In-Veneto: notiziario settimanale sul carcere

realizzato nell'ambito del Progetto "Dal Carcere al Territorio"

Notiziario n° 7, del 28 gennaio 2010

Notizie da Padova

Mediazione dei conflitti: 2° incontro

Gherardo Colombo al “Natta”

Notizie da Venezia

Inserimento lavorativo: le cooperative di Venezia ci sono

Cooperativa Il Cerchio: un reinserimento efficace e “di qualità”

Notizie da Treviso

Un progetto “a più mani” per la Cooperativa Sociale Servire

Notizie da Verona

Minori e disagio. A Verona 200 denunce all’anno

Riparare. Anche con un biglietto di sola andata

Le parrocchie per i detenuti, e la Comunità risponde oltre le attese

Studenti delle Seghetti incontrano un detenuto

Appuntamenti

Verona: convegno “A scuola di bullismo. Progetti di prevenzione”

Vicenza: incontro “Migranti: regole, diritti, doveri di una società”

Venezia: seminario “Pratiche sociali e discorsi penali”

Notizie da Padova

 

Mediazione dei conflitti: 2° incontro

 

Il secondo incontro, dei sei previsti sulla mediazione dei conflitti a scuola, si è svolto martedì 26 gennaio all’istituto Natta con la partecipazione di una trentina di insegnanti.

Organizzati dall’associazione “Granello di Senape Padova Onlus” e dalla cooperativa Dike di Milano, di cui fanno parte i mediatori dell’Ufficio per la Mediazione penale, ha visto relatori Carlo Riccardi, criminologo, e Biagio Bellonese, consulente pedagogico e ex educatore all’IPM Cesare Beccaria di Milano. La lezione “Giudicare/Mediare” parte dalla considerazione che la mediazione “dà spunti per vedere in modo diverso il conflitto, per trovare soluzioni diverse”. La mediazione incontra le persone e per questo non ci può essere una tecnica valida per tutti, una regola “generale”, ma, come ci ha spiegato Riccardi, ci deve essere una “pratica”. Dopo questa premessa si è introdotto il concetto di “male” e i suoi possibili rimedi. Al crimine, il “male” più comune, quello che un soggetto compie nei confronti di un altro soggetto, si risponde di solito con altro “male” di tipo retributivo, che è la punizione, ma il sistema ha scarso successo, specie se non c’è l’immediatezza della pena, che deve avere anche e soprattutto funzione risocializzante. L’attenzione del sistema è comunque tutta spostata verso il reo, poco o nulla verso la vittima, ed è importante “ristabilire equilibrio tra gli attori del fatto”. Secondo Riccardi, i danni subiti dalla vittima, soprattutto a livello psicologico, vanno riparati e la riparazione deve essere operata da che il danno l’ha provocato. Purtroppo nella giustizia “tradizione” il reato è visto come violazione dell’apparato statale, mentre il fatto che sia contro una vittima passa in secondo piano. Lo stato con la pena ristabilisce la legalità, ma non è detto che ristabilisca la giustizia.

Il senso di giusto e ingiusto, per ciò che ci riguarda, lo abbiamo insito, cioè è giusto per ognuno di noi ciò che sentiamo ci sia dovuto. La domanda che spesso si pone la vittima è: “Perché proprio io?” Il Diritto non può rispondere a questo quesito, l’unico che può farlo, l’unico che può “riparare” è il colpevole. Per questo si parla di Giustizia Riparativa, è importante comprendere come la responsabilità del reo non è verso qualcosa, ma verso qualcuno.

La mediazione cerca l’incontro tra i protagonisti in uno spazio protetto, dove essi possano incontrarsi e parlarsi, con l’aiuto dei mediatori che sono sempre almeno tre.

La mediazione è volontaria, ma soprattutto i mediatori devono essere “asettici”, nel senso che non devono giudicare, non devono prendere posizioni, non devono porsi il problema della verità oggettiva.

La realtà in caso di conflitto è infatti soggettiva e le due storie, quella che raccontano le due parti in gioco, devono diventare una sola storia, una nuova storia.

L’incontro è stato spezzato dalla visione di un episodio del film di Sandro Baldoni, Strane storie, che ha costituito poi materia di discussione nella seconda parte della lezione: nel film si mostrava un conflitto condominiale degenerato in una specie di guerra, a cui però non si riusciva a dare un inizio. In che momento era iniziato il conflitto? Di chi era la responsabilità di questo inizio? (questo naturalmente non vale per le mediazioni penali).

Il mediatore ascolta, cerca di restituire le emozioni che le parole provocano. Non si interpreta quello che viene detto, si restituisce ciò che la parola crea come emozione, non come significante. Si usa la parola come veicolo per comunicare uno stato d’animo. Il mediatore deve “sentire” le parole, non le deve solo ascoltare.

Biagio Bellonese parla di conflitto che “satura”, che fa sì che non si riesca a pensare ad altro, che il tuo spazio interiore sia completamente occupato dal conflitto: i conflitti vanno risolti perché fanno vivere male! Purtroppo spesso cerchiamo di fuggire dal conflitto senza “sostarci dentro”, perché abbiamo tutti la tendenza a non ascoltare l’altro, ma ad ascoltare solo noi stessi. E in questi casi la parola isola ulteriormente.

