In-Veneto: notiziario settimanale sul carcere

realizzato nell'ambito del Progetto "Dal Carcere al Territorio"

Notiziario n° 16, del 3 aprile 2010

Notizie da Padova

Carcere-scuole: ultimo di 8 incontri a Camposampiero

Il difficile lavoro delle assistenti familiari

Radio Sherwood, il Pedro, la tossicodipendenza e il carcere

Abolizionismo: radici, evoluzione e prospettive future

Notizie da Venezia

Prosegue "Comunicare come" a S. Maria Maggiore

Notizie da Verona

Detenuti e difficoltà crescono di pari passo

A scuola per parlare di legalità e "stranieri"

Combattere il sovraffollamento anche con corsi di formazione

Il volontariato non sfugge alla Rete

Notizie da Vicenza

Gli scout di Vicenza entrano in carcere

Appuntamenti

Verona: legalità e giustizia nelle nostre mani

Notizie da Padova

 

Progetto carcere-scuole: ultimo di 8 incontri a Camposampiero

 

Venerdì 26 marzo si è tenuto all’Istituto Sandro Pertini di Camposampiero l’ultimo di 8 incontri per il progetto "Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in carcere". Sono state coinvolte 13 classi in rappresentanza dei diversi indirizzi di studio che l’Istituto offre: meccanici, moda, turismo, tecnico commerciale, Igea.

Il progetto è stato accolto con grande entusiasmo dagli studenti, che hanno dimostrato una particolare sensibilità e attenzione nei confronti delle testimonianze che hanno ascoltato a scuola e in carcere, ponendo domande e scrivendo riflessioni che mettevano in luce un particolare interesse nei confronti della realtà del carcere e dei percorsi che gradualmente portano le persone a commettere un reato.

Il successo di questa iniziativa è la riprova del fatto che i ragazzi sono consapevoli, più di quanto appaia, della complessità della vita sociale e che se vengono offerte loro occasioni di confronto e di riflessione su tematiche anche molto difficili, ascoltati, lasciati liberi di esprimersi e di porre le domande che ritengono di fare, sono in grado di apprezzare un modo diverso di fare scuola. È indubbio che le occasioni in cui il progetto, il cui scopo è quello di rendere coscienti gli alunni che a compiere i reati non sono i predestinati ma persone che in molti casi hanno un passato molto simile al loro, ha la maggiore efficacia, questo è dovuto anche alla sensibilità e all’attenzione con cui gli insegnanti affrontano questa esperienza, scegliendo di "perdere" del tempo, sottraendolo a spiegazioni e verifiche, per promuovere in classe momenti di discussione e di ragionamento fondati sul rispetto del loro essere prima che alunni persone.

Ecco alcune considerazione scritte a caldo subito dopo l’incontro a scuola:

"Questo incontro è stato molto utile perché mi ha fatto capire che è facile cadere nel giro della droga, ma è molto difficile uscirne. Non pensavo che la droga potesse distruggere in un modo così grande e devastante la vita delle persone".

"(…) Con questo incontro ho capito che la pena di morte, cui prima ero favorevole, non è una pena giusta. Il ragazzo che ha raccontato la sua esperienza e l’omicidio che ha compiuto, se in Italia ci fosse stata la pena di morte avrebbe dovuto morire anche lui. Grazie a questa esperienza ho capito che tutti fortunatamente abbiamo una seconda opportunità e l’importante è che lui abbia capito la sofferenza e il dolore che ha provocato agli altri e che non compia più questo errore. Spero che l’anno prossimo questa esperienza possa ripetersi".

"(…) Mi spaventa il fatto che non ti accorgi neppure di sprofondare in un abisso che ti può portare ad ignorare gli amici, la tua famiglia… e ad uccidere. Mi spaventa che a causa dell’orgoglio non si possa pensare neppure per un attimo che forse sarebbe meglio confidarsi e chiedere aiuto a qualcuno. (…) Quello che mi fa rabbrividire è che ancora al giorno d’oggi ci siano persone che sono favorevoli alla pena di morte, persone che pensano di vendicare la morte di un amico o di un parente uccidendo altre persone".

"La testimonianza che mi ha più colpito è stata quella del ragazzo che ci ha raccontato di come la sua dipendenza dall’eroina sia stata il punto d’arrivo di un percorso che è incominciato ad 11 anni con la prima sigaretta. (…) Tutti dicono che fumare e assumere sostanze fa male, ma sentirselo dire da uno che l’ha provato e che come noi tutti pensiamo riteneva di potersi fermare quando voleva, ma che alla fine non ce l’ha fatta, fa molto più effetto".

