Emilio Di Somma

 

"Persone dentro e volontari fuori"
Giornata nazionale di studi su: volontariato penitenziario e informazione
Casa di Reclusione di Padova - 26 ottobre 2001

 

Emilio Di Somma

(Vice Capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria)

 

Intanto un ringraziamento a chi ha organizzato questa giornata. Sono un attimo in difficoltà perché avevo ragionato sul tema di questo incontro e mi ero posto anche il problema di come impostare un intervento oggi. Però la qualità degli interventi che ho ascoltato fino ad ora mi induce e mi costringe quasi, direi, a cambiare l’impostazione che pure pensavo di dare. Non che volesse essere un’impostazione burocratica, ma comunque doveva esprimere il punto di vista dell’amministrazione su questo problema.

Però la foga, l’entusiasmo, la convinzione, la partecipazione degli interventi che mi hanno preceduto, in particolare di Livio Ferrari e di don Luigi Ciotti, mi spingono e mi costringono a fare delle riflessioni un po’ diverse. Allora, partiamo da una considerazione: noi abbiamo, nel nostro paese (e le abbiamo avute nel corso di anni che hanno visto parti politiche diverse governare questo paese) delle leggi che, in alcuni casi, sono state approvate con maggioranze che solitamente si definiscono "bulgare": 80 – 90 – 95%. L’Ordinamento Penitenziario, la Gozzini, la Simeone Saraceni, forse anche con la Smuraglia siamo più o meno su quelle percentuali e sono tutte leggi che vanno nella direzione, sicuramente, giusta.

E io credo che nessuno di noi possa non condividere quanto sia giusta la strada segnata dall’Ordinamento Penitenziario del 1975: il forte richiamo di don Luigi, a mettere i bisogni al centro delle nostre considerazioni, è esattamente quello che viene fuori dall’Ordinamento Penitenziario del 1975, che ha ribaltato l’ottica della organizzazione dell’amministrazione penitenziaria ed il modo di intendere (per essere meno burocratici) il carcere nel nostro paese, ponendo meno l’accento sull’organizzazione e molto di più l’accento sulla centralità dell’uomo, qualunque sia dal suo condizione, anche di persona che ha commesso dei reati e ha violato le regole del vivere civile.

Vediamo l’aspetto del volontariato. Il volontariato si è guadagnato sul campo una serie di indicazioni normative, che oggi lo rendono sicuramente più forte a livello nazionale: leggi, circolari, protocolli, convenzioni. Un tessuto anche normativo, perché no, che non solo ne legittima l’esistenza, ma gli dà forza, gli dà contenuto, gli dà spessore. E, allora, come mai continuiamo a dibattere e a discutere sul perché le cose non vanno bene, non funzionano. C’è ancora un mare di problemi, ci sono tremila difficoltà nel nostro procedere quotidiano, su una strada sulla quale tutti, o quasi tutti, siamo d’accordo.

Perché il problema è complicato di per sé, perché per quante leggi si possano scrivere e riuscire a considerare, io che faccio questo lavoro da 27 anni non mi abituerò mai a considerare il carcere come un luogo normale: non è possibile, perché è contro natura pensare che una persona debba essere privata della sua libertà, della possibilità di avere rapporti con l’esterno, di incontrare delle persone, di vivere una vita normale.

Ma ha commesso un reato, e certo ha sbagliato, ha infranto le regole, ha prodotto danni incalcolabili, sofferenza, arrecato un danno fortissimo, in certi casi. Adesso non nascondiamoci dietro un dito, insomma, quelli che oggi sono sottoposti al regime del 41 bis sono comunque persone che hanno commesso reati che hanno anche minato le basi di uno stato civile, di un paese civile, o hanno tentato di farlo. Grazie a Dio non ci sono riusciti, ma hanno tentato con tutte le loro forze e chissà che, ancora, in tante parti del nostro paese non ci siano persone che stanno portando avanti disegni criminosi.

