Rassegna stampa 16 gennaio

 

Giustizia: la favola delle carceri costruite con il marzapane…

di Luigi Morsello (già direttore penitenziario)

 

Ristretti Orizzonti, 16 gennaio 2010

 

Ho fatto una ricerca per capire cosa si intende per "carceri modello L’Aquila del dopo terremoto" e mi è parso di capire che si tratti di procedure snelle nell’individuazione del costruttore, bypassando le norme esistenti in materia di appalti pubblici, fino alla secretazione dei contratti, che verrebbero sottratti al controllo della Corte dei conti. Insomma, il modello è quello della Protezione civile, tant’è vero che, come afferma Franco Ionta, capo del Dap e Commissario Delegato con poteri straordinari, lo stesso si servirà della Protezione Civile Servizi S.p.A.: "un’azienda italiana che si occupa della riorganizzazione delle strutture funzionali del Dipartimento della Protezione Civile Italiana, nata il 17 dicembre 2009 con 1 milione di euro di capitale sociale su richiesta del Capo della Protezione Civile Nazionale Guido Bertolaso con l’approvazione nel Consiglio dei Ministri dell’articolo 19 del Decreto Legge Norme urgenti per la cessazione dello stato di emergenza in materia di rifiuti nella Regione Campania, per l’avvio della fase post emergenziale nel territorio della Regione Abruzzo ed altre disposizioni urgenti relative alla Presidenza del Consiglio dei ministri ed alla protezione civile, al fine di garantire economicità e tempestività per lo svolgimento delle funzioni strumentali e degli interventi del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile.

In particolare la società gestirà la flotta aerea e le risorse tecnologiche, gli appalti per lavori, servizi e forniture, comprese la progettazione, la scelta del contraente e la direzione dei lavori e di conseguenza la vigilanza degli interventi strutturali ed infrastrutturali, inclusi quelli concernenti le situazioni di emergenza socio-economico-ambientale. Il controllo sull’azienda è direttamente esercitato dalla Presidenza del Consiglio-Dipartimento della Protezione Civile, che non potrà mai cederne le azioni o costituire su di esse diritti a favore di terzi: la società può assumere invece partecipazioni finanziarie e possedere immobili". (Wikipedia)

Allora, in quest’anno saranno costruiti n. 47 nuovi padiglioni, interni alle carceri esistenti. Se si segue il modello delle nuove carceri, ogni padiglione si dovrebbe comporre di 25 celle a due posti a sinistra ed altrettante a destra di un corridoio centrale. In totale 50 celle biposto per un totale di 100 unità, che moltiplicato per 47 fa 4.700 posti.

Prima di capire quanto potranno costare, bisogna indicare la somma di cui dispone il Dap: 80 milioni di euro + 20 della cassa delle Ammende. Questa dovrebbe essere la somma disponibile per i 47 padiglioni, il che comporta che ogni padiglione verrebbe a costare 212.127,65 euro (in lire 410.736.404,87). Un lavoro simile lo feci fare a Pavia e venne a costare 200 milioni di lire, ma sono passati 14 anni.

Restano i 18 nuovi istituti "modello L’Aquila", la cui costruzione inizierà non prima del 2011, spesa prevista 500 milioni di euro, il che fa per ogni istituto 27.777.770 milioni di euro. Cosa si vuol fare con 30 milioni di euro, carceri nuove? Con quale grado di efficienza, sicurezza, funzionalità se per costruire carceri modello Pavia, Cremona, Vigevano, Como per es. il costo finale è stata superiore ai 50 milioni di euro!

Saranno carceri di marzapane. Inoltre, è tutto da verificare se in quanto tempo il programma verrà portato a compimento e se occorrerà, come occorrerà, stanziare altri fondi.

Più verosimile, stando alle parole di Ionta, il ricorso ad istituti giuridici in grado abbattere sensibilmente il sovraffollamento mediante la concessione "ex-lege" della detenzione domiciliare ai detenuti con un anno o meno di pena detentiva da scontare con la sola esclusione di chi ha commesso i reati più gravi prevista dall’art. 4 bis della legge penitenziaria (terrorismo, mafia, narcotraffico, spaccio di sostanze stupefacenti), mentre Alfano ha accennato alla creazione di un nuovo istituto giuridico, che ha così definito: "la messa alla prova delle persone imputabili per reati fino a tre anni, che potranno così svolgere lavori di pubblica utilità con conseguente sospensione del processo". Sembra tratto di peso dal diritto anglosassone e da quello statunitense.

Giustizia: tutti a Livorno… per dire stop alle "morti di Stato"

di Giovanni Russo Spena e Gennaro Santoro

 

Liberazione, 16 gennaio 2010

 

A Livorno, con Haidi Giuliani e le mamme di ragazzi uccisi dal carcere vivrà una critica al potere forte e determinata. Questa protesta così razionale e insieme così emotivamente forte ci parla di un punto fondamentale: l’Italia, guidata da questo governo securitario e razzista, è un Paese incivile perché il carcere è incivile, perché un Paese in cui una persona (il cui corpo detenuto dovrebbe essere tutelato dagli organi dello Stato) viene torturata e dallo Stato uccisa non è più uno stato di diritto.

Ed è incivile la demagogia populista del ministro della Giustizia, che dichiara, con la litania tragica dello "stato di eccezione permanente", lo stato di emergenza carcerario. Fuor di metafora, lo stato di emergenza serve per non dovere subire controlli e vincoli e per secretare gare ed appalti (chi ricorda le "carceri d’oro" di Tangentopoli?).

