Ristrettamente utile

Alla richiesta di maggior certezza della pena

oggi si risponde con poca “grazia”

 

Ma la grazia significa anche che c’è un momento, diverso da caso a caso, nel quale la detenzione smette del tutto di avere senso e prevale l’umanità

 

di Stefano Bentivogli

 

La grazia per i detenuti è forse l’istituto previsto dalla nostra legge che più sembra contraddire il principio per cui una pena deve essere certa e va scontata fino in fondo. I primi di dicembre Graziano Mesina è stato scarcerato, ha ottenuto la grazia, il rito è stato celebrato nella basilica di Porta a Porta con la benedizione del Ministro della Giustizia Castelli. Un momento di commozione generale, il Ministro ha dichiarato che liberare una persona è fantastico, come se la grazia l’avesse concessa lui e non il Presidente Ciampi, mentre Mesina non sembrava così estasiato dalle emozioni di quel palcoscenico. La grazia in Italia non è più di moda, ne sono state concesse 4 nel 2003, 4 nel 2002, 6 nel 2001, 16 nel 2000, eppure la legge che la prevede esiste ancora e non è stata modificata. La percentuale di grazie concesse, rispetto alle richieste inoltrate, è passata dallo 0,058 del 1993 allo 0,008 del 2003, vale a dire che nei confronti di questo istituto è cambiato l’atteggiamento di chi la grazia la può concedere o meglio, la grazia è passata in mano alla politica ed alle strumentalizzazioni che questa ritiene opportune. Alla richiesta di maggior certezza della pena si risponde anche così, con poca grazia. Eppure questa è un provvedimento individuale, riguarda solo la persona interessata ed il significato della punizione che le è stata inflitta. Quando una pena è diventata insensata, rispetto alla persona che vi è sottoposta, la nostra legge prevede che ci sia l’opportunità di affrontare il caso in termini umanitari, che intervenga il Presidente della Repubblica e sottragga il condannato alla logica della certezza della pena. Il senso della concessione della grazia sembra essere proprio quello di evitare che la pena venga fatta scontare secondo una logica rigidamente retributiva, perché dopo tanti anni una persona può essere cambiata, può non essere più pericolosa, può essere in condizioni di salute tali per cui la pena ancora da scontare diventa secondaria. La grazia la concede il Presidente della Repubblica come atto ultimo di clemenza,  non al di sopra della legge e della giustizia, ma dove la legge e la giustizia non possono che compiersi con il senso di umanità. Fa un po’ sorridere pensando alle condizioni poco umane nelle quali si scontano le pene nel nostro paese, ma i casi di grazia avrebbero senso anche se noi detenuti vivessimo in condizioni migliori, perché una persona non andrebbe tenuta dentro una gabbia  neanche un giorno in più del necessario, se la vita di una persona è considerata ancora un valore. Oggi quando si parla di grazia se ne sentono di tutti i colori, ho sentito interviste a cittadini contrari alla grazia, convinti che viene data a destra e sinistra con estrema facilità, gente che non sa cosa significa scontare una pena per tanti anni, non sa quante sono le grazie concesse, soprattutto ha un’idea del detenuto senza aver mai conosciuto né il carcere né il detenuto stesso. Graziano Mesina però è stato graziato, per fortuna, gli italiani hanno rinunciato alla vendetta, non ci sono state sollevazioni popolari, persino il ministro Castelli era entusiasta, si è pensato ad essere clementi nonostante si avesse a che fare con uno dei miti del banditismo sardo, uno che ha spesso tentato di evadere, uno che quando era uscito in passato dal carcere vi era stato ricondotto velocemente per una strana storia di armi. Quindi è sempre possibile ipotizzare che c’è un momento, diverso da caso a caso, nel quale la detenzione smette di avere senso e prevale l’umanità. Non sempre però le cose vanno così, soprattutto quando la strumentalizzazione politica passa sopra tutto e tutti. Quando in più riprese si è ipotizzata la grazia per Adriano Sofri e per Ovidio Bompressi si sono alzate le barricate perché c’è addirittura il Ministro della Giustizia che, oltre a sollevare questioni di merito sul fatto che Sofri la grazia non la chiedeva, pensa di avere poteri pari al Presidente della Repubblica. Altra parte della politica invece sosteneva l’utilità della grazia in quanto Sofri era vittima di un processo ingiusto, tesi che condivido, ma purtroppo dannosa quando si chiede un atto di umanità. Il problema per Sofri e Bompressi doveva essere esclusivamente limitato al senso della loro pena, all’inutilità del tenere i loro corpi dietro le sbarre, nel caso di Bompressi ci sono anche condizioni di salute veramente gravi. Ma la destra reclamava la grazia anche per i suoi, e alcuni parenti delle vittime del terrorismo – neanche parenti del commissario Calabresi – minacciavano di lasciarsi morire di fame e la Lega reclamava, reclamava e basta che chi ha sbagliato deve stare in galera. Bisogna ricordare a tutti questi amanti della forca che la certezza della pena non è nel non concedere la grazia, gli sconti di pena meritati, le misure alternative alla detenzione per il reinserimento sociale, perché in Italia, una volta che sei catturato e condannato, la pena la sconti ed in maniera dura nella stragrande maggioranza dei casi. Diversa è la realtà del regime di impunità nel quale oggi da un certo punto di vista viviamo, dovuto alla difficoltà di reprimere il crimine, oppure di quello dovuto ai tempi della nostra giustizia che premiano gli imputati di lusso, i potenti che possono permettersi, oltre al diritto alla difesa, il placet dei media che, di fronte alla capacità di alcuni di non farsi mai processare, diventano tutti garantisti o stranamente muti. Ricordiamoci invece, ogni tanto, che la giustizia è per definizione fallace, arbitraria perché umana, ed una società che questa umanità non se la dimentica, non può fare giustizia o provare ad avvicinarvisi, senza grazia.