Gli insegnanti presenti non sono stati spettatori passivi. Sono intervenuti, hanno interagito con i relatori chiedendo chiarimenti, ma anche portando esempi concreti di situazioni reali nelle loro classi da cui è scaturito anche un altro punto importante: quello delle aspettative. Secondo Riccardi e Bellonese le aspettative spesso creano ansia e sofferenza, nel momento in cui si dice a qualcuno “mi hai deluso!”, le aspettative rendono “sordi” all’altro.

Alla fine non si è riusciti a fare una parte “pratica” in cui si sarebbe creata una situazione di “mediazione” perché, malgrado le quattro ore di incontro, il tempo è volato. C’è stato solo il tempo per fare le ultime considerazioni, ossia: che la mediazione si fonda sulla libertà di scelta degli interessati, che il mediatore deve fare largo uso del silenzio che significa non-giudizio, capacità d’ascolto, empatia. Il mediatore deve avere spazio per raccogliere le parole dell’altro.

La data del prossimo incontro deve essere ancora stabilita, perché la data precedentemente fissata era il 16 febbraio, ma per il carnevale le scuole sono chiuse. Al prossimo incontro si parlerà di “Incontrare un conflitto”, sempre presso l’istituto Natta e sempre con la partecipazione dei due relatori Riccardi e Bellonese.

 

Gherardo Colombo al “Natta”

 

Ancora il “Natta” luogo di incontro sulla legalità e i problemi ad essa connessi. Il professor Stefano Cappuccio, molto attivo su questo fronte, in collaborazione con i colleghi e la presidenza, è riuscito a portare a Padova - lo scorso anno era stato l’istituto Marconi a invitarlo - l’ex Magistrato Gherardo Colombo, molto impegnato ora nell’educazione alla legalità.

“Voglio incontrare i giovani e spiegare loro il senso della giustizia” aveva detto lasciando la magistratura, ancora giovane - sessantenne - e al culmine di una carriera importante, dato era stato promosso alla Corte di Cassazione. Da quasi tre anni incontra migliaia di studenti in tutta Italia. Ieri era infatti a Treviso, stamane a Padova, nel pomeriggio sarà a Verona, la mattina successiva a Mezzolombardo, vicino Trento, per poi tornare a Verona. La comunicazione con i ragazzi gli riesce molto bene. Infatti, nelle due intense ore di incontro nell’aula magna del Natta, dove gli studenti delle terze e quarte erano davvero molto numerosi, l’ascolto, la partecipazione, la voglia di capire si toccavano con mano.

Colombo ha iniziato coinvolgendo subito gli studenti con le sue domande su quello che è il fine della scuola - che deve dare metodi e informazioni - e l’importanza della capacità di scelta che si ottiene attraverso i metodi e le informazioni. La capacità di scelta è in stretta relazione con le regole: esse interferiscono nelle scelte? Come distinguere le regole penalizzatrici da quelle utili? Sono legate alla possibilità di raggiungimento della felicità o interferiscono con tale raggiungimento? Per spiegare concetti così complicati, specie per giovani che non hanno nessuno studio di filosofia o di diritto che li possa sostenere, ha portato esempi storici come la schiavitù o il voto femminile in Italia, conducendo per mano i ragazzi nel suo ragionamento e cercando di far capire loro come la civiltà non sia immobile, come non sia impossibile cambiare le cose, come cose che 50 anni fa sembravano impossibili da realizzare adesso le diamo per scontate, come, specie i giovani, non debbano credere che nulla si possa cambiare, come quello che oggi vediamo come utopia irrealizzabile possa domani essere normalità. Ha spiegato che le regole l’uomo se le impone per la sua stessa sopravvivenza, per il suo stesso benessere, portando d’esempio la lingua: un insieme di regole che servono a comunicare. Altri esempi sulla possibilità di cambiamento del pensiero e di conseguenza della società, quello sui sacrifici umani - la storia di Agamennone nell’Iliade - ora impensabili ma all’epoca altrettanto assurdo pensare di non usarli come metodo per ingraziarsi gli dei, e poi anche l’elezione di Obama a meno di 50 anni dalla cancellazione della segregazione in SudAfrica. Insomma, la storia usata per capire. Colombo ha parlato di regole, utopia, crescita, scelta, libertà, impegno, fatica, volontà di cambiare, ma soprattutto di pensiero, del dovere di usare l’intelletto, non demandando le responsabilità di scelta ad altri perché “così è più semplice e meno faticoso”. La libertà - dice Colombo - è possibilità di scelta, ma porta con sé responsabilità. Una bella lezione di democrazia partecipativa.

L’ex magistrato ha parlato anche di giustizia, della sua lentezza, delle responsabilità di tale lentezza - governo, parlamento, magistratura, avvocatura tutti responsabili a vario titolo - e, incalzato da alcune domande su casi particolari, (e qui dobbiamo aprire una parentesi su come questi giovani vengano informati delle vicende giudiziarie) ha dato alcune spiegazioni tecniche, ma con parole ed esempi così semplici che tutti sono riusciti a comprendere. Ha insistito molto sul fatto che il futuro e la forza sono dei giovani, che gli adulti hanno già fatto molte scelte che devono giustificare e che, in questo senso, i ragazzi son più liberi. Che non si deve essere sfiduciati e che la violenza non porta i cambiamenti - e qui come esempio viene portato quello della Rivoluzione Francese: a una società verticale, in quel caso non se ne è sostituita una di orizzontale, è semplicemente cambiato il vertice della piramide.