E allora come si fa a quadrare questo cerchio? Questo cerchio non si quadra, secondo me non si quadra, c’è poco da fare. Se non è possibile arrivare alla quadratura del cerchio, quello che si può fare è muoversi nella direzione di queste leggi, che questo paese, in tutte le sue espressioni politiche, si è dato. Fare in modo (ma questo è un mio vecchio pallino), che il carcere sia "impermeabile" il più possibile ai cambiamenti politici, atteso che c’è una Costituzione che ci dice alcune cose.

Facevo un forte richiamo a don Luigi Ciotti e quindi quello deve essere il faro a cui ci dobbiamo ispirare, al quale si devono ispirare tutti i governi che si stanno susseguendo alla guida di questo paese. Dobbiamo fare in modo che ciascuno svolga il proprio ruolo nel modo migliore.

La migliore forma di rispetto che si può riconoscere ai volontari è quella di fare ognuno la propria parte e, assolutamente, non consentire, non rendere indispensabile, come in alcuni casi invece è (lo ricordava il dottor Pavarin prima), che il volontariato svolga un lavoro di supplenza. Assolutamente no, il volontariato deve svolgere il suo ruolo, che non è un ruolo di supplenza rispetto a chi istituzionalmente deve fare il proprio compito.

In questo, probabilmente, anzi senza probabilmente (non sono nella condizione di dire "probabilmente", perché conosco bene la situazione), l’amministrazione ha i suoi torti, ha i suoi difetti, le sue carenze, le sue difficoltà. Adesso io potrei anche dilungarmi e tediarvi parlandovi di quanti sforzi l’amministrazione stia facendo, non da adesso ma da qualche anno, per fare in modo che queste carenze non vi siano più.

Nel nostro paese, nella nostra amministrazione, da circa dieci anni non si fa un concorso per educatori. È vero, è un dato di fatto: io non devo dare delle giustificazioni, potrei dare delle spiegazioni ma vi annoierebbero in modo mortale. Vi annoierebbero perché il fatto che per più di dieci anni non si sono svolti i concorsi, per esempio per gli educatori, è il frutto di una conflittualità interna all’amministrazione penitenziaria, che vede le diverse categorie di operatori molto spesso, purtroppo, contrapposte tra di loro.

Questa è una mancanza di rispetto verso l’amministrazione stessa e una mancanza di rispetto verso i volontari. Verso i volontari che, in modo assolutamente volontario e gratuito, quindi senza che venga loro corrisposto uno stipendio, quindi senza che venga data loro una lira, ma anzi probabilmente molti di loro rimettendoci, vengono negli Istituti e si sforzano di portare quell’informazione che è uno dei poli dell’incontro di oggi, che è una delle armi fondamentali per ridare dignità a un essere umano, perché soltanto se io so che ho dei diritti, per esempio, sono in grado di far valere i miei diritti. Ma se io non so di avere dei diritti, o se c’è qualcuno che addirittura si adopera perché io non sappia che ho dei diritti, io non potrò mai far valere questi miei diritti. Allora, ci deve pensare l’amministrazione, ed è sicuro che lo deve fare: probabilmente non basta, all’atto dell’ingresso, consegnare l’Ordinamento Penitenziario, l’estratto del Regolamento e quant’altro.

Serve anche altro, ma mi auguro che siano tante (e sono tante) le realtà come Padova nel nostro paese, nei nostri duecento e passa Istituti penitenziari, e quindi sicuramente questo accade. Però non nego che possono esserci e che ci sono sicuramente delle realtà in cui questo non accade. Probabilmente anche il volontariato, però, deve assumere un ruolo un po’ diverso. Adesso, per carità, io non voglio assolutamente insegnare ai volontari quello che devono fare, non sono assolutamente in grado di farlo però, forse, una adesione meno acritica alla difesa della parte debole… probabilmente anche questa potrebbe aiutare a ridurre le distanze che, nonostante i protocolli, nonostante le norme, nonostante le previsioni, le circolari, nonostante la volontà di decentrare, nonostante la volontà di portare l’amministrazione sempre più presente sul territorio, comunque ancora esistono.

Le cose da fare sono sicuramente tante. Certo, ci sono 830 miliardi per l’edilizia penitenziaria, che nascono nella legislatura precedente. Ma abbiamo 55.000 detenuti, ce li abbiamo, c’è poco da fare: forse sono anche 56.000, in alcuni momenti arrivano anche a 57.000.