"(…) Ho riflettuto molto anche sul fatto che provenivano tutti da famiglie normali e due di loro si erano costruiti anche una famiglia. Questo mi ha fatto capire che non sempre le persone che commettono reati provengono da famiglie di delinquenti".

 

Il difficile lavoro delle assistenti familiari

 

Nel mese di marzo la Cgil di Padova ha proposto una serie di iniziative, diffuse nel territorio padovano, utili a valorizzare il ruolo e la presenza migrante in Italia e nella nostra Regione, la necessità di contrastare ogni forma di razzismo e il bisogno di estendere lo spazio dei diritti e di impedire quello dello sfruttamento e delle mafie.

Le iniziative sono state varie (mostre, incontri, cineforum, ecc.) e hanno interessato il mondo del lavoro, della scuola e i luoghi della socialità.

L’ultimo appuntamento, realizzato in collaborazione con Spi Cgil Padova, Cuc, Cinema 1, Associazione Ucraina Più, si è svolto il 26 marzo presso il circolo Pixelle: il tema affrontato è stato quello del difficile lavoro delle assistenti familiari - più comunemente dette "badanti", donne provenienti da vari Paesi, che si occupano giorno e notte dei nostri anziani.

La serata ha avuto inizio con la testimonianza di una signora ucraina che da sette anni vive in Italia e lavora come assistente familiare: per un primo periodo ha svolto questa attività presso una famiglia di Napoli e poi ha assistito un anziano qui in Veneto e da tre anni è riuscita a regolarizzare la sua posizione; ora purtroppo si ritrova disoccupata, essendo venuta a mancare la persona di cui si prendeva cura.

Dal suo racconto sono emerse paure, difficoltà ed emozioni "forti" legate a questo tipo di lavoro, molto delicato, che prevede un grado di complessità e coinvolgimento molto alto: si tratta, infatti, di un lavoro di relazioni intense e continue, spesso contraddittorie e a volte faticose.

A questa interessante testimonianza è seguito l’intervento di Alessandra Stivali, del Dipartimento Immigrazione Cgil Padova, che si occupa quotidianamente di questi temi e supporta le donne in difficoltà, seguendo anche, assieme a Filcams (Federazione Italiana Lavoratori Turismo Commercio e Servizi) Cgil Padova, le vertenze sindacali attivate dalle lavoratrici nei confronti dei datori di lavoro.

Infine è intervenuta Rosanna Bettella, segretaria generale dello Spi (Sindacato Pensionati Italiano) Cgil Padova, che segue invece direttamente le situazioni dei datori di lavoro, pensionati che necessitano di assistenza. Il suo intervento si è centrato in particolare sulla presentazione della mostra fotografica "Balie italiane e colf straniere: migrazioni al femminile nella storia della società italiana" (esposta al circolo Fahrenheit 451 fino al 26 marzo).

È stato poi proiettato il documentario "Scarlett e la piccola America", di Anna Battistella, che aiuta a scoprire un po’ di più il mondo delle "badanti", silenzioso, ma indispensabile nella realtà dell’Italia di oggi. La regista ha scelto di raccontare questo mondo narrando le vicende di Anna, badante ucraina la cui esistenza è in costante movimento: un marito perso troppo presto, un figlio da crescere da sola e tanto, tanto lavoro. All’arrivo delle vicende storiche che travolgono la sua esistenza e quelle della sua famiglia, Anna sente l’esigenza di partire per la "Piccola America" di nome Italia, perché qualcuno dice che "lì hanno bisogno", che "lì c’è da lavorare", per far studiare i figli, per ricostruire i risparmi devastati dall’inflazione.

La serata si è conclusa con uno spazio dedicato al dibattito e si è riscontrata una buona partecipazione da parte del pubblico, interessato e attento a queste tematiche, che per molti forse rimangono ancora poco esplorate, ma che riguardano da vicino un numero sempre maggiore di anziani e famiglie che vivono nel nostro territorio.

