L'opinione dei detenuti

 

Questione sicurezza: quali sono i reati che suscitano più odio nella gente?

A cura della Redazione di Ristretti Orizzonti

 

Mattino di Padova, rubrica "Lettere dal carcere", 1 ottobre 2007

 

In carcere qualcuno commenta: "Vuol dire che ci stringeremo nelle celle per far posto per qualche settimana anche ai mendicanti e ai lavavetri". Sui giornali si legge che verranno colpiti più duramente i "reati che suscitano più odio nella gente", e per chi sta pagando per le sue colpe con la galera (perché qualcuno, checché se ne dica, la galera se la fa, e tanta) suona strana questa idea del reato valutato sulla base dell’odio: per esempio, viene da chiedersi, suscita più odio che rifila a migliaia di persone bond che valgono come carta straccia o la ragazzina rom che ruba la borsetta con dentro cinquanta euro? Ecco, le testimonianze che seguono provano a portare un punto di vista particolare sull’"allarme sicurezza" di questi giorni, perché arrivano da quelli che sono la causa prima dell’insicurezza.

 

Quei reati compresi nella "fascia rossa dell’odiosità"

 

Nei primi cinque mesi del 2007 sono morte 469 persone nei cantieri e nelle fabbriche italiane, a causa del mancato rispetto delle norme di sicurezza. Ogni giorno muoiono quattro lavoratori, domeniche comprese, spesso lasciando orfani e vedove privi di sostentamento. Sempre nei primi cinque mesi del 2007 sono rimasti invalidi, più o meno gravemente, oltre 7mila lavoratori. E queste sono solo le cifre ufficiali, che non tengono conto dei morti nei cantieri in nero, che vengono scaricati nei fossi ai bordi delle strade. Ma di questa strage quasi nessuno parla, nessuno grida per queste vittime innocenti, assassinate mentre cercano di mantenere onestamente la famiglia. E, soprattutto, nessuno paga per questi morti. Tutto passa in sordina di fronte al vero problema: gli odiosi lavavetri ai semafori!!! i graffitari che imbrattano i muri! i ladruncoli che stanno a piede libero perché i processi sono troppo lenti!

E così il governo si appresta a varare l’ennesimo "pacchetto giustizia", con un nuovo criterio adottato per stilarlo, cioè "l’indice di odiosità". Mi limito a sottolineare gli aspetti più eclatanti che, chissà perché, sono sfuggiti a tanti. Chiunque si intenda un po’ di giustizia sa bene che in Italia il problema non è la certezza della pena, che è inesorabile, ma la lentezza dei processi. Un ladro preso sul fatto, viene condannato solo dopo sei o sette anni (e allora sì che sconta certamente la pena) e nel frattempo se ne sta fuori, dando la falsa idea di impunità. Ora pare che faranno una legge che prevede il processo immediato in questi casi. Ma allora, verrebbe da dirsi, non è vero che la lentezza dei processi è una "necessità cosmica" contro la quale non si può fare nulla. Allora, se lo vogliono, i politici possono fare in modo che i processi vengano celebrati immediatamente. Sì, è la risposta implicita, "ma solo per quei reati compresi nella fascia rossa dell’odiosità", cioè rapine e furti. In tutti gli altri casi i processi continueranno con la loro lentezza esasperante. Perché la lentezza dei processi è una necessità politica. I ladruncoli restano a piede libero perché spesso i processi vengono volutamente rallentati in modo che i reati da colletti bianchi, i reati alla Parmalat per intenderci, possano andare in prescrizione. Se si velocizzassero tutti i processi, tante "brave persone" rischierebbero di finire dentro. Ma con questo "pacco sicurezza" verranno processati subito solo i ladruncoli e i tossicodipendenti, salvaguardando i "ladri eccellenti". Non solo. Siccome i giudici saranno costretti a dare la precedenza ai microcriminali, i macrocriminali potranno presumibilmente contare su ulteriori rinvii e ulteriori ritardi che consentiranno di arrivare alla tanto meritata prescrizione, quell’amnistia permanente di cui ha beneficiato buona parte degli imputati di tangentopoli e i cui tempi sono stati ulteriormente decurtati dalla legge ex Cirielli. Così il "pacco sicurezza" otterrebbe probabilmente due obiettivi: mettere dentro chi ruba il portafoglio, lasciare fuori chi svuota l’intero conto corrente.

 

Graziano Scialpi

 

Albanesi tutti barbari e italiani tutti mafiosi?

