rieducativo della pena, per me è però un fatto positivo, importante. Perché se uno si fa una carcerazione fatta bene è difficile che torni in carcere una volta che ne esce, tant’è che le carceri sono sempre più piene di gente che non c’è mai stata, prima, o di gente che c’è stata ma che dalla carcerazione non ha saputo ricavare alcun frutto. Se uno fa una carcerazione fatta bene, e – ripeto – fatta bene significa sanare tutte le fratture che abbiamo prodotto con il nostro reato, è difficile che non trovi in sé le risorse e le energie per costruirsi una vita nuova, che lo tenga al riparo da nuove tentazioni delittuose.

Vorrei però tornare – a proposito di fratture da sanare – a quelle che riguardano i parenti, perché quella dei parenti è una categoria di cui nessuno parla mai, eppure sono anch’essi vittime, almeno nei casi – e sono certamente la maggioranza – in cui non sono essi stessi complici, né assistono in maniera passiva alla commissione di reati. Perlopiù non sanno quello che combinano il marito, la moglie, il figlio, il papà; lo vengono a sapere dopo, e nessuno pensa alle loro lacrime, nessuno pensa che hanno anche loro bisogno di tutela.

Provate a pensare in che situazione viene a trovarsi un figlio che si trova da un giorno all’altro il padre in carcere, con l’accusa di avere commesso una sfilza di reati. Senza avere nessuna colpa, e anzi proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di solidarietà, viene emarginato dagli amici, dai compagni di scuola, tutto per lui diventa più difficile, più amaro. A quel figlio non si può non pensare, nella logica di una giustizia che sia davvero riparativa. A partire anche dal momento cruciale in cui si decide se dirgli la verità o blandirlo con una rassicurante bugia. Mi rendo conto perfettamente di quanto sia difficile dire a un bambino “tuo padre è in carcere”, per cui non posso che provare comprensione per chi si ostina a tirare avanti nel tempo con patetici sotterfugi, tipo “papà è via per lavoro, è all’estero e fra un po’ torna…”

So però che, prima o poi, la verità vera viene fatalmente a galla, col rischio che il bambino venga a conoscerla dalle persone meno indicate e nelle situazioni più sbagliate. Meglio allora – così almeno consiglio io, quando mi viene chiesto il mio parere – puntare alla massima confidenza, almeno nei casi in cui il bambino ha l’età per poter capire. Per quanto possa essere traumatica, la verità apre tuttavia un processo di riflessione, di maturazione, e alla lunga si rivela sempre meno dannosa della bugia sistematica. Non puoi dire per cinque anni di fila “papà è all’estero”… E chi ti crede più?

Ma non solo con i figli, con tutti i parenti bisogna dire la verità. Anzi, nei confronti dei parenti adulti è un vero e proprio imbroglio ostinarsi a mentire proclamando la propria inesistente innocenza. Mi è capitato di sentirmi dire da qualche detenuto “Dottore, la prego, non dica a mia moglie…”, e poi di essere visitato una volta al mese nel mio ufficio da quella moglie, che continuava a protestare l’innocenza del marito nonostante io avessi sul mio tavolo, a sua insaputa, la sentenza in cui lui rendeva piena confessione. Ma che senso ha? Perché continuare a imbrogliare, a imbastire discorsi che non stanno in piedi? Così si imbroglia la vita. Tanto vale dire le cose come stanno, e da lì ricominciare. La verità, con se stessi e con gli altri, è la prima pietra del cammino verso una vita diversa.

Quelle bugie raccontate ai figli “a fin di bene”

 La strada della verità non è uguale per tutti

Sono convinto della necessità di essere spietatamente schietti con i propri cari,

ma qualche volta è davvero una fatica immane imparare a non mentire più

 

di Marino Occhipinti

 

Nel suo intervento il dottor Pavarin, il Magistrato di Sorveglianza di Padova, ha sviluppato alcune argomentazioni molto interessanti, che mi hanno indotto a più di una riflessione. In questa sede preferisco soffermarmi però solo sul suo invito finale a dire sempre e comunque la verità, anche quando dire la verità – per chi ha commesso un grave reato – significa mettere a rischio l’unico autentico appiglio morale ed emotivo a cui può aggrapparsi una persona che, sia pure per sua colpa, si sente d’un tratto tutto il mondo contro: l’affetto e la fiducia “di appartenenza” che nutrono ancora in lui i suoi familiari.

