Spazio racconti

 

Parole oltre il muro

 

A Piacenza, il carcere torna nel cuore della città grazie a un concorso di scrittura

 

La funzione "terapeutica" della scrittura in carcere è un dato di fatto riconosciuto da tempo: scrivere "fa bene alla salute", anche in una situazione pesante e densa di sofferenza come quella della detenzione. Ma scrivere può servire anche a costruire un rapporto più forte tra il "dentro" e il "fuori", e questo è successo a Piacenza, con un concorso di scrittura indetto tra i detenuti del carcere "Le Novate", che ha coinvolto, in qualità di giurati, gli studenti di alcune scuole superiori cittadine. Sono stati infatti i ragazzi dell’Istituto Martora, dei Licei Melchiorre Gioia e Respighi e del Liceo pedagogico Colombini, coordinati dai rispettivi insegnanti, a operare la prima selezione, individuando otto racconti, tra i quali la giuria ufficiale ha scelto poi i vincitori. E sono stati i ragazzi, tanti ragazzi delle scuole, a farsi carico di leggere testi e poesie di detenuti e di accompagnare con la musica la premiazione del concorso, avvenuta il 6 maggio nella sala della Fondazione di Piacenza e Vigevano.

I racconti hanno quasi tutti spunti autobiografici, e questo la dice lunga sulla voglia delle persone "ristrette" di raccontarsi, ma anche di trovare ascolto, di parlare a quelli che stanno fuori e di dare dignità alla propria vita attraverso la parola, come se il bisogno più forte e sentito fosse quello di riprendere una comunicazione interrotta con "il resto del mondo".

"Compagno", il racconto di Mirko che ha vinto il primo premio del concorso, perché ha ritmo, forza narrativa e originalità, è "la storia di Vincenzo, il classico "zanza", così dicono a Milano: tante truffe da poche lire ed una sola da raccontare". Secondo classificato è stato Enrico, con il racconto "È un lusso", durissimo "diario" di un tossicodipendente che non ha nessuna pietà di se stesso; terza Lidia, con "Voglio raccontare il mio passato", un titolo che evoca il fatto che in carcere è soprattutto il passato che fa male, e narrarlo è un po’ liberarsene. Il premio speciale alla memoria di Stefania Manfroni, giovane operatrice sociale piacentina prematuramente scomparsa, è andato al racconto di un detenuto straniero, Hucic, dal titolo "Il testimone".

Nessuno dei vincitori era presente, purtroppo, ma vincere un concorso di scrittura in carcere non è come vincere un festival o un Oscar: insomma, non si può prendere il telefono in mano e far arrivare in fretta quelli che devono ritirare i premi. Erano presenti però, con le loro testimonianze, tre detenuti: Tony, detenuto siciliano delle Novate, Jilani, un giovane tunisino alla sua prima uscita dopo 3 anni di carcere, e Svetlana, arrivata a Piacenza dal carcere della Giudecca di Venezia.

Un suggerimento per l’anno prossimo, se il concorso si rifarà, potrebbe essere di prevedere due momenti: uno, del carcere che "va in città", come è stata questa premiazione; e poi un secondo momento, della città che va in carcere, a premiare i vincitori che non possono uscire.

 

Il concorso è stato promosso, in collaborazione con la Direzione dell’Istituto, dall’Associazione "La Ricerca" e dalla redazione di detenuti attiva nel carcere di Piacenza, con il coordinamento della giornalista Carla Chiappini. Ma è tutta l’organizzazione dell’iniziativa che ha reso questo concorso diverso da tanti altri: perché non è rimasto confinato nel chiuso del carcere, perché si è rivolto da subito alla città, perché ha coinvolto in un ruolo attivo tanti giovani, che di solito il carcere preferiscono non sapere che esiste

 

Ornella Favero 

Compagno

 

Questa è la storia di Vincenzo, il classico "zanza", così dicono a Milano; tante truffe da poche lire, e una sola da raccontare quando riesce a vendere, una crosta orribile spacciandola per un Modigliani autentico ai danni di un banchiere svizzero. Sono passati gli anni ma, con quel colpo, si è comprato una casetta niente male fuori città e con giardino. Lo Stato però non era rimasto a guardare; Vincenzo aveva accumulato un bel po’ di condanne e questa (l’ultima a sentir lui) era proprio lunga 5 anni e 4 mesi.

Ormai da due anni il Ministero l’aveva assegnato al carcere di Sulmona (600 km da casa) ma andava bene così. Vincenzo non era sposato; tanti amori ma mai quello giusto e così, a 63 anni, non pensava proprio di poter cambiare.

L’unica persona che ogni tanto andava a fargli visita era una sua vecchia cugina, Erminia. Era stata una bella donna e, in gioventù, se non fosse stato per quel grado di parentela, Vincenzo l’avrebbe certamente corteggiata ma ora, invecchiando, si era incattivita dalla solitudine ed era diventata tanto avara da far invidia a un genovese.

Quando andava da Vincenzo pagando di tasca sua il biglietto Milano - Sulmona era solo perché sperava di ereditare la casa col giardino e questo Vincenzo lo sapeva. Erminia era venuta in visita la settimana prima ed era certo che, per un paio di mesi, non si sarebbe vista; Vincenzo sorrise al pensiero.

