Ettore Ziccone

 

Giornata di studi "Carcere: salviamo gli affetti"

L’affettività e le relazioni famigliari nella vita delle persone detenute

(La giornata di studi si è tenuta il 10 maggio 2002 nella Casa di Reclusione di Padova)

Ettore Ziccone (Provveditore agli Istituti di Pena del Triveneto)

 

Dopo l’intervento del Presidente Margara diventa tutto più difficile. Molti di noi il nuovo Regolamento di Esecuzione l’abbiamo voluto; il presidente Margara ci ha lavorato tanto, assieme all’allora sottosegretario, Franco Corleone.

In Toscana, regione di Margara e dell’onorevole Corleone, ci siamo mossi perché si potesse fare qualcosa, ma il primo ostacolo, quasi insormontabile, che abbiamo incontrato è stata l’ignoranza all’esterno del carcere.

Il problema dell’affettività non è un problema che dobbiamo capire noi, che lavoriamo all’interno delle carceri, o quelli che ci stanno vicini, ma è un problema che deve capire tutta l’opinione pubblica, è un problema che deve capire la stampa, è un problema che deve capire la televisione.

Non abbiamo mai pensato a rapporti particolari fra detenuti e famigliari in carcere, abbiamo pensato a quei rapporti umani che in carcere vengono a mancare. Ma il problema insuperabile è che in Italia abbiamo 56 mila detenuti: dove ricaviamo i locali per permettere l’affettività in carcere, quando non abbiamo il posto dove tenere ristrette le persone?!

In Veneto abbiamo circa 800 detenuti in più di quanti ce ne dovrebbero essere, solo Padova ha circa 300 detenuti in più, rispetto alla capienza. Il carcere accanto, la Casa Circondariale, ha circa 240 detenuti con una capienza di novanta posti letto e, allora, che tipo di colloquio possiamo permettere a questi detenuti? Gli stessi colloqui che erano permessi prima del 1976, dopo il 1976, prima del 1990 dopo il 1990!

Su questa materia non si è fatto un passo in avanti, prima di tutto perché manca la cultura in questo senso. Fuori dal carcere, nella società cosiddetta civile, quando parlo di affettività in carcere la reazione è immediatamente di estrema chiusura, perché il problema secondo me è sempre stato posto male, è il problema dell’affettività fra persone che fuori dal carcere stavano insieme.

Il rilievo che ha fatto il Consiglio di Stato - ha ragione il presidente Margara - che rilievo è? È un permesso o non è un permesso, è un colloquio o non è un colloquio? Il controllo visivo, il controllo non visivo…

Diamo un minimo di spazio, un minimo di possibilità alla famiglia di stare assieme al detenuto, per qualche ora, una volta al mese, una volta ogni due mesi…

Quelli che possono avere i permessi evidentemente non hanno bisogno, in carcere, di questa forma di affettività, ma quelli che non possono avere permessi, quelli sì! Quelli ne hanno estremo bisogno. E poi, non è che accada più di tanto se questi controlli non sono così severi, così efficienti: io mi sono sempre rifiutato di credere che un famigliare, una persona che tiene molto al congiunto in carcere, possa portare quelle cose che in carcere sono vietate. Le eccezioni ci sono, signori miei, ma sono soltanto eccezioni!

Quindi credo che il cammino sia ancora molto lungo, ci vogliono molti finanziamenti e questa regione non è fra le più fortunate d’Italia, per quanto riguarda l’aspetto carcerario. Lo dico con estrema sincerità, abbiamo molti istituti vecchi, molti istituti da chiudere, molti detenuti nei pochi istituti che possono essere considerati efficienti. Allora vedervi così tanti oggi significa che avete capito che c’è un problema, per l’affetto in carcere, c’è un problema che investe tutta la società.

Ognuno di noi, che ha famiglia, ad una certa ora del giorno, della sera, desidera tornare a casa e stare con i suoi cari: che questo sia concesso, in qualche modo. È questo l’appello ai politici, anche da parte dei nostri detenuti.

 

Giovanni Aversa

 

Grazie, dott. Ziccone, lei ha detto una cosa molto importante, a parte le questioni più di tipo legislativo: è vero c’è poca cultura, su questi temi. Sono usciti molti articoli e saggi sul tema della sessualità in carcere, perché poi non dobbiamo nasconderci dietro la parola affettività, come se fosse esaustiva di tutta la condizione esistenziale di una persona.

C’è l’affettività, ma c’è anche il diritto, in qualche modo, ad una sessualità. Un bellissimo articolo di Adriano Soffri colpisce al centro la questione della restrizione della libertà, anche da questo punto di vista. Quindi vorrei che Segio e poi Cusani ci facessero entrare dentro il tema del diritto della persona ad una libera espressione anche della sessualità e non solo dell’affettività.

 

 

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