 

Radio Sherwood, il Pedro, la tossicodipendenza e il carcere

 

Martedì 30 marzo, nella trasmissione radiofonica delle 11.00 si è parlato della "Carta di Trieste", e del circolo perverso che porta ormai in carcere sempre più giovani per effetto della Fini Giovanardi, la legge sugli stupefacenti in vigore dal febbraio 2006 e approvata con decreto legge che equipara tutte le droghe senza più distinzioni tra droghe leggere e droghe pesanti. Alla trasmissione, mandata in onda in vista del dibattito organizzato presso il Centro Sociale Pedro di via Ticino Giovedì 1 aprile, riguardante la tematica riguardante il carcere istituzionale e il carcere dentro di noi, sono intervenuti Paola Marchetti di Ristretti Orizzonti, Livio Ferrari, garante dei detenuti di Rovigo e Omid Firouzi di Reality Schock.

La "Carta di Trieste", documento approvato all’unanimità al workshop: "Carcere istituzione, carcere dentro di noi", all’interno delle giornate sulla psichiatria organizzate dall’Azienda Sanitaria in occasione del ventennale della morte di Franco Basaglia, dopo un anno dalla Conferenza Governativa sulle Dipendenze organizzata dal governo, è un documento dove si parla di sovraffollamento e delle sue conseguenze, di suicidi e morti, ma soprattutto si sottolinea come la legge Fini-Giovanardi sulle droghe abbia portato in carcere sempre più consumatori e piccoli spacciatori, lasciando "liberi" i grandi trafficanti e le organizzazioni criminali; come la stessa abbia dimostrato il proprio fallimento visto che i consumi di droghe sono in costante ascesa, anche grazie al crollo dei prezzi e sono divenuti ormai un fenomeno di massa, non solo nella popolazione giovanile; come vada ormai affermandosi un modello di policonsumo, sostenuto anche da un mercato illegale delle sostanze, che le propone tutte alla stessa stregua.

Contemporaneamente, lo Stato ha progressivamente disinvestito nei servizi di welfare: sempre meno risorse (e più compiti esecutivi di controllo sociale) sono affidate ai servizi pubblici sanitari e sociali ed a sostegno dei progetti e dei servizi costruiti da operatori in cooperativa o in altre forme associative.

La Carta di Trieste inoltre vuole "Avviare un nuovo approccio al carcere, ai sistemi di controllo sociale, alla politica per le dipendenze;" attraverso "1. La completa depenalizzazione di ogni reato connesso al consumo di sostanze e alla autoproduzione delle stesse; 2. la volontarietà degli accertamenti sanitari riferiti al consumo di alcol e sostanze per quanto attiene ai luoghi di lavoro e di vita; 3. la promozione di un consumo di alcol e sostanze fondato sulla conoscenza appropriata delle stesse e su un loro utilizzo consapevole" e propone "l’organizzazione di una giornata nazionale sul carcere, con al centro le condizioni di detenzione e la depenalizzazione dei comportamenti connessi al consumo di sostanze; · l’istituzione del garante dei detenuti presso le amministrazioni comunali; · l’organizzazione di una giornata sul tema delle sostanze; · l’organizzazione di una rete permanente, che raccolga operatori sociali e sanitari, avvocati e giuristi, politici e cittadini con il compito di monitorare nei territori la situazione nelle carceri e l’applicazione del controllo nei luoghi di vita e di lavoro."

La trasmissione radiofonica è stato il preludio per l’incontro-assemblea al Centro Sociale Pedro giovedì 1 aprile alle 21.00. Hanno aderito all’iniziativa il centro sociale Il Pedro, il G.A.S.P. (Gruppi di acquisto San Precario), la ciclofficina La Granata, la cooperativa sociale Città Invisibile, Reality Shock, il Progetto Baloo, la Polisportiva San Precario, il Granello di Senape con Ristretti Orizzonti, l’associazione "Noi. Famiglie Padovane contro il Disagio", Antigone. La serata ha visto una buona partecipazione, la sala era piena, sono intervenuti rappresentanti di tutte le realtà presenti e sono state fatte, alla fine, delle proposte interessanti per agire sul territorio in modo concreto.

La proposta di creare una rete di associazioni e soggettività che collaborino tra loro per affrontare problemi che riguardano tossicodipendenza e carcere, due realtà sempre più strettamente legate. Raccogliere firme per spingere le istituzioni a creare la figura del Garante dei detenuti in una realtà carceraria importante come quella di Padova, la costruzione di un video dove raccogliere gli appelli alla istituzione del Garante da parte di esponenti significativi della società padovana, la presenza di un camper informativo sulle sostanze stupefacenti, sui rischi connessi ad esse e sul carcere, in quattro diversi appuntamenti serali il mercoledì in piazza delle Erbe, luogo di ritrovo dei giovani padovani e non, sono stati i punti sui quali ci si è trovati tutti d’accordo.

