In-Veneto: notiziario settimanale sul carcere

realizzato nell'ambito del Progetto "Dal Carcere al Territorio"

Notiziario n° 15, del 27 marzo 2010

 

Notizie da Padova

Teatro in carcere con "Carichi sospesi"

I Mediatori in classe al Liceo Marchesi-Fusinato

Mediazione dei conflitti, formazione per insegnanti: ultimo incontro

Notizie da Treviso

A Castelfranco i detenuti si raccontano al Liceo Giorgione

Notizie da Venezia

Un romanzo che ha coinvolto le donne detenute alla Giudecca

Notizie da Verona

Formazione e educazione in carcere come a scuola

Industriali "a caccia" di detenuti

Il Miglio Rosso tra denunce, riflessioni e un po’ di relax

Vita di rom, da Boscomantico a Verona e provincia

I genitori dei detenuti incontrano gli studenti

"Libero" risarcisce il Circolo Pink, impegnato in progetti contro la discriminazione

Notizie da Vicenza

Mancano gli agenti e i colloqui tra detenuti e volontari saltano

Notizie da Padova

 

Teatro in carcere con "Carichi sospesi"

 

Martedì 23 marzo presso l’auditorium della Casa di reclusione di Padova si è svolto lo spettacolo North b-East con Marco Tizianel e Silvio Barbiero di Carichi Sospesi.

È il terzo appuntamenti del ciclo di incontri con attori/autori di teatro che si occupano di temi civili organizzato da TAM/Teatrocarcere e rivolto alla popolazione detenuta.

Cinzia Zanellato di Tam Teatro ci ha spiegato che la finalità è quella di creare un’occasione di scambio e di dialogo tra la realtà carceraria e coloro che si fanno tramite delle istanze sociali e civili utilizzando il teatro come mezzo di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

Al termine dello spettacolo si è dato spazio per domande ed approfondimenti tra persone detenute e gli artisti. Silvio Barbiero ha già una certa sensibilità sulla realtà carceraria, dato che ha condotto dei laboratori nelle scuole sul tema della legalità. I due attori sono impegnati anche sul piano civile e lo spettacolo è una sorta di testimonianza sulle contraddizioni sociali e culturali del nord-est viste da due poli opposti. Da una parte c’è un personaggio perfettamente integrato, dall’altra una persona che ha difficoltà di adattamento. La vicenda si svolge nel corso di 24 ore e segna due percorsi del quotidiano paralleli, ma con qualcosa che li accomuna e forse li potrà avvicinare.

Padania City è la città dove si svolge l’azione, e dove ci sono un bancario/manager in carriera ed uno studente fuori corso e omosessuale, due stereotipi decisamente post-moderni, incompatibili, contrapposti, ma che nel loro vivere quotidiano si incontrano e si scontrano sulle strade della stessa realtà. Per Marco Tizianel e Silvio Barbiero, è il primo lavoro dove si confrontano anche con la scrittura d’autore e la regia e in palco i due personaggi mostrano nell’abbigliamento, nei gesti, nel modo di parlare, nello sguardo tutta la loro diversità. Silvio Barberio, è l’immagine dell’imprenditore, del bancario, di uno, insomma, con lo stipendio assicurato, Marco Tizianel è il suo esatto contrario, rasato a zero, tuta con cappuccio, gestualità languida. Questo impatto visivo stabilisce un confine, divide la scena, traccia una linea.

Sono due monologhi, intervallati, intrecciati l’uno con l’altro. I due giovani autori usano i loro personaggi per parlare della realtà del Nord che esce prepotentemente anche dal paesaggio visivo fatto di capannoni, autostrade, industrie, traffico, e che diventa paesaggio emotivo fatto di stress, intolleranza, depressione, razzismo e soprattutto solitudine.