Alla fine si è arrivati a dire che il problema della legalità in Italia sta anche nel fatto che nel nostro Paese si rispettano poco le regole, e se vogliono cambiare qualcosa i ragazzi dovrebbero partire proprio da questo, un maggiore rispetto delle regole, anche quelle che possono sembrare le più banali. Ma con la consapevolezza dell’importanza delle garanzie: meglio un colpevole fuori che un innocente in galera! Tutti questi temi, compreso un accenno a mani pulite e alla reazione della popolazione a quelle indagini, reazione di sdegno iniziale ma poi perdita di interesse totale fino ad arrivare a una critica aggressiva nei confronti della magistratura, sono state affrontate in risposta alle domande degli studenti, che più il tempo passava, più sembrava non volessero chiudere l’incontro, fino al punto di chiedere a Gherardo Colombo di prendere il treno successivo per fare un pezzo di strada con loro cosicché potessero ancora fargli domande.

Riaccompagnandolo in stazione una redattrice di Ristretti Orizzonti è riuscita a fare all’ex magistrato una breve intervista per conoscere la sua opinione sulle nuove proposte di edilizia penitenziaria, e sul fatto che la sola risposta ai problemi di sicurezza sia “più carcere”. E Gherardo Colombo non ci ha deluso dicendo che il carcere ormai non è più una risposta, che bisogna pensare a nuove vie, che bisogna ripensare tutto l’impianto, anche teorico, della giustizia nell’affrontare questo tema,. Oggi però sembra che in questo senso l’evoluzione si sia bloccata, e proprio le nuove generazioni sono la nostra speranza di evoluzione e di cambiamento. Questo è il motivo del suo impegno.

 

Notizie da Venezia

 

Inserimento lavorativo: le cooperative di Venezia ci sono

 

Nell’ambito del POR - Progetto Operativo Regionale - 2007/2013, finanziato dal Fondo Sociale Europeo e dalla Regione Veneto, in accordo con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, è stato pubblicato il 4° bando per l’inclusione sociale “Interventi per migliorare l’integrazione e/o l’inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati”. Il Decreto Direzione Regionale Lavoro n. 2143 del 18 dicembre 2008 ha approvato il progetto “Creazione di una rete territoriale per l’inserimento lavorativo di persone provenienti dall’area detenzione”. Tale progetto è rivolto a persone disoccupate ex detenute, persone detenute ammesse alle misure alternative alla detenzione e persone ammesse alle misure alternative dalla libertà, di cittadinanza italiana, comunitaria o extracomunitaria con permesso di soggiorno che vogliano inserirsi o reinserirsi nel mondo del lavoro. I destinatari previsti nel progetto sono 20 e a ciascun partecipante viene richiesto un impegno di 150 ore così suddivise: 20 ore di orientamento con colloqui individuali e costruzione del bilancio di competenze, 50 ore di attività di formazione professionalizzante e 80 ore di stage in azienda.

La domanda di partecipazione dovrà essere corredata di curriculum vitae aggiornato con autorizzazione al trattamento dei dati, fotocopia o autocertificazione del titolo di studio, fotocopia fronte e retro di un documento di identità in corso di validità e potrà essere ritirata a Venezia presso la sede della coop. soc. Rio Terà dei Pensieri, S. Croce 495/b, fondamenta Santa Chiara, dalle 9.00 alle 12.30 e dalle 14.00 alle 16.00, presso la sede dello Sportello Carcere Esterno, Dorsoduro 3687, il martedì e il giovedì dalle 15.00 alle 17.00, o scaricata dal sito www.ristretti.it.

La domanda compilata dovrà pervenire entro il 5 febbraio 2010 con le seguenti modalità: spedita o portata a mano alla sede della coop. soc. Rio Terà dei Pensieri, inviata via fax allo 041.2960658 o via mail al seguente indirizzo coordinamentofse@libero.it.

Le persone che avranno fatto domanda di partecipazione saranno chiamate ad un colloquio di selezione che avrà luogo il 9 e 10 febbraio presso la sede della coop. soc. Rio Terà dei Pensieri.

Per qualsiasi informazione si potrà far riferimento alla coop. soc. Rio Terà dei Pensieri tel. 041.2960658 dalle 9.00 alle 12.30 e dalle 14.00 alle 16.00 o allo Sportello Carcere Esterno tel. 041.5285259 il martedì e il giovedì dalle 15.00 alle 17.00.

 

Cooperativa Il Cerchio: un reinserimento lavorativo efficace e “di qualità”

 

La Cooperativa Sociale Il Cerchio, costituitasi a Venezia nel settembre 1997, intende perseguire l’interesse generale della comunità, la solidarietà umana, l’integrazione sociale dei cittadini e promuovere lo sviluppo sostenibile in campo ambientale. In particolare si prefigge di individuare, analizzare e combattere ogni forma di emarginazione, discriminazione e violazione dei diritti civili e sociali nei confronti di singoli, gruppi e comunità.

L’azione della cooperativa si rivolge soprattutto alle problematiche di detenuti ed ex-detenuti; le attività sono iniziate nel febbraio 1998, con la contestuale assunzione di un socio lavoratore ex-detenuto e ad oggi sono transitati 817 lavoratori, di cui 447 svantaggiati.

Attualmente i soci in servizio sono 132, di cui 42 svantaggiati a vario titolo (art. 21, affidamento, utenti Ser.T), a cui si aggiungono 12 soci volontari, per un totale di 144 soggetti.

