Rassegna stampa 29 luglio

 

Giustizia: detenuti a "quota" 64 mila, condizione inaccettabile

 

Redattore Sociale - Dire, 29 luglio 2009

 

A Roma un incontro promosso da operatori, avvocatura penale, polizia penitenziaria, funzionari e volontari. D’Errico (Ucpi): "In questo momento il carcere è solo brutalità. Colpa di Governo, della politica e della magistratura".

Ha sfondato quota 64 mila il numero dei detenuti nelle carceri italiane. Circa 100 ogni 100 mila persone. Una cifra record, la più alta del dopoguerra, in strutture che non potrebbero contenere più di 43 mila persone, andando pesino oltre la cosiddetta "capienza tollerabile".

"Una tragedia enorme, una condizione inaccettabile che nega i diritti dei detenuti e degli agenti di custodia", secondo gli operatori del mondo del carcere, avvocatura penale, polizia penitenziaria, funzionari e associazioni di volontari, che per la prima volta si sono uniti per lanciare un grido di allarme corale sull’emergenza carcere, con una conferenza stampa comune tenuta a Palazzo Grazioli.

"In questo momento il carcere è solo pena e brutalità, è una situazione ingovernata - denuncia Roberto D’Errico, responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Unione camere penali italiane (Ucpi) - la politica giudiziaria del Governo si riassume con tolleranza zero, tutti in carcere, l’opposizione è silenziosa e complice e la magistratura si adegua al contesto".

Andando di questo passo, denunciano i sindacati di polizia penitenziaria, si arriverà a 70 mila detenuti entro fine anno. Secondo l’associazione Antigone il numero salirà ancora a 100 mila entro il 2012. A fronte di questa situazione, la polizia penitenziaria vive una carenza di organico ormai cronica.

L’Unione Camere Penali Italiane, che ha organizzato l’iniziativa unitaria, vede come uniche soluzioni possibili l’adozioni delle misure cautelari fuori dal carcere e le pene alternative, nell’attesa che vengano costruiti nuovi istituti. Su questo aspetto è corale anche un’altra critica al governo, espressa innanzitutto da D’Errico, che afferma: "Contrastiamo la linea del governo che tende ad affrontare i problemi della sicurezza e dell’immigrazione con la repressione. Si utilizza la misura cautelare in modo prevalente e c’è un calo drastico delle misure alternative o intermedie, come gli arresti domiciliari. Questo si vede dal fatto che la metà dei detenuti è in attesa di processo".

Un messaggio lanciato alla politica e alla magistratura, in un momento delicato: "Con il decreto sicurezza - continua D’Errico - si introducono nuovi reati, il carcere obbligatorio e processi per direttissima. Inoltre c’è un enorme ventaglio di reati che prevede il rientro in carcere anche solo per una settimana per soggetti già inseriti nella società civile".

Dito puntato anche all’indirizzo della magistratura, corresponsabile dello stato di fatto secondo Ucpi. "I giudici si sollevano contro le scelte del governo solo quando queste toccano gli interessi corporativi della magistratura - dice D’Errico - mentre applicano senza critica e automaticamente ciò che gli viene proposto sull’imposizione delle misure cautelari in carcere. I giudici dovrebbero invece recuperare autonomia all’interno dei processi in Tribunale".

L’Unione Camere Penali Italiane è un’associazione volontaria senza scopo di lucro, a cui aderiscono circa 9 mila avvocati penalisti e 123 camere penali su tutto il territorio nazionale.

Giustizia: sovraffollamento; la condanna di Strasburgo è giusta

di Domenico Pasquariello (Magistrato e Segretario di M.D. per l’Emilia Romagna)

 

Il Riformista, 29 luglio 2009

 

Per sovraffollamento e degrado delle strutture, gran parte dei ristretti potrebbe ricorrere al giudice europeo. Se non l’etica e l’umanità, sarà la convenienza economica a ricondurci a trattamenti carcerari rispettosi dei diritti della persona?

La Corte Europea di Strasburgo ha condannato l’Italia per le condizioni di detenzione del cittadino bosniaco Izet Sulejmanovic, avvenute con "trattamenti inumani o degradanti" vietati dall’art. 3 della Convenzione per i Diritti dell’Uomo. Nel 2003 Sulejmanovic era stato ristretto a Rebibbia in una cella di 16,20 mq con altri 5 detenuti, in uno spazio disponibile quindi di mq 2,70 a testa.

Nella sentenza del 16 luglio 2009, ancora non definitiva, la Corte ricorda che l’art. 3 della Convenzione consacra uno dei valori fondamentali delle società democratiche, e che il Comitato europeo per la prevenzione delle torture e dei trattamenti inumani o degradanti ha indicato in 7 mq lo spazio minimo per detenuto in celle singole, ed in mq 4 in celle collettive, nonché in 8 ore e mezzo il periodo minimo giornaliero da passare fuori cella.

All’epoca dei fatti a Rebibbia, che ha una capienza di 1.188 detenuti, erano ristretti in 1.560.

Ora le cose non vanno certo meglio, né a Rebibbia, né altrove. Prima di tutto la vetustà delle strutture, il 20% delle quali costruite tra il 1200 ed il 1500, ed il 60% tra il 1600 ed il 1800, secondo i dati ministeriali.

E poi, prendendo qua e là nell’arcipelago affollato e bollente delle carceri italiane si scopre che a Bolzano in 10 mq vivono 12 detenuti, a Brescia 6 in 8 mq, all’Ucciardone 16 in 16 mq, e più o meno così si "sta" a S. Vittore, ad Arezzo, a Poggioreale, a Catanzaro, a Viterbo (la "pattumiera", così definita dagli stessi operatori). In molte carceri i detenuti dormono su letti a castello a quattro piani o per terra, ed anche sottoterra come a Favignana.

A Trieste è stato istituito il registro dei materassi, allo scopo, che non merita ironia, di "rumare" il posto per terra. A Bologna, dove invece di 482 detenuti ce ne stanno 1.200, è emergenza sanitaria: celle di 9 mq con 4 detenuti, con l’infermeria di fatto trasformata in reparto al triplo della capienza.

Dietro queste cifre vi è la quotidianità di trattamenti inumani e degradanti: stare in 16 in 16 mq significa non avere spazio per nulla, per muoversi o per stare tutti in piedi contemporaneamente, o per una decente riservatezza, nel caldo afoso di questi giorni. Significa meno possibilità anche di accesso a docce, spazi comuni, socialità, colloqui, ora d’aria, già comunque ridotti nel periodo estivo per le ferie del personale penitenziario.

Significa aumento dell’autolesionismo e dei suicidi; nel 2009 il "trend" è di 76 suicidi, triste record. Nel 2008 erano stati 42, e 45 nel 2007. Se davvero l’indulto del 2005 fu determinato dal sovraffollamento carcerario, e non da altro, oggi è ancor peggio. Il tasso di sovraffollamento è il più alto dal 1946 e le scelte di politica criminale portano ad un aumento delle detenzioni.

Il piano ministeriale per l’edilizia carceraria riconosce l’inadeguatezza delle strutture all’Ordinamento penitenziario; prevede 46 nuovi padiglioni da realizzarsi in ampliamento agli esistenti, ma non spiega come questi ampliamenti non possano sacrificare gli spazi comuni per la socialità ed il lavoro. Oggi i detenuti sono quasi 64.000, mentre la capienza degli istituti è di 43.327; le celle "a norma" sono 4.763 su 28.828.

La gran parte dei detenuti è quindi nelle condizioni per ricorrere alla Corte Europea per ottenere indennizzo, "satisfaction équitable", salva ulteriore prova medica di danno alla salute, dallo Stato Italiano.

Chiunque di noi si ribella all’idea della tortura; ebbene le condizioni diffuse di vita carceraria italiana ne sono una forma, "involontaria" ma consapevole, e chiunque svolga il proprio ruolo con funzioni di giustizia - se non ogni cittadino - ne deve prendere atto con senso di sconfitta e volontà di denuncia.

Giustizia: Consulta Pdl; "direttissime" nel carcere e uso esercito

 

Adnkronos, 29 luglio 2009

 

Si è riunita la Consulta Giustizia Pdl per discutere sull’affollamento degli istituti di pena, dove sono attualmente recluse circa 65 mila persone a fronte di una capienza massima di 56 mila. A darne notizia è lo stesso organismo del Pdl, rilevando che la previsione per la fine del 2009 è di circa 70 mila detenuti. Il personale della Polizia penitenziaria, di contro, consta di circa 45 mila unità sufficienti a garantire la sorveglianza di 55 mila reclusi.

Esaminata ed approvata la relazione di Luigi Vitali, responsabile del settore, la Consulta ha deciso di supportare le iniziative del governo, proponendo i seguenti interventi-tampone:

1) Utilizzo temporaneo delle Forze Armate per compiti di vigilanza esterna alle carceri. Tale misura, richiesta, peraltro, da tutte le sigle sindacali della polizia penitenziaria, farebbe recuperare un cospicuo numero di poliziotti, da utilizzare all’interno degli istituti, consentendo, altresì, un ragionevole turn-over di fruizione delle ferie;

2) Avvio di una razionalizzazione del personale della polizia penitenziaria, recuperandolo, ad esempio, dal dipartimento e da altri uffici (dove risultano assegnate in maniera sproporzionata circa 1.800 unità);

3) Celebrazione all’interno delle carceri, per un periodo congruo, delle udienze "direttissime" (ove vi siano strutture idonee a garantire la pubblicità delle udienze) e di convalida degli arresti. Si eviterebbe, così, l’eccezionale impiego di personale per le traduzioni;

4) Adibire, in attesa di realizzare nuove carceri, talune caserme dismesse, predisponendole per ospitare reclusi non pericolosi;

5) Utilizzo, d’intesa con il Ministero dell’Interno, dei Centri di accoglienza per extracomunitari già attrezzati per forme di limitazione della libertà, trasferendo gli immigrati reclusi nelle tante ex case mandamentali, il cui uso è antieconomico per l’amministrazione penitenziaria;

6) Valutazione di un programma di assunzione di nuovo personale, previa rideterminazione delle piante organiche, in rapporto alle risorse reperibili;

7) Compatibilmente a tali risorse, individuare riconoscimenti economici e giuridici a favore del personale operante all’interno delle carceri;

8) Accelerazione delle procedure necessarie, per far sì che la pena venga espiata nei Paesi di provenienza dei reclusi, prevedendo, d’intesa e con i fondi della comunità europea, la costruzione in loco delle carceri. "A questi primi interventi-tampone - si legge nel comunicato - secondo la Consulta Giustizia devono corrispondere adeguati interventi legislativi sulle pene alternative, quali, ad esempio, l’istituto della messa alla prova o la condanna ai lavori socialmente utili".

Giustizia: Ucpi; più pene alternative e meno custodia cautelare

 

Ansa, 29 luglio 2009

 

Applicare "in modo adeguato" la misura della custodia cautelare e riaprire il dibattito sulle pene alternative, perché nelle carceri italiane si "è superato ogni record" di sovraffollamento, con la presenza di 64 mila detenuti, quando i posti regolamentari sono 43 mila. È l’invito che l’Unione delle Camere penali - con l’Associazione dei dirigenti dell’amministrazione penitenziaria (Andap), il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe), Antigone e Garante dei diritti dei detenuti del Lazio - ha rivolto alla politica annunciando l’istituzione in autunno di "un osservatorio, per il confronto permanente tra associazioni e sindacati".

"La situazione nelle carceri italiane - ha osservato il responsabile dell’osservatorio carcere dell’Ucpi, Roberto D’Errico in una conferenza stampa a Palazzo Grazioli - è drammatica, difficilissima, non governata dalla nostra politica. L’opposizione è silenziosa e per certi versi complice e la magistratura si adagia. Dobbiamo protestare". Entro fine anno, ha aggiunto il segretario generale del Sappe, Donato Capece, "i detenuti arriveranno a quota 70 mila, mentre gli agenti di polizia penitenziaria sono sotto di 5.500 unità".

A fronte di questa "drammatica" situazione, Carmelo Cantone, presidente dell’Andap, ha chiesto un’inversione di rotta: "Tutti i livelli devono dare una virata". Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha definito un "bluff" il piano di edilizia carceraria del Governo: "Finché non ci sarà spazio a sufficienza nelle carceri, bisognerà creare delle liste d’attesa per la detenzione". La senatrice radicale Rita Bernardini si è chiesta come mai il piano carceri non sia mai stato presentato al Consiglio dei Ministri ("forse perché è impresentabile?") e ha annunciato che il 14, 15 e 16 agosto 50 deputati e senatori visiteranno alcuni istituti di pena, "anche nei luoghi di villeggiatura, perché è fondamentale che chi è chiamato a votare si renda conto di cosa è un carcere".

Giustizia: Sappe; gli stranieri scontino la pena in Paesi di origine

 

Redattore Sociale - Dire, 29 luglio 2009

 

Capece: "Occorre incrementare le espulsioni dei detenuti stranieri. Il Governo Berlusconi definisca presto le trattative con i Paesi di origine. Ciò metterà freno all’emergenza e sarà un buon affare per le casse dello Stato".

"Si deve incrementare il grado di attuazione della norma che prevede l’applicazione della misura alternativa dell’espulsione per i detenuti stranieri i quali debbano scontare una pena, anche residua, inferiore ai due anni; potere che la legge affida alla magistratura di sorveglianza". Così Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), che ha commentato i dati sul boom di detenuti stranieri nelle carceri italiane.

Numeri "incontrovertibili", dice Capece. "Oggi abbiamo in Italia 64 mila detenuti - continua: ben 23.473 (il 36,9% del totale) sono stranieri, con una palese accentuazione delle criticità con cui quotidianamente devono confrontarsi le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria. Si pensi, ad esempio, agli atti di autolesionismo in carcere, che hanno spesso la forma di gesti plateali, distinguibili dai tentativi di suicidio in quanto le modalità di esecuzione permettono ragionevolmente di escludere la reale determinazione di porre fine alla propria vita. Le motivazioni messe in evidenza sono varie: esasperazione, disagio (che si acuisce in condizioni di sovraffollamento), impatto con la natura dura e spesso violenta del carcere, insofferenza per le lentezze burocratiche, convinzione che i propri diritti non siano rispettati, voglia di uscire anche per pochi giorni, anche solo per ricevere delle cure mediche. Ecco queste situazioni di disagio si accentuano per gli immigrati, che per diversi problemi legati alla lingua e all’adattamento pongono in essere gesti dimostrativi". Sempre riguardo ai detenuti stranieri, il Sappe ricorda che sono più islamici che cattolici. In generale, per il 57% sono imputati, per il 42% condannati.

Il Sappe chiede dunque al Governo Berlusconi di "recuperare il tempo perso su questa significativa criticità penitenziaria e di avviare le trattative con i Paesi esteri da cui provengono i detenuti - a partire da Romania, Tunisia, Marocco, Algeria, Albania, Nigeria - affinché scontino la pena nei Paesi d’origine".

Per il Sindacato autonomo polizia penitenziaria "è fondamentale trovare accordi affinché gli stranieri scontino la pena nei Paesi d’origine. Questo, oltre a mettere un freno ad una grave emergenza, potrebbe rivelarsi un buon affare anche per le casse dello Stato, con risparmi di centinaia di milioni di euro, nonché per la sicurezza dei cittadini. Un detenuto - ricorda Capece - costa infatti in media oltre 250 euro al giorno allo Stato italiano".

Giustizia: rimpatrio detenuti stranieri? le intese non funzionano

di Vincenzo Spagnolo

 

Avvenire, 29 luglio 2009

 

Esistono diversi ostacoli di tipo normativo e burocratico per applicare i protocolli sottoscritti dal nostro governo, in particolare con Romania e Albania.

Nei penitenziari italiani ci sono più di 23mila carcerati che potrebbero scontare la pena residua nel proprio Paese d’origine, a patto però che la condanna sia definitiva. Oltre agli accordi con Romania e Albania, allo studio analoghe intese con altri Stati che annoverano presenze cospicue negli istituti italiani, come Marocco (5.085 persone) e Tunisia (3.046).

Una soluzione per alleggerire l’attuale popolazione carceraria? Permettere che una corposa quota di stranieri condannati in Italia sconti la pena in istituti del proprio Paese, per stare più vicino ai familiari e potersi poi reinserire nel proprio tessuto sociale. È una delle ipotesi cui sta lavorando il ministero della Giustizia, secondo quanto annunciato ieri ad Avvenire dal sottosegretario Elisabetta Casellati.