Le due storie si incontrano senza mai vedersi veramente, senza mai parlarsi direttamente. Si raccontano due solitudini, apparentemente inconciliabili ma speculari, che ad un tratto si sfiorano. Interessante e originale questo primo approccio alla drammaturgia da parte degli autori, il testo infatti è stato scritto separatamente; ogni attore ha scritto il suo personaggio con l’unica indicazione di dover rispettare le 24 ore dello svolgersi dell’azione, e alcuni luoghi precisi dove le due storie si incontrano. Un primo tempo di scrittura individuale, ed un secondo tempo di incontro e collimazione dei pezzi.

 

I Mediatori in classe al Liceo Marchesi-Fusinato

 

I ragazzi del Liceo delle scienze sociali Marchesi- Fusinato erano molto interessati dal tema. Forse per il loro indirizzo di studi ma anche per la sensibilità di alcuni insegnanti che li hanno guidati in un percorso particolare che lo scorso anno li ha portati anche in carcere nell’ambito del progetto "Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in carcere". La Mediazione Penale dei Minori è l’argomento che la classe ha affrontato martedì mattina, il 23 marzo, con i due mediatori dell’Ufficio Mediazione Penale di Milano che hanno concluso nel pomeriggio la serie di incontri formativi organizzati dall’associazione Granello di Senape in collaborazione con la cooperativa Dike di Milano e il C.S.V. di Padova.

I ragazzi, ben preparati dai professori di lettere e dall’insegnante di diritto, hanno interloquito con i due mediatori, Carlo Riccardi e Biagio Bellonese, in modo vivace, attento e intelligente.

L’incontro è iniziato con due domande che i mediatori hanno posto ai ragazzi: cos’è la Giustizia, e cos’è il senso individuale di ingiustizia, e già dalle risposte si intuiva il percorso attuato in quella classe. Da queste risposte - modo corretto per valutare le azioni, ciò che la collettività ritiene bene, ciò che mantiene l’equilibrio nella collettività, ciò che fa sì che gli individui siano tutti uguali, criterio attraverso cui si valutano le azioni, per ciò che riguarda la prima domanda, e viceversa, uso di diverso criterio di giudizio rispetto alla stessa azione, valutazione scorretta delle nostre azioni, non considerazione delle nostre azioni, mancanza di punizione per chi viola l’equilibrio per ciò che riguarda la seconda - si è partiti per parlare dello scollamento che esiste tra Giustizia come Diritto e senso di ingiustizia individuale. Perché la mediazione penale guarda soprattutto alle vittime che sono proprio coloro che maggiormente percepiscono il senso di ingiustizia che è prettamente soggettivo. Il diritto non sempre riesce a darci la sensazione di Giustizia, il diritto stabilisce la legalità, stabilisce un ordine ed è puramente eventuale che il diritto porti giustizia. E in modo particolare nel processo minorile, hanno spiegato i mediatori, si è doppiamente vittime visto che non ci si può costituire parte civile. La mediazione serve a rispondere alla domanda che le vittime si pongono "perché proprio io?", a dare un volto a chi ci ha reso vittime. Obiettivo della mediazione non è "far fare la pace" ma riattivare la comunicazione, arrivare a un riconoscimento reciproco. Agli studenti è stato spiegato come la mediazione è spazio di non giudizio e come tecnicamente si svolge. Le domande poi sono state diverse: come fare la mediazione se il reato è stato commesso in gruppo, la mediazione si può fare anche dopo la condanna e infine, quella più personale, su come il mediatore si sente quando una mediazione non va a buon fine.

 

Mediazione dei conflitti, formazione per insegnanti: ultimo incontro

 

