Rossella Favero

 

Giornata di studi "Carcere: salviamo gli affetti"

L’affettività e le relazioni famigliari nella vita delle persone detenute

(La giornata di studi si è tenuta il 10 maggio 2002 nella Casa di Reclusione di Padova)

Rossella Favero (Coordinatrice Rassegna Stampa)

 

Faccio un intervento estemporaneo e penso che alla fine si arrabbieranno tutti. Purtroppo non ho seguito molto la preparazione di questa giornata, perché sono stata occupata in altre cose, però quando si è deciso l’argomento, su sollecitazione di "Ristretti", mi sono molto coinvolta, per vari motivi.

Io sono insegnante da molti anni ed entro tutti i giorni in carcere, dove seguo l’attività di rassegna stampa, quindi sono quotidianamente a contatto con questo ambiente e riesco a osservare delle cose. Il dolore dell’assenza. Noi usciamo molto spesso in permesso con i detenuti e mi sono accorta che i detenuti guardano sì le ragazze, le donne, ma guardano con molto più amore e voglia di avere subito un rapporto, i bambini.

Sono incantati dai bambini che vedono per la strada, dai bambini delle scuole dove andiamo. Questa cosa mi ha molto colpito, come pure mi ha colpito il modo in con il quale mi fanno vedere le fotografie delle mogli e dei loro matrimoni, dei figli, delle sorelle e delle madri.

Sono quelle piccole cose, questa assenza, che è terribile; qualunque cosa sia successa prima, è terribile. Entrando da tanto tempo, però, mi accorgo che speculare, diversa, esiste un’assenza, un problema dell’affettività, anche nell’altra componente, quella alla quale ci ha introdotto la dottoressa Acquafredda, cioè quelli che sono dall’altra parte rispetto ai detenuti: gli agenti di Polizia Penitenziaria. Lo sento perché io chiacchiero con gli uni e con gli altri, quindi sento i racconti delle mogli lontane, delle fidanzate lontane.

Sono sofferenze così lontane, così separate, che non si capiscono, perché evidentemente non ci si libera della categoria "detenuto" e dalla categoria "agente". È molto difficile, quando si è in questi ruoli, e quindi io sento e avverto una grande sofferenza. Inoltre, so che c’è anche un attrito su questo perché io so che se un detenuto vuole colpire un agente parla della sua famiglia negativamente, quindi è un terreno di lontananza ma che è drammaticamente speculare. Io sono in mezzo, mi pare di essere su una barricata e che mi sparino da tutte e due le parti; a volte è molto difficile.

Un’altra cosa è l’affettività. Noi donne che entriamo in un carcere maschile raccogliamo su di noi questo carico terribile, ma anche bellissimo, di questo bisogno, madre, sorella, maestra e figlia. Molte volte si riversa su di noi questa sofferenza e questo bisogno, che si rivela da uno sguardo, da uno sfiorare, da una parola non detta. È un ruolo difficile e spurio per noi entrare come volontari e come insegnanti, come operatrici, in un ambiente maschile. Però, raccogliamo un poco tutta questa affettività ed è importante per noi tirarla fuori. Probabilmente, se impariamo a fare un piccolo sforzo per non considerarci come categorie anche dal punto di vista dell’affettività, si fanno molti passi in avanti.

Volevo ringraziare tantissimo tutti i ragazzi delle attività, tutte le attività, il Centro Documentazione, Ristretti Orizzonti, la Rassegna Stampa, la legatoria, il TG Due Palazzi, i grafici e tutti quelli che hanno organizzato questa giornata, l’istituto che ci ha permesso di farla, gli agenti, perché stiamo lavorando da settimane perché la giornata di oggi risultasse, penso, abbastanza interessante.

 

Ornella Favero (Coordinatrice di Ristretti Orizzonti)

 

Io penso che adesso ritorneranno gli altri, del Gruppo di Lavoro e vorrei, prima che le persone andassero via, che riuscissimo a fare il punto su quello che è stato detto. D’altra parte e nel frattempo vorrei, con l’aiuto di qualcuno, riassumere un attimo i punti con i quali vorremmo uscire in questa giornata.

Come sempre notiamo una cosa, si lavora tantissimo e c’è una risposta molto forte, però dal punto di vista delle istituzioni c’è quasi il silenzio. Oggi c’era un Assessore, l’Assessore alla Cultura, che è stato qui come ha potuto, eppure il carcere è una realtà di cui la città dovrebbe farsi carico. Noi paghiamo, tutti, una nostra colpa, quella di andare in ordine sparso, cioè non abbiamo nessuna capacità di fare proposte comuni, e per questo vorrei che le esperienze che abbiamo visto oggi, da Milano, da Napoli, da Roma, fornissero la base di un progetto da estendere a tutte le città. Questa credo sia l’unica proposta che possa uscire da qui.

 

 

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