La cooperativa svolge varie tipologie di servizi esterni, nel centro storico e nelle isole di Venezia, tra cui, nello specifico: servizio di ristorazione Ai Campi Sportivi, nell’isola Sacca San Biagio; custodia e manutenzione dell’isola della Certosa; attività di raccolta rifiuti, manutenzione del verde e pulizia delle spiagge del Lido e dell’isola di Pellestrina; servizio di controllo nei pontoni d’attracco dei pontili dell’ACTV; gestione dei bagni pubblici nel centro storico veneziano.

A queste attività esterne, nel 2003, si è aggiunto il lavoro all’interno della Casa Reclusione femminile della Giudecca: sono stati creati un laboratorio di sartoria e, nel 2004, una lavanderia industriale.

Nel laboratorio di sartoria lavorano, al momento, 4 detenute con borsa-lavoro e 1 assunta, che producono modelli e accessori su proprio disegno e realizzano anche abiti storici di grande pregio.

Nel marzo 2003, infatti, Il Cerchio, con la collaborazione dell’Associazione di volontariato sociale Il Granello di Senape e del prof. Burigana, docente nella Casa di Reclusione, ha iniziato a realizzare costumi settecenteschi di alta qualità, confezionati con preziosi tessuti e creati secondo un attento lavoro di ricostruzione filologica. Tali costumi sono stati presentati al Museo di Palazzo Mocenigo, Centro di Studi del Tessuto e del Costume del Comune di Venezia.

Nel maggio 2003, con il contributo della Regione Veneto, della Provincia e del Comune di Venezia è stato aperto un negozio a Castello n. 3478/a, Salizada S. Antonin (Banco Lotto n° 10, Artigianato dal Carcere), in uno dei percorsi più suggestivi e ricchi di storia di Venezia, che commercializza le esclusive creazioni della sartoria del carcere. Vi si trovano giacche, abiti e borse apprezzati da affezionati clienti locali, ma anche da turisti sia europei che da tutto il mondo, che spesso ritornano, affascinati dalla raffinatezza dei prodotti e del luogo.

Sono state organizzate anche diverse sfilate di abiti realizzati presso la sartoria della Casa di Reclusione della Giudecca: nell’ottobre 2003, al Lido presso il Grande Albergo Ausonia & Hungaria; nel 2004 nell’isola di San Servolo, con la collaborazione della scuola del carcere, del prof. Burigana e dell’arch. Isabella Fabrizi, esperta in storia dell’arte (in questa occasione il lavoro è stato impostato su una ricerca iconografica sull’opera di pittori veneziani e artisti stranieri, dal ‘400 al ‘900, cui è seguita la realizzazione di 10 abiti, 2 per ogni secolo).

Nel dicembre 2006, in occasione del Concerto di Natale, presso le Sale Apollinee del Teatro La Fenice , sono stati esposti i costumi, rappresentativi dell’era egizia, realizzati presso la sartoria, con fondi europei del Progetto Riuscire. Grazie ai contributi di questo progetto 10 detenute hanno ottenuto un diploma di maestre d’arte costumiste e 2 un diploma di scuola superiore in qualità di modiste, che ha permesso loro di accedere all’Università. Nel 2008 gli stessi abiti sono stati esposti al Museo di Palazzo Mocenigo, dove è stata presentata la chiusura del progetto Equal Riuscire.

Dal 2 al 6 giugno 2009, la prestigiosa Casa da Gioco del Principato di Monaco (Montecarlo) ha realizzato la settimana veneziana. Nella galleria del Casinò di Montecarlo è stata allestita una mostra dei 12 costumi sopraddetti. Dal 2 al 12 settembre 2009 gli stessi costumi sono stati esposti nella terrazza del Grande Albergo Ausonia & Hungaria, per la durata della Mostra del Cinema di Venezia.

Nel 2008 la sartoria ha realizzato il costume della protagonista del Barbiere di Siviglia, rappresentato al Teatro de La Fenice nella stagione 2008, e oggi sta creando l’abito della prima donna della Cavalleria Rusticana (Santuzza).

In occasione del Carnevale 2009, presso la Salizada S. Antonin (dove si trova il negozio), è avvenuta una sfilata di abiti del ‘700 e dell”800 veneziano: tale iniziativa ha avuto un esito positivo, pertanto gli operatori hanno pensato di ripetere l’esperienza in occasione del Carnevale 2010, affiancando all’esposizione degli abiti, la ricostruzione del periodo storico che l’abito rappresenta, attraverso la musica e la narrazione.

L’altra importante attività che si svolge presso l’Istituto Penitenziario della Giudecca ha avuto inizio nel 2004, quando la Direzione della Casa di Reclusione femminile ha concesso in comodato d’uso gratuito l’utilizzo della lavanderia.

La Cooperativa ha trasformato la lavanderia esistente, che soddisfaceva le necessità dei tre Istituti Penitenziari di Venezia, in una vera e propria lavanderia industriale (a umido e a secco), unica nel centro storico. Essa riceve commesse da parte dell’Harry’s Bar e Harry’s Dolci, nonché di alcune pensioni e foresterie site nel Centro storico e non ha problemi di concorrenza, anzi la domanda è superiore all’offerta.

Da luglio 2007 al Molino Stucky è stato aperto un nuovo albergo di 380 stanze: la Direzione dell’Hilton Hotel e la Cooperativa hanno stipulato un accordo che riserva l’esclusiva del lavaggio a secco e stiraggio delle divise del personale dipendente e dei capi e degli indumenti dei clienti.

Dal 2004 ad oggi, la cooperativa ha effettuato numerosi investimenti per migliorare le condizioni di lavoro e di vita delle detenute, risistemando gli ambienti e comprando apparecchiature e macchinari più sicuri ed efficienti.