E in effetti, lo strumento giuridico per farlo esiste: si chiama "Accordo bilaterale per il trasferimento delle persone condannate". In pratica, è un patto fra due Paesi ai fini dell’esecuzione di condanne definitive (in aggiunta alla Convenzione sul trasferimento delle persone condannate, sottoscritta a Strasburgo il 21 marzo 1983). Secondo quanto riporta il sito web del ministero di Giustizia, di accordi simili l’Italia ne ha siglati sei: i più recenti nel 2003 con la Romania e nel 2002 con l’Albania. Poi ci sono Cuba (1998), Hong Kong (1999), Perù ( 1994) e Thailandia (1994).

In concreto, come funzionano? Abbiamo preso in esame i due più recenti, con Tirana e Bucarest, significativi in quanto la popolazione carceraria in Italia annovera quasi 6mila detenuti di quelle nazionalità (2.811 albanesi e 2.923 romeni). L’accordo con l’Albania esiste da sette anni, eppure finora i detenuti trasferiti nel Paese delle aquile sono stati, spiega sconsolata una fonte del Ministero, "meno di una cinquantina". E in Romania? "Meno delle dita di una mano". Insomma, gli accordi esistono, ma a un certo punto, per vari motivi, si sono intoppati.

Il primo nodo è che gli accordi non si possano applicare a tutti indiscriminatamente. Possono essere trasferiti solo i detenuti soggetti a condanna definitiva. Visto che su 23.530 stranieri, il 58% é in custodia cautelare, la cifra si dimezza. Il secondo intoppo è che l’accordo con la Romania è stato siglato nel 2003, quando quel Paese non era nell’Unione europea. Successivamente è stato assoggettato anch’esso alle norme che regolano lo status dei 27 Paesi Ue, anche quelle inerenti all’espiazione della pena, che prevedono che sia il condannato a dare il proprio assenso circa un’eventuale detenzione nel suo Paese.

E ovviamente, spiega la fonte del Ministero, "molti romeni sanno che, pur con le situazioni precarie che conosciamo, nelle carceri italiane si sta mediamente meglio che in quelle romene". A complicare la situazione, poi, ci sarebbe messa anche la burocrazia di Bucarest, la quale ogni volta che si profila una situazione di ipotetico trasferimento, compie meticolosi accertamenti, volti a verificare oltre ogni ragionevole dubbio che, ad esempio, il condannato sia veramente romeno.

I detenuti albanesi invece potrebbero essere trasferiti anche senza il proprio assenso. Ma lì, chiarisce ancora la fonte, l’intoppo esiste di fatto: quando nel 2002 l’allora Guardasigilli Castelli stipulò il patto, le autorità albanesi pretesero che l’Italia contribuisse con un lauto finanziamento (si disse 2 milioni di euro, ma sarebbero stati almeno 8) all’edificazione di un penitenziario. Il carcere fu costruito ma venne riempito coi soli detenuti già presenti in Albania. Ora, per resuscitare l’accordo, starebbero di nuovo invocando aiuto.

Questioni che il ministro della Giustizia, Angelino Alfano e quello dell’Interno, Roberto Maroni, conoscono bene. Per questo, nell’ultimo anno, si sono recati di persona, o hanno inviato propri rappresentanti, a Bucarest e a Tirana. L’intento è ottenere il funzionamento degli accordi, rendendo più fluide le reciproche relazioni diplomatiche. Inoltre, alcuni sherpa starebbero studiando soluzioni analoghe con altri Paesi, che pure annoverano cospicue presenze nelle carceri italiane, come il Marocco (5.085) e la Tunisia (3.046).

Prospettive di lavoro concrete, ma sulle quali nessuno si sbilancia: "Dico solo che siamo ottimisti e stiamo lavorando strenuamente affinché gli accordi funzionino presto", concede il titolare dell’Ufficio per il coordinamento delle attività internazionali (Ucai) del ministero di Giustizia, il magistrato Stefano Dambruoso.

Giustizia: Treu; investire sul lavoro, per "abbattere" la recidiva

di Ilaria Sesana

 

Avvenire, 29 luglio 2009

 

Uno degli aspetti su cui insiste con più forza è "la necessità di svolgere un’attività lavorativa seria all’interno delle carceri. Che favorisca un’effettiva riqualificazione delle persone detenute". Emergenza carceri e lavoro. Per Tiziano Treu, Presidente della Commissione parlamentare Lavoro e membro dell’intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, una delle possibili soluzioni per affrontare l’emergenza carcere è puntare sulla qualificazione professionale. Un investimento sicuro, dal momento che permette di abbassare notevolmente la recidiva: chi esce di prigione e ha imparato un mestiere, infatti, più difficilmente tornerà a delinquere.

 

Quali sono le attività che si possono svolgere in carcere?

Penso ad alcune esperienze, come quelle di Opera o di Padova. Qui i detenuti fanno un vero lavoro, acquisiscono una professionalità grazie all’assistenza di figure qualificate. Ben diverso dalle attività che solitamente si svolgono negli istituti di pena, come spazzare le scale o distribuire il vitto. Quello non è lavoro, nel migliore dei casi è un modo per passare il tempo.

 

Come replicare queste esperienze?

All’interno dell’intergruppo sussidiarietà abbiamo presentato un disegno di legge bipartisan che mira a rendere più facile la diffusione di queste esperienze virtuose in altre carceri. Lavorare all’interno di un istituto di pena infatti non è semplice, bisogna superare tanti ostacoli.

 

Quali agevolazioni prevede il ddl?

Innanzitutto contributi a cooperative, imprese private o enti pubblici che vogliono lavorare in carcere. Ad esempio attraverso una significativa riduzione delle imposte o dei contributi. Poi agevolare l’accesso nelle carceri di chi vuole impiantare un laboratorio.

 

Quanto incide il sovraffollamento sulla possibilità di lavorare in carcere?

Le attività di cui stiamo parlando necessitano di spazi appositi, laboratori o mini reparti. Che sono più difficili da reperire all’interno di strutture sovraffollate.

 

Quali altri provvedimenti si possono adottare per ridurre l’affollamento?

Da una parte bisogna creare altri spazi, se necessario, e ridurre le permanenze indebite per la lunghezza dei processi. Ci sono carceri piene di persone in attesa di giudizio, un fenomeno dovuto a una distorsione del sistema. Risolvere questa situazione sarebbe un atto di giustizia.

Giustizia: Toccafondi; occorre ripensare l’intervento educativo

di Ilaria Sesana

 

Avvenire, 29 luglio 2009

 

"Non è solo un problema di coscienza. Si tratta di vite vissute in maniera non dignitosa: nelle carceri italiane abbiamo visto situazioni non accettabili, ma un nuovo indulto non sarebbe auspicabile per affrontare la situazione". Un no deciso, quello di Gabriele Toccafondi, deputato del Pdl e membro dell’intergruppo parlamentare per la sussidiarietà.

 

Far scontare la pena ai detenuti stranieri nei Paesi d’origine può essere una soluzione?

Si tratta di una proposta che richiede accordi bilaterali con i paesi di provenienza. E servono anche accordi che garantiscano condizioni di vivibilità di queste persone nei Paesi d’origine. Questa proposta, come l’uso del braccialetto elettronico, sono strumenti che aiutano a diminuire l’affollamento. Ma noi pensiamo che se veramente si vuole affrontare la questione, la chiave di volta di ogni intervento non può che essere un intervento educativo.

 

In che modo?

Dando a chi sta in carcere la possibilità di imparare un mestiere, un lavoro vero. Solo in questo modo è possibile abbattere la recidiva e mettere in pratica quello che recita l’articolo 27 della Costituzione: "Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato".

 

Si tratta di un progetto a lungo termine, quindi?

No, affatto. Nel carcere di Padova, ad esempio, opera da diversi anni un consorzio di cooperative: è un modello che già funziona, che ha permesso di abbattere la recidiva dal 90% al 5%. Un’esperienza che è possibile esportare in altre parti d’Italia.

 

Quali benefici comporta l’abbattimento della recidiva?

Oltre all’aspetto educativo, che per noi resta quello prevalente, bisogna tenere in considerazione anche il fattore economico. Per mantenere un detenuto si spendono 300 euro al giorno: ridurre il numero di quanti, dopo aver scontato la pena, ritornano in carcere vuol dire anche ridurre le spese di gestione.

 

Che effetto le ha fatto visitare carcere?

Ci si entra con pregiudizio, ma quando si è lì si conoscono persone che chiedono di poter fare qualcosa di utile e di positivo. Non è così per tutti, ma la maggior parte delle persone vorrebbero migliorare la propria situazione anche in vista del loro fine pena.

Giustizia: ultima vittima innocente sull’altare del proibizionismo

di Patrizio Gonnella (Presidente Associazione Antigone)

 

www.linkontro.info, 29 luglio 2009

 

Un’altra vittima innocente della stupidità proibizionista. Si chiamava Stefano Frapporti, cinquantenne, muratore con una mano persa dopo un brutto incidente sul lavoro. Pare che sia stato fermato dai carabinieri mentre andava in bicicletta. Lo avrebbero perquisito, gli avrebbero trovato dell’hashish. Hashish, non pistole, non mitra, non eroina. Secondo i carabinieri ne aveva in tasca circa un etto. Un etto di spinelli a loro è sembrato troppo. È così arrestato e condotto nel carcere di Rovereto. Dopo poche ore si ammazza. Era stato ubicato nel reparto osservazione.

Pare che Frapporti fosse un consumatore di hashish. Un innocente consumatore di hashish. Si è ammazzato dopo una notte passata in carcere. Ce la potremmo prendere con i carabinieri che hanno applicato una legge ingiusta. Ce la potremmo prendere con l’amministrazione penitenziaria che non ha prestato l’attenzione adeguata che necessitano i nuovi giunti in carcere. Ce la potremmo prendere con il destino.

Invece ce la prendiamo con questo cocciuto e brutto Paese che criminalizza tutti, che criminalizza gli stili di vita e gli status individuali. Ce la prendiamo con chi mette sullo stesso piano consumatori di droghe leggere e spacciatori di droghe pesanti. Ce la prendiamo con chi non ha il coraggio del pragmatismo antiproibizionista. Ce la prendiamo con Gianfranco Fini e Carlo Giovanardi autori di una legge che - visto quanto successo a Rovereto - non esimiamo a definire assassina.

Giustizia: Sappe; non è più tempo delle parole, ora bisogna agire

 

Il Velino, 29 luglio 2009

 

"Valutiamo favorevolmente alcune delle proposte pervenute oggi dalla riunione della Consulta Giustizia Pdl, convocata per discutere sull’affollamento degli Istituti di pena. Resta da capire se questi sono anche gli intendimenti sui quali lavoreranno governo e ministero della Giustizia. Alcune delle proposte emerse oggi dall’organismo del Pdl recepiscono delle indicazioni che il Sappe, rappresenta da molto tempo". Così Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria, il primo e più rappresentativo della categoria, commenta l’esito della riunione dell’organismo del Pdl.

"Penso, ad esempio - aggiunge -, all’impiego temporaneo e straordinario di militari nella sorveglianza esterna dei maggiori penitenziari italiani nelle more dell’assunzione straordinaria di nuovi agenti (gli organici del corpo sono carenti di oltre cinquemila unita), alla necessità che i magistrati si facciano carico, come peraltro previsto dal codice di procedura penale, di venire in carcere a fare le udienze di convalida degli arrestati (permettendo così un notevole risparmio di poliziotti impiegati nei servizi di traduzione presso le aule di giustizia) o, ancora, alla necessità di individuare riconoscimenti economici e giuridici a favore di chi lavora in carcere. Mi domando, però, se queste indicazioni della Consulta Giustizia del Pdl sono anche quelle del ministro della Giustizia Angelino Alfano, esponente autorevole del Pdl, che per noi resta il primo interlocutore istituzionale sulle criticità penitenziari".

In un appello diretto al premier Silvio Berlusconi, Capece aggiunge: "Non è più il tempo delle parole, è il momento di agire concretamente. Abbiamo denunciato pochi giorni fa che sono già undici le Regioni italiane fuori legge che ospitano un numero di persone superiore al limite ‘tollerabilè: Campania , Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Puglia, Sicilia, Toscana, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Veneto. A queste si aggiungono tutte le altre che superano comunque il limite regolamentare. In Emilia Romagna si è raggiunto il 202 per cento della capienza regolamentare, in Trentino Alto Adige e in Valle d’Aosta siamo intorno al 130 per cento della capienza tollerabile. Proprio per denunciare queste gravissime criticità, che rischiano di far implodere da un giorno all’altro il sistema penitenziario e che ricadono principalmente sugli agenti di polizia penitenziaria, il Sappe ha manifestato nelle ultime settimane davanti ai penitenziari di Bologna, Milano e Napoli".

"Peraltro - conclude l’esponente sindacale - il capo dell’Amministrazione penitenziaria Franco Ionta, in carica da un anno, non ha fatto nulla di concreto per risolvere i gravi problemi penitenziari e si è limitato a lanciare slogan sull’edilizia penitenziaria per disinnescare la bomba ad orologeria delle carceri italiane. Si continua a parlare di un piano sull’edilizia di prossima attuazione, ma in realtà ci vorranno anni prima che venga costruito un singolo nuovo carcere e quando anche venissero costruite, allora dovremmo già mettere in cantiere anche un piano di assunzioni nel settore penitenziario con la previsione di concorsi da psicologo, educatore, assistente sociale e soprattutto di polizia penitenziaria".

Giustizia: legge sulla sicurezza, si estende campagna di protesta

 

www.unimondo.org, 29 luglio 2009

 

Si estende il fronte della protesta alla legge recante "Disposizioni in materia di sicurezza pubblica" (il cosiddetto "pacchetto sicurezza") approvato con voto di fiducia dal Parlamento ai primi di luglio che inizierà a entrare in vigore il prossimo 8 agosto.

Tra le numerose norme contestate vi è quella che obbliga gli stranieri irregolarmente presenti in Italia a mostrare il permesso di soggiorno negli atti di stato civile. Sull’argomento è intervenuto ieri Giovanni Daveti, funzionario responsabile alla prefettura di Prato, che in un’intervista a Il Tirreno sostiene che - non essendoci alcuna circolare che spieghi come comportarsi nel dettaglio - dall’8 agosto "avremo neonati che non potranno essere riconosciuti dai genitori, se entrambi clandestini. L’unica via praticabile sembra quella di affidarli ai servizi sociali". "Solo nei primi sei mesi del 2009 a Prato sono nati 412 bambini in questa condizione" - sottolinea Daveri.

"Questo allarme, che proviene da un rappresentante dello stato italiano - ha commentato Raffaele Salinari, presidente di Terre des Hommes Italia - è la prova dei dubbi di incostituzionalità e palese violazione dei diritti umani fondamentali che già avevamo sollevato in sede di approvazione del pacchetto sicurezza".

Per Salinari il rischio è quello di una società divisa ancor più nettamente in due con una parte sommersa costretta a un permanente stato di discriminazione. "L’impossibilità di registrare all’anagrafe i figli degli immigrati irregolarmente presenti sul nostro territorio significa che questi bambini saranno condannati all’invisibilità e che non potranno né andare a scuola né essere curati dalla sanità pubblica. L’alternativa per loro è essere dichiarati figli di nessuno e quindi adottabili, pur avendo dei genitori".

Terre des Hommes ha perciò chiesto al Governo di correggere in fase di attuazione alcune delle ingiustizie più palesi e delle storture più evidenti e chiediamo di aprire sin d’ora un tavolo tecnico con la partecipazione di magistrati ed esponenti del mondo dell’Associazionismo per restituire ai bambini, indipendentemente dal loro status giuridico, il diritto all’identità".

Richieste al Governo sono avanzate anche dalle associazioni che nei mesi scorsi aveva lanciato la campagna "Siamo medici non spie!" per mantenere il "divieto di segnalazione" per gli stranieri privi di permesso di soggiorno che ricevono cure sanitarie. Msf, Asgi, Simm e Oisg chiedono al Governo di introdurre disposizioni che garantiscano la piena applicazione del "divieto di segnalazione" degli stranieri privi di permesso di soggiorno. Le associazioni sollecitano inoltre "le Autorità sanitarie nazionali e regionali, a diramare chiare e tempestive disposizioni volte a confermare che l’accesso alle strutture sanitarie da parte degli stranieri non in regola con le norme sull’ingresso e il soggiorno non può comportare, da parte del personale sanitario, alcun obbligo (ma neanche la facoltà) di denuncia degli stranieri in oggetto se non nei casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano".

Dal mondo cattolico è partito l’appello "Onoriamo i poveri" firmato da oltre 100 religiosi per attuare pratiche di accoglienza, di solidarietà e di disobbedienza pubblica verso le norme contenute nel pacchetto sicurezza. L’appello lanciato dall’associazione Beati i costruttori di pace e ripreso da diversi siti cattolici non intende proporre i religiosi "come oppositori politici", ma "come portatori di una necessità pastorale e civile, dichiarandoci obiettori di coscienza".

