Dentro & Fuori

 

Dal sud un progetto all’avanguardia nell’affrontare
i problemi familiari dei detenuti

 

A Secondigliano i bambini e le famiglie di chi sta in carcere
sono un po’ meno abbandonati

 

di Apollonia Annunziata

 

Tonino è in un certo senso il nome di ciascun bambino che si reca al carcere per far visita ad un proprio familiare. Il Progetto, avviato lo scorso anno nel Centro Penitenziario di Secondigliano, nasce a tutela del rapporto detenuto/famiglia ed è finalizzato al miglioramento di questa relazione secondo le previsioni dell’Ordinamento Penitenziario e del nuovo Regolamento (cfr DPR n° 230/2000).

 

Il Progetto parte dall’osservazione di quei fattori che, incidendo più negativamente sulla salute psichica del detenuto, ne determinano uno stato di "adattamento passivo" al carcere.

Tra questi:

Il distacco dagli affetti, accentuato dai percorsi tortuosi della burocrazia e dall’ignoranza delle normative di legge in materia di incontri e di colloqui dei detenuti con i parenti;

Il trasferimento in carceri lontane dalla residenza dei congiunti;

La promiscuità e la limitatezza degli ambienti posti a disposizione dalle strutture penitenziarie, che rendono l’incontro mortificante per i detenuti, doloroso per i parenti;

La presenza di figli, traumatizzati dalla situazione di detenzione del genitore (talvolta di entrambi).

Va considerato che il coinvolgimento emotivo sui minori è molto forte e tale da porre gli stessi a rischio di diventare, crescendo, dei potenziali criminali.

 

Da tali considerazioni nasce il progetto Tonino, che prevede, attraverso gli incontri ed il colloquio tra volontari e detenuti, di favorire il reinserimento sociale di questi ultimi.

La Caritas della diocesi di Napoli si è presa carico dei problemi, facendosi interprete della voce dei volontari e promuovendo il progetto presso il Comune di Napoli e gli istituti penitenziari della città.

Il Comune di Napoli ha reso operativo il progetto, facendolo rientrare nell’accordo di programma triennale, stipulato ai sensi della Legge 285/97 che prevede tra l’altro "l’integrazione sociale per i figli di detenuti e sostegno all’integrazione sociale per minori nomadi e immigrati".

Il progetto Tonino è diventato così uno strumento di grande utilità per la conoscenza e la verifica del disagio derivante dalla detenzione.

 

Le finalità generali, perseguite attraverso il progetto, sono:

Rendere attivo, attraverso il monitoraggio e la valutazione dei servizi, un Osservatorio Permanente dei disagi connessi alla realtà carceraria, alla specifica detenzione;

Offrire sostegno e consulenza ai familiari dei detenuti;

Promuovere nelle famiglie, ed in particolare nei minori, fiducia nelle istituzioni;

Promuovere la cultura della legalità e l’integrazione dei beneficiari dell’intervento nel contesto sociale di riferimento;

Favorire l’affermazione di condizioni di maggiore vivibilità ed umanità per i familiari dei detenuti all’interno delle strutture penitenziarie;

Promuovere l’integrazione e la complementarietà nelle attività specifiche del sistema penitenziario, per migliorare lo stato di detenzione e promuovere una più armoniosa unità familiare dei detenuti con i propri congiunti.

 

Obiettivo fondamentale è quello di produrre cambiamenti di mentalità all’interno del mondo carcerario. Nello specifico, invece, il progetto ha i seguenti obiettivi:

La promozione dei diritti del bambino;

La stimolazione dei processi creativi ed espressivi;

Lo sviluppo della qualità della vita;

La trasformazione di un ambiente del carcere in uno spazio ludico;

L’incentivazione della cultura del gioco;

La promozione della partecipazione del bambino;

La divulgazione dei diritti dell’infanzia;

La concertazione con Enti ed Istituzioni pubbliche e private;

La valorizzazione delle diversità;

Il miglioramento della fruizione dell’ambiente.