In questi anni il fatturato della lavanderia è aumentato notevolmente, grazie a un incremento dell’occupazione: attualmente vi operano 3 Soci lavoratori esterni e 14 Socie lavoratrici ristrette.

L’incremento di lavoro e la qualità richiesta, comportano l’esigenza di una maggiore professionalità: pertanto si rendono sempre più utili e necessari corsi di formazione, sia per le lavandaie che per le sarte, che potrebbero essere organizzati in quegli spazi.

La serietà, i prezzi contenuti e la molteplicità delle prestazioni offerte, all’interno e all’esterno del carcere, rendono la cooperativa Il Cerchio appetibile per una miriade di interventi e, pressoché quotidianamente, arrivano richieste di lavoro da detenuti degli istituti penitenziari di tutta Italia.

Il Cerchio, oltre a rappresentare un’ancora di salvezza e uno stimolo alla rinascita per molti detenuti, racchiude in pieno la realtà multi-culturale di quest’ultimo decennio: nella cooperativa sono occupate, infatti, persone provenienti da ogni parte del mondo, che lavorano assieme e si confrontano quotidianamente, dimostrando come sia possibile un’interazione positiva. Purtroppo, però, per gli stranieri detenuti ciò viene drasticamente interrotto al momento del fine pena, in quanto con la legge Bossi-Fini, quando essi terminano di saldare il conto con la giustizia, devono venir espulsi, nonostante molti di loro si siano reinseriti positivamente, sia dal punto di vista lavorativo, che sociale.

 

Notizie da Treviso

 

Un progetto “a più mani” per la Cooperativa Sociale Servire

 

La Cooperativa Sociale Servire, nata nel 1989, su promozione della Caritas diocesana di Treviso,
si è dedicata in questi anni a molteplici ambiti di attività, rispondendo man mano ai bisogni sociali che emergevano dal territorio (case di accoglienza per stranieri; servizi informativi e di ascolto per persone immigrate e italiane; percorsi di educazione all’interculturalità e progetti di prevenzione al disagio giovanile; attività di tempo libero per persone con disabilità fisica e psichica; percorsi di inserimento lavorativo e scolastico di nomadi sinti e rom; ecc.). Attualmente gli operatori sono impegnati in tre aree di lavoro: immigrazione e intercultura; prevenzione del disagio e lavoro di comunità; vacanze alternative.

Da tempo vengono realizzate collaborazioni con diverse realtà pubbliche e private e, in particolare rispetto all’area della prevenzione del disagio, gli educatori della cooperativa, assieme a quelli dell’AULSS 9, hanno attivato gruppi di confronto tra giovani con disagi e devianza conclamata (Gruppi Focus), Forze dell’Ordine, Caritas Tarvisina, varie agenzie che lavorano con l’Immigrazione (Provincia, Sportelli Informazione Stranieri, Amministrazioni Locali), Centro per l’impiego della Provincia, e alcune agenzie di lavoro interinale.

Un’altra importante rete, che riguarda ancor più nello specifico l’area carceraria, è quella realizzata con Uepe, carcere, Acli - Enaip, operatori e mediatori di strada del Progetto delle Parrocchie di Treviso, operatori dell’Azienda Ulss 9 e volontari dell’Associazione CDC (composta da avvocati), che ha portato a condividere una lettura puntuale delle esigenze di persone affidate ai servizi dell’Uepe.

Dalla lettura sono emerse le seguenti aree di bisogno: legalità e cittadinanza responsabile; inserimento e reinserimento lavorativo; difficoltà di relazione, gestione dei conflitti e dell’emotività, riflessione sulla riparazione del danno; dipendenze e uso di sostanze; disagio abitativo.

Sulla base di questi bisogni, i suddetti soggetti hanno elaborato un progetto”a più mani”, che realizzeranno assieme (in tutte le sue fasi: dalla progettazione, al coordinamento, al coinvolgimento di altri soggetti della rete, al monitoraggio e la verifica) durante il 2010, su finanziamento della Regione Veneto.

L’Uepe ha individuato 25 persone detenute in affidamento ai servizi sociali, di varie età (tra i 22 e i 50 anni, con una prevalenza di 25-30enni), italiani e stranieri, uomini e donne, che effettueranno un percorso formativo di gruppo su diverse aree. Per esigenze organizzative, i partecipanti sono stati poi suddivisi in due sottogruppi: il primo svolgerà il percorso da gennaio a giugno e il secondo da luglio a dicembre.

Il percorso, che mira ad attivare una sorta di “presa in carico di gruppo”, si concentrerà su tre ambiti:

1)   inserimento e reinserimento lavorativo: le Acli - Enaip organizzeranno momenti formativi su varie tematiche che rientrano in quest’ambito, e forniranno indicazioni pratiche rispetto a curriculum, colloqui, percorsi ad hoc, ecc.;

2)   questioni legali: gli avvocati dell’Associazione CDC daranno informazioni di carattere legale rispetto a problemi, bisogni, richieste dei partecipanti;

3)   socialità, rieducazione e riparazione del danno: gli educatori e gli operatori di strada della Cooperativa Servire e dell’Azienda Ulss 9 lavoreranno, con un’ottica educativa e di aggregazione, per favorire la conoscenza, il confronto, la riflessione comune e l’auto-aiuto tra i membri dei gruppi.