Il testo dell’appello, firmato oltre che dai singoli anche dalle Direzioni Generali di alcuni istituti religiosi, afferma che "per chi perde il lavoro a causa della crisi, è lo Stato che induce alla clandestinità, decidendo arbitrariamente l’interruzione della regolarizzazione". "Con i fatti e non solo a parole - ribadiscono i religiosi - ci riconosciamo nella umanità e nella dignità di tutte le persone, che vengono colpite da questa legge iniqua; intendiamo onorare i poveri. Se non lo facessimo negheremmo le nostre persone e la nostra missione e tradiremmo le nostre comunità. Perciò dichiariamo in coscienza la nostra obiezione pubblica. Vale anche per noi bisogna obbedire a Dio, invece che agli uomini".

E numerose associazioni trentine invitano a continuare ad aderire all’appello online "Pacchetto (in)sicurezza? Noi disobbediamo!" che chiede ai referenti politici "sostanziali modifiche alla legge appena approvata", di "non permettere il sorgere di alcuna associazione volontaria per la sicurezza" e "favorire le iniziative di relazione e integrazione"; ai pubblici ufficiali di "praticare la disobbedienza civile non denunciando lo straniero irregolare" e alla cittadinanza di "sostenere tutte le iniziative di accoglienza, solidarietà e tutela dei diritti fondamentali di ogni persona".

Giustizia: non applicare la Legge Gozzini ai "pirati della strada"

di Paola Vuolo

 

Il Messaggero, 29 luglio 2009

 

La notte di sabato scorso Davide Coppa 39 anni, viene travolto e ucciso da un’auto pirata a Torvaianica: in poche ore i carabinieri arrestano il giovane di 23 anni che è scappato dopo l’incidente. E lui crede di giustificarsi dicendo che ha lasciato quel corpo sull’asfalto perché la sua Fiat Marea "è senza assicurazione". Davide Coppa è solo l’ultima vittima della pirateria stradale, di questa che è, "una nuova preoccupazione sociale", così come la definisce il generale Vittorio Tomasone, alla guida del Comando provinciale dei Carabinieri.

 

Dal monitoraggio eseguito dal "Centauro-asaps" risulta che nel Lazio si verifica il più alto numero di episodi di pirateria stradale.

"Non è tanto una questione di numeri, perché nel Lazio circolano più auto che in Lombardia e questo spiega il maggior numero di incidenti, ma quanto che la pirateria stradale è diventata motivo di preoccupazione sociale come lo stupro e altre forme di violenza. Sono reati che fa sentire insicura la gente perché colpisce tutti, è una nuova paura sociale che porta anche a modificare le abitudini di vita. I cittadini chiedono un trattamento normativo che possa meglio contribuire alla lotta di fenomeni come questo".

 

Per esempio?

"Intensificare i servizi di controlli sulle strade da parte dei carabinieri e dì tutte le forze di polizia con una programmazione e una pianificazione che tenga conto delle diverse esigenze locali. Per i pirati della strada si potrebbe ipotizzare anche la sospensione della legge Gozzini, che consente di applicare misure alternative al carcere, come già avviene per chi commette uno stupro. È una valutazione da fare, la gente si sentirebbe più tutelata".

 

Intervenire quindi sulle modalità dell’espiazione della pena?

"La gente ritiene che reati come questo non sono sufficientemente affrontati dal legislatore. Ecco perché va valutata la possibilità di una ricerca per un presidio normativo che possa rassicurare ancora di più le persone".

 

Nei casi di incidenti stradali la gente si impegna per potere dare testimonianze e dettagli utili alle indagini.

"I pirati della strada vengono sempre scoperti, come l’ultimo di Torvaianica che abbiamo preso dopo poche ore. La gente collabora con le testimonianze e ci è di grande aiuto".

 

Cosa spinge una persona a scappare invece che aiutare la vittima?

"Il pirata della strada quasi sempre non soccorre chi ha investito perché ha qualcosa da nascondere, come la macchina che non è assicurata o che guidava sotto l’effetto di droga o alcol, oppure perché ha la patente già revocata. La velocità del soccorso invece in molti casi può salvare la vita alla persona travolta".

Giustizia: "gratuito patrocinio", 15 mln € di parcelle non pagate

di Alessandro Galimberti

 

Il Sole 24 Ore, 29 luglio 2009

 

Sono almeno 5 mila, secondo una stima prudente delle organizzazioni di categoria, gli avvocati che attendono da oltre 1 anno la liquidazione delle parcelle per gratuito patrocinio. Una situazione "inaccettabile" per l’Oua, che denuncia le difficoltà soprattutto della fascia giovane dei professionisti, e invita il Governo a sbloccare i pagamenti che, in alcuni casi, si riferiscono a prestazioni del 2006. Il presidente dell’Oua, Maurizio De Tilla parla di "enorme disagio" degli avvocati italiani e di "atteggiamento gravissimo dello Stato".

"Comprendiamo le difficoltà dei conti pubblici ma queste non possono essere scaricate sugli avvocati, soprattutto in una fase di grave crisi economica come l’attuale - argomenta De Tilla - . Solo il grande senso di responsabilità del mondo forense fa sì che venga garantito un servizio non solo costituzionalmente dovuto ma anche metro della civiltà di un paese".

Secondo l’Oua, il problema già cronico dell’Italia si aggraverà ulteriormente con l’estensione prevista di recente, del patrocinio a spese dello Stato anche alle vittime dei reati sessuali. "Chiediamo che lo Stato saldi immediatamente i suoi debiti- insiste De Tilla o, in subordine, consenta agli avvocati come previsto per le imprese di cedere i propri crediti alle banche", estendendo la norma Tremonti che è già nel decreto anticrisi.

Se non si risolverà la situazione i legali hanno intenzione di intraprendere "qualsiasi iniziativa" per sanare un’ingiustizia che colpisce la fascia già più esposta della categoria. L’esposizione del ministero della Giustizia verso i legali che hanno assistito imputati con il gratuito patrocinio ammonterebbe, secondo l’Oua, a una cifra che oscilla tra i 10 e i 15 milioni di euro, con i casi censiti di Torino (780mila euro di pendenze) e di Napoli, situazione definita "disastrosa".

Palliativo immediato sarebbe, per l’Oua, l’estensione per gli avvocati che svolgono le difese penali a carico dello Stato, del meccanismo per cui "le parcelle non saldare da parecchio tempo, vengano cedute pro soluto alle banche, così come avviene per le imprese nell’ambito delle forniture e degli appalti della pubblica amministrazione".

Giustizia: un ex deputato di FI, condannato a 10 anni, per mafia

di Felice Cavallaro

 

Corriere della Sera, 29 luglio 2009

 

Diventerà l’icona del rapporto fra i boss di Cosa Nostra e mondo della politica e della sanità la storia di Giovanni Mercadante, il radiologo di 61 anni prima democristiano poi conquistato da Forza Italia, eletto all’Assemblea regionale, impeccabile ed elegante, blazer e scarpe inglesi, modi garbati, spesso presente alle manifestazioni antimafia, l’atteggiamento del padre interessato ad allevare i figli nella legalità, partecipando come genitore modello alle riunioni del Don Bosco, ma l’altra notte condannato dopo diciassette ore di camera di consiglio a io anni e otto mesi di carcere.

Un verdetto che offre una verità giudiziaria sulla doppia vita di questo professionista con i salesiani nel cuore e poi disponibile a curare e coprire perfino Bernardo Provenzano, a tranquillizzare il boss agrigentino Ignazio Ribisi, a non risparmiarsi in consigli medici per Nino Giuffrè e altri pentiti come Giovanni Brusca e Angelo Siino che l’hanno infine incastrato di malo modo, svelando le ambiguità respinte dall’interessato senza riuscire a convincere i suoi giudici.

E nella notte di una città che ingoia pure questo boccone amaro i pubblici ministeri Nino Di Matteo e Gaetano Paci possono sottolineare "l’importante riconoscimento giudiziario" sull’oscuro intreccio fra boss e camici bianchi. Un campo già battuto in passato da chi ha inquisito tanti medici a Palermo, compreso lo stesso Mercadante per via di una parentela eccellente di cui si occupò Giovanni Falcone.

Ma poi il legame con lo zio Tommaso Cannella, considerato lo storico boss di Prizzi, non bastò per proseguire l’inchiesta. E lui ricominciò come se nulla fosse, frequentando le alte sfere della politica, chiacchierando con avvocati e magistrati nei circoli, poi entrando all’Assemblea regionale e trovando voti ad ogni elezione anche per l’attuale presidente del Senato Renato Schifani, dividendosi fra l’ospedale e la sua struttura privata di angiotac impiantata all’interno della clinica Candela.

E stava negli stessi locali lo studio della moglie, Agnese Saladino, l’odontoiatra della Casagit, rapporti frequenti con molti giornalisti chiamati a riflettere nel 2006, ai primi fuochi dell’inchiesta, sui dubbi della Cassazione che sottolineò il contrasto della "vicinanza" a Cosa nostra con le dichiarazioni di Siino, secondo il quale l’esponente azzurro "non era uomo d’onore".

Forse sperò di farla franca allora Mercadante. Ma poi intercettarono e presero in un garage un pugno di boss fra i quali Nino Rotolo, uscito dal carcere perché in carrozzella e fotografato mentre saltava la cancellata del covo. A conferma di compiacenze sanitarie. Assicurate anche da uno degli otto coimputati, Nino Cina, altro assistito eccellente, Totò Riina, condannato a 16 anni. E dire che Mercadante si vantava di avere bloccato la frequentazione della figlia con Massimo Ciancimino, il rampollo di don Vito. E forse per questo non si defilava al Don Bosco. Nemmeno pochi mesi prima di finire dentro, quando si ritrovò con sacerdoti e cronisti, Vito Riggio e Pina Grassi, alla conferenza contro racket e mafia.

Lettere: la legge sulla sicurezza? ci riporta ai tempi di Luigi XVI

 

Ristretti Orizzonti, 29 luglio 2009

 

Nella Francia di Luigi XVI con una semplice lettera firmata dal Re e controfirmata da uno dei suoi Ministri (lettres de cachet) si poteva chiudere nella prigione della Bastiglia una persona senza alcuna formalità. Il detenuto poteva essere tenuto all’oscuro di tutto financo della ragione della sua carcerazione. Lo stesso avveniva nella Venezia dei Dogi dove il Consiglio dei Dieci poteva recludere nelle terribili segrete dei Piombi chi gli piaceva e senza processo. Poteva anche accadere di scordarsi il recluso e di non liberarlo mai.

Nella legge 733-b conosciuta come "legge per la sicurezza" sono state apportate modifiche all’art. 41-bis per le quali due Ministri possono comminare una durissima pena di isolamento per quattro anni ma rinnovabili di due anni in due anni senza alcuna sentenza della magistratura. Trattasi di provvedimento amministrativo che di fatto sottrae alla giurisdizione giudiziaria l’erogazione della pena che, in ogni caso, non dovrebbe prevedere l’incrudelimento della restrizione in carcere. La Costituzione all’art. 27 prescrive "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non credo proprio che sia condivisibile l’appesantimento del 41-bis, che invece andrebbe abolito.

Quando vengono introdotte norme contrarie ai principi della Costituzione la libertà e la civiltà della pena non vengono negate soltanto alle persone immeritevoli di goderle perché responsabili di atroci delitti di mafia ma a noi tutti dal momento che è cominciato il processo estensivo del 41-bis ad altre categorie di persone.

 

Pietro Ancona, segretario generale della Cgil siciliana in pensione

Lazio: Marroni; con il nuovo 41-bis a rischio i diritti dei detenuti

 

Redattore Sociale - Dire, 29 luglio 2009

 

Per il Garante i problemi sono causati dal sovraccarico di lavoro per i giudici di sorveglianza. "I ricorsi dei detenuti del 41 bis saranno concentrati sulla magistratura di sorveglianza, che dovrà sospendere le udienze dei detenuti comuni".

Nel Lazio sono a forte rischio i diritti dei detenuti comuni a causa del sovraccarico di lavoro per i giudici di sorveglianza, a seguito di una recente decisione del Parlamento e del governo. È questa la preoccupazione espressa da Angiolo Marroni, garante dei diritti dei detenuti della regione Lazio, intervenuto alla conferenza stampa sull’emergenza carceri a Palazzo Grazioli, presso la sede dell’associazione Reti.

"Tutti i ricorsi dei detenuti del 41 bis saranno concentrati sulla magistratura di sorveglianza del Lazio. Questa competenza esclusiva si unisce a un’altra competenza esclusiva su tutti i collaboratori di giustizia a livello nazionale", ha detto Marroni. "Da qui a dicembre scadono le decisioni per 307 detenuti sottoposti al 41 bis - ha spiegato il garante - si presume che di fronte alla decisione di trattenerli in regime di 41 bis, ci saranno altri ricorsi e la magistratura di sorveglianza del Lazio, per farvi fronte, dovrà sospendere le udienze per i detenuti comuni".

Una situazione aggravata dal numero esiguo di giudici di sorveglianza. "Su 12 magistrati in tutto il Lazio, di cui uno in condizioni fisiche non buone e 2 che devono espletare funzioni fuori dalla regione, in totale abbiamo circa 10 giudici che normalmente, senza questi incarichi aggiuntivi, emettono 10 mila atti l’anno - continua Marroni -. È evidente che i detenuti comuni soffriranno ancora e in misura maggiore per i ritardi nelle decisioni che li riguardano".

Per questo il Garante dei diritti dei detenuti della regione Lazio ha detto di avere chiesto al ministro della Giustizia Alfano un rafforzamento della magistratura di sorveglianza in regione. Alla base della decisione di concentrare i ricorsi del 41 bis su un unico tribunale, Marroni ravvisa l’intenzione di "avere una giurisprudenza unica e dunque più controllabile, poiché sono ricorsi da fare contro il Governo e dunque suscettibili di future ispezioni".

Infine il garante ha puntato l’attenzione sul Centro di identificazione e espulsione di Ponte Galeria, dove con le nuove norme di potrà essere trattenuti fino a 180 giorni. "Le condizioni del Cie sono particolarmente feroci, il Cie non dipende dal ministero della Giustizia ma da quello dell’Interno, ma anche quei detenuti hanno diritto a condizioni dignitose".

Sul sovraffollamento Marroni ha concluso ricordando che "nel Lazio c’è un carcere finito e collaudato, quello di Rieti, che non si apre perché non c’è il personale".

Puglia: Vendola; la situazione sanitaria nelle carceri è esplosiva

 

Ansa, 29 luglio 2009

 

"Se pure con risorse molto limitate nel settore della sanità, la Puglia si è fatta carico di intervenire nella situazione di malessere esistente nelle carceri, una situazione che è di fatto esplosiva". Lo ha detto il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, nell’ambito di un incontro con i giornalisti convocato per presentare alcuni provvedimenti adottati dalla giunta regionale in materia di acquisti, appalti e razionalizzazione della spesa sanitaria.

Sardegna: Caligaris (Ps); continua arrivo di detenuti da Penisola

 

Agi, 29 luglio 2009

 

"Nonostante il sovraffollamento sia ormai oltre i limiti della tollerabilità negli istituti sardi e le carenze negli organici della polizia penitenziaria siano sempre più evidenti con crescenti disagi, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria continua a trasferire detenuti nell’isola, prevalentemente extracomunitari. Una cinquantina sono giunti nei giorni scorsi e suddivisi nei diversi istituti di pena".

Lo afferma la presidente dell’associazione "Socialismo Diritti Riforme" Maria Grazia Caligaris, ex componente della Commissione Diritti Civili del Consiglio regionale, evidenziando come "le strutture detentive della Sardegna, soprattutto quelle di Buoncammino a Cagliari, San Sebastiano a Sassari e di piazza Mannu a Oristano, ospitate in edifici ottocenteschi, non siano in grado di rispettare i parametri di spazio cella-detenuto imposti dal Dap". "I nuovi arrivi hanno anche richiesto spostamenti interni con destinazione in particolare nella colonia penale di Mamone", denuncia Caligaris. "I sardi detenuti nelle carceri del continente invece restano lontano dai familiari anche quando sono ormai prossimi al fine pena".

"La Regione - sottolinea Caligaris - deve intervenire nei confronti del Ministro della Giustizia per ottenere il rispetto della legge, del protocollo d’intesa stipulato dalla precedente giunta regionale con il Governo e degli ordini del giorno del Consiglio regionale sulla territorializzazione della pena. Il continuo andirivieni di persone detenute provenienti dalla Penisola rischia di accentuare il disagio dei ristretti stabili favorendo un clima di tensione difficile da controllare. Ne sono testimonianza alcuni episodi di intolleranza e diverse lettere di detenuti.