 

Abolizionismo: radici, evoluzione e prospettive future

 

Una interessante giornata di studi è stata dedicata dall’Università di Padova alla memoria di Louk Hulsman, docente di diritto penale olandese, tra i padri della "criminologia critica", il cui approccio abolizionista della questione penale apre la strada alla mediazione penale. Hulsman durante la Seconda Guerra Mondiale, si formò con le sue esperienze, dall’arresto come membro della Resistenza, alla prigionia in un campo di concentramento, vedendo come l’amministrazione olandese cooperava con i fini inumani degli occupatori. Vide i suoi vicini, cittadini tedeschi (e persone simpatiche) trasformarsi in nemici sotto l’influenza di Hitler, per poi ritornare a essere persone simpatiche al termine del conflitto. Ha lavorato nella divisione legislativa del Ministero olandese di Giustizia, dedicandosi a suscitare consapevolezza in avvocati, magistrati, funzionari di polizia e sopratutto, fino al suo decesso, negli studenti, nella speranza che essi divenissero individui critici, che non credessero in ciò che leggevano, ma che ricercassero personalmente il vero dell’esperienza dietro ogni legge, enunciato o teoria. La combinata conoscenza della sua esperienza non gli lasciò altra via che quella della demolizione del mito del sistema di giustizia penale e della ricerca di vie migliori per trattare situazioni problematiche.

Organizzata dal Dipartimento di Sociologia, dalla rivista "Studi sulla Questione Criminale", dalla Associazione Antigone, con il finanziamento della Facoltà di scienze Politiche, la giornata di studi sulle questioni criminali si è svolta giovedì 25 marzo presso l’aula N della Facoltà di Scienze politiche di via Del Santo, e ha visto come relatori la figlia di Hulsman, docente presso l’università di Rotterdam, che ha ricostruito nella vita del padre il perché di tale approccio abolizionista, di Vincenzo Ruggero dell’Università del Middlesex - Londra, di Sebastian Scheerer dell’Università di Amburgo, di Philip Scraton, dell’Università di Belfast, di Alexandro Forero, dell’Università di Barcellona e di Giuseppe Mosconi dell’Università di Padova, referente dell’associazione Antigone.

La parola abolizionismo nasce in America nella lotta contro lo schiavismo; è stata poi utilizzata nella battaglia per l’abolizione della pena di morte e dell’ergastolo. Oggi qualifica un movimento sviluppatosi a partire dagli anni 70, quando in ogni paese europeo e non solo vi erano grandi lotte dei detenuti, inteso a realizzare una giustizia senza prigioni e più in generale una società che superi il concetto stesso di pena. Il crimine diviene un risultato dell’ordine sociale: "un problema pubblico da affrontare con soluzioni pubbliche", riconciliazione dunque e non pena.

La questione criminale non è stata risolta, il carcere ha mostrato il suo carattere non risolutorio e il sistema penale mantiene le radici antropologiche della vendetta sociale. Si devono cercare quindi altre strade dove si dia spazio ai rapporti tra le persone e dove devono emergere le specificità dei vissuti personali e dei rapporti sociali inclusi negli atti criminali se si vogliono trovare delle soluzioni. Da qui la mediazione penale, che in Italia non è ancora molto sviluppata - essa ha seguito infatti in pochissime città italiane - ma che in vari paesi europei sta iniziando ad avere un seguito più consistente.

 

Notizie da Venezia

 

Prosegue "Comunicare come" a S. Maria Maggiore

 

Un gruppo di detenuti del Carcere Circondariale Maschile di S. Maria Maggiore è stato coinvolto anche quest’anno in un progetto che precedentemente era stato finanziato dalla Regione Veneto e poi, a partire dallo scorso anno, dal Csv di Venezia. In una istituzione totale quale il carcere, in cui devono convivere persone diverse per età, ceto sociale, istruzione, e ormai soprattutto per provenienza, cultura, religione, l’affrontare con i detenuti il problema della "comunicazione" come condizione necessaria per vivere insieme è di fondamentale importanza.

