Rassegna stampa 1 giugno

 

Giustizia: ronde, respingimenti, e ora sospensione di Shengen

di Laura Eduati

 

Liberazione, 1 giugno 2009

 

Ronde, respingimenti, sospensione di Shengen. Roberto Maroni conclude il G8 con la soddisfazione impressa sul volto. Per la prima volta nella sua storia, il summit affronta il tema della sicurezza urbana ovvero il pallino del governo italiano.

Il ministro leghista promuove nuovamente la cosiddetta "sicurezza integrata", ossia composta da forze dell’ordine, amministratori locali e cittadini volontari che imita, a suo dire, il "sistema giapponese". E proprio per assicurare la sicurezza in vista del G8 dell’Aquila dei prossimi 6 e 7 luglio, il governo italiano chiede la sospensione di Schengen dal 18 giugno al 15 luglio per effettuare rigidi controlli alla frontiera.

Maroni, accompagnato dal ministro alla giustizia Angelino Alfano nella conferenza stampa finale dalla quale sono stati esclusi i ministri dei restanti Paesi, mostra irritazione ai cronisti che gli chiedono spiegazioni su respingimenti e Lampedusa: "Il centro dell’isola è vuoto per la prima volta dopo dieci anni, finalmente Lampedusa potrà tornare la perla del Mediterraneo".

È irritato contro "i professionisti dell’antirazzismo" che un tempo lo criticavano per gli sbarchi continui e ora gli rimproverano aspramente le deportazioni di massa senza la dovuta accoglienza dei richiedenti asilo. D’altronde la politica del centrodestra paga: "Il 90% degli italiani vuole che gli sbarchi cessino".

L’amicizia con la Libia non conosce battute di arresto, il 3 giugno la visita di una delegazione libica a Roma e nei giorni seguenti il consiglio dei ministri dell’interno europei in Lussemburgo dove, continua a sperare il commissario europeo alla giustizia Jacques Barrot, i paesi meridionali come Italia, Grecia, Cipro e Malta continueranno a chiedere la solidarietà dei restanti Paesi perché si facciano carico, anche economicamente, dell’arrivo di migranti irregolari e dei richiedenti asilo.

Non sbarcheranno in Italia, invece, i detenuti di Guantanamo che Obama vorrebbe affidare all’Europa. "Dobbiamo avere la garanzia che possano rimanere in carcere", dichiara Maroni. Dunque per il momento le frontiere italiane rimarranno chiuse anche per loro.

Grave la preoccupazione dei sedici ministri di giustizia e interno per i pirati somali che disturbano le rotte commerciali nel golfo di Aden; in attesa di uno strumento legislativo ad hoc condiviso a livello internazionale - un tribunale penale per casi di pirateria, è una delle proposte - i Paesi colpiti potrebbero giudicare i responsabili nei tribunali nazionali. Una soluzione complicata: le navi commerciali spesso battono una bandiera diversa dalla proprietà effettiva del cargo, e così accade per la nazionalità dei passeggeri.

Tuttavia la questione rilevante rimane la lotta al terrorismo internazionale e alla criminalità organizzata transnazionale, contro i quali esiste l’accordo completo di aggredire i beni accumulati in modo illecito attraverso la cooperazione giudiziaria in modo da colpire non soltanto l’intestatario dei conti correnti e dei beni, ma l’intero malloppo custodito anche sotto falsi nominativi e prestanome. Lotta senza frontiere al terrorismo jihadista e non solo, capace di "notevole flessibilità organizzativa".

La criminalità corre anche sul web con un vertiginoso aumento dei furti di identità, specialmente nei social network, nei servizi criptati, nei servizi VoiP e nel Domain Name System e per questo verrà chiesta maggiore cooperazione con le forze dell’ordine da parte dei gestori contro il cybercrime.

Con quale conseguenza sulla libertà di informazione, non è dato sapere. Per Alfano i criminali informatici attentano non soltanto ai patrimoni comuni e individuali, come ad esempio la decriptazione delle carte di identità, ma anche alla proprietà intellettuale e, per Maroni, possono arrivare a destabilizzare interi Paesi.

A questo proposito, annuncia che verrà messo a punto un "centro di eccellenza mondiale contro il cybercrime" messo a punto da Poste italiane. Ma il web viene utilizzato anche dai pedofili per l’adescamento dei minori e lo scambio di materiale pedopornografico: la proposta consiste nell’adozione di liste nere - o blacklist - di siti pedopornografici che verranno bloccati anche su segnalazione del provider.

La sensazione è che l’estrema attenzione agli abusi sessuali su bambini documentati online faccia perdere di vista la lotta concreta alla pedofilia e al turismo sessuale internazionale, che per il momento gode di poca collaborazione giuridica e scarsi effetti.

Giustizia: ritocco riti non basta a rendere efficiente processo

di Sergio Chiarloni (Ordinario di Diritto all’Università di Torino)

 

Il Sole 24 Ore, 1 giugno 2009

 

Da tempo, gli operatori sono convinti che non esiste un codice processuale tanto buono da garantire una amministrazione della giustizia efficiente, né uno tanto cattivo da impedirla. Occorre soprattutto un impegno verso altre direzioni.

Basti pensare all’irrazionale distribuzione delle circoscrizioni giudiziarie (17 tribunali in Piemonte!); alla cattiva organizzazione e all’insufficiente produttività delle cancellerie; alla scarsa diffusione delle tecnologie informatiche; ai criteri spesso discutibili adottati dal Csm per la scelta dei titolari di uffici direttivi; alla frequenza di prassi operative che irrigidiscono la gestione delle controversie; agli eccessi di formalismo nell’interpretazione delle norme processuali; alla poca incisività dei meccanismi alternativi di risoluzione delle controversie.

Sennonché, da quasi vent’anni il legislatore, prigioniero dell’illusione che sia sufficiente innovare le norme di procedura per sistemare il servizio giustizia, tiene aperti i cantieri delle riforme in preda a un delirio rifondativo di interi settori della disciplina di cui è difficile decifrare il disegno complessivo. Anche perché sovente la sequela dei provvedimenti richiama il movimento di un pendolo (come nel caso dei successivi ripensamenti tra il 1992 e il 2006, relativi alla disciplina della fase preparatoria del processo di cognizione).

Malgrado l’ampio intervento che ha toccato importanti settori dei primi tre libri del codice nel 2006, la bulimia legislativa non conosce riposo. Dopo varie vicissitudini il Senato ha approvato in quarta lettura una nuova riforma, che riprende con numerose modifiche un progetto già messo a punto nella precedente legislatura, nell’intento di perseguire la durata ragionevole del processo, oggi un mito nella vita dei fori.

Vediamo gli aspetti principali. È aumentata la competenza per valore del giudice di pace che già filtra circa il 50% del contenzioso. In misura, peraltro, inferiore a quella inizialmente prevista, anche a seguito dei rilievi critici del Consiglio nazionale forense. Si semplifica il meccanismo di risoluzione delle questioni di competenza, ora da decidere con una semplice ordinanza. È tuttavia mantenuto il regolamento di competenza, soppresso in una prima stesura del progetto.

Il vincitore che non riesce a ottenere un risultato migliore rispetto alla proposta conciliativa dell’avversario sarà condannato alle spese. Il soccombente, dal canto suo, potrà essere condannato d’ufficio anche al pagamento di una somma equitativamente determinata a favore della controparte, indipendentemente dall’esistenza della responsabilità aggravata. L’intento deflat-tivo è evidente, ma si profilano difficili questioni interpretative per entrambi i casi.

La mancata contestazione tempestiva dei fatti allegati dall’avversario ne comporterà l’implicito riconoscimento. Qui si discuterà molto sul termine ultimo per contestare e anche sulla rilevanza dell’emersione nel corso dell’istruttoria della non verità di quei fatti.

La testimonianza scritta viene finalmente introdotta, ma sull’accordo delle parti e con una disciplina complicatissima. Avverrà raramente e senza influenza sulla durata dell’istruttoria, a differenza di quanto avviene in Francia, grazie una disciplina semplice e frequentemente applicata.

Allo scopo di trovare un riparo dalla valanga di ricorsi che si abbatte sulla Corte di cassazione, una prima stesura prevedeva un filtro di ammissibilità efficace, ma subito vigorosamente contestato. Le sostanziali modifiche operate dalla Camera l’hanno indebolito al punto da renderlo inutile, forse foriero di complicazioni e secondo molti interpreti ancora sospetto d’illegittimità costituzionale.

In materia esecutiva troviamo una misura coercitiva pecuniaria per le obbligazioni di fare infungibili e di non fare. Ma con l’eccezione delle controversie di lavoro e assimilate, il che induce il dubbio di una violazione del principio di uguaglianza.

Infine, il procedimento sommario di cognizione, introdotto per le controversie più semplici attribuite al giudice unico si propone con ricorso, l’istruttoria è sommaria e si conclude con un’ordinanza appellabile. Solo l’esperienza applicativa ci dirà se l’istituto riuscirà a rendere significativamente più veloce l’amministrazione della giustizia in confronto alle possibilità già oggi offerte dal processo ordinario di cognizione ricorrendo alla decisione semplificata con lettura della sentenza in udienza.

Giustizia: Bossi; magistrati eletti dal popolo, è diritto di libertà

 

Apcom, 1 giugno 2009

 

I magistrati eletti dal popolo "sono un crimine secondo i criminali della sinistra, ma secondo noi sono un diritto per avere la libertà". Umberto Bossi torna sulla questione dell’elezione dei magistrati che, osserva Bossi durante un comizio a Sesto Calende "non saranno più nominati dall’alto, non saranno più tutti napoletani. I magistrati adesso saranno eletti dal popolo e così anche la Lombardia potrà avere un magistrato lombardo. Finalmente i grandi popoli - ripete bossi - come quello lombardo avranno i loro magistrati".

Giustizia: Ionta; polizia tenga arrestati in camere di sicurezza

 

Il Sole 24 Ore, 1 giugno 2009

 

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, l’aveva definito "effetto porta girevole": un soggetto viene arrestato, condotta in carcere e dopo qualche ora rimesso in libertà.