Per quanto in linea di principio apprezzi e condivida l’invito del Magistrato di Sorveglianza di Padova ad avere il coraggio della verità sempre e comunque, sono dell’idea che è difficile stabilire e “codificare” comportamenti-standard validi per tutte le situazioni. Ogni contesto è infatti diverso dall’altro, in special modo quando a dover subire il peso devastante di confessioni tanto gravi sono i figli. E sulla decisione se dir loro la dura verità o rifugiarsi dietro lo schermo di un rassicurante castello di bugie pesano almeno due fattori: il primo è di ordine anagrafico, perché spiegare a un bambino di cinque anni che suo padre è in carcere perché ha commesso un crimine è sicuramente più complicato che spiegarlo a un bambino che di anni ne ha dieci; il secondo è invece di carattere morale, perché chi è responsabile di un reato “minore”, come un furto, avrà certamente meno difficoltà a confessare la propria colpa di uno che ha commesso un delitto ben più inquietante, come l’omicidio.

Per cercare di spiegarmi meglio provo a raccontare, seppure per sommi capi, quella che è stata la mia situazione, o meglio il mio “percorso”. Quando fui arrestato le mie due figlie avevano tre e sei anni, e per giustificare l’improvvisa sparizione del loro padre i miei scelsero la scusa più banale e apparentemente più rassicurante, dicendo loro – proprio come ha descritto il dottor Pavarin nel suo intervento – che… “papà è via per lavoro, ma tornerà presto…”. Francamente credo che in quei momenti non avessero alternative, perché travolti com’erano loro stessi dalle angosce e dai mille problemi anche pratici provocati dal mio improvviso arresto (ero un “regolare”, e nessuno si sarebbe aspettato da me qualcosa del genere) non avevano certo il tempo, né la serenità, per approntare strategie giustificatorie più sofisticate, e tantomeno per mettere le bambine di fronte a una verità troppo più grande, e più dura, di loro.

Lo stratagemma, comunque, ebbe un’efficacia molto limitata nel tempo. Dopo un paio di mesi, a ogni mia telefonata la più grande delle mie figlie cominciò a dirmi di aver smesso di piangere, che non mi pensava più e che non mi voleva più bene. Un comportamento tutto sommato comprensibile, in una bambina ormai abbastanza sveglia da non credere più, dopo tante settimane di mia assenza, alla pietosa “balla” del papà via per lavoro. Che altro poteva pensare, se non che l’avessi abbandonata? Una psicologa consigliò allora ai miei di raccontarle la verità, perché la pur bruciante delusione che avrebbe provocato in lei sapere che suo padre aveva sbagliato ed era finito in prigione sarebbe stata comunque meno grave del senso di abbandono indotto dalla mia improvvisa e immotivata sparizione. La verità le fu detta, anche se solo in parte e in maniera edulcorata (“papà ha fatto una cosa sbagliata e dovrà stare in carcere per un po’…”), e in effetti la situazione, quanto meno sotto il profilo affettivo, cominciò a stabilizzarsi: mia figlia tornò a dimostrarsi affettuosa con me, perché aveva capito che non me n’ero andato di casa di mia volontà. Insomma: che non l’avevo “tradita”.

 

Chi avevo ingannato, dunque, se non me stesso?

 

Quanto al secondo fattore, quello di carattere morale, pesa ancora di più di quello “anagrafico”, e influisce molto più a lungo nel tempo. Più un bambino cresce e acquista capacità di comprensione, più diventa arduo confessargli di aver commesso un reato, tantopiù se molto grave: se ha l’età per capire, ha infatti anche l’età per giudicare, e dirgli la verità – quando la verità è tremenda – vuol dire aprire nella sua coscienza e nei suoi sentimenti scenari imprevedibili. Io comunque, proprio perché ero consapevole di avere imputazioni da ergastolo, scelsi all’inizio con le mie figlie – come del resto con tutti i miei parenti – la strategia difensiva più sfrontatamente banale, che era anche la più lontana dalla verità: mi ostinai infatti per mesi e per anni a rivendicare la mia innocenza nonostante tutte le circostanze fossero contro di me.