Condividiamo le parole di don Spriano, cappellano di Rebibbia: "La voglia di carcere di questi politici fa paura". Il progetto, banalmente crudele ed illusorio di Alfano è, infatti, quello del "grande internamento" secondo l’ideologia conservatrice statunitense: costruire carceri, incarcerare i drammi sociali, combattere i poveri ma non la povertà, sostituire lo stato sociale che viene abbattuto per aprire campi nuovi al profitto con il controllo sociale autoritario, con lo "stato penale".

È questo lo stato di emergenza all’interno del quale si sono evidenziate le criminali materialità che hanno ucciso, ad esempio, Stefano Cucchi, e che spingono alla disperazione tanti migranti chiusi nelle galere etniche per la politica nazista di questo governo. Il punto di vista che oggi esprimiamo a Livorno è radicalmente alternativo e si muove su un progetto largamente condiviso dalle associazioni e dalla intellettualità democratica; e parte dalla dolorosa narrazione delle mamme, che pretendono giustamente il nostro impegno, nelle istituzioni, nella società, nel fissare questa priorità sul piano culturale e politico.

Altro che stato di emergenza per costruire nuove carceri (fra l’altro Alfano finge di non sapere che per realizzare un carcere, secondo i dati ufficiali, occorrono 12 anni di tempo medio)! L’unica strada reale è quella di un’ampia depenalizzazione (sia dal punto di vista delle fattispecie di reato che delle sanzioni); nella logica del "diritto penale minimo"; della previsione di pene diverse dal carcere per attuare la concezione costituzionale della pena ed il reinserimento del reo.

Giustizia: paese in cui viviamo, quello in cui dovremo morire

di Bruno Tinti (Magistrato)

 

Il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2010

 

A Rosarno le cose sono andate così: una banda di ubriachi e primitivi ha pensato bene di andare a rompere le scatole agli immigrati che se ne stavano a dormire nella loro bidonville; qualcuno aveva un fuciletto ad aria compressa (capacità lesiva pressoché zero se non lo pigli in un occhio) e ha sparato qualche colpo; gli immigrati se la sono presa e hanno reagito invadendo alcune strade cittadine, bruciando cassonetti e spaventando i cittadini, tra cui una signora che ha subìto una vera e propria aggressione e la cui macchina è stata bruciata.

I cittadini di Rosarno hanno messo in piedi una spedizione punitiva, questa volta con fucili veri, e hanno cominciato una vera e propria caccia al negro (non so se ci fossero immigrati di altri colori); gli immigrati sono stati respinti e, siccome le cose si mettevano male e le forze dell’ordine non riuscivano a impedire ai rosarnesi di percorrere le strade in armi, trasferiti altrove; le loro cose sono rimaste nella bidonville dove abitavano e molti non sono stati nemmeno pagati per il lavoro fatto fino ad allora; infine la bidonville è stata rasa al suolo.

Adesso, stabilire chi ha avuto ragione e chi torto mi pare difficile; anni di processi per rissa mi hanno insegnato che la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci e che tutti i violenti sono sempre colpevoli.

Ma non mi pare nemmeno importante. A me sembra che importante sia altro. Gli immigrati lavoravano per 20 euro al giorno, senza contratto, senza assicurazione, senza contributi; e tutto questo avveniva sotto gli occhi di tutti. E nessuno trovava ignobile questo indegno sfruttamento. Quell’Ispettorato del lavoro, quei funzionari Inps che, nella mia procura, mi inondavano di denunce per contributi non versati e per figli, mogli e fratelli che lavoravano nel negozio del padre, marito, ecc, senza essere in regola, a Rosarno non facevano niente. Gli immigrati vivevano accampati in una fabbrica abbandonata; dormivano sul pavimento e appendevano il loro cibo (quale?) in sacchi di plastica perché i topi non glielo mangiassero; defecavano in terra e si sdraiavano tra i loro escrementi.

E quei vigili urbani che facevano arrivare alla mia procura decine di denunce per verande illegali e mansarde di lusso con altezza pari a 2,75 metri e dunque non agibili, non sono mai intervenuti a Rosarno. E nemmeno l’ufficio d’igiene del comune ha trovato niente da ridire; e il governo ha speso parecchi soldi per mettere le mutande ai quadri di Palazzo Chigi perché occuparsi degli ultimi della terra non procura voti.

Gli immigrati sono stati cacciati come bestie; e il ministro dell’Interno, che qualche mese fa ha mandato l’esercito nelle strade come avviene nelle "repubbliche" africane, ha dichiarato: "Troppa tolleranza con gli immigrati".

Gli immigrati adesso sono in un campo di concentramento, proprio come si è fatto per i giudei, i froci e i comunisti. E io sto qui a chiedermi che fine ha fatto il rispetto della vita che stava tanto a cuore a questo governo feroce e inumano quando si trattava di comprarsi i voti dei cattolici con la persecuzione di povere larve come Welby ed Eluana. Sto qui a chiedermi perché l’opposizione non va, tutta ma proprio tutta, a Rosarno portando a quei poveracci acqua, cibo e vestiti, dimostrando finalmente che non è uguale alla maggioranza. Sto qui a chiedermi in che diavolo di paese mi tocca vivere e se davvero è in questo paese che dovrò morire.

Giustizia: il 26 Alfano illustrerà il "piano carceri" ai Sindacati

 

Il Velino, 16 gennaio 2010

 

Martedì 26 gennaio prossimo, alle ore 15, presso la Sala Livatino del Ministero della Giustizia, il Guardasigilli Angelino Alfano illustrerà il Piano carceri del Governo, recentemente approvato in Consiglio dei Ministri, alle Organizzazioni sindacali del Corpo di Polizia Penitenziaria.