Quello di cui il ministro non ha mai parlato è l’entità del fenomeno che in Italia riguarda un quarto dei detenuti e a Torino arriva a superare la metà. I dati - pubblicati nell’ambito di una ricerca condotta dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sulle cosiddette "detenzioni brevissime" - sono relativi al 2007. In dodici mesi, scrive una ricercatrice, nel carcere delle Vallette "dei 7.015 soggetti entrati dalla libertà, ben 3.919 sono stati scarcerati entro i tre giorni successivi alla data d’ingresso". Ciò significa, prosegue la ricercatrice, "che più della metà (il 56%) dei nuovi giunti ha una permanenza in istituto brevissima".

L’effetto porta girevole, naturalmente, ha dei costi. "In termini di lavoro, di tempi e di risorse materiali, ma anche una ricaduta in accumuli di tensione nel contesto detentivo". Le procedure, infatti, vengono svolte a ritmi incalzanti e gli operatori si trovano a dover affrontare vere e proprie emergenze".

Per far fronte a queste emergenze, il capo del Dap, Franco Ionta, il 26 maggio ha inviato una missiva al capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, in cui, dopo aver inquadrato il problema, propone al legislatore alcune modifiche al codice di procedura penale.

"Nel corso del 2007 - scrive Ionta - hanno fatto ingresso in carcere circa 94mila soggetti, ma di questi oltre 24mila sono stati scarcerati entro il terzo giorno". La maggior parte dei soggetti sono stranieri. "Dodicimila extracomunitari, 3.400 cittadini Ue, 8.500 italiani".

Individuato il fenomeno, Ionta passa ad analizzarne le cause. "Le detenzioni brevissime - scrive - sono evidentemente, per massima parte, l’effetto di arresti in flagranza, cui segue la convalida o il giudizio direttissimo con successiva scarcerazione per vari motivi: sospensione condizionale della pena, applicazione di misura cautelare attenuata, espulsione quale sanzione sostitutiva per gli stranieri". Il capo del Dap, nella seconda pagina della missiva, attacca di fatto l’operato delle forze dell’ordine.

"La brevità della detenzione sopra indicata è in larga parte conseguenza della scarsa osservanza da parte delle forze di polizia della norma prevista dall’articolo 558, comma due, del codice di procedura penale, attesa la diffusa prassi di non trattenere gli arrestati in flagranza presso le camere di sicurezza, ma di accompagnarli presso un istituto penitenziario".

Ionta, che tra le altre cose sostiene la necessità di attribuire maggiori funzioni investigative alla polizia penitenziaria, propone una modifica della norma che, "lasciando all’Autorità giudiziaria il potere di disporre la comparizione dell’arrestato o del fermato innanzi a sé, lo sottopone ad un più stringente obbligo di motivazione delle ragioni che vengono, a loro volta, aggravate con l’inserimento del carattere di assolutezza della necessità e dell’urgenza". (Vedi il documento del Dap - in pdf)

Giustizia: Rete di "buone pratiche", per i detenuti e i loro figli

di Giovanna Faggionato

 

Il Sole 24 Ore, 1 giugno 2009

 

Promuovere buone pratiche sulla genitorialità in carcere, fare ricerca e formazione al di là "dei confini nazionali e cercare deportare le problematiche dei figli di detenuti sui tavoli delle grandi organizzazioni internazionali con una mirata attività di lobbying. Questi gli obiettivi della rete Eurochips (European network for children of imprisoned parents), che si presenta come una organizzazione multinazionale del volontariato in carcere.

Recentemente, 16 associazioni - in rappresentanza di 12 paesi - si sono ritrovate a San Vittore per accendere i riflettori sui 750mila bambini europei con genitori detenuti: di questi, 75mila vivono in Italia. Secondo gli studi effettuati, se il rapporto tra genitori é figli viene sostenuto, le probabilità di infrazione disciplinare da parte dei carcerati si riducono del 40%, ed è sei volte più basso il rischio che l’ex detenuto commetta reati nel primo armo dal rilascio.

 

Formazione e dialogo

 

La complessità e la delicatezza del fenomeno e le sue possibili ripercussioni sociali implicano un lavoro di formazione continua, di dialogo con l’amministrazione penitenziaria, il personale, i tribunali di sorveglianza, gli enti locali e le università: insomma, si tratta un volontariato diversificato con competenze professionali elevate.

Così nel 2000 è nata l’idea di Eurochips, la rete delle organizzazioni nazionali pioniere di best practice, grazie al sostegno della fondazione olandese Bernard Van Leer, che si occupa delle problematiche dell’infanzia in 40 paesi. Il socio italiano è l’associazione milanese Bambini senza sbarre, che lavora da più dì io anni nel settore sia a Bollate sia a San Vittore, dove gestisce lo Spazio Giallo, dedicato ad accogliere i circa 150 bambini in visita ogni mese ai loro genitori detenuti.

 

Il progetto

 

Proprio Bambini senza sbarre coordina, con Eurochips e l’associazione belga Relais Enfants-Parents Belgique, il progetto di formazione a livello europeo "Legami". Realizzato grazie ai finanziamenti dell’Unione europea destinati alla formazione continua per adulti, il progetto prevede lo scambio delle buone prassi, dalle giornate di convivenza per le famiglie di detenuti in Belgio fino al sostegno delle spese di viaggio per le visite dei familiari, sperimentato in Inghilterra, e ai modelli di partenariato con le amministrazioni penitenziarie.

Come spiega la direttrice di Eurochips, Liz Ayre, il coordinamento internazionale ha portato in pochi anni a risultati significativi: "Nel marzo del 2008 una risoluzione del comitato dei diritti dell’uomo dell’Onu includeva azioni per i figli di detenuti, tre mesi fa c’è stata una risoluzione del segretariato generale Onu su donne e familiarità in carcere e dal settembre del 2008 stiamo sostenendo la proposta di dar vita a una giornata di discussione generale sui diritti dei bambini figli di detenuti". Per il 2010 si vorrebbe ottenere un’intera settimana dedicata al tema. Come ha sottolineato la psicopedagogista Susanna Mantovani, membro del Comitato etico di Senza sbarre, appena costituito, "il paradosso è che il carcere fa rete per superare la barriera".

Campania: ProTest; un progetto pilota sulla salute di detenuti

 

Ansa, 1 giugno 2009

 

Il 5,2 per cento dei detenuti delle carceri lombarde è positivo all’Hiv, il 12,8 per cento ai virus delle epatiti B e C. Sono i dati parziali relativi a ProTest, il progetto pilota della Regione Lombardia per prevenire il diffondersi delle malattie infettive nelle carceri, illustrato a Napoli in occasione della presentazione de "L’Agorà penitenziaria, la salute: presupposto del recupero sociale".

Il convegno si terrà dal 4 a 6 giugno nel capoluogo campano, della Simspe (Società italiana di Medicina e sanità penitenziaria Onlus). "Una volta conclusa l’esperienza negli istituti di pena della Lombardia, ci auguriamo di poter ripetere l’esperienza anche in Campania", dice Raffaele Pempinello, primario di Malattie infettive presso l’ospedale Cotugno di Napoli.

Monitorati, coinvolti, formati e aggiornati, i 18 istituti di pena lombardi, dove è detenuto il 15 per cento dell’intera popolazione carceraria in Italia, faranno da apripista alle altre regioni. "Il progetto prevede che nel momento in cui arriva in carcere il detenuto riceva un’accoglienza di tipo sanitaria - spiega Pempinello - viene compilata una scheda nella quale si conosce la sua storia clinica, e si fa per lui un programma di prevenzione".

Alessandria: protesta medici penitenziari per rinnovo contratto

 

Ansa, 1 giugno 2009

 

Parte da Alessandria la protesta dei medici che lavorano in carcere, e riguarda la scadenza del loro contratto, il 14 giugno. Con il passaggio della gestione dei medici dal Ministero della Giustizia alla Asl le cose sono cambiate. Infatti con la nuova normativa le ore di lavoro si sono drasticamente ridotte, e i contratti da rinnovare in continuazione. I medici minacciano di dimettersi in tronco.

Ravenna: Turco (Radicali); nel carcere troppe violazioni legge

 

Ansa, 1 giugno 2009

 

Sovraffollamento, carenze di organico e condizioni igieniche precarie: il deputato Maurizio Turco, Radicale eletto nelle liste del Pd, in visita al Port’Aurea, lancia l’allarme.

Pesante carenza di organico, sovraffollamento dei detenuti e condizioni igieniche al collasso. È quanto Maurizio Turco, deputato Radicale eletto nelle liste Pd, ha rilevato dopo la visita fatta nel pomeriggio nel carcere di Port’Aurea, nel centro di Ravenna, assieme ad altri due esponenti locali dei Radicali.

"Sono troppe le violazioni della legge che ho visto là dentro - ha detto Turco - per questo chiedo che la Procura di Ravenna, se non lo ha già fatto, apra da subito un fascicolo sulle condizioni di vita ascoltando agenti e detenuti. In materia, presenterò presto un’ interrogazione parlamentare". Al termine della visita durata un’ora e mezza, Turco ha sottolineato di non avere mai visto "in dieci anni di visite per le carceri italiane" una situazione "simile a quella di Ravenna".

Il deputato ha riferito anche di avere incontrato gli agenti e di avere parlato con loro in merito a un recente episodio di aggressione. "A commetterlo è stato un detenuto che, ma si sarebbe saputo solo dopo perché da quattro mesi non si fanno i colloqui introduttivi, aveva problemi psichiatrici". Del resto, "secondo quanto riferitomi dal medico di guardia, là dentro sono ben venti i pazienti con problemi in tal senso, tre con sintomi gravi".

Turco ha aggiunto di avere visto una "sala ricreativa con una cinquantina di detenuti in piedi, dato che le sedie erano solo una decina". Inoltre "fino a pochi giorni fa in quella sala ci dormivano per terra". E di avere sfilato di fronte a celle di sette metri quadrati con tre persone dentro a fronte di un minimo di nove mq. "E pensare che a Ravenna il canile tempo fa non aprì perché per legge non aveva abbastanza metri quadrati".

E poi l’organico: "52 agenti (ma dovrebbero essere 67) costretti a venti ore di straordinari settimanali per riuscire a fare fronte ai 153 detenuti (per un massimo di 62 e una tollerabilità di 92)". Infine "manca l’impianto di riscaldamento in buona parte della struttura così come i condizionatori". La situazione - ha concluso Turco - "é esplosiva, preludio di qualcosa di grave".