Ai magistrati ribadivo continuamente che erano incappati in un errore, che io proprio non c’ero la sera dell’omicidio, che la perizia balistica non dimostrava un bel niente perché quel fucile non era in mio possesso, che le dichiarazioni di quella tal persona erano frutto di pura fantasia, eccetera… Col mio cocciuto negare, in realtà, non facevo che ingannare me stesso, dal momento che bastava un decimo degli elementi in possesso della magistratura per condannarmi, come poi è puntualmente avvenuto. E io in fondo ero consapevole – mentre protervamente la sostenevo - che la mia proclamata innocenza faceva acqua da tutte le parti, ma la mia ostinazione trovava alimento nella mia stessa difesa, che all’epoca - anche per il clamoroso risalto che il processo aveva nell’opinione pubblica - era finalizzata più a sganciarmi del tutto da quella tremenda vicenda che a limitare i danni, alleggerendo le mie personali responsabilità almeno sotto il punto di vista giudiziario: “Potranno anche condannarmi per la partecipazione all’omicidio – pensavo – ma io continuerò a dire che non è vero. Forse almeno i miei familiari mi crederanno e potrò continuare a guardarli negli occhi… Quanto alle mie figlie, non dovranno mai sapere quello di cui è responsabile il loro padre…”

Ora, mentre scrivo, ripenso alla mia ottusa testardaggine di allora e la trovo patetica: qualche anno dopo, quando decisi che era giunto il momento di voltare pagina e di ammettere finalmente le mie responsabilità, le mie sorelle e mio fratello mi dissero infatti che avevano smesso da un pezzo di credere alla mia innocenza. Chi avevo ingannato, dunque, se non me stesso?

Quello della chiarezza è stato un momento doloroso, ma è quantomeno servito a sanare parzialmente, se non del tutto, una delle tante “fratture” (per usare quest’efficace espressione del magistrato) che ho causato con i miei reati. In seguito infatti i miei parenti mi hanno confidato che all’epoca dei miei cocciuti dinieghi la loro fiducia nei miei confronti era ridotta al lumicino, mentre ora che avevo trovato la forza di dire loro la verità avevano riscoperto la voglia di credere in me e nel mio riscatto come uomo, come persona. Il che non è poco, quando ti rendi conto che senza la fiducia e l’affetto delle persone che ti vogliono bene non ce la potresti mai fare a uscire dal buco nero in cui ti sei cacciato. Ristabilire un rapporto di verità con i miei mi ha dato una grande forza, anche se è stato e continua a essere doloroso pensare ai lunghi anni in cui li ho ingannati rivendicando un’insostenibile innocenza. Nonostante mi ostinassi a tradirli, mentendo, non mi hanno mai abbandonato, e questo mi fa sentire doppiamente grato ma anche doppiamente in colpa nei loro confronti. E però mi dà anche forza, perché per un uomo chiuso in gabbia con “fine pena mai” è fondamentale conservare robuste radici affettive.

 

Le mie figlie avrebbero bisogno di risposte più approfondite di quelle che sono riuscito a dare loro finora

 

Mio padre non lo vedo da sei anni e mezzo, ma mica perché mi abbia rinnegato come figlio. Tutt’altro. Nei primi anni della mia carcerazione veniva di tanto in tanto a trovarmi, ma l’emozione era più forte di lui. Al punto che riusciva a malapena a farfugliarmi un saluto all’inizio e alla fine del colloquio: per il resto, lacrime, solo lacrime, in un uomo che prima non avevo mai visto piangere. Ha preferito smettere di venire a trovarmi, piuttosto che vedermi qui dentro.

Di mia madre, invece, ogni mese vedo la fatica sul viso quando, per venire ai colloqui, si alza alle tre di notte. Dopo un’ora di macchina, il cambio di tre treni e trecento chilometri percorsi, alle 7.30-8 si presenta ai cancelli del Due Palazzi, in prima fila; un’ora di colloquio e via, in un percorso a ritroso fatto in tutta fretta “perché poi, altrimenti, non ce la faccio a guidare per l’ultima ora di tragitto con il buio”.