L’importante, probabilmente, è non spendere 830 miliardi per l’edilizia penitenziaria e fermarsi lì. L’importante è spendere 830 miliardi per l’edilizia penitenziaria, che sicuramente servono perché ci sono istituti penitenziari che gridano vendetta a Dio, e spendere anche altri soldi per altre cose.

Per fare altre cose che vanno in una direzione che non è diversa, contrastante con quella, ma vanno e devono andare in una direzione coerente con quella volta a creare le condizioni perché all’interno degli istituti si creino le condizioni per realizzare veramente ciò che prevede la legge penitenziaria. Perché, purtroppo, c’è questa parte di umanità che vive all’interno degli istituti e bisogna prenderne atto: va curata, seguita, agevolata, e migliorata fin quando è possibile (sempre che lo voglia, sempre che sia disponibile, sempre che risponda a un’offerta di intervento).

Probabilmente vanno spesi dei soldi (e tanti) nel settore del lavoro, per fare in modo che la popolazione detenuta, le persone ospitate nelle nostre strutture, svolgano un’attività lavorativa, imparino un lavoro e, attraverso l’acquisizione di una capacità di lavorare, accettino e capiscano anche come si può vivere non facendo le rapine, ma contentandosi di un milione, due milioni al mese, facendo un lavoro normale.

È questo, probabilmente uno dei passi fondamentali, ma anche su questo siamo tutti d’accordo, c’è un paese che è d’accordo, ma si muove molto poco, si muove molto ma molto poco.

Non so se don Luigi ricorda, ma negli anni 80 sono stati fatti dei convegni bellissimi sul lavoro penitenziario, che hanno visto coinvolte Confindustria, Confartigianato, Confcommercio: ma lì ancora stiamo, inchiodati a quel 10 - 11% di popolazione detenuta che lavora, di cui una grossa parte impegnata nei lavori cosiddetti domestici. Cioè faccio lo scopino, porto i pacchi, e non imparo un lavoro, perché quando esco dal carcere, probabilmente, il pacco da portare non ce l’avrò più, un luogo da pulire non c’è l’avrò più e questo non mi risolverà i miei problemi.

E allora io credo che ciascuno, e lo ripeto con forza, debba fare la propria parte. Noi abbiamo cercato, negli ultimi anni, finalmente, di darci come Amministrazione Penitenziaria un progetto, partendo da una considerazione semplicissima: che il progetto esisteva già ed era quello dell’Ordinamento Penitenziario. Non bisognava fare grandi voli, bisognava applicare quelle leggi. Io ho fatto il direttore in un Istituto, che era una Casa di Reclusione. Ci sono arrivato dopo aver fatto il direttore di un grossissimo Circondariale. Quando sono arrivato in quell’Istituto ero estremamente scettico, lo riconosco: mi sembrava che si giocasse solamente e non si facessero le cose che si dovevano fare.

Quell’esperienza mi è servita, mi ha fatto capire: ci sono stato solo un anno, in quell’Istituto, che è la reclusione di Rebibbia. Ho capito che se noi avessimo la forza di applicare pedissequamente tutto quello che c’è scritto dell’Ordinamento Penitenziario, noi vinceremmo la battaglia, perché io ho visto numerosi, ma veramente tanti detenuti, uscire completamente cambiati, il che significa che si può fare, però se noi non abbiamo disponibilità le economiche giuste, non abbiamo la quantità di personale giusto, non abbiamo un personale gratificato, soddisfatto, che sia invogliato a lavorare (non che oggi non lo faccia, ma lo fa, probabilmente, perlomeno alcune categorie, lo fanno sotto sforzo, lo fanno sotto stress, lo fanno con fatica e questo non aiuta a dare una resa migliore).

Ciascuno di noi deve mettere mano alla realizzazione compiuta di questo progetto, che pure abbiamo immaginato di portare avanti, e lo abbiamo fatto ridisegnando, riorganizzando l’assetto dell’amministrazione, ridotando gli organici, amplificandoli, vincendo alcune tentazioni, che pure erano forti in quei momenti (parlo del ’97 – ’98), di creare una struttura sostanzialmente monolitica. È stato anche importante vincere quella resistenza, è stato importante riaffermare il principio secondo il quale, se l’oggetto del nostro intervento è l’uomo, non è possibile che ci sia un intervento monolitico, ma devono esserci interventi posti in essere dalle più diverse professionalità.