 

Il centro penitenziario di Secondigliano è diventato centro modello, quale luogo di incontro delle famiglie del detenuto. Nel centro stesso è stato realizzato uno spazio attrezzato con giochi con area di ricreazione ed area di studio, dove il bambino trascorre con i volontari il tempo che lo separa dall’incontro con il genitore detenuto. In uno stato d’animo più rilassato vede il parente e l’incontro risulta più positivo per entrambi, perché sono state eliminate precedenti situazioni di tensione e di pathos.

 

Altre situazioni, portate allo sportello famiglie:

Richieste per l’iscrizione del figlio presso enti (asilo, centri sociali e/o educativi, etc.);

Sussidi economici, per far fronte al disagio economico che consegue alla detenzione di un familiare; Supporto scuola e buoni pasto;

Arresti domiciliari per il figlio detenuto;

Semilibertà ed affidamento al lavoro;

Disagio psicologico e sociale del bambino;

Problemi sanitari;

Lavoro;

Pratiche di invalidità del detenuto;

Recupero per tossicodipendenti ed indirizzo alle comunità terapeutiche;

Disagio psicologico personale e familiare;

Problemi legali. Informazioni generali sullo sportello "famiglie".

 

Il progetto Tonino, dunque, rappresenta un’innovazione in un sistema penitenziario che comincia ad essere sensibile all’integrazione con il territorio e, pertanto, con gli Enti locali, con le Istituzioni pubbliche e private, nonché con tutta la comunità civile. Questo è quanto si cerca di rendere possibile, proprio affiancando e sostenendo la famiglia del detenuto attraverso questa iniziativa.

Al termine del primo anno si è superata ogni diffidenza da parte sia del personale carcerario che delle famiglie dei detenuti, riscuotendo ampi consensi e riuscendo anche a garantire una continuità negli interventi. Il primo consuntivo è dunque soddisfacente.

L’auspicio è che altri centri penitenziari si rendano promotori di analoghi progetti.

 

*Apollonia Annunziata è Pedagogista, Supervisore del Progetto Tonino e Coordinatrice della Commissione Caritas "Carcere e Territorio" della Diocesi di Napoli

 

Perché tutti i conventi non mettono a disposizione almeno una
stanza per chi esce dal carcere e si ritrova senza una residenza?

 

La proposta è di Fra Beppe, uno che non si arrende mai, uno dei pochi che con la sua associazione, La Fraternità, alle famiglie dei detenuti dedica tempo ed energie

 

Ho rivisto Fra Beppe Prioli nel carcere di Padova, alla Giornata di Studi Carcere: Salviamo gli affetti, dopo circa due anni e mezzo dall’ultima volta che l’avevo incontrato: allora ero in permesso, a Verona, e l’avevo intervistato per conto del "TG2 PALAZZI". Al mio ritorno in carcere volle accompagnarmi fin davanti al cancello del "Due Palazzi". Anche quella volta parlammo di affetti: "Che bella famiglia che hai; tuo figlio è un giovane veramente ammodo...", mi disse al momento di salutarci. "E questa splendida bambina, per tutto il viaggio è rimasta sempre stretta stretta a te. È soprattutto per loro che dovresti cambiare: per i tuoi figli. Tra i sani valori della vita, ci sono quelli dei solidi rapporti famigliari. Tu li hai già: coltivali. Sarebbe un peccato perdere quello che già si ha, in cambio di niente."

A Padova il 10 maggio sono venuti in tanti con Fra Beppe, tutti collaboratori volontari della associazione "La Fraternità", che condividono con lui gli sforzi per alleviare il disagio di chi viene a trovare i congiunti reclusi, e che per una breve visita si sobbarcano estenuanti viaggi e snervanti attese.

Non è facile intervistare un personaggio come Fra Beppe. Quando parla della "Fraternità" e dei suoi progetti, è come un fiume in piena, e allora, ho preferito che parlasse a ruota libera, limitandomi semplicemente a "correggere il tiro" quando si allontanava un po’ dal tema della giornata.