Umbria: Zaffini (Pdl); rivedere Intesa sulla sanità penitenziaria

 

Asca, 29 luglio 2009

 

"Occorre rinegoziare il protocollo d’intesa tra Regione e ministero della giustizia con il quale si stabiliscono azioni integrate e congiunte per la gestione del sistema penitenziario umbro". È La riflessione del capogruppo An-Pdl a Palazzo Cesaroni, Franco Zaffini, a margine dell’incontro con Ilse Rusteni, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, in particolare dopo il sit-in degli agenti di custodia che nei vari istituti, lamentano carenze d’organico ed un aumento di arrivi di detenuti. Anche nel carcere di Capanne-Perugia c’è una situazione di superaffollamento; per il sidacato della Funzione pubblica è quasi allarme, poiché è previsto l’arrivo di 500 detenuti nei carceri umbri, con aggravio di costi a carico del sistema sanitario regionale.

"Dare immediata applicazione all’accordo - ha spiegato in una nota l’esponente del Pdl - è urgente e potrebbe rappresentare un primo passo in avanti per alleggerire lo stato emergenziale in cui, attualmente, lavorano gli operatori penitenziari. Ma in una prospettiva ad ampio raggio è opportuno rivedere i termini di quella intesa tra Regione e ministero procedendo con un adeguamento degli impegni, alla luce delle nuove e più complesse esigenze che emergono dalla realtà penitenziaria".

Per Zaffini (An-Pdl) diventa "improrogabile individuare delle soluzioni efficaci per risolvere il problema di sotto organico nelle strutture umbre: dal colloquio con il provveditore è emerso che è stato possibile rinviare l’arrivo di nuovi detenuti presso il carcere di Spoleto solo di qualche giorno e che, a breve, anche a Maiano, come già avviene a Capanne e Terni, dovranno far fronte all’emergenza sovraffollamento.

A questo punto - ha proseguito il consigliere regionale - l’avvio di un tavolo di confronto tra la Regione, il ministero e l’amministrazione penitenziaria, diventa indifferibile per ovviare a circostanze, in generale problematiche, che adesso sono, per certi versi, drammatiche". Il consigliere Zaffini punta il dito contro la Giunta regionale ed in particolare contro la presidente Lorenzetti che "non avrebbe mostrato nessun segno d’interesse alla questione penitenziaria. Mentre il Consiglio regionale ha prontamente accolto l’istanza dei sindacati che chiedevano un incontro con le istituzioni locali, da Palazzo Donini - ha concluso lo esponente del centrodestra - non è pervenuta alcuna risposta, nessun impegno per risolvere una situazione che ha portato persino gli operatori delle carceri a stazionare con un sit-in davanti al provveditorato regionale".

Verona: l'On. Fogliardi; situazione carcere davvero inaccettabile

 

L’Arena, 29 luglio 2009

 

"Un disastro. Inaccettabile una situazione così, lo dico da uomo, cattolico, cristiano e da politico". È il commento dell’onorevole Giampaolo Fogliardi dopo la visita alla Casa Circondariale di Montorio. Il politico veronese voleva verificare la situazione di disagio che detenuti e polizia penitenziaria vivono quotidianamente.

E lo ha fatto facendosi accompagnare nella visita dai rappresentanti della Uilpa penitenziari, Leonardo Angiulli coordinatore regionale, Daniele Luongo, coordinatore locale, Micaela Petrilli, segretaria provinciale della federazione Uilpa. La denuncia è forte: la casa circondariale può ospitare 400 detenuti, al suo interno attualmente ce ne sono 930, di cui 52 donne. Il personale penitenziario arriva a 336 poliziotti, mentre dovrebbero essercene almeno 407. La situazione è talmente al limite che contravvenendo alla legge nel reparto femminile, proprio per la carenza di personale viene mandato quello maschile. Le docce sono pietose, i muri ammuffiti. Dal soffitto piove acqua. Come se non bastasse a breve verrà attivato un reparto psichiatrico dove i detenuti dovranno essere monitorati. Ne arriveranno quindi altri e da ogni dove del Paese.

"A seguirlo non sarà nemmeno personale qualificato", fanno notare i sindacalisti. Una situazione talmente al limite che Fogliardi non ha potuto nasconderne il disagio. Tutto verrà tradotto dall’onorevole oggi stesso in un’interpellanza parlamentare che sottoporrà direttamente al ministro Alfano. Chiaro che il concetto di base dell’esponente del Pd è quello che si riassume nell’articolo 27 della Costituzione, che vuole le carceri non solo come luogo di espiazione ma di rieducazione.

"E quest’ultima non c’è se a vivere in tre metri quadri sono in cinque detenuti, se l’ambiente si presenta insalubre, se i cattivi odori attanagliano lo stomaco e la mente, se la polizia penitenziaria non ha mezzi", assicura Fogliardi. Due ore in carcere, il primo per altro visitato dall’onorevole, sono bastate per mettere i puntini sulle "i" su una società che parla di rispetto e umanità ma che nei fatti trascura chi ha davvero bisogno di una mano. Fogliardi si è così trovato a parlare sia da parlamentare che da uomo e senza nascondere la propria incredulità ha evidenziato le tante carenze che ha potuto vedere.

"È un luogo insicuro dove la polizia penitenziaria lavora in condizioni disagiate senza nemmeno gli strumenti adatti", sottolinea notando come il personale durante l’ora d’aria dei detenuti si ritrovi nel cortile senza nemmeno un telefono e senza telecamere di sorveglianza. L’ambiente insalubre non poteva passare di certo in secondo piano.

Eppure proprio la Casa Circondariale di Montorio, realizzata negli anni Novanta, ha preso parte ad un progetto legato ad un’associazione villa-franchese che vede impegnata una squadra di detenuti a ritinteggiare le pareti e gli infissi della struttura seguendo una logica cromatica che dovrebbe dare al luogo non più un aspetto di "soffocamento" con tanto colore lilla e altre gradazioni.

"Dal soffitto piove, ho potuto vedere diverse pozzanghere", dice Fogliardi ripercorrendo la visita spazio dopo spazio e ricordandone addirittura gli odori "fastidiosi, insostenibili". In primo piano rimane sempre il sovraffollamento e qui il politico dà sfogo di più all’uomo di fede, a quello che un buon cristiano cattolico dovrebbe avere sempre presente: il rispetto del prossimo. "Sono in quattro in una cella e si pensa di aggiungere una branda per un quinto posto", dice, "non sono qui a dire che chi ha sbagliato non deve pagare, ma non è ammissibile non dare nessuna possibilità di reinserimento. Gli agenti svolgono un lavoro che è equiparabile ad una missione. È chiaramente una situazione al limite".

Stupore c’è anche per i parenti dei detenuti costretti a stare sotto il sole in attesa di varcare i cancelli. Eppure da più di 15 anni si parla di un Centro di ascolto, quello che l’associazione La Fraternità vorrebbe realizzare. Un progetto venne dato in mano alla precedente amministrazione Zanotto. "Mi appello agli enti pubblici e religiosi, affinché si trovino delle soluzioni. Impensabile parlare del ponte di Messina e lasciare che persone vivano in questo modo", conclude.

Verona: On. Fogliardi; il carcere si trova in condizioni disumane

di Chiara Bazzanella

 

DNews, 29 luglio 2009

 

"Sono entrato in una struttura angosciante e disumana, e ho capito che quando si parla di carcere è ancora inimmaginabile quello che si trova dentro". L’onorevole Giampaolo Fogliardi (Pd) ieri mattina ha visitato la casa circondariale di Montorio e, su invito della Uilpa Penitenziari per il Triveneto, oggi presenterà un’interrogazione parlamentare al ministro Alfano. Spiega Fogliardi: "Nel carcere di Verona si vive al limite della tollerabilità.

Nei corridoi cade l’acqua dal soffitto, e celle da due persone sono diventate ormai da quattro. Ovunque vi sono ruggine, calcare e calcinacci: una cosa inammissibile di cui pagano le conseguenze anche gli agenti penitenziari".

La struttura è nata per ospitare 400 detenuti e un organico di 407 poliziotti. Adesso i detenuti sono 930, di cui 55 donne, e gli agenti effettivamente in servizio circa 150 (306 in tutto, compresi quelli distaccati in altre strutture) divisi su tre turni. Spiega il coordinatore di Uilpa Penitenziari per il Triveneto, Leonardo Angiulli: "Durante l’ora d’aria, un solo agente arriva a dover controllare oltre 300 detenuti, senza sistemi di sicurezza e di allarme. Inoltre mancano agenti donne e gli uomini devono lavorare anche nel settore femminile, il che sarebbe vietato dalla legge. Nel frattempo è iniziata una sorta di "turismo penitenziario" che vede i detenuti trasferiti: da Verona sono già partiti in 80".

 

Interrogazione a risposta scritta presentata da on. Giampaolo Fogliardi. Al Ministro della Giustizia. - Per sapere - premesso che:

la Casa Circondariale di Montorio (Verona), che ho personalmente visitato lunedì 27 luglio, presenta gravi criticità che non la rendono degna di un paese civile; la struttura è nata per ospitare 442 detenuti (con una tollerabilità di 663) ed un organico di 407 poliziotti. Oggi la situazione è al limite del collasso con 985 persone incarcerate e solo 306 sorveglianti, dei quali 46 in forza ad altri istituti; durante l’ora d’aria, un solo agente arriva a dover controllare oltre 300 detenuti; contravvenendo alla legge, data la carenza d’organico, viene inviato personale maschile nel reparto femminile del carcere; i familiari che attendono di visitare i detenuti, spesso con bimbi al seguito, sono costretti a sostare nello spiazzo antistante, sotto il sole d’estate ed al freddo d’inverno; il carcere è in uno stato di manutenzione pessimo: tinteggiature che non avvengono da più di dieci anni, infiltrazioni d’acqua, cattivi odori, condizioni igienico sanitarie che lasciano generalmente a desiderare, celle da tre metri quadrati che ospitano cinque detenuti; si stanno ultimando il lavori di un reparto di osservazione ove giungeranno detenuti da tutte le regioni con problemi psicologici; l’articolo 27 della nostra costituzione recita: "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato"; che provvedimenti intenda prendere il ministro per adeguare a standard umani e dignitosi la struttura;

se la ritenga idonea ad ospitare un nuovo reparto psichiatrico che vista la cronica carenza di organico rischierebbe di non disporre di personale adeguatamente qualificato a trattare con detenuti con problemi psicologici.

Venezia: Sappe; in questo carcere non esistono celle di punizione

 

Il Gazzettino, 29 luglio 2009

 

"In carcere a Venezia non esiste alcuna "cella delle punizioni". Tutte le celle sono uguali, basta venire a vedere per rendersene conto. È sufficiente ascoltare gli assistenti sociali e i volontari che operano nel penitenziario per accertare che tutto si svolge in maniera regolare".

Il segretario provinciale del Sindacato di polizia penitenziaria di Venezia, Filomeno Porcelluzzi, risponde così alla notizia dell’inchiesta della Procura che vede indagati sei agenti con l’ipotesi di abuso di autorità contro arrestati e detenuti, in relazione all’utilizzo di una presunta cella non regolamentare nella quale lo scorso marzo si tolse la vita un ventisettenne di nazionalità marocchina.

"Non ci stiamo a passare ingiustamente per "torturatori" - prosegue Porcelluzzi - A Santa Maria Maggiore non è accaduto alcun abuso e dispiace pensare che possa essere dato più credito a delinquenti che non a onesti servitori dello Stato. La verità è che, sollevando un caso inesistente, c’è qualcuno che sta cercando di portare scompiglio all’interno del carcere!"

Porcelluzzi racconta di un clima particolarmente teso tra le mura del carcere: alcune guardie penitenziarie sono state minacciate a seguito della conferenza stampa convocata nei giorni seguenti il suicidio, in cui furono sollevati i problemi interni al penitenziario. E denuncia che, pochi giorni fa, un ispettore dell’ufficio matricola è finito in ospedale dopo essere stato aggredito e colpito con una testata da un detenuto straniero, proprio uno dei quelli che hanno raccontato alla Procura dell’esistenza della presunta "cella delle punizioni".

"Eppure di questi episodi non scrive nessuno, e il responsabile è stato semplicemente denunciato a piede libero... Nel frattempo non passa giorno senza che vi sia una rissa da sedare tra detenuti stranieri - racconta il segretario del Sappe - Le guardie penitenziarie non si tirano mai indietro e svolgono il proprio lavoro nel migliore dei modi, nonostante le carenze di spazi e di organico rendano sempre più difficile gestire la situazione. La storia di questa inesistente "cella delle punizioni" non ci aiuta e non contribuisce a creare un clima sereno. Il carcere è stato ristrutturato, ma c’è un grosso problema di sovraffollamento. In ogni caso continueremo a fare il nostro dovere, con correttezza e professionalità, così come abbiamo sempre fatto. La verità sicuramente verrà a galla".

Il sostituto procuratore Massimo Michelozzi ha chiesto al gip Giuliana Galasso di ascoltare con incidente i detenuti che hanno riferito di presunti abusi all’interno di quella cella, e dunque alla presenza dei difensori delle guardie penitenziarie, al fine di evidenziare anche eventuali contraddizioni nel loro racconto. L’inchiesta, insomma, non è ancora conclusa.

Gianluca Amadori

Venezia: gestione trasparente, ma erano in tre in 9 metri quadri!

 

Il Gazzettino, 29 luglio 2009

 

"Nel carcere veneziano di Santa Maria Maggiore è sempre stata applicata la regola della massima trasparenza nelle attività di gestione e controllo detenuti".

Lo scrive Gabriella Straffi, direttrice del penitenziario fino a poche settimane fa, in una nota trasmessa ieri pomeriggio, nella quale smentisce che sia mai esistita una "cella delle punizioni" e precisa che ogni attività all’interno del penitenziario si sia svolta nel pieno rispetto della legge, senza alcun abuso.

"Tant’è che gli accessi nella stanza erroneamente denominata "di punizione", che si trova in sezione e non altrove, sono sempre stati annotati e relazionati negli appositi registri, messi a disposizione dell’Autorità Inquirente da parte della stessa direzione carceraria - spiega la dottoressa Straffi - Trattasi di cella 9 metri quadrati, di dimensioni identiche alle altre 14 celle del piano. Ciascuna cella risponde ai requisiti regolamentari per un solo detenuto ma la situazione di cronica congestione dell’istituto, incessantemente denunziata dalla direzione in ogni sede, costringe il personale ad allocarvi tre persone".

L’ex direttrice del carcere prosegue: "La cella era inizialmente identica a tutte le altre, cioè munita di servizio con elementi, arredi e suppellettili. Tempo addietro il detenuto in essa ospitato, in una escalation di atti violenti, iniziò a distruggere gli elementi del servizio, l’impianto elettrico, gli arredi ed ogni altro oggetto per potersi procurare strumenti finalizzati all’autolesionismo. La cella venne man mano messa in sicurezza eliminando ogni possibili pericolo per il detenuto il quale, in effetti, fortunatamente non riuscì nell’intento suicida".

La dottoressa Straffi conclude: "Sia ben chiaro che la cella non è mai stata né pensata né tantomeno utilizzata come cella di punizione, finalità questa che sarebbe stata incompatibile con la sua ubicazione in sezione. Si trattava di una cella di mero transito che veniva saltuariamente utilizzata al solo scopo di individuare spazi adeguati per persone che non possono essere semplicemente definite "esuberanti" ma che presentavano spiccata attitudine alla violenza nei confronti di terzi, operatori e compagni di cella, e di sé stessi".

 

Beppe Caccia: istituire il garante comunale dei diritti del detenuto

 

Il sospetto dell’esistenza di una cella punitiva nel carcere di Santa Maria Maggiore di Venezia rende, per il consigliere comunale veneziano Beppe Caccia, "ancor più attuale la necessità di istituire, quanto prima, la figura del Garante comunale dei diritti della persona detenuta, una sorta di "difensore civico" di chi è già privato della libertà". Si tratterebbe, ha spiegato, di "un osservatore esterno, terzo rispetto all’amministrazione penitenziaria, che possa intervenire per monitorare il rispetto di tutte le garanzie previste dall’ordinamento penitenziario". "Credo davvero - ha rilevato il consigliere - che potrebbe rappresentare un utile ed efficace deterrente rispetto al verificarsi di abusi e violazioni, come quelle denunciate". Caccia ha ricordato inoltre che "il Consiglio comunale di Venezia sta attendendo che il ministro Alfano si degni di rispondere alle richieste che gli abbiamo indirizzato, con un documento votato all’unanimità, richieste condivise dalla Direzione del carcere e dagli avvocati della Camera penale veneziana".