 

 

Una legge “ammazzadisagiati”

Alcune riflessioni sulla legge Cirielli. E anche sul carcere, che non elimina il disagio ma crea più disagiati

 

di Stefano Bentivogli

 

I recidivi, quelli che, condannati per un reato, vengono poi giudicati colpevoli per altri, continuano ad uscire dal carcere e poi uccidono la gente. Questa è più o meno la dichiarazione dell’onorevole D’Onofrio alla trasmissione “Ballarò”, dove si discuteva animatamente dei processi e delle relative sentenze per Berlusconi e Dell’Utri. È preoccupante l’urgenza con cui i politici della destra decidono di affrontare una questione come quella della recidiva imponendo aumenti di pena obbligatori e tagli nelle concessioni di misure alternative e benefici. Il giorno prima si era sentito l’onorevole Vietti ricapitolare il teorema pedagogico per cui ai cattivi viene data una possibilità, ma se uno continua a fare il cattivo le possibilità finiscono ed in carcere, a quel punto, ci si resta. È il turno poi di Berlusconi. Il Presidente del Consiglio ha dichiarato che la legge “salvapreviti” non esiste, l’intenzione della maggioranza è quella di contrastare i recidivi, i professionisti del crimine. Viene spontaneamente da farsi trasportare dall’emozione liberatoria che provocano queste dichiarazioni. Quando uno vuole continuare a delinquere deve restare in carcere, soprattutto perché altrimenti poi esce e uccide le persone, si può quindi tirare finalmente un sospiro di sollievo: eliminati i professionisti del crimine, i cattivi irrecuperabili, si vivrà finalmente tranquilli. Il triste è che tanta gente ci crede e plaude, si sente protetta, le è stato finalmente presentato un nemico e l’arma per sconfiggerlo. Un quadretto da grande fratello,  non quello di Mediaset, quello orwelliano del romanzo “1984”, dove la gente veniva riunita davanti ad uno schermo gigante a sfogare tutto l’odio represso da una società che aveva messo fuorilegge i sentimenti. Il grande fratello aveva creato una società pulita ed ordinata, le forze dell’ordine sono la “psicopolizia” che controlla e persegue tutti quelli che mostrano sentimenti, perché questi sono il segno della corruzione dell’intero sistema. Il nostro grande fratello conosce sicuramente George Orwell e si fa più furbo: è impossibile eliminare i sentimenti, meglio è pilotarli, nutrirli artificialmente e poi farne consenso perché questo è democrazia al di là di come lo si ottiene. La recidiva però è un problema grave, inutile nasconderlo, anche se tanti politici sembrano trasformarla da fenomeno sociale ad una questione morale  di tipo individuale, dove chi commette più di un reato diventa un mostro irrecuperabile, uno che ha fatto del male una professione. Chiunque sappia di cosa si parla si rende conto delle tante stupidaggini che vengono veicolate sui media, resta il problema che sono poche le persone correttamente informate,  e questo perché buona parte dell’informazione è sempre più fatta sulle dichiarazioni populiste di alcuni politici subito confermate dal sentire della gente. Non c’è reale ricerca della verità quando si parla di recidiva, pochi vanno a far vedere chi sono nella gran parte questi mostri, perché è scomodo scoprire il disagio interiore, culturale e sociale che li caratterizza. Il quadro d’insieme che connota la recidiva è fatto di tossicodipendenza, povertà culturale, emarginazione sociale, realtà che sono in espansione prima ed oltre la commissione reiterata di reati. Non voglio dire che i nostri politici sono tutti dei cinici, mi sembra piuttosto che sui grandi problemi sociali quasi nessuno abbia più niente da dire e da proporre. Quando si arriva poi ad affrontare il problema della recidiva ci si preoccupa solo di “salvare o non salvare” Previti, ma quasi nessuno ricorda che comunque anche con questi nuovi provvedimenti i disagiati continueranno a fine pena a tornare in libertà ed a commettere reati. Nessuno ancora evidenzia che questo carcere che si è rivelato inutile contro la recidiva verrà riempito oltre l’attuale che è già pieno all’inverosimile. Non si prova più ad affrontare i problemi in maniera diversa, perché l’impegno nel sociale dello Stato va ridotto e il buon italiano deve pensare a produrre per consumare, consumare perché si produca di più, questa è la sua vita ed il suo benessere. Questa economia giocattolo ogni tanto si rompe e crea sacche di esclusione, e chi  resta fuori disturba, toglie sicurezza. È quindi obbligatorio, a questo punto, ridare l’illusione della sicurezza a chi è dentro il giocattolo chiudendo più gente possibile in gabbia per più tempo possibile. Oppure occorre ripensare al giocattolo, magari al carcere che non elimina il disagio ma crea più disagiati.