 

"Fratello Lupo" (è così che lo chiamano in tanti), ha un po’ di tempo per un "agnellino" della redazione di "Ristretti"?

Tu, un agnellino? Questo sì che è un miracolo! Ma, stai scherzando con questo "lei" così formale? Siamo o non siamo amici? Quindi...

 

È vero, scherzavo... Ciao Fra Beppe, hai visto quanta gente c’è oggi? Tu, che hai sempre operato per un mantenimento più costante dei rapporti tra famigliari e detenuti, non potevi non esserci a questa giornata di studi. Questo di oggi è un evento eccezionale, se si considera l’alto numero dei partecipanti che hanno una conoscenza specifica dell’argomento. Finalmente, chi è intervenuto, lo ha fatto con competenza... Ma non bisogna fermarsi solo alle buone intenzioni. Le associazioni di volontariato dovrebbero coordinarsi, e insistere in questa direzione. Coinvolgere il più possibile le persone che hanno un’idea astratta del carcere, e chi dall’interno delle istituzioni può fare qualcosa.

 

Ti riferisci a un coinvolgimento emotivo?

Non solo, anche se quello è importantissimo. A proposito dell’emotività, hai sentito quella nostra volontaria, madre di un detenuto? La sua è stata una testimonianza veramente toccante sulle difficoltà del mantenimento degli affetti, e sulla necessità di avere un supporto umano, capace di lenire l’angoscia del distacco tra chi è detenuto e il proprio nucleo familiare.

Inizialmente temeva di non riuscire a dire quello che aveva nel cuore, ma tutti noi della "Fraternità" contavamo proprio sulla sua presenza. È una donna con una grande forza interiore. Noi l’abbiamo aiutata semplicemente a non chiudersi nel proprio disagio, e oggi è tra le nostre collaboratrici più attive.

 

A proposito del convegno di oggi: cosa ne pensi della possibilità di creare "spazi affettivi" all’interno degli istituti di pena?

Spazi affettivi? Strano modo per parlare di sessualità. Questo, comunque, è un tema veramente forte. Infatti, per l’imbarazzo e per un po’ di pudore, mi sono imposto di usare un eufemismo Io da anni mi batto per la creazione di luoghi più dignitosi per gli incontri fra detenuti e famigliari. Ma penso che sia importantissimo fare in modo che siano meno squallidi gli incontri fra i detenuti e i loro figli. Tanti bambini restano traumatizzati dalle visite ai loro genitori in carcere. Penso che bisognerebbe tutelare, prima di tutto, proprio la loro sensibilità. Per quanto riguarda la sessualità, è un’esigenza che rispetto, ma credo sia difficile da soddisfare se non si creano prima delle strutture opportune. E mi riferisco a strutture esterne.

 

Esclusivamente esterne?

Per il momento sì. Ma non pensare che io sia contrario; penso solo che i detenuti non siano pronti. Molti di quelli con cui ho parlato non mi sono sembrati particolarmente entusiasti. Hanno manifestato delle perplessità sulle eventuali modalità per la fruizione di questa opportunità. Nel senso che si tratterebbe di una sorta di "amore a orario". E questo sarebbe, oltre che imbarazzante, mortificante. Ecco perché dico che sarebbe opportuno creare, o reperire, delle strutture all’esterno dall’area carceraria. Darebbero un senso più logico all’esigenza di un vero e proprio rapporto intimo. Spesso, i problemi sono più quelli inventati per "non fare", o per "ritardare" determinate iniziative, che quelli realmente esistenti. Secondo il mio modesto parere, basta volerlo, e oltre le mura si potrebbe benissimo realizzare qualcosa del genere.

 

La "Fraternità" in che direzione si sta muovendo, per la tutela dell’affettività?