E questo accade, questo è ancora, noi l’abbiamo salvato questo principio: educatore, psicologo, assistente sociale, medico, il versante della sicurezza, che mi sembra assolutamente ineliminabile, una guida affidata a un personale che abbia qualità dirigenziali e qualifiche dirigenziali, che abbia anche le sue gratificazioni dal punto di vista dello sviluppo professionale, della carriera e, perché no, anche economiche.

Questo è stato lo sforzo che l’amministrazione ha fatto in questi anni e quello che sta accadendo oggi, che ci vede probabilmente e paradossalmente toccare il punto più basso della nostra capacità di realizzare, è un dato confortante, perché da questo momento in poi noi non possiamo che risalire, perché tutti passaggi, che queste leggi che ci siamo dati, che il paese si è voluto dare, che ha consentito a darci, stanno trovando la loro realizzazione.

La stanno trovando, neanche "piano piano", sbaglio a dire "piano piano", perché tutti i tempi, cadenzati da fatti che molte volte non dipendono dalla nostra volontà, ma che contemplano l’intervento di altri enti, si stanno realizzando.

Si stanno realizzando alcune procedure contrattuali che consentono l’avanzamento in carriera. Questo comporterà lo svuotamento delle posizioni economiche iniziali, questo consentirà di bandire concorsi: certo, se poi interviene la finanziaria che dice che le assunzioni sono bloccate noi, insomma, siamo da capo a 12. Però noi, la parte nostra, l’abbiamo fatta: a quel punto qualcuno avrebbe dovuto riflettere sul fatto che, forse, la Giustizia e qualche altro Ministero andavano tenuti fuori da alcuni blocchi.

Noi abbiamo vacanze per 3.500 posti, nel ruolo del personale amministrativo, e in questo personale è compreso per esempio anche quello degli educatori. Se la finanziaria, come pure mi sembra di aver letto (sono purtroppo sicuro di aver letto), blocca le assunzioni e non esclude la Giustizia, noi faremo, forse, anche i concorsi, ma non assumeremo il personale. E chissà, forse, questo sarà un problema superabile, perché se anche riuscissimo, in tempi "rapidi", a bandire concorsi (le procedure concorsuali impiegano non meno di un anno), avremo tempo di arrivare alla prossima finanziaria e, in quel momento, batterci perché non ci siano più blocchi per le assunzioni.

Ecco, però, voglio dire che, con tutti i nostri difetti, le nostre carenze, tutte le nostre imperfezioni, noi non ci siamo mai sottratti al confronto con il resto della società. I volontari, diceva Livio Ferrari, sono 6.500, attualmente, fra articolo 78 e articolo 17 e quant’altro. Però se 6.500 persone le spalmiamo su 200 e passa Istituti penitenziari e ci dimentichiamo di quelli che si rivolgono ai 30.000 condannati mai citati, che sono quelli colpiti dalle misure alternative, probabilmente questa folla, che tutti quanti noi ci augureremmo di vederci alle porte delle carceri, non c’è ancora.

Quindi io, a conclusione di un discorso forse anche un po’ confuso, ma che è nato essenzialmente dagli stimoli che mi sono venuti, dalle osservazioni che ho sentito fare da chi mi ha preceduto, chiudo dicendo che noi rimaniamo, come Amministrazione (così come abbiamo dimostrato di saper fare, anche nelle parti più squisitamente normative), con la testa aperta e con la nostra volontà, col nostro cuore, aperti, disponibili, ma desiderosi soprattutto di avere un contributo da chi lo dà come lo danno i volontari: con sincerità, con solidarietà, con partecipazione, con competenza e con una professionalità che è, comunque, cosa diversa dalla professionalità di chi opera istituzionalmente all’interno delle strutture penitenziarie. E questo è quel quid in più che caratterizza e rende merito a tutti i volontari. Grazie.

 

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