A darne notizia è Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, la prima e più rappresentativa Organizzazione di Categoria, che aveva appunto chiesto nei giorni scorsi al Ministro Alfano di chiarire al Sappe ed alle Sigle sindacali i contenuti del piano carceri approvato.

"Apprezzo la sensibilità del Ministro Alfano, che ha ritenuto opportuno incontrarci per illustrarci i contenuti del piano carceri" commenta Capece. "Il Primo sindacato della Polizia Penitenziaria, il Sappe, ha già espresso un parere assolutamente positivo in relazione all’utilizzo delle procedure edilizie straordinarie ed alla necessità dell’assunzione, sempre con procedure di urgenza, di 2.000 unità di Polizia Penitenziaria. Sicuramente una parte di questi proverrà dai concorsi riservati ai volontari in ferma breve delle Forze Armate (e, anzi, auspichiamo che il Ministero della Giustizia produrrà ogni atto utile nel contenzioso amministrativo attualmente in atto finalizzato a scongiurare l’annullamento del concorso dei neo agenti di Polizia Penitenziaria del 160° e 161° corso che stanno in questi giorni sostenendo l’esame finale dopo aver frequentato il corso di formazione). Altrettanto auspicabile è che una quota parte della assunzioni avvenga attraverso un concorso pubblico aperto a tutti."

Il Sappe, che pure ha già espresso l’ampia "condivisione" alle annunciate "norme di accompagnamento che attenuino il sistema sanzionatorio per chi deve scontare un piccolissimo residuo di pena", rinnoverà al Ministro l’invito a "mettere mano alle piante organiche del Corpo di Polizia Penitenziaria ed a definire accordi concreti con i Paesi esteri affinché i detenuti stranieri (ben 25mila in Italia) scontino la pena nelle carceri dei Paesi di provenienza". Nel corso dell’incontro di martedì 26 gennaio prossimo il Ministro della Giustizia e le Organizzazioni Sindacali della Polizia Penitenziaria sottoscriveranno anche l’Accordo sul Fondo per l’Efficienza dei Servizi Istituzionali per il Personale del Corpo relativo all’anno 2009.

Giustizia: Forum Salute; pene alternative, per sfollare carceri

 

Ansa, 16 gennaio 2010

 

Un appello al governo e al parlamento affinché, "come misure urgenti per lo sfoltimento delle carceri italiane", stanzino "le risorse finanziarie per le alternative alla detenzione, in termini di personale e strutture". Il documento è stato diffuso questa mattina a Firenze, in occasione del convegno organizzato sui temi della sanità penitenziaria dal Forum nazionale per la Salute in carcere.

Tra le altre misure urgenti, segnalate nel documento, il Forum indica anche quello di "garantire in tempi rapidi l’assegnazione alle Regioni delle risorse previste per la sanità penitenziaria". Sovraffollamento e garanzie di tutela della salute sono ambiti strettamente connessi anche secondo una rilevazione curata dalla Regione Toscana ed aggiornata al 31 dicembre 2009: in base all’indagine, infatti, nei 19 istituti di pena toscani i detenuti sono 4.313, di cui circa la metà stranieri, mentre i posti letto regolari sarebbero solo 3006. Sempre secondo lo studio, i detenuti tossicodipendenti sono il 27%, i sieropositivi l’1,65%.

 

A tossicodipendenti misure alternative

 

"Non si può parlare di sostegno alla tutela della salute in carcere con una situazione di sovraffollamento critica come quella attuale del sistema penitenziario italiano: complessivamente ci sono almeno 15.000 detenuti in più rispetto alla capienza programmata, con più di 20.000 soggetti detenuti per questioni legate a tossicodipendenze che potrebbero essere tenuti fuori dalle sbarre, a scontare pene alternative più adatte alle loro condizioni’. Lo ha detto, stamani a Firenze, nel corso di un convegno dedicato ai temi della sanità penitenziaria organizzato da Forum per la Salute in carcere e Regione Toscana, il membro del direttivo nazionale del Forum Bruno Benigni.

"La risposta a questi problemi - ha proseguito Benigni - è esattamente opposta a quella data dal governo, che ha messo in cantiere la costruzione di nuove carceri, quello che serve è investire sulle misure extracarcerarie e migliorare strutture e vivibilità dei penitenziari già esistenti, che, quasi ovunque, stanno cadendo a pezzi nell’indifferenza generale".

All’incontro partecipano amministratori, operatori del settore penitenziario e sanitario, magistrati. Tra le personalità presenti, anche l’assessore regionale alla Salute Enrico Rossi e il garante dei diritti dei detenuti del carcere di Firenze Franco Corleone e l’assessore comunale alle politiche sociale Stefania Saccardi. Ad aprire i lavori ed a condurre il dibattito, Cesare Bondioli, portavoce regionale del Forum per la Salute in carcere.

Lettere: lo "sciopero della vita" è l’unico modo per protestare

di Fiorentina Barbieri

 

Terra, 16 gennaio 2010

 

Salvador è spagnolo, è in carcere a Piacenza, dove ci sono più di 430 detenuti, invece dei 150 che quell’istituto potrebbe contenere. Ha 48 anni, è diabetico e l’insulina gli dovrebbe essere somministrata a orari definiti. Ma per molto tempo così non è stato e Salvador spesso aveva paura che saltare la dose gli sarebbe stato fatale, che la sua vita fosse messa a rischio per l’inefficienza dell’organizzazione.