Venezia: 4 detenuti nelle celle "singole"; fino a 8, in quelle da 3

di Giacomo Cosua

 

La Nuova di Venezia, 1 giugno 2009

 

314 detenuti al posto dei 111 previsti: la situazione della casa circondariale di Santa Maria Maggiore è di fatto esplosiva. A denunciare la situazione, che da tempo ha visto una escalation di proteste all’interno del carcere, è stato Gianfranco Bettin accompagnato da Beppe Caccia che hanno raccolto le testimonianze di disagio dei carcerati. Celle stracariche di persone che non danno più dignità alla persona: al posto di 3 per stanza si ritrovano spesso anche in 8, celle singole arrivano ad ospitare anche quattro persone.

"Siamo arrivati ad un punto che bisogna denunciare le cose come stanno, il governo ha semplicemente ignorato la situazione delle carceri italiane, non solo dal punto di vista della situazione interna, ma anche per quanto concerne lo scarso personale, sia in Italia, sia a Santa Maria Maggiore", spiega Bettin, consigliere regionale dei Verdi. I dati parlano chiaro: il carcere di Venezia che non dovrebbe essere un luogo dove scontare la pena definitiva è di fatto usato per questo scopo: sono ben in 110 a scontare la pena, quasi un terzo del numero complessivo dei detenuti. Su 314 carcerati sono 123 italiani e 191 stranieri.

"La promiscuità tra persone che scontano solo un breve periodo e gente che deve rimanere anni è sotto gli occhi di tutti e anche a livello psicologico non è certo facile da superare", spiega Bettin. Nel carcere intanto si vive alla giornata con mancanze gravi: il consigliere comunale dei Verdi Caccia, dopo le recenti segnalazioni di mancanza di materiale, ha portato ai detenuti generi di prima necessità, dal dentifricio alla carta igienica al sapone, poiché lo Stato non riesce a garantire materiale per tutti.

"La crisi globale ha colpito anche qua in carcere: le attività che svolgono i detenuti attraverso le cooperative hanno subito un certo crollo sugli ordinativi", spiega Bettin che sottolinea l’arrivo dell’estate: se continua così sarà sicuramente calda e visto che non ci sono segnali d’inversione, di caldo ci sarà anche l’autunno". Al Carcere di Santa Maria Maggiore dovrebbe inaugurarsi nei prossimi mesi una nuova ala, ma di fatto rimarrà chiusa fino a che non ci saranno agenti di polizia penitenziaria sufficienti a garantire la sicurezza e la sorveglianza.

"Mancano più di 135 agenti a Venezia, anche per loro lavorare in queste condizioni non è certo semplice, visto che per la nuova ala servirebbero 30 nuove unità. Altro problema sono gli agenti distaccati al servizio natanti che quindi non operano più dentro al carcere ma servono per il trasporto dei detenuti, tolti così di fatto alla struttura circondariale", spiegano i due politici.

"Faremo sia in consiglio Regionale, sia in Consiglio Provinciale due mozioni per chiedere di sensibilizzare maggiormente la politica sulla situazione del carcere e di fare pressioni attraverso l’amministrazione affinché si cerchi di trovare soluzioni adeguate". Bettin si sta preparando a fare visita a tutte le strutture carcerarie venete per fare così un rapporto generale, raccogliendo così le segnalazioni dei detenuti che sono allo stremo.

Bologna: il Garante; no a costruzione nuovo padiglione Dozza

 

Comunicato stampa, 1 gennaio 2009

 

L’Ufficio della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Bologna esprime preoccupazione per la prevista costruzione, entro il giugno 2011, di un "padiglione" a Bologna presso il carcere della Dozza che potrà contenere sino a 200 persone detenute. Questo è scritto nel programma predisposto dal Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap) per aumentare la capienza delle strutture penitenziarie esistenti e per realizzarne altre, al fine di arginare l’ormai inarrestabile aumento della popolazione carceraria, che ha raggiunto la soglia cd. sostenibile delle 63.000 unità, e che sta provocando allarme crescente tra i detenuti, ma anche tra il personale cronicamente insufficiente in tutte le sue componenti (agenti di polizia penitenziaria, educatori, psicologi, ecc.).

La costruzione di padiglioni presso strutture già esistenti riguarda anche altre carceri della Regione, che conosce il più alto tasso di sovraffollamento sul territorio nazionale, pari al 180%, come Modena, Ferrara, Reggio Emilia. Per quanto riguarda Bologna la nuova costruzione verrà finanziata dalla Cassa Ammende, il cui regolamento, che prevedeva il finanziamento di progetti per il reinserimento sociale dei detenuti, è stato modificato per consentire l’utilizzo di risorse per l’edilizia penitenziaria. A Bologna il carcere vive la condizione di maggior sovraffollamento mai conosciuta, neppure nella fase prima dell’indulto. In questi giorni la popolazione ha raggiunto il numero di oltre 1130, 3 volte la capienza regolamentare. Mancano risorse per la messa a norma dell’istituto, manca personale, mancano fondi per far lavorare i detenuti, che restano per ore nella immobilità assoluta in celle sovraffollate e in parte ancora malsane.

Si esprime la massima contrarietà ad una soluzione che, qualora venisse anche realizzata nei tempi indicati, non reggerebbe l’aumento esponenziale delle persone detenute e aggraverebbe la situazione di disagio per la carenza di personale. Al carcere della Dozza mancano oltre duecento agenti, con compressione inevitabile delle attività trattamentali, e solo di recente sono stati assegnati tre educatori in aggiunta ai quattro già presenti, sono presenti un solo psichiatra, una sola mediatrice culturale ed è difficile comprendere con quale personale potrebbe aprirsi la nuova struttura, se è vero che esistono istituti di nuova costruzione, come quello di Rieti, che non apre per mancanza di personale.

Nessuna politica di edilizia penitenziaria può avere successo senza un progetto complessivo di riforma del codice penale e in particolare delle sanzioni che possono essere adottate, utilizzando la pena detentiva solo per i reati più gravi e introducendo e mettendo a regime sanzioni altre come i lavori socialmente utili, la messa la prova, le misure interdittive e le sanzioni pecuniarie, e ampliando l’utilizzo delle misure alternative che hanno dato prova effettiva di ridurre il rischio di recidiva, incidendo sulla presenza di persone in attesa di definizione del processo ed evitando il turn-over di persone che restano inutilmente in carcere per pochi giorni con dispendio di risorse umane e materiali. Nessuna politica di mero contenimento numerico può avere successo, a meno di ridurre ulteriormente il livello di vivibilità all’interno degli istituti e di rinunciare ai parametri costituzionali che impongono una detenzione che non sia contraria al senso di umanità e non costituisca trattamento inumano e degradante e sia volta al reinserimento.

Si sottolinea che proprio in ragione della complessità della Casa Circondariale di Bologna, anche per la massiccia presenza di stranieri (intorno al 70%), sarebbe opportuno che risorse venissero dedicate alla costruzione non di un padiglione detentivo, ma di un polo di accoglienza per i nuovi giunti e di intervento sanitario adeguato al numero degli arrivi e alle patologie esistenti, dotato di personale dedicato, con mediatori socio-sanitari, con pronto soccorso per i casi anche di forte disagio psichiatrico, con possibilità di day-hospital per le situazioni che necessitano di un intervento e di una valutazione più approfonditi, ma anche per la permanenza della persona detenuta non nelle condizioni di vita comune, richiesta peraltro opportunamente avanzata dalla stessa dirigenza sanitaria della Casa Circondariale della Dozza.

 

Il Garante dei diritti dei detenuti

Avv. Desi Bruno

Firenze: 300 detenuti in più e "piano" per 200 posti fra tre anni

 

Agenzia Radicale, 1 giugno 2009

 

Intervento della senatrice Donatella Poretti, Radicali - Pd, segretaria commissione Igiene e Sanità, componente Commissione bicamerale Infanzia.

Il 29 maggio con una delegazione Radicale (*) abbiamo effettuato una visita al carcere di Sollicciano a Firenze: 933 detenuti per una capienza di 630 posti. 821 uomini (438 in attesa di giudizio), 112 donne (45 in attesa di giudizio) e tre bambini (di cui uno compirà 3 anni il primo di giugno e come regalo avrà la separazione dalla madre che resterà in carcere).

Agenti penitenziari: 635 in organico a fronte di una pianta organica prevista di 695, ma di quelli in organico ben 180 sono distaccati, pagati per Sollicciano ma svolgono il loro lavoro in altri luoghi fisici, ministero, scorte o altro. Dal 2007 a ieri i detenuti morti sono stati 5, di cui 3 suicidi, due italiani e l’ultimo un palestinese ieri notte. A seguito di alcune condanne definitive molti detenuti non hanno il diritto di voto attivo, comunque le domande pervenute all’amministrazione penitenziaria per votare sono state solo 28, di cui 8 non autorizzate.

A fronte di questa situazione il Piano carceri del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, prevede un nuovo padiglione e 200 posti entro il 2012! Un intervento da 10 milioni di euro. Se non si fosse davanti alla tragedia di vite umane ammassate, costrette e ristrette in condizioni di degrado e di fatiscenza, ci sarebbe da ridere. A fronte di un trend in costante crescita, nel solo Sollicciano durante il 2008 la presenza oscillava tra 800 e 850, da gennaio a maggio sono oltre 100 detenuti in più, l’intervento pare ironico. Oggi sono 303 i detenuti in più rispetto alla capienza ma il piano carceri prevede di incrementare di 200 posti fra 3 anni!!!

Tutto questo inserito in un sistema giustizia al collasso con: 9 milioni di processi pendenti; un’amnistia di fatto per quei 140 mila reati che ogni anno vanno in prescrizione (creando una sorta di "amnistia di classe"); il carcere come un gigantesco cassonetto in cui riversare tutte le problematiche e i fenomeni sociali che la Politica non è in grado di governare.

(*) composta dai senatori Radicali Donatella Poretti e Marco Perduca, dalle candidate alla lista Bonino Pannella per le Europee Mina Welby e Giulia Simi e dal segretario dell’Associazione radicale Andrea Tamburi, Giancarlo Scheggi.

