Sani - dentro

 

Ricerca - intervento sull’HIV/AIDS in carcere: informazione prevenzione, educazione tra pari

 

A cura di Francesco Morelli

 

La ricerca - intervento sull’HIV/AIDS in carcere che è stata portata avanti in questi mesi in alcune carceri italiane è frutto della collaborazione tra il Gruppo Abele e il Coordinamento nazionale dei giornali del carcere: dopo due convegni nazionali (3/4 dicembre 1999 e 16/17 novembre 2001), l’esperienza "sul campo" delle redazioni carcerarie è stata messa alla prova con un progetto, finanziato dall’Istituto Superiore di Sanità, che unisce l’indagine sociosanitaria all’intervento d’informazione e sensibilizzazione.

Il progetto ha assegnato ai giornali carcerari un ruolo determinante, quali soggetti capaci di gestire lo scambio d’informazioni tra gli operatori e la popolazione detenuta e, quindi, di contribuire alla riduzione del "danno da carcere": abbiamo proposto circa 900 questionari sull’HIV/AIDS ad altrettanti detenuti e detenute, in 17 carceri di tutta Italia, quindi, partendo dai risultati di questa indagine, abbiamo elaborato dei materiali informativi che saranno presto pubblicati nei giornali carcerari.

 

Perché abbiamo pensato ad un progetto sull’HIV/AIDS in carcere? Per tanti motivi, eccone alcuni

 

Il Dipartimento dell’Ammi-nistrazione Penitenziaria indica, per l’anno 2001, in 1.600 il numero dei detenuti sieropositivi accertati, quindi una percentuale del 3% circa sul totale della popolazione detenuta. Nello stesso periodo, erano 163 (di cui 10 stranieri) i detenuti in AIDS ristretti nelle carceri italiane. Su un totale di 15.097 detenuti tossicodipendenti, la percentuale dei sieropositivi noti è del 9,15%. Ma questi sono valori da considerarsi sottostimati, calcolati sulla popolazione che si è sottoposta al test al momento dell’ingresso in carcere (un terzo del totale): l’Associazione dei medici penitenziari (AMAPI), per esempio, ritiene che i detenuti sieropositivi siano oggi almeno 5.000.

Esiste una grande discontinuità, nel corso del decennio 1990-1999, degli interventi di tipo preventivo, informativo e di sensibilizzazione sul tema, con una geografia a macchia di leopardo, e, in generale, dopo la metà degli anni ‘90, appare complessivamente diminuita l’attenzione all’informazione e alla prevenzione in ambito penitenziario (fenomeno che, peraltro, si è riscontrato a livello europeo).

Persiste la difficoltà a promuovere, in ambito carcerario, quegli interventi di riduzione del danno correlato al consumo di sostanze per via iniettiva che all’esterno, nel corso dell’ultimo decennio, hanno concorso a significativi cambiamenti nei comportamenti a rischio della popolazione tossicodipendente.

Ancora oggi ci sono notevoli problemi nella tutela della continuità terapeutica o dell’accesso alle terapie per le persone in AIDS in stato di detenzione, sebbene vi siano stati cambiamenti positivi in questo campo nell’arco del decennio passato.

L’AIDS segna in modo rapidamente crescente la vita della popolazione detenuta tossicodipendente straniera, ponendo molti interrogativi sulle attuali possibilità del sistema carcerario e di quello sanitario nazionale di costruire reali ed efficaci canali di comunicazione con questa popolazione.

Il passaggio in atto della medicina penitenziaria al sistema sanitario nazionale si prospetta come un processo delicato e discontinuo che con molta lentezza sta ridisegnando servizi e modalità operative, responsabilità e modelli organizzativi (ne risulta un disordine diffuso nella erogazione di risorse e servizi, tanto che in alcuni istituti mancano i fondi per garantire le terapie antiretrovirali)

La fase di sviluppo dell’epidemia oggi in atto è, per quanto attiene la prevenzione, definibile di "normalizzazione", anche grazie ai risultati portati dalle nuove terapie. Appare generalizzata, anche a livello europeo, la tendenza a disinvestire, in termini di risorse e programmi, dalla prevenzione, con l’esito che le nuove generazioni (ed in particolare le nuove generazioni di gruppi quali omosessuali, detenuti, adolescenti in genere) non sono adeguatamente raggiunte da informazioni mirate.