Così, vista l’inutilità delle sue richieste, dal 23 novembre dello scorso anno era arrivato a scegliere una forma di protesta estrema, lo "sciopero dell’insulina". In effetti a quel punto la reazione c’era stata, la somministrazione si era regolarizzata, dimostrando che le difficoltà che si frapponevano, del resto tutte legate al sovraffollamento, potevano essere superate e a orari più o meno precisi Salvador poteva contare sulla sua dose.

Invece di tranquillizzarlo, però, questa cosa sembrò dargli un quadro ancora più fosco della sua condizione: tutto in quel luogo era estremo e in un paese come l’Italia, che lui pensava sviluppato e civile, veniva negata la copertura delle più elementari esigenze, quelle legate alla sopravvivenza biologica delle persone, ma anche alla loro dignità.

Gli spazi, intanto: la cella che Salvador divideva con altri due detenuti misura 8,25 mq, ma le si deve sottrarre lo spazio del bagno e degli armadietti e rimangono 3 mq.. Per tre persone. Nella cella c’è un solo lavandino, è per lavarsi, ma ci si devono pulire anche le stoviglie. Ovviamente il bidè manca e le docce nel corridoio sono buie e fatiscenti, non hanno attaccapanni e sul pavimento i funghi proliferano.

Salvador si stava rendendo conto come tutto fosse profondamente ingiusto, disumano. Così non gli sembrò aver altro da fare che gestire in proprio quell’ambito di eccezionalità: decise di proseguire lo sciopero dell’insulina per evitare che la cifra di quella condizione, inflitta da altri, finisse per diventare non solo l’umiliazione del suo corpo, ma anche della sua integrità interiore.

Per l’interruzione della terapia Salvador ha ormai riportato danni irreversibili alla vista, ha dolori ai reni e i valori degli zuccheri nel sangue sono di gran lunga superiori a quelli normali. Ai primi di gennaio lo hanno spostato in una cella a due, ma per il resto la situazione rimane la stessa.

Ci ha scritto di voler spiegare agli Italiani perché, come si muore nelle carceri. E di sapere esattamente cosa sta facendo: "Sono a meno di 4 mesi dal fine pena, sono consapevole e cosciente di quello che sto facendo ma purtroppo l’unico modo per protestare pacificamente è mettere in pericolo la mia vita". Il grido è disperato, qualcuno dovrebbe fare qualcosa non solo per Salvador e per tutti i detenuti, ma perché assuefarsi a questa condizione potrebbe significare l’imbarbarimento di un intero paese.

Toscana: assessore Rossi; Governo dovrà ascoltare le Regioni

 

Asca, 16 gennaio 2010

 

Sul tema delle carceri "voglio rivendicare il ruolo delle Regioni circa la messa a punto del provvedimento annunciato dal governo. Contratteremo ogni articolo di legge e ogni parola di ogni articolo, ci faremo ascoltare".

Lo ha assicurato l’assessore regionale per il diritto alla salute Enrico Rossi in merito al progetto del governo sulla situazione delle carceri italiane, nel suo intervento al convegno di oggi sul tema della salute in carcere. "Lavoreremo su tutti i punti che verranno proposti - ha aggiunto Rossi -. Si parla di arresti domiciliari per l’ultimo anno di pena residua: non credo si tratti di un indulto camuffato. Ne vorrei discutere, per riuscire a costruire una misura oculata e corretta. Si parla di lavori di pubblica utilità per le pene al di sotto dei tre anni: anche in questo caso discutiamo, confrontiamoci". "Quanto alla illegalità - ha proseguito l’assessore Rossi - sembra che quello che conti oggi sia la spettacolarizzazione, che non fa altro che incattivire i rapporti e alimentare la violenza. Su questo punto noi dobbiamo dare battaglia sul piano culturale e politico. Non possiamo fermarci agli aspetti repressivi e di controllo, pur necessari, ma riaprire la discussione sulle cause che producono l’illegalità, cercare di rimuoverle e far crescere delle vere alternative. Altrimenti non basteranno migliaia di posti-carcere in più: questa sorta di delirio sulla sicurezza non risolve i problemi, crea soltanto nuove sofferenze e provoca un corto circuito di cui fanno le spese le parti più deboli della popolazione".

Sicilia: Garante; il sovraffollamento, è diventato insostenibile

 

Italpress, 16 gennaio 2010

 

"Le carceri siciliane stanno scoppiando, i detenuti vengono continuamente tradotti da una struttura all’altra spesso disattendendo l’art. 42 dell’Ordinamento penitenziario che prevede la territorialità della pena ed è impossibile gestire nuovi accessi, come è accaduto ieri a Catania nel corso della retata che ha portato all’arresto di 79 soggetti".

Ad affermarlo, in relazione alla retata antidroga della polizia avvenuta ieri a Catania, è il senatore Salvo Fleres, garante dei diritti dei detenuti in Sicilia, secondo cui "le otto strutture penitenziarie interessate hanno sede nella Sicilia orientale e ciò comporterà anche problematiche nella conduzione degli interrogatori, viste le distanze che separano gli istituti. Quello che auspico - ha aggiunto Fleres - è l’adozione di misure utili per affrontare l’emergenza carceri nel più breve tempo possibile ed è quello che ho sempre sostenuto prospettando diverse ipotesi di soluzione, fino ad ora rimaste nel silenzio.