Tra le tante galere di cui era stato ospite, Sulmona non era certo il meglio ma neppure il peggio. Vincenzo lavorava nella calzoleria, un lavoro adatto a chi come lui cominciava a sentire l’età e qualche problemino al cuore. Da circa un anno divideva la cella n° 22 con un compagno: Nicola.

Nicola era sicuramente un tipo strano che il destino gli aveva assegnato: molto magro e di colorito scuro un po’ orientale. Non parlava mai, non usciva mai di cella, passava ore ed ore in un angolo vicino alla finestra, quasi studiasse le montagne circostanti. Soprattutto si esprimeva solo a gesti, la sua mimica era tanto chiara quanto bizzarra:

si piegava a sinistra per mostrare approvazione, a destra se non era d’accordo e quando era felice vibrava tutto come un frullatore. I primi tempi non era stato facile conviverci ma Vincenzo era un tipo calmo e paziente e col passare del tempo si era abituato, ed ora gli voleva anche bene, tanto da trattarlo come un figlio. Non perdeva occasione per raccontargli i propri sogni e i propri pensieri, e quante volte aveva raccontato della truffa ai danni del banchiere svizzero (Nicola si piegava tutto a sinistra approvando) e della casetta col giardino in cui si sarebbe ritirato, finita di scontare la pena. Nicola, era sempre piegato a sinistra come a dire: "È giusto, è ora di smettere con questa vita, sono d’accordo".

I giorni trascorrevano tranquilli, Vincenzo andava al lavoro, Nicola era lì ad aspettarlo vicino alla finestra; mangiavano verso mezzogiorno.

Venne, però, un giorno che Vincenzo a mezzogiorno, non tornò. Nicola, preoccupato, aveva iniziato a camminare su e giù per la cella, attento al minimo di chiave che preannunciasse l’arrivo dell’amico. Finalmente verso le 5 del pomeriggio Vincenzo tornò pallido, con il fiatone e due occhi spaventati. Sedette sulla branda, senza dire una parola. Nicola andava avanti e indietro e siccome era felice frullava come non mai. Era impaziente di sapere cosa era successo e così Vincenzo cominciò a raccontare cosa era successo. Il suo racconto era dovuto a un malore; mentre saliva le scale il suo cuore aveva iniziato a fare i capricci, prima velocissimo, poi all’improvviso quasi fermo, un dolore lancinante l’aveva colto al petto e si era accasciato a terra (Nicola cominciò a piegare a destra). L’avevano accompagnato in ospedale con procedura d’urgenza e i medici gli avevano riscontrato una grave malformazione cardiaca (Nicola piegò ancora più a destra), la situazione era veramente grave tanto che gli stessi sanitari avevano proposto un’immediata sospensione della pena (Nicola si capovolse). Nicola nei giorni successivi era silenzioso e ormai frullava solo quando trasmettevano le partite del Milan, di cui come Vincenzo, era un grande tifoso. Venne anche la vecchia Erminia che chissà come aveva saputo del malore; gli aveva portato un completo scuro da mettere perché ormai era certo che gli avrebbero sospeso la pena. Erminia si era informata dal magistrato e aveva saputo per certo della scarcerazione, anche se la data non era ancora sicura. Lei l’avrebbe aspettato in un alberghetto lì vicino, per poi accompagnarlo a Milano. Il pensiero di lasciare l’amico Nicola lo tormentava, sicuramente non ci sarebbe stato più nessuno in grado di capirlo come aveva fatto lui.

In un attimo decise: uscito, Nicola l’avrebbe portato con lui, nella casetta col giardino.

Si sarebbe trovato bene.

Il fatidico giorno arrivò, il Direttore in persona comunicò a Vincenzo di prepararsi che di lì a poco un agente l’avrebbe accompagnato fuori; avevano avvertito la cugina Erminia. Alle 5 in punto Vincenzo era pronto, consegnate le poche cose dell’amministrazione (gavetta, posate, lenzuola ecc.), salutati i vecchi amici, con una borsa da viaggio messa a tracolla, guardò ancora una volta la piccola cella dove aveva trascorso gli ultimi due anni, e poi si incamminò dietro all’appuntato. La strada che portava all’uscita sembrava non finire mai, Vincenzo non ricordava di aver varcato tanti cancelli. Ad ogni cancello il cuore batteva forte, finalmente l’ultima porticina verde che dava direttamente su un cortile circondato da pioppi secolari e poi la strada principale che portava in città. Un ultimo saluto all’appuntato e libero il sospiro di Vincenzo si contrappose al frullare di Nicola; guardandolo Vincenzo s’intenerì ma non ebbe tempo di formulare un pensiero. Erminia si stava avvicinando a grandi passi, era ormai vicina a lui, quando la vide cambiare espressione, con una rivista in mano, gli giungeva al fianco colpendolo sulla spalla con forza e dicendogli: "Avevi un grosso ragno sulla giacca". Vincenzo guardò Nicola, lo chiamò e Nicola ebbe un ultimo frullio, poi, insieme al cuore malandato di Vincenzo, si fermò... Ancora insieme.

 

 

 

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