Editoriale

 

Quella triste cosa chiamata “comune sentire”

 

Il “comune sentire” è una strana presenza, che incombe minacciosa su tutte le discussioni che riguardano i temi della giustizia. Ma noi che abbiamo a che fare con il carcere, quindi con un mondo che più di ogni altro suscita ostilità e paure, fatichiamo a capire che cosa la gente pensi e senta davvero, e quanto pesino sul formarsi del “comune sentire” i giornali e soprattutto la televisione.

Abbiamo scelto allora di dedicare parecchio spazio di questo numero di Ristretti Orizzonti alla questione “informazione”, perché è realmente un problema grave e da non trascurare: basta pensare al modo in cui sono state date le notizie sui presunti permessi premio a Erika e Ornar, e in generale a come si parla di tutto quello che ha a che fare coi minori che commettono reati, per capire per esempio che un possibile inasprimento delle pene per i minori, se anche non passa in Parlamento, rischia in qualche modo di “passare” nell’opinione pubblica, e magari di cominciare a influenzare qualche sentenza, perché anche i giudici sono esseri umani, e fanno parte della stessa società della quale facciamo parte tutti noi, e subiscono le stesse pressioni e gli stessi possibili condizionamenti.

Ma sono tante le situazioni che potrebbero subire la pesante influenza del “comune sentire”: prima fra tutte, è la legge Gozzini che sembra essere continuamente messa in discussione, con le polemiche sui permessi, sulle misure alternative, su quelle pene, che naturalmente appaiono poco “certe”, visto che i giornali continuano a presentare la semilibertà e l’affidamento come un allegro regime di piena libertà e non come una parte importante della stessa pena.

Anche la proposta di legge ex Cirielli in fatto di recidiva ha origine nella disinformazione che domina sui temi della criminalità e della giustizia: si fa credere, intatti, alla gente che colpire la recidiva significhi creare più sicurezza e punire i veri delinquenti, non si dice invece che a finire sempre più spesso in carcere saranno i tossicodipendenti, i ladruncoli, i disperati che escono dalla galera in condizioni peggiori di quando ci sono entrati, e spesso non hanno altra alternativa che quella di tornare a commettere reati, tutte persone che non avrebbero bisogno di ancora più carcere, ma di cure, attenzione e un po’ di sostegno a fine pena. E invece le “soluzioni” sono dosi massicce di galera, come prevede la proposta di legge ex Cirielli, e anche il disegno di legge Fini sulle droghe, che è il secondo tema “forte” che affrontiamo in questo numero di Ristretti Orizzonti.

Quella che passa sui media, ancora una volta, è una immagine della realtà semplificata: le droghe sono tutte uguali, la medicina è una sola, il carcere o la comunìtà-carcere. Vengono così buttati a mare anni di esperienze innovative, di buone pratiche, e quella ricerca di soluzioni differenziate, che è di importanza fondamentale proprio perché diversissime sono le storie delle persone che hanno problemi di tossicodipendenza.

Noi invece continuiamo, di fronte a questi incessanti tentativi di farci credere che per ogni male la ricetta è una pena sempre più pesante, a batterci per far passare una informazione un po’ più corretta, con pochi mezzi e tanta voglia di far vedere che i problemi sono complessi, e non esiste nessuna scorciatoia per risolverli.

 

 

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