Rimini: 90 posti e 220 detenuti, ora protestano anche i sindacati

 

www.newsrimini.it, 29 luglio 2009

 

Mentre prosegue la protesta pacifica dei detenuti della Casa Circondariale di Rimini, a lanciare l’allarme sovraffollamento nel carcere dei Casetti sono i sindacati che ricordano anche la cronica carenza d’organico sia della Polizia Penitenziaria che del personale civile.

In merito le organizzazioni evidenziano come finora, a differenza di quanto accaduto per le altre forze dell’ordine, non siano arrivati rinforzi di personale per l’estate. Attualmente il carcere riminese ospita 222 detenuti a fronte di una capienza massima di 90 con una media di 10 detenuti in celle che non raggiungono i 12 mq. Nelle sezioni detentive adibite a contenere 40 detenuti se ne contano 90, con un unico agente in servizio all’interno. In aumento anche le traduzioni per udienze, i piantonamenti e le visite ospedaliere.

I sindacati chiedono al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di assumersi le proprie responsabilità per garantire l’ordine e la sicurezza adottando misure permanenti, come l’incremento del personale, senza attendere che si verifichino spiacevoli episodi.

 

La nota stampa

 

A seguito della protesta di questi giorni dei detenuti della Casa Circondariale di Rimini, fortunatamente pacifica, queste OO.SS rilanciano l’allarme, più volte denunciato, da sovraffollamento e l’oramai cronica e grave carenza dell’organico sia della Polizia Penitenziaria che del personale civile.

Sono varie le disposizioni da parte del Dap in merito all’invio di personale di supporto per il periodo estivo, ma ad oggi nessuna unità è giunta a destinazione a differenza invece di quanto è avvenuto per le restanti forze dell’ordine.

Il quadro della attuale situazione della locale casa circondariale è a dir poco preoccupante:

- 222 le presenze di detenuti a fronte di 90 posti max disponibili;

- la media di 10 detenuti in celle che non raggiungono i 12 mq nella migliore delle ipotesi;

- nelle sezioni detentive adibite a contenere un massimo di 40 detenuti oggi ve ne sono 90 ed a operare all’interno delle stesse vi è un solo Agente;

- sono sempre più numerose le traduzioni dei detenuti per le udienze di convalida, i piantonamenti nei luoghi esterni di cura e le visite ospedaliere programmate (oltre 120 dal primo gennaio ad oggi), costringendo il più delle volte il personale del Nucleo Traduzioni e Piantonamenti ad operare al di sotto dei livelli di sicurezza.

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria deve assumersi le proprie responsabilità, al fine di garantire l’ordine e la sicurezza nella Casa Circondariale di Rimini adottando misure permanenti, quale l’incremento del personale di Polizia penitenziaria e del personale civile ad oggi sempre più ridotto da pensionamenti e da distacchi, senza attendere che, come già capitato, si verifichino ulteriori spiacevoli episodi che hanno visto coinvolti i detenuti e il personale di Polizia penitenziaria.

Agrigento: 16 arresti in un solo giorno ma il carcere non ha posti

 

La Sicilia, 29 luglio 2009

 

Sempre più esplosiva la situazione all’interno del carcere Petrusa. Quello che alcuni avevano temuto nei mesi scorsi si è avverato giorni fa, quando al termine di una brillante operazione antidroga in quel di Palma di Montechiaro la maggior parte dei 16 soggetti arrestati non è stato possibile rinchiuderle nella Casa Circondariale agrigentina.

Il motivo è molto semplice e al contempo drammatico: non c’era e non c’è spazio per sedici persone da accogliere tutte in un’unica soluzione. Gli oltre 400 detenuti al momento "ospiti" del penitenziario al confine con Favara non permettono voli acrobatici sul fronte della sistemazione di molti nuovi arrivati. Ecco perché la stragrande maggioranza di quei neo arrestati di Palma sono stati smistati in altre carceri, come ad esempio Sciacca o Caltanissetta. La situazione è dunque estremamente delicata e al Petrusa si è di fatto esposto il cartello tutto esaurito, garantendo "ospitalità" solo a poche persone arrestate per volta. Se non si sbloccherà qualche cosa nei prossimi mesi sul fronte della diminuzione della popolazione carceraria la situazione si farà ancor più drammatica.

E meno male che non ci sono sbarchi di clandestini sulle isole Pelagie, altrimenti il collasso sarebbe totale e dai risvolti ancor più difficili da pronosticare. Se dal punto di vista del sovrannumero di detenuti la faccenda si è fatta realmente complessa, spirano venti di guerra tra gli agenti della polizia penitenziaria e il provveditorato regionale. È bastato che nei giorni scorsi il provveditore Orazio Faramo mandasse in missione temporanea nella nuova ala del carcere di Noto 16 agenti del penitenziario agrigentino, per fare andare su tutte le furie le organizzazioni sindacali di categoria. Per la prima volta dopo un certo periodo di divergenti opinioni tutte le sigle si sono coalizzate nel contestare questa decisione del provveditorato regionale che, di fatto, ha causato il totale scombussolamento del piano ferie degli agenti e il sovraccarico del lavoro di chi rimane ad Agrigento, in un carcere stracolmo di detenuti.

Sappe, Osapp, FpCgil, CislFns, Uilpa, Sinappe, Ugl, Siappe e Fsa Cnpp "in mancanza di urgente utile riscontro alla revisione di simile provvedimento, queste organizzazioni sindacali nel confermare lo stato di agitazione di tutto il personale di polizia penitenziaria i servizio nella casa circondariale di Agrigento, rappresentano che il sit in di protesta davanti la Prefettura già precedentemente annunciato verrà effettuato in una data che sarà nei prossimi giorni comunicata".

Questa è la netta posizione di chi è stanco di lavorare in una struttura senza finestre, con problemi strutturali e con il rischio di vedere saltare le ferie e la serenità nell’adempimento del proprio lavoro. Talmente stanco da essere pronto a mettere in piazza tutti i panni sporchi degli ultimi mesi.

Bari: Sappe; la "sezione dell’orrore" 200 detenuti e diritti negati

 

Comunicato Sappe, 29 luglio 2009

 

La vergogna del carcere di Bari a partire dalla II° Sezione che, come per quasi tutte le carceri pugliesi ed italiane, è stata sancita anche dall’Alta Corte di Giustizia Europea che ha condannato alcuni giorni fa, lo Stato Italiano al pagamento di mille euro quale risarcimento ad un detenuto costretto a vivere per alcuni mesi, in uno spazio inferiore a 7 metri quadri, parificando questa condizione ad una tortura.

Da mesi, tra l’indifferenza generale, il Sappe - Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria - maggior sindacato di categoria, sta lanciando l’allarme sulla grave situazione carceraria a partire proprio dal sovraffollamento dei detenuti ormai a quota 64.000 (oltre 20.000 in più del consentito) di cui circa 4200 in Puglia (a fronte di 2300 posti disponibili);dalla fatiscenza delle carceri che cadono a pezzi e che sono completamente fuori legge sia per quanto riguarda le condizioni igienico-sanitarie che per le normative inerenti la sicurezza sui posti di lavoro;alle traduzioni aumentate del 50% per accompagnare i detenuti in ambienti esterni per visite mediche con i rischi che ciò comporta;dalle gravi condizioni di lavoro e di vita a cui è costretta la Polizia Penitenziaria in grave deficit di organici, con diritti quali ferie e riposi sempre più spesso negati,e con la violazione dei contratti e degli accordi stipulati.

Tutti argomenti che non sembrano riscuotere alcuna attenzione dalle Istituzioni, a partire dal Ministro Alfano e dal Capo del Dap Ionta, seguiti poi dai mass-media ormai più propensi al gossip che a denunciare ed informare la gente su una questione preoccupante che viola la Costituzione e che tra non molto, potrebbe creare seri allarmi alla sicurezza.

Ritornando a Bari, il Sappe poco tempo fa invitò il Sindaco di Bari a visitare il Carcere e soprattutto la sezione della vergogna. Purtroppo a tutt’oggi la mancanza di controlli da parte delle Istituzioni che chiudono entrambi gli occhi, ha ringalluzzito l’Amministrazione Penitenziaria che ha pensato bene di tinteggiare qualche muro e sta pensando di aumentare il numero dei detenuti nonostante il parere espresso in più occasioni dalle Autorità Sanitarie come la Asl di Bari che ha emesso un unica ed incontrovertibile sentenza: la II° Sezione deve essere chiusa per le scadenti condizioni igienico-sanitarie in cui versa, ma che oggi invece, ospita circa 200 (invece di 90) detenuti con i Poliziotti Penitenziari che da solo controllano fino a 100 detenuti ciascuno.

I Politici ed i mass-media sappiano che in circa 12 metri quadri vengono stipati 6,7,8, detenuti con muri pieni di macchie di umidità, con bagni di piccoli dimensioni ed intonaci scrostati, separati dal resto della cella da pannelli in materiale metallico in più punti corroso, dotati di servizi mal posizionati e di difficile utilizzazione, e poi ancora con un ascensore fuori legge che in caso di emergenza non può accogliere una barella, senza considerare gli impianti elettrici fuori norma, i tubi che non reggono all’usura del tempo e scoppiano lasciando spesso le sezioni senza acqua, oppure scarichi fognari che perdono liquami .

Non stanno meglio i Poliziotti penitenziari che sono costretti ad operare presso celle che non sono neanche riadattate con conseguenti sgradevoli odori, infissi, fatiscenti ed arrugginiti. In tale situazione la tensione a Bari come negli altri penitenziari è palpabile, e non si contano più gli episodi di violenza ed autolesionismo, aggressioni, forme di protesta ecc. ecc.

Il Sappe chiede perciò alle Istituzioni e ai mass-media, di lasciar perdere per un solo attimo gossip ed amenità per occuparsi della questione carceraria ormai pronta a scoppiare in qualsiasi momento e che a breve potrebbe lasciare sul terreno vittime e preteste molto dure da parte dei detenuti. Ciò come atto di responsabilità per una Nazione che si proclama civile ma che viene condannata per tortura, anche perché ciò allevierebbe le tensioni e le condizioni di vita e lavoro di chi è costretto giornalmente a provare sulla propria pelle lo sfascio di un mondo che di fatto viene dimenticato e relegato in un grande buco nero, dopo che vengono spenti i riflettori delle brillanti operazioni di Polizia.

Il Sappe chiede in un momento così particolare anche l’intervento della Chiesa ed invita il Vescovo di Bari e di tutte le Province Pugliesi a visitare ad entrare nelle carceri (senza l’apparato che tutto nasconde) anche solo per qualche minuto per visitare l’inferno costruito dagli uomini su questa terra, per testimoniare la vicinanza verso chi viene è dimenticato da tutti e da tutto.

 

Il Segretario

Ispettore Sup. Federico Pilagatti

Catania: trasferita l'Alta Sicurezza; c’è più spazio per i detenuti

di Giovanna Quasimodo

 

La Sicilia, 29 luglio 2009

 

Dopo la Circolare del Dap che raccomanda di rendere meno afflittiva in estate la vita dei reclusi.

Primi provvedimenti del Dap sulle carceri disumane superaffollate, anche per evitare che, col caldo torrido di questo periodo, il dramma di migliaia di detenuti costretti a vivere in condizioni al limite della tortura fisica si possa trasformare in tragedia. In questo quadro, anche grazie alla costante azione di denuncia dell’Ufficio del garante regionale dei diritti dei detenuti (titolare il Senatore Salvo Fleres, direttore Lino Buscemi), da qualche giorno si è finalmente creato un po’ di spazio in più per i reclusi di Catania Piazza Lanza, che da anni erano stipati in 12 o 14 in una cella 4x4, tra topi, cimici e pidocchi.

In risposta dunque a una Circolare del direttore del Dap Franco Ionta, inviata a tutti i provveditori regionali delle carceri, in piazza Lanza è stato del tutto svuotato dei detenuti mafiosi il reparto ad Alta Sicurezza rendendo subito disponibili almeno 130 posti per i cosiddetti detenuti comuni, quelli che fino ad ora hanno patito le maggiori sofferenze in un istituto di pena che a parere di molti dovrebbe essere semplicemente chiuso tout court per dar spazio a una struttura ex novo.

Un’altra novità importante - come ha confermato il provveditore regionale Orazio Faramo - riguarda la "riapertura" del carcere di Noto, che era stato ristrutturato anni fa e mai più utilizzato. "In tal modo - commenta il garante Fleres - a Noto potranno trovare sistemazione 150/200 detenuti siciliani che erano reclusi in celle sovraffollate. Inoltre il carcere di Noto - ricorda il senatore Fleres - è attrezzato di officine e laboratori nei quali diversi detenuti in fase di recupero sociale potranno essere impegnati in attività lavorative".

Nel carcere di Noto già due giorni fa sono arrivati i primi due gruppi di detenuti ed altri ne arriveranno progressivamente nel prossimi giorni dagli altri istituti di pena siciliani maggiormente affollati. Un po’ di ossigeno dunque non guasta, anche se - fa rilevare il dirigente dell’Ufficio del garante Lino Buscemi - ci sono altri due penitenziari, già pronti e utilizzabili, da aprire con la massima urgenza, vale a dire quelli di Villalba e Gela.

Trento: intense le indagini della Procura, dopo il suicidio in cella

 

Il Trentino, 29 luglio 2009

 

Il sostituto procuratore Fabrizio De Angelis ha aperto un’inchiesta sulla morte di Stefano Frapporti, il muratore cinquantenne che si è tolto la vita in carcere poche ore dopo l’arresto. Sulla salma è già stata eseguita l’autopsia. Nel frattempo, la famiglia dello scomparso ha deciso di affidarsi a uno studio legale per fare chiarezza su alcuni aspetti della vicenda che paiono quanto meno nebulosi. Mentre nel merito dell’arresto non c’è nulla da eccepire - al muratore era stato sequestrato oltre un etto di hashish diviso in due pezzi, c’erano gli estremi di legge per portarlo in carcere -, molte perplessità solleva la modalità del suicidio, avvenuto in una delle tre celle del reparto Osservazione.

L’artigiano non si è impiccato con le lenzuola in dotazione al carcere, bensì con la stringa dei pantaloni della tuta ginnica che indossava. Un dettaglio che fa la differenza, poiché nessuno ha pensato di privare il detenuto dello strumento con il quale poteva danneggiarsi. Entrato attorno alle 10.30 alla casa circondariale di via Prati, è stato trovato morto due ore più tardi. Altro elemento di perplessità lo suscita il fatto che il muratore non abbia telefonato a nessuno, quella sera. Né all’avvocato, né alla famiglia. Secondo una versione riferita ai legali, gli sarebbe stato negato il permesso di telefonare dal carcere, benché ne avesse fatta richiesta. La famiglia è del parere che se Stefano avesse potuto parlare con qualcuno in quel momento di massima pressione emotiva, forse il giorno dopo non si sarebbe pianta la tragedia. Il triste epilogo ha suscitato molta impressione in città, dove l’artigiano era conosciuto e apprezzato. "Magari a casa, dopo dieci ore di lavoro, si sarà fatto qualche spinello. Ma era una brava persona, altro che delinquente. Un gran lavoratore, bravo e serio. Assurdo che sia finito così" concordano amici e conoscenti.

 

La direttrice: carcere sotto stress

 

Venti minuti di colloquio per spiegare al procuratore capo Stefano Dragone e al sostituto Marco Gallina i motivi del ritardo con cui è stata data alla Procura la notizia della piccola sommossa avvenuta venerdì all’interno del carcere di Trento.

Ieri mattina, nell’ufficio di Dragone, Antonella Forgione, direttrice della Casa Circondariale di via Pilati, ha detto ai magistrati che ha causare il disguido era stata la particolare situazione di stress creata dal ferimento - per fortuna non grave - dei quattro agenti carcerari aggrediti da quattro detenuti nordafricani, e, sempre venerdì, dal suicidio di un detenuto del carcere di Rovereto, di cui la dottoressa Forgione è responsabile.

La dirigente ha spiegato, inoltre, che i quattro aggressori sono stati già trasferiti in una struttura fuori regione. Sia i magistrati che la direttrice si sono trovati d’accordo sul fatto che il carcere di Trento è sovraffollato e il personale insufficiente.

