Reinserimento e sicurezza sociale

 

Conferenza Regionale Volontariato Giustizia della Liguria

"Dopo l’indulto: reinserimento e sicurezza sociale"

Relazione dell’incontro del 15 novembre 2006

 

L’incontro, promosso dalla CRVGL - Conferenza Regionale Volontariato Giustizia Liguria, dopo le relazioni della presidente della Conferenza e di un’operatrice Sp.In, ha visto intervenire successivamente gli esponenti del Ministero della Giustizia, i rappresentanti degli enti locali, le associazioni di volontariato e del privato sociale. Ecco una sintesi degli interventi.

 

Obiettivi dell’incontro (M.T. Figari, CRVGL) 

riflettere sul reinserimento sociale dopo il carcere, problema emerso drammaticamente con l’indulto, ma che preesisteva e che continuerà ad esistere;

individuare luci ed ombre nella gestione dell’emergenza indulto, per trarne "buone prassi" per il futuro;

essere un’occasione di confronto tra istituzioni locali, volontariato e terzo settore, in vista di scambio di informazioni e concertazione su progetti avviati e da avviare;

sollecitare le istituzioni a sottoscrivere un Protocollo d’intesa e ad istituire tavoli di lavoro permanenti con il volontariato.

 

Un’analisi della gestione dell’emergenza indulto (L Botto, Sp.In.)

 

Si è evidenziata la rilevanza dello Sp.In. (Sportello Informativo per i detenuti in cui volontari e operatori del terzo settore affiancano gli operatori istituzionali dell’UEPE), che è stato l’unico fra gli attori sociali del territorio in grado di attivare prontamente e con competenza la rete territoriale e di mobilitare sull’emergenza indulto le risorse pubbliche e private in un periodo di estrema difficoltà data la chiusura estiva di molti servizi.

All’inizio di agosto lo Sp.In. ha prontamente organizzato una task-force con le istituzioni coinvolte (Comune di Genova, provincia di Genova, Regione Liguria, Carceri del territorio e specifici - Ser.T., distretti sociali ecc.), il privato sociale e le associazioni di volontariato particolarmente impegnate nell’erogazione pasti e nell’accoglienza, organizzando più incontri collegiali e attuando procedure d’emergenza; e si è visto affidare la regia di gran parte degli interventi.

Tra agosto e ottobre circa 200 indultati (25% stranieri, meno del 10% donne) si sono rivolti allo Sp.In.. per un aiuto d’emergenza (sussidio una tantum di 100-150 E., buoni pasto e doccia, accesso ai dormitori, abbonamento autobus semigratuito, segretariato sociale): per circa 30 di loro si è potuto avviare un percorso di "presa a cuore" con un progetto di reinserimento sociale.

Questa strategia di convogliare le risorse pubbliche e private in un progetto condiviso ha permesso dare una risposta - per quanto parziale e limitata - alle persone che si sono rivolte allo Sp.In., e rappresenta un esempio di "buona prassi" estendibile ad altri momenti.

 

La funzione riabilitativa dell’esecuzione penale (G. Salamone, DAP; S. Spanò, UEPE).

 

All’interno dei carceri, l’attuale sfoltimento in seguito all’indulto potrebbe essere il momento opportuno per migliorare le strutture e per attuare quei percorsi rieducativi che sono alla base di un positivo reinserimento. I finanziamenti della Cassa Ammende, che in questa fase dovrebbero essere destinati ad interventi non emergenziali ma strutturali, sono rallentati dai tempi burocratici lunghi; e l’attuale mancanza di vertici dell’Amministrazione penitenziaria è un ulteriore freno. È indubbia l’utilità di comitati e gruppi di lavoro presso il Provveditorato; ne esistono già alcuni, ma non è sempre facile trovare la disponibilità degli enti locali e individuare gli interlocutori.