Terni: detenuto morto, probabilmente per un attacco cardiaco

 

Ansa, 1 giugno 2009

 

Un detenuto nel carcere di Terni è morto in seguito ad un attacco cardiaco. Inutile è stato il tentativo di prestargli i soccorsi da parte di un compagno di cella e da parte degli agenti della polizia penitenziaria. L’uomo, che era di Terni, si trovava recluso in carcere, per reati connessi allo spaccio e all’uso di sostanze stupefacenti. Era noto alle forze dell’ordine come tossicodipendente.

Sanremo: carcere super-affollato, 320 i detenuti in soli 209 posti

 

Ansa, 1 giugno 2009

 

La sua capienza massima è di 209 posti, quella tollerabile sale a 304. Nell’istituto sanremese il numero dei detenuti ha superato quota 320 e la situazione si è fatta molto difficile

A quasi 3 anni dall’approvazione della legge sull’indulto la popolazione carceraria è tornata sui livelli precedenti al provvedimento. Un terzo dei detenuti usciti nei mesi successivi all’entrata in vigore è già tornato in cella e a questo ritmo, per i sindacati della polizia penitenziaria, quanto prima si arriverà a superare la soglia dell’emergenza, con una media di 139 carcerati per 100 posti, per un totale di 62 mila reclusi. Il carcere di Valle Armea a Sanremo, è di recente costruzione, ma in quanto a sovraffollamento non è un’isola felice. La sua capienza massima è di 209 posti, quella tollerabile sale a 304. Nell’istituto sanremese il numero dei detenuti ha superato quota 320 e la situazione si è fatta molto difficile.

Verbania: mancano agenti; in forse i "lavori sociali" dei detenuti

 

Varese News, 1 giugno 2009

 

È a rischio il progetto "Ambiente e solidarietà", che si svolge da diversi anni nei Comuni del basso lago Maggiore e prevede l’utilizzo di alcuni detenuti della casa circondariale di Verbania, chiamati a svolgere lavori socialmente utili, in particolare ripulitura di sentieri boschivi, ripristino di aree in stato di abbandono e degrado, imbiancatura di edifici pubblici.

All’iniziativa, promossa dall’associazione aronese Amici del Lago, erano pronti a partecipare quest’anno i Comuni di Lesa, Meina, Dormelletto, Nebbiuno, Oleggio Castello, Invorio e Belgirate. Ai "ristretti" della Casa Circondariale si offriva la possibilità di lavorare fuori dal carcere per diverse giornate nella stagione estiva e di prepararsi al reinserimento nella società. Tutto in forse, però, a causa della scarsità di personale.

Siena: nelle carceri organici ridotti all’osso, sicurezza è a rischio

 

La Nazione, 1 giugno 2009

 

L’allarme lanciato dalla polizia penitenziaria. La situazione è stata denunciata anche in consiglio comunale. A Ranza sono in servizio 136 agenti, contro i 223 previsti, e 350 detenuti. A Santo Spirito sono solo 34 per 70 reclusi. Iniziative di protesta rimandate a dopo le elezioni.

Gli organici ridotti all’osso rendono precaria la sicurezza durante la notte nei carceri di Ranza e Santo Spirito. Il messaggio lanciato dagli agenti della polizia penitenziaria dai banchi del consiglio comunale di San Gimignano è forte e chiaro. Il problema non è di oggi ma più passa il tempo - e di fronte della mancanza di risposte concrete - più la situazione rischia di cronicizzarsi. Le difficoltà in cui oggi operano gli uomini della polizia penitenziaria sono sotto gli occhi di tutti.

Lo stesso vice sindaco di San Gimignano, Giacomo Bassi, è stato chiaro: "Appoggiamo la lotta per le giuste richieste avanzate dalle stesse organizzazioni sindacali del settore sicurezza. Su questo delicato aspetto l’amministrazione comunale è e rimane a fianco di questi lavoratori". A Ranza attualmente sono ospitati 350 detenuti fra alta e media sicurezza. In servizio ci sono solo 136 agenti contro i 223 previsti in pianta organica, mentre nella casa circondariale di Santo Spirito a fronte di 70 reclusi operano trentaquattro agenti di polizia penitenziaria. Sulla carta per il carcere di Siena ne sono previsti 52.

In occasione del consiglio comunale è stato affrontato anche un altro problema, quello della sorveglianza nei due istituti di pena durante la notte in considerazione dell’attuale articolazione. I sindacati sono preoccupati. "Se durante il giorno la sicurezza è garantita - dicono - altrettanto non lo è durante la notte". I dati sono sconcertanti. A Santo Spirito sono in servizio solo tre agenti, mentre a Ranza se ne contano dieci su una popolazione carceraria di 350 unità.

"Gli stessi detenuti - affermano gli agenti della polizia penitenziaria - sono dalla nostra parte e condividono il nostro disagio". Anche la Lega Nord-Toscana si è mossa per portare il problema all’attenzione del Governo. Le organizzazioni sindacali avevano in programma iniziative di protesta, ma hanno deciso di sospendere le agitazioni a dopo le elezioni.

Padova: nel carcere "Due Palazzi", ora c'è l’allarme scarafaggi

 

Il Mattino di Padova, 1 giugno 2009

 

Colonie di scarafaggi in carcere, grossi e neri. Precisamente nella Casa di reclusione. All’inizio infestavano le mura esterne dell’istituto. Ma coi primi caldi sono entrati nei corridoi del pianoterra fino a salire al primo, dove ci sono alcune delle celle dei detenuti. A segnalare la presenza di questi sgraditi "ospiti" all’amministrazione penitenziaria sono stati gli stessi agenti di custodia, preoccupati per le condizioni igienico-sanitarie che si verrebbero a creare qualora la situazione non venisse monitorata e risolta a breve termine.

Anche perché in questa struttura carceraria - che accoglie i condannati definitivi - funzionano cucine con tanto di laboratorio di paste fatte dagli stessi detenuti. In attesa d’interventi di disinfestazione risolutivi, ci si arrangia con metodi rudimentali, spruzzando dell’alcol nelle zone (garitta uno e garitta tre) più battute da questi prolifici scarafaggi che escono soprattutto di notte rendendosi di fatto poco visibili.

Civitavecchia (Rm): attrezzature sportive e corsi di formazione

 

Comunicato stampa, 1 giugno 2009

 

Grazie al Garante dei detenuti nuove attrezzature sportive, e corsi di formazione per i reclusi del carcere di Civitavecchia.

Attrezzature sportive per consentire ai detenuti di vivere più serenamente un periodo particolarmente di reclusione assai difficile come quello estivo. È questo il motivo che ha portato il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti Angiolo Marroni, in collaborazione con il Comitato Uisp di Civitavecchia, a donare materiale sportivo per i detenuti del carcere di Civitavecchia.

I materiali sono stati acquistati dalla Uisp (Unione Italiana Sport per Tutti) - su sollecitazione dei detenuti stessi che hanno raccolto decine di firme - nell’ambito di un Protocollo d’Intesa siglato con il Garante per promuovere il diritto allo sport anche in carcere.

Nei prossimi giorni nel carcere di Civitavecchia arriveranno palloni e una rete da pallavolo, un pallone da calcio, un bigliardino e un tavolo da ping pong. Dopo la fornitura, a metà giugno prenderanno il via due corsi semestrali, uno di pallavolo per le donne e uno di calcio per gli uomini, tenuti gratuitamente da operatori qualificati della Uisp.

Quelle organizzate con la Uisp non sono le uniche iniziative del Garante dei detenuti per l’istituto di reclusione di Civitavecchia. Infatti, grazie ad un bando dell’assessore alla sicurezza della Regione Lazio Daniele Fichera, entro questo mese saranno avviati corsi per mediatori culturali, di teatro e di pittura per i detenuti.

Inoltre, il contributo della Provincia di Roma - che ai detenuti di Civitavecchia ha già affidato l’informatizzazione dell’albo regionale degli autotrasportatori - consentirà di organizzare un corso di canto per le detenute finalizzato alla costituzione di un coro. Ripartirà anche il laboratorio di falegnameria e le attività della serra, in virtù di una collaborazione con un’azienda privata.

"Ormai da mesi abbiamo rafforzato la nostra presenza nel carcere di Civitavecchia - ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni - che per l’elevato numero di detenuti stranieri che ospita è una delle situazioni carcerarie più critiche del Lazio. Dai colloqui con i reclusi emerge che uno dei maggiori disagi è legato alla carenza di attività di svago e corsi che consentano di avere una formazione professionale utile per il momento in cui si tornerà nella società".

 

Ufficio Stampa Garante dei detenuti del Lazio

Locri (Rc): nata Agenzia di inclusione sociale "Vincenzo Grasso"

 

www.strill.it, 1 giugno 2009

 

Un messaggio di legalità, ma anche di speranza. È questo il significato che è stato dato all’attivazione nel territorio della Locride della Agenzia d’inclusione sociale Vincenzo Grasso rivolta ai soggetti provenienti da percorsi penali.

Il nuovo servizio è stato inaugurato non a caso dalla moglie di Vincenzo Grasso, imprenditore della Locride, ucciso dalla mafia 20 anni fa per essersi ribellato al pizzo. Per la figlia Stefania è questo un modo per non fare dimenticare le vittime offrendo loro sostegno e assistenza e per lavorare per una Locride che riesca a spezzare il male della mafia che condiziona il suo sviluppo.

Il sottosegretario agli Interni, Nitto Palma, presente alla manifestazione ha affermato che il pregio maggiore dell’iniziativa è quello di guardare sia agli autori del reato che alle vittime.

Ha auspicato che la regione Calabria in tempi brevi dia il necessario sostegno per dare continuità al servizio avviato. All’interno della nuova struttura messa a disposizione dalla Fondazione Zappia, è previsto uno sportello per le vittime della criminalità e per la realizzazione di esperienze di giustizia riparativa. Sportello che sarà gestito da Libera e dal Centro Servizi al volontariato dei Due Mari.

Presentando il progetto dell’Agenzia, Mario Nasone Direttore dell’Uepe, ha evidenziato le ragioni che hanno portato Ministero della Giustizia, Prefettura, Comune, Provincia e Fondazione Zappia ad avviare l’esperienza.

Di fronte al sovraffollamento delle carceri che sta facendone esplodere il sistema penitenziario si rende necessaria una politica che contrasti la recidiva ed eviti che il carcere continui ad essere una porta girevole dalla quale si entra e si esce continuamente. Ciò è possibile solo se si promuoveranno percorsi di recupero e di reinserimento sociale almeno di quella parte di detenuti che ancora non hanno fatto una scelta irreversibile di criminalità ed in particolare dei più giovani.