 

Si è impiccato col laccio della tuta

 

Stefano Frapporti non si è impiccato con le lenzuola della cella, ma con la stringa dei pantaloni della tuta che indossava martedì sera. Non ha, cioè, utilizzato in maniera impropria le dotazioni del carcere, ma ha introdotto lui stesso lo strumento con il quale si è ucciso. L’agghiacciante dettaglio fa molta differenza, nell’indagine aperta dal sostituto procuratore Fabrizio De Angelis sul suicidio di una settimana fa. Compito del personale di polizia penitenziaria al quale era stato affidato è di mettere in atto tutte le procedure di tutela possibili per il detenuto.

Da un lato, Frapporti non avrebbe dovuto avere nulla con cui poter farsi del male. Dall’altro, le guardie carcerarie, rimaste shoccate dall’accaduto, assicurano che il detenuto pareva tranquillo al momento di entrare in cella. Meno di due ore dopo, era morto. La posizione della famiglia, che chiede alla Procura - attraverso un legale di fiducia - di fare chiarezza sui fatti, dal momento dell’arresto alla tragica fine dell’artigiano di Isera, ha trovato conforto nell’apertura di un fascicolo - per ora contro ignoti - da parte del sostituto procuratore De Angelis. Nei prossimi giorni è atteso il referto dell’autopsia, ma è chiaro che dalle risultanze cliniche non ci si attendono novità di rilievo.

È infatti fuori di dubbio che l’artigiano si sia tolta la vita in maniera volontaria. Qualcosa in più la potrebbero forse dire i verbali di arresto e sequestro, di cui i legali della famiglia attendono copia. Dalle prime risultanze, pare acclarato che l’artigiano non avesse con sé hashish quando è stato fermato in via Campagnole da dei carabinieri in borghese, tutto quanto è stato sequestrato è stato trovato dopo, nell’abitazione del muratore, nel corso della perquisizione domiciliare disposta immediatamente. Stando a quando affermano i carabinieri, lo stupefacente l’avrebbe consegnato lui stesso ai militari durante la perquisizione. Ciò che deve essere passato per la testa in quei terribili istanti da solo in una cella a un uomo che nei suoi cinquant’anni aveva mantenuto la fedina penale immacolata, si può solo immaginare. La perdita della dignità, della reputazione, può essere un colpo tremendo per chi non ha mai conosciuto l’umiliazione del carcere. Dalla quale forse meritava maggiore tutela.

 

Al detenuto ritirati gli oggetti "pericolosi"

 

Il regolamento carcerario dice che all’ingresso nell’istituto di pena al detenuto va chiesto se intenda dare notizia dell’arresto ai famigliari o ad altre persone. In caso di risposta affermativa, l’avviso va inoltrato tramite lettera o telegramma. Eventuali telefonate vanno autorizzate dalla direzione del carcere. Prima di entrare in cella, il detenuto deve essere perquisito. Gli effetti personali vengono vanno raccolti dall’ufficio matricola, che deve redigere un inventario del materiale raccolto. Inoltre il personale di polizia penitenziaria deve togliere al detenuto tutto ciò che può nuocergli. Come ad esempio i lacci delle scarpe, o la cintura dei pantaloni. A questo punto, il primo colloquio con il legale può avvenire subito, a meno che il pubblico ministero non faccia motivata richiesta di dilatoria.

 

Antigone: solo un altro si tolse la vita, tanti anni fa

 

Il carcere di Rovereto è "sotto osservazione" da tempo. Il rapporto sulle strutture penitenziarie italiane redatto dell’associazione Antigone, indicava già nel rapporto del 1995 i punti critici: grave sovraffollamento; nelle sezioni maschili, i detenuti sono in 4 in celle singole di 9 metri quadrati, 6-7 nelle celle più grandi. Nel 2005 i detenuti erano 99, per una capienza regolamentare di 28 e "tollerabile" di 50". Per l’Osservatorio "il carcere di Rovereto è qualificato per l’accoglienza dei "sex offender", cioè di detenuti condannati per reati a sfondo sessuale, che nelle altre carceri vivono in sezioni o celle separate e qui sono circa il 40 per cento dei detenuti". Nella statistica, anche i suicidi: negli ultimi 5 anni c’era stato un solo caso, di un detenuto che doveva scontare tre mesi.

Fra le critiche: "Manca un progetto terapeutico complessivo per le persone con disagio psichico. La riduzione dei finanziamenti governativi ha avuto conseguenze negative sulle strutture (adeguamento, manutenzione ecc), sul servizio sanitario (riduzione delle ore della guardia medica). Si segnala un aumento di sensibilità rispetto ai problemi del carcere da parte del Comune di Rovereto, anche su impulso del DAP, con la costituzione di un tavolo di coordinamento tra amministrazione e realtà territoriali".

Edificio austro-ungarico, ristrutturato nel 1997 (intonaci, impianto elettrico, misure antincendio) soffre però di "spazi non adeguati, sono scarsi e angusti; le attività che prevedono grandi spazi o uso di attrezzature ingombranti non possono essere realizzate. Ad ogni piano c’è una cella per non fumatori. Ci sono due aree verdi inutilizzate".

 

Indymedia: il carcere è morte

 

La notizia del suicidio in carcere ha fatto il giro dei siti internet fra cui il portale "alternativo" indymedia.org che ha dato la notizia con il titolo "Carcere è morte". "Sono cose che non dovrebbero mai succedere - commenta sul sito Giampaolo Mastrogiuseppe, delegato della Cgil funzione pubblica -. La sera in cui è arrivato in via Prati, il detenuto pareva tranquillo, ha anche scherzato con le guardie. Nulla lasciava presagire ciò che avrebbe fatto. È una storia molto triste, ma era difficile da evitare".

Più avanti l’altro commento: "Purtroppo, anche per le note carenze di personale, la vigilanza di notte è affidata a pochissime persone, e fare il giro delle celle significa controllarle ogni ora e mezza, facendo in fretta. Poi, per chi non ha mai vissuto l’esperienza del carcere, l’impatto è duro. La prima notte è molto triste, può essere terribile.

E la guardia carceraria non è uno psicologo, non le si può nemmeno chiedere una professionalità di questo genere. Per questo, prima di entrare in cella, ogni detenuto dovrebbe avere un incontro con lo psicologo. È previsto dalla legge, ma nell’arco delle 24-48 ore. Troppo tardi, perché lo choc è immediato per chi è stato appena arrestato".

Nel sito interviene anche Massimiliano Rosa, segretario provinciale del Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria: "Sono decine all’anno, per la realtà trentina, e centinaia i casi in Italia - spiega -. Ma sono molti anche i casi in cui i nostri colleghi salvano il detenuto da morte certa, strappandolo in extremis al tentativo di togliersi la vita in cella. Di questo non si dice mai nulla".

Catanzaro: Corbelli; negati i "domiciliari" a un malato terminale

 

Ansa, 29 luglio 2009

 

Franco Corbelli, leader del movimento Diritti Civili, in una nota denuncia il "dramma e l’ingiustizia di un giovane detenuto calabrese, R.C., di 38 anni, malato terminale, che si trova in carcere a Catanzaro da 15 mesi in attesa di processo per un piccolo reato che lui comunque nega, a cui, su richiesta del pm, sono stati negati i domiciliari".

Corbelli riferisce "di aver ricevuto un accorato appello dalla sorella di questo ragazzo che gli descrive la situazione drammatica del proprio congiunto, malato gravemente, e la disperazione della loro famiglia che non sa più cosa fare per poterlo riportare a casa, almeno agli arresti domiciliari, per poterlo assistere con tutta le cure e l"affetto di cui ha bisogno per affrontare la sua gravissima patologia".

"Questo giovane - sostiene Corbelli - è malato terminale di cancro e ha gravi problemi cardiaci subentrati con la malattia. Nei giorni scorsi ha avuto un edema polmonare, è stato ricoverato d"urgenza in ospedale, è rimasto 12 ore in rianimazione. Quindi dal nosocomio è stato di nuovo riportato in carcere. La gravità della sua malattia è stata accertata ed é attestata da cartelle cliniche degli ospedali di Bologna, Napoli, Catanzaro, Cosenza. Eppure continua a restare in carcere, in attesa del processo che doveva svolgersi nei giorni scorsi e che è stato rinviato".

Padova: appello; colpito da ictus celebrale, sta morendo in cella

 

Il Mattino, 29 luglio 2009

 

Una trentina di detenuti del Due Palazzi (ristretti nel reparto Alta Sorveglianza) hanno scritto e poi firmato una lettera di inviata al Mattino di Padova, per protestare per il trattamento - accusano loro - ricevuto in carcere da uno di loro: Fiorenzo Trincanato.

"Scriviamo per informare i lettori su come i detenuti vengono trattati da chi rappresenta le istituzioni. Scriviamo per raccontare la storia di Fiorenzo Trincanato detenuto su ordinanza del Gip per delle intercettazioni telefoniche inerenti ad un traffico di stupefacenti, secondo l’accusa. Trincanato, (a cui è stato asportato un polmone) è invalido al cento per cento come gli è stato riconosciuto dall’Inps per più patologie. A causa di queste patologie il suo difensore con la documentazione Inps e dei periti nominati ha chiesto in più occasioni gli arresti domiciliari per incompatibilità di Trincanato con il regime carcerario.

Il Gip, a sua volta, ha nominato anch’egli una perizia. E i periti del Tribunale hanno certificato la sua compatibilità con il regime carcerario. Il gip quindi ha rigettato la richiesta dei domiciliari giustificandola con i pareri dei periti del Tribunale ignorando sia le perizie della difesa che le certificazioni dell’Inps.

Venerdì 9 luglio scorso Trincanato ha avuto una grave ricaduta e, dopo qualche ora, per vari problemi burocratici attinenti al suo stato di detenzione, è stato ricoverato al pronto soccorso dell’ospedale di Padova. Dopo un’accurata visita viene dimesso e ritradotto in carcere. A distanza di qualche ora dall’"accurata visita" viene colpito da una paresi al cervello e al corpo. Trincanato dopo soli 5 giorni di degenza è stato dimesso con la relativa certificazione del dirigente sanitario dell’ospedale San Antonio.

Oggi sappiamo che il Trincanato è stato colpito da ictus cerebrale causata da una tachicardia che ha favorito la creazione di un embolo. Com’è noto, le conseguenze di questo tipo di patologie sono devastanti. Il solo fatto che l’ammalato sia un detenuto ha fatto sì che venissero meno i diritti che sarebbero valsi e riconosciuti a qualsiasi altro cittadino. Sarà questo il metodo che si intende adottare per far sì che l’affollamento delle carceri diminuisca?".

Reggio E.: detenuto schizofrenico e la moglie denuncia i medici

 

Il Resto del Carlino, 29 luglio 2009

 

La donna avrebbe voluto il trasferimento del marito in un nosocomio (l’uomo è anche diabetico e malato di cuore). La Corte d’appello ha rigettato la richiesta di scarcerazione, stabilendo però che la struttura che lo ospita debba provvedere immediatamente agli accertamenti sanitari del caso.

A. S., da nove anni è detenuto presso l’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia. L’uomo soffre di gravi disturbi, tra cui schizofrenia, diabete e cardiopatia. Per questo l’avvocato Giuseppe Lipera aveva contestato la "mancata esecuzione di accertamenti medici che erano stati sollecitati dal 22 maggio scorso" e disposti da "un’ordinanza emessa 11 giorni prima da giudici etnei".

Lo scorso 15 luglio, inoltre, la moglie del detenuto aveva presentato un esposto alla Procura generale di Catania denunciando "l’inerzia dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia" chiedendo di "processare penalmente i responsabili del centro medico per omissione in atti d’ufficio" e di trasferire il marito in un ospedale.

Ora la Corte d’appello di Catania - che ha rigettato la richiesta di scarcerazione o di concessione degli arresti domiciliari al mafioso - ha disposto però che la struttura presso cui si trova provveda "al più presto all’esecuzione degli accertamenti sanitari già programmati".

Imperia: indagine dopo evasione, sopralluogo in carcere del pm

 

www.sanremonews.it, 29 luglio 2009

 

Una visita di circa mezz’ora, il tempo giusto per verificare de visu quello che già era testimoniato dalle foto scattate dai carabinieri. È quanto è durato il sopralluogo in carcere del pubblico ministero Paola Marrali, che sta seguendo l’indagine sulla clamorosa fuga di Farah Ben Faical Trebalsi, il tunisino di 35 anni scappato il 7 luglio scorso dopo essersi arrampicato sul muro ed essere saltato nel cortile di via Brea. La dottoressa Marrali era accompagnata dal capitano Sergio Pizziconi, che dirige il reparto operativo dell’Arma. Giudice e investigatore hanno rifatto il tragitto che Trebalsi, tuttora latitante, aveva compiuto per spiccare il volo.

Ancora un tentativo di suicidio in cella. Due settimane fa si era impiccato un detenuto algerino di 35 anni. Il poveretto era morto dopo pochi giorni di agonia in ospedale. L’altra notte ha provato a fare lo stesso un prigioniero di origini marocchine, Ben Hammar Sofien, 30 anni, che sta scontando una pena di 10 mesi per questioni immigratorie. Ha attorcigliato un lenzuolo e se l’è avvolto intorno al collo. L’hanno salvato in extremis le guardie penitenziarie. Pare che l’intenzione del detenuto fosse solo quella di attirare l’attenzione. Il suo potrebbe essere stato un gesto dimostrativo. Ora è piantonato in ospedale da agenti penitenziari. Non è in pericolo di vita e già domani potrebbero dimetterlo.

Gorgona: il carcere dove tutti i detenuti hanno uno "stipendio"

di Marco Verdone

 

www.radici-press.net, 29 luglio 2009

 

Ritornando la sera da Gorgona e osservando la sagoma malinconica che si allontana gradualmente dalla motovedetta che ci riporta a Livorno, penso sempre alla varia umanità che lascio sull’isola. E insieme ad essa ai numerosi animali che ho in cura da vent’anni. C’è un mondo che pulsa e che vuole vivere nell’aspirazione di lasciare quest’isola il più presto possibile. Si tratta di uomini reclusi che per vari e spesso anche assurdi motivi, si trovano a scontare una pena in uno dei luoghi più belli del Mediterraneo.

Tutti i detenuti (oggi solo 65) che arrivano nell’isola di Gorgona sono stati preventivamente selezionati perché il carcere è definito "a custodia attenuata". Una frase tecnica per significare che si lavora con un certo grado di libertà responsabile. Tutti i detenuti inoltre hanno diritto ad uno stipendio. Non è un fatto scontato perché nei carceri cosiddetti "chiusi" sono pochi i detenuti che lavorano e spesso lo fanno a turno durante l’anno. Lavorare è il primo passo per dare dignità alla propria esistenza. Inoltre vedere riconosciuto questo impegno anche sotto il profilo economico è di estremo valore.

Una buona parte dei detenuti dell’isola lavora in agricoltura. Non per niente l’isola è dal 1869 una Casa di Reclusione ad indirizzo agro-zootecnico. Qui le piante e gli animali svolgono un ruolo importante nell’ambito del percorso carcerario. Si tratta di un microcosmo certo complesso, che riproduce nel piccolo dinamiche, fisiologie e patologie tipiche della nostra società, che sta fuori. È un luogo di osservazione privilegiato che ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada e di cui ho capito lo spirito solo dopo molti anni.

Un altro importante incontro durante la mia vita professionale era stato per me determinante: la scoperta della medicina omeopatica classica. Una scoperta che ha cambiato non solo la mia esistenza ma anche la mia visione del mondo. Ho compiuto una vera e propria rivoluzione copernicana ribaltando i concetti di salute e di malattia che fino ad allora mi erano stati insegnati. L’omeopatia mi ha aiutato moltissimo nel lavoro che ho svolto a Gorgona dove si allevano tutte le specie di animali domestici: vacche, maiali, pecore, capre, volatili, conigli, cavalli, asini, api e perfino le orate allevate direttamente in mare.

Introducendo e adottando sia nella cura che nella visione del mondo un approccio olistico ed energetico, si vedono le cose in modo interdipendente, in una parola in modo ecologico. Tutto è collegato ed ogni piccola parte dipende dalle altre. La salute non è mai un fatto singolo, di un solo individuo o di una sola sua parte. La salute è un fatto collettivo e coinvolge sempre le parti di "un tutto".

Personalmente mi sono sempre preoccupato in priorità della cura degli animali malati, come è giusto che sia. Ma col passare del tempo ho capito che la salute degli animali è strettamente collegata a quella degli uomini. Il mio interesse è così passato anche alle persone e al sistema di gestione nel suo complesso. Abbiamo cercato quindi di dare più spazio agli animali, di rimetterli più a contatto con le loro esigenze di specie rispettando le caratteristiche primarie della condizione animale: libertà e movimento. Ed è un po’ sorprendente che proprio in un carcere si cerchi di dare tanta importanza alla libertà degli animali! Paradossalmente ne ricevono più nel carcere di Gorgona che in tanti altri luoghi di allevamento!