Il fine è quello di coinvolgere la comunità detenuta in un percorso di acquisizione di consapevolezza e di strumenti critici attraverso l’analisi e l’utilizzo di linguaggi e mezzi diversi di comunicazione.

Gli obbiettivi del progetto sono avvicinare i partecipanti alla conoscenza delle diverse modalità di espressione che l’uomo ha adottato per comunicare attraverso i linguaggi delle diverse culture, incentivare la conoscenza della realtà italiana e di altri paesi per favorire e migliorare la convivenza e l’integrazione e promuovere un positivo reinserimento, favorire la consapevolezza che esiste la possibilità di uno "stare insieme" (indipendente dal dove) utile per conoscersi e per la costruzione di relazioni che favoriscono la comunicazione e il superamento dell’isolamento, rafforzare la capacità di ascolto e di relazione tra i componenti del gruppo, favorire la rielaborazione di gruppo delle esperienze, creare legami, migliorare le relazioni tra le persone per migliorare la convivenza e la comunicazione nel gruppo e nel rapporto con l’Istituto.

Il corso è articolato in 6 moduli autonomi, incontri-lezione che permettono ai detenuti di frequentare uno, alcuni o tutti i moduli a seconda dei loro interessi personali e/o della loro permanenza in carcere e si svilupperà tra fine gennaio 2010 e fine gennaio 2011. I temi trattati sono la comunicazione, il linguaggio della musica, il linguaggio del corpo, cinema, fotografia e poesia, il linguaggio dei giornali, la redazione dei materiali prodotti durante il corso. I relatori saranno docenti delle Scuole Superiori e dell’Università di Venezia, artisti, esperti, giornalisti, volontari dell’Associazione "Il Granello di Senape".

Centrale, rispetto all’organizzazione del progetto, è il significato dello "stare in gruppo" per permettere ai detenuti un confronto con l’altro, in particolare con realtà ed etnie diverse, tendente a migliorare le proprie capacità di espressione e di relazione per acquisire una maggiore consapevolezza dei propri atteggiamenti, raggiungere una maggiore fiducia nelle proprie capacità di mettersi in gioco e interiorizzare nuove regole sociali. Ad ogni modulo potranno partecipare circa 20 detenuti.

 

Notizie da Verona

 

Detenuti e difficoltà crescono di pari passo

 

Con il record mai toccato prima dei mille detenuti di questi giorni, per il carcere di Montorio il giorno del collasso si fa sempre più vicino. Insieme al numero dei detenuti cresce quello delle problematiche da affrontare. La carenza di personale sta diventando drammatica. Gli agenti in servizio a Montorio al momento sono 319, ma solo 290 gli effettivi. 120 in meno rispetto all’organico previsto, e che comunque dovrebbe entrare in relazione con non più di 650 detenuti. Una condizione molto distante dalla normalità e che riguarda anche l’area trattamentale che, fortunatamente, da metà aprile dovrebbe vedere raddoppiare il numero degli educatori da 3 a 6 (a cui si aggiunge la responsabile dell’area, Enrichetta Ribezzi).

"Venerdì scorso sono saltati i colloqui destinati ai nuovi giunti. E si parla già di tenere aperta l’area soltanto di mattina", fa sapere il presidente dell’associazione la Fraternità, Roberto Sandrini. "Verona è ripulita dai mendicanti e dai poveri disgraziati, ma il carcere non ce la fa più. E per la polizia penitenziaria, fortemente in sotto numero, anche le molteplici e importanti attività del volontariato rischiano di diventare un peso ulteriore".

Come comprensibile, gli orari di servizio degli agenti si fanno sempre più esasperati, anche alla luce del fatto che, a lievitare, con quello dei reclusi è anche il numero dei loro familiari, che ogni giorno attendono di entrare in carcere per i colloqui accalcati all’ingresso. Una volta dentro, poi, si trovano a incontrare i propri cari in spazi sempre più affollati. Anche telefonare dal carcere a casa sta diventando complicato, senza tener conto che a qualcuno manca pure la privacy. Spiega la garante dei diritti dei detenuti Margherita Forestan: "Ci sono delle sezioni in cui il telefono è attaccato al muro senza nessun riparo per chi parla". Circa il lavoro di tinteggiatura delle pareti interne, se per gli spazi comuni sta procedendo senza problemi, ancora non si sa bene come verrà affrontato nelle singole celle. "Sarà complicato ma lo dobbiamo fare - fa sapere la garante -. Qui entra un sacco di gente e dipingere di fresco le pareti significa anche disinfettare e prevenire contagi di malattie infettive. Tra l’altro, con un numero di detenuti così alto, anche il tempo di attesa per le visite mediche si fa sempre più lungo".