L’agenzia dove opereranno assistenti sociali del Ministero della Giustizia, operatori dell’orientamento al lavoro della provincia, volontari delle associazioni, rappresenterà una sorte di ponte tra carcere e società libera garantendo a chi vuole uscire dalla illegalità un accompagnamento sociale e delle opportunità lavorative. Un progetto che parte dalla Locride per tentare di costruire un nuovo Welfare da opporre all’unico Welfare che finora ha funzionato quello della ndrangheta che offre lavoro ed opportunità.

Ha ringraziato la famiglia Grasso per avere accettato di intitolare al loro congiunto una struttura che si rivolge ad autori di reato,una scelta non facile anche perché fatta a Locri nel territorio dove è stato ucciso e dove vivono le famiglie mafiose che sono state mandanti ed esecutori di questo omicidio,

Per lo Stato è arrivato però anche il momento di dare alternative a chi non vuole entrare nella mafia o ne vuole uscire proponendo anche attraverso questa iniziativa il volto di uno Stato amico che non abbia solo il volto del carabiniere o del giudice ma anche di una scuola che funzioni, di una sanità che garantisce salute, di un comune che eroghi servizi.

All’incontro di presentazione dell’Agenzia - coordinato da Piero Schirripa della Fondazione Zappia - sono intervenuti il Sindaco di Locri Francesco Macrì, l’assessore alle politiche sociali della Provincia Attilio Tuccì che hanno confermato l’impegno dei due Enti a sostenere l’iniziativa. Anche la Dirigente del settore politiche sociali e del lavoro della regione Marinella Marino, portando i saluti del presidente Loiero, ha comunicato che la Regione ha già previsto all’interno del programma del Fondo Sociale le risorse per dare continuità al servizio che mira all’inclusione sociale dei soggetti svantaggiati.

Per il Provveditore regionale Paolo Quattrone questa iniziativa è in continuità con quanto da anni sta facendo l’amministrazione soprattutto verso i giovani detenuti che attraverso il lavoro ed i programmi educativi stanno rispondendo bene come dimostra l’abbattimento dei numeri della recidiva. Alla famiglia Grasso ha espresso la gratitudine delle Istituzioni per il loro coraggio e impegno civile e per la loro sensibilità verso il difficile lavoro dell’amministrazione che sta cercando di togliere alla ndrangheta manovalanza e ricambio generazionale.

Eboli (Sa): detenuti scrivono agli studenti; non fate i nostri errori

 

La Repubblica, 1 giugno 2009

 

"Viviamo tra i vicoli di Napoli, dove la realtà ci mette con le spalle al muro. Si ruba per comprare droga, per sentirsi grandi, l’ho provato sulla mia pelle e mi ritrovo oggi con un passato disastroso".

Renato, trentenne detenuto presso l’Icatt di Eboli (Istituto custodia attenuata trattamento tossicodipendenze), confessa i motivi che lo hanno indotto a delinquere in una lettera agli allievi della scuola elementare e media "Bovio-Colletta" del quartiere San Lorenzo-Vicaria.

I detenuti dell’istituto salernitano si sono raccontati nelle lettere affinché i giovani delle aree a rischio non ripetano i loro errori. La raccolta di missive è esposta all’ingresso della "Real Casa dell’Annunziata".

L’incontro tra studenti e reclusi, proprio nei locali dell’ex-brefotrofio di Forcella, dove i ragazzi dell’Icatt interpretano "O Cunto do Quatto ‘e Coppe", racconto teatrale delle proprie storie realizzato con l’aiuto di attori professionisti. Coordina l’evento Mena Bovino, maestra e operatrice penitenziaria volontaria che da due anni conduce bambini e famiglie all’interno del carcere per prevenire la criminalità, e rieducare al contempo i reclusi alla normalità.

"Da piccolo ammiravo i ragazzi più grandi che guadagnavano soldi facili - scrive Aniello, ventitreenne napoletano arrestato per rapina nel 2006 - così ho cominciato a rubare anch’io. Mio padre, piastrellista, mi faceva lavorare con lui per aiutarmi, ma con gli abiti da lavoro mi sentivo ridicolo. Iniziai ad abusare di alcool e droghe, finendo in ospedale con lo stomaco a pezzi. Solo l’incontro con mia moglie e l’arrivo di mia figlia mi hanno cambiato. Ora sono qui a Eboli e desidero una vita normale".

Remo, nato nel 1983 presso una famiglia rom stabilitasi in provincia, è analfabeta, ha dettato ad un’operatrice la propria storia. "Mi accorsi presto che i miei genitori rubavano, a nove anni ero già alcolista e fumavo hashish. Per la mia aggressività mi allontanarono dalla scuola media, di notte rientrai di nascosto nelle aule per distruggere tutto".

Intensificatisi i controlli dei carabinieri presso il campo rom a causa della condotta di Remo, i genitori lo affidarono ad una comunità. "Tornato a casa - continua il ragazzo - seppi che mio padre, arrestato, voleva che con i miei fratelli uccidessi l’amante di mia madre. Sono fuggito ricadendo nell’uso di stupefacenti, finché, dopo l’ultimo arresto, ho iniziato un percorso terapeutico presso l’Icatt. Oggi ho venticinque anni, ne ho trascorsi circa la metà in prigione, uscito di qui vorrei lavorare onestamente".

Non si firma invece il papà napoletano che attraverso queste lettere si scusa con i propri figli: "I miei errori condizionano anche le vostre vite, spero un giorno di potervi porre rimedio. Per il momento l’unica eredità che posso garantirvi è il mio affetto, perdonatemi". Ai detenuti di Eboli è stato concesso un permesso premio per partecipare all’incontro nato dal progetto "La scuola adotta un monumento", sulla base del comportamento osservato durante il processo rieducativo.

Cagliari: presentato libro sul carcere e le "misure alternative"

di Laura Sanna

 

La Nuova Sardegna, 1 giugno 2009

 

Il carcere e le alternative alla detenzione per rimettere in libertà "un uomo diverso e non solo una persona che ha scontato la sua pena". Questo il senso dell’incontro promosso dalla Società Operaia nel quale è stato presentato il libro di Paolo Pisu (Figli della società), ex consigliere regionale di Rifondazione comunista che, nel suo mandato, ha svolto un’inchiesta sul funzionamento delle carceri sarde.

I costi economici e sociali della detenzione e parallelamente gli scarsi risultati ottenuti sul fronte della rieducazione fanno dire al politico che il carcere, come istituzione, ha fallito. "Anche solo per un discorso egoistico e non umanitario bisognerebbe cercare un’alternativa al carcere". Sono le parole con cui Paolo Pisu sintetizza i risultati di due anni e mezza di ispezioni negli istituti di pena della Sardegna, tra il 2004 e il 2007, quando, come presidente della commissione consiliare per i diritti civili promosse un’inchiesta per verificare le condizioni di detenuti e lavoratori.

Un lavoro che nasceva in seguito a fatti molto gravi avvenuti in alcuni penitenziari, tra cui anche quello cittadino. Proprio la casa circondariale di Iglesias in quegli anni fa teatro di proteste da parte dei detenuti: costruito per ospitare circa 60 detenuti e con una dotazione di 60 agenti, era arrivato proprio tra 2004 e 2005 al massimo della capienza, con circa 110 detenuti ospiti sorvegliati da un numero di guardie che nel frattempo era sceso a una cinquantina, come ha spiegato Stefano Pilleri, guardia carceraria e rappresentante sindacale della Uil.

A questa situazione già esplosiva si aggiunse un guasto all’impianto di riscaldamento dell’acqua e i detenuti portarono avanti per alcuni giorni una protesta rumorosa: oggetti sbattuti contro le sbarre. Sempre in quegli anni era però avvenuto anche un altro fatto: un detenuto extracomunitario aveva perso la sua dentiera ma nessuno prestava attenzione a quello che per lui era un problema molto grave e per protesta decise di cucirsi la bocca con il filo di ferro: un atto di autolesionismo impressionante ma non raro nelle carceri di tutto il mondo, dove accade che i detenuti si cuciano allo stesso modo anche le palpebre.

Anche perché gli stranieri sono "emarginati tra gli emarginati - spiega Caterina Moro, volontaria della Caritas che da 12 anni aiuta i detenuti dell’istituto di Iglesias - che non hanno la consolazione dei colloqui settimanali con i parenti o i pacchi spediti dai famigliari". Da 12 anni le volontarie in carcere sono solo due, segno che è ancora una realtà separata, davanti alla quale, "si gira colpevolmente la faccia - come ha detto Pisu - mentre è importante sapere che chi finisce in una cella è solo il meno fortunato tra tutti quelli che delinquono e la fanno franca. In carcere si divide per anni una cella di pochi metri quadri con altri sei o sette detenuti. Senza possibilità di lavorare oppure istruirsi, si è condannati all’ozio forzato oltre che alla detenzione".

Una vita senza speranze con un costo sociale molto alto: tra chi ha scontato la sua pena dietro le sbarre la recidiva è di oltre il settanta per cento mentre per chi ha scontato pene alternative e ha lavorato, la recidiva scende al 12-13 per cento, con punte del sei per i detenuti non tossicodipendenti.

Anche in città su questo fronte qualcosa si sta muovendo, per mano della cooperativa San Lorenzo e con l’impegno di don Benizzi, per anni cappellano della casa circondariale di Iglesias: dal laboratorio di lavorazione dell’alluminio al progetto Solki, che ha trasformato in agricoltori venticinque detenuti nella tenuta agricola di Terramanna, si insegna ai detenuti un mestiere e gli si offre uno stipendio. E per il momento a Terramanna non c’è bisogno di guardie.

Firenze: seminario su spazi della pena e architettura carceraria

 

La Nazione, 1 giugno 2009

 

Sabato 13 giugno 2009 al "Giardino degli Incontri" del Carcere di Sollicciano - Firenze. Il Seminario di propone di raccogliere idee e tematizzazioni per un convegno internazionale già in programma per il prossimo autunno. Il punto di partenza è la corrispondenza di forma e funzione nella pena. La struttura architettonica, la qualità edilizia e la collocazione urbanistica del penitenziario corrispondono alla sua funzione, al modo di interpretare la pena privativa della libertà in diversi contesti culturali, sociali ed economici.