Quanto all’esecuzione penale esterna, la riforma dell’O.P. del 75 aveva inteso il tempo della pena non solo come punizione per i reati commessi, ma anche come momento di riflessione per attuare cambiamenti in vista del rientro nella società. Per questo aveva previsto nuove figure professionali e nuovi benefici di legge. Nel corso degli anni la possibilità di accedere alle misure alternative è stata progressivamente ampliata, e vi è stato uno spostamento dell’intervento riabilitativo dal carcere al territorio. Tutto questo è avvenuto in assenza di politiche atte a favorire l’inclusione sociale, il superamento delle dipendenze, l’integrazione e così via. Il territorio, che avrebbe dovuto rispondere ai bisogni primari di chi esce dal carcere (un posto dove mangiare, dormire, un lavoro, relazioni umane sociali positive, educazione alla legalità) non è stato in grado di farlo. Negli ultimi anni l’esclusione sociale ha fatto crescere l’allarme sicurezza, l’allarme sicurezza ha prodotto leggi sempre più repressive, in una spirale perversa che si autoalimenta. Anche l’ex. CSSA, oggi UEPE, ha visto sempre più ridotta la sua funzione di servizio sociale per assumere una funzione di controllo (apparente) dei detenuti sul territorio. L’incapacità di dare una risposta alle problematiche accennate non dipende solo dalla situazione economica che mette in crisi il Welfare, ma da un’involuzione culturale in cui la persona non è più posta al centro dell’interesse. Occorre invertire rotta partendo da una logica radicalmente diversa.

 

Il ruolo degli enti locali (L Rambano - Provincia di Savona; L Bacciu - Comune di Savona; C. Fasce - Provincia Genova; G. Pescetto, M.R. Biggi, M. Deidda - Comune Genova; S. Schiaffini, Regione Liguria).

 

Oggi occorre entrare nell’idea che non è più il disagio che va a cercare il servizio, ma è il servizio che deve andare a intercettare il disagio; infatti la persona che esce dal carcere è spesso portatrice di disagi diversi che richiedono una risposta globale e diversificata. Occorre uscire dalla logica abituale di autoreferenzialità per cui al centro ci sono i servizi e non i fruitori dei servizi stessi, e mettere al centro la persona totale con la sua domanda.

Il limite alle iniziative sul tema carcere è rappresentato dall’assottigliarsi delle risorse (che per questo settore provengono da tre fonti: Cassa Ammende e Ministero del lavoro per gli inserimenti lavorativi, Ministero delle politiche sociali per gli interventi socio-assistenziali) e dalla frammentazione degli interventi, spesso discontinui e scoordinati. Occorre quindi valorizzare la risorsa "lavoro in rete" per realizzare un progetto comune tra istituzioni, associazioni di volontariato e no-profit, coinvolgendo anche il profit con opportune politiche incentivanti.

Gli enti locali presenti vedono positivamente la sottoscrizione di un Protocollo d’intesa a livello regionale tra istituzioni, volontariato e privato sociale, e sono disponibili a partecipare a tavoli di lavoro permanenti in vista di un accordo-quadro per le politiche per l’uscita dal carcere.

 

Il ruolo del volontariato e del privato sociale (Don A. Gallo - Comunità di S. Benedetto; F. Saccomanno - Veneranda Compagnia della Misericordia; R. Fresta - Centro Solidarietà Genova; W. Massa - ARCI Liguria; D. Saracino - Comunità di S. Egidio; M. Sericano - Consorzio Agorà;E. Reato - Amici di Zaccheo; P. Pezzana - Fondazione Auxilium.

 

L’emergenza indulto ha mostrato quanto sia essenziale una rete tra servizi pubblici e privati. Oggi occorre uscire dall’emergenza per progettare a lunga scadenza. Va rilanciata l’integrazione pubblico-privato già alla base della legge 382/2000, in una prospettiva di reale ed effettiva partecipazione, e non di sostituzione, del volontariato e del terzo settore alla funzione pubblica delle istituzioni, superando la settorialità degli interventi.

Come risposta al disagio sociale, le leggi dello scorso governo hanno aumentato l’area della detenzione: sempre più carcerizzazione e sempre meno recupero. Occorre una svolta culturale: al bisogno di sicurezza dei cittadini si risponde con l’inclusione, non con la repressione. Nell’attesa che vengano riformate, come promesso dal governo attuale, alcune leggi che hanno inteso il problema sicurezza in termini prevalentemente punitivi (Bossi-Fini sull’immigrazione, ex-Cirielli con l’inasprimento delle pene per i recidivi, Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze), che fare a livello locale? Fra le criticità segnalate dalle associazioni:

il problema abitativo: scarsità di "comunità di accoglienza" temporanea per il bisogno immediato; per il lungo periodo, alloggi con costi troppo elevati da essere inaccessibili per persone impegnate in progetti di reinserimento lavorativo (tirocini, borse-lavoro) che a stento raggiungono i 400 E. mensili;

l’inserimento lavorativo: spesso chi esce dal carcere ha un’età e una soglia di competenze bassa che, senza adeguate misure di sostegno (sgravi fiscali, tutoraggio), è automaticamente escluso dal mondo del lavoro;

il problema immigrati: l’aver decretato l’espulsione a tutti gli indultati stranieri, anche a coloro che avevano intrapreso positivi percorsi di reinserimento sociale e lavorativo, ha vanificato anni di serio lavoro svolto dentro e fuori dal carcere da operatori istituzionali e volontari;

la tossicodipendenza: oggi le comunità di recupero sono numerose e funzionano, ma dopo la comunità? il problema del reinserimento sociale è solo spostato un po’ più in là.

il disagio psichiatrico: dovrebbe essere correttamente valutato al momento della commissione del reato e supportato al momento della dimissione dal carcere.

Il volontariato, con la sua presenza capillare sul territorio, può fornire una lettura dei bisogni ed esercitare una funzione di stimolo, e perché no di controllo, promuovendo un tavolo di lavoro permanente e partecipando ai Piani regolatori sociali, affinché vengano diffuse "le buoni prassi" già sperimentate e le poche risorse disponibili vadano impiegate in maniera il più possibile efficace. Ad esempio, l’introduzione "della tassazione a progetto" da parte degli enti locali per interventi sulle strutture può consentire di dirottare risorse che sarebbero state destinate a questo capitolo verso interventi socio-assistenziali.

 

Considerazioni conclusive

 

Come CRVGL, abbiamo apprezzato la risposta positiva degli enti locali presenti alla nostra proposta di un Protocollo d’intesa e la loro disponibilità a partecipare a tavoli di lavoro comuni. Non possiamo tuttavia non notare la quasi totale assenza di un attore importante, la Regione Liguria, a riprova della scarsa attenzione per le problematiche del carcere dimostrata dall’attuale Giunta regionale e della difficoltà che abbiamo finora incontrato ad individuare in Regione un interlocutore con competenza nel settore. Sarà nostro impegno proseguire i contatti con le istituzioni affinché le dichiarazioni di buona volontà si traducano in impegni concreti, e a portare avanti il discorso con la Regione.

 

Sintesi Manuel Sericano

 

Ho ascoltato con attenzione chi mi ha preceduto; l’impressione è che forse ancora una volta ciò che non ha funzionato tende ad assumere un rilevanza eccessiva.

Abbiamo ascoltato interventi che hanno messo in evidenza una buona tenuta complessiva del sistema Pubblico - Privato di fronte all’emergenza indulto e abbiamo avuto un’ulteriore dimostrazione di quanto la rete: Istituzioni Pubbliche, Enti Pubblici Locali, associazionismo, volontariato e cooperazione sociale sia solida ed in grado di produrre azioni condivise.

Raccogliendo l’invito iniziale della Presidente Dott.ssa Figari, sono anche io a proporre l’istituzione di un tavolo permanente misto pubblico e privato di lavoro/condivisione regionale che oltre a diffondere informazioni e fungere da catalizzatore e porta voce di istanze di sistema dei vari soggetti impegnati possa svolgere il difficile, ma a questo punto "maturo" ruolo di cassa di risonanza di buone prassi.

Far emergere ciò che di buono viene fatto, va al di la della mera (quanto a volte necessaria) gratificazione degli operatori del settore; è infatti un valido strumento, su cui occorre lavorare con tenacia e attenzione, per diffondere buone prassi e per arricchire il sistema di costanti elementi positivi, in grado di sopperire alle lacune organizzative e difficoltà del "sistema", che problematiche complesse e multi disciplinari quali quelle che riguardano la popolazione detenuta o ex detenuta necessariamente mettono in evidenza.

In conclusione, ribadisco la mia piena adesione alla proposta della conferenza regionale Volontariato e Giustizia e auspico che i tempi di realizzazione possano essere brevi.