 

Il disagio sociale continua a riempire le carceri, ma fuori ci si sente ugualmente sempre meno sicuri

Al problema della recidiva abbiamo già dedicato spazio nel nostro giornale. Ci siamo interrogati personalmente sui diversi aspetti di questo fenomeno, non abbiamo trovato ricette risolutive, ma abbiamo sicuramente raccontato la vita ed i pensieri di chi è stato recidivo e di chi, inesorabilmente, rischia di diventarlo. La legge Cirielli potrebbe essere proprio definita “ammazza-recidivi”: ovviamente si colpiscono i recidivi senza mai cominciare ad affrontare davvero il fenomeno recidività. Intervenire sulla recidiva in questo modo significa considerare i giudici dei semplici burocrati, relegarli ad un ruolo contabile che non permetterà più loro di valutare se la recidiva è un’aggravante sostanziale o meno. Se la magistratura giudicante non potrà più valutare l’entità della pena da infliggere, vuol dire che non la si ritiene capace di decidere la gravità o meno delle circostanze che concorrono al reato. Un altro schiaffone ai giudici. In particolare la Cirielli si scaglia contro coloro che sono recidivi più di una volta: per loro, oltre ad un aumento considerevole ed automatico della pena ed il divieto di concessione delle attenuanti generiche, c’è un colpo di mannaia sui termini di legge per la concessione di benefici e misure alternative alla detenzione.  Anche qui il legislatore ha dimenticato che benefici e misure alternative sono già concesse con discrezionalità dalla Magistratura di Sorveglianza, tant’è che per la legge Gozzini si parla di applicazione a “macchia di leopardo”. Le persone recidive sono per la gran parte dei veri disagiati, spesso dei veri disperati, con questa legge avranno lo stesso trattamento, in termini di misure alternative, di quelli condannati per associazione di tipo mafioso o terrorismo. C’è chi si illude che si possa fare sicurezza con leggi su leggi e aumento delle forze dell’ordine, oltre a tanto carcere e sempre minori possibilità di reinserimento sociale. Cirielli non è il primo ad elaborare proposte del genere e sulla recidiva l’opposizione pratica spesso il “silenzio assenso” e continua a concentrarsi solo sugli aspetti delle proposte di legge ribattezzate di volta in volta “salva-tizio e salva-caio”. C’è da chiedersi se oggi ci sia ancora qualcuno disposto a battersi in politica con idee nuove e meno demagogiche, qualcuno che ripensi radicalmente l’esecuzione della pena evitando miriadi di leggine. Ma anche qualcuno che cominci a mettere al centro della politica la vita delle persone, se è vero che il disagio sociale continua a riempire le carceri e fuori ci si sente, nonostante questo, sempre meno sicuri.

 

Legge Cirielli e prescrizione dei reati

La proposta di legge Cirielli ha un risvolto che raggiunge la perversione perché, grazie all’emendamento che riduce i tempi della prescrizione a causa della concessione delle attenuanti generiche agli incensurati, determina una sorta di non punibilità, per chi riesce a portare il suo processo fino al terzo grado di giudizio. La durata media dei processi, per chi attende la sentenza fuori dal carcere, è di nove anni. Con la proposta di legge in questione, che porta la gran parte dei reati più lievi alla prescrizione se entro sette anni e mezzo non sarà emessa sentenza inappellabile, molti imputati incensurati risulteranno non punibili. Quindi, per le persone al primo processo – ma anche per le persone che sono già riuscite a strappare la prescrizione in altre cause – se apparterranno alla categoria di quelli che grazie alle loro disponibilità economiche riescono ad affrontare i tre gradi di giudizio riempiendoli di ritardi e rinvii, è praticamente garantita la prescrizione automatica.

Questa situazione riguarderà anche gli imputati dei reati di corruzione, associazione,  truffa ai danni dello stato, lesioni volontarie, omicidio colposo, abbandono di minori, furto. Ad esempio, tizio viene processato per corruzione ma il reato viene prescritto perché il processo è durato troppo, se viene processato di nuovo per corruzione sarà ancora incensurato, con dei buoni avvocati ed i tribunali intasati di lavoro avrà la prescrizione di nuovo, e così avanti teoricamente all’infinito. Diversa è la situazione del disagiato, che il carcere lo assaggia subito, il processo sarà del tipo “una botta e via”, la pena non è certa ma automatica, si implora l’applicazione della pena (patteggiamento) e si va in galera. Poi ci sono le misure alternative che, per chi è detenuto, sono difficili da ottenere, magari non hai neanche un’abitazione dove andare che è uno dei requisiti fondamentali oltre al lavoro.

 

 

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