 

Un qualsiasi cittadino albanese, oggi, con i giornali che definiscono un intero popolo come barbaro, dovrebbe considerare un imbarazzo essere nato al di là dell’Adriatico. Un cittadino albanese in galera, come me, dovrebbe addirittura nascondersi sottoterra per la vergogna. Però mi incuriosisce sapere se gli italiani si vergognano di essere tali perché dei loro conterranei hanno appena fatto una strage a Duisburg uccidendo sei persone, oppure se hanno voluto non essere mai nati in Italia dopo la strage di Erba dove una famiglia intera fu trucidata dai vicini di casa solo perché disturbava. Nella mia cella conservo sempre dei giornali per lavare i vetri e sono andato a sfogliarli, trovando diversi duplici omicidi, ne cito qualcuno. A Catania il 16 febbraio, in una rissa, due ventenni vengono freddati con una pistola calibro 9 da un metronotte. Il 24 febbraio, a Frosinone un quarantenne uccide a colpi di fucile i suoi vicini di casa, madre e figlio. A Voghera il 29 giugno una ex guardia giurata uccide a fucilate due vicini di casa, zio e nipote.

Ho elencato questi fatti orribili soltanto per affermare che uccidere non è caratteristica di un intero popolo, ma di singoli individui, che si dimenticano quanto preziosa è la vita umana, e decidono di toglierla al prossimo, chi per denaro e chi per odio. E allora gli albanesi non possono sentirsi sotto accusa per quello che hanno fatto a Treviso quei due criminali, così come gli italiani non sono tutti potenziali assassini perché qualcuno ogni tanto uccide i propri famigliari o vicini di casa.

Io sono in galera, ho commesso un reato grave sequestrando una persona, non ho ammazzato ma ho infranto le regole della società e soprattutto ho causato dolore a un essere umano come me. Sicuramente i miei genitori si vergognano di me, e si sentono in colpa per aver in qualche modo fallito nella loro missione educativa. Probabilmente non me la perdoneranno per il resto della loro vita, e non la perdoneranno neanche a se stessi. Ma in quello che ho fatto io non vedo alcun collegamento con il mio popolo, con la mia origine, con i miei geni, e nessun albanese può dire di vergognarsi a essere mio conterraneo perché io ho fatto questo.

Nello stesso modo, credo che anche molti onesti cittadini italiani sarebbero d’accordo con me, perché basta ricordare che qui in carcere ci sono parecchie persone condannate per avere sequestrato persone e richiesto denaro in cambio, e sono quasi tutti italiani, ma non per questo rappresentano l’Italia. Dunque, chi sarebbe disposto a dire che il sequestro di persona è scritto nel DNA degli italiani? O la mafia? O l’omicidio? E di sequestratori italiani, di mafiosi italiani, di pluriomicidi italiani le carceri son piene. Quando si uccide, che a farlo siano albanesi, rumeni, cinesi o italiani, la ferocia è sempre uguale, segnata sempre dall’indiscutibile orrore di distruggere una vita umana.

 

Elton Kalica

 

La violenza non ha preferenze per etnie o razze

 

Si parla tanto di criminalità straniera, e quando ci sono episodi gravissimi di omicidi come quello recente di Treviso, alcuni cittadini, e anche dei giornalisti si lasciano andare a considerazioni pesanti sugli immigrati, sostenendo che questi crimini rappresentano intere popolazioni e razze, diverse dalla nostra. Io sono italiano, ma siccome nella mia vita ho conosciuto sia italiani bravi che cattivi sono sicuro che nessuno potrebbe venire a farmi un discorso generale su qualche collegamento genetico tra italiani e il crimine. E questo vale anche per gli stranieri. Però purtroppo noi italiani abbiamo la memoria corta e ci dimentichiamo delle stragi che hanno commesso nel passato e commettono ancora i nostri connazionali in Italia e nel mondo. A me invece basta ritornare con la memoria indietro per ricordare alcuni episodi che per crudeltà non hanno nulla da invidiare alla strage di Treviso.

Sono entrato per la prima volta nel carcere di San Vittore negli anni settanta, e di persone davvero sanguinarie ne ho conosciute parecchie. Soprattutto killer della mafia che avevano fatto massacri fuori, e continuavano a farli anche in carcere appena ricevevano l’ordine. Erano i tempi di Vallanzasca, dei marsigliesi e dei corleonesi di Luciano Liggio sui quali si sono scritti romanzi e girati film, ma che poi, alla fine sono caduti nell’oblio. Oggi anche i più giovani sanno che Vallanzasca era un famoso bandito, nel film che stanno per fare su di lui sarà Scamarcio a impersonarlo, ma pochi sanno che sta scontando una condanna di quattro ergastoli  e 260 anni di galera. E così oggi vedo intorno a me tanti stranieri che accumulano decine di anni di galera e so per certo che se ne faranno tanti, come ne abbiamo fatti noi.

Un’altra cosa che mi infastidisce è che molti, sentendo parlare di criminali stranieri, sono convinti che le nuove bande provenienti dai paesi dell’est e dai paesi extraeuropei siano più sanguinarie di come eravamo noi una volta. Mentre io, nei crimini commessi dagli stranieri vedo un ripetersi di delitti che noi italiani abbiamo fatto da sempre e che continuiamo a fare. Di una cosa sono certo, la violenza non ha etnia o razza, e purtroppo abbiamo sempre dimostrato anche noi italiani di essere abbastanza "bravi" a farla e "esportarla".

 

E. D.

 

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