Non ultima l’ipotesi di una rivisitazione delle norme in materia di liberazione anticipata, collegata ad un accertato avvio di un percorso di legalità da parte dei reclusi, peraltro contenute in un disegno di legge che ho depositato presso il Senato della Repubblica lo scorso 16 dicembre (S 1938) di cui auspico una rapida trattazione in quanto il suo contenuto potrebbe rientrare tra le iniziative utili per affrontare lo stato di emergenza recentemente proclamato dal Ministro della Giustizia.

La Sicilia, in quanto a sovraffollamento, è la seconda Regione d’Italia subito dopo la Lombardia ma ha il primato rispetto alla fatiscenza delle strutture e dunque, rispetto alle condizioni detentive in cui sono costretti a vivere i detenuti. In queste condizioni a poco valgono gli interventi dei pochi e volenterosi agenti di Polizia penitenziaria o del personale, di ruolo e non, presente negli istituti, oggi è necessario un intervento del Governo, in grado di colmare le diverse criticità presenti negli istituti di pena siciliani a tutela dei diritti dei detenuti".

Milano: detenuto muore a San Vittore, sesto suicidio dell’anno

 

Apcom, 16 gennaio 2010

 

Un detenuto originario del Marocco, Mohamed El Aboubj, è deceduto intorno alle 19.30 di ieri al pronto soccorso della clinica San Giuseppe di Milano, dopo essere stato ricoverato d’urgenza perché trovato esanime circa un’ora prima nella zona bagno-cucina della sua cella nel carcere di San Vittore a Milano. Il decesso sarebbe stato al momento classificato come suicidio, e potrebbe essere stato determinato dall’inalazione di gas. Sembra che nel tardo pomeriggio di ieri il detenuto si trovasse da solo, in quanto i suoi compagni di cella erano "lavoranti". Il Pm di turno al Tribunale di Milano ha aperto un fascicolo sulla vicenda.

El Aboubj, pregiudicato di circa 25 anni, si trovava a San Vittore dal 15 agosto 2009 dopo la condanna in primo grado nel processo con rito direttissimo a sei mesi di carcere per la "rivolta" al Cie di via Corelli a Milano. L’uomo avrebbe quindi lasciato il carcere il 15 febbraio prossimo, tra meno di un mese.

Sentito da Apcom, il legale di El Aboubj, l’avvocato Mauro Straini, ha commentato la morte del suo assistito spiegando che "nel 2009 in Italia si è registrato un record di suicidi tra i reclusi, 72 casi, e in questo primo scorcio dell’anno si sono già verificati alcuni casi. Invece di discutere solo in merito alla costruzione di nuovi penitenziari - ha aggiunto il legale - bisognerebbe ripensare seriamente al senso della pena e della custodia cautelare che andrebbe applicata soltanto in casi estremi ridimensionando la facilità con la quale viene disposta oggi".

Bologna: Garante; mancanza di risorse per attività lavorative

 

Adnkronos, 16 gennaio 2010

 

"Il lavoro è ciò che chiede e di cui ha bisogno la grande maggioranza della popolazione detenuta, che per estrazione sociale è poverissima". Esordisce così il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Bologna, Desi Bruno, che firma un appello in cui denuncia la mancanza di risorse volte a garantire ai detenuti di poter svolgere alcune attività lavorative.

"La questione del lavoro - continua l’avvocato Bruno - è un passaggio determinante per il percorso di un detenuto, non semplicemente in termini di occupazione e retribuzione ad esso legati, ma proprio in termini di assunzione di responsabilità e di valore nella ricostruzione di una persona".

Secondo il legale, infatti, "il sistema carcere, anche al fine di dare attuazione al dettato costituzionale sulla funzione della pena, deve avere capacità di accompagnamento al lavoro e di reinserimento nel tessuto sociale e produttivo", poiché spiega "apprendere capacità lavorative è una forma di educazione alla legalità e avere una professionalità da spendere sul mercato del lavoro, una volta fuori dal carcere, sarà la prima forma di protezione dal pericolo di recidiva e quindi fonte di sicurezza collettiva".

Il problema, riferisce il legale, è molto sentito nel carcere di Bologna della Dozza, dove, fa sapere "a causa della carenza di risorse a disposizione dell’Amministrazione penitenziaria, continua il drastico taglio di risorse per le attività lavorative all’interno del carcere: attualmente su una popolazione detenuta, che purtroppo continua ad sfiorare le 1200, presenze sono mediamente impiegati in ogni turno circa il 10%".

Allo stesso modo, prosegue il Garante, "anche lo strumento di reinserimento sociale degli stages di Borsa Lavoro erogate da anni dall’ Ente Locale, finalizzate al miglioramento delle condizioni di occupabilità per favorire l’inserimento lavorativo, ha subito una forte flessione nel 2009, soprattutto per gli stages in realtà esterne al carcere".

L’auspicio dell’avvocato, infine, è che "progetti di particolare interesse che sono in fase di definizione, come la realizzazione all’interno del carcere di una officina per lavorazioni meccaniche e un’attività di produzione di miele e altri prodotti alimentari, possano presto concretizzarsi così da poter incrementare i posti di lavoro interni ed essere da volano per ulteriori possibili lavorazioni".

Napoli: al Cardarelli un anno di attesa per detenuti ammalati

 

La Repubblica, 16 gennaio 2010

 

Li chiamano "itineranti". Pazienti in attesa di una sala operatoria e di una equipe. Sono i ricoverati del Padiglione Palermo al Cardarelli. Detenuti. Bisognosi di cure che il carcere non è in grado di soddisfare. L’ ultimo caso è del 23 dicembre. In lista operatoria, due degenti. Stessa diagnosi: ernia inguinale. Vengono da Poggioreale e Secondigliano.