 

Quali obiettivi ci siamo posti?

L’obiettivo generale del progetto è attivare gruppi di persone detenute in un percorso di ricerca e intervento che si muove su tre piani:

studio delle percezioni, dei livelli di conoscenza e informazione, dei bisogni di cura e assistenza della popolazione detenuta nel campo dell’HIV/AIDS, attraverso l’attuazione di una ricerca realizzata dalle redazioni dei giornali carcerari con la distribuzione di un questionario;

analisi dei dati e delle osservazioni raccolte nel corso della ricerca, loro elaborazione e restituzione in forma di rapporto ai detenuti stessi, alle amministrazioni penitenziarie, agli operatori sociali;

elaborazione, a partire dai risultati delle ricerche-intervento, di materiali informativi mirati e calibrati sui bisogni informativi espressi dalla popolazione detenuta e loro pubblicazione sui giornali carcerari.

 

Con questo progetto abbiamo sperimentato nuovi metodi di lavoro per il carcere…

 

Empowerment di gruppo e di comunità. Empowerment significa riconoscere potere, competenza, abilità. Significa che le persone detenute non sono solo "oggetto" di interventi e di ricerca, ma ne sono soggetto attivo, sia perché alcuni si fanno "ricercatori", sia perché le persone intervistate hanno la possibilità di esprimere opinioni e valutare situazioni, sia ancora perché le redazioni dei giornali carcerari si fanno veicolo di nuove informazioni.

Ricerca - intervento. È un tipo di ricerca sociale che non si limita a "leggere" una realtà attraverso specifici strumenti (nel nostro caso un questionario), ma nella quale si tengono insieme conoscenza e azione (nel nostro caso si producono nuove campagne di informazione e sensibilizzazione).

Educazione tra pari e supporto tra pari. Vuol dire che ognuno, nel suo ambiente, impara dai suoi vicini e al tempo stesso può insegnare loro qualcosa, anche senza competenze professionali, ma utilizzando la conoscenza che viene dall’esperienza e da ciò che essa ha insegnato. Nel campo della prevenzione, questi metodi hanno dimostrato risultati importanti. La comunicazione di tipo orizzontale (detta "tra pari") è spesso molto più efficace di quella verticale (tra "tecnici" e persone destinatarie dell’intervento).

 

Cosa è emerso dalla ricerca sull’HIV/AIDS in carcere?

Il questionario è stato elaborato in una serie di incontri, tra operatori sociali, volontari e detenuti, dai quali è emersa la necessità di raccogliere indicazioni ad ampio raggio sul tema HIV/AIDS, quindi non ci siamo limitati ad indagare sulle conoscenze in merito ai rischi di contagio, abbiamo cercato di capire anche quali conoscenze ci siano riguardo al diritto alla privacy, alla cura e all’assistenza, alla non discriminazione, etc.

Su molti aspetti le informazioni dei detenuti intervistati erano corrette, su altri c’erano dubbi e incertezze e su alcuni anche informazioni non corrette: in particolare non c’è una sufficiente conoscenza delle regole sulla prevenzione del contagio (per il 15% degli intervistati) e sulle norme a tutela delle persone malate (per il 40% degli intervistati). Per questo la prossima tappa sarà fare vera informazione su questi temi.

 

"Nuovi bisogni informativi e nuove modalità di comunicazione sul tema dell’HIV nella popolazione detenuta italiana attraverso l’attivazione della rete dei giornali del carcere nella lotta all’AIDS"

 

Soggetti coinvolti: Centro Studi Gruppo Abele, Coordinamento nazionale giornali del carcere, Istituto Superiore di Sanità

 

Carceri interessate dal progetto: Avellino, Bollate (MI), Busto Arsizio (VA), Eboli (SA), Lecce, Massa, Opera (MI), O.P.G. Napoli, Padova C.R., Rebibbia (RM), Rovereto, San Gimignano (SI), San Vittore (MI), Udine, Vallette (TO), Venezia Femminile, Vicenza.