Ci si è salutati con un certo dispiacere nell’ultimo degli incontri-lezione previsti per il corso di "Mediazione dei conflitti a scuola", che ha visto la partecipazione di una trentina di persone, quasi tutte insegnanti. Martedì 23 marzo presso l’Istituto Natta si è parlato del "riparare", della mediazione come "riparazione", dei percorsi per una giustizia "riparativa" a scuola, della mediazione scolastica. Si è conclusa una ricca e utile esperienza e i partecipanti hanno espresso una vera soddisfazione per il percorso fatto. Sono stati posti tutti i dubbi che c’erano, specie per ciò che concerne i modi di applicazione della mediazione a scuola, dubbi dissipati sottolinendo ancora una volta le regole, le prassi fondamentali della mediazione. Non ci si avvicina alla conflittualità con l’idea di risolverla. La conflittualità è elemento di crescita, è necessaria per la crescita dell’adolescente e la mediazione dà spazio di confronto e di parola ma non vuole "far fare la pace". Capire che il conflitto è costruttivo, nel conflitto c’è energia, serve a imparare qualcosa di noi che prima non conoscevamo, perché il conflitto che attraversiamo parla di noi. I dubbi maggiori erano sul come usare ciò che si è imparato in questo corso nella classe: in questo senso è stato chiaro che non si può trasportare la mediazione tout court a scuola perché il ruolo dell’insegnante è diverso da quello del mediatore, perché l’insegnante è parte dell’istituzione mentre il mediatore deve essere "terzo", non deve essere coinvolto, deve essere "equiprossimo", vicino in modo equilibrato a tutte e due le parti.

Il corso ha dato la base per un progetto futuro, ha insegnato l’importanza dell’ascolto e del non-giudizio anche con la pratica, riproducendo una situazione di mediazione di un conflitto. È proprio attraverso la pratica che si è giunti a capire il senso profondo della mediazione.

Ai partecipanti è stato consegnato un attestato di partecipazione al corso di formazione.

 

Notizie da Treviso

 

A Castelfranco i detenuti si raccontano al Liceo Giorgione

 

Il progetto "Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in carcere" prosegue sia con gli incontri a scuola che con quelli in carcere. Lunedì 22 una "delegazione" di 4 tra detenuti e ex detenuti accompagnati dalla direttrice di Ristretti Orizzonti, Ornella Favero, è stata all’Istituto Giorgione di Castelfranco Veneto, liceo classico e scientifico, e ha incontrato, suddivisi in due gruppi, ben 8 classi di ragazzi al penultimo anno. L’incontro era stato organizzato in collaborazione con il C.S.V. di Treviso e più precisamente con il Laboratorio Scuola molto attivo anche all’interno dell’Istituto Penale per Minori di Treviso. Incontro come al solito interessante, dove ci si è trovati di fronte a ragazzi incuriositi non tanto da cose tecniche, a parte alcune domande sulle suddivisioni in carcere per reati, o sui rapporti con gli agenti, quanto da temi come i rapporti con i familiari, la revisione del reato, i sensi di colpa, l’incontro con le vittime, il perché andare a raccontare la propria storia nelle scuole.

Ma forse la curiosità sulle "persone" anziché sul "carcere" come luogo misterioso ma lontano, è dato proprio da questo rapporto diretto che si instaura, durante gli incontri, tra l’uomo-detenuto e gli studenti, non tanto tra il reato compiuto e gli studenti. L’avvicinamento di questi due mondi che sembrano così lontani, fa sì che quelli che sono in carcere acquistino sembianze umane.

I prossimi incontri, ancora molti prima della fine del progetto, toccheranno scuole nel veronese e nel veneziano.

 

Notizie da Venezia

 

Un romanzo che ha coinvolto le donne detenute alla Giudecca

 

Un romanzo che ha a che fare con una donna e la galera, e quindi è proprio lì, nel carcere femminile della Giudecca, che è stato presentato, sabato 20 marzo: si tratta del libro "Il silenzio del pesce luna". A parlarne, l’autore, Valter Esposito, che ha raccontato di essersi in parte ispirato a una vicenda vera, la direttrice dell’Istituto di pena, Gabriella Straffi, e il giornalista RAI Beppe Gioia. Al centro del romanzo il rapporto tra Tommaso, un giovane liceale veneziano appassionato di atletica, e la madre Gemma, in carcere per un omicidio, su cui indaga il commissario Flavio Renzi.