Infine mi permetto di fare solo una piccola osservazione polemica, ancora una volta, in un contesto seminariale pubblico, il Terzo Settore ha ascoltato le Istituzioni, che per problema di agenda, nella quasi totalità, non hanno potuto attendere gli interventi del Terzo Settore, che così ha contribuito al ragionamento complessivo, sviluppato questo pomeriggio, solo in modo parziale, trovandosi infatti a parlare di fatto solo con se stesso. Anche questo aspetto, forse andrebbe visto come acquisizione di buone prassi, andando a vedere come si può fare ad ovviare al problema.

 

Intervento di Paolo Pezzana (Fiopsd)

 

I contenuti emersi in questa giornata, le sollecitazioni che ci sono pervenute e che a nostra volta abbiamo sottoposto alle istituzioni, il movimento che sembra essersi attivato, con tutti i suoi pro ed i suoi contro, a seguito della cosiddetta emergenza indulto, non ci devono fare dimenticare due aspetti importanti e fondamentali, che come volontariato abbiamo il dovere, prima ancora che il diritto, di sottolineare e di portare avanti e sui quali forse oggi non si è fatta abbastanza chiarezza.

Il primo è che la nostra funzione nel campo delicato e scomodo dell’esecuzione penale, interna ed esterna, è prima di tutto una funzione “profetica” e di “cittadinanza attiva”. Non siamo noi coloro che devono provvedere alle persone sottoposte ad esecuzione penale i servizi e l’assistenza cui, in quanto cittadini, ma anche in quanto esseri umani, hanno diritto. La nostra Costituzione, che è il nostro punto di riferimento fondamentale, è ben chiara in questo senso. Tutti abbiamo doveri di solidarietà, ma il dovere primario di garantire e tutelare i diritti dei cittadini è delle Istituzioni, delle quali anche noi facciamo parte e che contribuiamo democraticamente a legittimare. Il nostro compito è allora quello di partecipare a questa funzione pubblica con il nostro senso di responsabilità, le nostre risorse, la nostra cultura, i nostri valori, la nostra fantasia e creatività. Ma si tratta di partecipare, ciascuno con i propri compiti e responsabilità, ad un compito comune, non di sostituirsi gli uni agli altri o di ricercare deleghe improprie, magari in nome di un malinteso senso dell’economicità. Nel campo dell’esecuzione penale non possiamo ne vogliamo dunque accettare deleghe: o si partecipa insieme ad un progetto comune teso al riconoscimento della dignità della persona ed al suo inserimento sociale o siamo fuori dallo spirito della Costituzione e di una autentica cooperazione tra pubblico e privato. Le Istituzioni devono capire che non sono loro che devono aiutare noi, come scritto in alcuni documenti anche recenti, ma siamo noi che aiutiamo loro: per questo è utile a tutti che loro ci aiutino.

Il secondo elemento è che, qualunque cosa le associazioni di volontariato e del terzo settore facciano, esse conservano sempre e comunque un compito culturale di fondo, che, basandosi sull’incontro e sulla relazione diretta con la persona sottoposta ad esecuzione penale e la sua famiglia, non può che tradursi in azioni di tutela dei diritti, advocacy, informazione, formazione e sensibilizzazione della comunità. È forse questa la vocazione primaria ed il principale valore aggiunto che il volontariato può portare in questo ambito, a beneficio anzitutto dei detenuti ma anche di tutta la società, Se è vero infatti che buona parte dell’allarme sociale che ha accompagnato l’indulto può essere ricondotto al fatto di avere in questi anni trasferito “senza cura” l’esecuzione penale dal carcere alla società, attraverso un ricorso massiccio a pene alternative non supportato da un’adeguata presa in carico sociale, è anche vero che la sfida che ci si para davanti non è quella di “tornare al carcere” ma quella di portare nella società non solo la pena ma l’intera “penalità”. Occorre favorire una assunzione collettiva di responsabilità verso le dinamiche complesse che stanno dietro al mondo del carcere ed in larga parte lo determinano; solo restituendo il carcere alla città, il detenuto al territorio, in un legame biunivoco di impegno e non di rimozione, si potranno ottenere risultati. In questa sfida il volontariato ha qualcosa da dire e, forse, potrebbe essere attore determinante. Dall’incontro di oggi vogliamo ripartire, senza fare sconti a nessuno, noi compresi, nel segno di questa sfida.

 

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