Salute in carcere, un diritto da garantire

 

Un Convegno a Roma per ricordare che il cittadino detenuto non perde il diritto alla salute con il suo ingresso in carcere

 

A Brescia è appena successo che l’associazione "Carcere e territorio" si è accollata per qualche tempo la spesa per i farmaci di vitale importanza come gli antiretrovirali, per garantire la continuità della cura ai detenuti, in un momento in cui il carcere non aveva più fondi e la Regione non interveniva, non ritenendo che fosse ancora di sua competenza. In altre carceri i farmaci i detenuti sono stati invitati ad acquistarseli. Dunque quella che sembrerebbe una affermazione banale, che la salute in carcere è un diritto, è invece una questione più che mai incerta, travolta da contraddizioni, boicottaggi, incertezze, e chi ne fa le spese sono le persone detenute.

Il 19 marzo 2003 si è svolto a Roma il Convegno nazionale "Salute in carcere, un diritto da garantire", organizzato dalla Consulta Permanente per i problemi penitenziari del Comune di Roma, dalla Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, dal Gruppo Abele e da numerose altre associazioni impegnate sul tema della tutela dei diritti dei detenuti.

Il Convegno è servito per fare il punto sull’applicazione della legge di riforma della medicina penitenziaria, che prevede il passaggio delle competenze al riguardo dal Ministero della Giustizia al Sistema Sanitario Nazionale, e quindi alle Regioni. "C’è una legge di riordino della medicina penitenziaria approvata quattro anni fa e rimasta nel Limbo", ha spiegato nella sua introduzione Lillo di Mauro, Presidente della Consulta, "ma cosa è accaduto? Quali esiti hanno dato la sperimentazione e il passaggio di competenze in materia di prevenzione e cura delle tossicodipendenze? Che ruolo hanno assunto o possono assumere le Regioni e gli Enti Locali?".

A Roma un passo avanti comunque, nel dare delle risposte a queste domande, è stato fatto: c’è stato un confronto serio tra operatori, enti locali, volontari, e si è rimessa sulle gambe giuste la discussione su questo tormentato passaggio di competenze, riaffermando con forza il ruolo che le Regioni devono avere, la necessità di una assunzione di responsabilità sulla base del federalismo, e di quella riforma del Titolo V della Costituzione, che prevede appunto il passaggio di molte competenze, tra cui la sanità, alle Regioni.

Durante il Convegno l’Assessore al diritto alla salute della Regione Toscana, Enrico Rossi, ha presentato il Disegno di legge della Giunta regionale toscana, in corso di approvazione, sulla tutela del diritto alla salute dei detenuti e degli internati negli Istituti penitenziari ubicati in Toscana. Un passo avanti nella definizione delle competenze, e soprattutto una indicazione di metodo fondamentale, che si spera anche le altre Regioni facciano propria in fretta: la salute dei detenuti non può aspettare.

 

Il "Progetto obiettivo per la tutela della salute in carcere" così descrive i problemi sanitari delle carceri italiane: "Le patologie infettive, psichiatriche e gastroenterologiche sono quelle maggiormente diffuse. In particolare malattie infettive come epatiti, tubercolosi, AIDS, sono motivo di grande impegno economico (…).

Le patologie dell’apparato cardiovascolare colpiscono in carcere classi di età relativamente più basse rispetto alla società esterna (40 - 50 anni). Frequenti sono anche le malattie osteoarticolari e le bronco-pneumopatie croniche ostruttive (la stragrande maggioranza dei detenuti consuma in media dalle venti alle quaranta sigarette al giorno). Di difficile gestione in carcere sono, inoltre, le malattie metaboliche e del ricambio, come il diabete mellito di tipo I e II che comportano l’osservazione di un determinato regime di vita (dieta, moto, autogestione dei farmaci)".

 

 

Precedente Home Su Successiva