Alcune delle donne presenti all’incontro avevano letto il libro, quindi il dibattito si è subito animato e, dalle pagine del libro, si è passati molto rapidamente alla realtà amara della galera: dire o non dire ai figli che si è in carcere, raccontare bugie o avere il coraggio della verità, accettare di vedere i propri famigliari in carcere, o fare la scelta di tenerli fuori da un’esperienza così drammatica? La discussione, partendo dalla vicenda di Gemma, ha messo al centro proprio il rapporto delle donne detenute con i figli, con testimonianze come quella di Eva, che ha fatto una scelta molto dolorosa: "Io sono madre di due bambini, ma non li voglio vedere qui dentro, il rapporto con loro preferisco tenerlo vivo con le telefonate e le lettere". O quella di Delia: "Qui se tante non avessero i figli si ammazzerebbero. Dieci minuti di telefonata con i miei cari mi caricano per tutta la settimana, sono l’unica boccata di aria vera".

 

Notizie da Verona

 

Formazione e educazione in carcere come a scuola

 

Anche quest’anno gli studenti sono pronti a entrare in carcere per sfidare detenuti e detenute in incontri sportivi. La scorsa settimana, infatti, ha preso il via la 22esima edizione di "Carcere e Scuola", il progetto ideato dall’associazione Progetto Carcere 663 per creare un contatto diretto tra chi è recluso in carcere e i giovani studenti delle scuole superiori: quest’anno 60 incontri in tutto, 58 a Verona e 2 a Vicenza, per un totale di 1608 persone .

Gli accompagnatori dei ragazzi, opportunamente formati dall’associazione, per la prima volta saranno 15 invece che 4. E questo mentre all’esterno continua il lavoro di educazione alla legalità nelle scuole della provincia.

"Il ragazzi devono conoscere il carcere, luogo che appartiene alla società non meno di altri", ha dichiarato il presidente di Progetto Carcere, Maurizio Ruzzenenti, nel corso della presentazione dell’iniziativa. Per aggiungere: "Molti dei giovani che incontriamo sono trasgressivi e rischiano di incorrere in sanzioni penali. Per questo è giusto parlare con loro".

Una tradizione ormai consolidata quella di "Carcere e Scuola", sostenuta anche dal nuovo direttore del carcere di Montorio, Antonio Fullone. "Il carcere e la scuola sono due mondi distanti ma, in fondo, con la stessa finalità educativa. Si tratta di un progetto impegnativo dal punto di vista organizzativo, che porta centinaia di persone in istituto, ma la sua validità non permette di tirarsi indietro".

A complicare le cose, come in tutte le carceri italiane, è anche la grave carenza di organico, con 319 agenti in servizio (di cui solo 290 effettivi) a fronte dei 407 che dovrebbero essere presenti in rapporto alla reale capienza del carcere: 650 detenuti.

Proprio in questi giorni invece il numero dei reclusi è arrivato a mille, rendendo la condizione di vita interna sempre più distante dalla condizione di normalità che vi dovrebbe essere.

 

Industriali "a caccia" di detenuti

 

Una raccolta di dati e informazioni sulle attività lavorative svolte dai detenuti di Montorio. A farla, nell’ottica di offrire un ulteriore servizio ai propri associati, è la stessa Confindustria di Verona che, per ora, fa sapere di essere intenzionata a una prima mappatura della situazione lavorativa attuale, e a conoscere in maniera più approfondita sia quanto concerne particolari sgravi e agevolazioni concesse a chi procede all’assunzione di una persona reclusa, sia l’andamento delle esperienze già in corso in questo senso, sia dentro che fuori il carcere. Una fotografia dettagliata, quindi, da mettere a disposizione degli industriali veronesi aderenti alla confederazione, perché possano valutare, tra le varie tipologie di assunzioni, anche quelle di persone in stato di detenzione.