Limitarsi a protestare contro il sovraffollamento per la garante non basta. "A me spetta il compito di tutelare i diritti di chi è recluso. Anche quelli semplici". Da qui la scelta della direzione di non inserire le colombe di Pasqua nella lista dei prodotti del sopravvitto per i detenuti. "7,50 euro l’una ci è sembrato davvero troppo. Io e le associazioni di volontariato ne regaleremo oltre 300: una ad ogni cella".

Alla luce di qualche problema anche nella ricezione di alcuni canali tv, la direzione si è inoltre già attivata perché tutto sia sistemato al più presto. "Telecom sta facendo dei lavori sull’antenna di San Michele e i lavori disturbano anche il sistema antennistico in carcere", fa sapere ancora la garante. Con la scusa che a ottobre anche a Verona si passerà al digitale, il direttore ha pensato quindi di avviare fin da subito i lavori in questo senso, perché tutto funzioni al meglio entro l’inizio dei mondiali.

 

A scuola per parlare di legalità e "stranieri"

 

Sul tema dello straniero, martedì 23 marzo si è svolto il quarto incontro con la scuola media Braida di Avesa per il progetto "Educare alla legalità". Due le ospiti chiamate a intervenire: Federica, esperta d’immigrazione allo sportello Citt.Imm. ed Emma, mediatrice culturale ghanese.

Federica spiega che il progetto Citt.Imm. (progetto d’intesa "Cittadini Immigrati") prevede l’apertura di sportelli presso sedi istituzionali a Verona e provincia che siano di orientamento alle persone extracomunitarie (e non!) per aiutarle a godere dei propri diritti sociali, civili e sanitari, e per fornire informazioni su enti e istituzioni che si occupano di immigrazione. Il termine da lei preferito infatti non è straniero, bensì persona: un individuo con una storia o un problema che presto le verrà raccontata e che lei tenterà di aiutare ponendosi in un ascolto attivo. I ragazzi sono attenti a questi particolari e proprio per le loro curiosità è possibile fare una specie di gioco.

Un ragazzo simula di essere più grande, di provenire dall’Afghanistan devastato da una guerra in cui sono morti tutti i suoi parenti e, dopo un viaggio rocambolesco, di essere arrivato in questo Paese sconosciuto; tramite connazionali si rivolge allo sportello Citt.Imm per chiedere informazioni sulla propria situazione. Da questo pretesto iniziano le domande: come posso lavorare in regola? Come posso ottenere il titolo di soggiorno? Come posso avere i miei documenti? Federica riesce a fornire tutte le informazioni necessarie per capire che la legge pur parlando chiaro in certe occasioni, in altre è soggetta a interpretazioni soggettive generando in questo modo non pochi inconvenienti. Da quello che spiega si può capire come per un cittadino non comunitario arrivare in un Paese di cui non conosce né lingua né leggi non è propriamente facile e tanto meno è semplice richiedere il permesso di soggiorno e trovare un lavoro regolare.

Il lavoro svolto da Federica e dagli altri operatori è prezioso perché permette di aiutare il cittadino immigrato a sentirsi meno solo in un Paese sconosciuto, ma allo stesso tempo di responsabilizzarlo e di fornire materiale e informazioni che lo possano rendere autonomo.

Emma, invece, inizia ponendo ai ragazzi una domanda: "Cosa sapete voi dell’Africa?". Da qui parte la sua storia. Ammette infatti che l’Africa, pur essendo un paese ricco, viene sottovalutato e per questo sfruttato dalle grandi potenze. Nonostante il Ghana sia stato la prima nazione nera ad avere avuto l’indipendenza, questo non gli ha permesso di evitare un declino economico. Emma una volta sposata ha seguito il marito che doveva spostarsi per lavoro, prima in Jugoslavia e successivamente in Italia. Ora Emma lavora come mediatrice culturale per scuole, centri dopo-scuola, carceri e ospedali fornendo un aiuto ai cittadini ghanesi in difficoltà con la lingua italiana. Il suo lavoro è anche quello di portare le persone che incontra a conoscere la cultura africana e allo stesso tempo far conoscere ai suoi connazionali la cultura italiana in modo tale che ci possa essere un maggiore incontro e quindi un dialogo più aperto.