I detenuti oltre alla possibilità di lavorare all’aria aperta, in mezzo al mare ed essere retribuiti, hanno questa grande opportunità: lavorare con le piante e gli animali. Questi esseri viventi rappresentano dei compagni di lavoro straordinari per entrare a contatto con le energie della Natura e con i suoi cicli immutabili.

Il prendersi cura ogni giorno delle piante e degli animali può far scoprire ai detenuti che la libertà è rispetto, armonia, non violenza e responsabilità. Che esiste la pazienza e il tempo lento dell’attesa, secondo i ritmi della natura e in proporzione alla fatica investita. E soprattutto, lavorare con altri esseri viventi può permettere di sentirsi responsabili di qualcosa o qualcuno, pianta o animale che sia, e tentare di lasciare anche un po’ di spazio per la gratuità e l’affettività.

Gorgona, poi, ha un altro particolare privilegio: può essere visitata. L’isola appartiene al Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano che comprende in tutto sette stupende isole. Ma quello che è veramente interessante è la possibilità di essere conosciuta anche da gruppi "portatori d’interesse". In pratica, il carcere si rende permeabile al mondo esterno (cioè la società definita "libera") che può entrare ed essere guidata alla relazione con la vita interna di Gorgona.

In questo modo decine di persone (aziende, tecnici, ricercatori, cooperative sociali, ecc.) hanno potuto toccare con mano il lavoro che si svolge. Hanno potuto conoscere i detenuti, vederli lavorare, apprezzare i prodotti che nascono sull’isola (formaggi, carne, uova, vino, olio, miele, etc.) e rimanerne meravigliati. Grazie alla conoscenza diretta si capisce meglio cosa significa scontare una pena con l’aiuto della Natura che rimane sempre la nostra migliore Maestra.

In questo modo si attiva il respiro dell’isola: il rapporto di scambio e conoscenza con l’esterno che produce l’abbattimento dei pregiudizi e l’avvicinamento di mondi che prima o poi devono pur un giorno, alla fine della pena, incontrarsi. In questo senso a Gorgona si cerca di realizzare con pienezza il fine ultimo del carcere: il reinserimento nella società civile.

Napoli: Sant’Egidio; otto homeless sono morti, tra l’indifferenza

 

Redattore Sociale - Dire, 29 luglio 2009

 

Sono 8 i clochard deceduti a causa del caldo a Napoli. Mattone: "Abbiamo chiesto al comune e alla protezione civile interventi urgenti. Da soli non ce la facciamo". In città ci sono 100 posti letto per 1.500 clochard.

In questa estate torrida sono otto i clochard morti a Napoli. Sono morti senza nome, di cui spesso non si arriva a conoscere l’identità, deceduti per motivi diversi, ma con un denominatore comune: l’indifferenza, l’invisibilità. La denuncia parte dalla Comunità di Sant’Egidio che proprio in questi giorni di grande afa ha lanciato un appello alle istituzioni cittadine, chiedendo interventi urgenti per i senza dimora, tra i quali la realizzazione di una tensostruttura refrigerata per l’accoglienza diurna, la riapertura delle fontanelle pubbliche e la distribuzione di acqua e cibo. Un appello che a quanto pare è rimasto inascoltato.

"Da allora - precisa Antonio Mattone, portavoce della Comunità di Sant’Egidio - sono stati fissati e rinviati due appuntamenti da parte dell’assessore alle Politiche sociali del comune, Giulio Riccio. Constatiamo che in questa situazione di caldo eccezionale per i senza dimora si fa veramente poco. E crediamo che si possa fare di più. Su 1.500 clochard presenti a Napoli e dintorni i posti letto sono soltanto 100".

"Due mesi fa - prosegue Mattone - all’obitorio c’erano 7 persone di cui nessuno conosceva l’identità, qualche giorno fa è morto un cingalese in pieno centro che non si sa chi sia. Il problema del pronto intervento sul territorio e del riconoscimento è notevole. A volte i medici chiamano direttamente a noi. Per questo proponiamo un protocollo d’intesa tra il comune e le aziende ospedaliere al fine di stabilire una comunicazione immediata in caso di degenza o di decesso dei pazienti senza dimora o sconosciuti ai servizi del comune dedicati (Help Center e Centro di Coordinamento di Via Pavia).

Già lo scorso inverno, per l’emergenza freddo, fu ipotizzata la realizzazione di una tensostruttura. Poi non se ne fece niente. Ora cosa è successo? "In inverno il progetto saltò perché il luogo scelto non era adatto, stavolta abbiamo individuato due siti in città insieme al settore urbanistico del comune, ma manca il passaggio successivo, l’ok del Patrimonio e l’individuazione di eventuali operatori sociali. Insomma bisogna mettersi tutti intorno a un tavolo per rendere fattiva la cosa, ma purtroppo nessuno ha interesse a farlo. Noi mettiamo a disposizione i nostri volontari, anche la Croce Rossa è disposta a collaborare". Per 100 di loro faremo una cocomerata il 1 agosto alla chiesa dei SS Severino e Sossio. Ma da soli non ce la possiamo fare".

Stesso discorso per le fontanelle. "Abbiamo chiesto al comune di riaprirle, cosa che gioverebbe peraltro anche a cittadini e turisti ma anche qui nessuna risposta. Cosa proponete? Noi distribuiamo 700 pasti a settimana. Ma non basta. Per questo chiediamo l’intervento del comune e della Protezione Civile affinché ci aiutino nella distribuzione di acqua, pasti e vestiti. Ma proponiamo anche la realizzazione di servizi e docce, presidi sanitari a bassa soglia, pronto intervento sul territorio, camper e auto mediche". E per le strutture di accoglienza? "Sappiamo che il comune sta ristrutturando una struttura, quella dei Cristallini, ma non conosciamo l’esito dei lavori".

Pordenone: ordinanza comune vieta fermarsi in due per strada

 

Corriere della Sera, 29 luglio 2009

 

Il sindaco di Pordenone, Sergio Bolzonello, con un’ordinanza ha vietato gli assembramenti di due persone nel centro cittadino che ostacolano la fruizione degli spazi pubblici da parte di altri cittadini. La zona interessata è compresa fra piazza Costantini, via don Sturzo, via Rovereto e piazzale Duca d’Aosta. Nell’area del centro della città friulana, secondo le proteste delle famiglie che vi abitano, si è creata una situazione difficile a causa della presenza, sia di giorno che di notte, di gruppi di giovani che vi sostano bevendo alcolici, imbrattando muri, strade e marciapiedi, urlando o infastidendo i passanti.

L’ordinanza del sindaco vieta il consumo di bevande alcoliche in luoghi pubblici sia di giorno che di notte, a eccezione degli spazi riservati agli esercizi pubblici; e, più in generale, dispone il divieto di tutti i comportamenti che determinino il degrado dell’area e ne compromettano il senso di sicurezza. L’ordinanza prevede multe da 25 a 500 euro ed è applicata in via sperimentale fino al 31 dicembre.

"È un’ordinanza che riguarda solo una ristretta area della città, un 150-200 metri quadrati del centro, che si è resa necessaria per il grave stato di degrado della zona. È stato un modo per ridare libertà ad un centinaio di famiglie che da molti mesi si trovano sotto scatto ad opera di 20, 30 persone, gente al di fuori della legalità che impedisce ai residenti dell’area di muoversi liberamente". Così il sindaco, Sergio Bolzonello, ha spiegato il perché della sua decisione.

Immigrazione: impossibile registrare i figli di stranieri irregolari?

 

Il Messaggero, 29 luglio 2009

 

Non esiste una questione "bambini invisibili": lo assicura il Viminale che sull’allarme lanciato dalla prefettura di Prato secondo il quale, sulla base del pacchetto sicurezza, i bambini nati da irregolari non potranno essere iscritti all’anagrafe. Questo tipo di allarme - già ampiamente segnalato nel corso del dibattito del provvedimento durante i lavori parlamentari - "è destituito di fondamento" precisa una nota del ministero dell’Interno.

"Nessuna previsione in tal senso - aggiunge - è contenuta nella legge pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale". Per gli atti di stato civile, tra cui rientra quello di nascita, afferma ancora il ministero, "non è richiesta l’esibizione del permesso di soggiorno, trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del neonato, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto. Dichiarazioni che possono essere rese anche dal medico, dall’ostetrica o da qualsiasi altra persona che abbia assistito al parto". Ma non solo: "in base al Testo unico sull’immigrazione, le straniere irregolari che hanno un figlio in Italia hanno titolo ad un permesso di soggiorno con validità fino a sei mesi dopo il parto, che può essere anche rilasciato al padre".

Secondo l’Ong Terre des Homme, che chiede una modifica del provvedimento, dall’8 agosto, giorno in cui entrerà in vigore la legge, "i bambini nati da irregolari non avranno il diritto alla registrazione alla nascita, garantito dalla Costituzione e dalla Convenzione dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

Questo allarme, che proviene da un rappresentante dello Stato Italiano - commenta il presidente di Tdh Raffaele Salinari - è la prova dei dubbi di incostituzionalità e palese violazione dei diritti umani fondamentali". Anche Livia Turco, capogruppo del Pd in Commissione affari sociali della Camera, chiede che "il governo ponga rimedio, urgentemente, alla norma che impedisce l’iscrizione all’anagrafe dei figli dei clandestini.

L’allarme della prefettura di Prato non fa altro che confermare quanto avevamo denunciato durante il dibattito parlamentare del provvedimento: l’applicazione di quella norma impedisce qualunque atto di stato civile a coloro che sono sprovvisti di permesso di soggiorno".

Droghe: Onu; i tossicodipendenti vanno curati e non incarcerati

 

Notiziario Aduc, 29 luglio 2009

 

Più interventi per la terapia antidroga, per la prevenzione e l’educazione scolastica. È quanto ha chiesto il direttore esecutivo dell’ufficio Onu contro la droga e il crimine, Antonio Costa durante la conferenza sull’uso degli stupefacenti in Italia che si è tenuta questa mattina a Palazzo Chigi. L’azione di controllo è progredita, ha spiegato, ma la preoccupazione resta alta: il consumo di marijuana e di droghe sintetiche nel nostro Paese è in crescita.

"Negli ultimi anni l’Italia è andata contro corrente. I mercati globali di cocaina, eroina e cannabis sono stabili o in declino, soprattutto negli Stati uniti e in alcuni paesi europei", ma è in crescita "la produzione e l’uso di droghe sintetiche, nei paesi in via di sviluppo e specialmente nei paesi del sud-est asiatico".

Il quadro italiano è ricco di chiaro-scuri "e non ha seguito" il trend positivo che si è registrato negli altri paesi industrializzati. "In Italia - ha spiegato ancora Costa - sono 326 mila le persone affette da problemi di droga, ossia il secondo numero più alto in Europa dopo il Regno unito", la maggior parte dipendenti dalla cocaina. E non solo. I consumatori di cannabis tra il 2002 e il 2007 sono raddoppiati. Sono il 14,6% della popolazione, una delle più alte del mondo.

Per il funzionario delle Nazioni unite "l’intero sistema Italia - scuola, sanità, mezzi d i informazione, atleti, artisti e personaggi di spicco - deve dare più importanza alla sensibilizzazione dei giovani che la droga uccide. Uccide soprattutto la mente - ha insistito - e a volte il corpo stesso. Una parte importante e crescente dei massacri del sabato sera è il risultato di carente informazione e vigilanza".

Costa ha poi chiesto ai governi e alle agenzie dell’Onu di assicurare l’accesso universale alle terapie di recupero perché - ha spiegato - i drogati non vanno arrestati e chiusi in carcere, ma curati in ospedale.

A chi ritiene che le politiche di contrasto a livello mondiale siano inefficaci, Costa ha replicato sostenendo che nel 2008 la coltivazione mondiale di foglia di coca si è ridotta del 18% e quella dell’oppio del 19%, e che i sequestri di cocaina ed eroina sono in crescita. "Fallire nel contrasto alle mafie internazionali - ha concluso - significa esporre la nostra società al rischio che l’opinione pubblica si dimostri meno ostile di oggi alla legalizzazione delle droghe. Controlli meno severi sulla droga sarebbero un errore storico".

"Non ha destato particolare scalpore nell’opinione pubblica la notizia che vede, in Italia, raddoppiato negli ultimi sette anni, il consumo di cannabis. Io, invece, sono fortemente preoccupata". Questo il commento di Mariella Bocciardo, membro Pdl della commissione Affari Sociali. "I dati emersi nel rapporto annuale dell’agenzia dell’Onu sugli stupefacenti - continua Bocciardo - mostrano come sia aumentato l’uso di cannabis nella popolazione adulta del nostro paese. Ancora più sconcertante - prosegue il deputato azzurro - verificare che siamo l’unico Paese che registra dati di crescita nel consumo di droga fra tutti gli stati d’Europa, consegnandoci, quindi, un triste primato di cui non andare fieri. L’unica ricetta possibile per modificare questa inerzia di morte - conclude Bocciardo - è promuovere iniziative di comunicazione, informazione e formazione in tutte le sedi, compresi i posti di lavoro, e non solo in scuole e università. Le istituzioni non possono restare inermi di fronte a dati così chiari e drammatici".

"È una ridicola costruzione di numeri che si è spinta molto al di là del grottesco: non mette più tanto in luce la non credibilità dei dati Unodc, che è scontata, quanto l’autocensura e la capacità della collettività internazionale di credere a queste baggianate". A più di due anni dalla prima denuncia, Sandro Donati, ricercatore per l’associazione Libera, non usa mezzi termini nei confronti del Rapporto mondiale sulle droghe dell’Ufficio delle Nazioni unite contro il traffico di droga. La situazione non è cambiata, però, nonostante le denunce. L’ultima lo scorso gennaio, quando in una conferenza stampa presso la Federazione nazionale stampa italiana presentò un ‘contro-rapportò dettagliato con una minuziosa critica degli errori di rilevazione presenti nei rapporti stilati dall’agenzia delle Nazioni unite. Ad oggi, alla presentazione del World Drug Report 2009 a Palazzo Chigi, la situazione non è cambiata. Per dimostrarlo, spiega Donati, è sufficiente fare delle osservazioni sui dati relativi al 2008.

"Nel nuovo rapporto - spiega - l’Unodc ha abbassato la stima della produzione mondiale di molto, arrivando addirittura ad abbattere quella della produzione colombiana. A fronte delle 600 tonnellate stimate nel 2007 per quanto riguarda la Colombia, l’Unodc ha portato la stima a 430 tonnellate. Già 265 tonnellate vengono sequestrate dai colombiani sotto forma di cloridrato di cocaina e di coca base- spiega Donati- e poi circa altre 15-20 tonnellate i colombiani le sequestrano sotto forma di prodotti intermedi.

Così circa 285 tonnellate scomparirebbero già nel territorio colombiano. Rimarrebbero soltanto 150 tonnellate, ma se consideriamo che nei pesi confinanti si sequestrano quantità di cocaina nell’ordine delle 30 tonnellate all’anno e in alcuni paesi anche 40 (ed è quasi esclusivamente colombiana) ecco che la cocaina è già finita o nella stessa Colombia o qualche chilometro più lontano".

Il rapporto delle Nazioni unite, secondo Donati, non riesce a far chiarezza neanche sul traffico di eroina. Nonostante l’allarme lanciato dalla stessa Unodc riguardo al ruolo predominante dell’Afghanistan nella produzione mondiale di oppio, sui dati ci sarebbero ancora delle vaste zone d’ombra.

"La produzione dell’oppio dall’arrivo delle truppe americane con i loro alleati ad oggi- spiega- ha avuto un’impennata al punto che se prima si produceva circa il 40% della produzione mondiale, oggi produce praticamente tutto. Sono diventati monopolisti di una produzione che si è triplicata, quasi quadruplicata nel frattempo. Anche in questo caso i dati dell’Unodc non gettano luce. Per i paesi sudamericani e per quel che riguarda la cocaina falsano l’idea della situazione, in questo caso la lasciano oscura".

Nonostante le varie occasioni in cui lo stesso Donati, insieme a Libera, hanno portato le loro critiche ai dati dell’Unodc, queste sono rimaste inascoltate. "Trovo sconcertante che il nostro studio non abbia ricevuto nessuna obiezione nella sostanza. Qualcuno dell’Unodc, cominciando dal direttore, è intervenuto ma lo ha fatto solo in termini generali, mai entrando nella sostanza dei dati". La ricerca di Libera e di Sandro Donati, però, non si ferma. Insieme ad uno staff di economisti delle Università di Bologna e Trento, infatti, le critiche ai rapporti Onu stanno assumendo sempre più autorevolezza in ambito scientifico. L’analisi dei dati raccolti da Donati, oltre che a far emergere una situazione più drammatica di quanto lo stesso ricercatore abbia fino ad oggi denunciato, verrà pubblicato su riviste scientifiche internazionali.