Chi si propone di riformare la pena, non può rinunciare a ripensare la forma penitenziaria, almeno fino a quando il carcere resterà dominante nelle nostre culture e nelle nostre pratiche punitive. D’altro canto, la rinnovata emergenza del sovraffollamento penitenziario ha spinto il Governo ad assumere la questione edilizia come strumento principe per farvi fronte, attraverso la nomina di un Commissario ad hoc e la predisposizione di un "piano carceri" finalizzato all’ampliamento della capacità ricettiva del sistema penitenziario. Merita dunque confrontarsi sul progetto governativo, per valutarne non solo le scelte di fondo (quale carcere? Per quale pena?), ma anche la fattibilità e i costi (non solo economici) che esso porta con sé.

Roma: Rebibbia; con Vivicittà il 5 giugno lo sport entra in carcere

 

Ansa, 1 giugno 2009

 

Il 5 giugno si correrà nel nuovo complesso, dove la manifestazione torna dopo 12 anni. Attesi al via circa 100 detenuti ed altri 50 podisti delle Fiamme Azzurre e dell’Italia Marathon Club arriveranno per l’occasione.

Vivicittà 2009 prosegue la sua corsa nelle carceri di tutta Italia. Venerdì 5 giugno si correrà a Rebibbia. L’appuntamento è alle ore 17 del pomeriggio nel nuovo complesso dove Vivicittà torna dopo 12 anni. All’interno del carcere, che ospita 1.600 detenuti, verranno allestiti due percorsi: quello canonico di 12 chilometri e uno più breve di quattro. Sono attesi al via circa 100 detenuti ed altri 50 podisti delle Fiamme Azzurre e dell’Italia Marathon Club arriveranno per l’occasione.

"Ringrazio in particolare il direttore del carcere di Rebibbia, Carlo Cantone, grazie alla disponibilità del quale siamo riusciti ad organizzare questa manifestazione - dice Andrea Novelli, presidente Uisp Roma - ringrazio anche il personale di sorveglianza e i detenuti che collaborano alla riuscita della manifestazione".

Vivicittà si correrà all’interno delle mura esterne dell’istituto, vicino all’area verde dove si svolgono in genere le visite ai detenuti. Un percorso di 1500 metri (3 giri per la 4 km/8 giri per la 12 km). L’iniziativa in carcere si è corsa anche ieri, 27 maggio, nel complesso di Rebibbia penale: hanno partecipato 12 detenuti alla 12 Km. e 14 alla quattro chilometri, insieme a tre agenti della polizia penitenziaria

Milano: partita di calcio Polizia Penitenziaria - detenuti Bollate

 

Ristretti Orizzonti, 1 giugno 2009

 

Si gioca a San Siro il terzo derby della stagione. E anche se non ci saranno Kakà e Ibra, Pato e Balotelli, c’è da scommettere che le emozioni non mancheranno. Soprattutto quelle dei protagonisti in campo, che per la prima volta si troveranno a calciare, crossare, parare e segnare sull’erba della Scala del calcio.

Giovedì 4 giugno, lo stadio milanese ospita alle 19 la sfida tra la squadra composta dai detenuti del carcere di Bollate e la rappresentativa della polizia penitenziaria. Un derby in piena regola con tutto il suo corollario di attesa, agonismo e sfottò. Due squadre in piena forma: quella dei detenuti partecipa infatti al campionato di terza categoria, quella della polizia penitenziaria è reduce dal successo,lo scorso anno, al torneo interforze.

Ma al di là del risultato quel che conta è la voglia di esserci dei protagonisti: obiettivo reso possibile dalla disponibilità dell’Inter, una società da sempre sensibile anche nel campo della solidarietà e dell’impegno sociale.

All’incontro hanno garantito la loro presenza, oltre naturalmente agli amici e ai parenti dei giocatori, anche alcuni magistrati di sorveglianza del Tribunale di Milano - che autorizza i detenuti a partecipare a questo ed agli altri incontri - il provveditore dell’amministrazione penitenziaria della Lombardia Luigi Pagano, il comandante del carcere di Bollate Alessandra Uscidda, la direttrice Lucia Castellano, la vice direttrice Mariagabriella Lusi e naturalmente il presidente della squadra dei detenuti e vice direttore del carcere Cosima Buccoliero.

L’ingresso sarà libero con la possibilità di concedere un’offerta che sarà destinata ad un ente benefico. Anche i giocatori contribuiranno con una somma di 10 euro cad. Lo stesso giorno dalle ore 20 fino alle 22 verranno disputate altre tre amichevoli tra squadre provenienti da varie parti d’Italia

Teatro: "La fabbrica delle idee"... voci tra carcere e manicomio

 

www.klpteatro.it, 1 giugno 2009

 

Nona edizione per La fabbrica delle idee, festival teatrale ospitato nelle campagne di Racconigi (Cn) che prende il via domani per proseguire fino al 3 luglio. La rassegna, che vede il suo fulcro principale nel suggestivo parco dell’ex ospedale psichiatrico della cittadina, richiama nomi di primo piano del teatro contemporaneo, mantenendo anche nel 2009 uno sguardo molto vicino al teatro sociale.

Tra i nomi più famosi di questa edizione c’è senz’altro quello di Abbondanza/Bertoni, l’8 giugno in scena con "Un giorno felice", o di Davide Enia, che il 4 e il 5 presenta il primo e il secondo capitolo de "I capitoli dell’infanzia". Ad aprire, invece, sarà domani l’associazione Mascateatrale in "Con il sudore della fronte", spettacolo che affronta una vicenda accaduta solo lo scorso anno a non molti chilometri da Racconigi. Il 16 luglio 2007 esplodeva infatti il Molino Cordero di Fossano, provocando la morte di cinque operai.

Tra gli altri ospiti la Compagnia laboratorio di Pontedera con "Amleto. Nella carne il silenzio" di Stefano Geraci per la regia di Roberto Bacci; il monologo sulla classe operaia del ‘900 di Giorgio Felicetti "Vita di Adriano. Memorie di un cecchettaro nella neve"; il Teatro delle Albe con "La canzone degli F.P e degli I.M."; Teatro Sotterraneo con "La cosa 1". E, ancora, Manifattura Scalza in "Gianna", spettacolo liberamente ispirato a "La giornata di una sognatrice" di Copi per la regia di Lino Musella. Ma anche il nuovo spettacolo dei padroni di casa di Progetto Cantoregi, "Delle terre infrante. Messina 1908 - L’aquila 2009", di Vincenzo Gamna e Marco Pautasso per la regia di Koji Miyazaki: una tragedia del passato dietro un’immagine, che diventa specchio delle tragedie di oggi, da Massina a L’Aquila. In scena dal 28 al 30 giugno alla chiesa di Santa Croce di Racconigi.

E come ogni anno Progetto Cantoregi, a chiusura del festival (dall’1 al 3 luglio, prenotazione obbligatoria entro il 18 giugno), fa entrare gli spettatori dentro il carcere di Saluzzo per assistere allo spettacolo che i detenuti hanno elaborato nel corso dell’anno grazie al laboratorio teatrale di Grazia Isoardi. Un modo per cogliere "da dentro" una realtà sconosciuta: un’esperienza, potremmo azzardare, di livellamento umano.

Libro: in "Toghe Rosso Sangue" la vita e la morte dei magistrati

di Giulia Fresca

 

www.articolo21.info, 1 giugno 2009

 

Ventisette gocce di sangue. Sono quelle che macchiano la toga della "Giustizia" italiana. Ventisette gocce che sono l’essenza di altrettante vite strappate:quelle di giudici uccisi dalla mano armata.

"Toghe rosso sangue" è il primo libro che li ricorda tutti insieme. Edito da Newton Compton Editori, nasce dalla penna arguta e sottile di un giornalista calabrese, Paride Leporace, oggi direttore del "Il Quotidiano della Basilicata".

Apparentemente si tratta di biografie scritte per ricordare chi ha sacrificato la propria vita al sentimento della Giustizia giusta, quella che non si lascia adulare dal Potere e travalica i pensieri umorali della politica, ma in realtà è uno spaccato dell’Italia tra il 1969 ed il 1994, attraverso l’esperienza diretta ed indiretta e l’analisi diversificata degli eventi. "Toghe rosso sangue - La vita e la morte dei magistrati italiani assassinati nel nome della giustizia" ricorda ventisei magistrati uccisi ed uno scomparso nel nulla, che eccezion fatta per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono dimenticati dalle umane memorie. È sufficiente un prologo e ventisette capitoli per farli ritornare vivi nel loro periodo storico, circondati dalle notizie di cronaca giudiziaria che in quegli anni si rincorrevano, e ripercorrere insieme ai testimoni diretti ed indiretti, sensazioni e ricordi.

Agostino Pianta e la vendetta sbagliata di un Montecristo nel dopoguerra, Pietro Scaglione con l’enigma di via dei Cipressi, Francesco Ferlaino ed un movente mai chiarito, ed ancora Francesco Coco e la scelta fatale nel sequestro Sossi per giungere a Vittorio Occorsio ed al mitra dell’internazionale nera che lo uccise. Si arriva così al 1978, ventinove giorni prima del sequestro di Aldo Moro, enorme ferita ancora aperta nella pagina democratica della nostra Nazione, quando sotto i colpi dell’arma da fuoco verde la vita Riccardo Palma, non un inquirente ma un "muratore delle carceri" come venne definito dal Corsera.

Inizia così il nuovo corso delle Brigate Rosse che continuano con Girolamo Tartaglione, Fedele Calvosa ed Emilio Alessandrini, il giudice di Piazza Fontana ucciso dal figlio del ministro Donat Cattin. Paride Leporace inizia così ad entrare nel merito delle questioni politiche che egli stesso viveva in prima persona. Non più gli anni di una lucida fanciullezza e di notizie ricercate e raccolte, ma testimonianze dirette con le sue, personali sensazioni e ricordi. Cesare Terranova, Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Guido Galli, Mario Amato, Gaetano Costa, sono il tragico elenco che l’Italia dal 1979 all’80 deve registrare a distanza di poche settimane, a volte giorni, l’uno dall’altro.