Per ognuno di questi ambiti verranno realizzati tre incontri, mentre altri tre saranno dedicati alla conoscenza, all’emersione dei bisogni e alla verifica e conclusione del percorso. Gli incontri si svolgeranno in una sede che si trova in centro a Treviso, per favorire ulteriormente lo scambio con il territorio.

 

Notizie da Verona

 

Minori e disagio. A Verona 200 denunce all’anno

 

I minori che commettono reato sul territorio di Verona e provincia sono circa 200 all’anno. Di questi, circa la metà sono seguiti dai servizi sociali (la metà di loro sono stranieri), mentre gli altri non arrivano al processo perché beneficiano di una qualche misura alternativa al procedimento penale.

I dati arrivano dalla Comunità San Benedetto dell’Istituto Don Calabria che, dallo scorso maggio, ha attivato un Centro di documentazione sulla giustizia minorile, all’interno di un progetto più ampio di monitoraggio sulle condizioni dell’infanzia e dell’adolescenza sul suolo scaligero, avviato in collaborazione con Unicef e l’Istituto Civico di Servizio Sociale di Verona, con cui è stato fondato il Centro Studi GB Rossi Infanzia Adolescenza. Sul tema della giustizia minorile il centro ha già prodotto due dossier (uno dei quali, “Prospettive nella mediazione di conflitti con minorenni e giovani autori di reato”, è scaricabile dalla sezione giustizia del sito http://www.centrostudigbrossi.it) e approfondito, a livello internazionale, tematiche rivolte anche all’aiuto delle vittime di reato.

Circa la tipologia dei reati commessi, il direttore della Comunità San Benedetto, Alessandro Padovani, anche giudice onorario presso la corte d’appello, chiarisce: “I ragazzi stranieri sono spesso inseriti in circuiti illegali più grandi di loro. Arrivano qua con l’idea di fare soldi in tempi rapidi e commettono principalmente furti o attività legate allo spaccio. Tra gli italiani è invece preoccupante un crescente bullismo a sfondo sessuale. Altro dato allarmante è poi quello del numero di reati commessi da ragazzi con disturbi psicologici, affetti da una sofferenza psicologia non precedentemente compresa”. La Comunità San Benedetto segue circa un centinaio di minori ogni anno e per molti di loro (tra il 50 e il 60 per cento) il recupero c’è. Continua Padovani: “A Verona riusciamo a realizzare una buona integrazione dei ragazzi con il territorio perché c’è chi ce lo permette, come i molti artigiani e imprenditori che offrono loro lavoro e percorsi formativi. O la scuola che, grazie all’Ufficio scolastico provinciale, favorisce percorsi rieducativi indispensabili a un vero reinserimento sociale”.

Più in generale il Centro Gb Rossi la settimana scorsa ha presentato a Verona una serie di dati sugli stili di vita dei giovani veronesi. Ne è emerso che, nonostante i bambini e i ragazzi veronesi non stiano particolarmente male, è comunque urgente che adulti e istituzioni si occupino seriamente di loro. I dati più allarmanti riguardano l’utilizzo costante di alcol da parte del 42,5 per cento dei quindicenni intervistati ( (5,2% quello tra 11 e 13 anni e 12,6% i tredicenni) e lo stress che riguarda il 55 per cento dei giovani in età scolastica.”Si tratta di una percezione dello stress - dichiara il dirigente dell’ufficio scolastico provinciale di Verona, Giovanni Pontara - che senz’altro non è riconducibile a un solo fattore, ma a una serie di motivazioni tra cui orari, insegnanti, aspettative della famiglia”. Per quanto riguarda invece l’integrazione scolastica Pontara sembra rassicurare. “Nella nostra provincia ci sono 15.563 alunni non italiani, di cui il 46 per cento è nato in Italia. E gli altri, per la metà dei casi, hanno già tre anni di scuola alle spalle”.

              
Riparare. Anche con un biglietto di sola andata

 

Un rapporto complesso quello che si instaura tra le vittime dei reati e il percorso educativo-terapeutico finalizzato alla “dimissione sicura” di chi i reati li ha invece commessi. Ne sa qualcosa Filippo Nocini, psicologo all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere, che venerdì scorso ha dato il via al corso di formazione organizzato dall’associazione La Fraternità e dall’Asav (Associazione scaligera assistenza alle vittime di reato) per un approccio del volontariato alla giustizia riparativa e alla mediazione penale in vista dell’apertura ormai prossima del centro di ascolto di fronte al carcere di Montorio.

Dopo aver illustrato il funzionamento del suo istituto e la composizione dei pazienti (ed è già significativo di un approccio non penitenziario che si dica “pazienti” e non “detenuti”) Nocini ha delineato, ai ben 38 iscritti presenti, il lavoro svolto da chi opera in carcere per produrre cambiamento e infine rinascita in chi ha commesso un reato, facendo emergere in lui nuove risorse, prima sopite e insospettate, a sostegno di un progetto di vita senza pericolosità.

Si tratta di un percorso strettamente istituzionale e professionale, eppure i volontari in ascolto hanno potuto cogliere numerosi spunti traducibili in motivi ispiratori e suggerimenti di metodo per la loro stessa attività.

La vittima, all’ingresso del “paziente”, è sostanzialmente ignorata. Dalle carte che l’accompagnano si sa del reato, non della persona che l’ha subito. Il reo stesso può essere considerato in qualche misura vittima: del suo disturbo mentale ma anche delle sue condizioni familiari, sociali, economiche, culturali.

Non interessa l’investigazione del passato, ma creare una situazione che consenta di aprirsi, di ricostruire la verità per riorganizzare il presente.