Alle 8,30 il primario e il suo aiuto (unici chirurghi di ruolo) raggiungono a piedi il padiglione D. Lì c’è la sala operatoria, quella sala che, invece, manca nel loro reparto e che costringe all’andirivieni. Soprattutto nella delicata fase del post operatorio. Prima dei dottori è partita l’ambulanza con a bordo i due pazienti. Ma quando il gruppo si riunisce, la doccia fredda: "Qui stamattina non si opera, il complesso è in manutenzione programmata".

Che fare? Parte la trattativa. Col direttore sanitario Franco Paradiso in cerca di una sala operatoria. Il disco verde arriva alle 11 dal Dipartimento di Emergenza e dal padiglione D. Due pazienti, due sale operatorie. Distanti tra loro e dal Palermo. Paradossi di routine. La trasferta si conclude alle due del pomeriggio quando gli operati tornano in corsia. Stanno bene. Ma restano le mille incongruenze. Come quella denunciata dai medici: "La sera, l’ assistenza è affidata a un solo medico. Per di più, pneumologo. Che con la chirurgia ha nulla a che vedere". E se c’ è una complicanza? "Via, di nuovo nell’Emergenza".

Al momento la lista d’ attesa (un anno) è di 300 pazienti, di cui un centinaio in attesa di intervento. "A maggio abbiamo depositato un esposto alla Procura della Repubblica perché si indaghi sulle condizioni sanitarie di Poggioreale, Secondigliano, Pozzuoli e dell’Opg", osserva Riccardo Polidoro, avvocato penalista e presidente dell’associazione "Il carcere possibile". "Qualche mese fa un altro episodio. Riguardava un detenuto: dichiarato a maggio incompatibile col regime carcerario perché bisognoso di un intervento urgente, venne ricoverato solo a settembre. Con gravi ripercussioni sulla sua salute. Ovvia la denuncia dei parenti. Avevano ragione".

Rovigo: relazione Garante dei detenuti al Consiglio comunale

 

Ristretti Orizzonti, 16 gennaio 2010

 

Livio Ferrari ha fatto recapitare ieri, nel corso del Consiglio comunale, la sua prima relazione sull’attività svolta da ottobre 2008 a novembre 2009 quale garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Rovigo. Questa è la prima relazione al Sindaco, alla Giunta e al Consiglio Comunale di Rovigo, nel rispetto di quanto previsto dal Regolamento di istituzione del Garante, e assume anche il carattere di una sorta di bilancio di una esperienza che ha visto Rovigo all’avanguardia tra le città venete nell’istituzione di una figura di garanzia per le persone private della libertà personale.

Il problema più grave del carcere di Rovigo - evidenziato da Ferrari - resta quello del sovraffollamento, con tutto quello che si correla a questa situazione. Mediamente la popolazione detenuta ammonta a 130/140 persone, delle quali 100-110 uomini e 25-35 donne, suddivisi nella maniera seguente: in attesa di giudizio: 38%; condannati in attesa di appello: 16%; definitivi condannati: 46%. Il 62% della popolazione detenuta maschile e l’80% di quella femminile, è costituita da persone straniere in maggioranza extracomunitari, spesso privi di titolo di soggiorno e di punti di riferimento nell’area rodigina, per i quali formalmente è possibile l’accesso alle misure alternative, ma che comunque a fine pena sono soggetti all’espulsione.

Le segnalazioni arrivate all’Ufficio del Garante nel corso del periodo oggetto della relazione, per lettera scritta o per e-mail, da parte di detenuti o familiari di essi, sono state attorno al centinaio. I problemi più ricorrenti riguardano lo stato di salute, la concessione o il diniego di misure alternative o di permessi e i trasferimenti.

Entrando nel merito della tipologia degli interventi sollecitati dalle persone detenute la gran parte delle segnalazioni concernono la paura di veder peggiorare la propria salute, già compromessa in modo conclamato, ovvero di non poter contare su una tempestiva diagnosi e cura di una patologia al momento della segnalazione ancora sintomatica ovvero di recente diagnosticata.

Per la risoluzione positiva di alcuni casi, è stato decisivo l’intervento del Garante nei confronti degli operatori sanitari dell’Asl 18 di Rovigo presenti nel carcere cittadino. Per altri casi è stato interessato il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il Provveditorato Triveneto dell’Amministrazione Penitenziaria, l’Ufficio per l’Esecuzione Penale Esterna di Padova e la direzione della Casa Circondariale. L’azione del Garante si sviluppa spesso in una funzione di mediazione nel difficile rapporto tra il detenuto e gli operatori istituzionali.

Pescara: San Valentino; carcere ultimato nel 1994, mai usato

 

Il Tempo, 16 gennaio 2010

 

In sedici anni non è mai passato nessuno per la prigione di questo paese di origine medioevale che sorge su un colle a 457 metri sul livello del mare, sul versante meridionale della Vallata del Pescara. Il penitenziario, ultimato nel 1994, non è stato mai aperto. Costato la bellezza di tre miliardi delle vecchie lire, funge oggi da rifugio per i cani randagi e da terreno da pascolo per mucche e pecore della zona.