 

Dopo il rimprovero, le formalità della nota congiunta

 

Nell’incontro che si è svolto oggi a Palazzo Chigi, il direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, Antonio Maria Costa, ha "condiviso ed elogiato le nuove politiche e strategie" che il Governo italiano sta portando avanti in tema di lotta alle tossicodipendenze. È quanto si afferma in una nota congiunta dello stesso Costa e del sottosegretario con delega alle tossicodipendenze, Carlo Giovanardi, diramata dalla Presidenza del Consiglio.

Giovanardi, si dice nella nota, ha ‘apprezzato i dati positivi che emergono dal rapporto Unodc del 2009, che registra un calo delle coltivazioni delle droghe e una stabilizzazione del loro consumò; Costa ha "condiviso ed elogiato" l’operato che il governo italiano sta portando avanti in tema di prevenzione, educazione e informazione per evitare l’ingresso nella tossicodipendenza e le strategie per l’individuazione precoce del problema attraverso l’utilizzo di drug testing professionali, oltreché del recupero delle persone tossicodipendenti. Costa, si legge ancora, "ha espresso forte apprezzamento per il sostegno dell’Italia alle strategie di trattamento delle tossicodipendenze attuate dall’Unodc in piena collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità".

Droghe: su alcol e minori... rimpiango la lezione del cappellano

di Claudio Cippitelli

 

Il Manifesto, 29 luglio 2009

 

La notizia della nuova ordinanza del Comune di Milano che stabilisce una multa di 450 euro (che diventano 500 se non pagata entro 5 giorni) per i minori di 16 anni sorpresi a bere alcolici, mi fa pensare ad un volumetto trovato in una libreria antiquaria qualche tempo fa. Si tratta di Brevi Discorsetti ai Soldati di Giacomo Dalla Vecchia, dedicato ai Regi Cappellani dell’Esercito Italiano, e pubblicato nel 1915 a pochi mesi dall’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale; in esso è possibile rintracciare affermazioni utili a sostenere le tesi di chi esprime contrarietà al dispositivo "multa" voluto dal sindaco Moratti.

L’autore, già nei primi anni del secolo scorso, dopo aver tracciato un quadro sui danni fisici e morali dell’alcolismo, ne affronta le cause ed infine i rimedi: e qui il primo elemento di modernità, ovvero l’articolazione dei rimedi in mezzi individuali e mezzi sociali, articolazione che appare assente nel provvedimento milanese, pensato solo come mezzo individuale teso a penalizzare i minori e le loro famiglie. Il primo dei mezzi sociali individuato nel volumetto del 1915 è la legislazione sulla vendita, sull’orario e il numero degli spacci: più o meno quanto viene proposto, come novità, da buona parte dei sindaci, i quali sembrano invece ignorare che la vera novità con la quale si dovrebbe fare i conti è che, a differenza del 1915, la conoscenza e l’accesso ai consumi alcolici oggi viene veicolata con grande efficacia dalla pubblicità. E cosa dice la nostra legislazione in merito?

L’articolo 13, Capo III della Legge Quadro in materia di alcol e di problemi alcol correlati del 2001, al comma 2, vieta la pubblicità di alcol e superalcol "all’interno di programmi rivolti ai minori e nei quindici minuti precedenti e successivi alla trasmissione degli stessi"; al comma 3 vieta la pubblicità diretta o indiretta nei luoghi "frequentati prevalentemente dai minori di 18 anni di età"; nei successivi commi si vieta la pubblicità sulla stampa destinata ai minori e nei cinema quando sono in programmazione film destinati ai più giovani.

Incredibile. Siamo fermi alla tv dei ragazzi, al Corriere dei Piccoli, a Carosello. Qualcuno dovrà avvisare il legislatore che nel mondo della parabola e del digitale i minori non accedono solo ai programmi e ai luoghi ad essi destinati, e che nelle diete mediatiche dei nostri adolescenti trionfa il web, mai citato nella Legge Quadro: provate a vedere i siti dedicati al fenomeno dello spritz (www.spritz.it, per fare un esempio) e i relativi blog, osservate i banner che pubblicizzano aperitivi e liquori vanto della produzione nazionale, e comprenderete quanto le disposizioni della Legge Quadro siano a dir poco parziali.

Tornando a "Brevi Discorsetti ai Soldati", il secondo dei mezzi sociali individuato dall’autore come rimedio è l’educazione; e per quanto riguarda i mezzi individuali Dalla Vecchia scrive: "Le punizioni: multe, prigione ecc. non fanno niente o poco. Prevenire e curare più che punire". Educazione, prevenzione: le proposte di un cappellano militare del 1915 rappresentano l’attività quotidiana delle molte unità di strada che, tra mille difficoltà e con sempre meno risorse, frequentano i luoghi del consumo di alcol, pub e discoteche, piazze, strade, portici.

Conoscono i consumi e i consumatori, da anni offrono ai ragazzi informazioni, consulenze, la possibilità di sottoporsi all’alcoltest, raccolgono dati, rappresentano forse l’unica presenza adulta competente che gli adolescenti, anche milanesi, possono incontrare quando hanno un bicchiere in mano. Oltre a queste unità di strada, l’unica traccia della presenza delle istituzioni è veicolata dalle tabelle sugli effetti del consumo di alcol, tanto burocratiche quanto incomprensibili, che gli esercenti hanno l’obbligo di esporre.

Come sono considerati dall’amministrazione Moratti questi progetti? Quale idea di ordine soggiace a questa lotteria all’incontrario chiamata multa, la quale per definizione è di natura casuale e occasionale? A quale idea di società educa una multa in denaro, indifferente per alcuni, drammatica per altri? Molti commentatori hanno parlato di ordinanza di buon senso. Una volta nella vita, preferisco il buon senso di un cappellano.

Mondo: pena di morte; 5.700 esecuzioni nel 2008, prima la Cina

 

www.rassegna.it, 29 luglio 2009

 

Il rapporto 2009 di Nessuno Tocchi Caino: continua il percorso verso l’abolizione, ma la situazione resta allarmante. Nella Repubblica Popolare l’87% del totale. Poi Iran e Arabia Saudita, in Europa c’è solo la Bielorussia. Usa, cancellata in New Mexico.

Nel mondo il percorso verso l’abolizione della pena di morte, in atto da oltre 10 anni, è proseguito anche l’anno scorso e nel primo semestre 2009: ma la situazione resta allarmante, come testimoniano i circa 6mila giustiziati da inizio 2008. È quanto emerge dal rapporto 2009 diffuso oggi (mercoledì 29 luglio) da Nessuno Tocchi Caino, la lega di cittadini e parlamentari per l’abolizione della pena di morte nel mondo.

Sono state 5.727 le esecuzioni capitali nel 2008, contro le 5.851 del 2007 e le 5.635 del 2006. Tra i paesi in cima alla lista, Cina, Iran e Arabia Saudita. In particolare, la Cina ha effettuato almeno 5mila esecuzioni, circa l’87,3% del totale mondiale. L’Iran ne ha effettuate almeno 346, l’Arabia Saudita 102. Seguono Corea del Nord (63), Pakistan (36), Iraq (34).

I paesi o territori che hanno deciso di abolire la pena capitale sono 151. Di questi, le nazioni totalmente abolizioniste sono 96. Mentre quelle che hanno deciso di mantenerla sono scesi a 46, a fronte dei 49 del 2007, dei 51 del 2006 e dei 54 del 2005. Ancora una volta l’Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se si stima che in Cina vi sono state almeno 5.000 esecuzioni, il dato complessivo del 2008 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 5.666 esecuzioni (il 98,9%), in calo rispetto al 2007 quando erano state almeno 5.782.

Il premio "Abolizionista dell’anno 2009" viene conferito a due personalità americane: il governatore del New Mexico, Bill Richardson, e la parlamentare Gail Chasey. Lo Stato ha deciso la cancellazione della pena capitale lo scorso 18 marzo. In Europa l’unica ad adottarla è la Bielorussia, che ha giustiziato circa 400 cittadini dal 1991.

Ecco i 26 paesi che hanno effettuato esecuzioni nel 2008: Cina (almeno 5.000), Iran (almeno 346), Arabia Saudita (almeno 102), Corea del Nord (almeno 63) Stati Uniti (37), Pakistan (almeno 36), Iraq (almeno 34), Vietnam (almeno 19), Afghanistan (almeno 17), Giappone (15), Yemen (almeno 13), Indonesia (10), Libia (almeno 8), Sudan (almeno 5), Bangladesh (5), Bielorussia (4), Somalia (almeno 3), Egitto (almeno 2), Emirati Arabi Uniti (almeno 1), Malesia (almeno 1), Mongolia (almeno 1), Singapore (almeno 1), Siria (almeno 1), Bahrein (1), Botswana (1), Saint Kitts e Nevis (1).

Messico: indagine della chiesa, su grave situazione delle carceri

di Luis Badilla

 

Radio Vaticana, 29 luglio 2009

 

"Corruzione, sovraffollamento e tossicodipendenza" sono alcuni dei flagelli che secondo uno studio della Pastorale sociale dell’episcopato messicano colpiscono le carceri del Paese e soprattutto le persone sottoposte a trattamento carcerario, oltre 2 milioni e 270mila tra coloro effettivamente sono in galera e altri che hanno l’obbligo di dimora o di firma settimanale. E su tutti, osserva il documento, c’è "il controllo pesante che esercitano i cartelli del narcotraffico", configurando così uno dei fenomeni sociali più esplosivi del Paese che attende una risposta da parte del governo federale ma anche da quelli dei singoli Stati e dei Municipi.

Si tratta in sostanza di condizioni che spiegano l’aumento impressionante della violenza all’interno delle carceri, gli ammutinamenti e le fughe. L’indagine realizzata dalla Pastorale sociale in tutto il Paese ricorda che solo negli ultimi 10 anni sono stati reclusi almeno un milione di adulti e che la metà di quelli attualmente sottoposti a trattamento carcerario, con modalità diverse, hanno un’età inferiore ai 30 anni.

Intanto i reati non diminuiscono, anzi. Il 28% di essi sono legati direttamente o indirettamente alla droga e alla tossicodipendenza, ma la cosa più grave è che i colpevoli di questi delitti finiscono proprio nel posto dove è più facile drogarsi o acquistare droga perché a basso costo: le carceri. La Pastorale sociale fa notare la mancanza di una risposta a questa realtà denunciata dagli stessi carcerati come risulta da centinaia di questionari che sono stati compilati tra i reclusi e i loro familiari e che sono la base della ricerca portata a compimento in diversi mesi di lavoro.

Preoccupa ugualmente, secondo gli estensori della ricerca, che spesso la direzione o i posti di responsabilità nelle carceri vengano assegnati sulla base di criteri clientelari e politici, mortificando la professionalità che in questo settore è anche garanzia per il Paese. Il documento, illustrato e consegnato ai vescovi del Messico la settimana scorsa, si sofferma anche sulle donne recluse, il 43% delle quali sono in galera per reati contro il patrimonio e hanno un’età compresa tra i 21 e i 30 anni.

Tra le donne in carcere quelle indigene (in maggioranza "nahuas") sono le più vulnerabili. Il 46% di queste donne, tra i 58 e gli 82 anni di età, sono in galera per traffico di droga e molte di loro, in particolare le più anziane, sono in sostanza completamente abbandonate, quasi seppellite in vita. Intanto, i reati più numerosi imputati ai maschi di età compresa tra i 59 e gli 80 anni sono il furto, la violenza sessuale e il traffico di droga.

Pedro Arellano, membro della pastorale carceraria della Commissiona episcopale per la promozione umana e sociale, spiegando lo sforzo compiuto, destinato in primo luogo ad avere una diagnosi più o meno completa e approfondita su quanto accade nelle carceri, ha sottolineato l’importanza che l’intera indagine sia stata condotta assieme con l’Associazione dei familiari dei carcerati del Distretto federale. D’altra parte ha ricordato che non è stato facile poiché questa situazione carceraria denunciata frutta alla corruzione ogni anno oltre 700 milioni di "pesos".

Turchia: pene alternative originali... come "l’obbligo di lettura"

di Francesco Tortora

 

Corriere della Sera, 29 luglio 2009

 

Leggere libri come pena alternativa alla prigione. Sembrano passati secoli dai tempi di "Fuga di Mezzanotte", pellicola degli anni ‘70 di Alan Parker che raccontava la storia vera di Billy Hayes, cittadino americano condannato a 30 anni di galera in Turchia per possesso di stupefacenti e che enumerava le violenze subite in carcere dallo stesso cittadino statunitense. Nonostante il sistema giudiziario turco continui a mostrare gravi limiti (non sono pochi i casi di intellettuali arrestati per reati d’opinione e spesso le violenze sulle donne non sono perseguite), da qualche anno pene più morbide e originali sotto inflitte a chi si macchia di reati considerati meno gravi. Invece di passare inutili giornate in galera i giudici offrono ai condannati la possibilità di sostituire il carcere con lunghe sedute in biblioteca durante le quali i colpevoli devono leggere e riflettere sui propri errori.

In un articolo comparso sul quotidiano libanese An-Nahar e ripreso dal sito web del Courrier International sono raccontate le più celebre pene alternative imposte da giudici anatolici. Secondo la legge turca queste pene possono essere inflitte solo a persone condannate per reati che non superano i tre anni di reclusione. Inoltre i reprobi non devono avere precedenti, devono essere pentiti e avere una buona condotta.

Il primo caso di pena alternativa fu comminato nel 2006 a Alparslan Yigit, cittadino turco di Yozgat, accusato di ubriachezza molesta. L’uomo fu condannato a leggere ogni giorno per un’ora e mezza un libro in biblioteca sotto la sorveglianza della polizia. All’inizio Yigit, che preferiva il carcere alla lettura in biblioteca perché temeva di essere preso in giro dai conoscenti, faceva finta di leggere. Più tardi seppe che il giudice lo avrebbe interrogato sulla trama del libro e allora cominciò il "duro lavoro": "Ho impiegato più di un mese per leggere quel grande libro" ricorda Yigit. "Il giudice mi disse che se avessi scelto la prigione piuttosto che la lettura, la mia fedina penale sarebbe stata macchiata inesorabilmente e non avrei più trovato lavoro. All’inizio è stato peggio di una tortura. Poi ho capito che leggere non è così tremendo. Adesso lo faccio ogni volta che ne ho l’occasione".

Diversa la storia di Hayrettin J. condannato da un giudice di Diyarbakir a regalare fiori alla moglie almeno una volta a settimana per cinque mesi. Il cittadino turco era stato arrestato per aver picchiato la consorte e per essersi sposato con un’altra donna. In Turchia la legge proibisce la poligamia, ma negli ultimi tempi numerose persone con l’avallo delle autorità religiose si sono sposate simbolicamente con ragazze più giovani nonostante avessero già una moglie. Quando Ayse scoprì il secondo matrimonio del marito protestò e lui la picchiò selvaggiamente. Allora la donna lo portò in tribunale e il giudice gli offrì la pena alternativa dei fiori. Ma sembra che Hayrettin non abbia gradito la decisione e durante il dibattimento affermò: "Piuttosto che rendermi ridicolo con i fiori preferisco divorziare.

Nessuno ha il diritto di offendere il mio onore". Il trentatreenne Ömer Duman invece è stato condannato a leggere un classico della letteratura mondiale ogni mese per i prossimi 5 anni. Anche lui era stato arrestato per aver picchiato la moglie nella provincia di Denizli, nella Turchia meridionale. Dopo aver promesso di non alzare più le mani sulla consorte e aver dichiarato di essere amaramente pentito, Duman ha iniziato la lunga lettura di "Guerra e Pace", il celebre capolavoro di Tolstoj. Ultimo caso di pena alternativa narrata nell’articolo è quella inflitta da Zeynep Denizoglu, giudice di Trabzon, al condannato Özgür Solmaz.

Il ventitreenne, ubriaco, durante un litigio con degli amici ha estratto la pistola e ha sparato alcuni colpi in aria. La legge prevede per questo reato un anno di reclusione e una multa di 375 lire turche (circa 177 euro). Al posto della detenzione Solmaz ha accettato la pena alternativa: per tre mesi leggerà manuali che raccontano i danni prodotti ogni anno dalle armi da fuoco e distribuirà volantini in strada che trattano lo stesso argomento.

 

 

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