 

Il Miglio Rosso tra denunce, riflessioni e un po’ di relax

 

È uscito, rispettando la cadenza mensile, il secondo numero de "Il Miglio Rosso", il periodico realizzato dai detenuti della terza sezione del carcere di Montorio. Dalle quattro pagine del primo numero si è già passati al doppio della foliazione, accogliendo in questa uscita articoli di notevole spessore e molto impegnativi, come il resoconto dell’incontro con il direttore del carcere, Antonio Fullone, che racconta le prime proposte dei detenuti-giornalisti, tra cui l’ora quotidiana dedicata alle riunioni di redazione.

E poi ancora docce pericolose, carne non genuina, riflessioni sulla sofferenza, sui valori e sulla paura che, per esempio, molti detenuti hanno nell’usufruire dell’ora d’aria, temendo aggressioni o risse. Un secondo numero denso di impegno che però non dimentica anche momenti di relax, come il bellissimo articolo sul modellismo navale in carcere, realizzato con strumenti e attrezzi impossibili da abili artisti del fai da te.

Tutto questo nell’attesa del terzo numero, in cui troverà spazio un articolo dello stesso direttore, e in cui la parola d’ordine sarà sempre "serietà", nelle proposte e nelle proteste, per essere credibili e per non cadere nella critica sterile e generalista. Per leggere il periodico: www.lafraternita.it.

 

Vita di rom, da Boscomantico a Verona e provincia

 

Custode notturno in un albergo a 4 stelle, impiegata tutto fare in una banca, socia accanita di un’associazione. Piccoli squarci di vita di alcune delle oltre 160 persone che, fino a un paio di anni fa, vivevano nel campo rom di Boscomantico, poi sgomberato. Epilogo di un progetto nato da alcune associazioni del privato sociale veronese, proprio per - appoggiandosi a un campo temporaneo - lavorare in rete per l’inserimento dei circa 30 nuclei familiari all’interno di reali abitazioni. E così è stato. La fase di accompagnamento, durata fino alla metà del 2009, ha visto fermarsi sul territorio di Verona e provincia oltre l’80 per cento delle persone che vivevano nel campo (la maggior parte di loro minori e adulti tra i 20 e i 30 anni), mentre in pochi sono tornati al paese di origine. Si tratta di vite normali, con affitti reali da pagare, lavori quotidiani da svolgere e nessun caso registrato di delinquenza. Oltre a bambini che frequentano regolarmente la scuola. Vite fatte anche di scelte capaci forse di sorprendere chi, nell’immaginario comune, associa ai rom la sola immagine del fare menghel (chiedere l’elemosina). È il caso di una famiglia della città che ha deciso di battezzare i suoi 4 figli invitando ai festeggiamenti tutti gli abitanti della palazzina in cui vive. O di chi ha scelto che i propri ragazzi si "arruolassero" tra gli scout del paese. "Il nostro è stato un lavoro fatto di piccoli passi, attento alla cura quotidiana delle relazioni", spiega Barbara Cei, referente del progetto per la cooperativa Azalea. Circa il nuovo progetto di riqualifica dei campi di Forte Azzano e dello stadio avanzato dall’amministrazione, che prevede anche la delimitazione delle aree, la Cei conclude: "Recintare e rinchiudere rischia di rendere più difficile il confronto e far ripercuotere la responsabilità di una sola persona sulla testa dell’intera comunità. E rischia di minacciare la possibilità di un confronto con la cittadinanza esterna al campo".

 

I genitori dei detenuti incontrano gli studenti

 

Continuano gli incontri con la scuola media Braida di Avesa, inseriti nel progetto "Educare alla legalità" promosso dall’associazione La Fraternità. Il 16 marzo si è tenuto il terzo, con la presenza in classe di altri due testimoni: Luisa e Francesco. Le storie erano diverse, ma ciò che li accomunava era il fatto di essere genitori di figli che hanno vissuto l’esperienza del carcere, seppur per motivi differenti.