Mio fratello me lo “rivedo” il giorno di Natale del ‘94, anno in cui sono stato arrestato, davanti alle mura del carcere in cui allora ero rinchiuso. All’epoca poco più che ventenne, in quel giorno di festa lasciò la sua ragazza, si fece duecentocinquanta chilometri tra la neve e si presentò all’istituto in cui ero recluso con un panettone in mano, a implorare gli agenti affinché me lo consegnassero. In quel periodo, però, mi trovavo in totale isolamento e quindi non potevo avere contatti né visivi né telefonici con nessuno: quando la sera mio fratello giunse a casa, quel panettone era ancora lì, sui sedili della sua vettura…

Dopo il mio arresto la mia sorella più grande si separò. Non le ho mai chiesto se la mia vicenda giudiziaria possa aver in qualche modo influito sulla sua “scelta”, e credo che non troverò mai il coraggio di domandarglielo. L’altra mia sorella, invece, dopo pochi mesi dal mio arresto cedette il negozio di estetica che con tanti sacrifici aveva avviato in un piccolo paese. “Oramai mi ero stancata”, mi confidò un giorno. Ma anche in questo caso ho sempre cercato di non approfondire troppo.

Dei problemi psicologici e anche di salute che la mia vicenda ha causato alle mie figlie, e dei tanti disagi materiali e morali che ho procurato loro, ho già scritto in altri articoli e preferisco evitare di tornarci sopra, fatta eccezione per un aneddoto che riguarda la più grande. Mi ha raccontato mia moglie che all’epoca del processo, quando i giornali erano pieni di articoli che parlavano della mia brutta storia, al bar dove l’accompagnava per fare colazione, prima dell’ingresso a scuola, si dimostrava molto più interessata ai quotidiani posati sui tavoli che al suo cappuccino e alla sua brioche. Evidentemente “sentiva” che in casa non le veniva raccontata tutta la verità su suo padre, e cercava di carpire qua e là qualche notizia in più.

Anche per me, del resto, è stato molto più difficile aprirmi con le mie figlie che con gli altri miei parenti. E sono persuaso che sarei ancora prigioniero della mia indecisione se un giorno non mi fossi trovato, del tutto inaspettatamente, davanti al fatto compiuto.

13 settembre 2001: un giorno che non potrò mai dimenticare. Mi fu concesso di incontrare mia moglie e le mie figlie, che erano venute a trovarmi, non nell’affollata e spesso assordante sala-colloqui ma nella cosìddetta “area verde”, ovvero in una piccola fetta di giardino appositamente attrezzata che quel giorno era a nostra esclusiva disposizione, per via di una fastidiosa pioggerella che aveva indotto tutti gli altri colloquianti a disertarla. “Hanno già dieci e tredici anni – dissi a mia moglie, osservando le nostre figlie che giocavano a qualche metro di distanza – e prima o poi dovrò raccontare loro la verità… Ma non so se troverò mai il coraggio di farlo”.

“Guarda che sanno già tutto, ho pensato che fosse giusto così…”

A quella notizia, insieme dolorosa e liberatoria, fui letteralmente sopraffatto dalle lacrime. Ero consapevole che era giusto che le mie figlie sapessero, ma mi angosciava l’idea che la verità potesse abbattersi fra loro e me come un macigno, mettendo a repentaglio l’affetto e la stima che fino ad allora, nonostante la mia carcerazione, avevano conservato per me. Riuscii a farfugliare a malapena qualche parola confusa, e non so davvero come sarei uscito da quella situazione se loro, intuendo il motivo della mia angoscia, non mi avessero anticipato assicurandomi che io ero e sarei rimasto il loro papà, che nulla sarebbe cambiato nel loro rapporto con me.

A distanza di cinque anni le mie figlie hanno mantenuto la loro “promessa”, ma io continuo a vivere con l’angoscia che un giorno possano cambiare atteggiamento nei miei confronti. La verità non è più un tabù, fra di noi. Ma tutta la verità è un’altra cosa, e a volte penso che avrebbero bisogno di risposte più approfondite di quelle che sono riuscito a dare loro finora. Forse, occorrerà prima o poi qualche ulteriore “sblocco”, da parte mia. Ma non è facile: anzi, è terribilmente difficile. E così, sebbene in linea di principio sia assolutamente d’accordo sulla necessità di essere spietatamente schietti con i propri cari, resto dell’idea che la strada della verità non è uguale per tutti. È, infatti, un percorso tanto più difficile quanto è più grave il reato di cui ci si è macchiati.

 

 

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