Un esempio lampante di spreco di danaro pubblico, ancora più scandaloso oggi che le carceri scoppiano per l"eccessivo numero di detenuti. "La nostra struttura non è stata mai aperta perché, quando venne ultimata, era stata decisa nel frattempo l’abolizione delle carceri mandamentali che disponevano di livelli di sicurezza limitati" spiega Angelo D’Ottavio, sindaco di San Valentino e assessore della Giunta provinciale di centrodestra. Più che un carcere - dice il primo cittadino - sembra una chiesa: l’edificio, di circa mille metri quadrati distribuiti su due piani, "non è nemmeno brutto".

Sorge tra l"ospedale e il cimitero, dispone di sale grandi e anche di due piccoli appartamenti destinati in origine agli agenti di custodia. L’area circostante con il tempo era diventata una savana, tra erbacce e alti arbusti. Il sindaco ha dovuto tempestare di telefonate il dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria per ottenere la bonifica della zona, che confina con un"area verde attrezzata dove giocano i bambini. "Alla fine di siamo messi d’accordo, e alla pulizia abbiamo provveduto noi". La gente di San Valentino i detenuti qui non ce li vuole ed è certa che, dopo sedici anni, oramai non arriveranno più, anche se in Abruzzo le carceri scoppiano. "Adeguare la struttura agli standard di sicurezza attuali costerebbe di più che costruirne una ex novo" afferma D’Ottavio.

Lui un’idea ce l’ha per non lasciare inutilizzato il carcere-fantasma. "Siccome i penitenziari dismessi sono passati allo Stato, il nostro Comune ha chiesto al ministero di ottenere la disponibilità del complesso. Vorremmo farne un centro sociale, abbiamo diverse ipotesi allo studio - racconta il primo cittadino. Per carità, nessuna cattedrale nel deserto realizzata con risorse pubbliche: faremo un’attenta valutazione dei costi e dei benefici. Si potrebbe ad esempio creare un laboratorio di artigianato artistico locale, visto che qui in paese operano diversi scalpellini che lavorano la pietra bianca della Majella. Oltre tutto dal vicino cimitero la richiesta di lapidi non manca mai".

Pisa: 500mila euro per il Centro clinico del carcere Don Bosco

 

Il Tirreno, 16 gennaio 2010

 

Un carcere che esplode e non solo per il numero dei detenuti, ma per i tanti problemi che la detenzione comporta. Quasi 200 reclusi in più di quello che la struttura potrebbe contenere, il 70% dei quali stranieri (tanti africani, ma anche albanesi, rumeni e polacchi), un quarto dei quali tossicodipendenti, il 2,5% malati di Aids.

Sono solo alcuni dei dati che il dottor Francesco Ceraudo, direttore del centro clinico del Don Bosco, ha fornito al convegno di medicina penitenziaria che si è tenuto Firenze. A guardare i dati elaborati da Ceraudo per il 2009, non soltanto per Pisa, ma anche per le altre 18 carceri toscane, sembra di trovarsi di fronte ad un bollettino di guerra: un sovraffollamento che supera a volte il 100%, suicidi, tentativi di suicidi, atti di autolesionismo, inalazioni di gas, incendi, aggressioni, abusi di terapie.

"Pisa - spiega Ceraudo - dal 1º gennaio al 31 dicembre nel 2009 ha registrato 385 detenuti, 165 in più della capienza (che è di 220 persone), a gennaio è arrivata a 397, a novembre scorso, quando abbiamo dovuto mettere materassi perfino nelle aule scolastiche, ha toccato la quota record di 420. Dei 385 ospiti del 2009, 260 sono stranieri, 102 tossicodipendenti, 15 positivi all’Hiv, 3 con la tbc attiva.

Il Don Bosco ha registrato un suicidio sui nove avvenuti in regione: gli altri sono stati uno al Gozzini, due alle Sughere, uno a Prato e tre a Firenze più uno all’Iom (migranti)". Ora per l’emergenza carcere, dopo i 4.500 materassi (più un kit per l’igiene personale) arrivati dalla Regione prima di Natale (costati 600mila euro), una delibera della giunta regionale ha messo a disposizione delle Asl competenti per territorio 3 milioni e mezzo di euro per potenziare nei 19 istituti toscani i servizi di guarda medica, psichiatrici e infermieristici e rinnovare le apparecchiature: a Pisa, nel cui centro clinico opera l’unica sala operatoria rimasta aperta in Italia, sono toccati 500mila euro circa. "Uno sforzo eccezionale, unico sul territorio nazionale - conclude Ceraudo - grazie alla sensibilità dell’assessore Rossi, che ha sempre creduto ai principi ispiratori della riforma".

Milano: Ipm Beccaria; Nas hanno sequestrato 180kg di carne

 

Apcom, 16 gennaio 2010

 

Centottanta chilogrammi di carne (soprattutto bovina e pollame) sono stati sequestrati all’Istituto penale per minorenni Cesare Beccaria di Milano dai carabinieri del Nas al termine di un’ispezione iniziata intorno alle 9.30 di questa mattina e conclusa intorno alle 17. La carne era destinata alla mensa che quotidianamente serve i giovani detenuti e chi lavora nella struttura. Centosettanta chili sono stati sequestrati perché "in stato di alterazione a causa del loro cattivo stato di conservazione" e altri dieci "per problemi di etichettatura", in pratica l’assenza di tracciabilità del prodotto come previsto dalla legge.

Ora i carabinieri, intervenuti insieme ai tecnici del Dipartimento veterinario della Asl Milano su richiesta della direzione del Beccaria, stanno valutando le responsabilità delle ditte esterne coinvolte (una piemontese, l’altra emiliana): quella che gestisce la mensa o l’azienda che fornisce la carne per comminare le sanzioni amministrative relative "alla gestione non corretta dell’attività di mensa e ristorazione".