Luisa fin da subito ha fatto presente di non essere intervenuta per raccontare la storia di CarloAlberto, suo figlio, ma piuttosto per ripercorrere con insegnanti e studenti le emozioni che ha vissuto durante quei difficili anni. CarloAlberto è un ragazzo tossicodipendente e ciò che racconta Luisa non è facile: assistere a una "morte" lenta e logorante del proprio figlio e ritrovarsi impotente davanti ad essa è qualcosa che non si può esprimere con semplici parole. L’emozione principale era la rabbia che riempiva l’animo della madre: rabbia per ciò che CarloAlberto faceva a se stesso, rabbia verso le compagnie che frequentava e che lo potevano aver portato a questo, rabbia per gli amici "buoni" che non si sono accorti del cambiamento del figlio e lo avevano invece allontanato. Rabbia contro se stessa che si è vista costretta a mandarlo via di casa lasciandolo vivere in mezzo a una strada. Ma col tempo e con l’aiuto di alcune persone Luisa ha capito che non è questo ciò che può provare e nemmeno quel senso di colpa che la investe successivamente, ritenendosi in parte colpevole per l’accaduto. Ora CarloAlberto è in una comunità di recupero e ne sta uscendo con la voglia di ritornare a vivere fuori, a studiare, a lavorare, a condurre una vita normale. La madre gli ricorda che non è così semplice come crede, che dovrà avere pazienza e andare con calma ma è fiduciosa.

L’altro genitore, Francesco, invece racconta la visione di un padre nel momento in cui la digos suona alla sua porta di casa per arrestare suo figlio Stefano: un dolore profondo, forte, inspiegabile. Non si rende conto del fatto che sta accadendo e gli eventi si susseguono velocemente. In quest’episodio Francesco si rende conto di quanto la sua famiglia si dimostri unita e nonostante le procedure siano lunghe e troppo burocratiche, anche per una semplice visita al figlio, non lo abbandonano. Francesco lascia la classe con un invito: quello di parlare nella propria famiglia, anche se in alcuni casi è necessario litigare, ma raccontarsi ciò che accade. Soltanto in questo modo le cose si possono risolvere, insieme.

 

"Libero" risarcisce il Circolo Pink, impegnato in progetti contro la discriminazione

 

"Libero" sceglie l’accordo e con un risarcimento di 15 mila euro mette fine al procedimento che ha visto imputati la giornalista Cristiana Lodi e l’ex direttore responsabile del giornale, Alessandro Sallusti per un articolo diffamatorio nei confronti del Circolo Pink. La vicenda risale al 2003 quando il Circolo aveva denunciato il quotidiano che nell’articolo lo accusava di avere "un occhio di riguardo per i pedofili". "Si tratta di una vittoria - dichiara il portavoce dell’associazione Gianni Zardini -. "Nessuno potrà più permettersi di accostare impunemente le associazioni o le persone gay, lesbiche o transessuali al reato di pedofilia".

Un risultato che il Circolo Pink, impegnato da venticinque anni sul territorio sia in attività di prevenzione, accoglienza e sostegno che in progetti culturali antidiscriminatori per l’accesso ai diritti di cittadinanza, ritiene importante dal punto di vista economico - per la sopravvivenza dell’associazione, che è autofinanziata - ma soprattutto dal punto di vista simbolico e politico.

 

Notizie da Vicenza

 

Mancano gli agenti e i colloqui tra detenuti e volontari saltano

 

Nel carcere di Vicenza volontari e detenuti faticano a incontrarsi a colloquio. È quanto emerso lo scorso 22 marzo in occasione di una riunione tra il direttore del carcere e i volontari che vi operano. Il problema è dovuto soprattutto alla mancanza di agenti penitenziari, decisamente sotto organico. Dei 190 previsti, infatti, solo 120 sono effettivamente in servizio. Un incontro comunque proficuo, che lascia sperare in un’immediata collaborazione fra le parti per arrivare a risolvere la questione.

 

Il Progetto "Dal carcere al territorio" è finanziato dall'Osservatorio Nazionale per il Volontariato - Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali - Direttiva 2007 sui progetti sperimentali delle Organizzazioni di Volontariato.

 

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