La nostra associazione sta operando per incentivare il sostegno alle famiglie. Un’altra cosa che mi sta a cuore è il problema della lontananza: il detenuto dovrebbe scontare la pena il più vicino possibile al proprio luogo di residenza. I famigliari dei detenuti, quando vengono da lontano dovrebbero ricevere un’opportuna accoglienza, e invece, vengono abbandonati a se stessi nel disagio più totale. A volte diventano loro stessi vittime di questo sistema carcerario che si disinteressa delle evidenti difficoltà. Bisogna rompere le paure delle famiglie, aiutarle a superare il timore del carcere. Invece, sembra che si faccia di tutto per incentivare proprio questo disagio che a lungo andare crea disgregazione nelle famiglie. Non è giusto. Vorrei gridalo forte che tutto questo non è giusto!

 

C’è qualche altra cosa che vorresti gridare forte?

Tante. Ma i miei sono appelli che rivolgo un po’ a tutti quelli che possono o potrebbero fare qualcosa. Alle tantissime cooperative sociali (e non solo delle province venete), vorrei chiedere di assumere almeno uno o due detenuti a testa. Rivolgo un appello anche a tutti i conventi: che mettano a disposizione almeno una stanza per chi potrebbe fruire dei benefici previsti dall’Ordinamento Penitenziario, o per chi esce dal carcere e si ritrova senza una residenza.

 

Una stanza di accoglienza in ogni convento?

Proprio così! E non solo per i detenuti che fruiscono di benefici. Anche per quegli ex detenuti che una volta fuori non hanno più alcun punto di riferimento. Sono moltissimi quelli che alla fine di una detenzione si ritrovano soli e senza sapere dove andare. Un’accoglienza umana e dignitosa non va negata a nessuno. Italiani e stranieri, davanti al disagio sociale sono tutti uguali, e vanno aiutati allo stesso modo.

 

Fra Beppe, parlaci del prossimo seminario di studi del S.E.A.C. del Veneto, visto che l’argomento è molto vicino a quello di cui stiamo parlando.

 

Affronteremo diversi temi sui rapporti tra il volontariato che opera all’interno del mondo carcerario e le istituzioni. "Un ponte fra le due città", è il titolo del seminario. Attraverso il dialogo, si cercherà di capire in che modo si può cooperare per realizzare un vero e proprio avvicinamento tra il mondo del volontariato e quello delle istituzioni. C’è ancora tanto lavoro da fare, ma bisognerebbe anche, e insisto su questo punto, far sì che le stesse associazioni di volontariato collaborassero tra loro in modo più attivo.

 

Quindi, ci vorrebbero più "ponti"?

Più ponti per "un unico ponte" tra carcere, società, istituzioni e volontariato. Un dialogo a più voci per un unico traguardo: migliorare la qualità della vita di chi vive, e soffre nel disagio. Il seminario sarà diviso in tre gruppi; si parlerà di "sentimenti", di "atteggiamenti", e di "affetti". Ognuno di questi gruppi avrà un relatore, ma parteciperanno, e testimonieranno la loro esperienza, molti operatori particolarmente attenti e preparati sulle tematiche proposte. Non mancheranno i detenuti e molti dei loro famigliari. Contiamo molto su una loro attiva partecipazione.

 

Non succede spesso che un’intervista finisca con una domanda finale dell’intervistato. Con Fra Beppe abbiamo chiacchierato ancora un po’, del più e del meno, come due vecchi amici ritrovati. Poi, lui ha cominciato a chiedermi notizie della mia famiglia. Stavo per dirgli che di quella "bella famiglia", che lui ha conosciuto tempo addietro, è rimasto ben poco. Quel poco, però, per cui vale (sempre, naturalmente) la pena di cambiare e migliorarsi: i figli.

Comunque, non ho avuto il tempo di parlargliene: alcuni compagni detenuti si sono avvicinati a noi festosamente, e me l’hanno portato via. Meglio così, in fondo... l’intervistato era lui.

 

A cura di Eugenio Romano

 

 

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