Editoriale

 

Allenarsi all’ascolto

 

di Ornella Favero

 

È il terzo numero del nostro giornale che dedichiamo quasi interamente a questo tema doloroso del rapporto tra vittime e autori di reato, questa volta pubblicando testimonianze di ospiti della Giornata di studi “Sto imparando a non odiare”, e testimonianze di detenuti, che quel giorno hanno soprattutto ascoltato, e che ora intervengono con le loro riflessioni. Ed è da più di un anno che la nostra redazione passa ore e ore a discuterne. Immagino anche che tanti lettori non condivideranno questa scelta, e magari ci rimprovereranno di essere sempre più “sbilanciati” su questo tema, proprio in un momento in cui bisognerebbe piuttosto essere particolarmente attenti alla tutela dei diritti delle persone private della libertà personale, che sono sempre più a rischio. Ma io credo che non ci possa essere una politica dei due tempi: ora ci occupiamo della legge Gozzini che vogliono svuotare del tutto, rendendo così le carceri dei parcheggi in cui si attende il fine pena senza un percorso, senza un lavoro serio e attento di ricostruzione della propria vita, poi penseremo a questioni come la mediazione, le vittime, la giustizia riparativa.

No, noi crediamo semmai, al contrario, di averci messo troppo tempo a iniziare una riflessione seria su questi temi, e adesso vogliamo andare avanti, perché se riteniamo davvero importante allargare il dibattito sul senso della pena, e sensibilizzare la società a una idea diversa del punire, dobbiamo avere l’equilibrio e l’intelligenza per occuparci di chi commette reati, e se subisce una condanna al carcere deve poterla scontare nel pieno rispetto della sua dignità, e nello stesso tempo non dimenticare che ci sono delle vittime, e che il carcere com’è ora spesso significa isolare, separare dalla società gli autori di reato, e però anche rendere “invisibili” le vittime.

“Vedere” le vittime e imparare ad ascoltarle non è affatto facile, siamo tutti troppo poco abituati a stare zitti e a dedicare tempo ed energie all’ascolto: ecco perché abbiamo voluto che prima di tutto parlassero loro, e abbiamo cercato di avviare una riflessione attenta a partire dalle loro testimonianze. E una cosa l’abbiamo capita e in qualche modo sperimentata nel corso dei tanti incontri fatti in redazione: molte vittime spesso non se la sentono di affrontare un percorso di mediazione con chi ha commesso il reato che le ha ferite, ma non per questo sono chiuse a un confronto e alla prospettiva di apertura di un dialogo.

A noi interessa in modo particolare questa idea di un lavoro collettivo di “tessitura” di un tessuto di mediazione allargata, un percorso in cui le vittime con le loro testimonianze aiutano gli autori di reato ad arrivare a una piena assunzione di responsabilità, e in questo modo contribuiscono a spezzare la catena dell’odio, dentro a una società che ha un enorme bisogno di smetterla di odiare e forse può essere stimolata a farlo proprio vedendo le vittime di reato, quelle che sarebbero anche “autorizzate” a odiare, scegliere invece la strada del dialogo.

Ecco perché vogliamo che la Giornata di studi “Sto imparando a non odiare” sia qualcosa di diverso dai soliti convegni: la nostra idea è che costituisca piuttosto l’avvio della costruzione di momenti di mediazione collettiva, che abbia tante tappe diverse in carceri diverse, e che aiuti davvero tutti a riflettere sul reato, e su una pena che non trasformi in vittime chi ha commesso reati, e che non condanni le vittime a un silenzio denso di rancore.

 

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