La rielaborazione comporta sofferenza, è come attraversare un lutto, riconoscere la propria follia o colpa. Richiede una buona compensazione. In un primo tempo la vittima stessa è criminalizzata, ripensata come corresponsabile del fatto. Gli operatori ne acquisiscono una conoscenza indiretta, tramite le informazioni provenienti dagli altri servizi, ma anche diretta con incontri personali.

Come soggetto debole, la vittima può essere tutelata giudizialmente nei vari tipi di danno che ha subito. Ma può essere valorizzata come parte nel percorso, per vedere come il paziente interagisce nella relazione (se si tratta di familiari), come si rende conto delle conseguenze del reato.

Questa valutazione è finalizzata ad una dimissione sicura, che deve considerare, oltre alle nuove condizioni del paziente, anche la famiglia, la comunità in cui si inserisce, l’équipe dei servizi che lo prenderanno in carico. L’obbiettivo, si dice, è “staccare un biglietto di sola andata”, senza ritorni nel reato.

Nocini sarà ancora tra i relatori del corso il 12 febbraio, per parlare di ambiente e strumenti idonei per facilitare l’ascolto e la comunicazione. I prossimi due venerdì (29 gennaio e 5 febbraio) a parlare sarà invece Federico Reggio, avvocato e dottore di Ricerca in Filosofia del Diritto, che interverrà sui lineamenti della giustizia riparativa e il concetto di mediazione e l’etica del dialogo. Seguirà poi, sempre con Reggio, una giornata di laboratorio interattivo, con giochi di ruolo e simulazioni per mettere a fuoco argomenti e acquisire abilità. Il 26 febbraio si guarderà poi alla mediazione nell’ordinamento penale italiano con la criminologa Emma Benedetti e l’avvocato Elisa Lorenzetto, mentre il 5 e il 12 marzo esperienze e strumenti di giustizia riparativa e di mediazione con Leonardo Lenzi, mediatore presso l’Ufficio per la Giustizia Riparativa della Caritas di Bergamo e docente all’Università Cattolica di Milano, ed esperienze di volontariato nella mediazione penale con Silvio Masin, pedagogista, mediatore e coordinatore dei servizi di mediazione Veneto e Sicilia.

Per maggiori informazioni e il programma completo visitare il sito www.lafraternita.it o contattare l’associazione La Fraternità: telefono 045-8004960, mail info@lafraternita.it

 

Le parrocchie per i detenuti, e la Comunità risponde oltre le attese

 

Raccogliendo l’indicazione della Caritas diocesana, le parrocchie di S. M. Maggiore e Cristo Risorto di Bussolengo hanno deciso di dedicare l’Avvento 2009 alle problematiche riguardanti la Giustizia e l’esecuzione penale. “Non si tratta di un coinvolgimento emotivo per le notizie che in questi giorni, con frequenza preoccupante i media riportano sulle carceri italiane, sovraffollate, sempre più povere di risorse, martoriate dalla violenza e dal terribile fenomeno dell’autolesionismo e suicidio”, spiega Paolo Bottura dell’associazione veronese Ripresa responsabile. “Non si tratta di rispondere a un’emergenza - continua - ma piuttosto a una grave crisi della Giustizia, di cui l’esecuzione penale rappresenta uno dei diversi segmenti, quello sempre più fallimentare. In queste nostre comunità si sta cercando, sulle linee di confine della povertà e marginalità più marcata, una fedeltà al vangelo che non sia troppo episodica. In tal senso crediamo vada inteso un ritorno costante ai temi della devianza, dell’emarginazione e del conseguente bisogno di Giustizia che questi evocano. La scelta di dedicare l’Avvento, un intero periodo liturgico, a queste problematiche, e non più la semplice giornata di solidarietà, va vista in questa prospettiva”.

Il programma, articolato in diversi momenti, è iniziato con l’incontro per gli operatori di pastorale delle due parrocchie con Don Maurizio Saccoman, cappellano della Casa Circondariale di Montorio, per un’informazione sulla complessa realtà del carcere. Fissando come punto di riferimento alcuni testi delle Sacre Scritture, don Maurizio ha presentato la difficile situazione in cui versa il carcere veronese. Con parole inequivocabili ha indicato le condizioni “disumanizzanti” che ogni giorno devono affrontare le persone detenute, ma anche gli agenti e tutti gli operatori dell’Istituzione, nel clima di tensione e violenza che si sta creando per il sovraffollamento, la carenza sempre più palpabile di personale, di spazi, di risorse. Il tono pacato di don Maurizio non ha lasciato tuttavia dubbi sul fatto che la situazione nel carcere di Montorio, e più in generale nelle carceri italiane, possa arrivare a una perdita preoccupante sul piano della dignità e umanità. Il carcere, di fronte a certi reati può rendersi necessario, ma non così, non con queste modalità di carcerazione indiscriminata, e soprattutto, in simili condizioni di vita.

“Un reato rappresenta una violazione di un patto sociale che va ripristinato, per rispetto alle vittime, alle leggi e agli stessi colpevoli che, in molti casi, prendono coscienza di aver contratto un debito con la società che deve essere ripianato”, sottolinea ancora Bottura. “Codici solenni, che fanno onore alla nostra storia stabiliscono come deve avvenire l’esecuzione della pena, che non può essere semplicemente afflittiva o vendicativa, bensì finalizzata al risarcimento delle vittime e al recupero di chi si è reso responsabile di un reato, rispettandone e preservando la sua dignità e umanità.