Qualche anno di apparente quiete ed ecco che la mano armata non è più quella delle Brigate Rosse, ma quella della criminalità organizzata che dopo Costa, inizia a colpire Gian Giacomo Ciaccio Montalto, Bruno Caccia, Rocco Chinnici, Alberto Giacobelli, Antonino Saetta e Rosario Angelo Livatino. Arrivano così gli anni 90, ma nel suo libro Paride Leporace non si limita a tracciarne solo gli eventi. Egli entra ed esce dalle case della politica, dagli avvenimenti che circondano gli eventi, da personaggi che hanno idealizzato sogni e raccolto speranze assopite.

Si trova così a parlare di Antonino Scopelliti, ucciso dal patto di ferro tra ‘ndrangheta e Cosa Nostra, senza dimenticare di fare un tuffo in avanti nel 2006, con il movimento "Adesso ammazzateci tutti" nato a seguito dell’uccisione del vice presidente del consiglio regionale calabrese, Francesco Fortugno, per poi ritornare nel 1992 dove in una pizzeria di Cosenza un giornalista trentenne di belle speranze assiste in diretta, come tanti in quel giorno, all’interruzione delle trasmissioni televisive che informavano il mondo di ciò che era accaduto: Giovanni Falcone morto con un attentato che cambierà la Nazione.

Dopo di lui sua moglie, Francesca Morvillo ed ancora il suo caro amico Paolo Borsellino. Paride Leporace, l’allora trentenne giornalista, sembra mantenere freddo il ricordo di quel tempo vissuto emotivamente, invece, in maniera fortissima e passa a Luigi Daga, vittima di un attentato terrorista islamico e non dimentica Paolo Adinolfi, scomparso nel nulla. "Toghe Rosso Sangue" rappresenta un capitolo doloroso della nostra Italia, un capitolo che avremmo voluto non dover leggere e che invece si è intrecciato con gli eventi ed ha modificato tanti avvenimenti negli anni a seguire. Un capitolo però che è stato nascosto e sottaciuto e che ora grazie a questo libro viene rimesso in luce con i nomi ed i volti fotografati di ventisette uomini che hanno fatto della Legge e della Giustizia Giusta lo scopo della loro vita.

Diritti: nel 2008 più di 1.500 pratiche per "Avvocato di strada"

 

Redattore Sociale - Dire, 1 giugno 2009

 

L’associazione presenta il rapporto sull’attività degli sportelli in 18 città. Nel 2008 aperte 1.518 pratiche (erano 932 nel 2007), soprattutto di carattere amministrativo (permessi di soggiorno, fogli di via e decreti di espulsioni).

Gli "avvocati di strada" presentano il rapporto sulla loro attività di assistenza legale a favore delle persone senza dimora. Giova ricordare che il progetto "Avvocato di strada", realizzato per la prima volta nell’ambito dell’ Associazione Amici di Piazza Grande, nasce a Bologna alla fine del 2000. E nasce dalla necessità di poter garantire un apporto giuridico qualificato a quei cittadini oggettivamente privati dei loro diritti fondamentali. La tutela legale viene prestata presso un ufficio, il cosiddetto "sportello" organizzato come un vero e proprio studio legale nell’accoglienza, nella consulenza e nella apertura delle pratiche.

All’attività degli sportelli partecipano a rotazione avvocati che forniscono gratuitamente consulenza e assistenza legale ai cittadini privi di dimora, oltre a volontari che si occupano della segreteria e della conduzione dell’ufficio. Altri avvocati, inoltre, pur non partecipando direttamente all’attività dello sportello, danno la loro disponibilità a patrocinare gratuitamente uno o due casi l’anno riguardanti persone senza fissa dimora.

Oggi gli sportelli di Avvocato di strada sono presenti a Ancona, Bari, Bologna, Bolzano, Ferrara, Foggia, Jesi, Lecce, Macerata, Modena, Napoli, Padova, Pescara, Roma, Reggio Emilia, Rovigo, Taranto, Trieste. Il rapporto tiene conto proprio dell’attività svolta in queste città.

I dati. Durante l’anno 2008 sono state aperte 1.518 pratiche in tutto il territorio nazionale. Rispetto l’anno 2007, in cui sono state aperte 932 pratiche, si è verificato dunque un vistoso incremento dovuto all’apertura di nuove sedi dell’associazione e allo sviluppo di altre sedi già esistenti. Come durante l’anno 2007, l’area amministrativa è quella maggiormente trattata, visto che più della metà delle pratiche si riferiscono a questa disciplina (789 pratiche, 52% del totale) seguite dalle pratiche di diritto civile, che sono 592 (39%). Contrariamente a quanto si può ipotizzare, e come da tradizione per avvocato di strada, le cause penali sono solamente 137, pari al 9% del totale.

Utenti. I dati relativi alla provenienza degli utenti differiscono molto da città a città. Dai dati globali si nota che la maggioranza degli utenti è rappresentata da persone di origine extra-comunitaria (1063 pratiche, pari al 70% del totale). Gli italiani sono 395 (26%) e i cittadini comunitari sono 60 e costituiscono solo il 4% del totale.

Come nel caso della provenienza, anche i dati riguardo al sesso degli utenti differisce molto da città a città. Il numero totale delle pratiche, tuttavia, evidenzia che gli uomini sono 1063, e rappresentano il 70% del totale. Le donne sono 455, pari al 30% del totale.

Pratiche. Prevalgono le problematiche relative ai permessi di soggiorno (338), alle procedure relative ai fogli di via e ai decreti di espulsione (258). Un dato, questo, che conferma la sempre maggiore presenza di cittadini non comunitari tra le fila dei clienti senza tetto.

Seguono in quantità molto inferiore i procedimenti amministrativi per reati legati agli stupefacenti (ritiro patente, ecc...), sanzioni per violazioni al codice della strada e il mancato pagamento di imposte, tasse e contributi.

Diritto civile e diritto penale. In tema di diritto civile, quello alla residenza è il diritto in assoluto più esercitato (144 pratiche). Segue la netta prevalenza delle pratiche di richiesta di regolarizzazione dello Stato Civile, come fondamenta primaria per l’acquisizione di ogni altro tipo di diritto umano, compresa il diritto alla residenza, al permesso di soggiorno. Assume un’importanza notevole anche il numero di pratiche in ambito di diritto del lavoro (licenziamenti, crediti di lavoro non corrisposti, infortuni sul lavoro, etc.).

Quanto alle pratiche di diritto penale, la tutela dei reati rappresenta il 9% del totale delle pratiche seguite da avvocato di strada. I procedimenti in qualità di persona offesa (aggressioni, minacce, molestie, etc.) sono i casi più esercitati, seguiti dai reati contro il patrimonio (rapina, furto, ricettazione, truffa, etc.) e dai reati di sequestro.

 

Con il ddl sicurezza si apre la caccia ai poveri

 

"Il ddl sicurezza mette all’indice le persone più povere: le norme sulla residenza e il registro dei senza dimora sono di una gravità estrema". Chiede a governo e parlamentari di ripensare il disegno di legge Antonio Mumolo, presidente di "Avvocato di strada", alla presentazione del rapporto sull’attività 2008 dell’associazione. Una richiesta che porterà anche al Quirinale, dove il primo giugno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha invitato "Avvocato di strada" per un ricevimento privato.

La preoccupazione di Mumolo è legata in particolare agli articoli 42 e 50 del ddl. "Il primo - spiega il presidente - sottopone la residenza alla verifica delle condizioni igienico-sanitarie in cui si vive: è a rischio quella di 2 milioni di persone". Senza residenza, ricorda l’associazione, i senza dimora perderebbero il diritto all’assistenza sanitaria, al voto e al lavoro.

Il senatore Pd Walter Vitali, che da sindaco di Bologna vide la nascita dell’associazione Piazza Grande, da cui è partito il progetto di assistenza legale ai senza dimora, boccia anche l’articolo 50, che istituisce il registro dei senza dimora. "È solo uno spot della destra - spiega - il ministero degli Interni sa già chi e quanti sono i senza dimora, basta verificare all’anagrafe chi risiede in un dormitorio o in una via fittizia".

Per questo, secondo Mumolo e Vitali, si tratta di norme "discriminatorie e offensive". Cosa farà "Avvocato di strada" in caso di approvazione del ddl? "Alla prima persona - risponde Mumolo - a cui verrà negata la residenza faremo eccezione di costituzionalità: secondo noi le norme violano l’articolo 3 della Costituzione sull’uguaglianza del cittadino e l’articolo 32 sul diritto alla sanità".

 

I comuni potranno allontanare le persone indesiderate

 

Legare la concessione della residenza alle condizioni igienico-sanitarie del luogo in cui si vive "mette a rischio i diritti di due milioni di persone". L’applicazione dell’art. 42 del ddl sicurezza, secondo il presidente di Avvocato di strada Antonio Mumolo, "colpirebbe non solo i senza dimora, ma anche chi vive in case non a norma, ovvero gli strati più poveri della società".

Un esempio? "Secondo i criteri igienico-sanitari vigenti, a Bologna una famiglia con quattro figli che vive in un alloggio di due stanze - spiega Mumolo - non potrebbe avere la residenza: si ritroverebbe in breve senza casa, senza lavoro e senza assistenza sanitaria". A peggiorare le cose il fatto che le condizioni igienico-sanitarie sono stabilite dai comuni: "Qualsiasi città potrebbe decidere di renderle più severe - continua il presidente - negando di fatto la residenza alle persone più in difficoltà: una caccia alle persone indesiderate".

Oggi per ottenere la residenza, da cui discendono tutti gli altri diritti, bastano due requisiti: trovarsi nel luogo in cui la si chiede e avere la volontà di ottenerla. "Le nuove norme introdotte dal ddl sicurezza - spiega Mumolo - permetterebbero di fatto ai comuni di decidere a chi concederla e a chi no". Sarebbe questo l’effetto dell’articolo 50 del ddl, quello che obbliga i richiedenti a dimostrare "l’effettiva sussistenza del domicilio".

"Una dimostrazione impossibile - secondo Mumolo -, a meno di non chiudersi in casa o incatenarsi a una panchina: il comune potrebbe mandare una verifica in qualsiasi momento". È proprio la discrezionalità lasciata alle amministrazioni locali a preoccupare. "Avremmo di fronte uno scenario caotico - conclude il presidente di Avvocato di strada -, in cui per i senza dimora diventerebbe impossibile uscire dalla condizione in cui si trovano".