La questione della mensa era diventata spinosa al Beccaria dopo una serie di proteste dei detenuti e del personale che lavora nell’istituto che in più di un’occasione avevano rifiutato il cibo lamentando scarsa qualità. Così il direttore del carcere, Sandro Marilotti, ha richiesto l’intervento della Asl che, nelle prossime settimane, continuerà a monitorare la situazione igienico-alimentare all’interno dell’istituto.

Cremona: danneggiamenti alla cella per non essere scarcerato

 

Ansa, 16 gennaio 2010

 

Mancavano quattro giorni alla sua scarcerazione, ma l’idea di tornare in libertà lo spaventava, perché fuori non sapeva dove andare. Non aveva né casa né una famiglia che lo aspettasse. Pur di restare dietro le sbarre, ha allagato la cella della prigione di Cremona e minacciato con un’asta due agenti della polizia penitenziaria. Oggi è stato condannato a otto mesi di reclusione.

Il fatto accadde cinque anni fa. Natale D’Ambrosio, barese di 43 anni, con condanne alle spalle per furti, danneggiamenti, lesioni, resistenza a pubblico ufficiale, estorsioni e recidive, ora detenuto nel carcere di Vigevano (Pavia) il 31 maggio 2005 voleva restare in carcere. Alle quattro del pomeriggio prese lenzuola e cuscino e otturò il lavandino, aprì il rubinetto e allagò la sua cella , la numero undici, in infermeria. La mise sotto sopra, urlò, minacciò uno sciopero della fame. L’agente che ieri ha testimoniato in aula chiamò un ispettore e un collega, in infermeria arrivò anche il medico che parlò con il detenuto.

Il dottore disse che D’Ambrosio era da guardare a vista. Gli fu cambiata la cella, ma diede ancora in escandescenze e minacciò gli agenti. "Brandiva verso di noi l’asta per impedirci di entrare e per ferirci. Diceva che voleva stare da solo, che voleva farsi del male", ha riferito un agente. D’Ambrosio fu portato in una cella della sezione Nuovi giunti e si calmò: aveva paura della imminente scarcerazione, prevista per il 4 giugno successivo, "perché fuori non aveva punti di riferimento", ha spiegato il suo difensore Alessia Vismarra. Per D’Ambrosio, la vera condanna era tornare in libertà.

Milano: 8 detenuti dell'Ipm Beccaria selezionati per maratona

 

Ansa, 16 gennaio 2010

 

Otto detenuti nel carcere minorile Beccaria sono stati selezionati per partecipare alla Maratona di Milano in programma per il prossimo 11 aprile. L’iniziativa è stata presa dalla direzione dell’istituto di pena, in collaborazione con la fondazione Laureus, una Onlus impegnata a risolvere le situazioni di disagio giovanile anche attraverso l’attività sportiva. Come ha spiegato il direttore del carcere, Sandro Marilotti, i ragazzi selezionati sono stati individuati tra coloro che già praticano sport all’interno della struttura: verranno preparati per almeno un’ora al giorno da tre o quattro allenatori volontari, messi a disposizione dalla fondazione, per affrontare la corsa maratona di primavera, ormai arrivata alla decima edizione. I ragazzi che supereranno la selezione, si prevede quattro o cinque, riceveranno un permesso premio per partecipare alla gara podistica. L’iniziativa verrà presentata nei dettagli in una conferenza stampa che si terrà lunedì prossimo all’interno del Beccaria e alla quale è prevista anche la partecipazione dei giovani atleti.

Haiti: dopo il terremoto migliaia di detenuti evasi dalle carceri

 

Ansa, 16 gennaio 2010

 

Quasi 6.000 detenuti sono evasi dalle prigioni haitiane, parzialmente distrutte e lasciate senza sorveglianza. Dei 6.000 evasi, 4.000 erano detenuti nel carcere di Port-au-Prince e di questi molti erano stati condannati all’ergastolo. La mancanza di sicurezza è una delle principali fonti di preoccupazione dei team internazionali, oltre che degli abitanti di Port-au-Prince, vittime di saccheggi a quattro giorni dal terremoto che ha sconvolto l’isola.

Il sisma ha lasciato intatto l’enorme portone di ferro blu del carcere, ma ha raso al suolo il blocco di edifici che ospitava le celle: dei 4.000 detenuti, quelli che sono sopravvissuti si sono dati alla macchia. "Tutti i criminali della città adesso sono in giro nelle strade", è stata la conferma di un poliziotto nei pressi del carcere.

"Derubano le persone ed è un dramma".

Brasile: battaglia in carcere tra bande rivali 3 i detenuti morti

 

Ansa, 16 gennaio 2010

 

Almeno tre detenuti sono morti dopo una battaglia di ore tra bande rivali in un carcere di uno stato del sud del Brasile. Lo ha annunciato il governatore dello stato di Paranà, Roberto Requiao. Immagini televisive hanno mostrato i carcerati sul tetto di camera di sicurezza a Curitiba prendere a calci un uomo e aggredirne altre con dei bastoni. Requiao ha parlato di tre morti, mentre la polizia ha riferito di molteplici vittime senza addentrarsi in un bilancio. Un portavoce del penitenziario ha riferito che la rivolta si è conclusa dopo che le autorità hanno accettato di trasferire alcuni detenuti in altre camere di sicurezza. Il carcere può ospitare 1.500 prigionieri, ma non è chiaro se fosse sovraffollato. La maggior parte delle prigioni brasiliani sono al limite della capienza e controllate dalle bande.

 

 

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