Si è accennato infine agli aspetti penali introdotti da leggi recenti; al fatto che l’ingresso e la presenza irregolare sono considerati delitti; alle accuse che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati rivolge all’Italia, responsabile di respingere in Libia imbarcazioni di profughi senza accertare se abbiano diritto all’asilo secondo le convenzioni internazionali; ai Centri di identificazione ed espulsione, dove molti stranieri sono rinchiusi per mesi, in condizioni peggiori della carcerazione, in attesa che sia accertata la loro identità e provenienza.

 

Combattere il sovraffollamento anche con corsi di formazione

 

Un corso di formazione per la polizia penitenziaria finanziato dalla Provincia di Verona. La proposta arriva dal gruppo consiliare provinciale del Partito Democratico, alla luce del grave sovraffollamento che sta rendendo sempre più dura la vita di detenuti e agenti anche all’interno del carcere di Montorio.

Secondo i consiglieri, quindi, alla Provincia spetta il compito di scendere in campo nell’ottica di fornire nuovi strumenti a chi lavora in carcere - primi fra tutti gli agenti penitenziari - anche nei termini di rapporti con i detenuti che, in questi giorni e per la prima volta nella storia della struttura, hanno raggiunto quota mille.

Se l’obiettivo della pena è quello della rieducazione di chi ha commesso un reato, secondo i consiglieri del Partito Democratico tale finalità in questo momento è persa. E, prima che la situazione si faccia davvero drammatica in modo irreversibile, occorre intervenire con urgenza. Quella del corso è la prima di una serie di altre proposte che vanno nella direzione di migliorare le condizioni si vita interna, ma anche sensibilizzare la società esterna su quali siano attualmente tali reali condizioni di vita.

 

Il volontariato non sfugge alla Rete

 

Il volontariato veronese è in Rete. Grazie al sito www.veronavolontariato.it, realizzato e gestito dal Centro Servizi per il volontariato, ogni associazione di città e provincia ha la possibilità di essere individuata in un batter d’occhio, per il nome o il settore di cui si occupa. Online da quasi un anno, il sito raccoglie già più di 2mila associazioni e funziona come un vero e proprio motore di ricerca sociale. Un’autentica banca dati in continua evoluzione, che mira ad essere sempre più esaustiva e dettagliata. Le associazioni che non fossero ancora iscritte possono farlo scaricando dal sito la scheda informativa associazioni e inviandola compilata a info@csv.verona.it.

 

Notizie da Vicenza

 

Gli scout di Vicenza entrano in carcere

 

Sono oltre 60 gli scout vicentini che, a partire da maggio, entreranno nel carcere della città per sfidare i detenuti in partite di calcio. In vista dei ben 21 incontri sportivi in programma, il Csi - che organizza l’iniziativa - insieme all’associazione progetto Jonathan e al cappellano del carcere, hanno realizzato un corso di formazione ad hoc nella parrocchia di Araceli. Negli incontri già svolti gli scout (la cui età non è inferiore ai 18 anni) hanno avuto modo di vedere il film "Tutta colpa di Giuda" e di incontrare il cappellano della struttura oltre al presidente del Csi e un operatore di progetto Jonathan. Un minimo di preparazione è importante per varcare le soglie di una realtà ancora sconosciuta.

 

Appuntamenti

 

Verona: legalità e giustizia nelle nostre mani

 

Venerdì 16 aprile alle 20,30 nella Sala della Comunità (Via Roma) di Montecchia di Crosara (Verona), il coordinamento socio-pastorale della Valdalpone, l’associazione di volontariato per il commercio equo e solidale "Gamargioba" e il gruppo del commercio equo e solidale di Costalunga organizzano l’incontro "Legalità e giustizia nelle nostre mani". Partecipa Gian Marco Salgari, responsabile a Verona dell’Associazione "Libera", un coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità. Con il patrocinio del Comune di Montecchia di Crosara, in collaborazione con l’assessorato alla Socialità, Servizi al cittadino ed alla persona.

 

 

Il Progetto "Dal carcere al territorio" è finanziato dall'Osservatorio Nazionale per il Volontariato - Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali - Direttiva 2007 sui progetti sperimentali delle Organizzazioni di Volontariato.

 

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