Quando dal carcere, dopo aver scontato la propria condanna le persone escono peggiori di come sono entrate, e dall’altra parte, le vittime non comprendono che tipo di giustizia s’è compiuta, ci troviamo di fronte a un corto circuito, un fallimento che come società e comunità cristiane non può lasciarci indifferenti”.

Per tutto il periodo dell’Avvento si sono realizzati diversi momenti di riflessione e solidarietà concreta perché, ai margini della città, il carcere resta pur sempre anche un grande contenitore di povertà, un simbolo doloroso della marginalità, del disagio e della incapacità di accoglienza di una città che sembra chiudersi sempre più in se stessa: i detenuti dietro le sbarre, la società nelle sue paure, senza possibilità di incontrarsi mai, per capire insieme cosa non funziona.

Volontari ed ex detenuti si sono incontrati con i responsabili dei Gruppi Missionari della Vicaria, con i Gruppi Giovanili, gli Scout. Sono stati raccolti prodotti per l’igiene personale e biancheria nuova per il magazzino interno alla casa Circondariale; è stata organizzata una vendita di oggetti prodotti all’interno della Sezione Femminile e alcuni volontari si sono resi disponibili per una ampia riflessione all’omelia delle messe domenicali, le offerte raccolte in queste messe sono state donate al fondo gestito dai cappellani. Tramite le catechiste sono stati coinvolti anche i più giovani, che hanno inviato messaggi augurali e francobolli ai detenuti.

La risposta delle Comunità è andata oltre le attese; aver lavorato sull’informazione attraverso il coinvolgimento dei Consigli Pastorali, i “Fogli Parrocchiali”, gli incontri con le diverse categorie di persone ha creato le giuste condizioni per una buona riuscita delle varie iniziative, sia sul piano della sensibilizzazione che della solidarietà concreta.

 

Studenti delle Seghetti incontrano un detenuto

 

Continuano gli incontri dei giovani studenti veronesi con la realtà del carcere. Una realtà che, grazie all’associazione Progetto Carcere 663, talvolta riesce a oltrepassare le strette sbarre della restrizione per raccontarsi alla comunità esterna. È quanto è avvenuto la settimana scorsa alle scuole Seghetti, dove un detenuto in permesso ha avuto modo di incontrare gli studenti delle classi quinte e di togliere loro qualche dubbio su chi e come si vive all’interno delle strutture penitenziarie. Presenti anche il direttore del carcere Antonio Fullone e la responsabile dei servizi sociali dell’Ufficio esecuzione penale esterna, Antonella Salvan. Prossimamente Progetto Carcere sarà anche al Pindemonte, a Castelletto di Brenzone, al CSF Provolo, al Roveggio di Cologna, all’IPSAA di Legnago ed al Medi di Villafranca e probabilmente anche alle Stimate.

 

Appuntamenti

 

Verona: convegno “A scuola di bullismo. Progetti di prevenzione”

 

Giovedì 28 gennaio dalle 14,15 alle 18 nell’Aula Magna dell’Ufficio scolastico provinciale di Verona (Viale dei Caduti del Lavoro 3) si terrà il convegno organizzato da “Energie Sociali Cooperativa Sociale Onlus” sul tema “A scuola di bullismo. Progetti di prevenzione”. Giovedì 4 febbraio 2010 dalle 9,30 alle 13 a Corte Molon in Via della Difa 17 si terrà il convegno organizzato da “Energie Sociali Cooperativa Sociale Onlus” sul tema “La strada verso la mediazione giovanile tra animazione ed educativa”. Info: http://www.energiesociali.it/

 

Vicenza: incontro “Migranti: regole, diritti, doveri di una società”

 

Lunedì 1 febbraio alle 20.30 alla Cooperativa Insieme di via B. Dalla Scola 253, “primolunedìdelmese” (Progetto Ambiente, Pace, Diritti) organizza l’incontro “Migranti: regole, diritti, doveri di una società che si vuole civile”. Se ne parla con Gabriele Del Grande (studioso delle migrazioni, blogger di Fortress Europe e collaboratore di varie testate, autore di Mamadou va a morire (2007) e Roma senza fissa dimora (2009) e Enrico Varali, avvocato, referente veneto dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi). E con rappresentanti delle associazioni di immigrati e operatori del settore.

 

Venezia: seminario “Pratiche sociali e discorsi penali”

 

“Pratiche sociali e discorsi penali”, presso la Fondazione Querini Stampalia campo Santa Maria Formosa. Il seminario è l’ultimo del ciclo di “Laboratori per una Rete Veneta 2008-2010. Pratiche di autorevolezza delle donne e discorsi pubblici”, parte integrante del Progetto DUG, Rete Integrata di Servizi e di Iniziative per i Diritti Umani di Genere, finanziato dal Ministero delle Pari Opportunità. Le tematiche affrontate nella mattinata di studi riguarderanno le “Politiche della città tra pratiche sociali e discorsi penali” e i “Patti territoriali contro la violenza, riconoscere, formare, promuovere l’ascolto” L’iscrizione è gratuita e obbligatoria ai fini della partecipazione. Il modulo di partecipazione si può scaricare dal sito www.comune.venezia.it/c-donna.

 

 

Il Progetto "Dal carcere al territorio" è finanziato dall'Osservatorio Nazionale per il Volontariato - Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali - Direttiva 2007 sui progetti sperimentali delle Organizzazioni di Volontariato.

 

Precedente Home Su Successiva