Immigrazione: clandestinità, dovere di denuncia anche sui tram

di Giovanni Parente

 

Il Sole 24 Ore, 1 giugno 2009

 

Potrebbe toccare anche a loro. Ausiliari del traffico, controllori, capitreno, autisti di mezzi pubblici, comandanti di nave. In qualità di pubblico ufficiale o di incaricati di pubblico servizio si troverebbero nella situazione di dover denunciare un clandestino. Il condizionale è legato all’approvazione definitiva all’interno del disegno di legge sicurezza del reato di clandestinità.

Il testo che ha ricevuto il via libera della Camera è ora tornato al Senato, che lo aveva approvato già in prima lettura. Così, se fosse confermatala struttura attuale, dovrebbero segnalare tempestivamente la presenza dello straniero irregolare all’autorità giudiziaria, o ad un’altra autori-tà che abbia obbligo di riferirne, qualora ne venissero a conoscenza nell’esercizio o a causa delle loro funzioni. È il codice penale a sanzionare con una multa le omesse denunce di pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio.

Situazione particolare, invece, per i medici. L’esame a Montecitorio ha salvato le norme che li esimono dal dovere di segnalazione. Tuttavia Carlo Lusenti, segretario di Anaao-Assomed, ha riproposto il problema: "Il nuovo reato di immigrazione clandestina ci obbliga comunque a denunciare gli irregolari" . E ha chiesto un intervento chiarificatore a riguardo.

In realtà, spiega l’avvocato Marco Paggi dell’Asgi (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), "ora che il divieto di segnalazione è stato mantenuto, di fronte a una norma speciale dovrebbe venire meno la prescrizione a carattere generale della denuncia che è un fatto costituente reato".

Al momento si procede sul terreno delle ipotesi: "Poiché nel disegno di legge non ci sono obblighi di indagine a carico dei pubblici ufficiali - riflette Ennio Codini, docente all’università Cattolica - si può parlare di un dovere di segnalazione all’autorità competente solo ove il pubblico ufficiale venga a conoscenza del reato. Questo è un primo punto importante. Non basta un’ipotesi. La sussistenza del reato deve risultare".

L’interpretazione dell’avvocato Alberto Guariso è che "la denuncia non dovrà essere presentata anche da pubblici ufficiali che non hanno l’obbligo di chiedere il permesso di soggiorno. La questione rimane aperta perché i medici hanno un minimo di cautele, mentre altri non sono coperti dal divieto di segnalazione e quindi è probabile che si crei un groviglio giuridico".

Del resto, aggiunge Paggi, "penso che nemmeno per un testimone citato in udienza dovrebbe esserci un generale obbligo di esibire il permesso di soggiorno in quanto ai fini che interessano l’attività del magistrato è sufficiente identificare con un documento di identità quel soggetto".

In base a quanto previsto dal ddl 733, lo straniero che entra o si trattiene sul suolo italiano senza un titolo di soggiorno sarebbe punito con l’ammenda da 5mila a 10mila euro. Un reato, dunque, contravvenzionale non estinguibile con l’oblazione e su cui sarà chiamato a pronunciarsi il giudice di pace. Non si applicherà, secondo sempre la formulazione attuale, agli stranieri respinti al valico di frontiera perché sprovvisti di titolo per l’ingresso.

Per capire i tempi di approvazione e se l’iter si concluderà al Senato, bisognerà attendere la ripresa dei lavori dopo le elezioni europee. La maggioranza, in base a quanto emerso nei giorni scorsi, è intenzionata a dare il via libera al provvedimento entro fine mese. "Non credo che ci sarà nessuno stravolgimento del testo", ha anticipato il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo. Mentre dal Pd si annuncia battaglia con là presentazione di numerosi emendamenti.

Immigrazione: per i minori stranieri accoglienza "incompiuta" 

 

Redattore Sociale - Dire, 1 giugno 2009

 

Sono 7.700 ogni anno quelli che arrivano in Italia. Ma due terzi scappano dai Centri per paura di un rimpatrio. Giovannetti (Anci): "Il problema più urgente? La conversione del permesso di soggiorno al compimento dei 18 anni".

L’accoglienza è un valore, ricorda oggi il presidente Napolitano, ma quella per i minori stranieri non accompagnati è spesso "incompiuta". Si intitola così la ricerca coordinata da Monia Giovannetti per l’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), che sarà presentata domani alle 18.30 alla libreria Irnerio di Bologna. Alle già note difficoltà del sistema di accoglienza - "una normativa troppo caotica, che ogni realtà applica in modo diverso", spiega la Giovannetti - oggi si sommano le nuove norme del ddl sicurezza e la questione dei respingimenti. "Il problema più urgente - continua la ricercatrice - riguarda la conversione del permesso di soggiorno al compimento dei 18 anni".

Secondo il ddl può ottenerla solo chi è già da tre anni in Italia, e quindi all’arrivo aveva 15 anni: "peccato - aggiunge la Giovannetti - che la maggior parte dei minori entra nel nostro paese a 17 anni. Una norma dello stesso tipo era già stata introdotta dalla Bossi-Fini, ma una sentenza del Consiglio di Stato l’aveva di fatto svuotata di senso". Il rischio è che a 18 anni i minori presi in carico da enti locali e servizi sociali diventino automaticamente irregolari, vanificando così il percorso di inserimento e formazione svolto prima della maggiore età. "Un lavoro che costa in media 170 mila euro all’anno - sottolinea la ricercatrice - : non concedere il permesso di soggiorno significa di fatto sprecare denaro pubblico".

Ci sono poi i respingimenti, attuati ancor prima dell’arrivo in Italia. Fra gli stranieri colpiti da questa politica ci sono proprio i minori. Ogni anno sono 7.700 quelli che arrivano nel nostro paese, per la maggior parte maschi fra i 15 e i 17 anni di età.

"I minori arrivano sui barconi, oppure nascosti nelle stive delle navi o nei camion - spiega la Giovannetti -: il loro viaggio può essere autogestito oppure appoggiato a organizzazioni. Di certo non arrivano con un visto turistico". Vengono da Marocco (15%), Egitto (14%), Albania (12%) e da paesi in guerra o con forti tensioni sociali come Palestina, Afghanistan, Eritrea, Nigeria e Somalia. "Spesso il viaggio è concordato con la famiglia (a cui poi manderanno denaro), ma a volte sono semplicemente in fuga da paesi dove la vita è insostenibile".

L’accoglienza "incompiuta" si sente soprattutto nel primo mese dopo l’arrivo: in questo periodo oltre il 60% dei minori lascia i centri di prima accoglienza. "Scappano - spiega la Giovannetti - perché non capiscono il percorso in cui sono inseriti, perché hanno paura di un rimpatrio e di veder vanificato l’investimento fatto per il viaggio". Nel 2006, su 6 mila ragazzi segnalati dal Comitato minori stranieri, solo 3.515 sono passati nella seconda fase di accoglienza, quella che prevede l’inserimento in una comunità, l’affidamento e l’avvio di percorsi scolastici e di formazione professionale.

E gli altri? "Alcuni scappano per raggiungere parenti o persone di riferimento in Italia - continua la studiosa -, altri ritornano all’interno del percorso di inserimento per altre strade, ma non sappiamo quanti. Infine ci sono quelli che finiscono nella rete della criminalità organizzata". Di sicuro è difficile che possano mantenersi da soli, "anche perché assumere in nero un minorenne è ancora più rischioso che per un adulto".

Per tentare di rendere più efficiente il sistema è in corso la sperimentazione di un programma nazionale di protezione minori. Avviato dall’ex ministro Ferrero, il progetto coinvolge 26 città, fra cui Milano, Torino, Napoli, Firenze e Bologna, che dalla fine del 2008 al novembre 2009 agiscono seguendo un protocollo comune e collaborando reciprocamente.

"C’è anche un progetto particolare per la Sicilia - spiega la Giovannetti -, dove i minori non accompagnati rappresentano l’8-9% delle persone arrivate con gli sbarchi". La Sicilia, inoltre, è in testa nella classifica delle regioni con più minori non accompagnati. Il 41% delle segnalazioni del Comitato minori stranieri proviene dall’isola, seguita da Lombardia (13%), Emilia Romagna (7%), Piemonte (7%) e Lazio (5%).

Stati Uniti: ex detenuti di Guantanamo, "accolti" anche in Italia

 

Ansa, 1 giugno 2009

 

"In spirito di vicinanza e solidarietà nei confronti degli Stati Uniti" l’Italia è pronta ad accettare detenuti provenienti da Guantanamo che "saranno obbligati a vivere in Italia sotto scorta". Lo ha dichiarato Franco Frattini in un’intervista in "chat" al settimanale americano Newsweek. Per evitare la libera circolazione degli ex detenuti nella Ue Frattini intende proporre "una legge nazionale che li obblighi a stare solo in Italia e sotto scorta".

Frattini riconosce che l’ipotesi di accogliere in Italia detenuti di Guantanamo "ci metterebbe un gran peso sulle spalle. Ma nello spirito di vicinanza e solidarietà con gli Stati Uniti io lo proporrò. Altrimenti cadremo in contraddizione biasimando prima l’amministrazione Bush per non aver chiuso Guantanamo e dopo non aiutando l’amministrazione Obama a chiuderla".

Il titolare della Farnesina ha comunque ricordato due condizioni per accogliere i prigionieri: la prima che l’eventuale accoglienza sia condivisa a livello Ue, la seconda, che non sia possibile "mettere nessuno in prigione tranne chi sia sotto processo in Italia".

Russia: giornalista denuncia torture sui detenuti della Cecenia

 

Ansa, 1 giugno 2009

 

Come ai tempi dell’Unione Sovietica. La giornalista russa Elena Maglevannaia ha chiesto asilo politico alla Finlandia dopo aver partecipato a una conferenza a Helsinki. Lo ha riferito all’emittente radiofonica Eco di Mosca Sergei Kniazkin, responsabile del Comitato per la difesa dei diritti umani nella Repubblica autonoma del Tatarstan.

La giornalista, che è anche attivista per la difesa dei diritti umani e in recenti articoli aveva denunciato le torture sui detenuti nelle carceri in Cecenia, lo scorso 14 maggio è stata condannata da un tribunale di Volgograd a pagare una multa di 200 mila rubli (poco più di 4.600 euro) per "diffusione di notizie false che hanno leso l’onore dell’amministrazione penitenziaria russa".

 

 

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